Pentma vuol dire pietra, ma questo blog è solo un sassolino, come ce ne sono tanti. Forse solo un po' più striato.
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venerdì, aprile 17, 2009
Per i bugiardelli distratti

Torno a dire: il tizio può non piacere, ma sa fare tv. Però una considerazione s'impone. A meno che non facciano fuori con una tassazione particolare o con altre furbate, ormai Sky sta prendendo sempre più piede. Ci sono ancora anche al tg24 cagate inenarrabili, ma è un'informazione comunque fatta meglio di Raiset. Quindi magari Annozero lo chiuderanno, ma mi sembra ormai una battaglia fuori dal mondo. Persino quelli che si considerano "conservatori" nelle nuove generazioni si stanno rendendo conto che questo sistema italiano ha fatto il suo tempo. E il crollo delle vendite e degli ascolti di Raiset mi sembra che lo dimostri. Poi se uno davvero vuol credere all'Auditel....
Santoro al Giornale: "Poveretti". Vauro non c'è, ma le vignette sì, In studio i disegni su "La via crucis del precario". L'Udc: "Indecenza vergognosa"
Sabina Guzzanti indossa la toga: "Non è il momento di ridere. E non lo sarà più"
di ALESSANDRA VITALI
Fonte Repubblica
Michele Santoro
ROMA - "Comunque la pensiate, benvenuti". Michele Santoro saluta gli spettatori, ringrazia la redazione del Tg2 per la solidarietà, attacca Il Giornale ("poveretti i lettori, ogni giorno quattro pagine su di me") per ricordare "le battaglie memorabili" del quotidiano "in nome della libertà di satira, come per le vignette su Maometto", mentre "ora se la prende con Vauro e Annozero, ma su Vauro sbagliate - dice - come sbaglia Aldo Grasso (il critico tv del Corriere della sera, ndr) che parla di televisione come Bruno Vespa parla di cavalli. Fate come Fede, ha capito che se non ci fosse Annozero Berlusconi non vincerebbe. Noi siamo un Tg4 fatto bene. Lasciateci lavorare: Vauro tornerà, Berlusconi vincerà e tutti saremo contenti". Vauro però è già tornato. Le vignette le porta Francesca, finta disegnatrice. "La via crucis del precario", quattordici tavole, un co.co.co. che porta la croce. Si infuria l'Udc: "Blasfemo e indecente". Intanto se la prende anche il direttore del Giornale, Mario Giordano. Parla di "sfida, attacco e rilancio". Domani, annuncia, dedicherà a Santoro la prima pagina e altre quattro del quotidiano.
Parte pochi minuti dopo le 21 la puntata "riparatrice" di Annozero. Quella fortemente voluta dai vertici Rai dopo le polemiche seguìte alla precedente, sul terremoto, giudicata tanto faziosa da chiedere al giornalista "il necessario riequilibrio dell'informazione", e da far sospendere Vauro per quelle sue vignette "offensive per vittime e congiunti". Santoro si toglie subito qualche sassolino dalla scarpa. Col sarcasmo e l'ironia, senza Bella ciao o altri colpi di teatro. C'è Vauro, sotto forma di disegni, coraggiosi visto il tema (a quattro giorni dalla Pasqua), la "Passione del precario", battute feroci sul lavoro che è una croce. E' una sfida al dg Rai Mauro Masi. Che Vauro l'ha sospeso. E che invece, uscito dalla porta, gli è rientrato dalla finestra.
Si infuria Luca Volontè (Udc): "Non potendosela prendere, per ragioni di stipendio, con Berlusconi, Santoro con le vignette blafeme di Vauro se la prende con Gesù e la sua Passione. Un'indecenza vergognosa". Chiede al cda "le decisioni del caso" perché "Santoro e compagnia non rispettano né il servizio pubblico né la religione cristiana". Perfino Ghedini, poco prima, aveva preso le difese del vignettista e le distanze da Masi: "Non condivido quel tipo di satira ma Vauro non doveva essere sospeso", aveva detto. Una curiosità: dopo Annozero, Vauro "si sposta" a Parla con me, su RaiTre. Nel programma condotto da Serena Dandini è Dario Vergassola a mostrare alcune vignette (ironicamente firmate Dauro) del disegnatore.
La puntata, per il resto, ha la la cifra consueta. Prologo di Marco Travaglio, che ricorda gli attacchi di Giornale e opposizione contro i provvedimenti di Romano Prodi presidente del Consiglio ai tempi del sisma di Umbria e Marche, 1997, e i commenti lusinghieri dei giornalisti all'operato del premier. Sandro Ruotolo in collegamento dall'Aquila, in studio Niccolò Ghedini (Pdl), Antonio Di Pietro (Idv), Mariano Maugeri (Sole24Ore) e Titti Postiglione, capo della Sala Italia della Protezione civile. Preceduta da una lettera che Guido Bertolaso ha pubblicato sul sito del Dipartimento per ringraziare Annozero dell'invito.
Scaramucce fra Ghedini e di Pietro. L'inchiesta, gli ospiti in studio, i collegamenti, le testimonianze. Come e perché le case sono venute giù. Qualche "vizio" nei materiali di costruzione, la tenuta delle strutture. Le verifiche. I parenti delle vittime che chiedono chiarezza. I genitori dei ragazzi morti nella Casa dello studente. "A me risulta che è stato il custode a verificare le crepe al quarto piano - racconta il padre di Luca - e ha detto che non c'era pericolo".
A Sabina Guzzanti è affidata la chiusura della puntata, lo spazio di solito occupato da Vauro. Una toga indosso, un magistrato dal marcato accento meridionale che fa un processo al vignettista, "colpevole di turbativa della commozione" ("te la prendi con chi ha costruito quelle case o con chi si mette a fare quei disegni? Te la prendi con Vauro") ma, più in generale, ai malcostumi dell'Italia e al governo. Massima conclusiva: "Se la tv di Stato ha imparato gli italiani a parlare, le tv di Berlusconi hanno imparato gli italiani a stare zitti".
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Le scorrettezze del Giornale

Eh non c'è da stupirsi. Il direttore del Giornale, come dicono a Roma "nun ce vo sta" e quindi giù paginate contro il vile Santoro. L'attacco fatto apposta per chi la trasmissione non l'ha vista. "La trasmissione ha offeso i lettori del Giornale!", strillano le pagine del nostro. Astratta dal contesto l'informazione farebbe incazzare pure me che sono di altra parrocchia. Ma tanto chi può contraddirlo? Giordano si fida del fatto che uno che compra il Giornale (o la Repubblica, o il Manifesto) magari non va a leggere anche altri resoconti. E così la cattiva informazione continua, ma da "Lucignolo" non è che si possa cambiare. Memorabile la chiusa del Brambilla: giù le mani da Santoro, comunque! Vogliamo scommettere? Cà nisciuno è fesso Brambì.
Annozero, la riparazione di Santoro: no all'autocritica, ma insulti al Giornale
di Michele Brambilla
Milano - À la guerre comme à la guerre, ha pensato Santoro. Altro che puntata riparatrice. Annozero di ieri è stata una sfida alla Rai, con le vignette di Vauro mostrate alla faccia della sospensione, e con un nuovo carico da novanta contro la Protezione civile, il governo, i giornali servi di Berlusconi, che siamo noi naturalmente, ma anche il Corriere della Sera e La Stampa. E giù insulti a tutti.
Intanto insulti a voi che leggete. Siete dei «poveretti», cari lettori. Così vi ha definiti Santoro in apertura di trasmissione: poveretti. «Vorrei soprattutto», ha detto, «salutare i lettori del Giornale. Poveretti. Vi adoro perché faccio grandissimi sforzi per capirvi. Ma come. Il Giornale ha fatto grandissime battaglie per la libertà di pubblicare le vignette che offendono l’islam (non è vero, naturalmente: ma Santoro lo dice lo stesso, ndr) e adesso se la prende con Vauro».
Il Giornale, il Giornale... Giornalisti prezzolati da Berlusconi, e lettori «poveretti», minus habens secondo Santoro. Sarebbe facile liquidarla così. Però guarda che strano, a definire «indecente» la puntata della scorsa settimana di Annozero era stato anche Gianfranco Fini, tanto stimato a sinistra negli ultimi tempi. E anche Franceschini aveva criticato duramente, e Franceschini è il segretario del Pd, non del Pdl. E anche Follini ha detto che non vuole avere nulla a che fare con il giornalismo «estremista e fazioso» di Santoro, e Follini è il responsabile della comunicazione del Pd, non del Pdl.
Ma sì: Santoro e la sua band contro tutti, unici eroi puri e duri in un mondo asservito al potere. Santoro sfotte Aldo Grasso del Corriere della Sera, il quale aveva definito la scorsa puntata di Annozero un «abuso della libertà»: «È uno che parla di tv come Vespa parla di cavalli», dice il giornalista «sempre corretto» (definizione sua) Santoro. Altri insulti, perché non poteva mancare Emilio Fede: «Noi siamo un tg4 fatto bene», dice il giornalista sempre corretto. Poi parla Travaglio. E tiriamo un altro sospiro di sollievo perché accusa non solo noi ma anche il Corriere e La Stampa, legge un articolo di Minzolini e ironizza, chiude con un discorso di Mussolini che è così tanto simile a quelli di Berlusconi.
Insomma l’Italia è così, fa intendere Annozero: un premier che si prepara a silenziare l’opposizione, la stampa intera che è complice, Santoro e i suoi fedelissimi gli unici resistenti. I casi sono due: o è così, o qualcuno è paranoico.
Partono, dopo le invettive alla stampa allineata, i filmati «riparatori», quelli che in teoria avrebbero dovuto riequilibrare. Sempre in teoria, gli inviati di Annozero avrebbero dovuto trasmettere le interviste anche a quei quattro gatti che sono stati davvero soccorsi dalla Protezione civile. Invece viene intervistata solo gente che grida che qualcuno avrebbe dovuto provvedere: ed è vero, ma come e dove e quando? Non c’entra niente con le accuse di ritardo nei soccorsi lanciate la scorsa settimana.
E qui sta la truffa di Annozero di ieri. Santoro mente senza vergogna quando dice «noi non abbiamo mai messo in dubbio l’efficienza e la velocità dei soccorsi, ma abbiamo voluto parlare della prevenzione». È una truffa perché la puntata «riparatrice» mette sotto accusa le case costruite male e i controlli non fatti, e sono accuse che ci stanno, riflessioni legittime. Ma la scorsa settimana Santoro e i suoi se ne sono guardati bene dal parlare delle case costruite male e dei controlli non fatti per il semplice motivo che quelle case sono state costruite e non-controllate nell’arco di cinquant’anni e dare la colpa all’attuale governo sarebbe stata un po’ dura. La scorsa settimana, Annozero ha puntato l’indice accusatore contro i ritardi nei soccorsi, sono state intervistate persone che dicevano che i volontari si facevano «i cazzi loro» e si è istruito un processo per una bottiglietta di acqua arrivata in ritardo. Sandro Ruotolo, l’inviato di Annozero che ha raccolto quelle denunce, in un’intervista ha implorato di dirgli dove ha sbagliato nella puntata della scorsa settimana. Glielo diciamo subito: ha cercato, o quantomeno trasmesso, solo le interviste che servivano a supportare la tesi che si voleva sostenere, e cioè che i soccorsi erano stati tardivi e inefficienti. E questo non è giornalismo, è un mezzuccio di cui sono sempre servite le propagande di tutta la storia.
