venerdì, gennaio 09, 2009

Libera Libero!

Una delle prime pagine di Libero da cui traspare la finezza di spirito del suo direttore Vittorio Feltri. Un gentiluomo d'altri tempi.


Un giornale per me francamente insopportabile è Libero. Siccome i signori hanno la querela facile non dico cosa penso di questo prodotto editoriale, ma mi limito a postare una lettera di Antonio Di Pietro in risposta alle accuse del quotididiano che, come non tutti sanno, è stato (o è tuttora) "organo del movimento monarchico". Non è uno scherzo, la dicitura compare piccolina, ma c'è. Su internet, per chi le voglia davvero, tutte le informazioni.

Lettera di Antonio Di Pietro a "Libero"

Caro direttore, eccomi.
Ieri Lei dalle pagine di Libero mi ha chiesto due spiegazioni e mi ha dato un consiglio. Cominciamo dal consiglio che era il seguente: «La sollecito a darci prova della sua trasparenza e affidare i milioni del finanziamento ad un collegio di ragionieri eletti nel suo partito». Mi pare proprio un buon consiglio, la ringrazio e mi attivo immediatamente.

Ho oggi stesso disposto la modifica dello Statuto che ora prevede che tutte le finanze del partito e tutti i contributi elettorali (sia futuri che pregressi beninteso) siano gestiti non più dai soci originari che hanno dato vita al partito ma dall'intero Ufficio di Presidenza dell'Italia dei Valori che è composto da 7 persone, individuate non nominativamente ma - pro tempore - per il loro ruolo, la loro funzione e la loro elezione: il Presidente del partito, il Capogruppo alla Camera, il Capogruppo al Senato, il Portavoce nazionale del partito, il Tesoriere, un rappresentante degli eletti nelle Regioni (da loro nominato) ed un esperto contabile nominato dall'Ufficio di Presidenza stessa (su proposta dell'Esecutivo nazionale di Idv che è il massimo organo assembleare del partito).

Provi a visionare gli Statuti degli altri partiti e vedrà che tutti hanno adottato - specie all'inizio della propria attività - misure di cautela per evitare l'assalto alla diligenza (come peraltro "Libero" ne ha dato atto proprio ieri, informandoci delle beghe interne fra Margherita e Ds per la suddivisione dei rispettivi fondi e beni). Ho già preso appuntamento per domani da un notaio di Bergamo (che conosce pure Lei) per la relativa stesura notarile. Appena sottoscritto Le invierò in anteprima copia del nuovo Statuto di Idv: se ha qualche ulteriore consiglio da darci le sarei davvero grato e provvederò di conseguenza.
Le due domande

E veniamo, caro direttore, alle due domande che mi ha posto e che possono essere così riassunte: come sono stati gestiti i contributi ricevuti finora da Italia dei Valori e come "è la storia dei 10 appartamenti" che avrei acquistato. Rispondo subito, inviandole a parte la relativa documentazione per le verifiche che riterrà opportune effettuare.

Idv non riceve finanziamenti da imprenditori o sponsor che sia (da noi non troverà i Romeo di turno). Riceviamo invece - come tutti gli altri partiti che hanno rappresentanza parlamentare - i finanziamenti pubblici previsti dalla legge. Sono tanti. Per noi e per gli altri (ed infatti nella scorsa finanziaria abbiamo chiesto inutilmente al Parlamento di dirottarli a favore degli ammortizzatori sociali).

Essi vengono introitati da Idv tutti ed esclusivamente sui 2 conti correnti della tesoreria dell'Italia dei Valori (che sono il c/c n.ro 10633 aperto presso la Banca S.Paolo di Napoli - ag. 1 Montecitorio ed il c/c n.ro 29695 presso il Credito Bergamasco di Bergamo) e da questa utilizzati solo ed esclusivamente per esigenze del partito e della sua azione politica (come, da ultimo è avvenuto per la raccolta delle firme per promuovere il referendum contro il Lodo Alfano). Inoltre riceviamo le quote di partecipazione dai nostri iscritti, dai nostri parlamentari e dai nostri eletti e amministratori.

Infine riceviamo gli interessi attivi del denaro che rimane parcheggiato in banca fino al suo utilizzo. Più in concreto finora abbiamo incassato - dal giorno in cui ci siamo presentati alle elezioni la prima volta nel 2001 e fino a tutto il 2007 - contributi pubblici per 19.908.596 euro (come da distinta allegata alla presente), a cui si devono aggiungere ulteriori 761.909,00 euro a titolo di interessi attivi e per contributi dagli aderenti ed eletti del partito.

Di converso, abbiamo speso a tutto il 2007 Euro 16.233.853 (come da copia dei bilanci che pure allego alla presente). Il nostro partito, quindi, non solo non ha debiti ma è in attivo di euro 4.436.652, somma che trovasi depositata presso le due banche predette, sempre, solo ed esclusivamente su conti di Idv, come può rilevarsi dai relativi estratti conto.

Per l'anno 2008 appena trascorso, la stesura del bilancio è in corso (per noi come per qualsiasi altro partito o ente o azienda) e verrà pure esso reso pubblico nelle forme e nei tempi previsti dalla legge. Come noto, infatti, tutti i bilanci del partiti devono essere regolarmente pubblicati in giornali a tiratura nazionali.

Quelli di Idv, peraltro, sono sempre stati (e lo sono ancora) visionabili alla voce "Bilanci e Finanze" sul sito del partito italiadeivalori.it. Comunque - e ad ogni buon conto - glie ne invio copia (specificandole fin d'ora che quest'anno chiederò di pubblicare proprio su Libero il bilancio 2008, come previsto per legge, se Lei me lo permetterà).

Specifico che i bilanci annuali dell'Italia dei Valori sono sempre stati tutti regolarmente approvati dall'Organo di controllo del Parlamento, come rilevasi esemplificativamente dalle attestazioni del Presidente della Camera dei Deputati per gli anni 2001-2002-2003-2004-2005-2006-2007 che le invio a parte.

Specifico anche che la Corte dei Conti - a cui spetta per legge approvare i Conti consuntivi delle spese elettorali dei partiti - nel referto trasmesso al Presidente della Camera sui consuntivi presentati dalle formazioni politiche ha finora sempre approvato i rendiconti presentati dall'Italia dei Valori.

E veniamo alla "storia dei 10 appartamenti" (che poi non sono dieci, perché se ne vendi uno per comprarne un altro con i soldi del primo, non ne hai due ma sempre uno). È vero che qualcuno negli anni passati ha alluso ad un utilizzo indebito da parte mia dei rimborsi elettorali, ma - come potrà prendere atto leggendo il decreto del Gip di Roma n.4620/07 del 14.03.2008 che le invio integralmente - non solo è stata disposta nei miei confronti - su conforme richiesta del pm - l'archiviazione perché il fatto non sussiste ma addirittura sono stati rimessi gli atti alla Procura per la valutazione circa il reato di calunnia nei confronti del denunciante.

TUTTI GLI IMMOBILI

Ma, potrebbe obiettare lei e giustamente: d'accordo, la gestione della tesoreria di Italia dei Valori sarà pure corretta ma i soldi per gli appartamenti dove li hai presi? Ecco, allora, l'elenco delle mie proprietà, il loro valore di acquisto e la provenienza dei relativi fondi.

A Montenero di Bisaccia sono proprietario di una azienda agricola (lasciatami in eredità da mio padre e mia madre) con circa 15 ettari di terreno e casa colonica annessa (che ho ben ristrutturato a mie spese, con i fondi (e le pietre) provenienti proprio dall'azienda: produco in proprio, infatti dalla morte di mio padre (1987) soprattutto, olio e grano (quest'anno oltre 400 quintali);


A Curno, in provincia di Bergamo ho una villetta a schiera in via Lungobrembo 62, acquistata alla fine degli anni '80 e quindi per definizione con soldi non del partito (che, come noto è stato fondato nel 2000 ed a cui i primi contributi sono cominciati ad affluire nell'autunno del 2001).

Sempre a Curno, in via Lungobrembo 64 (contigua alla precedente) vi è una vecchia casa con giardino, di proprietà di mia moglie che l'ha comprata nel 1985 per 38 milioni di vecchie lire e che è stata dalla stessa (e con il mio contributo, anche manuale) ristrutturata nel 1986 (e quindi in epoca anch'essa non sospetta). È il luogo dove siamo andati a vivere dopo sposati.

A Bruxelless sono comproprietario di un piccolo appartamento in via Scarabee 3, acquistato nel 1999 per 204 milioni di vecchie lire (di cui la metà con prestito bancario della Bbl di Bruxelless, sede del Parlamento europeo) quand'ero parlamentare europeo (ed a tal fine). Anche questo immobile è stato acquistato in epoca precedente alla costituzione di Idv.

A Bergamo sono proprietario di un appartamento in via Locatelli, da me acquistato, a seguito di gara pubblica, ad un'asta indetta dalla Scip per conto dell'Inail in data 10 novembre 2004 (rogito 16.03.2006) per euro 261.661,00 oltre spese e tasse. Non sono invece proprietario di alcun altro immobile in tale città, come invece pure era stato scritto. Vi sono invero lo studio e la casa di mia moglie (che, come Lei sa, fa l'avvocato da una vita e fa parte di una famiglia benestante di avvocati e prima di notai che Lei, gentile direttore, essendo di Bergamo, credo conosca molto bene).

LA SOCIETA' ANTOCRI

A Milano ho comprato nel 2004 (tramite la società Antocri) un appartamento in via F. Casati 1/a, per euro 614.500,00, di cui 300.000,00 con mutuo Bnl ed il resto con parte dei fondi provenienti dalla vendita di due appartamenti di mia proprietà che avevo a Busto Arsizio (acquistati nel 1999 - e quindi sempre in epoca antecedente alla costituzione di Idv - per lire 845.166.00 lire e rivenduti nel 2004 per 655.533,46 euro). Gli atti notarili sono a sua disposizione.

Quanto alla provenienza dei fondi per acquistare gli appartamenti di Busto Arsizio, non me ne voglia ma lei dovrebbe ricordarla bene essendo stata una delle persone che vi hanno in qualche modo contribuito (ricorda i 400 milioni di lire che l'editore de "Il Giornale" (ove egli faceva all'epoca il direttore responsabile) mi versò, a titolo di risarcimento danni con assegno circolare? All'epoca peraltro furono in molti a versarmi denaro per risarcirmi dei danni provenienti da articoli di giornali ritenuti diffamatori dai giudici o comunque, in via di transazione bonaria).

L'altra parte dei soldi provenienti dalla predetta compravendita li ho usati per acquistare (tramite la società Antocri) a Roma nel 2005 un appartamento in via Principe Eugenio per euro 1.045.000,00 (il resto della provvista è stato reperito da un mutuo bancario Bnl di 400.000,00 euro e dai miei risparmi di cui in appresso). Tale immobile è stato rivenduto nel 2007 a 1.115.000,00 e con la relativa provvista, una volta estinto il mutuo, ho comprato l'anno scorso una casa ai miei due figli più piccoli a Milano, in zona Bovisa, per studiare.

Ho anche aiutato mio figlio maggiore, con donazioni in denaro (per un totale di circa 80 mila euro) in parte quando si è sposato ed in parte quando sono nati i suoi tre figli trigemini. Soldi che egli, coscienziosamente ha utilizzato per pagare l'anticipo di una casa a Curno quando abitava lì e che poi ha rivenduto ricomprandosi - a minor prezzo - casa a Montenero, quando si è trasferito al paese natio.

