lunedì, febbraio 25, 2008

Lombardo chi?



da Repubblica

Attilio Bolzoni per “la Repubblica”

Da lontano sembra molle, fatto di burro. E invece è fatto di acciaio, freddo e duro. Fin da quando il suo compare Cuffaro è caduto su un comma del codice non aveva mai nascosto quello che sarebbe avvenuto da lì a poco, incurante è andato avanti per la sua strada. A tutti ripeteva che avrebbe corso da solo. Comunque.
Dopo tre settimane sono gli altri che adesso corrono con lui. E per lui. La cronaca di questi ultimi venti giorni disvela il vero volto di Raffaele Lombardo, l´erede di Totò, il nuovo signore della Sicilia.

Il gelo è la sua arma segreta. «L´acqua lo bagna e il vento lo asciuga», dicono i siciliani per descrivere l´autocontrollo del personaggio, l´impassibilità del catanese che sta dislocando le sue truppe in ogni angolo delle nove provincie dell´isola per prendere d´assalto la Regione. Il resto l´ha già dimenticato. O farà finta di dimenticarlo. Le bizze e gli attacchi di Gianfranco Micciché che si agitava sulla sua candidatura ispirata da «losche logiche di potere», le snervanti trattative (per gli altri) con quelli di Palermo, il ponte aereo con Roma. Fino all´altra notte.

Fino alla farse palermitane, agli acrobatici ripensamenti. Fino all´incoronazione del nuovo futuro governatore.
Era predestinato. «Chi ama mi segua», aveva sibilato l´altro ieri mattina quando l´intesa con Berlusconi non aveva ancora il timbro.

E lo aspettava da tanto questo momento Raffaele Lombardo, cinquantotto anni, medico con specializzazione in psicologia forense, una bellissima signora bionda per moglie, due figli, un baffetto brizzolato, un aspetto quasi insignificante che nasconde un carattere forte, una raffinata intelligenza politica. A Catania è un califfo. Comanda più lui oggi di quanto avessero comandato insieme, negli anni ‘70 e poi negli anni ‘80, l´andreottiano Nino Drago e l´ex presidente della Regione Rino Nicolosi. Ha le mani ovunque. Sulla Sanità, soprattutto.
Come Totò Cuffaro a Palermo. Se però Cuffaro è l´Udc (con tre volte in più dei voti che Casini ha nel resto d´Italia), Lombardo un partito se l´è fatto da solo. Nel 2005. E´ l´Mpa, il Movimento per l´Autonomia. Un anno dopo, alle regionali, aveva già portato 10 parlamentari a Palazzo dei Normanni e si era fatto nominare tre assessori. In Sicilia prende il 13 per cento. Alle «politiche» ha stretto un patto spericolato con la Lega di Bossi. Dei suoi, a Roma, volano cinque deputati e due senatori.
Si sono spartiti la Sicilia, lui e Totò. A Raffaele quella orientale, a Totò l´altra. A Catania ha il 20 per cento dei voti.
I suoi detrattori lo chiamano «don Rafè», quel don però non gli rende giustizia. Ormai è molto di più l´ex democristiano nato a Grammichele che l´arte della politica l´ha assorbita alla corte di Calogero «Lillo» Mannino, il padrino suo e pure di Cuffaro. Con lui, tutti e due sono scesi nell´arena siciliana.

Quasi un legame di sangue, una «storia» comune, fedeli servitori dell´ex ministro di Sciacca nella buona e nella cattiva sorte, nei favolosi anni ‘80 e nei tormentati anni ‘90. Quando entra alla Regione per la prima volta come deputato Cuffaro, il catanese algido è assessore agli Enti Locali. Sembra lanciato nello spazio. E´ però il 1992, Tangentopoli. Ad aprile i carabinieri lo vanno a prendere a casa. L´accusa è quella che la sua segretaria avrebbe rivelato, qualche giorno prima a qualcuno, i temi di un concorso per un posto in una Asl. E´ abuso di ufficio. Lo condannano in primo grado, lo assolvono in appello.
Due anni dopo, nel 1994, torna in carcere per una vicenda di tangenti che alla fine però diventano «regali». Nell´inchiesta c´è il ministro della Difesa Salvò Andò, ci sono Nicolosi e Drago, c´è l´ex presidente dell´Inter Ernesto Pellegrini che si accaparra un appalto per la fornitura di pasti in un ospedale di Catania in cambio di denaro. Pellegrini patteggia, gli altri se la cavano.

Cade l´associazione per delinquere, la corruzione si trasforma nel reato di finanziamento illecito ai partiti, dopo un po´ è già tutto prescritto. E´ la stagione in cui su Catania domina un comitato d´affari. E´ in quegli anni che Lombardo si inabissa, scompare, diventa invisibile. Ritorna quando capisce che può tornare. Ed entra nell´Udc. Fa la sponda a Cuffaro. Si fa eleggere deputato europeo, poi vicesindaco di Catania, poi ancora presidente della Provincia. C´è già l´Mpa.

Che cos´è, una Lega del Sud? «Io voglio riportare la questione meridionale al centro del dibattito politico, al Sud sono tutti stufi», esordisce Lombardo. Chiede «zone franche» per la Sicilia, parla di federalismo, con i suoi marcia sullo Stretto di Messina per protestare contro il Ponte che non si fa più. E intanto raccatta voti in ogni provincia, si fa amici a Caltanissetta, a Ragusa, a Enna e a Siracusa. Nella sua Catania ha già fatto il pieno. Nelle aziende ospedaliere, fra i precari (ne fa assumere duemila), nelle amministrazioni pubbliche, Lombardo guarda lontano. Il suo amico Totò è già incriminato per favoreggiamento alla mafia, il processo chissà come andrà a finire. Si prepara. Alla sua maniera. Con passo felpato e pugno di ferro.

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