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venerdì, aprile 17, 2009

Le scorrettezze del Giornale




Eh non c'è da stupirsi. Il direttore del Giornale, come dicono a Roma "nun ce vo sta" e quindi giù paginate contro il vile Santoro. L'attacco fatto apposta per chi la trasmissione non l'ha vista. "La trasmissione ha offeso i lettori del Giornale!", strillano le pagine del nostro. Astratta dal contesto l'informazione farebbe incazzare pure me che sono di altra parrocchia. Ma tanto chi può contraddirlo? Giordano si fida del fatto che uno che compra il Giornale (o la Repubblica, o il Manifesto) magari non va a leggere anche altri resoconti. E così la cattiva informazione continua, ma da "Lucignolo" non è che si possa cambiare. Memorabile la chiusa del Brambilla: giù le mani da Santoro, comunque! Vogliamo scommettere? Cà nisciuno è fesso Brambì.

Annozero, la riparazione di Santoro: no all'autocritica, ma insulti al Giornale
di Michele Brambilla

Milano - À la guerre comme à la guerre, ha pensato Santoro. Altro che puntata riparatrice. Annozero di ieri è stata una sfida alla Rai, con le vignette di Vauro mostrate alla faccia della sospensione, e con un nuovo carico da novanta contro la Protezione civile, il governo, i giornali servi di Berlusconi, che siamo noi naturalmente, ma anche il Corriere della Sera e La Stampa. E giù insulti a tutti.

Intanto insulti a voi che leggete. Siete dei «poveretti», cari lettori. Così vi ha definiti Santoro in apertura di trasmissione: poveretti. «Vorrei soprattutto», ha detto, «salutare i lettori del Giornale. Poveretti. Vi adoro perché faccio grandissimi sforzi per capirvi. Ma come. Il Giornale ha fatto grandissime battaglie per la libertà di pubblicare le vignette che offendono l’islam (non è vero, naturalmente: ma Santoro lo dice lo stesso, ndr) e adesso se la prende con Vauro».

Il Giornale, il Giornale... Giornalisti prezzolati da Berlusconi, e lettori «poveretti», minus habens secondo Santoro. Sarebbe facile liquidarla così. Però guarda che strano, a definire «indecente» la puntata della scorsa settimana di Annozero era stato anche Gianfranco Fini, tanto stimato a sinistra negli ultimi tempi. E anche Franceschini aveva criticato duramente, e Franceschini è il segretario del Pd, non del Pdl. E anche Follini ha detto che non vuole avere nulla a che fare con il giornalismo «estremista e fazioso» di Santoro, e Follini è il responsabile della comunicazione del Pd, non del Pdl.

Ma sì: Santoro e la sua band contro tutti, unici eroi puri e duri in un mondo asservito al potere. Santoro sfotte Aldo Grasso del Corriere della Sera, il quale aveva definito la scorsa puntata di Annozero un «abuso della libertà»: «È uno che parla di tv come Vespa parla di cavalli», dice il giornalista «sempre corretto» (definizione sua) Santoro. Altri insulti, perché non poteva mancare Emilio Fede: «Noi siamo un tg4 fatto bene», dice il giornalista sempre corretto. Poi parla Travaglio. E tiriamo un altro sospiro di sollievo perché accusa non solo noi ma anche il Corriere e La Stampa, legge un articolo di Minzolini e ironizza, chiude con un discorso di Mussolini che è così tanto simile a quelli di Berlusconi.

Insomma l’Italia è così, fa intendere Annozero: un premier che si prepara a silenziare l’opposizione, la stampa intera che è complice, Santoro e i suoi fedelissimi gli unici resistenti. I casi sono due: o è così, o qualcuno è paranoico.

Partono, dopo le invettive alla stampa allineata, i filmati «riparatori», quelli che in teoria avrebbero dovuto riequilibrare. Sempre in teoria, gli inviati di Annozero avrebbero dovuto trasmettere le interviste anche a quei quattro gatti che sono stati davvero soccorsi dalla Protezione civile. Invece viene intervistata solo gente che grida che qualcuno avrebbe dovuto provvedere: ed è vero, ma come e dove e quando? Non c’entra niente con le accuse di ritardo nei soccorsi lanciate la scorsa settimana.