Sempre a Roma, sono attualmente proprietario dell'appartamento di via Merulana, ove abito quando mi reco lì per ragioni legate al mio lavoro di parlamentare. L'ho comprata, nel 2001 - e quindi ancora una volta prima dei rimborsi elettorali confluiti in questi anni al partito - per 800 milioni di vecchie lire (di cui, come al solito, parte in mutuo).

Queste sono - o sono state - le mie proprietà. Mi si dirà: d'accordo hai fatto delle compravendite ed hai stipulato dei mutui, ma per il resto dove hai preso i soldi? Ebbene, i miei redditi - pubblici e che possono essere consultati presso il sito della Camera dei Deputati e del Senato - ammontano dal 1996 ad oggi ad oltre 1.000.000,00 di euro (al netto delle tasse), come da tabella riepilogativa che le invio a parte.

A tutto ciò devono aggiungersi ulteriori rinvenienze attive, tra cui una donazione mobiliare per circa 300 milioni di vecchie lire ricevuta nel 1996 dalla contessa Borletti (i fatti sono notori in quanto hanno riguardato come beneficiari anche altri personaggi pubblici) e - come detto - plurimi risarcimenti danni ricevuti (da me e dai miei familiari) per circa 700.000,00 euro negli anni in relazione alle varie diffamazioni subite nel tempo nonché i frutti dell'azienda agricola e dei relativi cespiti immobiliari lasciatimi in eredità dai miei genitori dopo la loro morte.

LA FORMICHINA
Tutto qui. Alcuni giocano, altri speculano, altri evadono le tasse, altri ancora girano il mondo o se la godono e si divertono. Io ho preferito e preferisco fare la formichina, come mi hanno insegnato i miei genitori, risparmiando ed investendo i guadagni in immobili (almeno questi non ti mandano sul lastrico, come è successo per le azioni e speculazioni in borsa!).

Mi scuso per la prolissità e - se necessario - sono ancora e sempre pronto a fornire tutte le risposte che riterrà necessarie. Con Lei, caro direttore lo faccio volentieri per tre ragioni: primo perché sono certo della sua buona fede e del suo sacrosanto diritto di pormi le domande che mi ha posto; secondo perché sono convinto che ogni personaggio pubblico deve rispondere nel merito alla pubblica opinione (ed agli organi di informazioni indipendenti come "Libero"); terzo, perché è cominciato il nuovo anno e voglio avvicinarmi alla terza età nel migliore dei modi.

Assassins, like in this videogame

The great italian cinema



about an awful movie....
The Movie Masochist: Lose ‘Seven Pounds,' keep sanity

By JAMES FRANKLIN

Forget for a moment that "Seven Pounds" is supposed to be entertainment simply because it's a movie. It utterly fails in that regard. It could, however, be seen as an act of public service.

First, let's address "Seven Pounds" as a movie, which is what its distributors choose to call it. The story - although this word may be dropped in favor of "what happens on screen" - follows a man (Will Smith) who feels terrible about something. We know this because the movie keeps jumping back to him sitting teary-eyed near the ocean. For much of the movie's two hours, he commits acts of generosity for no apparent reason with a sense of friendly intrusion that borders on creepy. He also has a deadly jellyfish in his motel room.

He strikes up a relationship with a woman (Rosario Dawson) whose life is threatened by a congenital heart defect. He intrudes into other people's lives, trying to fix them. Sometimes he loses his temper and runs down the street.

All of this comes together, to little effect, in the film's closing minutes. Audiences may rightly feel angry at this point because they've devoted two hours to a mess that's really a maudlin Hallmark Hall of Fame movie in disguise.

It's more generous, then, to consider "Seven Pounds" as an instrument of education and escape.

The reasons for this are as follows:

1. For anyone wondering what senility will be like, "Seven Pounds" offers a helpful preview. Jumping back and forth in time among numerous characters, the movie offers one inexplicable situation after another, each time leaving the audience wondering how they arrived there, who this person is and why this or that is important. Plus, just like real life, each situation is grindingly dull.

2. People who hate their jobs should also take note of "Seven Pounds." In the course of a miserable day, many people often feel they need naps just to survive until evening. "Seven Pounds" is a mostly quiet movie, with characters speaking in hushed tones to let the audience know this is a film of great sensitivity and import. That makes it ideal for naps, provided one can steal away from work and isn't daunted by paying $6-plus for the privilege of sitting in a dark room.

3. Aspiring screenwriters can also benefit from seeing "Seven Pounds" because it may boast one of the most incoherent scripts in movie history. It's an object lesson in how to quickly lead an audience into utter confusion with non-linear storytelling. Films such as "Pulp Fiction" and "Memento" successfully play slice-and-dice with time and tease the audience along the way. The ability to do this successfully is a rare gift. Given their ability to inflict great harm, screenwriters who want to attempt non-linear storytelling should be licensed in the same manner as doctors or pilots.

The word "incoherent," as mentioned above, best describes "Seven Pounds," but simply leaving it at that is unfair to its many other qualities. As a vocabulary challenge, it's possible to say more using only words that start with prefix "in." In addition to incoherent, apply inexplicable, inane, inept, inert, infuriating, insufferable, intolerable, inglorious, inferior, inexpedient, ineffective, inefficacious, ineloquent, inelegant, indefensible, indecipherable, incompetent, inaccessible, inadequate, insipid, intemperate and inutile.

Finally, add the word "infinite," which is how it feels to sit in a theater and watch "Seven Pounds" unfold on screen. Science and human experience suggest the perception of time is subjective, meaning "Seven Pounds" lasts anywhere from two hours to one week to one year, and so on to infinity. That means "Seven Pounds," in addition to being a bad movie, is a kind of temporal anomaly that can trap the unwary. It may be wise, then, to forget this movie's value as a public service. If, in the future, you should find yourself near a theater or TV screen on which "Seven Pounds" is playing, look away. Let science to deal with this problem.

Rated PG-13 for strong language and the chilling ability to distort the perception of time.

Four stars: Traumatic.

The rating system:

1 star: Lousy

2 stars: Horrible

3 stars: Painful

4 stars: Traumatic

The Movie Masochist is an emotionally wounded cinephile who lives in the United States. He watches bad movies so you don't have to.

What Israel Can Learn From Turkey



By Selene Verri

Turkey recently condemned Israel's offensive in Gaza. Ankara has even decided to suspend its mediating efforts between Israel and Syria.

It would be easy to dismiss such a position as just solidarity with the Muslim brothers and sisters in Gaza. Not that it would be wrong. But I would like to change the perspective on the issue, noticing that Israel and Turkey, two long-standing allies, have more in common than one could imagine:

1. Both Turkey and Israel are countries strongly defined by their main religions, and yet both are secular countries. In both cases religion identifies largely with ethnicity (with the important exceptions of Kurds, of course, where ethnicity is predominant, and Alevis, who are not considered as a religion minority). Which has brought discrimination and / or war against religious and / or ethnic minorities. The modalities are different, but the similarities are striking.

2. Both Turkey and Israel are countries artificially created by the international community. Israel, through the partition of Palestine into two states decided by the United Nations in 1947; Turkey, through the Treaty of Lausanne, which in 1923 replaced the 1920 Treaty of Sèvres, actually reintegrating a series of territories which had been previously stripped off it, and frustrating the Kurds' hopes for an independent State (hopes that had been fed by the Treaty of Sèvres). I should add that the international community has not little responsibility in the Armenian genocide.

3. Both countries have compulsory military service. In Israel, it applies both to men (3 years) and women (2 years); in Turkey, it's mandatory only for men (15 months). I admit I don't know what the consequences of this are in Israel (where a limited amount of conscientious objection exists anyway), but I know in Turkey for a long time this situation helped PKK recruit militants, since many Kurds did not wish to be sent to fight against their own fathers or brothers, preferring rather fight at their side.

4. Both countries are just a few weeks away from the next electoral rendezvous. On February 10, Israelis will vote for the next government (and, for those of you who can read French, I suggest that you go through this interesting article by Le Monde); on March 29, municipal elections will take place in Turkey.

Let me focus on this last point. The key issue in Turkey's local elections will be the Kurdish majority regions (what PKK and in general militant Kurds refer to as "Kurdistan", a word that in Turkey can bring you straight to prison). On the subject, I recommend you read this article on the Christian Science Monitor.

Now, what has been the big news in Turkey in the last few days (apart from Nazim Hikmet's rehabilitation)? I quote from Reuters:

Turkey has launched its first 24-hour Kurdish-language TV station.
Which brings me to the conclusion:

1. Israel is moving towards elections → Israel bombs Palestinians

2. Turkey is moving towards elections → Turkey gives more rights to Kurds

Of course Kurds are not satisfied, and they are not completely paranoid in considering this decision as a way by the government to get as many votes as they can, in short a propaganda move. It is also true that Ankara has quite a double-face attitude: while PKK is considered a terrorist group, soon after Hamas won the elections the AKP government welcomed to Turkey Khaled Meshal, the exiled Hamas leader. And they never uttered a word about the rockets fired against Israel.

Nonetheless, one cannot help noticing that making propaganda through opening up to minorities is a more democratic way than bombing civilians. So, what are the main differences in this situation? Why do two similar countries in two similar situations act in such different ways?

First of all, Turkey is a EU candidate. It is true that in the last few years the great reform impulse that marked the first period of the AKP government has slowed down, if not thoroughly stopped. And the new nationalistic vague has not helped in that sense. It is also true that this government is struggling hard at least to show a nice image of itself, which is surely not enough, but it's helping improvement. And improvement is never easy, especially for a proud people like Turks. The journey is still long, but the path is the right one.

Now, this doesn't mean of course that Israel should be a candidate to the EU, but at least it shows that the EU can actually have a role in international politics. More than that: personally, I think we have a responsibility in that sense.

But in all this story we must not forget one decisive point: in Turkey, Kurds vote. In Israel, Palestinians don't.

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giovedì, gennaio 08, 2009

No gay nel calcio

È incredibile che questa gente rivesta ruoli importanti. Chissà se ogni tanto si guardano allo specchio e arrosiscono per le cose che dicono.

Lippi: i gay non li ho mai visti, ma li farei giocare

da Repubblica

ROMA - «Un calciatore gay? Non ne ho mai incontrato uno in 40 anni che sono in questo mondo, né qualcuno che ha lavorato con me in tante squadre me ne ha mai parlato: onestamente credo che fra i calciatori non ce ne siano. Ma, se ci fossero, non avrei problemi a convocarli in Nazionale...». Marcello Lippi, intervistato da Klaus Davi per "Kluas Condicio", è intervenuto anche su un argomento delicato, scatenando subito numerose reazioni. «Credo che al mondo esista una sola razza, quella umana. Per questo non escluderei un gay, come un nero, dalla Nazionale. Penso, tuttavia, che sarebbe difficile, per come siamo fatti noi calciatori, che un giocatore omosessuale possa vivere la sua professione in maniera naturale».
Ma il ct accetterebbe eventuali outing: «Quando alleno, non mi piace fare il padre o assillare. Sono una guida tecnica, ma ci tengo che i calciatori sappiano che, se c´è qualcosa che vogliano confidarmi, io sono a loro disposizione. Se qualcuno mi confessasse di essere gay, gli direi di vivere a pieno questa realtà e, con intelligenza, di non farsi condizionare e di non modificare i suoi atteggiamenti con i compagni. Per finire, gli suggerirei di essere ligio alla sua professione e di fare ciò che vuole nella sua vita privata». L´onorevole Franco Grillini prima lo elogia («Finalmente un ct che dice con chiarezza che non discriminerebbe un calciatore omosessuale») poi puntualizza: «Nel mondo del calcio ci sono decine di gay, fra i giocatori di tutte le categorie, gli allenatori, moltissimi gli arbitri, sono gay anche alcuni giornalisti che seguono questo sport. Nomi? No, nessuno: noi li conosciamo, certo, ma non li diciamo di sicuro per rispetto della privacy». Molto più pesante l´Arcigay: «Basta negare, sono affermazioni ridicole e fastidiose. Invitiamo Lippi ad un confronto: ma lui non vede, non sente, non parla. Fa come le tre scimmiette». Paola Concia (Pd) attacca pure lei: «Non faccia l´ingenuo, il signor Lippi: i gay nel calcio ci sono, eccome». Molte altre cose ha detto Lippi nell´intervista. «Tornare alla Juve? Mai dire mai. Moggi? Perché dovrei rinnegare l´amicizia con lui. Mourinho? Un personaggio, grande comunicatore. Io ministro? No: non potrei mai fare politica. Berlusconi? Non mi ha mai chiamato, né chiesto di votare per lui. Conosco bene Galliani ma non mi ha chiesto di andare al Milan ».

