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domenica, aprile 03, 2011

Genialate




Tommaso Labate per "Il Riformista"

«Che cos'è il genio?», si chiedeva, il "Perozzi" (Philippe Noiret) in Amici miei prima di magnificare l'ennesimo scherzo elaborato dal "Necchi" (Duillio Del Prete). «E fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità di esecuzione! ». Il "Necchi" che ieri ha mandato ko la maggioranza è il segretario d'Aula del Pd, Roberto Giachetti.


GIACHETTI ROBERTO
Aula di Montecitorio, interno giorno, ore 10,25. Quando chiede la parola a inizio seduta, nessuno immagina che Giachetti stia per mettere insieme «fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione», i quattro elementi di un menù parlamentare che trasformerà il 31 marzo del 2011 nell'ennesimo «giorno da cani» della maggioranza.

Nel suo intervento il deputato del Pd chiede che dentro il «processo verbale» di cui è appena stata data lettura rientrino alcune performance in cui si era prodotto Ignazio La Russa il giorno prima. «Nel pieno del suo intervento il collega La Russa, rivolto ai colleghi del Pd, affermava che siamo dei conigli», dice. «Chiedo almeno che rimanga agli atti della Camera e soprattutto dentro il processo verbale (...) una frase del genere, che per quanto mi riguarda qualifica il Ministro», insiste.

Sembra una goccia nell'oceano degli atti parlamentari. E invece l'intervento di Giachetti è la biglia che, magicamente, manda in tilt il flipper pidiellino, leghista e responsabile. Meno di venti minuti dopo, infatti, la maggioranza è in un angolo.

Per la prima volta nella storia della Repubblica, la Camera boccia il processo verbale del giorno prima. In teoria non significa nulla. In pratica, però, l'opposizione guadagna le ore (preziose) per ricacciare in alto mare il processo breve. Gli attimi prima della chiusura della votazione sono un inferno. Fini si sgola: «Prego i colleghi di prendere posto e di votare. Il Ministro Brunetta ha votato? Il Ministro Fitto ha votato? Ministro Alfano, prego. Dichiaro chiusa la votazione».


RISSA A MONTECITORIO
L'ultimo secondo è fatale al guardasigilli, che sbaglia a inserire la tesserina per votare nell'apposita fessura e poi, con un gesto di stizza, la lancia contro Di Pietro. Ed è fatale anche alla Prestigiacomo, che si volta furibonda verso la terza carica dello Stato (i due, un tempo, si volevano bene assai).

«No, no», grida Stefy a Gianfry, chiedendogli implicitamente di tenera aperta la votazione. «Gli ha gridato "stronzo", Prestigiacomo ha gridato "stronzo" a Fini», giurano dai banchi dell'opposizione (attendesi il resoconto definitivo, oggi). Game. Set. Match. Il presidente della Camera decreta: «Onorevoli, la votazione è stata dichiarata aperta oltre ogni limite. La Camera respinge, a parità di voti».

Dai banchi del Pdl, il tarantino Pietro Franzoso grida nei confronti di Fini frasi che le vecchie educande avrebbero definito «irripetibili». Il presidente della Camera viene colpito da una copia del Corriere della Sera, mentre una palletta di carta lo manca di poco. «Non sono stato io, erano da dietro», sbraita Franoso. I boatos (giustizialisti) incolpano le berlusblondies Castiello Giuseppina da Afragola e Mannucci Barbara da Roma.



LANCIO DI MONETINE A MONTECITORIO
La prima per il lancio del giornale, la seconda per la galletta di carta. Ma anche nel più tragicomico degli spettacoli può spuntare una scena tra il misero e il becero. Succede quando, dopo un intervento di Italo Bocchino, Osvaldo Napoli perde la testa e si dirige verso l'assistente della deputata Ileana Argentin. «Tu non puoi applaudire, capito?», dice il berlusconiano piemontese.

«Che succede? Che c'è, onorevole Argentin? Non capisco, ha chiesto di parlare, onorevole Argentin?», dice Fini dallo scranno più alto. «Mi hanno rotto anche il microfono! Si è appena avvicinato un collega per dire al mio operatore che non deve permettersi di applaudire» (Argentin). «E ha ragione», sbraita il leghista Polledri. «Ma come si permette!» (Fini a Polledri). «Allora ricordo all'Aula che io non muovo le mani...» (Argentin).

«Invito il collega che ha proferito la parola a scusarsi. Onorevole Polledri, si scusi o chiarisca» (ancora Fini). Alcuni deputati del Pd bloccano il collega Michele Meta, amico di una vita di «Ileana», che prova a raggiungere i banchi della maggioranza.


IL VAFFA DI LA RUSSA A FINI
Dai banchi del Carroccio parte un «handicappata del cazzo» riferito alla Argentin. Che conclude: «Non desidero le scuse di nessuno. Credo che lei mi conosca abbastanza per sapere che non strumentalizzo mai queste cose. Ma se desidero applaudire un mio avversario, lo faccio come credo e quando credo. Se non lo posso fare con le mie mani, lo faccio con le mani di chiunque». Applausi. Sia Polledri che Napoli, quest'ultimo anche in Transatlantico, si scusano.