E qui sta la truffa di Annozero di ieri. Santoro mente senza vergogna quando dice «noi non abbiamo mai messo in dubbio l’efficienza e la velocità dei soccorsi, ma abbiamo voluto parlare della prevenzione». È una truffa perché la puntata «riparatrice» mette sotto accusa le case costruite male e i controlli non fatti, e sono accuse che ci stanno, riflessioni legittime. Ma la scorsa settimana Santoro e i suoi se ne sono guardati bene dal parlare delle case costruite male e dei controlli non fatti per il semplice motivo che quelle case sono state costruite e non-controllate nell’arco di cinquant’anni e dare la colpa all’attuale governo sarebbe stata un po’ dura. La scorsa settimana, Annozero ha puntato l’indice accusatore contro i ritardi nei soccorsi, sono state intervistate persone che dicevano che i volontari si facevano «i cazzi loro» e si è istruito un processo per una bottiglietta di acqua arrivata in ritardo. Sandro Ruotolo, l’inviato di Annozero che ha raccolto quelle denunce, in un’intervista ha implorato di dirgli dove ha sbagliato nella puntata della scorsa settimana. Glielo diciamo subito: ha cercato, o quantomeno trasmesso, solo le interviste che servivano a supportare la tesi che si voleva sostenere, e cioè che i soccorsi erano stati tardivi e inefficienti. E questo non è giornalismo, è un mezzuccio di cui sono sempre servite le propagande di tutta la storia.

Molto meglio, allora, far credere ai telespettatori che la puntata della scorsa settimana abbia parlato non dei soccorsi ma della prevenzione, e allora giù accuse al piano casa che il governo Berlusconi varerà (ma che cosa c’entra con il terremoto dell’Abruzzo?), e giù con Di Pietro che urla come al mercato delle vacche.

È l’Italia dei valori, l’Italia degli onesti, il giornalismo dei puri, dei coraggiosi, dei resistenti. Ma anche di quelli che hanno la possibilità, in questa dittatura, di fare la trasmissione più faziosa della storia della Rai; di avere la prima serata assicurata per sentenza; di fregarsene delle direttive della direzione generale per poter prepararsi, un giorno, a cantare di nuovo «Bella ciao», e magari di farsi rieleggere per poi dimettersi prendendo per i fondelli gli elettori. Quello cominciato ieri sera è un film già visto.

Giù le mani da Santoro, comunque. Un po’ perché le epurazioni non ci piacciono. E poi perché si cadrebbe in un tranello. Santoro, come ha scritto Facci, sta cercando il martirio. Continui pure con il suo Obiettivitàzero: ma la smetta di atteggiarsi a paladino della libertà. Cà nisciuno è fesso, Michè.

martedì, giugno 24, 2008

Annunciaziò annunciaziò


da Repubblica.it
Via alla rivoluzione dei nomi web. Bene tutte le parole, in ogni lingua
PARIGI - Un indirizzo internet che dopo il punto finisce con una qualsiasi parola. Qualcosa che ci piace, per esempio (.amoremio, .il miogatto, .lasagne e via di questo passo) e in qualsiasi lingua, anche in russo, arabo o in cinese. La liberalizzazione dei dominii e adesso potrebbe diventare realtà. Giovedì l'Icann, la società che assegna nomi e numeri identificativi sulla rete, potrebbe allentare le regole finora ferree che permettono solo domini legati ai nomi dei paesi (.it, .uk), al commercio (.com) o alle organizzazioni (.org,.net). L'annuncio è stato dato oggi nella capitale francese, nel corso della 32esima riunione dell'organizzazione.

Messa così, potrebbe trattarsi di una delle più grandi trasformazioni della rete negli ultimi anni. A partire dal 2009 - un incubo o un sogno a seconda dei punti di vista - 1,3 miliardi di internauti potrebbero essere liberi di dare il nome che più li aggrada all'estensione del loro sito. Le grandi città e i grandi gruppi economici avranno una loro sigla, ce ne sarà una per Roma, Milano, Londra o New York.

L'apertura dell'Icann ha sorpreso gli operatori del settore, vista la rigidità dell'organismo. Ma solo fino a un certo punto, visto che nelle casse dell'Icann, che incassa una percentuale su ogni registrazione, entreranno molti più soldi. Attualmente sono 162 milioni i nomi recensiti, di cui più della metà in .net e .com, per un totale di circa 250 estensioni. Limitazioni che qualcuno ha già aggirato: l'isola di Tuvalu, per esempio, ha affittato la denominazione .tv a molte televisioni.

"L'impatto sarà diverso da paese a paese, ma consentirà a comunità e soggetti commerciali di esprimere le proprie identità online", ha spiegato l'amministratore delegato della compagnia Paul Twomwey. Un passo che per alcuni permetterà la massima libertà di espressione, ma secondo altri rischia di dare vita a una grande confusione. Basti pensare ad esempio cosa può significare avere più dominii che indicano settori di servizi, ad esempio quello bancario, o la possibilità di taroccare i marchi online.

Si va verso una liberalizzazione anche per quanto riguarda le lingue e i caratteri. La diversificazione sarà attuata con l'entrata in vigore della nuova generazione di indirizzi (Ipv6), che permetterà un numero staordinariamente più grande di indirizzi. Lo stock attuale, che utilizza il protocollo Ipv4, dovrebbe esaurirsi tra il 2010 e il 2011.

Insomma, la rete che verrà sarà poliglotta e personalizzata fino all'inverosimile. I dettagli saranno resi noti solo domani. Molti si chiedono come farà la società a impedire un accapparamento di "false estensioni", come già era successo con il vecchio sistema. Di sicuro sarà un momento festeggiato dall'industria del porno, che attende da anni l'assegnazione dell'estensione .xxx.

venerdì, febbraio 22, 2008

Pornoreport II?