Vaticano -Israele 1 a 0

Scontro senza precedenti dopo la condanna della Chiesa, a rischio il viaggio del Papa

"La Striscia sembra un lager" l´attacco vaticano scuote Israele

Il governo ebraico: "Usate le stesse parole di Hamas"

Gerusalemme: "Ignorati i crimini contro di noi" La replica: "Attacchi ripugnanti davanti alla vita dei bambini"

ALBERTO MATTONE

ROMA - Sulla guerra nella Striscia è scontro durissimo tra Vaticano e Israele. «Gaza somiglia sempre più ad un campo di concentramento», accusa il cardinal Renato Raffaele Martino. Quel porporato «parla come Hamas», replica a stretto giro lo Stato ebraico. La tensione è alta tra il Palazzo apostolico e Israele, e adesso più di un prelato vede allontanarsi il viaggio del Papa in Terra Santa programmato per maggio.
L´ultimo incidente diplomatico tra Vaticano e Stato ebraico esplode quando le agenzie battono le parole del cardinal Martino sull´offensiva dell´esercito con la stella di David. «Israeliani e palestinesi - spiega in un´intervista a ilsussidiario.net il presidente del Pontificio consiglio per la giustizia e la pace, dopo aver paragonato Gaza a un lager - sono figli della stessa terra. Tutte e due le parti sono colpevoli. E a pagare sono sempre le popolazioni inermi».
Le accuse di Martino, uomo di spicco della curia romana, non piacciono a Israele. E ancor meno il riferimento al «campo di concentramento». Subito, arriva una dura replica. «Martino - accusa il portavoce del ministero degli Esteri - usa i termini della propaganda di Hamas. Fare affermazioni che sembrano provenire direttamente dal gruppo terrorista e ignorare gli impronunciabili crimini commessi da quest´ultimo che, con la violenza, ha fatto deragliare il processo di pace e ha trasformato Gaza in un gigantesco scudo umano - aggiunge Igal Palmor - non aiuta la gente ad avvicinarsi alla verità».
Monta l´irritazione israeliana verso il Vaticano, con cui i rapporti sono già freddi per la causa di beatificazione di Pio XII. Ma, il moltiplicarsi delle stragi di civili a Gaza, ha convinto la Santa Sede ad alzare sempre di più la voce. «Imploro - aveva detto Benedetto XVI il 28 dicembre scorso - la fine di quella violenza, che è da condannare in ogni sua manifestazione. Chiedo un sussulto di umanità e di saggezza a tutti coloro che hanno responsabilità in questa situazione». La rabbia dello Stato ebraico poi, probabilmente, è stata anche alimentata dalle dichiarazioni di alcuni esponenti della chiesa cattolica in Terra Santa. L´ultimo a parlare è stato il vescovo di Nazareth, Giacinto Boulos Marcuzzo che, lunedì, ha «esortato Israele a dialogare con i palestinesi, a partire da Hamas». E dalla Radio Vaticana è arrivata ieri anche la stoccata del cardinale Rodriguez Maradiaga, presidente della Caritas Internazionale: «Israele non ha giustificazioni. Le argomentazioni sulla proporzionalità degli attacchi sono moralmente ripugnanti di fronte alla vita di bambini innocenti».



Parla il cardinale Martino, ex nunzio vaticano all´Onu, che ha scatenato la polemica

"Dicano quello che vogliono ma la dignità umana è calpestata"

Non voglio certo difendere Hamas ma quello che sta succedendo è orribile

di MARCO POLITI

CITTÀ DEL VATICANO - «Dicano quello che vogliono. La situazione a Gaza è orribile». Con tanti anni passati alle Nazioni Unite da nunzio vaticano, assistendo ai dibattiti più roventi nel Palazzo di Vetro, il cardinale Renato Martino non si lascia impressionare da bordate propagandistiche né da attacchi personali. Il presidente del Consiglio vaticano Giustizia e Pace sa di essere nel solco di una decennale linea della Santa Sede. Come disse una volta l´allora Segretario di Stato cardinale Sodano: «Né i kamikaze né i carri armati risolveranno i problemi della Terrasanta».
Eminenza, al ministero della Difesa israeliano l´accusano di parlare come Hamas.
«Ah sì? Che dicano pure».
Il suo paragone sulla Striscia che assomiglia ad un campo di concentramento ha suscitato scalpore.
«Io dico di guardare alle condizioni della gente che ci vive. Circondata da un muro che è difficile varcare. In condizioni contrarie alla dignità umana. Quello che sta succedendo in questi giorni fa orrore. Ma quando parlo, si tenga conto di tutte le mie parole. A proposito di Milano ho affermato che è orribile quando si bruciano bandiere. Ho condannato i gesti di odio, so di essere stato apprezzato».
Quindi?
«Certe accuse non mi toccano. Nelle mie parole non c´è nulla che possa essere interpretato come antisraeliano».
Benedetto XVI non ha solo incoraggiato i costruttori di pace, ha anche giudicato una «violenza inaudita» ciò che accade da quando sono cominciati i bombardamenti su Gaza.
«Lo dico pure io. La situazione è veramente triste. La violenza genera violenza. Ciò che negli ultimi tempi era stato raggiunto attraverso il dialogo tra palestinesi e israeliani, ora viene completamente distrutto».
Hamas ha denunciato la tregua.
«Esatto. E i razzi di Hamas non sono certo confetti. Li condanno. Entrambe le parti hanno di che rimproverarsi. Israele ha certamente il diritto a difendersi e Hamas deve tenerne conto. Ma che dire quando si ammazzano tanti bambini, quando si bombardano scuole delle Nazioni Unite, pur essendo in possesso di tecnologie che permettono persino di individuare una formica sul terreno?».
In base alla sua esperienza diplomatica quale può essere la via d´uscita?
«Le due parti devono tornare sui propri passi. Israele ha diritto a vivere in pace, i palestinesi hanno diritto ad avere il proprio stato».
Sì, ma concretamente?
«Cosa si fa in famiglia quando due fratelli litigano? Anzitutto si dividono, poi si parla energicamente con l´uno e con l´altro».
Tradotto in politica?
«E´ urgente dividere le due parti. Serve una forza internazionale di interposizione. Il presidente Bush ad un certo momento è parso volerla, poi non lo ha fatto».
Giorni fa l´Osservatore romano ha pubblicato in prima pagina un´analisi che diceva testualmente: lo Stato ebraico non può più continuare a pensare di essere sicuro affidandosi esclusivamente alla soluzione militare, la sola idea di sicurezza possibile deve passare attraverso il dialogo con tutti, persino con chi non lo riconosce.
«A mio parere Hamas deve entrare in prospettiva di negoziato. Sedersi a un tavolo è già non uccidersi. Io spero che la tregua di tre ore possa trasformarsi in una tregua più lunga. Se Israele vuole vivere in pace, deve fare la pace con gli altri».
Però Hamas ha nel suo statuto l´obiettivo di distruggere Israele.
«Hamas non rappresenta tutti i palestinesi. Io non difendo Hamas: se vogliono una casa, se vogliono uno Stato palestinese, devono capire che la via imboccata è sbagliata».
Sull´Osservatore romano lei ha dichiarato che l´unica via resta il dialogo tra le religioni abramitiche. Ne è sempre convinto?
«Sedersi a un tavolo è già mettere in moto un processo. Io sto pregando per questo».

mercoledì, gennaio 07, 2009

What Robert Fisk writes



Robert Fisk: Why do they hate the West so much, we will ask
So once again, Israel has opened the gates of hell to the Palestinians. Forty civilian refugees dead in a United Nations school, three more in another. Not bad for a night's work in Gaza by the army that believes in "purity of arms". But why should we be surprised?

Have we forgotten the 17,500 dead – almost all civilians, most of them children and women – in Israel's 1982 invasion of Lebanon; the 1,700 Palestinian civilian dead in the Sabra-Chatila massacre; the 1996 Qana massacre of 106 Lebanese civilian refugees, more than half of them children, at a UN base; the massacre of the Marwahin refugees who were ordered from their homes by the Israelis in 2006 then slaughtered by an Israeli helicopter crew; the 1,000 dead of that same 2006 bombardment and Lebanese invasion, almost all of them civilians?

What is amazing is that so many Western leaders, so many presidents and prime ministers and, I fear, so many editors and journalists, bought the old lie; that Israelis take such great care to avoid civilian casualties. "Israel makes every possible effort to avoid civilian casualties," yet another Israeli ambassador said only hours before the Gaza massacre. And every president and prime minister who repeated this mendacity as an excuse to avoid a ceasefire has the blood of last night's butchery on their hands. Had George Bush had the courage to demand an immediate ceasefire 48 hours earlier, those 40 civilians, the old and the women and children, would be alive.

What happened was not just shameful. It was a disgrace. Would war crime be too strong a description? For that is what we would call this atrocity if it had been committed by Hamas. So a war crime, I'm afraid, it was. After covering so many mass murders by the armies of the Middle East – by Syrian troops, by Iraqi troops, by Iranian troops, by Israeli troops – I suppose cynicism should be my reaction. But Israel claims it is fighting our war against "international terror". The Israelis claim they are fighting in Gaza for us, for our Western ideals, for our security, for our safety, by our standards. And so we are also complicit in the savagery now being visited upon Gaza.

I've reported the excuses the Israeli army has served up in the past for these outrages. Since they may well be reheated in the coming hours, here are some of them: that the Palestinians killed their own refugees, that the Palestinians dug up bodies from cemeteries and planted them in the ruins, that ultimately the Palestinians are to blame because they supported an armed faction, or because armed Palestinians deliberately used the innocent refugees as cover.

The Sabra and Chatila massacre was committed by Israel's right-wing Lebanese Phalangist allies while Israeli troops, as Israel's own commission of inquiry revealed, watched for 48 hours and did nothing. When Israel was blamed, Menachem Begin's government accused the world of a blood libel. After Israeli artillery had fired shells into the UN base at Qana in 1996, the Israelis claimed that Hizbollah gunmen were also sheltering in the base. It was a lie. The more than 1,000 dead of 2006 – a war started when Hizbollah captured two Israeli soldiers on the border – were simply dismissed as the responsibility of the Hizbollah. Israel claimed the bodies of children killed in a second Qana massacre may have been taken from a graveyard. It was another lie. The Marwahin massacre was never excused. The people of the village were ordered to flee, obeyed Israeli orders and were then attacked by an Israeli gunship. The refugees took their children and stood them around the truck in which they were travelling so that Israeli pilots would see they were innocents. Then the Israeli helicopter mowed them down at close range. Only two survived, by playing dead. Israel didn't even apologise.