La giornata nera del governo si fa nerissima nel pomeriggio, quando il processo breve scompare dai radar. «Questi del gruppo del Pdl so' proprio incompetenti. Si sono fatti fregare ancora», è l'analisi del "responsabile" Francesco Pionati. Tutto per "colpa" del processo verbale e dell'intuizione di Giachetti.


PRESTIGIACOMO
Tutta colpa delle pagine 72 e 73 del resoconto stenografico di mercoledì 30 marzo, il La Russa day. Che - testualmente - dà dei «conigli» ai deputati dell'opposizione e si becca in cambio un doppio «fascista, coglione!». Qualche riga più sotto c'era quella parolina che il ministro della Difesa aveva rivolto al suo ex amico Fini. Per gli atti di Montecitorio è un «va...» (all'indirizzo della presidenza). Ma fior di testimoni, come hanno riportato tutti i giornali di ieri, giurano che quel «va...» era corredato da due effe, una a, una enne, una ci, una u, una elle e una o.

giovedì, gennaio 27, 2011

Postribolo parlamentare

Fonte Corsera

La Camera voto no alla sfiducia
Bondi resta ministro
I voti contrari sono stati 314, mentre i sì sono stati 292
e 2 gli astenuti.

Il voto sul ministro dei beni culturali A Montecitorio


MILANO - L'Aula della Camera ha respinto le mozioni di sfiducia nei confronti del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi: 314 no, mentre i sì sono stati 292 e 2 gli astenuti. I presenti al voto erano 608, i votanti 606, la maggioranza richiesta 304. La maggioranza ha espresso lo stesso numero di voti registrato il 14 dicembre sul voto di fiducia al governo.
L'appuntamento era iniziato alle 16 e il programma prevedeva che i deputati di maggioranza e opposizione votassero la mozione di sfiducia contro il ministro dei Beni culturali, presentata dall'opposizione dopo i crolli a Pompei. La bocciatura appariva abbastanza prevedibile, vista anche l'assenza di diversi deputati del Centrosinistra, impegnati a Strasburgo al Consiglio d'Europa. Il ministro, nel suo intervento in Aula, aveva respinto al mittente le accuse e aveva contrattaccato: «La cultura è stata uccisa dalla sinistra».

DIFESA - Prima del dibattito il Pdl aveva fatto quadrato attorno al titolare della Cultura e anche il leader della Lega, Umberto Bossi, guardava con ottimismo al voto. Il Senatùr si era infatti detto convinto che Bondi sarebbe rimasto ministro, anche se aveva ribadito che «non bisognava ridursi così. Hanno lasciato andare tutto in malora perché pensavano che tanto poi il Nord gli avrebbe mandato i soldi. È stato un modo per spillarci soldi - attacca Bossi riferendosi alle condizioni di degrado dei siti archeologici pompeiani costati a Bondi la mozione di sfiducia - perché non è possibile che in tanti anni nessuno si sia accorto che crollava tutto». La maggioranza, d'altra parte, ha continua a premere in queste ore perché venga ridiscusso il ruolo del presidente della Camera Gianfranco Fini. Bossi non usa mezzi termini a riguardo. «Mi pare che si debba dimettere» sottolinea il numero del Carroccio, secondo il quale un passo indietro del leader di Montecitorio sarebbe una «opportuna»

Fiducia a Bondi, lite al Senato Fiducia a Bondi, lite al Senato Fiducia a Bondi, lite al Senato Fiducia a Bondi, lite al Senato Fiducia a Bondi, lite al Senato Fiducia a Bondi, lite al Senato Fiducia a Bondi, lite al Senato Fiducia a Bondi, lite al Senato

SFIORATA RISSA - Durante la votazione si è anche sfiorata la rissa nell'aula della Camera tra i finiani Fabio Granata e Nino Lo Presti sulla mozione di sfiducia al ministro Bondi. I deputati segretari avevano chiamato Fabio Granata a votare che però si stava attardando a rispondere alla chiama. Giampaolo Dozzo lo esorta ad andare a votare. Granata gli risponde male. A un certo punto, però, scoppia un alterco tra lui e Lo Presti, sedato poco dopo. Ma non finisce qui: mentre i due vengono divisi dai commessi, Lo Presti ha un altro alterco con il deputato leghista Stefano Allasia che si prende uno schiaffo. Il vicepresidente Maurizio Lupi ha fatto appello alla calma, ma non ha sospeso la seduta, contrariamente a quanto reclamavano dai banchi del Pd. Poco dopo, Lo Presti ed Allasia si sono «chiariti»: il deputato finiano è andato a chiacchierare con il leghista ai banchi del Carroccio. Il sereno, pare, non dovrebbe essere invece tornato tra Granata e Lo Presti: prima di lasciare l'Emiciclo, Lo Presti ha gridato al suo compagno di partito e corregionale (sono entrambi siciliani) «ti aspetto all'uscita».