Lettera di Milena Gabanelli e risposta di Paolo Barnard
Febbraio 8, 2008 di mediazione

Lettera di Milena Gabanelli sul Forum di Report

Ogni azienda, giornale o tv fornisce l’assistenza legale (ovvero paga l’avvocato) ai propri dipendenti, non ai collaboratori. Quando abbiamo iniziato (1997)nessuno di noi si era posto il problema, che invece abbiamo affrontato quando sono arrivate le prime cause (2000). Si trattava di querele per diffamazione. La sottoscritta e il direttore di allora chiedemmo assistenza legale e ci fu concessa. Fatto che si verificò in tutti i successivi procedimenti penali. Le prime cause civili arrivarono nel 2004, e lì scoprimmo che invece non ci sarebbe stata copertura legale. La tutela veniva fornita a me in virtù del contratto di collaborazione con la rai, ma “a discrezione”, ovvero dovevo presentare una memoria difensiva con la quale dimostravo, punto per punto, di aver agito bene. Non avendo l’autore del servizio nessun contratto di collaborazione con la rai (pochè vende il pezzo), si assume i rischi in caso di richiesta di risarcimento danni. La realtà era questa: o prendere, o lasciare. Gli autori furono messi a conoscenza della questione e tutti decisero di continuare “l’avventura” con Report. Con tutte le angoscie del caso, ma a dominare è stata la convinzione di tutti noi che lavorando bene alla fine le cause si vincono e il soccombente dovrà pure pagare le spese. Da parte mia ho iniziato una lunga battaglia per poter avere ciò che nessuna azienda normalmente fornisce ai non dipendenti: l’assistenza di un avvocato in caso di causa civile (nel penale, come ho già detto, ci è stata fornita fin dall’inizio). Dal 2004 in poi la tendenza è stata quella di farci prevalentemente cause civili, con tutto quel che ne consegue in termini di stress, tempo che perdi, e paure che ti assalgono. E’ bene sapere che quando si va in giudizio ognuno risponde per la parte che gli compete: gli autori rispondono del loro pezzo, la sottoscritta per tutti i pezzi (in qualità di responsabile del programma), la rai in quanto network che diffonde la messa in onda. Qualora il giudice dovesse stabilire che c’è stato dolo da parte dell’autore, a pagare saranno tutti i soggetti coinvolti (la rai, la sottoscritta, l’autore). E questo vale per tutti, anche i dipendenti. La differenza è che prima di arrivare alla sentenza nessuno ti paga l’avvocato. Nel 2007 le cause arrivano ad un numero talmente elevato che passo più tempo a difendere me e i miei colleghi che non a lavorare. Ma a luglio 2007 il direttore generale Cappon chiede all’ufficio legale della rai di garantire la piena assistenza legale a tutti gli autori di Report. Questo non ci toglie le ansie (finchè non c’è una sentenza non sai di che morte muori), però almeno sai che alle tue spalle c’è un’azienda che ha riconosciuto il valore del tuo lavoro e ti paga l’avvocato. E’ stato difficile ottenere questo risultato, ma c’è stato e questo è oggi quello che conta.
Certo, se su ogni puntata vieni trascinato in tribunale, alla fine può darsi che lasci la partita perchè non riesci più a reggere fisicamente. Ma questo non è colpa della rai di turno, bensì di un sistema giudiziario che permette a chiunque di fare cause pretestuose, senza che ci sia a monte un filtro (come avviene invece nelle cause penali) che valuti l’eventuale inconsistenza della causa stessa.
Paolo Barnard. E’ un professionista che stimo molto, ma purtroppo l’incompatibilità ad un certo punto era diventata ingestibile, e così a fine 2003 le strade si sono separate. Per quel che riguarda la questione legale che lo coinvolge, sono convinta della bontà della sua inchiesta e penso che alla fine ci sarà una sentenza favorevole. Ci credo al punto tale da aver firmato a suo tempo un atto (che lui possiede e pure il suo avvocato) nel quale mi impegno a pagare di tasca mia anche la parte sua in caso di soccombenza. Non saprei che altro fare.
Non ho il potere di cambiare le regole di un’azienda come la Rai, credo di aver fatto tutto quello che è nelle mie modeste capacità. Il lavoro che io e gli altri colleghi di report abbiamo deciso fin qui di fare non ce lo ha imposto nessuno. E’ un mestiere complesso che comporta molti rischi, anche sul piano personale. Si può decidere di correrli oppure no, dipende dalla capcità di tenuta, dal carattere e dagli obiettivi che ognuno di noi si da nella vita. Il resto sono polemiche che non portano da nessuna parte e sottragono inutilmente energie.
Un caro saluto a tutti.
Milena Gabanelli
Risposta di Paolo Barnard
Sono Paolo Barnard. Rispondo innanzi tutto agli spettatori di Report, che assieme a tanti altri italiani meritano verità, onestà, e finalmente pulizia in questo Paese. Poi anche alle righe della signora Gabanelli postate ieri alle ore 21,16.
Mi spiace che alcuni di voi si siano ritenuti soddisfatti dalle parole dell’autrice di Report, che non ha risposto a nessuno dei punti cruciali, a nessuno dei gravissimi fatti.

