Pentma vuol dire pietra, ma questo blog è solo un sassolino, come ce ne sono tanti. Forse solo un po' più striato.
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giovedì, gennaio 14, 2010
Ma Ferrara dice no
Perché candidare la Bonino? Perché vincerebbe. Credo che solo Lei possa battere la Polverini e quello che Ferrara furbescamente dimentica è che Time la nominò donna dell'anno. Mentre a lui non lo nomina più nessuno.
Dalla lettera di Lucio D'Ubaldo, senatore e membro della Direzione nazionale del Pd a "Il Foglio"
(...) Nel cuore di una borghesia diffusa, fatta più di popolo che di privilegiati, preme una domanda di novità ragionata e costruttiva. Emma Bonino può incarnare questa speranza, chiamando a raccolta tutti coloro che vogliono rompere gli involucri di vecchie formule. Come direbbero gli eredi di Luigi Sturzo? Faccia appello ai "liberi e forti"
Risponde Giuliano Ferrara - Sono contento di questa lettera, e del suo carattere burocratico e melenso, encomiastico e pomposo. Mi consente di precisare una pacata opinione. Detesto Emma Bonino, spero che perda le elezioni. E' una intollerante, un'abortista sfegatata e una militante del torto negatore travestita da libertaria, una innamorata di sé dall'insopportabile accento vittimista, una cercatrice di cariche meticolosa e fatua, la complice non candida, ma molto candidata, del peggior Pannela, una pallona gonfiata come poche, un ufficio stampa ambulante, un disastro di donna en colère e di personalità pubblica.
Aggiungo che un partito il quale accetta di candidare una simile prepotente dopo essersi sentito dire sprezzantemente: "lo corro, se venite anche voi, bene, sennò ciccia", è un partito di dementi.
Chiaro?
mercoledì, giugno 03, 2009
L'elefantino cazzaro
Ve lo ricordate Giuliano Ferrara con le sue voglie da piatello? Uno così che ha cambiato bandiera senza alcun problema. Ha creato un lista anti-aborto e si è spacciato per cattolico. Fortunatamente non tutti oltretevere gli hanno creduto anche se, al di qua del Tevere, molti lo considerano intelligentissimo. Praticamente un genio. Prego leggere la sua difesa del Cavaliere.
Giuliano Ferrara per "Il Foglio" del lunedì
Se Berlusconi fosse gay, se le sue feste avessero lo charme discreto di casa Armani o il sapore un po' trasgressivo di una serata firmata Dolce & Gabbana, non staremmo qui a domandarci se e come si debba difendere il suo stile di vita da una serie di sospetti, di attacchi, di inquisizioni, di stupori planetari.
C'è un film francese di qualche anno fa, mi dice il mio amico Buttafuoco, in cui compare un marito in difficoltà, che recupera la gioia di vivere seguendo il consiglio di un amico: fingiti gay. Dopodiché riconquista l'affetto della moglie e dei figli, e la società che lo circonda lo porta in trionfo, letteralmente.
Ida Dominijanni è la persona che, da una posizione culturale comunista e femminista, ha meglio capito, anche nel rigetto ideologico feroce della personalità e dello stile umano del caro leader, un suo tratto infantile, ludico, adolescenziale e femminile, anche nel senso della femminilizzazione del potere a ogni livello, principiando da se stesso.
E' il Berlusconi del cucù a frau Merkel, del trucco truccato nel fazzoletto, del lifting esibito, del trapianto di capelli con bandana, la cura della chiostra dentaria che il sorriso piacione incastona, e tutta quella adesione quasi filosofica alla parure, alla galanteria, ai giochi di corte, dispetti e chiacchiericci;
eppure no, pare che il Berlusconi vero sia eguale al suo modello emerso di recente, un autentico maschio latino, etnicamente mainstream, bianco e cattolico, padre di famiglia e di famiglie, dunque ripopolatore del mondo, ma sopra tutto tombeur che appartiene in tutto al cliché della maggioranza silenziosa, quella con Benignaccio cantore che adora la passera, la passerina, la topa e la topina e via ridendo a crepapelle, come da sempre accade, con in più il tratto kennediano del puttaniere hollywoodiano tra starlet e pin up di un biondo glamour su tacchi altissimi. Happy birthday, mr president, happy birthday to youuuuuuuuuu!
C'è qualcosa di marcio nel moralismo machofobico di certi ambienti cattolici che stanno sempre lì a far "sociologia comprendente" intorno alle famiglie superallargate, scisse, sghembe, single o di vario altro disordine, prosternandosi a ogni forma di desiderio che sgorga dalle coscienze, cattolici che ci spiegano compunti la qualunque eterologa, che arieggiano romanticherie di passaggio sui diritti delle persone conculcati dall'ottusa morale ratzingeriana e wojtyliana.
Ma anche tutta questa bella gente dell'Espresso e dintorni, questi giornalisti laici bigami, trigami o in quadricromia, gente che si vanta, che si compiace di sé, che conquista e stende prede sessuali a più non posso, ora se la tirano da protocolli istituzionali viventi, si alleano con la cosiddetta (da loro) sessuofobia dei preti, mostrano di detestare negli altri quello che alberga in loro, che loro teorizzano quando partono in crociata contro noi bacchettoni,
insomma il sesso come piacere disancorato da promesse d'amore, come allegria totalmente disinibita, come festa panica e idolatrica, come esibizione narcisista di potenza e primato, come raccolta dongiovannesca di infinite possibilità in attesa della resa dei conti asessuata e finale, la statua del Commendatore o del Cumenda.
E' tutta una cultura politicamente corretta, fondata non sulla realtà degenere della misoginia, ma sull'idealizzazione mitica sociologizzante della violenza contro le donne, dello stupro, del machismo, del prepotere fondato sulla odiosa penetrazione e mescolato variamente con le altre potenze del male metastorico, come il denaro e l'autorità paterna, sia pure di papi.
In questa orgia vera di fottutissime e morbosissime idee correnti non c'è spazio per capire che cosa sia il patronage, il rapporto di uomini o di donne importanti, in età, con persone più giovani che coltivano sogni impossibili da realizzare senza la guida e la protezione dei loro maggiori. Tutto si risolve, nonostante mille prove in contrario, nell'immaginazione libidinosa e violenta che prevede lo stato di accusa, una improvvisa recrudescenza e reviviscenza del senso del peccato, parola peraltro dimenticata quando significhi davvero qualcosa. In aggiunta, la volgarità del pensiero giovanilista e brutale che accusa: sei vecchio, fa' la calza, vade retro.