Twelve years earlier, another Israeli helicopter attacked an ambulance carrying civilians from a neighbouring village – again after they were ordered to leave by Israel – and killed three children and two women. The Israelis claimed that a Hizbollah fighter was in the ambulance. It was untrue. I covered all these atrocities, I investigated them all, talked to the survivors. So did a number of my colleagues. Our fate, of course, was that most slanderous of libels: we were accused of being anti-Semitic.

And I write the following without the slightest doubt: we'll hear all these scandalous fabrications again. We'll have the Hamas-to-blame lie – heaven knows, there is enough to blame them for without adding this crime – and we may well have the bodies-from-the-cemetery lie and we'll almost certainly have the Hamas-was-in-the-UN-school lie and we will very definitely have the anti-Semitism lie. And our leaders will huff and puff and remind the world that Hamas originally broke the ceasefire. It didn't. Israel broke it, first on 4 November when its bombardment killed six Palestinians in Gaza and again on 17 November when another bombardment killed four more Palestinians.

Yes, Israelis deserve security. Twenty Israelis dead in 10 years around Gaza is a grim figure indeed. But 600 Palestinians dead in just over a week, thousands over the years since 1948 – when the Israeli massacre at Deir Yassin helped to kick-start the flight of Palestinians from that part of Palestine that was to become Israel – is on a quite different scale. This recalls not a normal Middle East bloodletting but an atrocity on the level of the Balkan wars of the 1990s. And of course, when an Arab bestirs himself with unrestrained fury and takes out his incendiary, blind anger on the West, we will say it has nothing to do with us. Why do they hate us, we will ask? But let us not say we do not know the answer.

L'operation defensive

John Ging, responsable de l'ONU à Gaza
"Peu de gens en dehors de Gaza mesurent l'horreur de la situation"
WWW.LEMONDE.FR

ohn Ging est responsable des opérations de l'UNRWA (agence de l'ONU chargée des réfugiés palestiniens) à Gaza depuis trois ans. Pour les victimes du bombardement mardi d'une école gérée par l'ONU, comme pour l'ensemble des victimes civiles de ce conflit, il espère qu'une enquête indépendante permettra d'établir les responsabilités.

Pouvez-vous décrire la situation à Gaza ?

La situation est atroce. Les habitants viennent de vivre douze jours de bombardements incessants. Personne n'est en sécurité, nulle part. Plus de 600 personnes sont mortes et 3 000 ont été blessées, et ça continue. Sans compter que la population manque de tous les produits de première nécessité, comme la nourriture ou l'eau. Les hôpitaux sont débordés, les médicaments manquent. La situation est vraiment désespérée. Mais les gens font preuve d'une grande dignité dans une situation des plus indignes.

Israël a commencé mercredi à ouvrir des corridors humanitaires trois heures par jour. Cela a-t-il amélioré la situation ?

Les points de passage étaient ouverts aujourd'hui comme ils l'étaient hier et avant-hier. Ce qui a changé, c'est qu'ils ont interrompu leurs opérations militaires pendant trois heures, pour permettre aux gens de sortir de leurs maisons chercher de l'eau et de la nourriture.

Cela ne vous a donc pas permis de répondre aux besoins les plus urgents de la population?

Notre travail ici n'a pas cessé pendant les bombardements. Mais que voulez-vous faire en si peu de temps ? Nous avons donc trois heures pour faire ce qui nous prend normalement douze heures par jour, six jours par semaine, et que nous n'avons pu faire depuis douze jours. Les camions qui acheminent les biens de première nécessité doivent être chargés, conduits, déchargés... Pour faire venir ces camions à Gaza aujourd'hui nous avons commencé à 7 heures du matin, et l'opération vient seulement de finir ce soir, douze heures plus tard. C'est une opération logistique très importante. Il ne faut pas se laisser distraire par ce joli mot de "corridor", ces belles images de convois, ce n'est pas ainsi que cela se passe. Les soldats israéliens arrêtent leurs opérations pendant trois heures, c'est tout, rien de plus.

Un communiqué de votre agence rapporte les propos de médecins selon lesquels 50 % des blessés depuis le début du conflit sont des civils. Confirmez-vous ce chiffre ?

Je ne peux pas confirmer les chiffres avancés. Il faudra mener une enquête indépendante pour établir les faits, puis nous aurons les bilans exacts. Mais il est évident que beaucoup de civils sont tués à l'heure qu'il est. Il faudra que les responsabilités soient établies, parce que si la guerre n'est pas régulée par la loi, comme le détermine la convention de Genève, c'est la loi du fusil, et ça c'est la manière dont les extrémistes et les terroristes mènent leurs opérations. Nous devons donc nous assurer que même en temps de guerre la loi est respectée. La loi dit que les civils doivent être protégés. S'ils meurent, c'est qu'il y a un problème. Il faudra déterminer qui en porte la responsabilité.

Vous avez demandé l'ouverture d'une enquête internationale après le bombardement d'une école gérée par l'ONU. Que s'est-il passé exactement ?

Il y avait 350 familles de réfugiés à l'intérieur, et des tirs tout autour de l'école. Quarante personnes ont trouvé la mort, cinquante-cinq ont été blessées, presque exclusivement des civils. Il faut déterminer ce qui s'est passé. Israël affirme que des militants tiraient depuis l'école. Mais nous, aux Nations unies, sommes convaincus que ce n'est pas le cas car ces écoles sont sous notre contrôle. Notre personnel est chargé de vérifier qu'aucun combattant ne s'y abrite et qu'il n'y a aucun tir depuis l'école. Je fais confiance à notre personnel, mais si ceux qui nous accusent ont des preuves de ce qu'ils avancent, qu'ils les montrent et nous agirons en conséquence.

Israël va dépêcher jeudi un émissaire au Caire pour discuter d'une trêve des combats. Un cessez-le-feu vous paraît-il possible dans les jours qui viennent ?

Nous devons garder espoir qu'il interviendra le plus tôt possible. Le problème, c'est que peu de gens en dehors de Gaza mesurent l'horreur de la situation ici. Vu de l'extérieur, il peut sembler raisonnable d'attendre deux ou trois jours de plus, mais ici, des gens meurent pour rien toutes les heures. Puisque nous savons que tout cela aura une conclusion politique, et non militaire, pourquoi ne pas cesser les violences immédiatement ?

Propos recueillis par Soren Seelow

Responsabilità



20:32 Israele critica il cardinal Martino
Israele ha contestato oggi le affermazioni del cardinal Renato Raffaele Martino che ha paragonato Gaza a un "grande campo di concentramento". Il portavoce del ministero degli esteri israeliano, Igal Palmor, ha accusato il prelato di utilizzare termini "della propaganda di Hamas"

19:02 Israele: "Lasciate la zona di Rafah"
L'esercito israeliano ha lanciato volantini sulla parte meridionale di Gaza: nei manifestini si consiglia agli abitanti di lasciare la zona attorno alla città di Rafah, in previsione del bombardamento dei tunnel attraverso cui passano le armi che riforniscono gli uomini di Hamas


Quando fra anni i ragazzini palestinesi che sopravviveranno saranno adulti, ricorderanno questi momenti. E le conseguenze saranno disastrose. La follìa elettorale, perché di questo si tratta, dell'esecutivo e di personaggi come Tzipi Livni e lo stesso Ehud Barak sta trascinando la stessa Israele in un gorgo. I soldati, israeliani, vengono privati di qualsiasi collegamento con l'esterno. Essere democratici all'interno di un Paese e calpestare i diritti degl altri all'esterno.

Fanatism




It could have been written by Goebbels

It's Our Land...By: Benjamin Netanyahu former israel PM


Benjamin Netanyahu gave an interview and was asked about Israel's occupation of Arab lands.

"Crash Course on the Arab Israeli Conflict."

Here are overlooked facts in the current Middle East situation.

These were compiled by a Christian university professor:

It makes sense and it's not slanted. Jew and non-Jew -- it doesn't matter.

1. Nationhood and Jerusalem. Israel became a nation in 1312 BCE, Two thousand years before the rise of Islam.

2. Arab refugees in Israel began identifying themselves as part of a Palestinian people in 1967, two decades after the establishment of the modern State of Israel.

3. Since the Jewish conquest in 1272 BCE, the Jews have had dominion over the land for one thousand years with a continuous presence in the land for the past 3,300 years.

4. The only Arab dominion since the conquest in 635 CE lasted no more than 22 years.

5. For over 3,300 years, Jerusalem has been the Jewish capital Jerusalem has never been the capital of any Arab or Muslim entity. Even when the Jordanians occupied Jerusalem, they never sought to make it their capital, and Arab leaders did not come to visit.

6. Jerusalem is mentioned over 700 times in Tanach, the Jewish Holy Scriptures. Jerusalem is not mentioned once in the Koran.

7. King David founded the city of Jerusalem. Mohammed never came to Jerusalem.

8. Jews pray facing Jerusalem. Muslims pray with their backs toward Jerusalem.

9. Arab and Jewish Refugees: in 1948 the Arab refugees were encouraged to leave Israel by Arab leaders promising to purge the land of Jews. Sixty-eight percent left without ever seeing an Israeli soldier.

10 The Jewish refugees were forced to flee from Arab lands due to Arab brutality, persecution and pogroms.

11. The number of Arab refugees who left Israel in 1948 is estimated to be around 630,000.The number of Jewish refugees from Arab lands is estimated to be the same.

12. Arab refugees were INTENTIONALLY not absorbed or integrated into the Arab lands to which they fled, despite the vast Arab territory. Out of the 100,000,000 refugees since World War II, theirs is the only refugee group in the world that has never been absorbed or integrated into their own people's lands. Jewish refugees were completely absorbed into Israel, a country no larger than the state of New Jersey .

13. The Arab-Israeli Conflict: the Arabs are represented by eight separate nations, not including the Palestinians. There is only one Jewish nation. The Arab nations initiated all five wars and lost. Israel defended itself each time and won.

14. The PLO's Charter still calls for the destruction of the State of Israel. Israel has given the Palestinians most of the West Bank land, autonomy under the Palestinian Authority, and has supplied them.

15. Under Jordanian rule, Jewish holy sites were desecrated and the Jews were denied access to places of worship. Under Israeli rule, all Muslim and Christian sites have been preserved and made accessible to people of all faiths.

16. The UN Record on Israel and the Arabs: of the 175 Security Council resolutions passed before 1990, 97 were directed against Israel.

17. Of the 690 General Assembly resolutions voted on before 1990, 429 were directed against Israel.

18. The UN was silent while 58 Jerusalem Synagogues were destroyed by the Jordanians.

19. The UN was silent while the Jordanians systematically desecrated the ancient Jewish cemetery on the Mount of Olives.

20. The UN was silent while the Jordanians enforced an apartheid-like a policy of preventing Jews from visiting the Temple Mount and the Western Wall.

These are incredible times. We have to ask what our role should be. What will we tell our grandchildren about we did when there was a turning point in Jewish destiny, an opportunity to make a difference?