TERZO POLO - Prima di entrare in aula il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini aveva chiarito che il Terzo Polo avrebbe votato la sfiducia, perché «non condivide l'operato» del ministro. Comunque, aggiunge il leader centrista, «lo sanno anche i bambini dell'asilo che Bondi avrà la maggioranza». Dello stesso avviso Francesco Rutelli, leader di Api.

SIT-IN - Intanto i 100 autori e in generale il movimento "Tutti a casa", che raggruppa varie associazioni e lavoratori dell'audiovisivo, hanno organizzato un un sit-in in Piazza Montecitorio nel pomeriggio. Successivamente è prevista la consegna di una lettera ai capigruppo dell'opposizione per sollecitare i parlamentari a votare la sfiducia a Bondi.

lunedì, dicembre 27, 2010

Il Mose, la boiata del secolo

Il MOSE credo si possa criticare perfino in paese mafioso come l'Italia (addirittura c'è chi lo considera un'ignobile truffa fatta con connivenze a destra e a sinistra). Un pezzo dall'espressonline









Mose, una voragine a Venezia


di Gianfrancesco Turano


Il sistema di dighe mobili contro l'acqua alta doveva costare 1,6 miliardi di euro. Siamo già a 5 miliardi e mezzo. Tutti a un consorzio privato. Con l'augusta protezione di Gianni Letta

(27 dicembre 2010)

Il morbo infuria, il pan ci manca e lo Stato assegna altri 1.225 milioni di euro al Mose, il sistema modulare di dighe mobili che dovrebbe salvare Venezia dall'acqua alta. Il conto, la cuenta, l'addition, the bill, arriva a 5.496 milioni complessivi. Soldi veri, contanti e abbondanti in tempo di carestia generale. Accade il 18 novembre, nel disinteresse nazionale. A mala pena un vicesindaco, Sandro Simionato, fa notare come il Comune aspetti da due anni i 42 milioni di euro promessi da Gianni Letta al sindaco di allora Massimo Cacciari. 
Contro ogni buonsenso, lo tsunami di denaro deliberato dal Cipe il 18 novembre non bagnerà le casse municipali. Per tenerle asciutte c'è il Modulo Tremonti, che non lascia filtrare liquidi verso gli enti locali. L'onda benefica colpirà soltanto il Consorzio Venezia Nuova (Cvn), interamente privato. Il Consorzio è il potere a Venezia. Ed è il potere in Veneto. Prende i soldi pubblici e li gira a chi esegue i lavori, cioè alle stesse imprese socie del Consorzio che, grazie al Mose, sono diventate così grandi e ricche da reinvestire i guadagni in altri appalti. 
È un circolo virtuoso, con rischio di impresa a zero. Soprattutto, con zero concorrenza. Sui 3.243 milioni già finanziati (circa 2.500 milioni effettivamente disponibili), il Consorzio ha messo a gara opere per meno di 10 milioni, una percentuale ben lontana da quanto aveva imposto la Commissione europea durante il governo Berlusconi 2 a Gianni Letta, al ministro ai rapporti con l'Ue Rocco Buttiglione e al diplomatico di lungo corso Umberto Vattani. Per sospendere la procedura di infrazione sull'eccessivo ricorso ai lavori in-house, l'Unione aveva chiesto che andasse a gara quanto meno il 45 per cento dei lavori, ed era già una deroga eccezionale. Raggiungere questa quota è ormai matematicamente impossibile. 
Ma le quote non appaiono un problema per il Cvn. Il 22 e il 23 novembre, cioè pochi giorni dopo il ritocco del 25 per cento sui finanziamenti al Mose, a Venezia si è discusso di quote di marea. Durante un convegno organizzato dall'Unesco, agenzia Onu alla quale l'Italia sta dando parecchio filo da torcere fra Pompei e Colossei cadenti, alcuni scienziati hanno contestato il sistema delle 79 dighe mobili disposte alle tre bocche di porto del Lido (40 paratoie), di Malamocco (20 paratoie) e di Chioggia (19 paratoie). 
Sulla base della variazione delle maree ipotizzata dall'Ipcc (Intergovernamental panel on climate change), la tesi di Paolo Antonio Pirazzoli del Cnrs (il Cnr francese) è che il Mose è pensato per maree inferiori, che lascia comunque filtrare l'acqua e che è necessaria una "drastica revisione del progetto". Nel breve termine si dovrebbero seguire le prescrizioni suggerite del Comune, che si rifacevano all'opera costante di manutenzione dei dogi con lo scavo dei canali, il rifacimento delle rive, la protezione delle barene e vari altri interventi che non si possono più fare per assenza di "schei". Su posizioni critiche si sono espressi anche Georg Umgiesser (Cnr) e Albert Ammerman (Colgate university of New York).
Per quel che può servire, la pensa così anche Arrigo Cipriani, patron dell'Harry's bar di calle Vallaresso. "Non ci sono più fondi per la manutenzione. Le pietre sono lasciate a se stesse", ha detto Cipriani, non precisamente un fondamentalista dell'ambiente, men che meno un uomo di sinistra.
Del resto, per capire quello che succede a Venezia bisogna cancellare quel che resta degli schieramenti politici. Il Mose è stato propagandato come una battaglia per la modernità. Nei 25 anni di vita del progetto, ha avuto paladini a destra e a sinistra. E se oggi il santo protettore dell'opera è Letta, che incontra spesso e riservatamente - soprattutto mai colloqui telefonici - il presidente e direttore generale del Cvn, Giovanni Mazzacurati, l'opera ha sponde trasversali nel presidente dell'autorità portuale Paolo Costa, ex sindaco ed europarlamentare Pd. Lo stesso sindaco democratico Giorgio Orsoni non è certo un oppositore del progetto