Caro Cav., dia retta, si ricordi di quel che diceva di lei il compianto Enzo Biagi: "Se potesse, si metterebbe al posto dell'annunciatrice e si farebbe crescere le tette". Si finga gay, e saranno applausi.
martedì, aprile 08, 2008
sabato, febbraio 16, 2008
Riprendono i viaggi della disperazione
Esattamente come accadeva 50 anni fa.

«Le prenotazioni per la legge 194 sono esaurite. Riprenderanno il 19 febbraio dalle 11 alle 12». Così la segreteria telefonica dell’ospedale Macedonio Melloni, tra i più importanti di Milano. Inutile meravigliarsi. Prendere un appuntamento per interrompere la gravidanza è solo l’inizio dell’odissea che le donne devono affrontare per abortire oggi in Italia. Un percorso a ostacoli tra ambulatori aperti solo un’ora alla settimana, accettazioni a numero chiuso, colloqui, visite ginecologiche ed ecografie che costringono ad andare in ospedale anche quattro volte, liste d’attesa che superano i 15 giorni almeno in un caso su due, l’insistenza dei volontari del Movimento per la vita in corsia, umiliazioni emblematiche come il cartello con la scritta «Interruzioni di gravidanza» appeso ai lettini delle donne in procinto di abortire al Niguarda, eliminato solo dopo l’intervento dei sindacati dell’ospedale milanese. L’irruzione della polizia al Federico II di Napoli dopo un aborto terapeutico è la punta dell’iceberg di un fenomeno che spinge sempre più donne a rivolgersi a cliniche estere. In fuga dall’Italia per abortire.
I viaggi dell’aborto
«Are there a lot of italian women coming here? », «Yes. Lately even more». Alla domanda se ci sono numerose italiane che prendono un appuntamento, la centralinista della Leigham Clinic non ha dubbi: «Si. Ultimamente sempre di più». La clinica a sud di Londra è diventata uno dei punti di riferimento delle donne che con 780 sterline possono interrompere la gravidanza nel giro di una settimana. Un numero che non ha eguali in Europa. Lo dimostrano le statistiche del ministero della Salute inglese. Con l’arrivo in Gran Bretagna di una donna ogni due giorni, l’Italia è in cima alla classifica dei viaggi per abortire, seconda solo all’Irlanda (dove le Ivg sono illegali ameno che non siano in pericolo la vita e la salute della donna). Avverte Vicky Claeys, direttore per l’Europa dell’International Planned Parenthood Federation, il network mondiale per la tutela della maternità e della salute sessuale con sede a Bruxelles: «Il clima che si respira in Italia è preoccupante. La legge c’è. Il problema è la sua esecuzione: abortire sta diventando quasi impossibile ». Due le conseguenze dietro l’angolo, almeno secondo Bruxelles: «Chi ha i soldi va all’estero, le altre rischiano di tornare agli aborti clandestini». Tra i medici contattati spesso dall’Italia, ginecologi famosi come il londinese Kypros Nicolaides e il parigino Yves Ville. Le donne prendono il volo verso Londra e Parigi soprattutto per le interruzioni terapeutiche di gravidanza (quelle dopo i tre mesi, qui vietate di fatto dalla 24ma settimana). Ma sono in crescita anche quelle che si dirigono in auto in Svizzera per prendere la pillola Ru486 non ammessa in Italia e ottenibile in Canton Ticino con 400 euro. «Ne arriva almeno una a settimana solo da noi—ammette il ginecologo ostetrico Jürg Stamm, balzato spesso all’onore delle cronache per la sua attività al centro di fertilità che guida all’ospedale «La Carità » di Locarno —. Io di solito aiuto le donne che vogliono un figlio e non riescono ad averlo. Ma l’Ivg non è un reato: perché, dunque, negare alle pazienti la possibilità di abortire senza entrare in sala operatoria? ».
Anti-abortisti in corsia
Tra i motivi che spingono ad andarsene, anche le difficoltà con cui spesso deve fare i conti chi si rivolge agli ospedali. Al San Paolo di Milano gli appuntamenti per le Ivg vengono presi un’ora alla settimana il venerdì, dalle 13.30 alle 14.30. Al Buzzi di via Castelvetro gli sportelli sono aperti il mercoledì e il venerdì alle 7.30, ma la segreteria telefonica avvisa già: «Vengono accettate le prime 16 donne». Altra città, nuove situazioni. Agli ospedali Riuniti di Bergamo la sede del Movimento della vita è all’interno del reparto di Ostetricia e Ginecologia guidato dal 2000 da Luigi Frigerio (vicino a Comunione e Liberazione). Al San Matteo di Pavia se n’è appena andato via anche l’ultimo non obiettore: gli aborti li fanno due giovani con borsa di studio. A Desenzano c’è un solo medico che esegue le Ivg (quando è malato o in vacanza ne deve arrivare uno da fuori). Stesse scene anche fuori dalla Lombardia. Al Ca’ Foncello di Treviso c’è un solo ginecologo su 15. E, proprio in Veneto, è atteso a settimane l’arrivo in consiglio regionale del progetto di legge di iniziativa popolare che prevede, tra l’altro, la presenza di volontari antiabortisti negli ospedali. Il consigliere di Alleanza Nazionale, Raffaele Zanon, ha chiesto di mettere in discussione la proposta subito dopo l’approvazione del Bilancio 2008. Ancora. «In Basilicata la percentuale di camici bianchi che non praticano aborti è vicina al 93%, anche se i dati del ministero della Salute, fermi al 2005, li danno al 42%—denuncia il radicale Valerio Federico —. All’ospedale San Carlo di Potenza raggiungono la quota del 95%».
Le liste d’attesa
In Italia, insomma, in media sei ginecologi su dieci sono obiettori, con punte del 70% al Centro. «Così hanno più chance di fare carriera e diventare primari, ma i tempi di attesa per le pazienti si allungano», fanno notare al Ced, uno dei principali consultori laici di Milano. Per almeno una donna su due trascorrono più di due settimane tra il certificato del medico e la data dell’intervento. Il 25% deve aspettare fino a 15 giorni. E adesso con la fuga all’estero per le Ivg si rischia un déjà vu di quanto già successo con la fecondazione assistita (a quattro anni dall’approvazione della legge 40, «I viaggi per la provetta» sono al centro proprio oggi di un convegno organizzato da SOS Infertilità allo Spazio Guicciadini di Milano). Non finisce qui. C’è chi teme che mentre negli ospedali pubblici si moltiplicano le difficoltà per abortire, nelle cliniche private prendano piede le interruzioni di gravidanza clandestine. Mascherate da aborti spontanei. Da codice penale.