Molto meglio, allora, far credere ai telespettatori che la puntata della scorsa settimana abbia parlato non dei soccorsi ma della prevenzione, e allora giù accuse al piano casa che il governo Berlusconi varerà (ma che cosa c’entra con il terremoto dell’Abruzzo?), e giù con Di Pietro che urla come al mercato delle vacche.
È l’Italia dei valori, l’Italia degli onesti, il giornalismo dei puri, dei coraggiosi, dei resistenti. Ma anche di quelli che hanno la possibilità, in questa dittatura, di fare la trasmissione più faziosa della storia della Rai; di avere la prima serata assicurata per sentenza; di fregarsene delle direttive della direzione generale per poter prepararsi, un giorno, a cantare di nuovo «Bella ciao», e magari di farsi rieleggere per poi dimettersi prendendo per i fondelli gli elettori. Quello cominciato ieri sera è un film già visto.
Giù le mani da Santoro, comunque. Un po’ perché le epurazioni non ci piacciono. E poi perché si cadrebbe in un tranello. Santoro, come ha scritto Facci, sta cercando il martirio. Continui pure con il suo Obiettivitàzero: ma la smetta di atteggiarsi a paladino della libertà. Cà nisciuno è fesso, Michè.
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mercoledì, aprile 15, 2009
La Norma
Ho già detto più volte quanto poca mi piaccia il Manifesto, ma questo articolo è da sottoscrivere parola per parola.
Fonte: Il Manifesto
Le verità alla sbarra
di Norma Rangeri
...Chiunque abbia visto la trasmissione incriminata sa che la critica di Santoro alla Protezione Civile è stata circostanziata e testimoniata. Che la struttura di Bertolaso non avesse predisposto un piano di emergenza nella regione colpita, è evidente. Nessuna esercitazione, nessuno in Prefettura pronto a intervenire. Alle 6 del mattino del giorno successivo alla grande scossa non c`erano ambulanze disponibili e otto ore dopo la tragedia, alle 11.30, i medici dell`ospedale non avevano ricevuto aiuto. Sono i fatti testimoniati dai primari intervistati dagli inviati di Annozero. Peccato che nessun telegiornale li avesse notati, e che solo i cronisti di alcuni giornali li avessero denunciati. Sensatamente, Emma Bonino, che non figura tra i filosantoriani, si chiede «Che cosa si contesta, visto che la libertà di espressione ha un solo limite: la falsità. E per questo c`è la magistratura». La patente strumentalità delle accuse si lega alla necessità di prevenire, come insegna la strategia dell`editto bulgaro, qualunque forma di dissenso e di critica all`operato del governo da parte degli organi di informazione controllati dal premier. È un avvertimento per tutti i giornalisti Rai, è un preambolo al prossimo organigramma, alle nuove nomine con cui si sta mettendo a punto la task-force che gestirà la comunicazione del servizio pubblico. Colpire Santoro per educare tutti gli altri. Il consenso è una merce delicata, va prodotta, distribuita e difesa senza fare prigionieri. In questa replica dell`editto berlusconiano, a differenza di sette anni fa, il clima politico del paese è cambiato, D centrodestra è diventato un partito unico che marcia compatto a difesa del monopolio dell`informazione. Il presidente della Camera si stringe al fianco del presidente del Consiglio, e i caporali (da Cicchitto a Gasparri) seguono. Tutti uniti contro l`anomalia della libertà di espressione e di informazione, consapevoli che incrinare la sfera del potere mediatico potrebbe riverberare su quel che resta dell`opinione pubblica. Con il rischio remoto di svegliare dal letargo il Pd, immediatamente disinnescato dall`abbraccio nazionale attorno ai morti. A dir la verità, la voce del democratico Merlo, vicepresidente della commissione di vigilanza, si è levata, ma per attaccare Santoro («incredibile trasmissione») e chiedere ai vertici Rai di riportarlo in riga. Più cauto e attento il presidente Zavoli. All`unisono i capi di viale Mazzini, il presidente Garimberti e il direttore generale Masi, hanno promesso di aprire un`inchiesta. Del resto la prateria italiana in cui Berlusconi galoppa è un paesaggio spianato dall`assenza di leader e di partiti capaci di ostacolarne l`egemonia culturale e la presa proprietaria stabilmente incardinata sul conflitto d`interessi. Che ancora possano alzare la voce giornalisti, giornali, forze sociali e sindacali è un`eccezione alla regola.
Fonte: Il Manifesto
Le verità alla sbarra
di Norma Rangeri
...Chiunque abbia visto la trasmissione incriminata sa che la critica di Santoro alla Protezione Civile è stata circostanziata e testimoniata. Che la struttura di Bertolaso non avesse predisposto un piano di emergenza nella regione colpita, è evidente. Nessuna esercitazione, nessuno in Prefettura pronto a intervenire. Alle 6 del mattino del giorno successivo alla grande scossa non c`erano ambulanze disponibili e otto ore dopo la tragedia, alle 11.30, i medici dell`ospedale non avevano ricevuto aiuto. Sono i fatti testimoniati dai primari intervistati dagli inviati di Annozero. Peccato che nessun telegiornale li avesse notati, e che solo i cronisti di alcuni giornali li avessero denunciati. Sensatamente, Emma Bonino, che non figura tra i filosantoriani, si chiede «Che cosa si contesta, visto che la libertà di espressione ha un solo limite: la falsità. E per questo c`è la magistratura». La patente strumentalità delle accuse si lega alla necessità di prevenire, come insegna la strategia dell`editto bulgaro, qualunque forma di dissenso e di critica all`operato del governo da parte degli organi di informazione controllati dal premier. È un avvertimento per tutti i giornalisti Rai, è un preambolo al prossimo organigramma, alle nuove nomine con cui si sta mettendo a punto la task-force che gestirà la comunicazione del servizio pubblico. Colpire Santoro per educare tutti gli altri. Il consenso è una merce delicata, va prodotta, distribuita e difesa senza fare prigionieri. In questa replica dell`editto berlusconiano, a differenza di sette anni fa, il clima politico del paese è cambiato, D centrodestra è diventato un partito unico che marcia compatto a difesa del monopolio dell`informazione. Il presidente della Camera si stringe al fianco del presidente del Consiglio, e i caporali (da Cicchitto a Gasparri) seguono. Tutti uniti contro l`anomalia della libertà di espressione e di informazione, consapevoli che incrinare la sfera del potere mediatico potrebbe riverberare su quel che resta dell`opinione pubblica. Con il rischio remoto di svegliare dal letargo il Pd, immediatamente disinnescato dall`abbraccio nazionale attorno ai morti. A dir la verità, la voce del democratico Merlo, vicepresidente della commissione di vigilanza, si è levata, ma per attaccare Santoro («incredibile trasmissione») e chiedere ai vertici Rai di riportarlo in riga. Più cauto e attento il presidente Zavoli. All`unisono i capi di viale Mazzini, il presidente Garimberti e il direttore generale Masi, hanno promesso di aprire un`inchiesta. Del resto la prateria italiana in cui Berlusconi galoppa è un paesaggio spianato dall`assenza di leader e di partiti capaci di ostacolarne l`egemonia culturale e la presa proprietaria stabilmente incardinata sul conflitto d`interessi. Che ancora possano alzare la voce giornalisti, giornali, forze sociali e sindacali è un`eccezione alla regola.
martedì, aprile 14, 2009
Pochi pannelli caduti, vé?

Vermi. Non ci sono altri termini per descrivere questi manigoldi. Ai colleghi di Sky: non fate dire a qualcuno come il presidente dei costruttori d'Abruzzo che sono caduti solo "alcuni pannelli" e che l'ospedale è agibile al 90%.
"L'ospedale a L'Aquila? Sconosciuto al catasto"
di GIUSEPPE CAPORALE e MEO PONTE
Fonte: la Repubblica
L'AQUILA - Per il procuratore Alfredo Rossini l'indagine sul terremoto abruzzese sarà "la madre di tutte le inchieste". "Sono oltre ventimila gli edifici da controllare ma procederemo spediti", assicura. E nel giorno in cui periti e carabinieri analizzano i primi mille immobili - stimando solo il 30 per cento ancora agibile - si scopre che l'ospedale San Salvatore (quello dove si erano rivolti oltre mille feriti il giorno del terremoto e poche ore dopo evacuato a causa di cedimenti strutturali) è abusivo. Non poteva essere aperto. Non dispone del certificato di agibilità (l'atto che attesta la sicurezza, l'igiene e la salubrità dell'edificio).
Non l'ha mai avuto. Non solo, l'ospedale - inaugurato nove anni fa - non risulta nemmeno nelle mappe catastali. L'immobile per lo Stato, dunque, non esiste. E' tutto scritto in una relazione che il direttore generale della Asl aquilana, Roberto Marzetti, ha inviato alla Regione e al ministero della Salute. Una relazione nella quale Marzetti ricostruisce la storia del nosocomio, dal 1972 (quando partì il cantiere) ad oggi. Una costruzione travagliata al centro di dibattiti parlamentari, esposti e polemiche.
Fino al giorno di una delle ultime inaugurazioni (ce ne furono cinque, una per ogni lotto) quando, nel 2000, l'allora direttore generale Paolo Menduni decise di aprire lo stesso. Il progetto dell'ospedale porta la data 1967. Spesa inizialmente prevista 11.395 milioni di lire. Alla fine è costata duecento miliardi. I finanziamenti? Cassa del Mezzogiorno, Regione Abruzzo, Ministero della Salute, ministero dell'Università e della Ricerca.
La parte che, con il terremoto, è crollata (reparti di degenza, laboratori e sale operatorie) fu la prima ad essere inaugurata. E proprio Menduni - il manager pubblico che aprì l'ospedale senza richiedere l'agibilità - venti giorni fa è stato nominato dal presidente della Regione Gianni Chiodi (eletto a dicembre con la vittoria del centrodestra) come consulente per l'Agenzia Regionale Sanitaria.
Ma non è tutto. La Procura dell'Aquila, da diversi mesi, ha avviato indagini sull'ospedale, riguardo alcuni affidamenti diretti per lavori di manutenzione (con una spesa di sedici milioni di euro di fondi pubblici). Lavori affidati senza gara per "l'urgenza di dover procedere alla messa in sicurezza della struttura". Urgenza che non termina mai, specie se non arriva il certificato di agibilità.
L'ospedale è proprio uno dei primi edifici su cui la Procura intende indagare. E per oggi è previsto un vertice tra il procuratore Rossini e i magistrati del suo ufficio. E' probabile che venga costituito un pool per l'attività inquirente. Intanto, quaranta consulenti tra geologi, sismologi, geometri, chimici ed esperti di costruzioni sono già al lavoro da giorni con carabinieri e squadra mobile per verificare le strutture e sequestrare atti utili all'inchiesta. "Le responsabilità - assicura il procuratore Rossini - saranno verificate in modo rigoroso dal materiale a tutta la filiera, dall'appalto all'acquisto di materiale, alla progettazione, al collaudo".
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Diario dell'orrore

"Io, medico ferito e sfollato dico: l'allarme alla città andava dato"
di MASSIMO GALLUCCI*
fonte: la Repubblica
"Da gennaio, quasi settimanalmente si faceva sentire. Ma, un po' come nel film X-men 2, il verme divoratore era sotto controllo. Così ci era stato detto più e più volte dalla stampa e dalle televisioni locali. E così parcheggio, senza particolari precauzioni, nel piazzale alberato a 100 metri da casa.