Già, ma quale progetto? Un piano esecutivo complessivo non esiste. Sotto il profilo tecnico, il Consorzio procede per aggiustamenti in itinere. È la strategia dell'infrastruttura all'italiana, dal Ponte sullo Stretto all'Alta Velocità: non si sa se serve, non si sa se si può fare, ma intanto incominciamo a farla. La conseguenza inevitabile di questo metodo è uno slittamento dei tempi e un aumento smisurato delle spese. Il Mose non fa eccezione. In origine, secondo il progetto di massima del 1987, doveva costare 1,6 miliardi di euro. Dopo un salto a quota 2,7 miliardi, un paio di anni fa si è arrivati a definire il prezzo bloccato, chiuso, immutabile di 4,2 miliardi sul quale, peraltro, la Corte dei conti aveva già espresso rilievi molto pesanti. Un mese fa, arriva il ritocco, chissà se definitivo. 
Il Magistrato alle Acque, braccio lagunare del governo, ha argomentato che l'aumento non è colpa del Cvn ma è dovuto a richieste di enti terzi. La radiografia dei 1.225 milioni di aumento descrive una realtà un po' diversa. Sulle cinque voci del nuovo finanziamento, la maggiore (406 milioni) se ne va in aggiornamento prezzi dal 2007 al compimento dell'opera, previsto nel 2014. Tutti soldi spediti nelle casse dei principali soci del Consorzio. In primo luogo la Serenissima Holding-Mantovani, gruppo di proprietà della famiglia Chiarotto e diretto dal veneziano trapiantato a Padova Piergiorgio Baita. A seguire, festeggiano la Fincosit Grandi Lavori dei veronesi Mazzi, le romane Astaldi e Condotte, e Lega delle cooperative. Altri 260 milioni di euro serviranno per smorzare l'effetto devastante della cementificazione sulle tre bocche di porto, intervento chiesto fra gli altri dai Vigili del fuoco. Con 199 milioni sarà spesata la seconda procedura di infrazione Ue per i cantieri aperti senza autorizzazione. In altre parole, il Consorzio ha creato il danno e lo Stato lo "castiga" dandogli i soldi per ripararlo secondo le prescrizioni europee. La quarta aggiunta è di 80 milioni per servizi informativi e di monitoraggio. La quinta e ultima voce vale 280 milioni di euro e serve alla darsena di calcestruzzo dell'Arsenale. L'Arzanà de' Viniziani dantesco diventerà il cantiere di rimessaggio delle dighe che saranno trasportate dalle bocche di porto grazie a due rimorchiatori jack-up dal modico prezzo di 55 milioni cadauno. Anche all'Arsenale, cemento, cemento, cemento. E non ci vuole un premio Nobel per sapere che il cemento accelera la velocità dell'acqua.
Questo è un altro punto focale del dibattito su Venezia. Tutti, anche i pro-Mose, ammettono che l'acqua scorre più veloce in laguna da quando si lavora alle dighe mobili. I fautori delle dighe dicono però che quel che conta è la quantità e che la quantità d'acqua è invariata. I detrattori ribattono che un milione di metri cubi all'anno di fanghi, sedimenti e altre protezioni naturali viene mangiato dall'Adriatico e torna rapidamente in mare deteriorando il sistema lagunare.
In prospettiva, sull'Arsenale c'è un ulteriore côté affaristico. I soci del Consorzio sono pronti a prendersi la gestione della manutenzione. Un anno fa Mantovani, Condotte e Fincosit si sono vieppiù consorziate nel Comar che dovrebbe gestire un budget stimato fra i 50 e i 150 milioni di euro all'anno insieme al consorzio Cav (Mantovani, Mazzi, Condotte). 
La liquidità presente e futura serve ai soci del Cvn per essere protagonisti a tutto campo in Veneto. Entro fine anno si deciderà la gara per il Lido dove il Comune deve vendere per costruire il nuovo Palazzo del Cinema (serviva davvero?) e salvarsi dalla bancarotta. Per fare cassa il Comune mette a disposizione dei privati i 65 mila metri quadrati dell'ex Ospedale al Mare e l'area della nuova megadarsena da 1.750 posti a San Nicolò. Fra le imprese offerenti ci sono Condotte e l'inevitabile Mantovani di Baita, un'impresa passata in sei anni da 100 a circa 600 milioni di euro di ricavi con lavori in portafoglio per 3,2 miliardi.
Fra questi lavori, per limitarsi ai dintorni della Laguna, ci sono lo stesso Palazzo del Cinema del Lido, la bonifica del petrolchimico di Marghera, il passante e l'ospedale di Mestre, la sublagunare e le cerniere del Mose, affidata alla controllata Fip Industriale di Selvazzano Dentro (Padova). Le cerniere servono ad agganciare le paratoie ai cassoni di cemento affondati in mare e realizzati anche questi da consorzi di cui è capofila la Mantovani. L'unica gara residua di una certa sostanza (fra 1 e 1,5 miliardi di euro) riguarda le 79 paratoie. In teoria, nessuno dei soci del Cvn è un imprenditore elettromeccanico. Ma si diceva anche ai tempi delle cerniere e le cerniere sono andate alla Fip. Per le paratoie non è esclusa una partecipazione del gruppo guidato da Baita ma, in ogni caso, qui la gara ci sarà di certo. Qualcosa bisogna pur mollare per evitare che l'Ue controlli se la promessa di Letta e Buttiglione del 2004 è stata mantenuta. Al Consorzio resta comunque la fetta più grande dei lavori. 
E, come ha detto una volta Baita a un suo ex socio, "il bello del Mose è che i lavori si fanno sott'acqua".
ha collaborato Alberto Vitucci