Deja vu on genocide


Déja vu in Gaza.
by Vera Gowlland-Debbas

Do events in Gaza show the "responsibility to protect" to be nothing but pious buzz-words?
5 - 01 - 2009
Through the lens of history, remember the famous attempt by Jews to resist the Germans in armed fighting in the Warsaw ghetto? As recounted by The Holocaust Encyclopedia, the Warsaw ghetto was established by German decree on October 12, 1940 and sealed off from the rest of the city. “The ghetto was enclosed by a wall that was over 10 feet high, topped with barbed wire, and closely guarded to prevent movement between the ghetto and the rest of Warsaw. The population of the ghetto…was estimated to be over 400,000 Jews. German authorities forced ghetto residents to live in an area of 1.3 square miles, with an average of 7.2 persons per room.”^

It continues to describe how Jewish organizations within the ghetto attempted to keep alive a trapped population that suffered severely from starvation, exposure, and infectious disease and how the miserable food allotments rationed by the Germans had to be supplemented by widespread smuggling of food and medicines into the ghetto. It goes on to recount the Warsaw ghetto uprising in April 1943 when Jews decided to organize resistance against the occupiers using small arms smuggled into the ghetto and homemade weapons. The resistance was finally brutally crushed and we know at what terrible cost...

Today, partly as a result of the shocked reactions to the crimes perpetrated during World War II, fundamental and intransgressible rules and principles of international law, including of human rights and humanitarian law, directed to the protection of the essential values and interests of the international community as a whole, now provide the foundations of contemporary international society.

The obligation of each and every State to prevent their flagrant violation was reiterated in the recent September 2005 General Assembly World Summit Outcome document, in which all States members of the United Nations pledged that: “The international community, through the United Nations, also has the responsibility to use appropriate diplomatic, humanitarian and other peaceful means…to help protect populations from genocide, war crimes, ethnic cleansing and crimes against humanity”, and that “we are prepared to take collective action, in a timely and decisive manner, through the Security Council, in accordance with the Charter, including Chapter VII, on a case-by case basis…should peaceful means be inadequate."

How can this duty on the part of the international community be reconciled with its manifest inaction in the current situation of Israeli "shock and awe" tactics, of massive air strikes against Gaza and indiscriminate killing of its population? The UN’s roadmap for Palestine since 1948 includes a spate of Security Council resolutions – all unheeded by Israel – declaring the illegality of Israeli occupation of Palestinian Territory, including East Jerusalem, within its 1967 borders, condemning Israeli use of force, violations of human rights and humanitarian law, including demolition of homes and collective punishment, and pronouncing invalid its measures to change unilaterally the borders of this former mandate and self-determination territory. (See among others, Security Council resolutions 237 (1967), 242 (1967), 271 (1969), 298 (1971), 338 (1973), 446 (1979), 476 and 478 (1980), 681 (1990), 799 (1992), 904 (1994) and 1322 (2000).)

The International Court of Justice – the principal judicial organ of the United Nations - in a milestone Opinion handed down in 2004, (Endnote 1) has determined that the construction of a wall by Israel within these borders is illegal and could be seen as a de facto annexation of parts of the West Bank. It has unanimously, including its US Judge, declared the Israeli settlements in the Occupied Palestinian Territory illegal and a grave breach of the Geneva Conventions, which entails individual criminal responsibility. It has called on the international community as a whole to assume its responsibility to ensure that Israel ceases its illegal actions and make reparations for all the destruction it has caused to Palestinian homes, land and property, as well as not to recognise the results of Israel's illegal actions or to assist it in any way.

The UN Secretary-General’s "mea culpa" in the cases of Rwanda and Srebrenica had underlined that the international community as a whole had to accept its share of responsibility for failing to take action to prevent the tragic course of events. In a recent case involving Bosnia against Serbia, the International Court of Justice underlined a duty of prevention, the failure of which entails guilt and complicity. And in a Human Rights Council statement, the United Nations Special Rapporteur for Human Rights in the Occupied Territories has this to say: "The Israeli airstrikes today, and the catastrophic human toll that they caused, challenge those countries that have been and remain complicit, either directly or indirectly, in Israel's violations of international law. That complicity includes those countries knowingly providing the military equipment including warplanes and missiles used in these illegal attacks, as well as those countries who have supported and participated in the siege of Gaza that itself has caused a humanitarian catastrophe."

Will the inaction of the permanent members of the Security Council, the parties to the Geneva Conventions, who undertake to "respect and to ensure" international humanitarian law, in particular Switzerland as the depositary, the European Union, the pillars of which are said to be based on the rule of law and democracy, and the international community as a whole, mean that this "responsibility to protect” is nothing but a mere pious buzz word, conveniently used only as a cover for furthering interests?

Reactions to such blatant violations of international law would normally take the form of UN and regional sanctions, civil boycotts and criminal pursuit of individuals. Precedents in the region (remember the reactions to Iraq's invasion and occupation of Kuwait and the $26 billion compensation it was forced to pay?) and elsewhere abound. It is ironic therefore that far from measures to ensure Israeli compliance with UN resolutions and international law, the Palestinians themselves over the past few years have been condemned, sanctioned and strangled. Such double standards are totally incompatible with the key principle of the rule of law in international affairs which states that the rules apply equally to all, and can only pave the way for more frustration, incomprehension, anger and violence on the part of the victims.

Endnotes
1.The author served as Legal Counsel to the Arab League in the /Wall Opinion./ The case before the Court was argued by such eminent British figures as Professor Vaughan Lowe, Chichele Professor of Public International Law, University of Oxford, Professor James Crawford, formerly Director of the Lauterpacht Research Centre for International Law and Professor of Public International Law at Cambridge (Counsels for Palestine), and the late Sir Arthur Watts, former legal counsel to the British Government (Counsel for Jordan). The written and oral statements may be found on the web-page of the Court. For further reading, see among other commentaries on this Opinion, Vera Gowlland-Debbas, “The Responsibility of the Political Organs of the UN for Palestine in Light of the ICJ’s /Wall /Opinion”, in Marcelo G. Kohen (ed.), /Promoting Justice, Human Rights and Conflict Resolution through International Law/. Leiden, Martinus Nijhoff, 2006, pp. 1095-1119, and Ian Scobie, “Unchart(er)ed Waters?: Consequences of the Advisory Opinion on the Legal Consequences of a Wall in the Occupied Palestinian Territory for the Responsibility of the UN for Palestine”, 16 /European Journal of International Law /(2005), pp. 941-961.

Vera Gowlland-Debbas is Professor of Public International Law at the Graduate Institute of International and Development Studies in Geneva.

She has been Honorary Professor at University College London and Visiting Fellow at all Souls College, Oxford.

martedì, gennaio 06, 2009

Assassinations

All'alba incursione dei carri armati israeliani nella zona est di Khan Younes, la più grande città del sud della Striscia. Colpite due scuole dove si erano rifugiati civili palestinesi, almeno 30 morti in una, tre vittime nell'altra. Lanci di Grad sullo Stato ebraico, fino a 45 chilometri di distanza: ferita lievemente una bambina di tre mesi. Tsahal: "Uccisi 130 uomini del movimento radicale". Tra ieri e oggi 6 soldati di Tel Aviv uccisi, 4 da "fuoco amico". Bilancio delle vittime finora, secondo fonti palestinesi: 635 morti, di cui 100 bambini, 2.700 feriti. Croce Rossa: "Crisi umanitaria è totale". Sarkozy: "Vicini alla soluzione". Gli Usa: "Cessate il fuoco, ma durevole e sostenibile"

Peace?

domenica, gennaio 04, 2009

Consensus des partis israéliens sur l'offensive militaire contre Gaza




source: lemonde.fr

La guerre contre le Hamas dans la bande de Gaza a totalement mis en sourdine la campagne pour les élections législatives anticipées du 10 février. Mais tout le monde sait que la façon dont est conduit le conflit, le temps qu'il durera, la manière dont il va s'achever et les résultats qui seront obtenus auront une importance capitale dans le débat politique et le choix des électeurs.


Certains scrutins antérieurs en ont fourni une parfaite démonstration. Comme l'a rappelé le journaliste pacifiste Uri Avnery, Menahem Begin, du Likoud, l'avait emporté en 1981 grâce au raid réussi contre le réacteur nucléaire irakien Osirak et Benyamin Nétanyahou, également du Likoud, avait devancé le travailliste Shimon Pérès en 1996 après l'échec de l'opération "Raisins de la colère" au Liban.

Les sondages de fin de semaine ont crédité Ehoud Barak, le ministre de la défense, d'une avancée considérable par rapport aux scores médiocres enregistrés auparavant. Ce qui permet au leader du Parti travailliste de revenir dans la course alors qu'il était loin dans les intentions de vote. Pour le moment, Tzipi Livni, ministre des affaires étrangères et dirigeante de Kadima, n'a pas encore engrangé les bénéfices de son activisme pour l'éradication du Hamas de la bande de Gaza mais en adoptant une attitude martiale, elle espère, elle aussi, toucher les dividendes de l'opération. Cette détermination tranche avec le comportement modéré qu'elle avait adopté pendant la deuxième guerre du Liban, à l'été 2006, penchant pour une réaction ciblée et courte contre le Hezbollah plutôt qu'une guerre qui s'est révélée désastreuse. Cette fois, elle a choisi une ligne dure et a refusé la trêve humanitaire proposée par la France.

Benyamin Nétanyahou, auparavant nettement en tête dans les sondages, fait pratiquement aujourd'hui jeu égal avec Mme Livni. N'étant pas partie prenante dans les décisions, il se garde bien d'intervenir, sauf pour donner son approbation. Il attend que les résultats soient plus clairs pour pouvoir donner de la voix.

Ehoud Olmert, premier ministre chargé d'expédier les affaires courantes, est le seul qui n'ait pas un intérêt électoral dans l'opération. Mais il a aujourd'hui l'occasion de restaurer une image ternie, notamment par l'échec de la guerre du Liban, en 2006, et de démontrer qu'il a parfaitement tiré les leçons de ce fiasco en permettant à Tsahal de récupérer un pouvoir de dissuasion.

Cette guerre est pour lui une sorte de revanche et une manière de s'imposer comme un élément incontournable face à Ehoud Barak et Tzipi Livni, avec lesquels il n'est pas dans les meilleurs termes. Des divergences sont apparues à plusieurs reprises entre eux mais, officiellement, le cabinet affiche sa cohésion sur les choix stratégiques de l'opération.

Ce consensus sur la nécessité d'affronter le Hamas s'appuie sur une opinion publique qui soutient entièrement cette aventure, même si elle se révèle de plus en plus sanglante chaque jour. Selon un sondage publié, vendredi 2 janvier, par le quotidien populaire Maariv, 93% des Israéliens sont en faveur de l'opération et 42% estiment qu'elle doit se poursuivre par une offensive terrestre. Pour les médias, il s'agit d'une question de "légitime défense" et le nombre de tués et de victimes civiles ne donne pas lieu à des critiques.

La voix des pacifistes est totalement étouffée par une quasi-unanimité qui estime que tout cela a assez duré et que c'est le moment ou jamais d'en finir avec un ennemi situé à la porte d'Israël. Mais le conflit n'est pas terminé et le Hamas est loin d'être à genoux. La suite des opérations risque de fissurer cette union sacrée, comme ce fut le cas lors de la deuxième guerre du Liban.

Au début de ce conflit, tout le monde avait approuvé les représailles après l'attaque d'une patrouille israélienne par le Hezbollah puis la nécessité de franchir la frontière pour donner une leçon à la milice chiite. Le résultat n'a pas été probant et les roquettes ont continué d'exploser en Galilée, comme actuellement sur le sud d'Israël après plus d'une semaine d'un pilonnage en règle de la bande de Gaza.

Le conflit aborde donc un tournant capital et les décisions pour le mener à bien seront essentielles. Ce n'est qu'en cas de difficultés que des voix discordantes pourront se faire entendre pour en retirer un bénéfice électoral. A condition que le scrutin ne soit pas retardé. Ce qui n'est pas envisagé pour le moment.