Casa: una palazzina cielo-terra di 3 piani e piccolo attico, di stesura settecentesca, manipolata più volte in seguito, e da noi restaurata 12 anni fa. Per strada, davanti il mio ingresso, gli studenti che alloggiano in affitto negli appartamenti di fronte in cemento armato. Sono una decina, in strada. Una ragazza piange: "non ne posso più, ho paura voglio andare via". Un ragazzo l'abbraccia protettivo. Stai tranquilla. Sono scosse di assestamento. Ormai ci siamo abituati.
Così ci prepariamo, come ogni sera quasi tranquilli. A letto. Io, mia moglie e mia figlia. Un letto d'epoca, veneziano, con una spalliera piuttosto alta, che avrà un ruolo in questa storia. Stranamente essenziale e per questo bellissimo. Lascio la luce dell'abat-jour accesa.
All'una circa sono svegliato da un'altra scossa. O l'ho sognata? Resto sveglio. Dopo un po' ne arriva un'altra.
Alle 3 e mezzo il letto salta, si muove. Non c'è più luce elettrica, polvere dovunque, si fa fatica a respirare tra la polvere e l'odore acre, inconfondibile del gas di città, e il ballo continua, accelera, è forsennato, sale il rumore, quel borborigmo che diventa un ululato rotto dagli allarmi delle auto e da grida, grida, grida attorno. Virginia chiama. Mi butto su di lei per ripararla dalla pioggia di calcinacci e urlo: "Non preoccuparti, è finito, è finito!"
Ripeto istericamente quella frase per 22 secondi.
E' finito! Grido finalmente per l'ultima volta e "ordino" a mia moglie e mia figlia di seguirmi, di scappare via, subito. Scendo dal letto. Macerie sul pavimento. Polvere e odore di gas. Urla da fuori. Non si vede nulla. Cerco a tentoni la porta, ma non riconosco la camera da letto: la stanza è cambiata. O almeno il letto è in un'altra posizione. La trovo. Si apre. A tentoni raggiungo la rampa delle scale con la sensazione di non trovare le pareti al posto giusto. La rampa non c'è: è un cumulo di macerie.
A piedi nudi su quei sassi, poi sui vetri e i resti dei quadri dell'ingresso. Voglio vedere se si apre la porta. Sembra di no, poi qualche spallata e ci riesco e un po' di luce delle stelle penetra la nebbia e lenisce l'angoscia. Grazie a Dio non siamo prigionieri. Corro di nuovo su. Prendo Virginia e chiamo Lucilla. E approccio di nuovo la discesa. Ma stavolta perdo l'equilibrio e cado di schiena, assieme a Virginia, violentemente sul pavimento dell'ingresso. Un bel volo, forse di un metro e mezzo - due? Per un paio di secondi ho fosfeni. "Virginia, Lucilla, uscite! Uscite, sto bene!"
Intanto verifico che muovo le gambe e le mani. Ho un dolore terribile nell'intero tratto lombare. Sicuramente mi sono fratturato. Mi faccio forza ed esco quasi carponi, poi mi metto in piedi e vedo l'orrore che mai avrei creduto o pensato. Il palazzo di fronte: 5 piani di cemento armato accartocciati, stratificati come carte da gioco. Non sarà più alto di 3-4 metri, ora. Non viene una voce da lì dentro. Un silenzio feroce. Mani nei capelli, piango, Daniela amica cara e i bimbi Davide e Matteo; Maria Pia e i figli e quell'anomalo pitbull buono, l'avvocato Fioravanti e la moglie, così dolci e pacati. Che gentiluomo, con la sua piccola collezione di auto d'epoca e il sorriso nonostante la leucemia, e gli altri e gli studenti, quelli che piangevano e si consolavano.Travi di cemento armato di vari metri schiacciano i resti di quella casa. Senza una gru è impossibile fare qualunque cosa. A piedi nudi, sui sassi della città atterrati per terra, come tre zombi facciamo i 50 metri che ci separano da via XX Settembre dove altri zombi seminudi si aggirano senza meta, con gli occhi sbarrati, senza saper dire una parola, guardandosi attorno e piangendo, alcuni.
Attraversiamo il parco alberato nel cui piazzale ho parcheggiato e raggiungiamo la macchina. E' coperta di detriti e polvere, ma agibile. Con lucidità sia io che Lucilla avevamo preso le chiavi della macchina dal portaoggetti sul tavolo dell'ingresso fortunatamente in piedi. In auto passiamo qualche ora, mentre la folla aumenta nel piazzale, assieme al dolore lombare. Continuano le scosse.
Sento un ragazzo chiamare Maria, Mariaaaa da sopra le macerie: "c'è mia sorella lì sotto, Mariaaaa!" Alcuni hanno piccole torce elettriche e scavano con le mani. Il termometro della mia auto indica 3 gradi. Chiedo a mia figlia di avvolgermi una pezza da vetri attorno ai piedi congelati.
Passano amici e volti noti. Non vedo traccia di isteria. Uno stupore silenzioso e controllato. Tutti si chiedono tra le lacrime: ha bisogno di qualcosa? Sapendo di aver poco o nulla da offrire. Aspettiamo, come bombardati, le luci dell'alba. Per capire. Ma da capire c'è poco.
Mia moglie torna a casa. Entra per qualche secondo.
"Casa non c'è più. Abbiamo perso tutto. Sai a chi dobbiamo la vita? Alla spalliera del letto che ci ha riparato dai massi della casa a fianco, accasciata come un vecchio sulla nostra. I massi hanno forzato, curvato su di noi la spalliera spingendo il letto contro l'altra parete. Senza di essa, ci sarebbero venuti addosso, sulle teste". Deo gratias. Una serie di coincidenze ci ha salvato la vita. Il resto non conta. Il resto si rifarà. Sono indeciso ora. Andiamo in ospedale a L'Aquila, dove troverò certamente il caos dei feriti ammassati, o direttamente fuori. Ma chissà cosa ha combinato il terremoto da quelle parti? Chissà le strade? Pensieri contorti che trovano soluzione presto: "Portami in ospedale a L'Aquila. Sto per svenire dal dolore".
Sono quasi le otto. Passiamo per una circonvallazione fuori città evitando scientemente il centro con l'auto, e ai nostri occhi si offre anche qui lo scenario di guerra che immaginavamo. Arriviamo e troviamo un'apocalisse ben oltre le previsioni: l'accesso al pronto soccorso bloccato da un crollo e il magnifico costosissimo-ma-solido ospedale è provato, inginocchiato, macilento. Dico a mia moglie di andare direttamente nel mio reparto. Inutile intasare il Pronto Soccorso. E qui trovo gente che dalle 4 del mattino lavora indefessa e già sconvolta dai primi orrori. Riesco a essere studiato. Sento l'affetto di chi mi sta intorno. Sono su una barella, finalmente, con un toradol in vena, e il dolore si lenisce. Ho eseguito RM e TC mentre le scosse continuavano impetuose ed impietose. Ho una diagnosi di frattura vertebrale somatica di L2 e varie contusioni.
Non ho notizie di mia madre, mio fratello, mia sorella, i nipoti: non ho potuto prendere il cellulare, sepolto dentro casa. Quanto siamo stati viziati dalla tecnologia! Col mio cellulare ho perso la rubrica telefonica e quindi tutti i contatti col mondo.
In tarda mattinata l'ospedale è dichiarato inagibile ed evacuato. Mi cerco un ricovero altrove con la difficoltà di non conoscere più i numeri di telefono di nessuno e approdo in qualche ora al Policlinico Umberto I a Roma.
E' già tempo di leccarsi le ferite e proporre rapide soluzioni. E' vero. E' anche vero che se il dolore non deve alimentare né rendere faziosa la rabbia, non deve neanche occultare le legittime domande del caso. Non ho velleità polemiche, e la gratitudine a tutti coloro che si sono adoperati per la mia città è infinita. Non posso, nel nome di quei morti, tacere, però, in merito alla disorganizzazione preventiva e all'informazione fuorviante.
Da quasi 4 mesi erano state registrate quasi 200 scosse con epicentro a L'Aquila e dintorni. Non poteva essere un evento che rientra nei limiti del normale, come si è sentito dire. Nelle ultime settimane erano incrementate di numero ed intensità. Eppure le voci ufficiali erano rassicuranti. "Non creiamo allarmismi".
Ma perché essere preoccupati di dare un allarme consapevole? Noi medici siamo obbligati da anni al consenso informato. Quando io intervengo su un aneurisma cerebrale sono COSTRETTO giustamente a dire e quantificare il rischio percentuale di mortalità. E i Pazienti lo accettano. Non fanno gesti inconsulti.
Questo è il mio principale rammarico. Nessuno ha offerto istruzioni calme, rassicuranti, civili, informate. La mia piccola storia assieme alle centinaia di storie di amici, mi ha insegnato che se avessi avuto una torcia elettrica sul comodino non mi sarei fratturato la colonna vertebrale, se avessi avuto un cellulare a portata di mano avrei chiesto aiuto per me e per il palazzo accanto, se molti avessero parcheggiato almeno un'auto fuori dal garage ora l'avrebbero a disposizione, se in quell'auto avessero (e io avessi) messo una borsa con una tuta, uno spazzolino da denti e una bottiglia d'acqua, si sarebbero tollerati meglio i disagi. Se si fosse tenuta una bottiglia d'acqua sul comodino, se si fosse evitato di chiudere a chiave i portoni di casa, se si fosse detto di studiare una strategia di fuga.... Pensate a chi è rimasto incarcerato per ore senza poter comunicare con l'esterno perché aveva il cellulare in un'altra stanza, o perché non trovava al buio le chiavi di casa, come le ragazze di un palazzo a fianco a me già semi sventrato: 6 ore sotto un letto, con la terra che continuava a tremare, perché la porta era chiusa a chiave, senza una torcia elettrica e senza cellulare per chiedere aiuto!
E inoltre, se invece di una decina di vigili del fuoco in servizio ci fosse stata una maggiore disponibilità di forze con mezzi già sul posto, piuttosto che aspettarli da altrove, quegli eroi del quotidiano che sono i nostri vigili del fuoco e i volontari della Protezione Civile avrebbero potuto lavorare in condizioni migliori.
Piccole cose. A costo irrisorio.
Spero che i nostri figli possano fare affidamento su una società più civile".
* L'autore è professore e direttore Uoc di Neuroradiologia Università-Asl dell'Aquila
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lunedì, aprile 13, 2009
Altra craxiana di Ferro

I vertici della Rai non aprono bocca sulla trasmissione degli sciacalli
di Maria Giovanna Maglie
Fonte: il Giornale
Presidente Zavoli, presidente Garimberti, signori componenti del Consiglio di amministrazione Rai, tutti belli freschi di nomina, ma anche portatori di grande esperienza, naturalmente lei, Antonio Marano, direttore di Raidue, che ha spesso avuto occasione di lodare il suo conducator, fatequalcosa. Riflettete sull’abuso di libertà, come lo ha ben definito Aldo Grasso sul Corriere, e intervenite.