Milena Gabanelli scrive:
“Per quel che riguarda la questione legale che lo coinvolge, sono convinta della bontà della sua inchiesta e penso che alla fine ci sarà una sentenza favorevole. Ci credo al punto tale da aver firmato a suo tempo un atto (che lui possiede e pure il suo avvocato) nel quale mi impegno a pagare di tasca mia anche la parte sua (di Barnard, nda) in caso di soccombenza. Non saprei che altro fare.”

Quell’atto esiste solo nella fantasia della signora Gabanelli. Né io, né il mio legale Avv. Pier Luigi Costa di Bologna, ne abbiamo mai ricevuto una copia. Inoltre l’affermazione della sua esistenza da parte dell’autrice di Report è pienamente contraddetta dagli atti processuali da me resi pubblici, ove si legge: “Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: “Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l’Illustrissimo Tribunale adìto voglia:…porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria…”.
Confermato di recente da: Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: “la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005…”.
La generosa offerta della Gabanelli non esiste, e sarebbe comunque stata una vergogna, un tentativo di tacitare me mentre lei poteva di fronte ai suoi datori di lavoro mostrarsi pienamente in accordo con la loro sciagurata politica nei mie confronti. Che è quello che ha fatto e controfirmato in ogni atto processuale.

Milena Gabanelli scrive:
“Gli autori furono messi a conoscenza della questione e tutti decisero di continuare “l’avventura” con Report.”

Non è vero. Esistono redattori pronti a testimoniare di non aver mai sentito Milena Gabanelli pronunciare quell’avvertimento, soprattutto quando sollecitata a chiarire questioni in merito. Di sicuro non lo fece mai in mia presenza. Io non fui mai posto di fronte a una simile bivio, al contrario, mi fu sempre detto di stare tranquillo.

Milena Gabanelli scrive:
“E’ bene sapere che quando si va in giudizio ognuno risponde per la parte che gli compete: gli autori rispondono del loro pezzo, la sottoscritta per tutti i pezzi (in qualità di responsabile del programma), la rai in quanto network che diffonde la messa in onda. Qualora il giudice dovesse stabilire che c’è stato dolo da parte dell’autore, a pagare saranno tutti i soggetti coinvolti (la rai, la sottoscritta, l’autore).”

Che a pagare possano eventualmente essere tutti non è in discussione, signora Gabanelli. Che lei e la RAI tentiate di mandare al macello uno solo, cioè Paolo Barnard, l’anello più debole della catena, e che vi siate lungamente accaniti in ciò come dimostrano i documenti processuali sopraccitati, e che la RAI abbia addirittura tentato di rivalersi su di me anche fuori dal processo, è ben altra cosa. Lascio ogni giudizio sulla sua condotta ai suoi spettatori. E taccio qui sul dolore personale che ho subito. Non è questo il contesto.

Milena Gabanelli scrive:
“Certo, se su ogni puntata vieni trascinato in tribunale, alla fine può darsi che lasci la partita perchè non riesci più a reggere fisicamente. Ma questo non è colpa della rai di turno, bensì di un sistema giudiziario”

No, la RAI ha responsabilità pesanti, nell’abbandono dei giornalisti collaboratori che tanto hanno fatto per i suoi palinsesti, come nel caso in oggetto. Noi ‘esterni’ siamo quelli col coraggio, quelli che lavorano dieci volte gli altri, quelli senza stipendio, quelli che non confezionano le narrative false dei TG1, TG2, TG3, che non sono pagati mensilmente per “rendere plausibile l’inimmaginabile” presso gli italiani. Noi siamo quelli usati e cestinati al primo problema. Io sono giornalista e prima di ogni altra cosa punto il dito verso il mio editore e i miei capi, e ne pagherò i prezzi. Lei Milena Gabanelli dovrebbe fare la stessa cosa e pubblicamente, per il bene del giornalismo italiano, se lei ne avesse il coraggio.

Milena Gabanelli scrive:
“Paolo Barnard. E’ un professionista che stimo molto, ma purtroppo l’incompatibilità ad un certo punto era diventata ingestibile, e così a fine 2003 le strade si sono separate.”

Non è vero. La mia separazione dalla gente di Report fu a causa di una sordida storia di inumanità e di viltà che con questa mia denuncia non ha nulla a che fare. Mi addolora ancora di più che Milena Gabanelli la citi qui, del tutto fuori contesto.