Benedetta Argentieri, Simona Ravizza
da Corriere.it

«Le prenotazioni per la legge 194 sono esaurite. Riprenderanno il 19 febbraio dalle 11 alle 12». Così la segreteria telefonica dell’ospedale Macedonio Melloni, tra i più importanti di Milano. Inutile meravigliarsi. Prendere un appuntamento per interrompere la gravidanza è solo l’inizio dell’odissea che le donne devono affrontare per abortire oggi in Italia. Un percorso a ostacoli tra ambulatori aperti solo un’ora alla settimana, accettazioni a numero chiuso, colloqui, visite ginecologiche ed ecografie che costringono ad andare in ospedale anche quattro volte, liste d’attesa che superano i 15 giorni almeno in un caso su due, l’insistenza dei volontari del Movimento per la vita in corsia, umiliazioni emblematiche come il cartello con la scritta «Interruzioni di gravidanza» appeso ai lettini delle donne in procinto di abortire al Niguarda, eliminato solo dopo l’intervento dei sindacati dell’ospedale milanese. L’irruzione della polizia al Federico II di Napoli dopo un aborto terapeutico è la punta dell’iceberg di un fenomeno che spinge sempre più donne a rivolgersi a cliniche estere. In fuga dall’Italia per abortire.
I viaggi dell’aborto
«Are there a lot of italian women coming here? », «Yes. Lately even more». Alla domanda se ci sono numerose italiane che prendono un appuntamento, la centralinista della Leigham Clinic non ha dubbi: «Si. Ultimamente sempre di più». La clinica a sud di Londra è diventata uno dei punti di riferimento delle donne che con 780 sterline possono interrompere la gravidanza nel giro di una settimana. Un numero che non ha eguali in Europa. Lo dimostrano le statistiche del ministero della Salute inglese. Con l’arrivo in Gran Bretagna di una donna ogni due giorni, l’Italia è in cima alla classifica dei viaggi per abortire, seconda solo all’Irlanda (dove le Ivg sono illegali ameno che non siano in pericolo la vita e la salute della donna). Avverte Vicky Claeys, direttore per l’Europa dell’International Planned Parenthood Federation, il network mondiale per la tutela della maternità e della salute sessuale con sede a Bruxelles: «Il clima che si respira in Italia è preoccupante. La legge c’è. Il problema è la sua esecuzione: abortire sta diventando quasi impossibile ». Due le conseguenze dietro l’angolo, almeno secondo Bruxelles: «Chi ha i soldi va all’estero, le altre rischiano di tornare agli aborti clandestini». Tra i medici contattati spesso dall’Italia, ginecologi famosi come il londinese Kypros Nicolaides e il parigino Yves Ville. Le donne prendono il volo verso Londra e Parigi soprattutto per le interruzioni terapeutiche di gravidanza (quelle dopo i tre mesi, qui vietate di fatto dalla 24ma settimana). Ma sono in crescita anche quelle che si dirigono in auto in Svizzera per prendere la pillola Ru486 non ammessa in Italia e ottenibile in Canton Ticino con 400 euro. «Ne arriva almeno una a settimana solo da noi—ammette il ginecologo ostetrico Jürg Stamm, balzato spesso all’onore delle cronache per la sua attività al centro di fertilità che guida all’ospedale «La Carità » di Locarno —. Io di solito aiuto le donne che vogliono un figlio e non riescono ad averlo. Ma l’Ivg non è un reato: perché, dunque, negare alle pazienti la possibilità di abortire senza entrare in sala operatoria? ».
Anti-abortisti in corsia
Tra i motivi che spingono ad andarsene, anche le difficoltà con cui spesso deve fare i conti chi si rivolge agli ospedali. Al San Paolo di Milano gli appuntamenti per le Ivg vengono presi un’ora alla settimana il venerdì, dalle 13.30 alle 14.30. Al Buzzi di via Castelvetro gli sportelli sono aperti il mercoledì e il venerdì alle 7.30, ma la segreteria telefonica avvisa già: «Vengono accettate le prime 16 donne». Altra città, nuove situazioni. Agli ospedali Riuniti di Bergamo la sede del Movimento della vita è all’interno del reparto di Ostetricia e Ginecologia guidato dal 2000 da Luigi Frigerio (vicino a Comunione e Liberazione). Al San Matteo di Pavia se n’è appena andato via anche l’ultimo non obiettore: gli aborti li fanno due giovani con borsa di studio. A Desenzano c’è un solo medico che esegue le Ivg (quando è malato o in vacanza ne deve arrivare uno da fuori). Stesse scene anche fuori dalla Lombardia. Al Ca’ Foncello di Treviso c’è un solo ginecologo su 15. E, proprio in Veneto, è atteso a settimane l’arrivo in consiglio regionale del progetto di legge di iniziativa popolare che prevede, tra l’altro, la presenza di volontari antiabortisti negli ospedali. Il consigliere di Alleanza Nazionale, Raffaele Zanon, ha chiesto di mettere in discussione la proposta subito dopo l’approvazione del Bilancio 2008. Ancora. «In Basilicata la percentuale di camici bianchi che non praticano aborti è vicina al 93%, anche se i dati del ministero della Salute, fermi al 2005, li danno al 42%—denuncia il radicale Valerio Federico —. All’ospedale San Carlo di Potenza raggiungono la quota del 95%».
Le liste d’attesa
In Italia, insomma, in media sei ginecologi su dieci sono obiettori, con punte del 70% al Centro. «Così hanno più chance di fare carriera e diventare primari, ma i tempi di attesa per le pazienti si allungano», fanno notare al Ced, uno dei principali consultori laici di Milano. Per almeno una donna su due trascorrono più di due settimane tra il certificato del medico e la data dell’intervento. Il 25% deve aspettare fino a 15 giorni. E adesso con la fuga all’estero per le Ivg si rischia un déjà vu di quanto già successo con la fecondazione assistita (a quattro anni dall’approvazione della legge 40, «I viaggi per la provetta» sono al centro proprio oggi di un convegno organizzato da SOS Infertilità allo Spazio Guicciadini di Milano). Non finisce qui. C’è chi teme che mentre negli ospedali pubblici si moltiplicano le difficoltà per abortire, nelle cliniche private prendano piede le interruzioni di gravidanza clandestine. Mascherate da aborti spontanei. Da codice penale.
Benedetta Argentieri, Simona Ravizza
da Corriere.it
giovedì, febbraio 14, 2008
Solo in Italia

Ferrara: "Farò il test per la sindrome Klinefelter"
"Mi sottoporrò alle analisi del sangue perchè penso di avere la sindrome di Klinefelter": lo ha detto il direttore de Il Foglio Giuliano Ferrara, intervistato da Maurizio Belpietro su mattina 5, facendo riferimento alla donna che ha abortito nei giorni scorsi al Policlinico di Napoli alla quale era stato diagnosticata una malformazione del feto legata alla sindrome di Klinefelter. Questa sindrome, dice Ferrara, è dovuta a un difetto dei cromosomi che determina tra l'altro un'alterazione degli organi sessuali; "e siccome ho testicoli piccoli e grandi mammelle - ha aggiunto - farò le analisi".