Se vi ostinate a tacere, se prendete tempo o parlate d’altro, come Zavoli ieri sul Quotidiano Nazionale, potrebbero arrivarvi sotto lefinestredi viale Mazzini quelle belle masse da Terzo Stato che si stanno ammazzando di fatica e di dolore nelle macerie abruzzesi, e che sonostate insultate e calunniate. Non si agiterebbero scompostamente, non urlerebbero, si limiterebbero a guardarvi e a giudicarvi. La vostra reputazione di persone stimabili ne sarebbe irrimediabilmente compromessa.
Ogni volta che Michele Santoro fa il suo sporco lavoro, che nessuno sa fare come lui e i suoi compari, e che non corrisponde in alcun modo né forma al mestiere di giornalista, mi viene in mente quell’ingenua e del tutto condivisibile, sacrosanta si potrebbe dire, esternazione dall’estero di Silvio Berlusconi, subito definita dagli amici di Santoro editto bulgaro. Forse se il premier fosse miglior dissimulatore, del tribuno campano ci saremmo, si sarebbe la pubblica informazione, liberati sul serio e per tempo.
Non c’è dubbio alcuno infatti che Annozero sparga veleno, che speculi sulle disgrazie, che costruisca servizi e argomenti in modo capzioso, che sia un programma senza vergogna e senza rispetto. Inutile stupirsi e scandalizzarsi se lo fa anche dopo il terremoto che ci ha feriti al cuore, se lo fa tanto più, e con tanto più livore, perché in questi giorni sull’abitudine nazionale alla polemica e alla recriminazione hanno avuto la meglio la comunione d’intenti e lo scatto di reni. In questi giorni lo Stato si è visto, lo abbiamo visto tutti, e se non assolve nessuno dalle responsabilità che saranno accertate, ha respinto con risoluzione gli sciacalli del «piove, governo ladro». Lui lo ha fatto lo stesso. Non sa fare diversamente.
La sua storia di prepotenza gli ha dato finora ragione. Ricordiamoci che in Rai lo ha riportato un giudice del lavoro, e mentre lui lasciava volentieri il Parlamento europeo che riteneva senza vergognarsene un parcheggio a ore, e correva, parole sue, a riprendersi il suo microfono, la Rai si guardò bene dall’interporre un appello, dal mettere in atto una qualche resistenza a quel ritorno. No, ha accolto lui con i suoi prodi, che questa volta, assieme ai soliti noti di sempre, hanno compreso e valorizzato al meglio niente meno che Marco Travaglio e Vauro,due tipini fini specialisti in calunnia e distruzione di reputazione altrui, il primo grazie a brogliacci di tribunale e qualche dispaccio giallo, il secondo fingendo che sia satira quel che è volgare e insultante. Adesso alla squadretta si è aggiunto l'ex magistrato, De Magistris, tutti assieme adorano manco a dirlo Antonio Di Pietro.
Santoro ci spiega con sussiego che lui fa ascolto come nessun’altra trasmissione giornalistica di prima serata e che gli introiti pubblicitari sono così alti da emanciparlo dal costo del canone. Può sembrare delirio,e forse lo è, ma il nostro enuncia così la sua profonda convinzione di avere il diritto di fare come gli pare, libera Repubblica delle banane di don Michele, autofinanziata, e chi se ne frega delle regole della televisione pubblica.
Qualche tempo fa lo scandalo fu provocato da una trasmissione ignobile che insultava il popolo d’Israele in nome di una finta solidarietà con i bambini palestinesi di Gaza. In studio c’era Lucia Annunziata, capì che l’avevano messa in trappola, si alzò e se ne andò. Santoro si dichiarò martire e rivendicò la libera Repubblica. Finì in nulla, si disse che mancavano al vertice uomini freschi e autorevoli. Ora gli uomini ci sono, e l’offesa è stata fatta al popolo italiano e ai morti del terremoto.
Sarà la volta che a Santoro qualcuno chieda conto di quel che fa in televisione? Che qualcuno gli ricordi che regole ci sono e che valgono anche per lui e i suoi cari? In attesa delle solenni decisioni che non tarderanno, un sommesso suggerimento agli ospiti di Annozero. Non ci andate più, se le facciano da soli certe porcate.
1) Non ti piace Annozero? Non lo guardare.
2) Insultare il popolo d'Israele. Balle. Ci sono i filmati online. Basti dire una cosa Israele 4 morti Gaza 1500 morti
E siccome sono un giornalista posto un articolo del Corsera del 1993
Maria Giovanna Maglie si dimette " ma resto a lavorare a New York "
Note spese truccate. Maria Giovanna Maglie si e' dimessa ieri dalla RAI per la situazione determinatasi a seguito della vicenda
Maria Giovanna Maglie i dimette "Ma resto a lavorare a New York".
Colpo di scena nella tormentata inchiesta sulle note spese "truccate" della Rai. Maria Giovanna Maglie, corrispondente del Tg2 da New York, si e' dimessa ieri mattina dalla Rai. Ecco la dichiarazione che ha rilasciato alle agenzie di stampa e in cui risponde alle contestazioni che l' azienda le aveva mosso su alcune note spese: "Mi sono dimessa dalla Rai. L' azienda mi aveva mosso, un mese e mezzo fa, una sola contestazione relativa ai costi per l' acquisto di materiali filmati che ho utilizzato per realizzare 26 puntate di "Pegaso America". La contestazione . afferma la giornalista . si e' risolta in modo del tutto soddisfacente in quanto la Rai ha accettato i costi da me indicati e non mi ha mosso altro rilievo". E allora, perche' le dimissioni? Spiega la Maglie: "Tuttavia, la situazione che si e' determinata a seguito di questa vicenda, la fatica di una gestione amministrativa, che non e' competenza di un giornalista, i continui, ingiusti attacchi da parte di organi di stampa, attacchi dei quali risponderanno in tribunale, mi hanno fatto decidere di metter fine a un rapporto che non rispondeva piu' alle mie esigenze". E dove andra' ? Mistero. La nota si conclude con un misterioso "continuero' a fare il mio lavoro da New York". Nessun commento da parte della Rai, anche se nei corridoi si mormora di "esodo concordato". Secondo quanto si era appreso giorni fa da palazzo di Giustizia, la giornalista sarebbe in possesso di un dossier che conterrebbe "contestazioni" della Rai per 150 milioni: la spesa di "Pegaso America". Si era anche parlato di un avviso di garanzia. Sempre seccamente smentito. Resta comunque sul tavolo dei magistrati il "pacchetto New York". L' ufficio di corrispondenza avrebbe presentato in un anno e mezzo un conto di 10 miliardi di spese complessive.
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Difficilissime indagini?

Basterebbe mettere in galera i costruttori e probabilmente i finanziatori e chi ha dato i permessi. Vogliamo scommettere che in galera non ci andrà nessuno?
Il quartiere del cemento che balla sulla faglia
di ATTILIO BOLZONI e GIUSEPPE CAPORALE
Fonte: la Repubblica
L'AQUILA - Il quartiere più grande è quello di Pettino, ci abitano in venticinquemila. Hanno cominciato a fare case negli Anni 70, e fino al terremoto scavavano ancora fondamenta. Fino al terremoto alzavano muri, vendevano palazzi. È solo da questa parte che si è allargata la città. Dove tutti ballano su una faglia attiva, una frattura nella terra profonda dieci chilometri. L'ultima volta che si è "caricata" è stato tre secoli fa. Rase al suolo l'Aquila.
E' qui, proprio qui, che buttano cemento e cemento e ancora cemento. Qui, intorno alla faglia che si muove, che si sposta, che si apre e si chiude pensano solo e sempre a costruire. In questo Abruzzo che piange i suoi morti, in questi paesini e borghi dove da sei giorni e sei notti raccolgono cadaveri e portano via dalle macerie resti umani, c'è qualcosa di inspiegabile e insieme di spaventoso. "La scelta più imbecille che potevano fare era quella di progettare edifici là sopra, il sisma di una settimana fa è il gemello di quello del 1703", dice il geologo Antonio Moretti, docente della facoltà di Scienze Ambientali dell'Università dell'Aquila.
Inspiegabile e spaventoso. Ci siamo andati a Pettino ieri mattina, ci siamo andati verso mezzogiorno e sembrava uno scherzo quella nuova città che precipitava da una collina e si aggrappava all'altra, silenziosa e sinistra come un villaggio abbandonato, con le sue centinaia di case tutte allineate e quasi tutte lesionate, eleganti nel loro ordine ma sventrate dalla botta di una domenica fa, tutte deserte. Non ci vive più nessuno a Pettino. Quei 25mila uomini e donne e bambini sono andati via, fuggiti. A volte però tornano. A prendere un materasso. A recuperare gli ori lasciati l'altra notte. A vedere per l'ultima volta la loro casa che forse non sarà più la loro casa.
È davanti a noi "il più grande quartiere" dell'Aquila, la nuova città nata dal piano regolatore generale del 1975 e consegnata agli abruzzesi che avevano fame di appartamenti nuovi, trilocali, il terrazzo, il giardino. Edilizia popolare, cooperative, poi anche palazzine più signorili. I terreni erano di pochi, i soliti. Gli Scassa, i Vittorini, i Berti-De Marinis che in famiglia avevano in quegli anni anche un assessore comunale all'Urbanistica.
I geologi avvertirono del pericolo, l'avevano scritto nelle loro relazioni tecniche. Ma gli amministratori decisero comunque che erano a Pettino le "aree edificabili". Se ne sono fregati della faglia attiva e dell'antico terremoto. "Era una zona dalla quale tenersi ben lontani ma gli appetiti speculativi erano tanti e, contro ogni logica e ogni cautela, lo sono ancora", accusa Antonio Perrotti, l'ex direttore generale dell'Assessorato Ambiente e Territorio della Regione.
Qualcuno è d'accordo e qualcun altro no. "Nonostante quella faglia attiva, contrada Pettino era l'unico posto dove si poteva allargare la nostra città perché dall'altra parte ci sono solo montagne", spiega Pietro Di Stefano, funzionario del provveditorato delle Opere Pubbliche dell'Abruzzo.
È un'altra città. Con strade che scendono e salgono. Via Alessandro Manzoni, via Enrico Fermi, via Alfredo La Marmora, via Antica Arischia, via Francia, strade tutte uguali, blocchi di palazzi tutti uguali, numerati e con gli stessi colori e gli stessi mattoncini. Un blocco e la firma di un costruttore, di un'impresa, di un ingegnere. "Una casa di 120 metri quadri costa oggi circa 300 mila euro", racconta Giancarlo Chiamaparelli, mentre trasporta coperte e pentole dal suo appartamento al secondo piano del condominio Solaria numero 6 fino all'automobile già carica di sacchi, valigie, suppellettili. "Dentro è tutto sfasciato, prendo quello che posso prendere e me ne vado sul mare", dice.
C'è ancora qualche "vendesi" attaccato ai balconi crepati, ai pilastri senza più intonaco. "Io non lo sapevo che qua sotto passava la faglia", risponde Luca Brunale. Ha comprato casa un anno fa e adesso la guarda rassegnato: "Sono iscritto a Ingegneria, se non ho studiato male ci sono pilastri portanti che si sono spostati in questo palazzo dove abito". Luca non può nemmeno entrare nel suo appartamento. Come Marco Rapagnani. Racconta Marcella, sua moglie: "Due lunedì fa, sei giorni prima della grande scossa, ce n'era stata un'altra. Abbiamo visto una crepa nella parete e così abbiamo chiamato il padrone di casa che è anche amico del costruttore". Il costruttore è andato a Pettino per un sopralluogo. Ricorda lei: "Non è nulla, non è nulla, ci ha assicurato. questa è una costruzione antisismica".