Milena Gabanelli scrive:
“Il lavoro che io e gli altri colleghi di report abbiamo deciso fin qui di fare non ce lo ha imposto nessuno. E’ un mestiere complesso che comporta molti rischi, anche sul piano personale. Si può decidere di correrli oppure no, dipende dalla capcità di tenuta, dal carattere e dagli obiettivi che ognuno di noi si da nella vita. Il resto sono polemiche che non portano da nessuna parte e sottragono inutilmente energie.”

Come dire ‘Se Paolo Barnard non ha i cosiddetti, cambi mestiere e non ci faccia perdere del tempo’. Non mi risulta che Bernardo Jovene, Sabrina Giannini, Stefania Rimini o altri a Report siano stati abbandonati come me, che la RAI e Milena Gabanelli si stiano accanendo in un’aula di tribunale per scaricargli colpe non loro, che la RAI li stia minacciando con ulteriori accanimenti legali, e che Milena Gabanelli sia rimasta zitta per 4 anni di fronte a una vergogna simile perpetrata nei loro confronti.
Milena Gabanelli, con le sue righe, tipicamente sguscia da una situazione indecente senza prendere una posizione morale, senza quel ‘coraggio’ che l’ha resa famosa, avallando di nuovo ciò che lei stessa e la RAI mi stanno facendo. Avallando oltre tutto il peggior precariato nel giornalismo (sic).
In questo modo prolifera la censura da me denunciata, che così tanti colleghi finiscono per subire, una censura che sottrae a voi spettatori, a voi, il diritto di sapere quello che gli avvocati da una parte o dall’altra non vogliono che voi sappiate.

Ci sono cose, signora Gabanelli, su cui si deve prendere posizione, costi quel che costi. Io lo faccio qui e ora e le dico: Lei e la RAI siete responsabili di una condotta ignobile, troppo diffusa fra gli editori di questo povero Paese. Lei più della RAI, perché lei dovrebbe essere il volto del ‘coraggio televisivo’ per definizione.

Verrò travolto dalle vostre querele, a tutela del vostro ‘buon nome’, ma ho deciso di mettermele alle spalle. Io prendo posizione di fronte a questa censura con cui lei Gabanelli è in palese collusione, e il mio coraggio è comunque una piccola cosa, perché c’è chi ha preso posizione di fronte a una camera di tortura in Cile o di fronte a un Merkava in Palestina. Il vero coraggio è loro, non mio.
Né lei né la RAI mi zittirete mai.

Paolo Barnard

Pornoreport?




Non conoscevo i perché della partenza di Paolo Barnard da Report.


Censura ‘legale’ - Paolo Barnard – 11 febbraio 2008

Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell'informazione di cui non si parla mai. E' la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell'appoggio dell'indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l'opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti 'fuori dal coro'.
Si tratta, in sintesi, dell'abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste 'scomode'. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d'informazione ve lo illustro citando il mio caso.
Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.

Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un'inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l'11/10/2001 ("Little Pharma & Big Pharma"). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: "Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie") e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).

L'inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003.
Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte.
Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare.
Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla RAI, e dunque di non preoccuparmi(2). La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi.

All'atto di citazione in giudizio, la RAI e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la RAI in questa controversia legale.(3) Ma non solo.
La linea difensiva dell'azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa.(4)
E questo per un'inchiesta di pubblico interesse da loro (RAI-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata.*

*( la RAI può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva(5), dove è sancita la sollevazione dell'editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l'accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giustificabile l'operato della RAI in questi casi).

Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per RAI e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l'impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un'inchiesta che la RAI stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me.
La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere.

Ma al peggio non c'è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. E' un atto di costituzione in mora della RAI contro di me. Significa che la RAI si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo: "La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell'eventuale accoglimento della domanda posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio, nda) nei confronti della RAI medesima".(6)
Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell'incredulità.
Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la RAI , e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all'evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che "la rivalsa che ti era stata fatta (dalla RAI contro di me, nda) è stata lasciata morire in giudizio... è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso... Finirà tutto in nulla."(7)

Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell'atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell'atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della RAI che è interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso.(8)
Non mi dilungo. All'epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la RAI. Non ci sarà mai più un'inchiesta da me firmata sull'emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l'unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste 'coraggiose'. Questa non è una mia mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari.

Così la mia voce d'inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo.
Ecco come funziona la vera "scomparsa dei fatti", quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli 'editti bulgari', i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno.

Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori.
Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare.
Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità.
Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema.

Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l'energia possibile questa realtà, via mailing lists, siti, blogs, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate.
In ultimo. E' assai probabile che verrò querelato dalla RAI e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d'allarme, e ciò non sarà piacevole per me.
Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti. Spero solo che serva.