Michel Bôle-Richard

Auto blu



Torniamo alle cronache da un Paese piccolo piccolo

(ANSA) - CATANZARO, 4 GEN - "L'Italia ha conquistato un nuovo record mondiale per il proprio parco di auto blu, che ha raggiunto le 607.918 unità". A rilevarlo, in un'interrogazione al Presidente del Consiglio e al ministro per la Pubblica amministrazione, è il deputato del Pd Franco Laratta.
Laratta cita uno studio condotto da Contribuenti.it, dal quale emerge che "in soli due anni, in Italia, si è passati da 574.215 a 607.918 auto blu, con un aumento del 6%. Dopo la legge del 1991, che limitava l'uso esclusivo delle auto blu ai soli Ministri, Sottosegretari e ad alcuni Direttori generali, si sono sempre proposte regolamentazioni e tagli. Ma nei fatti questi tagli non si sono mai effettuati. Ancora più grave la situazione negli enti locali e nelle Regioni, dove l'utilizzo delle auto blu appare di fatto fuori controllo". Il deputato del Pd, nell'interrogazione, chiede se "il Governo è a conoscenza dei dati diffusi da Contribuenti.it e che cosa intende fare per fermare l'utilizzo spropositato delle
auto blu". (ANSA).

Peres dixit

(ANSA-REUERS) - WASHINGTON, 4 GEN - Il presidente israeliano
Shimon Peres ha respinto oggi la possibilità di un cessate il
fuoco ma ha affermato che Israele non intende occupare Gaza.

solo raderla al suolo
...io aggiungo...

GAZA: COLPI D'ARTIGLIERA SU OSPEDALE JABALYA, EVACUATO

A Jabalya, nel nord della Striscia di Gaza, la Mezzaluna rossa sta evacuando l'ospedale. La decisione e' stata presa stanotte, in seguito a una raffica di colpi di artiglieria dell'esercito israeliano. "Era un avvertimento - ha spiegato al telefono Vittorio Arrigoni volontario dell'International Solidarity Movement nella Striscia - Ora ci stiamo spostando verso l'ospedale di Shifa ma la Mezzaluna rossa ha organizzato una base mobile per strada". Le operazioni di soccorso sono lente e sempre piu' difficili. Il volontario italiano ha spiegato che, per circolare, le ambulanze, sulle quali possono salire solo sue persone, devono prima prendere accordi con la Croce rossa e poi chiedere l'autorizzazione ai vertici militari israeliani. "Mentre aspettiamo, la gente muore - ha detto -. Per questo abbiamo deciso di muoverci verso zone che riteniamo 'sicure' e li' aspettiamo che ci portino i feriti". Arrigoni ha raccontato che le sale d'emergenza degli ospedali sono piene di cadaveri: "E' vero, alcuni sono miliziani ma la maggior parte sono civili. Oggi ho visto una coppia che trascinava un carretto con due bambini, i loro figli, in fin di vita: quello che stanno facendo e' semplicemente fuori da ogni logica". (AGI)

Una corrispondenza da Israele

Non c’è niente da fare. Ci sono cose che non cambiano mai. Nemmeno le mie reazioni riescono ad essere più evolute di dieci, o cinque o due anni fa. Nemmeno di tre mesi fa. Arrivo all’aeroporto di Tel Aviv, con un volo Alitalia, come sempre in ritardo. Scendo, sono con un collega. Il sole filtra attraverso le grandi vetrate, c’è sempre un po’ di emozione a tornare in Israele. D’altra parte tutto è cominciato qui anche per me. Questo posto è stato lavoro, casa, amici, ho scritto i miei primi pezzi, ho raccontato le prime storie, ho visto persone morire, persone fuggire, persone scomparire. Ho conosciuto il dolore in questo posto. La rabbia. La rassegnazione. Mi sono imbattuta nella forza delle persone che affrontano la sofferenza, le loro vite fatte a pezzi. Quando vivevo a Gerusalemme, ho vissuto la sottile paura che ti accompagna quando sali su un autobus o ti fermi a fare uno spuntino in un bar. Ho imparato ad abituarmici come fa la gente che vive in situazioni estreme. Da una parte o dall’altra. Sono trascorsi anni e faccio a fatica a distinguere il dolore dei palestinesi da quello degli israeliani. Non riesco a essere di parte. Ricordo una ragazza di 19 anni che doveva sposarsi e invece è morta con il padre il giorno prima delle nozze, spazzata via da un kamikaze. Credo di non aver mai pianto tanto ad un funerale circondata dai parenti della ragazza che erano venuti per il matrimonio. “Tu sarai sempre la mia sposa”, disse il suo fidanzato mettendole l’anello sul panno di velluto che copriva il suo corpo devastato. Poche ore prima invece avevo visto morire un bambinetto palestinese colpito da un pezzo di cemento schizzato da una casa. Un carro armato israeliano stava sparando contro l’edificio per far uscire quattro militanti. Il bimbo che indossava una magliettina rossa è stato colpito in piena faccia. E’ rimasto un buco nero.

Insomma torno a oggi. Era solo per dire che questo è un posto che ho dentro. Con tutte le sue contraddizioni, con i suoi problemi, i suoi torti e le sue ragioni. Arrivo all’aeroporto, la ragazza del controllo passaporti guarda schifata il mio passaporto quasi nuovo. Ho solo tre timbri: Emirati Arabi Uniti, Afghanistan e Pakistan. Un attimo prima le ho chiesto con gentile fermezza di non mettermi il timbro israeliano. Altrimenti al mio ritorno dovrei rifare il passaporto, perché molti paesi arabi non ti lasciano entrare se hai un visto israeliano. Giusto o sbagliato che sia, questo è quanto. La ragazza, una ricciolina che vedrei meglio su un cubo in discoteca, che immersa nella sua divisa troppo stretta, chiama la sicurezza. Vorrei già cominciare a urlare. Arriva un poliziotto, mi accompagna in una stanzetta e si dimentica di me. Accanto ho un ragazzetto svizzero che ha la mamma israeliana e la sorella che l’aspetta fuori, più in là c’è una ragazza bionda, probabilmente russa e uno con una giacca rossa firmata Ferrari dai tratti somatici che sembrano arabi. “E tu che ci fai qui? Perché sei pericoloso?”, dico al ragazzo, che andrebbe punito solo per la bruttezza delle scarpe. “Ho il timbro del marocco, ci sono andato in vacanza un paio di mesi fa”. Annuisco. Cavoli, un israeliano che va in vacanza in marocco. Molto pericoloso. “E tu?” mi chiede lui. “Sono una giornalista, capita spesso, soprattutto perché ho tanti visti di paesi arabi”. “Eh già – dice lui – questa è la democrazia israeliana, ma bisogna anche capire”. Capisco sul momento, ma dopo due ore non capisco più. “Mi scusi?”, mi affaccio e chiamo una poliziotta. “Stia seduta e aspetti il suo turno non vede che sto parlando con qualcun altro?”. Comincio a pensare che invece di arrabbiarmi forse dovrei chiamare l’ambasciata. Poi penso, cavoli e il primo dell’anno, non possono tirarla tanto per le lunghe. Neanche quella poliziotta può essere maleducata e prepotente come quasi sempre accade. Ovviamente sono solo ottimista. Scalpito. Sbuffo. Fumo. (non una sigaretta, dalle orecchie). Una piccola tv manda le immagini di Gaza. Dovrei essere già essere in albergo e pensare al da farsi. Invece sto qui. Tiro fuori un libro, mi metto a leggere. Piano piano tutti se ne vanno, arrivano altri. “Venga”, mi dice una della sicurezza che mi porta in uno stanzino. “Dobbiamo farle qualche domanda”.

“ok”

“Vedo che è stata tante volte qua”

“Seguo questa zona”

“Ah si?”

“già”

“E conosce persone suppongo”

“qualcuna, sa faccio la giornalista”

“e per chi lavora? E da quando? E quanto resta, e dove andrà?, ha un tesserino? Non ne ho mai visto uno così”. Lo so, il tesserino dell’ordine dei giornalisti è un po’ ridicolo, ma è quello che passa il convento, per il resto, rispondo come posso, nel modo più vago possibile. “In quali paesi arabi è stata?”.

“Tutti”

“Tutti quali?”. Sciorino un elenco, non mi ricordo neanche cosa ho mangiato ieri, figuriamoci dove sono stata catapultata negli ultimi anni.

“Conosce qualcuno in quelle zone?”. “No parlo con le piante”.

“Intendo se ha amici”. “Non ho amici. Sono antipatica e asociale”. Mi chiede dove abito, il mio numero di telefono. “Sono qui solo per raccontare questa storia”. Quale storia? “Quello che sta succedendo a Gaza”. “Ah - dice lei – e ha intenzione di entrare?”. Quando apriranno entrerò con tutti i colleghi del resto del mondo. “Non lo sa che è zona militare e non si può entrare?”. Lo so, ma prima o poi apriranno. “Non credo”. Strabuzzo gli occhi. Ammetto di essere esausta. Ho fame. Le vetrate non filtrano più il sole, è buio. “Va bene può andare”. Mi alzo e aspetto la poliziotta maleducata che mi deve riportare il passaporto. “Va bene la lasciamo andare”, mi dice venendomi incontro. “naturalmente”, le rispondo io. “Naturalmente? Possiamo anche rispedirla indietro se vogliamo”. Fatelo. Rispeditemi. Invece mi volto e vado verso l’uscita. Prendo un taxi, chiamo i miei amici israeliani per salutarli, chiamo i miei amici palestinesi per salutarli. Non voglio parlare di politica, voglio solo sapere come stanno. Arrivo a Gerusalemme, il tassista non è molto pratico, fa un giro lungo, non gli dico niente, mi godo la vista, mi lascio avvolgere dalla bellezza della Città Vecchia. Le guglie delle mura nascondono un tesoro di viuzze. Mi piace anche la parte ovest quella israeliana, da qualche parte c’è la mia vecchia casa. Arrivo in albergo. Non ho ancora cominciato a lavorare e già sto dando di matto. Meno male che Gerusalemme mi calma. Amo questa città. I visi conosciuti di quelli dell’albergo mi accolgono come una vecchia amica. “Appena abbiamo visto il casino, sapevamo che saresti arrivata, ma ci verrai mai qui una volta che non succede niente?”. Chissà se non succederà mai niente in questo posto. Chissà se si potrà morire di noia, di vecchiaia e di gentilezza? Da una parte e dall’altra.
http://schiavulli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/01/01/benvenuta-in-israele/

Kill Palestinians, kill, kill

Silvia Saint, one of the best czech "export" article...

European Union is nowadais a ridiculous bunch of countries with nothing in common. Everyone speaks for himself. Among the stupid things done by the EU there was the enlargment, made only to allow western european companies to make profit in eastern european countries. Western countries though to be smart, but the irresponsability of countries like Czech Republic, clearly anti-EU, shows how big this misunderstanding was. The last irresponsable declaration of Prague? Here.

“At the present time and at the light of the events of these last days, we estimate that this measure constitutes a defensive action and non-offensive,” Jiri Putuznik, spokesman for the Czech presidency.

Unfortunately the rest of the world call this "defensive operation" genocide.

sabato, gennaio 03, 2009

Il non pacifico Pacifici



"Quelli che oggi hanno bruciato le bandiere di Israele e degli Usa, del presidente Obama, dovranno fare i conti con la giustizia italiana".
Firmato Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana.