Un fatto che dimostra ancora una volta l'assoluta amoralità di Giuliano Ferrara che peraltro non capisce che il suo problema non si riferisce alla pochezza (come egli stesso afferma) del suo apparato genitale, quando alla, pressoché assoluta mancanza, di altri due muscoli, uno nella cassa toracica, l'altro nello spazio fra le due orecchie. Però dimostra ache che si può vivere senza i due. Magari non benissimo, ma si può comunque arrivare ad essere ministri per i rapporti con il Parlamento. Solo l'Italia può considerare intellettuale uno così e vedere queste stupidaggini come "amenità" o provocazioni intellettuali facendole peraltro passare in tv senza contradditorio.
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mercoledì, febbraio 13, 2008
Il travaglio settimanale
Marco Travaglio per “l’Unità”
Nell’ambito della semplificazione della politica e della corsa sfrenata verso l’età della pietra, ecco a voi la Lista No Aborto, per gli inglesi Pro Life, del Platinette Barbuto. Il quale, sempre spiritoso oltreché molto intelligente, assicura: «Correrò da solo» (già allertata la Protezione civile). Noi, nel nostro piccolo, siamo con lui. La Lista Platinette presenta infatti almeno tre vantaggi.
Primo: il nostro lascia “Otto e mezzo” e almeno per un paio di mesi ce lo leviamo dai piedi (il programma sarà condotto dalla sola Armeni e ribattezzato “Mezzo”). Secondo: la nobile, disinteressata battaglia ideale «per la vita» che tanti ammiratori platinettiani aveva subornato negli ultimi mesi si rivela finalmente per quel che è: un espediente furbesco per abbindolare qualche beghina raccontandole che, votando lui, diminuiranno miracolosamente gli aborti; seminare zizzania nel centrosinistra, dove c’è sempre qualche Binetti che abbocca; e portare acqua al mulino del Caimano, che peraltro dell’aborto se ne infischia allegramente, visto che la sua signora ha dichiarato di aver abortito fra il sesto e il settimo mese, e lui è molto interessato a far abortire il processo Mills, il processo Mediaset, il processo Saccà e la sentenza della Corte di Lussemburgo su Europa7.
Terzo: lo spettacolo del Platinette che torna candidato dopo gli strepitosi trionfi del Mugello (dove, nel ’97, si presentò contro Di Pietro e portò il Polo al minimo storico, riuscendo a trasformare in dipietristi pure gli elettori berlusconiani) aggiunge un tocco di classe a una campagna elettorale che è meglio del cabaret. Anzi è leggermente più bigotta di un conclave. Pare quasi che non si elegga il nuovo Parlamento, ma il nuovo Papa. Uòlter conciona a Spello tra un convento e l’altro. Piercasinando, escluso dal Partito dei Prescritti in Libertà, corre a telefonare a Ruini in lacrime perché quei cattivoni di Silvio e Gianfranco gli han fatto la bua e non lo fanno più amico.
Ruini, anzichè rifilargli una sacrosanta sculacciata e rammentargli che ha 50 anni suonati, lo accoglie all’ombra della sua sottana e manda in tv il direttore di “Avvenire”, con quella faccia da bollino rosso, a lanciare oscuri messaggi attribuiti a misteriosi «umori che ho raccolto» per dire che Piercasinando è tutti noi e gli facessero un po’ di posto e forza Udc. Intanto giunge notizia da Oltretevere che Gianni Letta, con quella faccia da sua sorella, è stato nominato dal Papa «gentiluomo di Sua Santità».
Il che, spiegano i bene informati, gli dà diritto a comparire sull’Annuario Pontificio (che è già una bella soddisfazione) e per giunta a «stare a contatto col Papa e con la Curia nelle cerimonie e nelle udienze con i capi di Stato e di governo». Fra un paio di mesi, quando il Cainano piduista e divorziato, dunque molto religioso, prenderà i voti (alle elezioni) e andrà a baciare la sacra pantofola per grazia ricevuta accompagnato da una delle sue famiglie a scelta, Letta Continua accompagnerà entrambi: sia papa Silvio, sia Benedetto suo vice.
Se poi si pensa che solo 14 anni fa stavano per arrestarlo per le presunte tangenti sulle frequenze tv e ora lo chiamano «gentiluomo», vuol dire che c’è davvero speranza per tutti. Più che in una campagna elettorale, pare di vivere nel film «Il marchese del Grillo» di Alberto Sordi, anche lui gentiluomo di Sua Santità addetto al trasporto del medesimo sulla sedia gestatoria, ma molto più laico e disincantato di questo branco di fanatici e opportunisti che di religioso non hanno nulla.
Tutto questo rimestare nei feti da parte di noti ex abortisti, questo appellarsi all’etica da parte di conclamati ladroni e malfattori, questo sventolare i valori della famiglia da parte di celebri puttanieri, questo commuoversi per la sacralità vita da parte dei peggiori guerrafondai, sostenitori di Guantanamo e Abu Ghraib, questo intenerirsi per i bambinelli da parte di chi vorrebbe cacciare dagli asili i figli dei clandestini, questo portare a spasso le madonne pellegrine da parte di fior di miscredenti deve aver allarmato anche gli ambienti più avveduti della Santa Sede, che l’altroieri ha sottolineato la distinzione tra Chiesa universale e la Cei ruinesca (che ieri ha detto la sua anche sul film “Caos calmo”).
A riprova del fatto che le ingerenze del Vaticano nella politica sono una cosa grave, ma mai quanto l’arrendevolezza della politica. In una celebre vignetta di Altan, un prete infila un ombrello aperto nel sedere di un passante e domanda: «Disturbo?». Il passante, rassegnato, risponde: «Si figuri, lei sfonda una porta aperta».
Nell’ambito della semplificazione della politica e della corsa sfrenata verso l’età della pietra, ecco a voi la Lista No Aborto, per gli inglesi Pro Life, del Platinette Barbuto. Il quale, sempre spiritoso oltreché molto intelligente, assicura: «Correrò da solo» (già allertata la Protezione civile). Noi, nel nostro piccolo, siamo con lui. La Lista Platinette presenta infatti almeno tre vantaggi.