Grazie di avermi letto.
Paolo Barnard
dpbarnard@libero.it

Note:
1) Tribunale civile di Roma, Atto di citazione, 31095, Roma 10/11/2004.
2) Fatto su cui ho più di un testimone pronto a confermarlo.
3) Nel volume "Le inchieste di Report" (Rizzoli BUR, 2006) Milena Gabanelli eroicamente afferma: "...alle nostre spalle non c'è un'azienda che ci tuteli dalle cause civili". Prendo atto che il prestigioso studio legale del Prof. Avv. Andrea Di Porto, Ordinario nell'Università di Roma La Sapienza , difende in questo dibattimento sia la RAI che Milena Gabanelli. Ma non me.
4) Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: "Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l'Illustrissimo Tribunale adìto voglia:...porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria...".
5) Un esempio di questa clausola tratto da un mio contratto con la RAI : "Lei in qualità di avente diritto... esonera la RAI da ogni responsabilità al riguardo obbligandosi altresì a tenerci indenni da tutti gli oneri di qualsivoglia natura a noi eventualmente derivanti in ragione del presente accordo, con particolare riferimento a quelli di natura legale o giudiziaria".
6) Raccomandata AR n. 12737143222-9, atto di costituzione in mora dallo Studio Legale Di Porto per conto della RAI contro Paolo Barnard, Roma, 3/10/2005.
7) Email da Milena Gabanelli a Paolo Barnard, 15/11/2005, 09:39:18
8) Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: "la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005...". (si veda nota 4)

giovedì, febbraio 07, 2008

Ennesimo editoriale sullo sviluppo.

Giovanni Cacioppo.

Occhio alle frodi



Mio piccolo consiglio, comprate solo con pay pal o un qualsiasi altro metodo per avere un minimo di assicurazione. Ecco l'ultima genialata del sito di aste online,

da Corriere.it

Svolta eBay, via i commenti negativi
Il famoso sito d'aste online rivede il suo sistema di feedback. E sul web scoppia la rivolta

Comprare o non comprare? Fidarsi o non fidarsi? Il mercato online offre un'infinità di prodotti e occasioni. Spesso, tuttavia, è difficile scovare l'affare nella ragnatela dei tarocchi, delle beffe e dei falsi. Ecco quindi che in aiuto arrivano gli utenti del web. Grazie ai loro commenti chi compra può farsi un'idea su chi vende. Da maggio la storia cambia. A cominciare dagli States. eBay, il più grande e cliccato sito d'aste online ha deciso: a partire dal prossimo mese di maggio negli Stati Uniti chi vende non potrà più lasciare commenti negativi su un acquirente che non si è comportato bene nel corso di un'operazione. Infatti, i cosidetti feedback negativi verso i compratori sono destinati a scomparire definitivamente, ha comunicato in questi giorni la società di San Josè in California. Rimarranno solo quelli positivi o neutrali. «Un perfetto nonsense», scrivono i più arrabbiati.

Un'operazione, quella che verrà introdotta dalla società statunitense, fondata 13 anni fa da Pierre Omidyar, resa necessaria dopo che la maggior parte dei commenti negativi sui compratori sarebbero risultati soltanto delle semplici ripicche dei venditori in seguito a precedenti segnalazioni per merci di cattiva qualità. Praticamente, chi compra online su eBay tende a scrivere commenti negativi su un determinato venditore. Allo stesso modo ricevevano poi un commento negativo da parte di chi vendeva.


Le reazioni sono ovviamente positive da parte dei compratori mentre i venditori dal forum eBay gridano allo scandalo: «Non ci tutelate»; «Scioperiamo»; «Così si sbilancia il mercato, e gli unici danneggiati siamo noi». Non è ancora del tutto chiaro se la società intenda introdurre tali novità nel nostro paese già da maggio. ll gruppo vale oggi più di 38 miliardi di dollari ed ha chiuso gli ultimi tre mesi del 2007 con utili pari a 531 milioni di dollari ed un giro d'affari che è aumentato del 27 percento.

Elmar Burchia

sabato, gennaio 12, 2008

Telefonate compromettenti



Sembra un film dei fratelli Vanzina

venerdì, gennaio 11, 2008

I pacchi del Giornale



Il Giornale i pacchi a volte li dà, qualche volta li riceve. Da Repubblica.it

MILANO - Inquietante episodio a Milano. Questa mattina è stata recapitata alla sede del quotidiano "Il Giornale", una busta con dentro due proiettili e una lettera di avvertimento rivolta all'editore, Paolo Berlusconi, e al leader di Forza Italia: "Basta campagne antiislam - vi si legge - vi spareremo e poi vi faremo saltare in aria come la Bhutto in Pakistan". Ne da notizia il quotidiano diretto da Mario Giordano, sul suo sito internet.

In particolare, i due bossoli di pallottola - indirizzati a Paolo e Silvio Berlusconi - sono stati spediti in busta chiusa nella redazione milanese del quotidiano, in via Negri 4. Accompagnati da una lettera, una pagina scritta al computer. Tutto il materiale è in già in possesso degli investigatori della Digos ,che lo stanno esaminando".