Che questo signore faccia il tifo per il suo Paese lo si può capire. Che si permetta di pontificare dopo un massacro come quello di Beit Lahia (una moschea bombardata, e questo è crimine di guerra), l'impedimento alla Croce Rossa a entrare in Gaza (e questo è crimine di guerra), ma soprattutto che l'Ansa gli dia così tanta voce è davvero scandaloso. Centinaia i morti palestinesi. 4 quelli israeliani. Per un pugno di assassini non si può condannare a morte un popolo.

Enough now....

In onore della Lega Araba

...e dei furfanti e incapaci che la compongono


Guido Rampoldi per La Repubblica

IL CAIRO - «Dove sono i leader arabi? Dove sono? Dove?», grida la donna rivolgendosi alla telecamera, e la sua ira è così fisica che gli occhiali sembrano vibrarle sul naso. La risposta stasera non è difficile, i leader arabi sono al Cairo, in una sala foderata di legno che nell´occasione ricorda un vecchio teatro. Non li si può biasimare se hanno scritto in faccia noia, irritazione, perfino disgusto per questa recita dal titolo "Riunione d´emergenza della Lega araba" che li obbliga a finzioni ormai patetiche.

Molti convenuti sperano che gli israeliani liquidino in fretta Hamas, considerandola un infiltrato iraniano nelle terre sunnite e un focolaio di sovversione; la Lega araba è un defunto ufficialmente in vita perché nessuno sa come seppellirlo; e le ostilità che l´attraversano sono così feroci che non c´è verso di addivenire ad una posizione comune neppure sulla questione palestinese, origine del panarabismo.

Ma queste verità non possono essere dichiarate ufficialmente, pena una perdita di legittimità.

Così la recita cairota si risolverà nei soliti esercizi di futilità diplomatica: un´invocazione al Consiglio di sicurezza (esito scontato: il veto americano bloccherà la risoluzione di condanna di Israele) e un appello alla Svizzera perché promuova un´indagine sul comportamento delle Forze armate israeliane alla luce della Convenzione di Ginevra. Insomma, nulla. «Non possiamo tendere la mano ai palestinesi», dirà il ministro degli Esteri saudita, perché sono divisi. E perché Gaza ha votato Hamas, avrebbe potuto aggiungere.

E la rabbia delle piazze arabe? Le adunate furiose che ci mostrano i telegiornali, mentre si bruciano bandiere con la stella di David e manichini nella veste saudita? Dove sono le masse? Nel pomeriggio la polizia ha sbaragliato in pochi minuti una dimostrazione organizzata dai Fratelli musulmani, non più di un migliaio di persone.

Molte di più sono accorse stanotte davanti all´Hard Rock Cafe, non per dare fuoco ad un simbolo del colonialismo culturale, ma per passarvi il capodanno, festa sconosciuta al calendario islamico. Tra i cairoti che invece sciamano per la Corniche, molti giovani esibiscono il copricapo quest´anno di gran moda, il berretto da baseball, tipico gioco egizio.

Nei ristoranti, nelle discoteche, arabi ed europei salutano l´anno nuovo nello stesso modo, con la stessa felicità obbligatoria, i brindisi, gli schiamazzi, il rock. Otto anni di ansie identitarie, di narrazioni sulle opposte civiltà e le incompatibili culture, le "radici cristiane" e il "mondo musulmano", per ritrovarci a mollo in questo ceto medio globale, indifferenziato e per la gran parte forse indifferente.

Neppure i richiami della foresta a solidarietà di tipo religioso o etnico sembrano fare effetto, se è vero, come sembra, che il tormento di Gaza sconvolge gli egiziani non più di quanto ci colpiscano le sofferenze dei cristiani brutalizzati dall´estremismo induista nel remoto Orissa.

Le rovine di Gaza non saranno allora lo sfondo di una crisi dell´identità araba, cominciata molto prima e solo adesso affiorata? E dove conduce, dove sbucherà? Che una crisi profonda sia in atto, lo conferma Mohamed el Sayed Said, vicedirettore dell´al-Ahram Center for Political and Strategic Studies, forse il miglior centro-studi arabo. L´esito, prevede Said, «al 90 per cento» dipenderà ancora una volta dal modo in cui evolverà il conflitto arabo-israeliano, la storia su cui da quarant´anni si forma la cultura politica araba.

Sarà un processo lungo, non ci sono rivoluzioni dietro l´angolo. Si può essere ottimisti? Si può sperare, ad esempio, in un successo di quelle forze laiche e liberali che sono state le prime vittime, in questi otto anni, dell´effetto congiunto di binladismo, inettitudine americana e ignavia europea?

Forse, dice Said; dopotutto nelle società arabe è generale il consenso verso un´evoluzione democratica. Però i regimi arabi gli sembrano «notevolmente stabili». Così anche il regime egiziano, malgrado in genere gli analisti lo considerino il più pericolante tra i regimi cosiddetti moderati. «La società civile egiziana oggi è debole e il regime è potente: la crisi di Gaza non lo scuoterà. Però potrebbe inasprire il conflitto tra il regime e gli islamisti (i Fratelli musulmani) e diffondere dubbi su Mubarak, sull´efficacia della sua politica».



La residua credibilità di Mubarak forse non precipita alla velocità vertiginosa con cui sale in queste giornate la popolarità del ministro della Difesa israeliano, ma probabilmente è vicina ai minimi storici. Benché famoso per la sua cautela, il raìs ha commesso l´imprudenza di ricevere al Cairo l´israeliana Tzipi Livni alla vigilia dell´offensiva su Gaza: e questo lo espone all´accusa mortale che adesso gli rivolge l´iraniano Ahmadinejad, intelligenza con Israele. Come gli altri capi moderati, come Abu Mazen, come il re giordano, Mubarak ha già perso la battaglia di Gaza. Se Hamas riuscisse a resistere, sarebbe il trionfo dell´estremismo legato ai Fratelli musulmani.

Se invece Israele cogliesse la vittoria, il raìs verrebbe accusato di averla quantomeno facilitata con una politica pavida e irresoluta. Al momento nessuno di questi esiti sembra rappresentare una sfida seria per il poderoso stato di polizia egiziano (mezzo milione di impiegati soltanto negli apparati di sicurezza). Ma un ulteriore lungo incrudelire dello scontro a Gaza accrescerebbe il disagio del regime e del moderatismo arabo.


Signora Mubarak - Copyright Pizzi
Cosa attendersi da Gaza? I primi rapporti dell´americana Human Rights Watch, la più autorevole organizzazione per i diritti umani, suggeriscono che nella Striscia si mostri la stessa sequenza della guerra del Libano, così come HRW la ricostruì in un puntiglioso rapporto contestato sia da Hezbollah (che ne proibì la presentazione a Beirut) sia da Israele (che però, fatto non secondario, ne permise la presentazione).

All´inizio pareva che una delle due parti sparasse sui civili, l´altra su obiettivi militari. Presto gli obiettivi militari neutralizzabili con precisione finirono. Il conflitto proseguì, si affacciò il sospetto che le due parti praticassero lo stesso gioco: entrambi cercavano di rendere la situazione intollerabile alla popolazione avversaria affinché quella si ribellasse al proprio governo e lo costringesse ad accettare le condizioni del nemico.


GazaTutto questo si può chiamare "l´essenza della guerra aerea" oppure definire in termini più precisi e più crudi. Quel che però qui conta è la sproporzione nei rapporti di forza, la differenza tra i danni che possono infliggere gli uni e i danni che riescono a provocare gli altri. Per ogni israeliano ucciso nel 2006 morirono dieci libanesi.

A Gaza il rapporto è decuplicato: uno a cento (secondo l´Autorità palestinese, per un quarto gli uccisi sono donne e bambini). Se ne dovrebbe ricavare che Hamas non potrà che arrendersi. Ma se questo è il calcolo d´Israele, degli americani, dei regimi arabi moderati e di molti europei, potrebbe rivelarsi errato.

Il confine tra Gaza e l´Egitto è una strana groviera. I contrabbandieri, cioè buona parte dei maschi adulti di Rafah, la città egiziana proprio sulla frontiera, hanno scavato nella sabbia dozzine di tunnel che dopo non più di quattrocento passi sbucano dall´altra parte della frontiera, sotto tende o dentro cantine. In genere le gallerie sono tutte uguali, con una bocca larga un metro per un metro che scende in verticale per quattro o cinque.

La maggior parte sono franate sotto le bombe dell´aviazione israeliana: ma i contrabbandieri assicurano che le ripristineranno in tre settimane. E poiché di lì entrano a Gaza i razzi che piovono su Israele, senza che la polizia egiziana possa o voglia intercettarli, ne consegue che i bombardamenti in corso non saranno risolutivi. Hamas non rinuncerà a proclamare la propria vittoria tornando a colpire le città nemiche.

Per evitarlo gli israeliani dovrebbero occupare la Striscia, pagando il prezzo, verosimilmente alto, di combattimenti casa per casa. I palestinesi, un milione e mezzo, per l´85 per cento già profughi (anche due volte, nel 1948 e nel 1967), cercherebbero scampo in Egitto, dove non sono benvenuti. Mubarak ha chiuso il confine. Non vuole prendersi in casa Hamas, ma neppure può massacrare i palestinesi che fuggissero per non finire massacrati a Gaza.

Come interferirà tutto questo con la crisi di identità araba? La percezione della propria debolezza sembra costringere le società arabe a fare i conti con il principio di realtà, vaccino contro il fondamentalismo. Ma l´inconsistenza della Ue non le aiuta affatto a fidarsi dell´Europa. Restano gli americani. Certo non Bush: Obama. Inshallah Obama, gridavano in novembre piccoli cortei di arabi entusiasti: speriamo in Obama.

Una truffa chiamata Alitalia




Nonostante innumerevoli procedimenti aperti dall'Unione Europea contro l'Italia, n non eraccontati dalle tv italiane, nel belpaese continuano a fiorire questi meravigliosi esempi di finanza creativa. Uno di essi è l'Alitalia ormai fallita (ma nessuno lo dice). Alitalia non esiste più. Al posto c'è la CAI (Compagnia Aerea Italiana) che però non ha i soldi per far volare gli aerei. Siccome, come in ogni buon paese mafioso, non si contestano i fatti, ci si limita a querelare ricordo che questo articolo è trovato su Internet ed è quindi di dominio pubblico.

LA CORDATA ITALIANA HA DOVUTO SUBITO RINUNCIARE ALL´ITALIANITÀ PERCHÉ NON ERA DA SOLA IN GRADO DI FAR DECOLLARE NEANCHE IL PRIMO AEREO
Tito Boeri per La Repubblica

Dieci mesi dopo, con quasi lo 0,3 per cento di pil sottratto ai contribuenti e 7.000 posti di lavoro in meno, Alitalia torna a parlare francese. Era il 14 marzo 2008 quando Air France-KLM depositava la propria offerta vincolante, subito accettata dal Consiglio di Amministrazione di Alitalia. Sono stati 10 mesi da incubo per i viaggiatori, presi ripetutamente in ostaggio in una battaglia senza esclusioni di colpi in cui la politica ha occupato un ruolo centrale, dimentica della recessione che ci stava investendo.

In questi 300 giorni gli italiani hanno visto franare il prestito ponte di 300 milioni di euro concesso quasi all´unanimità dal Parlamento italiano. Oltre a perdere così un milione al giorno, i contribuenti si sono accollati i debiti contratti dalla bad company per quasi tre miliardi.