Il costruttore è Filiberto Cicchetti, il presidente degli imprenditori edili della provincia dell'Aquila, quello che ieri l'altro ci aveva preannunciato: "Vedrete, fra due settimane, quando sarà passata la grande paura, dopo i sopralluoghi si accerterà che il novanta per cento delle costruzioni fuori dalle mura sono tutte agibili".
Agibili e spaccate in due, oblique o piegate, senza pareti o con le scale pericolanti. E tutte comunque appoggiate su quella faglia attiva che - lo insegna la storia dei terremoti - prima o poi come dicono i geologi "caricherà" un'altra volta. "Su una faglia non si costruisce mai, nemmeno su una faglia che non è attiva perché le faglie canalizzano le onde sismiche, in zone come quella dovrebbe essere solo proibito", spiega ancora il geologo Moretti. Ma a Pettino probabilmente costruiranno, costruiranno ancora. Seppelliti i suoi primi duecento morti, qualcuno all'Aquila comincia già a dimenticare.
domenica, aprile 12, 2009
Il Grasso furioso

Adoro Aldo Grasso, ma stavolta ha scritto sciocchezze. Ovviamente è un'opinione personale. Dopo quanto visto in tutti questi anni di scandali in un paese che ormai non conta più nulla a livello internazionale. Zeppo di furbi. Bene è questo paese a dover dimostrare che abbiamo torto a considerarlo tale Non viceversa. Mi si dirà: "il paese siamo noi". Fino a un certo punto. Personalmente non ho mai costruito un ospedale con materiali scadenti e poi questo è crollato. Non sono mai stato inquisito o coinvolto in scandali legati a una qualche ricostruzione. E come me milioni di cittadini. Se i soldi di "questa" ennesima ricostruzione verranno utilizzati per ricostruire davvero. Se gli abruzzesi saranno tutti di nuovo nelle loro case prima del prossimo inverno. Se andranno in galera, non interdizione, in galera, i criminali che hanno costruito case d'argilla entro sei mesi, allora Santoro dovrà chiedere scusa. Prima no. Se la protezione civile, non i volontari, la protezione civile, che non si sa perché è anche responsabile dei grandi eventi, funzionerà a pieno regime bene organizzata e efficiente come quella di un paese del primo mondo anche fra qualche mese, allora e solo allora Santoro dovrà chiedere scusa. Prima no.
E un'altra cosa. Magari de Magistris si dimostrerà un politico incapace, ma mi sembra che un giudice abbia come chiunque diritto di fare carriera. Gli hanno tolto l'inchiesta why not? E perché questo tizio doveva dire: "obbedisco". Non lo fanno lavorare? Allora va dove c'è più visibilità (si spera con un minimo di spirito di servizio). Dov'è lo scandalo? Iva Zanicchi sì e lui no? Ma andiamo Grasso.
Aldo Grasso per il "Corriere della Sera"
Ancora una volta Santoro ha fatto il Santoro. Dietro il paravento della libertà d'informazione, di cui è rappresentante unico per l'Italia, isole comprese, ha allestito una trasmissione all'insegna del più frusto slogan politico «piove, governo ladro». Non di pioggia si trattava, ma di un terremoto che finora ha fatto 290 vittime e quarantamila sfollati, raso al suolo paesi, buttato giù case, seminato distruzione. Ma i morti non lo fermano, la commozione non lo trattiene. Se ha in mente una tesi, che tesi sia.
La tesi era che bisognava comunque attaccare la Protezione civile, specialmente Guido Bertolaso, i Vigili del Fuoco, la comunità scientifica che non ha dato ascolto agli avvertimenti di Giampaolo Giuliani, gli amministratori locali, il ponte sullo Stretto, Berlusconi, il governo. A dargli manforte in studio ha chiamato l'ex magistrato Luigi De Magistris, candidato alle Europee con l'Italia dei Valori (che acquisto per la politica!) e l'esponente di Sinistra e Libertà Claudio Fava.
Contro aveva, e hanno fatto un figurone, Guido Crosetto del Pdl e Mario Giordano. Il giornalismo di Santoro funziona così: con l'aiuto delle poderose inchieste di Sandro Ruotolo e Greta Mauro ha intervistato una signora che si lamentava di un ritardo di un paio d'ore dei soccorsi, un signore che diceva di aver freddo, di un altro ancora che cercava riparo in tende non ancora montate, una studentessa che preoccupata aveva lasciato l'Abruzzo per tempo, un medico che denunciava la mancanza di bottigliette d'acqua nel suo reparto. Ne è uscito così un quadro di devastazione organizzativa da aggiungersi alla devastazione reale.
Da un punto di vista simbolico, se un dottore chiede aiuto per la mancanza di qualcosa significa il fallimento dei soccorsi, l'impreparazione della Protezione civile, lo sfascio. Di fronte a una simile tragedia, ma soprattutto di fronte al meraviglioso e commovente impegno dei Vigili del fuoco, dei volontari, della Protezione civile, dei militari, di tutte le organizzazioni che hanno passato notti insonni per salvare il salvabile, Santoro si è sentito in dovere di metterci in guardia dalla speculazione incombente, di seminare zizzania con i morti ancora sotto le macerie, di descrivere l'Italia come il solito Paese di furbi, incapaci di rispettare ogni legge scritta e morale.
Santoro la chiama libertà d'informazione. Esistono gli abusi edilizi, ma forse anche gli abusi di libertà.
Per par condicio però metto anche un toccante e veritiero commento dello stesso Grasso (che a mio parere resta il miglior critico televisivo italiano) su Bruno Vespa
Vespa promosso per il terremoto
Bruno Vespa non è un santo del mio paradiso televisivo ma sarebbe disonesto non riconoscergli il lavoro profuso in questi giorni per documentare la tragedia che ha colpito la sua città. In particolare, è stato molto coinvolgente il reportage «Il calvario dell'Aquila», una speciale via crucis sui luoghi colpiti dal terremoto che ha ripercorso la passione e il dolore di molta gente del posto (Raiuno, venerdì, ore 20.30). L'Abruzzo è la sua terra e la commozione era palpabile, inquadratura dopo inquadratura, parola dopo parola. Mentre scorrevano le immagini mi sono più volte detto: se questo documentario fosse firmato, che so, da un Toni Capuozzo, gli elogi si sprecherebbero. Allora ho dimenticato le efferatezze dei plastici di Cogne e i teatrini della politica e mi sono lasciato trasportare dalle immagini.
Il momento più toccante è stato quando a Onna, il paesino completamente spazzato via dal sisma, ha incontrato il giornalista Giustino Parisse. Nel crollo della sua casa, Parisse ha perso i suoi due figli, Domenico di 18 anni e Maria Paola di 16, e il padre Domenico. Sua madre è in fin di vita all'ospedale. Parisse ha raccontato i drammatici istanti del crollo: «Papà, tanto moriamo tutti», ha fatto in tempo a dire la figlia prima che la trave più grande della casa la travolgesse inesorabilmente. Una trave costruita apposta per proteggere la casa dai terremoti. Il racconto ha assunto spesso i toni di una nuova Spoon River: Vespa indicava un luogo, evocava una persona, si soffermava sulla facciata di una chiesa e subito scaturivano i ricordi, le reminiscenze giovanili, i rimpianti. Nella polvere si intravedevano o si intuivano i profili di una casa, o di una cosa che ancora si muoveva: uno scenario d'inferno. Ma i tormenti non sarebbero tali, se non ci fosse la speranza tenue, ma pur sempre speranza, che essi possano un giorno venir meno.
Aldo Grasso
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sabato, aprile 11, 2009
Il catasto di una cittadina gestita dalla mafia
Il Catasto col timbro antisisma. "E invece si è schiantato subito" è di proprietà privata. Una firma in Comune ne cambiò la destinazione d'uso
dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI
Fonte. Repubblica
L'edificio del catasto dell'Aquila prima del terremoto
Un tecnico: avrebbe dovuto resistere il 40% in più. L'edificio costruito come un hotel
L'AQUILA - È storto, messo di traverso su un dosso. Dietro è come scoppiato, le pareti sputate fuori, l'edificio tagliato a pezzi. Dicono che l'hanno costruito a norma antisismica, alla prima botta si è rotto. Finirà che l'abbatteranno. E tutti i suoi archivi, le cartine, tutte le sue mappe saranno custodite in una tendopoli.
Anche il Catasto, la memoria edilizia della città, ha chiuso per terremoto.
E meno male che aveva quel "marchio di qualità" il fabbricato sghembo e in bilico sulla collina di Villa Gioia, meno male che il palazzo dell'Agenzia del Territorio dell'Aquila l'avevano tirato su dopo il 1974 quando tutti - da quel momento - dovevano rispettare certe regole. L'"armatura" giusta, il calcestruzzo precompresso, le barre di acciaio o di carbonio "interconnesse fra loro". Meno male, se è andata davvero così. Altrimenti cosa sarebbe successo mai in mezzo a questo budello che sale dalla stazione ferroviaria abbandonata fino alla cima del poggio? Altrimenti cosa sarebbe rimasto oggi del Catasto dell'Aquila?
E' sempre più tortuoso il racconto di come hanno costruito questa città e di come hanno scelto certi luoghi per ospitare gli edifici pubblici, ci sono troppi piccoli segreti gelosamente protetti fino a quando il terremoto ha spazzato via tutto. Una storia somiglia all'altra e all'altra ancora, in un groviglio di nomi e di delibere e di "autorizzazioni" che si sono perdute nel tempo e nel silenzio. Questa del Catasto ricorda tanto quella della Casa dello studente dove sono morti sette ragazzi e altri quattro li stanno ancora cercando. Vi ricordate, cos'era inizialmente quel palazzo dove hanno portato gli universitari che vengono qui da ogni parte d'Italia? Era all'origine un deposito di medicinali. Poi, con qualche variante e con qualche firma negli uffici tecnici del Comune, è diventata la Casa dello studente.
Così è avvenuto anche per il Catasto, che una trentina di anni fa era dentro Palazzo Centi dove ora c'è la Presidenza della Regione lesionata. Qualcuno però ha voluto trasferirlo vicino alla stazione ferroviaria. Il fabbricato era già pronto. Cinque piani, un giardino davanti e un piccolo parcheggio alle spalle. Avevano costruito per farci un albergo, poi i fratelli Angelo e Giampiero Ricci, mobilieri dell'Aquila, hanno affittato allo Stato il loro immobile. Un'altra firmetta in Comune, il "cambio di destinazione d'uso" e l'hotel a cinque stelle si è trasformato nel Catasto.
Sono tante le mutazioni improvvise nella vicenda edilizia abruzzese, trasformazioni in corso d'opera che stanno affiorando sospette nei giorni del terremoto.
Un edificio privato non è come un edificio pubblico. A cominciare dalle norme antisismiche. "Quelli pubblici devono avere un coefficiente di protezione per i terremoti del 40% in più rispetto agli altri palazzi" racconta Pietro Di Stefano, funzionario del Provveditorato delle Opere pubbliche dell'Aquila.
E' stato costruito così anche il palazzo sgangherato del catasto? "E' fuori asse, tutto sconnesso, chissà", risponde Antonio Perrotti, dirigente generale dell'assessorato Territorio e Ambiente della Regione. E assicura dopo un'ispezione: "Staticamente, è andato".