"Queste due pallottole a salve - si legge nel documento - sono il preavviso per i fratelli Berlusconi: una per Silvio e una per il fratello, responsabili delle porcate che scrivono sul giornale e della loro politica antiislam. Alla prima occasione propizia, con o senza predellino, faremo come hanno fatto in Pakistan con la Bhutto: un colpo con pallottole vere in testa e poi un kamikaze, all'italiana, per essere certi della loro scomparsa da questo mondo. Le guardie del corpo e i servizi di sicurezza non potranno fermarci perché non siamo prevedibili. Allah è grande".

Al "Giornale", il 19 dicembre scorso, era stata recapitata un'altra busta gialla, contenente tre buste più piccole e bianche, al cui interno c'erano ogive di proiettili destinati ai ministri dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, e dello sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, e al viceministro dell'Economia Vincenzo Visco.
Quell'episodio di intimidazione era risultato analogo ad uno, avvenuto una settimana prima: allora destinatario era stato il quotidiano 'Libero'.

giovedì, gennaio 10, 2008



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mercoledì, gennaio 09, 2008

Confusione geografica



Un pezzo eccezionale preso da Chi. L'autore è l'ex direttore di Panorama e il Messaggero

Tutto è iniziato qualche giorno prima di Natale, quando, a Watamu, paesino sul mare a una trentina di chilometri da Malindi, un giovane italiano è stato ucciso durante una rapina. Che il fatto non fosse accaduto a Malindi, che l’ultimo connazionale ammazzato a Watamu risalisse a una quindicina d’anni prima, che tutte le città italiane firmerebbero per avere una rapina con morto ogni quindici anni, che da Watamu a Malindi ci sia più o meno la distanza fra Milano e Pavia o tra Roma e Bracciano, tutto questo non ha avuto alcuna importanza.

Per i giornalisti italiani il dato di fatto era uno soltanto: il povero ragazzo morto era stato ammazzato a Malindi, non a 30 chilometri di distanza, ma proprio qui, nella mitica Malindi, perché una cosa accaduta a Malindi fa più titolo della stessa cosa capitata a Watamu. E sono cominciate le telefonate ai (cosiddetti) vip in vacanza da queste parti. A me è toccata per prima la chiamata di Fabrizio Roncone del “Corriere della Sera”.

È stato inutile spiegare che il fatto non era avvenuto a Malindi, che si era trattato di una balorda fatalità, che l’unica cosa che davvero contava era che un ragazzo di trent’anni ci aveva rimesso la vita. Sul giornale è venuta fuori una mia unica dichiarazione: che a Malindi si stava benissimo, che le aragoste costavano 2 euro al chilo (io avevo detto 20, ma lo zero deve essere scappato dalla penna del collega) e che si viveva da gran signori su spiagge da sogno e ville da nababbi.

Punto. Che volete farci? Malindi è sempre Malindi: gli spinelli, la vicenda di Edoardo Agnelli, quell’altra di Claudio Martelli, la villa di Briatore con ragazze da sballo sono eredità difficili da smitizzare.

Per la seconda bordata abbiamo dovuto aspettare la fine dell’anno, quando ci sono state le elezioni per il nuovo presidente. Le votazioni si sono svolte senza alcun incidente e senza il minimo segno di scontri o di disordini. I primi risultati non definitivi dicevano che la vittoria era stata del candidato sfidante, Raila Odinga, della tribù dei luo, che aveva battuto il presidente uscente Mwai Kibaki, leader della tribù dei kikuju.

Più numerosi e più forti, i kikuju detengono da alcuni anni il potere e naturalmente, come in tutti i Paesi del mondo, non sono felici di cederlo ai loro avversari. E sono cominciati i primi scontri, ed è iniziata la conta dei primi morti. Tutti gli scontri, tranne uno a Mombasa, che dista un centinaio di chilometri da qui, sono avvenuti nell’Ovest e nel Nord-ovest del Kenya: il che vuol dire a una distanza tra i 600 e gli 800 chilometri da Malindi. La distanza che separa Milano da Napoli.

Ma tutti i giornalisti italiani che telefonavano per avere notizie facevano la stessa domanda: che aria tira lì a Malindi? Domanda legittima e pertinente, ma evidentemente noi davamo risposte non pertinenti ai loro desiderata. Perché quelli di noi che, per cortesia o correttezza, rispondevano ai colleghi ansiogeni, ripetevano la stessa cosa: guarda che qui non c’è assolutamente nulla. Di più: non c’è stato alcun corteo o piccola o piccolissima manifestazione per le strade.

Per le strade, continuavamo a ripetere, c’è il traffico di sempre e la vita è maledettamente normale. Ma tu lo sai, ripetevano i giornalisti al telefono, quello che sta accadendo a Nairobi e in altri posti? Sì, rispondevamo, lo abbiamo saputo dai nostri parenti e amici che ci telefonano preoccupati da casa, perché hanno visto la televisione o letto i giornali.