IDV e questione...molare...


Caro Antonio, che ci guadagni a manipolare?


di Paolo Flores d'Arcais

Caro Antonio, con questi mezzucci ti fai male da solo. Cosa ci guadagni a manipolare un sondaggio? Sulla questione morale nell’Idv, il sito di MicroMega ha aperto un
sondaggio alle 8,33 del 24 dicembre, a partire dalla lettera aperta dei tuoi compagni di partito De Magistris, Alfano e Cavalli, che sottolineavano la necessità di una grande opera di pulizia. MicroMega ha offerto ai suoi “navigatori” la possibilità di scegliere fra quattro opzioni, esattamente quelle che circolavano nel dibattito che si era aperto: le prime due giudicavano che una seria questione morale nell’Idv esistesse effettivamente (la prima considerava Di Pietro responsabile per non averla ancora affrontata), la terza sottolineava come tutti i partiti ne fossero toccati, per cui non andava drammatizzata, la quarta negava che una questione morale per l’Idv esistesse sotto qualsiasi forma.

Malgrado fosse la vigilia di Natale, hanno cominciato ad affluire parecchi voti. Quando hanno raggiunto la quota di 2000 le percentuali erano ormai fortemente stabilizzate. Le prime due rispose raccoglievano circa l’80% dei voti, la terza il 15%, la quarta il 5%. Nel tardo pomeriggio del 25 dicembre il sito del 
Fatto metteva la notizia del sondaggio in corso, con un link. La frequenza dei voti si moltiplicava per tre, ma le percentuali restavano sostanzialmente invariate. Il 26 dicembre anche il sito del quotidiano la Repubblica metteva notizia e link, e la frequenza dei voti aumentava ulteriormente (circa cinque volte quella iniziale). Le percentuali segnavano una piccola variazione, i voti alla terza e quarta opzione salivano al 6% e li si stabilizzavano, quelli della prima e della seconda si fissavano invece sul 18% e 50%.

Il significato era inequivocabile. Per il campione rappresentato dai “navigatori” più attivi e motivati di 
MicroMegaIl FattoLa Repubblica, che non sono purtroppo rappresentativi della popolazione italiana ma certamente lo sono dei potenziali elettori Idv, quasi l’80% considerava più che ragionevole l’allarme sulla questione morale lanciato da De Magistris, Alfano e Cavalli. Solo il 6% condivideva invece l’immediato “stracciarsi le vesti” con cui il vertice Idv aveva risposto loro.

Questa era la situazione del sondaggio ieri sera. Stamattina alle 11,30 – miracolo! – i voti alla quarta opzione sono al 20% e continuano a salire (quelli alla seconda opzione sono scesi già al 40%). Nel frattempo ho ricevuto in copia da due militanti Idv (uno di Milano e uno di Napoli) l’sms che è stato inviato a tutti gli iscritti e simpatizzanti dal tuo apparato dirigente: “Ciao, vai su micromega e vota (e fai votare) per il presidente. Grazie, risposta n.4 (gira sms a tutti i tuoi contatti)”. Circa tremila voti così “coscritti” hanno fin qui manipolato i risultati, e non dubito che nelle prossime ore altri voti lo faranno ulteriormente.
Ma con queste manipolazioni, caro Antonio, cosa ci guadagni?