Al Catasto non c'è anima viva dalla notte di domenica. Il tesoro che c'è lì dentro - planimetrie, tabelle su superfici di terreni, particelle, spessori di muri - bene che andrà finirà in una tenda. A meno che tutto crolli alla prossima scossa. Il palazzo è là, ondeggiante e pronto a scivolare.
Per farvi capire come è stata disegnata L'Aquila, come i suoi ingegneri e gli architetti e i suoi urbanisti hanno impostato l'"organizzazione della città", bisogna salire dalla stazione ferroviaria e vedere da vicino dove c'è il Catasto. E' dentro il budello che porta il nome di via Francesco Filomusi Guelfi e che si arrampica, a destra e a sinistra ci sono scuole medie e scuole d'arte, un istituto magistrale, l'Inps, uno degli ingressi del Tribunale, gli uffici finanziari e l'assessorato all'Ambiente della provincia. Si entra e si esce solo da quel budello, si passa per forza sotto un arco di pietra che fa parte delle mura medievali crollate e rotolate sull'asfalto. "E' una follia avere portato qui il Catasto e tutte quelle altre e quegli altri uffici", dice ancora Di Stefano, il funzionario del Provveditorato delle Opere Pubbliche.
Una delle follie edilizie dell'Aquila, una delle tante.
Sentite cosa fa sapere il presidente provinciale dell'Associazione costruttori Filiberto Cicchetti: "All'Aquila esistono due città. Un'antica costruita all'interno delle mura e che è crollata, l'altra fuori dalle cinta dove su 12 mila palazzi ne sono venuti giù soltanto due". E annuncia: "Fra due settimane, quando sarà passata la grande paura, dopo i sopralluoghi si accerterà che il novanta per cento delle costruzioni fuori dalle mura sono tutti agibili". E assicura: "In quelle abitazioni sono cadute solo alcuni ninnoli, soprammobli, intonaci". Ninnoli, soprammobili, intonaci. E duecentonovanta morti e quarantamila sfollati.
dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI
Fonte. Repubblica
L'edificio del catasto dell'Aquila prima del terremoto
Un tecnico: avrebbe dovuto resistere il 40% in più. L'edificio costruito come un hotel
L'AQUILA - È storto, messo di traverso su un dosso. Dietro è come scoppiato, le pareti sputate fuori, l'edificio tagliato a pezzi. Dicono che l'hanno costruito a norma antisismica, alla prima botta si è rotto. Finirà che l'abbatteranno. E tutti i suoi archivi, le cartine, tutte le sue mappe saranno custodite in una tendopoli.
Anche il Catasto, la memoria edilizia della città, ha chiuso per terremoto.
E meno male che aveva quel "marchio di qualità" il fabbricato sghembo e in bilico sulla collina di Villa Gioia, meno male che il palazzo dell'Agenzia del Territorio dell'Aquila l'avevano tirato su dopo il 1974 quando tutti - da quel momento - dovevano rispettare certe regole. L'"armatura" giusta, il calcestruzzo precompresso, le barre di acciaio o di carbonio "interconnesse fra loro". Meno male, se è andata davvero così. Altrimenti cosa sarebbe successo mai in mezzo a questo budello che sale dalla stazione ferroviaria abbandonata fino alla cima del poggio? Altrimenti cosa sarebbe rimasto oggi del Catasto dell'Aquila?
E' sempre più tortuoso il racconto di come hanno costruito questa città e di come hanno scelto certi luoghi per ospitare gli edifici pubblici, ci sono troppi piccoli segreti gelosamente protetti fino a quando il terremoto ha spazzato via tutto. Una storia somiglia all'altra e all'altra ancora, in un groviglio di nomi e di delibere e di "autorizzazioni" che si sono perdute nel tempo e nel silenzio. Questa del Catasto ricorda tanto quella della Casa dello studente dove sono morti sette ragazzi e altri quattro li stanno ancora cercando. Vi ricordate, cos'era inizialmente quel palazzo dove hanno portato gli universitari che vengono qui da ogni parte d'Italia? Era all'origine un deposito di medicinali. Poi, con qualche variante e con qualche firma negli uffici tecnici del Comune, è diventata la Casa dello studente.
Così è avvenuto anche per il Catasto, che una trentina di anni fa era dentro Palazzo Centi dove ora c'è la Presidenza della Regione lesionata. Qualcuno però ha voluto trasferirlo vicino alla stazione ferroviaria. Il fabbricato era già pronto. Cinque piani, un giardino davanti e un piccolo parcheggio alle spalle. Avevano costruito per farci un albergo, poi i fratelli Angelo e Giampiero Ricci, mobilieri dell'Aquila, hanno affittato allo Stato il loro immobile. Un'altra firmetta in Comune, il "cambio di destinazione d'uso" e l'hotel a cinque stelle si è trasformato nel Catasto.
Sono tante le mutazioni improvvise nella vicenda edilizia abruzzese, trasformazioni in corso d'opera che stanno affiorando sospette nei giorni del terremoto.
Un edificio privato non è come un edificio pubblico. A cominciare dalle norme antisismiche. "Quelli pubblici devono avere un coefficiente di protezione per i terremoti del 40% in più rispetto agli altri palazzi" racconta Pietro Di Stefano, funzionario del Provveditorato delle Opere pubbliche dell'Aquila.
E' stato costruito così anche il palazzo sgangherato del catasto? "E' fuori asse, tutto sconnesso, chissà", risponde Antonio Perrotti, dirigente generale dell'assessorato Territorio e Ambiente della Regione. E assicura dopo un'ispezione: "Staticamente, è andato".
Al Catasto non c'è anima viva dalla notte di domenica. Il tesoro che c'è lì dentro - planimetrie, tabelle su superfici di terreni, particelle, spessori di muri - bene che andrà finirà in una tenda. A meno che tutto crolli alla prossima scossa. Il palazzo è là, ondeggiante e pronto a scivolare.
Per farvi capire come è stata disegnata L'Aquila, come i suoi ingegneri e gli architetti e i suoi urbanisti hanno impostato l'"organizzazione della città", bisogna salire dalla stazione ferroviaria e vedere da vicino dove c'è il Catasto. E' dentro il budello che porta il nome di via Francesco Filomusi Guelfi e che si arrampica, a destra e a sinistra ci sono scuole medie e scuole d'arte, un istituto magistrale, l'Inps, uno degli ingressi del Tribunale, gli uffici finanziari e l'assessorato all'Ambiente della provincia. Si entra e si esce solo da quel budello, si passa per forza sotto un arco di pietra che fa parte delle mura medievali crollate e rotolate sull'asfalto. "E' una follia avere portato qui il Catasto e tutte quelle altre e quegli altri uffici", dice ancora Di Stefano, il funzionario del Provveditorato delle Opere Pubbliche.
Una delle follie edilizie dell'Aquila, una delle tante.
Sentite cosa fa sapere il presidente provinciale dell'Associazione costruttori Filiberto Cicchetti: "All'Aquila esistono due città. Un'antica costruita all'interno delle mura e che è crollata, l'altra fuori dalle cinta dove su 12 mila palazzi ne sono venuti giù soltanto due". E annuncia: "Fra due settimane, quando sarà passata la grande paura, dopo i sopralluoghi si accerterà che il novanta per cento delle costruzioni fuori dalle mura sono tutti agibili". E assicura: "In quelle abitazioni sono cadute solo alcuni ninnoli, soprammobli, intonaci". Ninnoli, soprammobili, intonaci. E duecentonovanta morti e quarantamila sfollati.
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venerdì, aprile 10, 2009
Ricostruzione, ricostruziò

Ottanta euro per un chilo di carne
GIAMPAOLO VISETTI PER LA REPUBBLICA
Il cellulare di Loreto Antonini, nel campo sfollati di Tempera, suona poco prima delle 11. L´operaio, domenica notte, ha perso la figlia. Ascolta e si siede sulla ghiaia bianca. Un funzionario della filiale di Chieti di una importante banca abruzzese gli ricorda la rata del mutuo da pagare. Entro venerdì. Gli chiede anche se ha «riportato lesioni invalidanti». «Mi sono rimasti 5 euro - risponde Antonini - e il lavoro non l´ho più». Monta così, nei paesi distrutti dal terremoto, l´angoscia e la rabbia. «Dormiamo su una branda - dice il taxista Francesco Colajanni a Onna - e certe banche ci fanno capire di essere pronte a pignorare anche le macerie. La mia auto è schiacciata sotto la chiesa. Non posso lavorare e non possono pagare le rate. A Paganica e Monticchio ci sono artigiani che hanno fatto ipoteche per acquistare macchinari: già ieri sono inseguiti da banche, assicurazioni e fornitori, che ricordano le scadenze». Le rassicurazioni del ministro Sacconi nel primo pomeriggio -"faremo posticipare per qualche tempo i pagamenti" - , non placano l´indignazione. Migliaia di famiglie, nell´Aquilano, si sono indebitate per la casa, o per mettere in piedi negozi, bar, imprese. Hanno perso tutto e sotto le tende, o rifugiate in auto, si sentono raggiungere da ingiunzioni di pagamento.
«Non vedo differenza - dice Gianfranco Gritti, impiegato di un´impresa chiusa - con gli sciacalli che rubano sotto le macerie». Ieri la polizia non ha fermato solo due presunti ladri a Onna. Tre persone sono state sorprese a svaligiare i detriti di San Gregorio. A Paganica una coppia delle Marche, con addosso false giacche della protezione civile, ha rischiato il linciaggio. Usciva dall´abitazione di una famiglia sterminata con i gioielli nascosti in una borsa da medico. A Pizzoli, secondo le agenzie, un furgone ha tentato di vendere carne a 80 euro al chilo. Gli adulti, nelle tendopoli, pensano a «comitati di difesa». Iniziano però a confrontarsi con i drammi del futuro. La maggioranza non ha più una fonte di reddito. Molti ricevono la notizia di licenziamenti, o cassa integrazione. «Per ora ci danno un pasto e una tenda - dice a Bazzano Celestino Eusani - ma non sappiamo cosa dire ai nostri figli. Finiti i primi aiuti, conosceremo il volto della miseria». Per centinaia è uno spettro già reale. I sopravvissuti, fuggiti in pigiama, non hanno soldi. Carte e portafogli sono perduti.
Negli accampamenti, eretti da soccorritori di straordinaria generosità, non possono permettersi nemmeno di acquistare la benzina, o un dentifricio. La gente che dorme nelle auto, per riscaldarsi, è costretta ad accendere il motore. Da ieri si dorme al freddo. A mezzogiorno, dalle frazioni dell´Aquila, colonne si dirigono verso il capoluogo. Gli sfollati cercano bancomat, invano. Solo un sportello, nel capoluogo, distribuisce ancora denaro. Per ritirare cento euro l´attesa è di due ore. Nei paesi le banche sono chiuse, o inagibili. Dal pomeriggio aprono alcuni sportelli postali volanti. Tre vecchi hanno potuto ritirare la pensione. «Per fare il pieno - dice a Barisciano Fernando Olivieri - ho dovuto fare una colletta.