Primo: il nostro lascia “Otto e mezzo” e almeno per un paio di mesi ce lo leviamo dai piedi (il programma sarà condotto dalla sola Armeni e ribattezzato “Mezzo”). Secondo: la nobile, disinteressata battaglia ideale «per la vita» che tanti ammiratori platinettiani aveva subornato negli ultimi mesi si rivela finalmente per quel che è: un espediente furbesco per abbindolare qualche beghina raccontandole che, votando lui, diminuiranno miracolosamente gli aborti; seminare zizzania nel centrosinistra, dove c’è sempre qualche Binetti che abbocca; e portare acqua al mulino del Caimano, che peraltro dell’aborto se ne infischia allegramente, visto che la sua signora ha dichiarato di aver abortito fra il sesto e il settimo mese, e lui è molto interessato a far abortire il processo Mills, il processo Mediaset, il processo Saccà e la sentenza della Corte di Lussemburgo su Europa7.
Terzo: lo spettacolo del Platinette che torna candidato dopo gli strepitosi trionfi del Mugello (dove, nel ’97, si presentò contro Di Pietro e portò il Polo al minimo storico, riuscendo a trasformare in dipietristi pure gli elettori berlusconiani) aggiunge un tocco di classe a una campagna elettorale che è meglio del cabaret. Anzi è leggermente più bigotta di un conclave. Pare quasi che non si elegga il nuovo Parlamento, ma il nuovo Papa. Uòlter conciona a Spello tra un convento e l’altro. Piercasinando, escluso dal Partito dei Prescritti in Libertà, corre a telefonare a Ruini in lacrime perché quei cattivoni di Silvio e Gianfranco gli han fatto la bua e non lo fanno più amico.
Ruini, anzichè rifilargli una sacrosanta sculacciata e rammentargli che ha 50 anni suonati, lo accoglie all’ombra della sua sottana e manda in tv il direttore di “Avvenire”, con quella faccia da bollino rosso, a lanciare oscuri messaggi attribuiti a misteriosi «umori che ho raccolto» per dire che Piercasinando è tutti noi e gli facessero un po’ di posto e forza Udc. Intanto giunge notizia da Oltretevere che Gianni Letta, con quella faccia da sua sorella, è stato nominato dal Papa «gentiluomo di Sua Santità».
Il che, spiegano i bene informati, gli dà diritto a comparire sull’Annuario Pontificio (che è già una bella soddisfazione) e per giunta a «stare a contatto col Papa e con la Curia nelle cerimonie e nelle udienze con i capi di Stato e di governo». Fra un paio di mesi, quando il Cainano piduista e divorziato, dunque molto religioso, prenderà i voti (alle elezioni) e andrà a baciare la sacra pantofola per grazia ricevuta accompagnato da una delle sue famiglie a scelta, Letta Continua accompagnerà entrambi: sia papa Silvio, sia Benedetto suo vice.
Se poi si pensa che solo 14 anni fa stavano per arrestarlo per le presunte tangenti sulle frequenze tv e ora lo chiamano «gentiluomo», vuol dire che c’è davvero speranza per tutti. Più che in una campagna elettorale, pare di vivere nel film «Il marchese del Grillo» di Alberto Sordi, anche lui gentiluomo di Sua Santità addetto al trasporto del medesimo sulla sedia gestatoria, ma molto più laico e disincantato di questo branco di fanatici e opportunisti che di religioso non hanno nulla.
Tutto questo rimestare nei feti da parte di noti ex abortisti, questo appellarsi all’etica da parte di conclamati ladroni e malfattori, questo sventolare i valori della famiglia da parte di celebri puttanieri, questo commuoversi per la sacralità vita da parte dei peggiori guerrafondai, sostenitori di Guantanamo e Abu Ghraib, questo intenerirsi per i bambinelli da parte di chi vorrebbe cacciare dagli asili i figli dei clandestini, questo portare a spasso le madonne pellegrine da parte di fior di miscredenti deve aver allarmato anche gli ambienti più avveduti della Santa Sede, che l’altroieri ha sottolineato la distinzione tra Chiesa universale e la Cei ruinesca (che ieri ha detto la sua anche sul film “Caos calmo”).
A riprova del fatto che le ingerenze del Vaticano nella politica sono una cosa grave, ma mai quanto l’arrendevolezza della politica. In una celebre vignetta di Altan, un prete infila un ombrello aperto nel sedere di un passante e domanda: «Disturbo?». Il passante, rassegnato, risponde: «Si figuri, lei sfonda una porta aperta».
lunedì, febbraio 11, 2008
Ferrara & Travaglio
Marco Travaglio per “l’Unità”
Siccome non c’è peggior Facci di chi non vuol capire, preciso che non ho mai pensato né scritto che Giuliano Ferrara abbia torto perché è grasso, anzi lievemente sovrappeso. Ho scritto che in un paese serio non starebbe nell’Ordine dei giornalisti, ma al circo equestre con la donna barbuta e la donna cannone. Ma non per quanti chili pesa: per quante cazzate dice.
Se mi soffermo ogni tanto sulle sue dimensioni non è perché, come scrive Facci, sono «una canaglia» (il che, detto dall’orfano inconsolabile di Craxi, è un complimento) o perché amo infierire sui «difetti fisici» (e chi l’ha detto che essere grassi sia un difetto?): ma perché lo stesso Platinette Barbuto ci marcia da tempo immemorabile (da quando spuntava da un cassonetto della monnezza in tutta la sua ostentata pinguedine nello spot di un suo programma trash).
Come se l’eccesso di peso lo autorizzasse a tutti gli altri eccessi - a danno della verità, della logica e del comune senso del pudore - che invece gli vengono perdonati con maggiore indulgenza: un tanto al chilo. Del resto non esiste un rapporto diretto fra il peso del corpo e quello del cervello: anche Carlo Rubbia è piuttosto corpulento, eppure ha vinto il Nobel, come pure la Montalcini che però è magrissima. Facci, anche se ingrassasse, non potrà mai essere altro che un Facci. Ferrara, anche se dimagrisse, resterebbe un fenomeno da baraccone.
E in un paese serio sarebbe già stato espulso da tempo dall’Ordine dei giornalisti: perché prendeva soldi dalla Cia; perché è un diffamatore seriale, soprattutto a danno di giornalisti (l’Unità «giornale omicida», Colombo «mandante linguistico del mio prossimo assassinio», Travaglio «squadrista» e «delinquente», Santoro «carnefice mediatico»...); perché nel 2002 ha chiesto e poi applaudito la cacciata bulgara di Biagi e Santoro; perché ora torna a chiedere la chiusura di AnnoZero; perché l’altroieri ha pubblicato un’intervista manipolata a Nichi Vendola per reclutarlo nella tragicomica «moratoria sull’aborto» (magari la prossima volta Vendola eviterà di farsi intervistare da gente così).