Un sondaggio serve a capire – in modo più o meno approssimativo – quale è lo stato d’animo effettivo di un settore dell’opinione pubblica, per poter poi agire. Questo almeno tra le persone serie. Per Berlusconi e altri politicanti, invece, un sondaggio serve a influenzare l’opinione pubblica, ingannandola con lo specchietto di cifre gonfiate sugli effettivi umori del “pubblico” (come con gli applausi finti in certi spettacoli tv).

I sondaggi nei siti non hanno valore statistico generale, perché esprimono solo l’opinione di “navigatori” orientati, e tra loro anzi di quelli più sollecitati dall’argomento (anche quello di micromega.net porta perciò l’avvertenza usuale: “Questo sondaggio non ha, ovviamente, un valore statistico. Si tratta di una rilevazione aperta a tutti, non basata su un campione elaborato scientificamente”). Ma, con questi limiti, sono uno strumento assai utile. Se i navigatori di 
MicroMega (circa 10 mila al giorno), e poi di Il fatto quotidiano (circa 300 mila al giorno) e poi di la Repubblica (circa 2 milioni al giorno) esprimono percentuali pressoché identiche su Idv e questione morale, questo fotografa una situazione di cui un dirigente politico dovrebbe intanto prendere atto, in quanto inequivocabile “dato di realtà”.

Organizzando invece una partecipazione artificiosa al sondaggio, e alterandone così i risultati, cosa ci guadagni?
La realtà resta quella che è, i “navigatori” dei tre siti in questione – quale sia la loro rappresentatività di un tuo potenziale elettorato, rappresentatività che credo alta – la pensano come risultava prima dell’intervento organizzato dei tuoi apparati.

Tale intervento dimostra che sei in grado di mobilitare tra le 3 e le 5 mila persone per via telematica, ma questa non è una grande novità. E dimostra infine e soprattutto che di fronte ad un dato di realtà tu preferisci operare per cancellarlo, proprio come i famosi finti applausi, anziché affrontarlo (nel modo che riterrai più giusto, anche in direzione opposta a quella che emerge dal sondaggio, ovviamente). Il che per un dirigente politico che vuole opporsi al berlusconismo non mi sembra proprio la cosa migliore: è tipico dei media berlusconiani, infatti, fare il maquillage alla realtà, raccontare un’Italia di plastica e paillettes, anziché affrontare quella vera. Cosa ci guadagni, a fare come loro?

sabato, dicembre 25, 2010

Quando un ex fascio dimentica da dove viene



Chiariamo. Io a questa cazzata del fascismo-male assoluto non ho mai creduto. Tutti gli italiani sono stati fascisti sino a quando ha fatto loro comodo e Mussolini è stato abbastanza cinico da essere pacifista imboscato in Svizzera, durante la prima guerra mondiale, e furbo belligerante nella seconda. Ovviamente lui al fronte ci mandava gli altri, ma tant'è. Lo MSI del dopoguerra pero', rimasto fuori dall'arco costituzionale, le mani in pasta, nelle mazzette non le ha messe. Fino a quando, forse, non è stato sdoganato, ma soprattutto è confluito nel PDL. Ora. Questo lungo preambolo perché, come lucidamente ricordato da Travaglio, un Alemanno che da fascista scendeva in piazza a farsi arrestare, si permetta di inveire contro i giudici di sinistra che scarcerano i teppisti. Questo fa un po ridere. Al pari del ministro della difesa, quello che si fa regalare i SUV, di quell'altro, Gasparri, che invoca arresti preventivi o di quell'altro che una volta era pure avvocato (Mantovano) che propone di estendere il Das.Po dagli eventi sportivi alle manifestazioni pubbliche. A parte che Almirante si starà rivoltando nella tomba, ma questi hanno davvero portato il cervello all'ammasso oppure, come detto da piu' parti, questa ignobile legge elettorale ha portato a posizioni di potere persone che, in un mondo normale, forse starebbero arrabbattandosi per trovare un lavoro. 



Gianni, rimembri ancora?

di Marco Travaglio
(23 dicembre 2010)
Gianni AlemannoGianni AlemannoLa scarcerazione di 22 dei 23 giovani fermati durante gli scontri con la polizia il 14 dicembre a Roma ha suscitato le ire del sindaco Gianni Alemanno: "Sono costretto a protestare", ha tuonato, "a nome della città di Roma contro la decisione assunta dal Tribunale di rimettere in libertà, in attesa di giudizio, quasi tutti gli imputati. C'è una profonda sensazione di ingiustizia di fronte a queste decisioni perché i danni provocati e la gravità degli scontri richiedono ben altra fermezza della magistratura contro i presunti responsabili di questi reati". Forse Alemanno ignora che il fermo di polizia dura 48 ore e che per quei reati (lancio di oggetti e lesioni) la legge non prevede la custodia cautelare in carcere o, per la resistenza a pubblico ufficiale, richiede il rischio concreto di reiterazione. Il che non significa che gli indagati siano stati assolti: attenderanno il processo a piede libero. Dunque il Tribunale non poteva che scarcerarli.