Questa notte, a due gradi sotto zero, mia madre si è messa a tossire ed è finita all´ospedale». Le pompe sono ancora a secco. Qualcuno, nel piazzale di un ipermercato dell´Aquila, vende taniche di carburante a 5 euro il litro. Vaga gente strana che distribuisce biglietti con la scritta «presto soldi e compro ori». Per questo chi si è salvato chiede di «fare presto». La povertà è insidiata del cinismo di moltiplicati rapaci. Ma soprattutto si prega di non ripetere «le finte ricostruzioni già viste». «Ci fanno paura - dice Daniele Marrana - i politici, i loro portaborse, i funzionari locali e la burocrazia corrotta. Dove stanno finendo gli aiuti per l´Abruzzo? Chi controlla gli importi? Come e da chi verranno distribuiti e fondi»? E´ inutile tacerlo: gli scampati ai crolli non si fidano «delle troppe promesse televisive di questi giorni».
Ad Onna, in poche ore, sfilano i ministri Zaia e La Russa, il leader del Pd, Franceschini. L´accoglienza, se non fredda, è una mediazione tra il fastidio e l´indifferenza. Un brusio ostile si alza quando Zaia, alla tivù tedesca, chiede ai turisti germanici di «comprare zafferano e vino Montepulciano». Gli sfollati, con le coperte addosso e in ciabatte, non lo capiscono. Cercano biancheria, sapone, scarpe, sacchi a pelo asciutti: non se la sentono di ripetere che la stalle sono crollate e che la campagna non verrà seminata. Verso sera si riuniscono per formare un comitato. «Le dichiarazioni - dice il medico Franco Papola - devono diventare fatti. Temiamo che tra una settimana ci si dimentichi che i nostri paesi vanno ricostruiti». Nelle tende, prive di fornelli, la notte si gela. L´umidità della condensa piove sulle brande. Vecchi e bambini tremano e piangono. In alcuni campi inizia a scarseggiare l´acqua e i bagni chimici sono fuori uso.
«Già a settembre - dice Gianluca Chiaretti, falegname di Tempera - il Gran Sasso scarica freddo. Poi nevica. Senza prefabbricati solidi non si può tirare un inverno». A Paganica, a mezzogiorno, il governatore trentino Lorenzo Dellai promette che entro dieci giorni arriveranno in Abruzzo le prime dieci casette di legno. Altre duecento saranno costruite presto. «Doneremo - dice - anche un edificio pubblico antisismico in legno, fino a sei piani». I paesi colpiti però si svuotano. I centri, pericolanti e transennati, ormai sono deserti. Dopo le ultime scosse a migliaia hanno accettato di andarsene, lungo la costa. A Bazzano, l'altra sera, è crollata improvvisamente la facciata della chiesa. Mezz'ora dopo duecento persone, sfinite della tensione, hanno lasciato il paese. Forca di Valle, nel pomeriggio, ha sepolto Paolo Verzilli. Il primo funerale, in regione. Uno studente, falciato nella sua stanza a L´Aquila.
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giovedì, aprile 09, 2009
Colpe
Nel suo messaggio alla Nazione il Presidente Napolitano ha citato, senza dirne il nome, un esponente dell'opposizione che avrebbe detto:"in questo momento siamo tutti colpevoli". Ma parla per te, stronzo! (ovviamente riferito all'oscuro esponente dell'opposizione, non sia mai che mi veda arrivare una denuncia per vilipendio di capo di Stato)
Oggi Filiberto Cicchetti su Sky, il presidente presidente provinciale dell'Associazione costruttori, ha spiegato che l'ospedale dell'Aquila è inagibile al 10% perché "sono caduti solo alcuni pannelli". Ma è possibile che NESSUNO sia mai responsabile in Italia? È mai possibile andare in tivvù a dire cazzate del genere e il giornalista non ti toglie la parola? Ma che Paese è?
mercoledì, aprile 08, 2009
Ciao Ale
Fonte: corriere.it
Il sisma spegne la voce pop di Alessandra
La giovane, di origine caprese, era una promessa della musica leggera. Tanti i suoi video su You Tube - Guarda
NAPOLI - Sotto quei cumuli di macerie si è spezzata d'un botto la voce cristallina di Alessandra Cora. Giovanissima, di origini capresi, ha perso la vita all'Aquila dove si era trasferita con la famiglia alcuni anni fa. Il suo volto fresco, bello e sbarazzino, appare in tanti video su You Tube. Sul social network Alessandra aveva creato una pagina personale, scritta in inglese, in cui ha pubblicato molti filmati. Tante performance canore e riprese live di concerti e registrazioni in studio.
Lunghissima la sequenza di commenti che ricordano come quella ragazza ricca di talento ora non c'è più. A prevalere sono comunque i «post» che ben prima della tragedia esaltavano sul momento, dopo averla ascoltata, la voce della promessa pop: «Alessandra, you're voice is so cool»; «Very good sing, great voice!!»; «This girl rocks!». Morta anche la mamma di Alessandra, l'insegnante Patrizia Massimino. Illeso miracolosamente il papà, Maurizio Cora, trasferitosi con la famiglia nel capoluogo abruzzese da tempo, ma ancora molto conosciuto a Capri; viva anche se gravemente ferita la sorella Antonella, ricoverata al Gemelli di Roma.
Alessandro Chetta
martedì, aprile 07, 2009
Macerie
Criticabile fino a un certo punto. Condivisibile nella maggior parte.
Fonte: Carmillaonline
Macerie
di Alessandra Daniele
In Abruzzo più di un centinaio di morti, e decine di migliaia di senzatetto.
In Parlamento il solito accordo bipartisan: ''questo non è il momento delle polemiche''.
Certo, sarebbe assurdo parlare di norme antisismiche dopo un sisma.
Parliamo di norme antiforfora.
Questo non è il momento di parlare di speculazione edilizia, incuria, ecomafia, corruzione, per riflettere su quanto sia appropriata la definizione "condono tombale".
È il momento di dare al governo la possibilità di sfruttare la tragedia come ennesimo spot "sociale" per le elezioni europee.
Qualcosa tipo la strappona sdraiata sulla monnezza che ringrazia il governo di avere "ripulito Napoli", ma più in grande, e a reti semi-unificate.
I pezzi grossi da Vespa, il gran sacerdote del Cordoglio Controllato, l’imbalsamatore capo d’ogni tragedia da mummificare nella retorica istituzionale.
Gli sfigati al tavolo tondo da seduta spiritica di Lerner e Gruber, accanto all’inquietante materializzazione dell’ectoplasma di Zamberletti.
Questo non è il momento di dare la colpa ai colpevoli, di attribuire le responsabilità ai responsabili.
È il momento di intervistare gli esperti, e domandargli basiti e increduli come sia possibile aspettarsi un terremoto in un paese che da sempre trema come un parkinsoniano all’ultimo stadio.
Ci faranno una puntata di Voyager. Lo chiederanno a Titor, alla setta dei Cugini di Satana, al sagrestano di Rennes-le-Château: com’è possibile aspettarsi un sisma in zona sismica?..
Questo non è il momento di chiedere conto a chi costruisce palazzi con lo zucchero a velo al posto del cemento, sarebbe indelicato verso chi sotto le macerie di quei palazzi c’è morto.
Il loro ultimo desiderio è stato di certo un accordo bipartisan in Parlamento che evitasse le polemiche.
Questo è il momento di ravanare tra le macerie delle vite altrui, a caccia di reperti strappalacrime da esibire alle telecamere, e poi accusare di sciacallaggio chi quelle vite le avrebbe volute salvare.
Questo è il momento di pregustare il business per la ricostruzione, condito dalla deregulation del nuovo piano casa.
È il momento di preparare il prossimo condono tombale.
Massì costruiamo "ad capocchiam"

Ha tutti i torti Valentini?
Fonte: la Repubblica
Le colpe del malpaese
di GIOVANNI VALENTINI
Non è certamente colpa di nessuno, tantomeno del governo in carica, se scoppia un terremoto nel cuore della notte e devasta un'area sismica già censita nelle mappe della paura, provocando una dolorosa catena di rovine, morti e feriti. Quando l'instabilità del territorio si combina purtroppo con la violenza della natura, il cataclisma diviene inarrestabile e l'uomo non può che arrendersi alla fatalità.
È doveroso ora far fronte all'emergenza, soccorrere le vittime, assistere i sopravvissuti, ripristinare al più presto condizioni di vita normali e dignitose per tutti. Ed è senz'altro opportuno accantonare per il momento qualsiasi polemica contingente, per concentrare gli sforzi in un impegno comune di solidarietà. Ma subito dopo sarà necessario anche compilare l'inventario delle responsabilità, remote e recenti, non solo per accertare che sia stato fatto davvero tutto il possibile per prevenire un evento di tale portata, quanto per impedire che possa ripetersi in futuro o perlomeno per contenerne eventualmente l'impatto.
Non vogliamo riferirci qui tanto alla "querelle" fra il tecnico che nei giorni scorsi aveva lanciato l'allarme e l'apparato della Protezione civile, sostenuto dall'establishment del mondo scientifico, secondo cui un terremoto non si può mai prevedere. Sarà pur vero che i sintomi registrati dai sismografi o da altre apparecchiature non consentono di predisporre per tempo un intervento funzionale, cioè un'evacuazione di massa delle case, dei paesi e delle città. È altrettanto vero, però, che in questo caso i segnali sono stati evidentemente trascurati e sottovalutati, fino al punto di mettere sotto inchiesta l'incauto tecnico in virtù di un paradosso giuridico che prende il nome di "procurato allarme".
La questione fondamentale è un'altra e si chiama piuttosto "cultura del territorio". Vale a dire conoscenza e rispetto della natura; sensibilità e cura per l'ambiente; tutela del paesaggio e ancor più della salute, della vita umana, di tanti destini in carne e ossa che in quel territorio incrociano la propria esistenza. Non c'è pietà per le vittime e per i sopravvissuti di questo o di altri terremoti, come di ogni disastro naturale, senza una consapevolezza profonda di un tale contesto e senza una conseguente, concreta, quotidiana assunzione di responsabilità.
Fuori oggi da una sterile polemica politica, non si può fare a meno tuttavia di registrare l'enorme distanza - propriamente culturale - fra un approccio di questo genere e il cosiddetto "piano-casa" recentemente varato dal governo di centrodestra, nel disperato tentativo di rilanciare l'attività edilizia. In un Malpaese che trema distruggendo - insieme a tante speranze e a tante vite - abitazioni, palazzi, ospedali, scuole e chiese, e dove ancora aspettano di essere ricostruiti gli edifici crollati nei precedenti terremoti come quello del Belice di quarant'anni fa, la priorità diventa invece la stanza in più, la mansarda o la veranda da aggiungere alla villa o alla villetta, in funzione di quel consumo del territorio che si configura come un saccheggio privato a danno del bene comune.
Non saranno magari le fughe di gas radon emesse dalla terra in ebollizione - come predica l'inascoltato ricercatore abruzzese - a permetterci di prevedere i terremoti, ma verosimilmente una rigorosa prevenzione anti-sismica può aiutarci a ridurre al minimo i danni e soprattutto le vittime. Tanto più nelle regioni e nelle zone dove il rischio è notoriamente più alto. Ecco una grande occasione per rilanciare l'attività edilizia nell'interesse generale, non già al servizio della speculazione immobiliare ma semmai in funzione di un investimento umano e sociale sul territorio.