Ci sono poi circa 7.000 posti di lavoro in meno nella nuova compagnia rispetto all´offerta iniziale di Air France, che comporteranno, oltre ai costi sociali degli esuberi (soprattutto di quelli che riguardano i lavoratori precari), oneri aggiuntivi sul contribuente legati al finanziamento in deroga degli ammortizzatori sociali, per almeno un miliardo di euro. Il conto pagato dal contribuente è, dunque superiore ai 4 miliardi di euro, più o meno un terzo di punto di pil, quasi due volte il costo della social card e del bonus famiglia messi insieme.

Sarà Air France-KLM l´azionista di maggioranza, in grado di decidere vita, morte e miracoli della compagnia sorta dalle ceneri di Alitalia. Poco importa che sia italiana la faccia, che si chiami ancora Alitalia la nuova compagnia. Sarebbe stato così comunque, anche con il 100 per cento del capitale nelle mani di Air France-KLM. Come canta Carla Bruni, chi mette la faccia "non è nulla", chi mette la testa "è tutto".

La composita cordata italiana ha dovuto subito rinunciare all´italianità della compagnia perché non era da sola in grado di far decollare neanche il primo aereo, previsto in volo sui nostri cieli il 13 gennaio prossimo venturo. Air France rileva il 25% della nuova compagnia, versando 300 milioni. Questo significa che il 100 per cento del capitale viene oggi valutato 1200 miliardi, circa 150 milioni in più dei 1052 pagati a Fantozzi da Colaninno e soci solo un mese fa.

Questo sovrapprezzo si spiega col fatto che CAI ha nel frattempo acquisito Air One. Si tratta di una compagnia in crisi, con un debito verso i soli fornitori valutato attorno ai 500 milioni di euro, ma il valore dell´acquisizione di Air One è tutto nella soppressione dell´unico concorrente sulla tratta Milano-Roma, consumatosi con il beneplacito della nostra Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Anche questi 150 milioni vanno aggiunti al conto pagato dagli italiani. E´ sono sicuramente una sottostima dei costi che dovremo pagare per la mancata concorrenza.

Conti fatti, è soprattutto Air France dunque ad aver fatto un affare. Rileva una compagnia più leggera di 7000 dipendenti rispetto a quella che avrebbe acquisito nel marzo scorso, che ha nel frattempo assunto una posizione di monopolio nella tratta più redditizia versando molto meno di quel miliardo su cui si era impegnata solo 10 mesi fa.

Dopo avere subìto un danno ingente in conto capitale e avere assistito alla beffa finale di vedere documentata, nero su bianco, la svendita della loro compagnia di bandiera allo straniero da parte dei "patrioti" della Cai, i cittadini italiani rischiano ora di vedere salire ulteriormente le tariffe aeree, in barba alla deflazione. Per scongiurare questo pericolo l´Autorità Antitrust dovrà assicurarsi fin da subito che gli slot lasciati liberi da Alitalià vengano venduti sul mercato.

Le speranze di concorrenza in Italia riposano ormai solo sull´ingresso di Lufthansa-Italia nella tratta Milano-Roma. Varrà senz´altro molto di più della moral suasion esercitata da chi, dopo aver benedetto la fusione fra CAI e Air One il 3 dicembre scorso, oggi promette di monitorare da vicino le tariffe della nuova compagnia.

Sei malata? Cazzi tuoi.

Quando si cerca di difendere dei delinquenti che hanno rubato, abusando del fatto di aver rivestito del ruolo pubblico, quando si parla di accanimento giudiziario se un amministratore finisce in galera, quando si giustifica il furto perché è solo "un fatto contabile", bisogna pensare che dietro quei numeri ci sono delle persone. Per cinque milioni di euro rubati in Abruzzo, Puglia, Sicilia, posti dove curarsi è oggettvamente un lusso, ci sarebbero molte persone che di quel denaro potrebbero aver bisogno. Un'ennesima cronaca da un paese in ginocchio.

Malata e indigente chiede l'eutanasia. Il vescovo: "Un grido di dolore"
di GIUSEPPE CAPORALE

CASTEL DI SANGRO (L'AQUILA) - Indigente e malata di cancro. Per questo Angela S., 58 anni, pensionata, vuole morire e chiede l'eutanasia. "Non auguro a nessuno di vivere in queste condizioni", ripete dal giorno di Natale, quando per mettere assieme il pasto ha dovuto chiedere aiuto ai vicini. Ora il disperato appello è diventato un caso. La sua vita, già piena di difficoltà, da quando ha scoperto di essere gravemente malata è scivolata in un baratro. Ma il tumore ai polmoni e l'indigenza non sono i suoi unici nemici: c'è anche la burocrazia che acuisce il dolore.

Già, perché Angela vive con 250 euro al mese di pensione (ottenute per una invalidità) in un paese arroccato sulle montagne abruzzesi. Appena scoperta la malattia, ha chiesto alla Asl una semplice indennità di accompagnamento. Un modo per ottenere un aiuto nei lunghi viaggi (250 chilometri circa tra andata e ritorno) per sottoporsi alla chemioterapia che deve necessariamente svolgere a Pescara. Ma la sanità abruzzese - già sconquassata e priva di fondi, anche a causa degli scandali legati alle tangenti nella pubblica amministrazione - è stata irremovibile. La donna non può avere l'indennità. Al massimo può percepire un rimborso spese per i viaggi dovuti alle cure.

La commissione di medicina legale - assicurano dalla direzione della Asl - l'ha più volte visitata ed ha constatato la "mancanza dei requisiti di legge". Il "no" da parte dell'ente ha spinto la donna a chiedere pubblicamente una "morte dignitosa piuttosto che una vita di stenti, dolore e umiliazione". Non sa come mantenersi, figurarsi come potersi curare. Angela non può nemmeno sostenere le spese per presentare ricorso contro la decisione della Asl. Ma almeno per questo aspetto è intervenuto il Comune di Castel di Sangro, che ha annunciato la copertura delle spese legali.

Intanto lei continua a rivendicare i suoi diritti: "Non voglio essere di peso a nessuno, chiedo solo aiuto allo Stato. Me la sono sempre cavata da sola, con poco. Adesso però il male mi ha attaccato i polmoni e non mi consente di procacciarmi il necessario per vivere. Purtroppo non rientro in nessuna forma di ammortizzatore sociale". L'unico apporto concreto lo ha ricevuto da Comune e Comunità Montana che hanno messo a disposizione una vettura per consentirle di recarsi a Pescara e sottoporsi alle cure. Tutto per un importo massimo di 1800 euro frutto di un contratto di solidarietà, ormai esaurito. "Ora non so proprio come farò a continuare con i cicli antitumorali...".

L'assessore comunale Andrea Liberatore, uno dei primi ad occuparsi della vicenda, giudica la decisione della Asl "iniqua verso una persona che non riesce a sopravvivere. È il risultato di una sanità poco accorta. In passato sono stati concessi benefici a tutti, ora invece si negano quelli essenziali a chi ne ha bisogno".

Per il vescovo della diocesi di Sulmona, Angelo Spina, si tratta di "un grido di dolore, un grido di una persona sola che reclama il diritto alla vita e non alla morte". Ma anche la chiesa non è stata d'aiuto. La donna infatti si è rivolta anche al parroco del paese per cercare sostegno, senza ottenere risultati. Intanto in paese è scattata una raccolta fondi.

venerdì, gennaio 02, 2009

giovedì, gennaio 01, 2009

A "media" hero




Shhhh! As the world waits for Obama to voice his opinion on Gaza, America's
President-elect hits the golf course
By Mail Foreign Service
Last updated at 8:21 PM on 30th December 2008

Barack Obama remained silent over the violence in Gaza as Israel today threatened to continue its attacks for weeks.

Instead, the President-elect is continuing his 12-day Christmas holiday in Hawaii and was seen enjoying a round of golf.
He joined a group of friends at a private club near his £6million rented, beach-front holiday home yesterday. Shh: Mr Obama, who is staying silent on the Israeli attacks, asks the crowd to be quiet as he finishes his putt
Meanwhile, 9,000 miles away in the Middle East, Israel today rejected any truce with Hamas and said it was ready for 'long weeks of action' in the Gaza Strip.

Observers said that at least ten people were killed and another 40 injured as up to 16 bombs were dropped by Israeli warplanes during early morning attacks.
The targets included the offices of Hamas prime minister Ismael Haniyeh, police stations and Gaza’s treasury and foreign ministry buildings.
Palestinian officials say more than 385 people have been killed since Saturday. Four Israelis have died in rocket fire.
Sites linked to Hamas’ military wing Izzadin Kazzam were also hit, including the home of the Gaza division commander.
The death toll so far in Gaza is estimated at 320, with five Israeli fatalities, and hundreds of injuries.
Grief: Palestinian mourners carry the body of four-year-old Haya Hamdan in Gaza

World leaders, including Gordon Brown and UN Secretary General Ban Ki-Moon, have called for an immediate ceasefire.

Mr Ban even said that Israel’s attacks on Gaza amounted to an ‘excessive use of force’.
But Mr Obama has made the decision to leave all comments to outgoing President George Bush, who has so far chosen only to attack Hamas.
On the golf course, his security team even turned away a letter from pro-Palestinian campaigners urging him to help stop the four-day-old violence.
Pensioner Robert Steiver, 65, of Honolulu, said he was disappointed that the President-elect was not echoing the condemnation of other world leaders.
He told the Honolulu Advertiser: ‘I don't think he's taking a vacation, he's preparing to be the next president.
‘I'm deathly afraid he'll continue the failed policies of the Bush administration. I've been suffering with the Palestinians for years.’
A rocket fired today by militants from the Gaza Strip towards an Israeli target. The repeated rocket attacks on Israel are the reason for the current assault on Gaza
Enlarge Palestinians look at destroyed houses after an Israeli air strike in Rafah, Gaza
Earlier this week, his chief adviser David Axelrod said that Mr Obama ‘recognises the special relationship between the United States and Israel'.
But despite trying to stay quiet, Mr Obama - who was wearing sunglasses, a white shirt, khaki shorts, white and brown golf shoes, and a red baseball cap – still couldn’t avoid any drama.
He was greeted by applause when he walked up to the 18th green - and then, motioning for them to be quiet by putting a finger to his lips, finished with a 20-yard putt.
‘That was pretty good, right?’ he said to more cheers as he went to meet his fans.
It was Mr Obama's third visit to the Mid Pacific Country Club course in Kalilua while on holiday.
But he may not be able to remain tight-lipped about Gaza for too long.
Protesters demonstrate in front of the Israeli embassy in Vienna
As well as air strikes, Israel has also massed tanks, artillery and soldiers on the border with Gaza in preparation for a possible ground assault on the territory, with its defence minister warning that the country is engaged in a ‘war to the bitter end’ against Hamas and its allied militant supporters.
Israel’s deputy defence minister Matan Vilnai said today that his country was prepared for a prolonged struggle to protect its citizens from the repeated missile attacks which have been launched from Gaza over recent months.
‘The army is prepared for a long operation,’ he said. ‘We have made preparations for some long weeks of action.’
Anguish: An Israeli woman in Sderot screams after Hamas rockets hit houses

Hamas said that its squads had fired 43 home-made rockets, 17 longer-range Grads and six mortar shells at Israel; other militant groups have also fired rockets at Israel.
Further details have emerged of earlier attacks by Israel against Hamas targets.

A grainy video taken by an Israeli drone plane showed several men loading a pick-up truck with what the Israeli military said were medium-range Grad rockets.

Moments later, a big explosion from an Israeli missile strike envelops the image.
In another air assault, an Islamic Jihad commander was killed walking near his house, said Abu Hamza, a spokesman for Islamic Jihad’s military wing