E Alemanno ha perso l'ennesima occasione per tacere (come i politici di Pdl e Lega che l'estate scorsa insorsero contro la scarcerazione della ragazza che aveva lanciato un fumogeno contro Raffaele Bonanni alla festa del Pd a Torino). Deve trattarsi dello stesso Alemanno che negli anni Ottanta, segretario nazionale del Fronte della Gioventù, fu arrestato ben tre volte per analoghe intemperanze di piazza. La prima fu fermato il 20 novembre 1981, a Roma, con l'accusa di aver partecipato con quattro camerati al pestaggio con spranghe di ferro di uno studente di sinistra di 23 anni. Il secondo arresto risale al 1982: per il lancio di una molotov contro l'ambasciata dell'Unione Sovietica, Alemanno trascorse otto mesi al fresco a Rebibbia. Il terzo fu il 29 maggio 1989, a Nettuno: il futuro sindaco si scontrò duramente con le forze dell'ordine e finì in gattabuia con 12 camerati per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, tentato blocco di corteo ufficiale e lesioni ai danni di due poliziotti. 


L'allegro squadrone era sceso in piazza per contestare il presidente Usa George Bush senior, in visita al cimitero di guerra americano: una provocazione intollerabile, per la giovane camicia nera, che organizzò subito un contro-corteo riparatore. "Per rappresentare", recitava il memorabile comunicato, "un monito per chi troppo facilmente dimentica il nostro passato e offende la memoria di migliaia di caduti che si sono battuti per la dignità della Patria, mentre altri pensavano solo a guadagnarsi i favori dei vincitori". All'epoca Alemanno era un fervente antiamericano e riteneva che la presenza di Bush offendesse la memoria dei caduti della Repubblica di Salò. Poi, per quei peccatucci di gioventù, non riportò alcuna conseguenza giudiziaria: fu sempre assolto. Non c'era ancora un sindaco Alemanno pronto a manifestare "una profonda sensazione di ingiustizia" e a chiedere "ben altra fermezza della magistratura contro i presunti responsabili". Cioè contro Alemanno.

venerdì, dicembre 24, 2010

This is Massimo D'Alema




Therefore he should leave the democratic party. See point nr 7



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RHEHNSC/NSC WASHDC

S E C R E T SECTION 01 OF 02 ROME 000840 

SIPDIS 
NOFORN 

E.O. 12958: DECL: 07/02/2033 
TAGS: PGOV, IT 
SUBJECT: ITALY: BERLUSCONI HITS STRONG HEADWINDS 

ROME 00000840 001.2 OF 002 


Classified By: Ambassador Ronald P. Spogli for reasons 1.4 (b) and (d). 

SUMMARY 
------- 

1. (C/NF) After a very strong first month in office, PM 
Berlusconi's political honeymoon has been upset by 
prosecutors accelerating proceedings in criminal cases 
pending against him. These proceedings, leaked wiretaps, as 
well as the probability of further leaks have Berlusconi 
insiders concerned. The political furor over legislative 
proposals to block these investigations has distracted the 
public and Italy's politicians from progress on needed 
reforms but has not reduced Berlusconi's popularity, 
according to recent opinion polls. The strong prospect that 
legislation will be approved granting Berlusconi criminal 
immunity by the end of July may reduce his legal risks, but 
his political standing and ability to accomplish his national 
agenda could suffer setbacks. END SUMMARY. 

A SURPRISE CHANGE IN THE LEGISLATIVE AGENDA 
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2. (C/NF) Soon after his May 8 swearing in, PM Berlusconi 
started delivering on campaign promises to reduce taxes and 
increase public security, propelling his approval ratings 
above sixty percent and earning him the grudging support of 
many opposition voters and even parts of a normally hostile 
press (REF A). On June 17, Berlusconi attached an amendment 
to a security decree pending in the Senate that would freeze 
trials on "lesser crimes" committed before June 30, 2002 (REF 
B), a provision that would reportedly suspend at least one 
case against Berlusconi. The press aggressively attacked 
Berlusconi for attending to his personal affairs; Democratic 
Party (PD) leader Walter Veltroni announced the end of 
dialogue with Berlusconi; and several Forza Italia (FI) 
members of parliament told Poloff they were confused by 
Berlusconi's timing when there was much on the political 
agenda yet to be accomplished. Commentators were ready to 
declare Berlusconi's honeymoon over. 

3. (C/NF) The Senate ultimately approved the amendment 
freezing certain criminal cases as well as the underlying 
decree, passing it the Chamber of Deputies for consideration. 
The self-governing Superior Council of the Magistracy (CSM) 
objected, suggesting the provision was unconstitutional. 
President Napolitano gave the CSM an unusual rebuke by 
telling them they were speaking out of turn and that 
pronouncing on constitutionality was the purview of the 
Constitutional Court. Berlusconi has since introduced a 
modified version of a 2003 law, known as the "Lodo Schifani," 
that would give the top four institutional figures in Italy, 
including Berlusconi, criminal immunity for the time they are 
in office. Passage of at least one of these measures is 
possible by the end of July. Berlusconi is also consulting 
with coalition partners on a bill to restrict the use of 
telephone intercepts. 