Ma soprattutto perché, ogni giorno sul Foglio e a Otto e mezzo mente sapendo di mentire. Ultimamente sostiene che non bisogna pubblicare intercettazioni. Però sul Foglio l’ha menata per tre anni con l’intercettazione di Pacini Battaglia «quei due mi hanno sbancato» (riferita a Di Pietro e al suo amico avvocato Lucibello), che poi si scoprì farlocca («sbancato» poteva essere pure «stancato» o «sbiancato», tanto più che subito dopo Pacini aggiungeva: «io i soldi non glieli ho dati», ma chi aveva fatto uscire la trascrizione aveva tagliato la frase). Ferrara accusa gli altri di allestire «gogne mediatiche», come se lui non avesse messo alla gogna i migliori magistrati d’Italia con prove false, elogiando invece il suo amico Squillante come «uomo probo».
Ma il meglio lo dà quando si avventura in paragoni con gli altri paesi, dove - a suo dire - non si intercettano i parlamentari, non si pubblicano intercettazioni, non si indaga sui politici. Una balla più grossa dell’altra. La stampa Usa ha appena pubblicato un’antologia dei 12 mila sms erotici del sindaco di Detroit. In Francia il Nouvel Observateur ha appena pubblicato gli sms tra Sarkozy e la penultima moglie Cecilia («se torni da me annullo le nozze con Carla»: fatti privati di un capo di Stato).
La stampa britannica, già celebre per aver pubblicato la telefonata hard illegalmente intercettata da un cameriere fra il principe Carlo e Camilla («vorrei essere il tuo tampax»: fatti privati, per giunta dell’erede al trono), si sta scatenando sulle intercettazioni di un deputato e avvocato di origine araba, Sadiq Khan, astro nascente del Labour, «ascoltato» da una microspia di Scotland Yard in carcere, dov’era andato a trovare un amico detenuto per terrorismo. Fosse accaduto in Italia, la casta avrebbe chiamato i caschi blu.
Un rapporto ufficiale di sir Paul Kennedy, «interception communications commissioner», rivela che in Inghilterra si intercettano 1000 nuove persone al giorno, anche perché lì non è come in Italia, dove i soli abilitati a intercettare sono i giudici: lì sono ben 653 gli organismi che possono farlo, non solo l’intelligence e la polizia, ma anche gli uffici finanziari e fiscali, i direttori delle carceri, e persino il servizio ambulanze e i pompieri. Dal che si deduce che Giuliano Ferrara vale tante balle quanto pesa.
Siccome non c’è peggior Facci di chi non vuol capire, preciso che non ho mai pensato né scritto che Giuliano Ferrara abbia torto perché è grasso, anzi lievemente sovrappeso. Ho scritto che in un paese serio non starebbe nell’Ordine dei giornalisti, ma al circo equestre con la donna barbuta e la donna cannone. Ma non per quanti chili pesa: per quante cazzate dice.
Se mi soffermo ogni tanto sulle sue dimensioni non è perché, come scrive Facci, sono «una canaglia» (il che, detto dall’orfano inconsolabile di Craxi, è un complimento) o perché amo infierire sui «difetti fisici» (e chi l’ha detto che essere grassi sia un difetto?): ma perché lo stesso Platinette Barbuto ci marcia da tempo immemorabile (da quando spuntava da un cassonetto della monnezza in tutta la sua ostentata pinguedine nello spot di un suo programma trash).
Come se l’eccesso di peso lo autorizzasse a tutti gli altri eccessi - a danno della verità, della logica e del comune senso del pudore - che invece gli vengono perdonati con maggiore indulgenza: un tanto al chilo. Del resto non esiste un rapporto diretto fra il peso del corpo e quello del cervello: anche Carlo Rubbia è piuttosto corpulento, eppure ha vinto il Nobel, come pure la Montalcini che però è magrissima. Facci, anche se ingrassasse, non potrà mai essere altro che un Facci. Ferrara, anche se dimagrisse, resterebbe un fenomeno da baraccone.
E in un paese serio sarebbe già stato espulso da tempo dall’Ordine dei giornalisti: perché prendeva soldi dalla Cia; perché è un diffamatore seriale, soprattutto a danno di giornalisti (l’Unità «giornale omicida», Colombo «mandante linguistico del mio prossimo assassinio», Travaglio «squadrista» e «delinquente», Santoro «carnefice mediatico»...); perché nel 2002 ha chiesto e poi applaudito la cacciata bulgara di Biagi e Santoro; perché ora torna a chiedere la chiusura di AnnoZero; perché l’altroieri ha pubblicato un’intervista manipolata a Nichi Vendola per reclutarlo nella tragicomica «moratoria sull’aborto» (magari la prossima volta Vendola eviterà di farsi intervistare da gente così).
Ma soprattutto perché, ogni giorno sul Foglio e a Otto e mezzo mente sapendo di mentire. Ultimamente sostiene che non bisogna pubblicare intercettazioni. Però sul Foglio l’ha menata per tre anni con l’intercettazione di Pacini Battaglia «quei due mi hanno sbancato» (riferita a Di Pietro e al suo amico avvocato Lucibello), che poi si scoprì farlocca («sbancato» poteva essere pure «stancato» o «sbiancato», tanto più che subito dopo Pacini aggiungeva: «io i soldi non glieli ho dati», ma chi aveva fatto uscire la trascrizione aveva tagliato la frase). Ferrara accusa gli altri di allestire «gogne mediatiche», come se lui non avesse messo alla gogna i migliori magistrati d’Italia con prove false, elogiando invece il suo amico Squillante come «uomo probo».
Ma il meglio lo dà quando si avventura in paragoni con gli altri paesi, dove - a suo dire - non si intercettano i parlamentari, non si pubblicano intercettazioni, non si indaga sui politici. Una balla più grossa dell’altra. La stampa Usa ha appena pubblicato un’antologia dei 12 mila sms erotici del sindaco di Detroit. In Francia il Nouvel Observateur ha appena pubblicato gli sms tra Sarkozy e la penultima moglie Cecilia («se torni da me annullo le nozze con Carla»: fatti privati di un capo di Stato).
La stampa britannica, già celebre per aver pubblicato la telefonata hard illegalmente intercettata da un cameriere fra il principe Carlo e Camilla («vorrei essere il tuo tampax»: fatti privati, per giunta dell’erede al trono), si sta scatenando sulle intercettazioni di un deputato e avvocato di origine araba, Sadiq Khan, astro nascente del Labour, «ascoltato» da una microspia di Scotland Yard in carcere, dov’era andato a trovare un amico detenuto per terrorismo. Fosse accaduto in Italia, la casta avrebbe chiamato i caschi blu.