E a Malindi, insistevano i cronisti con una leggera punta di irritazione nella voce, che succede a Malindi? Arridagli, come dicono a Roma. A Malindi, mi dispiace per te, non sta accadendo nulla. E qualcuno di noi, per spirito di incoraggiamento, aggiungeva: magari domani o dopodomani succederà qualcosa, speriamo di no, ma finora qui non è veramente accaduto nulla.

E allora, insisteva il giornalista italiano che qualcosa nel pezzo chiestogli dal direttore doveva pur mettere, voi che fate, come vivete questa situazione? “Quale situazione?”, ci domandavamo noi, e raccontavamo, con minore o maggiore dovizia di particolari, la nostra giornata: passeggiate sulla spiaggia, qualche bagno in mare, molti libri con il tempo finalmente di leggerli, una visita agli amici sparsi qui e lì, e la sera cena in albergo, con mogli e figli, o da amici, e due chiacchiere per tirare le 11 e andarsene a letto.

Una vita del piffero, lo ammetto, banale e borghese, ma nessuno di noi riusciva a produrre niente di meglio. Per sua fortuna Flavio Briatore quest’anno non è venuto e quindi si è risparmiata la persecuzione, ma non del tutto, perché anche a lui, che girava le Maldive con la sua barca, hanno telefonato per avere notizie a tutti i costi, e poco importava che il disgraziato fosse a migliaia di chilometri di distanza, alla fine, in un modo o nell’altro, una sua dichiarazione e una sua foto sono riusciti a metterla lo stesso.

Poi hanno bruciato una chiesa, a 600 chilometri (ripeto 600) a nord di Malindi, e sono morte una cinquantina di persone, donne e bambini compresi: una cosa terribile e selvaggia, la cosa peggiore di tutta questa vicenda di scontri tribali tra luo e kikuju. Allora mi ha telefonato un collega di un giornale radio e mi ha chiesto che cosa stava capitando a Malindi dopo questo fatto, e io ho risposto che era una cosa terribile, ma che a Malindi non accadeva nulla di diverso dal solito, e che noi eravamo a 600 chilometri di distanza.

Ma naturalmente l’indomani c’è stato chi ha scritto che, mentre il Kenya era a fuoco e fiamme, quell’imbecille di Pietro Calabrese diceva che tutto era tranquillo, il mare calmo, il clima buono e le aragoste ottime. Che io, a precisa domanda, avessi parlato della situazione di Malindi e non di quella dell’intero Paese, era evidentemente un dettaglio senza importanza.

Adesso, lunedì 7 gennaio 2008, io non so che cosa accadrà nei prossimi giorni in questa bellissima terra che amo molto. So soltanto che dai giornali italiani continua ad arrivare di tutto, notizie vere e serie e notizie da fantarealtà: che gli aeroporti di Mombasa e Nairobi un momento sono chiusi e un momento dopo no, che le strade che portano a questi aeroporti sono insicure e pericolose, che banditi fermano le macchine e rapinano i turisti terrorizzati, che manca la benzina e scarseggiano i viveri, che la Farnesina è in stato d’allarme con la sua unità di crisi (e fa bene a esserlo, perché qui, sulla costa, ci sono in vacanza migliaia di italiani), e altre cose del genere.

Io so solo che a Malindi e negli altri paesini della costa – da Watamu a Lamu, a Khilifi – non è accaduto nulla, e che ognuno dei turisti che ha deciso di passare qui Natale e Capodanno ha trascorso feste normali e tranquille con la famiglia e con gli amici. Questo vuol dire che in Kenya non è accaduto nulla? Assolutamente no. In Kenya sono accadute molte e brutte cose, tanta gente è stata ammazzata, ci sono stati scontri mortali e odi repressi sono stati liberati.

Sono bruciate case e una chiesa, e sono stati saccheggiati negozi e devastate automobili. È accaduto tutto questo e speriamo che i due contendenti, Odinga e Kibaki, trovino un ragionevole accordo tra loro, altrimenti lutti e scontri continueranno e aumenterà il numero dei morti. Ma a Malindi e a Watamu, a Lamu e a Khilifi, non è accaduto nulla di nulla, nemmeno un minuscolo corteo di protesta per le strade, con grande scorno dei giornalisti italiani che davano a noi (cosiddetti) vip la colpa di questa irragionevole sgradevolezza.

Noi, insensibili alle esigenze dei giornali, siamo stati dipinti come sfacciati sibariti che gozzovigliavano ad aragoste e champagne, mentre tutto intorno il sangue scorreva. A Malindi, lo ammetto con il capo cosparso di cenere e di vergogna, persone normali e insopportabili vip hanno trascorso le stesse vacanze che voi avete passato in Italia: solo che qui si stava più al caldo. E anche, lo confesso, che da queste parti le aragoste costano 20 (non due) euro al chilo.

È una colpa grave che abbiamo. Ne chiederemo perdono a Dio e al giornalismo civilizzato. E lo farà, ne sono sicuro, anche Briatore, pur se in questa fine d’anno di aragoste malindine non ne ha mangiata nemmeno una.