4. (C/NF) Council of Ministers Undersecretary Paolo Bonaiuti 
told Poloff July 1 that discussion of these provisions has 
diverted the public's attention from legislative progress on 
Berlusconi's domestic agenda. However, a poll released July 
2 indicates that 51 percent of Italians would vote for 
Berlusconi if elections were held now, versus 47 percent who 
actually voted for him in April. 45 percent support (an 
additional 10 percent are indifferent) the temporary freeze 
of less important criminal cases, including those pending 
against Berlusconi. 

CHANGE CAUSED BY A NEWLY FULL LEGAL CASELOAD 
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5. (S/NF) The press reports there are at least three criminal 
cases pending against the PM. The reason for the timing of 
Berlusconi's moves became clear when prosecutors announced 
that Berlusconi could be required to testify eight times in 
July. Simultaneously, audio files of wiretappings of 
Berlusconi and other politicians were leaked to the press and 
published on the internet. Council of Ministers 
Undersecretary Gianni Letta told the Ambassador July 2 that 
additional embarrassing wiretappings could be released in the 
next few weeks. 

6. (C/NF) Though the timing for the hearings was a surprise, 
the cases against Berlusconi are not new. In one case 
potentially coming to a head in the next few weeks, 
Berlusconi is accused of offering British corporate lawyer 
David Mills a $600,000 bribe to hide potentially 

ROME 00000840 002.2 OF 002 


incriminating evidence. In another trial, Berlusconi is 
accused of fraud related to film rights for his private TV 
network, Mediaset. In the case currently receiving the most 
press due to leaked telephone intercepts, Berlusconi is 
accused of trading political favors with former state 
television (RAI) director Agostino Sacca, though much of the 
evidence surrounds Berlusconi's recommendations that certain 
showgirls should get greater airtime. (NOTE: Berlusconi would 
not be required to resign in the event of a criminal 
conviction, though he would likely come under considerable 
political pressure to do so. Convictions are not considered 
definitive until they are upheld on two appeals. In Italy, 
that can take several years. END NOTE.) 

ITALY'S JUDICIARY: FOR MANY, A BROKEN SYSTEM 
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7. (C/NF) Transcripts of telephone intercepts related to 
criminal investigations are frequently leaked to the press, 
resulting in significant embarrassment to those involved and 
calls for reform of Italy's fiercely independent judiciary 
and of the practice of wiretapping. Rarely, if ever, is the 
source inside the judiciary who leaked the transcript 
discovered.
Though Italy's judiciary is traditionally 
considered left-leaning, former PM and FM Massimo D'Alema 
told the Ambassador last year that the judiciary is the 
greatest threat to the Italian state.
Despite fifteen years 
of discussions on the need for comprehensive judicial reform, 
no significant progress has been made. Italians, by and 
large, consider their judicial system broken, perhaps beyond 
repair, and have very little confidence that the system 
actually delivers justice. 


WITH A LONG RECORD OF PURSUING BERLUSCONI 
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8. (C/NF) Berlusconi's legal troubles date back to before his 
entry into politics, though FM Frattini recently noted that 
Berlusconi has never been convicted definitively for 
anything. Berlusconi frequently complains that prosecutors 
time the announcement of investigations to damage him 
politically: "justice by the clock." For example, Milan 
judges announced they were investigating Berlusconi for 
accounting fraud on April 26, 2005, the day Berlusconi was 
requesting a parliamentary vote of confidence. Only a month 
earlier and days before local elections, investigators 
announced they would charge Berlusconi with bribery involving 
film rights for his media company. Though there are several 
more examples, the most celebrated is the announcement 
Berlusconi was being investigated for tax fraud on the eve of 
the 2001 G8 Summit in Genoa. 

COMMENT 
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9. (C/NF) Berlusconi's legal woes have dogged his fifteen 
years as a politician, though he has never received a 
conclusive conviction. With even some opposition members 
decrying the apparently political timing of the magistrates' 
most recent investigations and supporting judicial reform, it 
seems that politically motivated investigators may have gone 
too far. More importantly, President Napolitano's implied 
support for a bill conferring criminal immunity on, among 
others, Berlusconi means Berlusconi's legal problems could 
soon be laid to rest for the duration of his governing 
mandate. Despite this and buoyant opinion polls, additional 
revelations over the next month have some of his advisers 
worried. In short, Berlusconi has run into headwinds, and it 
is unclear if they have shifted back in his favor. In the 
extreme, it is possible to imagine a scenario where 
Berlusconi could lose considerable popularity and his ability 
to implement reforms, or even his power to govern. END 
COMMENT. 
SPOGLI