Un rapporto ufficiale di sir Paul Kennedy, «interception communications commissioner», rivela che in Inghilterra si intercettano 1000 nuove persone al giorno, anche perché lì non è come in Italia, dove i soli abilitati a intercettare sono i giudici: lì sono ben 653 gli organismi che possono farlo, non solo l’intelligence e la polizia, ma anche gli uffici finanziari e fiscali, i direttori delle carceri, e persino il servizio ambulanze e i pompieri. Dal che si deduce che Giuliano Ferrara vale tante balle quanto pesa.
venerdì, gennaio 04, 2008
L'articolo rubato
"Fatwa" à l’italienne
PAR ANTONIO TABUCCHI, ÉCRIVAIN
vendredi 10 octobre 2003
"Si on me tue, souvenez-vous que les mandants linguistiques sont Antonio Tabucchi et Furio Colombo, en étroite collaboration." Telle est la déclaration à la fois louche et vulgaire de Giuliano Ferrara, dans le journal Il Foglio (6 octobre), après annonce aux agences de presse. Furio Colombo est le directeur de L’Unità, un des désormais rares journaux qui n’appartiennent pas à Silvio Berlusconi, et auquel je collabore. Un journal qui a pris des positions fermes et courageuses en faveur de la démocratie et qui se trouve maintenant plutôt isolé. Antonio Tabucchi, c’est moi. Mais qui est Giuliano Ferrara? Un portrait rapide s’impose, pour qui ne le connaîtrait pas.
Fils d’un haut dignitaire du Parti communiste italien, Ferrara s’est formé en Union soviétique, où il a fréquenté l’université de Moscou au temps de Brejnev. De retour en Italie, il devient une figure de proue de la "contestation" très proche des groupuscules révolutionnaires de l’extrême gauche marxiste-léniniste (il y a une célèbre photographie prise de lui pendant un assaut contre la police à Rome). Déçu par la politique modérée et pro-européenne du PCI de Berlinguer (pendant ces années-là, les Brigades rouges, en assassinant Aldo Moro, empêchèrent ce qu’on avait appelé le "compromis historique" entre la Démocratie chrétienne et le PCI), il se rapproche du socialiste Bettino Craxi dont il suivra l’itinéraire politique, de l’ascension à la chute.
Après la fin de Craxi - mort en contumax en Tunisie après sa condamnation pour corruption par un tribunal de la République -, Ferrara se reporte sur Berlusconi et devient un des grands artificiers médiatiques de son arrivée au pouvoir. Au début, il se voit confier l’émission de télévision "Radio Londres" (on appréciera l’ironie), puis il est nommé ministre dans le premier et éphémère gouvernement Berlusconi en 1994.
Ensuite, il prend la direction d’un hebdomadaire de l’empire Berlusconi, Panorama, le plus puissant véhicule de la propagande berlusconienne, consacré à discréditer les personnalités de la politique, de la culture et du spectacle opposées à Berlusconi. Dans ce travail, il collectionne une centaine de plaintes pour diffamation, mais l’important dans la stratégie mise en acte est de diffamer, étant donné que pour un milliardaire comme Berlusconi, indemniser les préjudices compte pour rien.
Enfin, Ferrara devient le directeur d’un nouveau quotidien, Il Foglio, propriété de Veronica Lario, épouse de Berlusconi, publication qui bénéficie toutefois d’une contribution de l’Etat (par l’effet d’une loi très italienne conçue par un parlementaire, Marco Boato, qui dans les années 1960 militait lui aussi dans les groupuscules d’extrême gauche). Il Foglio est le journal dans lequel Berlusconi publie ses discours ou proclamations. C’est là qu’il se fait interviewer lorsqu’il a en tête une nouvelle loi (il méprise le Parlement et a pour habitude d’utiliser ses journaux ou la télévision pour faire connaître sa "pensée" aux Italiens).
Le langage de ce journal et de Ferrara lui-même est, comme nous le verrons, agressif, vulgaire et menaçant. Un langage identique à celui utilisé par Ferrara dans son émission sur une nouvelle chaîne de télévision, La 7, autre tribune dont il a tiré un énorme pouvoir grâce à sa grande capacité à intimider tout adversaire de son patron.
Revenons en arrière : un peu avant l’été dernier, toujours dans Il Foglio et aussitôt après dans son émission télévisée, Ferrara procéda à une "autodénonciation" en révélant qu’il avait été par le passé un informateur des services secrets américains œuvrant en Italie, la CIA. Mais attention : il ne s’agissait pas de la déclaration de quelqu’un qui se repent d’une activité louche ; tout au contraire : Ferrara l’annonçait triomphalement, avec arrogance, déclarant qu’il l’avait fait pour protéger l’Italie du communisme et se vantant d’avoir été grassement payé pour ses services.
Il jouait simplement la carte de l’anticipation. Comme la CIA venait d’ouvrir aux historiens certaines de ses archives assez récentes, où son nom apparaît probablement, il s’autodénon-çait avant d’être dénoncé par un historien.
Ce qui est curieux, mais qui appartient au climat de l’Italie de Berlusconi (une Italie intimidée, désorientée, en grande partie bâillonnée pour ce qui est de l’information), c’est le fait que les infâmes déclarations du sieur Ferrara ne suscitèrent aucune réaction. J’osai exprimer ma stupéfaction, par écrit, dans L’Unità.
Pour la raison, entre autres, que la CIA ne paie pas grassement pour des informations touristiques, et parce que le passé récent de mon pays est fait de bombes, de terrorisme et de massacres. Et la "commission parlementaire Massacres" (un nom sinistre, certes, mais c’est le sien), présidée par le sénateur Pellegrino, a produit une énorme quantité d’actes parlementaires (en partie publiés et en tout état de cause à la disposition des citoyens) où il est démontré que beaucoup de massacres italiens à caractère séditieux furent organisés par les services secrets italiens "dévoyés" en collaboration avec certains services secrets étrangers, dont la CIA.
A présent, Ferrara dénonce de manière assez alarmante son possible assassinat et désigne a priori ma personne et celle du directeur d’un journal comme les mandants. Mandant "linguistique" : expression curieuse qui révèle la volonté de faire taire un écrivain qui, comme moi, utilise l’instrument de la parole.
Après la citation par laquellle j’ai commencé, Ferrara écrit : "Souvenez-vous en pour y remédier, et pour empêcher que l’omelette soit comme d’habitude retournée : je ne voudrais pas mourir moi aussi comme un martyr de la gauche bon chic bon genre, étant donné que le pape en charge de cette gauche, mon vieil ami- ennemi Piero Fassino, a eu la courtoisie d’écrire dans ses mémoires que malgré mon sale caractère et mon travail passé d’analyste pour l’espionnage américain, je reste "un des leurs".