Con i 150 morti finora accertati, i mille e cinquecento feriti, i settantamila sfollati, i diecimila edifici crollati o danneggiati, il triste bollettino di guerra che arriva dall'Abruzzo interpella una volta di più le ragioni di un "ambientalismo sostenibile": cioè, pragmatico, costruttivo, effettivamente praticabile. Di fronte al primo cataclisma del nuovo millennio, quello schieramento composito e trasversale che vuole difendere l'immenso patrimonio naturale, storico e artistico dell'Italia dagli egoismi individuali, è chiamato a misurarsi più che mai con la sfida della concretezza. Superata l'era delle vecchie ideologie, rosse o verdi che fossero, ora c'è da impugnare la bandiera del realismo civile.
E l'ospedale crollò
Fra miei conoscenti ci sono state violentissime diatribe a proposito del potere o meno costruire palazzi antisismici. Capisco che magari non si può far nulla per i centri storici, ma nemmeno per un ospedale costruito nel 2000?
E per l'ospedale modello è beffa. "Inaugurato nel 2000 è già crollato"
di MASSIMO LUGLI
fonte: la Repubblica
L'AQUILA - Letti e barelle allineati davanti al muro del pronto soccorso, i pazienti più anziani ammassati nella cappella di Sant'Alessio come un lazzaretto, un vai e vieni incessante di ambulanze che arrivano e ripartono a sirena spiegata, l'elicottero a volo radente, i medici esausti, la riserva di farmaci che cala di ora in ora, l'obitorio pieno di corpi che non trovano più spazio. L'ospedale di San Salvatore, a circa 4 chilometri dalla città, su una strada perennemente ingolfata di traffico, è un quadro che riassume tutta la tragedia abruzzese: dolore e rassegnazione, dignità e lacrime di speranze e slanci di quotidiano eroismo.
Inaugurato 9 anni fa il nosocomio in cemento armato di concezione modernissima ha pagato un tributo pesantissimo alla scossa delle 3.32: un'intera ala è crollata, una larga fetta dell'edificio è inagibile, nastri bianchi e rossi sbarrano la strada quasi ovunque. "Ci sono arrivati 460 pazienti, li stiamo smistando in ambulanza o elicottero, negli ospedali di Avezzano, Pescara, Teramo. Ancona - spiega un chirurgo, Antonio Famulari - ma spesso li mandiamo anche più lontani, in altre regioni". Come il bambino di un anno, gravissimo, trasportato in volo al Bambin Gesù di Roma. L'evacuazione è finita verso le 18.30, mentre la protezione civile completava l'allestimento di un ospedale da campo nel piazzale di fronte. Per i pazienti rimasti per ore sotto il sole implacabile, con una protezione di teli o di cartoni e spesso la flebo al braccio, è stata la fine di una tortura sopportata, quasi sempre, con incredibile forza d'animo.
"Molti di noi sono corsi qui anche se hanno perso la casa e a volte i parenti - spiega senza enfasi il dottor Maurizio Maltolto, uno psichiatra che si è improvvisato medico di prima emergenza e che fin dalla notte si è dato da fare con garze, disinfettanti, flebo - io ho salvato mia nonna di 94 anni, ho lasciato la mia casa lesionata e sono corso qui. Bisogna fare in fretta perché le medicine scarseggiano, manca praticamente di tutto".
Molti dei ricoverati sono stati presi dal panico quando la scossa di terremoto ha squassato i reparti. "Avevo partorito con un cesareo alle 19.30 e quando ho sentito il terremoto sono scappata con i punti, la flebo attaccata e senza scarpe, mia madre e la bambina - racconterà nel pomeriggio Antonella Ghisleri, 28 anni - mio marito ci ha caricati in macchina e ci ha portati a Teramo... La flebo me l'ha staccata lungo la strada. Che dovevo fare? Fuggivano tutti, anche i medici". Molti pazienti anziani e cardiopatici sono strati costretti a sistemazioni di emergenza mentre l'unica sala operatoria agibile, quella del reparto di ginecologia, lavorava senza un attimo di sosta.
"I medici sono degli angeli, non si sono concessi un istante di riposo da stanotte - dice Stefania 42 anni, il viso ridotto a una maschera di tagli e contusioni mentre accarezza con dolcezza infinita la figlia, Sara Luce, 7 anni - eravamo a casa e siamo rimasti intrappolati al terzo piano. Mio marito Carlo si è rotto parecchie costole e ha una ferita alla testa, lo portano a Teramo, alcuni vicini hanno rischiato la vita per salvarci e poi ci hanno trasportati qui in macchina, nonostante la calca, la confusione, i disagi, sono stata accudiata e curata benissimo".
Privo di vista, malato di Parkinson e colite ulcerosa, sistemato su una brandina nella cappella, Angelo Ascaride, 85 anni, non mostra la stessa gratitudine e riesce solo a lamentarsi debolmente: "Non so quanto mi terranno qui, non so cosa sta succedendo". Un frate con una lunga barba bianca, Luciano Antonelli, si aggira tra i pazienti distribuendo buffetti, carezze, parole di conforto. Ricetrasmittente e cellulare in mano, Fiorenzo Rasone, capo dell Protezione civile della Marche, coordina l'evacuazione dei pazienti, l'arrivo e il decollo degli elicotteri e degli aerei come un generale sul campo di battaglia.
Il cielo che si rannuvola velocemente impone di fare sempre più in fretta. "Ero alla casa dello studente, non mi sono accorto del terremoto - dice Pancrazio Capoccia, 20 anni - un ragazzo magro dei capelli ricci - Sono svenuto e so che mi hanno tirato fuori dopo 8 ore. Ho avuto una fortuna incredibile, niente di rotto e tra poco torno a casa". Anche Delfina Achille, 83 anni, l'ha scampata. Ha un braccio rotto e il viso irriconoscibile. "Mi è crollato il soffitto addosso - geme disperata - sono rimasta coperta dai detriti. Sì, sono viva e ringrazio Dio. Ma quando esco, che faccio? Dove vado?"
E per l'ospedale modello è beffa. "Inaugurato nel 2000 è già crollato"
di MASSIMO LUGLI
fonte: la Repubblica
L'AQUILA - Letti e barelle allineati davanti al muro del pronto soccorso, i pazienti più anziani ammassati nella cappella di Sant'Alessio come un lazzaretto, un vai e vieni incessante di ambulanze che arrivano e ripartono a sirena spiegata, l'elicottero a volo radente, i medici esausti, la riserva di farmaci che cala di ora in ora, l'obitorio pieno di corpi che non trovano più spazio. L'ospedale di San Salvatore, a circa 4 chilometri dalla città, su una strada perennemente ingolfata di traffico, è un quadro che riassume tutta la tragedia abruzzese: dolore e rassegnazione, dignità e lacrime di speranze e slanci di quotidiano eroismo.
Inaugurato 9 anni fa il nosocomio in cemento armato di concezione modernissima ha pagato un tributo pesantissimo alla scossa delle 3.32: un'intera ala è crollata, una larga fetta dell'edificio è inagibile, nastri bianchi e rossi sbarrano la strada quasi ovunque. "Ci sono arrivati 460 pazienti, li stiamo smistando in ambulanza o elicottero, negli ospedali di Avezzano, Pescara, Teramo. Ancona - spiega un chirurgo, Antonio Famulari - ma spesso li mandiamo anche più lontani, in altre regioni". Come il bambino di un anno, gravissimo, trasportato in volo al Bambin Gesù di Roma. L'evacuazione è finita verso le 18.30, mentre la protezione civile completava l'allestimento di un ospedale da campo nel piazzale di fronte. Per i pazienti rimasti per ore sotto il sole implacabile, con una protezione di teli o di cartoni e spesso la flebo al braccio, è stata la fine di una tortura sopportata, quasi sempre, con incredibile forza d'animo.
"Molti di noi sono corsi qui anche se hanno perso la casa e a volte i parenti - spiega senza enfasi il dottor Maurizio Maltolto, uno psichiatra che si è improvvisato medico di prima emergenza e che fin dalla notte si è dato da fare con garze, disinfettanti, flebo - io ho salvato mia nonna di 94 anni, ho lasciato la mia casa lesionata e sono corso qui. Bisogna fare in fretta perché le medicine scarseggiano, manca praticamente di tutto".
Molti dei ricoverati sono stati presi dal panico quando la scossa di terremoto ha squassato i reparti. "Avevo partorito con un cesareo alle 19.30 e quando ho sentito il terremoto sono scappata con i punti, la flebo attaccata e senza scarpe, mia madre e la bambina - racconterà nel pomeriggio Antonella Ghisleri, 28 anni - mio marito ci ha caricati in macchina e ci ha portati a Teramo... La flebo me l'ha staccata lungo la strada. Che dovevo fare? Fuggivano tutti, anche i medici". Molti pazienti anziani e cardiopatici sono strati costretti a sistemazioni di emergenza mentre l'unica sala operatoria agibile, quella del reparto di ginecologia, lavorava senza un attimo di sosta.
"I medici sono degli angeli, non si sono concessi un istante di riposo da stanotte - dice Stefania 42 anni, il viso ridotto a una maschera di tagli e contusioni mentre accarezza con dolcezza infinita la figlia, Sara Luce, 7 anni - eravamo a casa e siamo rimasti intrappolati al terzo piano. Mio marito Carlo si è rotto parecchie costole e ha una ferita alla testa, lo portano a Teramo, alcuni vicini hanno rischiato la vita per salvarci e poi ci hanno trasportati qui in macchina, nonostante la calca, la confusione, i disagi, sono stata accudiata e curata benissimo".
Privo di vista, malato di Parkinson e colite ulcerosa, sistemato su una brandina nella cappella, Angelo Ascaride, 85 anni, non mostra la stessa gratitudine e riesce solo a lamentarsi debolmente: "Non so quanto mi terranno qui, non so cosa sta succedendo". Un frate con una lunga barba bianca, Luciano Antonelli, si aggira tra i pazienti distribuendo buffetti, carezze, parole di conforto. Ricetrasmittente e cellulare in mano, Fiorenzo Rasone, capo dell Protezione civile della Marche, coordina l'evacuazione dei pazienti, l'arrivo e il decollo degli elicotteri e degli aerei come un generale sul campo di battaglia.
Il cielo che si rannuvola velocemente impone di fare sempre più in fretta. "Ero alla casa dello studente, non mi sono accorto del terremoto - dice Pancrazio Capoccia, 20 anni - un ragazzo magro dei capelli ricci - Sono svenuto e so che mi hanno tirato fuori dopo 8 ore. Ho avuto una fortuna incredibile, niente di rotto e tra poco torno a casa". Anche Delfina Achille, 83 anni, l'ha scampata. Ha un braccio rotto e il viso irriconoscibile. "Mi è crollato il soffitto addosso - geme disperata - sono rimasta coperta dai detriti. Sì, sono viva e ringrazio Dio. Ma quando esco, che faccio? Dove vado?"
Giampaolo Giuliani
Quest uomo, Giampaolo Giuliani, è stato denunciato per procurato allarme da una persona da sempre al centro di critiche come il capo della Protezione Civile Bertolaso. Non prendo posizione stavolta, ma mi chiedo, dopo aver seguito lunedì la diretta su: la Vita in Diretta (e alcune delle più immonde interviste soprattutto di un tizio che stava a Onna e che dovrebbe essere radiato dall'Ordine per mancanza di cuore) perché Giuliani sia stato preso PER CULO ininterrottamente senza possibilità di difendersi. Sono davvero tutte parole bislacche le sue?
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