"Cependant, ensuite, pardonnez-leur, car ce sont deux pauvres âmes en peine. J’ai parlé de "mandat linguistique", parce que je ne suis pas spécialiste du moralisme et que je ne comprends donc pas le concept de concours moral. Depuis longtemps, Antonio Tabucchi, qui est justement un écrivain et qui utilise le langage, m’assimile de façon oblique et menaçante (menaçante pour les autres, pour la communauté des hommes libres) au nom de Silvio Berlusconi. (...) Il offre de la personne la plus transparente du monde, jusqu’au grotesque, la version onirique d’un agitateur qui travaille dans l’ombre. Une invitation à des noces ? Non, une invitation à tuer. Qui ne revêt pas de "caractère pénal", mais qui a une importance linguistique décisive."
Je fais observer ceci : très astucieusement, Ferrara précise que ce que j’ai écrit sur lui ne revêt pas un "caractère pénal". Et comment pourrait-il en être autrement ? Je me suis limité à répéter ce que lui-même a dit de lui-même : qu’il a été un espion de la CIA. En revanche, ce qu’il écrit, lui, revêt un caractère pénal et, bien entendu, j’ai immédiatement déposé une plainte en justice.
Mais jusqu’à quel point la justice italienne peut-elle protéger un écrivain des abjectes paroles de Ferrara ? Celui-ci a lancé à mon encontre une fatwa à l’envers. En me désignant comme le possible mandant de son possible assassinat, dans un pays caractérisé par la Mafia, les obscures activités de terrorisme, les associations clandestines, et avec les vieilles amitiés que Ferrara aura certainement dans la CIA, il s’adresse à quelque Inconnu afin que celui-ci me ferme la bouche à temps, et qu’il désamorce la liberté de parole dont je dispose et qu’il craint (son recours à l’adjectif "linguistique" est symptomatique).
Au cas où les choses n’auraien pas été déjà assez claires, un autre quotidien de l’empire de Berlusconi, Libero (appréciez là aussi l’ironie), en a remis une couche en faisant figurer en manchette dans son édition du 7 octobre le titre suivant : "Ferrara déclare : Tabucchi et Colombo veulent me tuer", selon une progression logique dans la formulation.
Voilà l’Italie d’aujourd’hui. Je crois que cet épisode, même s’il est strictement personnel, constitue un portrait éloquent de mon pays.
Antonio Tabucchi, écrivain.
da Le Monde
Francia meravigliosa

Con tutte le baggianate che dice, sempre comunque accreditate di grande intelligenza, vien da chiedersi che ne sarebbe di Giuliano Ferrara in un paese serio, cioè diverso dall’Italia. Una risposta giunge dalla Francia, dove il Molto Intelligente è stato appena condannato in appello (e dunque in via definitiva) dal Tribunal de Grande Instance di Parigi per contraffazione di opera d’ingegno e violazione del diritto d’autore ai danni di Antonio Tabucchi. Il fatto risale all’ottobre 2003, quando Tabucchi inviò un articolo a Le Monde, ma se lo vide pubblicato, in anteprima e senz’autorizzazione, sul Foglio (un correttore di bozze del quotidiano parigino l’aveva inviato per amicizia a Ferrara, senza prevedere che questi l’avrebbe fregato e messo in pagina).
Ora Ferrara dovrà sborsare 34mila euro in tutto: 10mila di multa allo Stato francese, più 3mila per aver appellato temerariamente la condanna di primo grado; 12mila di danni a Tabucchi; 9mila per finanziare la pubblicazione della sentenza su Le Monde, Le Figaro e Libération. Naturalmente, se Ferrara avesse vinto la causa, la notizia sarebbe uscita su tutti i giornali. Invece l’ha persa, dunque silenzio di tomba. Ma l’aspetto più interessante del processo non è la sentenza. È l’incredulità dei francesi - giudici, avvocati e giornalisti - di fronte a quel che dice Ferrara. Anzi, di fronte a Ferrara tout court, che al di là del Monginevro è visto come un fenomeno da baraccone. Il suo interrogatorio in tribunale è uno spettacolo da far pagare il biglietto.
Nell’articolo rubato, Tabucchi ricordava i trascorsi di Ferrara come informatore prezzolato della Cia. Il giudice domanda all’interessato se la cosa sia vera. Ferrara risponde che sì, fu lui stesso a rivelarlo sul Foglio. Ma era una balla, che lui chiama «provocazione»: tant’è che ¬ aggiunge ¬ non ci sono le prove. La nuova frontiera del giornalismo da lui inaugurata - spiega - prescinde dalla verità. Figurarsi la faccia dei giudici parigini dinanzi a questo «giornalista» ed ex ministro italiano che si vanta di raccontare frottole sulla propria vita e aggiunge: trovate le prove di quel che scrivo, se ne siete capaci.
Lo condannano su due piedi. Lui ricorre in appello, eccependo fra l’altro sulla competenza territoriale del Tribunale parigino, manco fosse Previti o Berlusconi al Tribunale di Milano. Eccezione respinta con perdite. Quanto al merito, ricordano i giudici di seconda istanza, il Molto Intelligente è colpevole per definizione: «Il 4 novembre 2006 Ferrara veniva interrogato e sosteneva che in Italia è usanza giornalistica pubblicare documenti senza autorizzazione per rispondere a essi senza che la cosa comporti una contraffazione».
Dopo aver finito di ridere, i giudici ribattono che pubblicare sul Foglio un articolo destinato a Le Monde «senza il consenso dell’autore né di Le Monde costituisce a pieno titolo contraffazione» e «non è seriamente sostenibile che un delitto di contraffazione sia legittimato da una sorta di diritto di replica preventivo rispetto alla pubblicazione».
Ferrara, se voleva replicare a Tabucchi, doveva attendere che l’articolo uscisse su Le Monde. Il Tribunale aggiunge sarcastico che una diversa «eventuale usanza italiana, ammesso che esista, non si applicherebbe comunque al diritto francese». E conclude sottolineando «la piena consapevolezza che l’imputato (Ferrara, ndr) aveva del suo delitto e del cinismo con cui l’ha commesso», ergo «va dichiarato colpevole dei fatti a lui addebitati». Insomma: certi sofismi, furbate e corbellerie Ferrara li vada a raccontare agli italiani, che hanno smarrito il senso del pudore, della decenza e della vergogna.
In Francia non attaccano. Infatti, riportando la sentenza, il Nouvel Observateur descrive Ferrara come nemmeno un giornale di estrema sinistra oserebbe dipingerlo. Cioè per quello che è: «maschera della tv trash», «specializzato nella denigrazione di chi si oppone a Berlusconi» e nel «servilismo giornalistico» che gli è valso la direzione di Panorama e del Foglio, sempre «indipendente come si può essere quando l’editore è la moglie di Berlusconi».
Nessun accenno alla sua grande intelligenza. In controtendenza con la fuga dei cervelli dall’Italia, quello di Ferrara all’estero non lo nota nessuno. Non pervenuto.
Marco Travaglio
da Unità
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