sabato, gennaio 31, 2009

Formigoni




Quando, a mio modo di vedere scorrettamente, un Governatore approfitta del suo ruolo per non rispettare una sentenza forse c'è qualcosa che non va in una nazione. Il caro Formigoni gioca con le parole. In realtà se non si è d'accordo con la decisione della Corte Costituzionale semplicemente CI SI DIMETTE. E parlare di persona viva dopo quasi vent'anni di coma totale è davvero una cattiveria. Ma lasciatela andare e permettete a questa famiglia di elaborare il lutto e vivere in pace gli anni che restano. E non sfrutti il dramma del suo amico, caro Formigoni. Questo è molto piccolo.

da Repubblica.it

MILANO - Se il presidente della Regione Lombardia fosse un ateo e non lei, Roberto Formigoni di Comunione e Liberazione, cambierebbe qualche cosa per Eluana Englaro?
"Non credo, ho sentito molte parole da parte di altri presidenti di Regione, ma nessuno che abbia detto: "Portatela qua, è tutto a posto". Stiamo parlando di una vicenda che al limite e, anche se non nascondo la mia identità politica, in questo caso mi comporto da laico".

Perché il Friuli dirà sì e la Lombardia ha detto no?
"Non remo contro, non esiste un mio accanimento individualistico".

E non pensa che in assoluto sia uno scandalo che un cittadino si rivolge ai Tribunali, ottiene ragione e non accade niente?
"Mi sembra che il dibattito si sia aperto, c'è un confronto in atto in Parlamento. Poi, non è detto che le risposte vadano nelle direzioni che vengono invocate da chi si è rivolto ai Tribunali, perché non ci sono ancora leggi che parlano del fine-vita e c'è una magistratura che, a mio parere, non chiarisce".

Corte d'appello, Cassazione e Tar in verità dicono che Eluana può ottenere la sospensione delle terapie...
"Sì, ma il servizio sanitario nazionale non ha alcun protocollo sul tema e la sentenza non sospende niente. Noi delle Regioni siamo tra due fuochi dal punto di vista giuridico. E io sono orgoglioso di tutelare una vita".

Ma l'obiezione degli Englaro è seria e profonda. Uno, questa vita non era gradita a Eluana. Due, lo stato vegetativo non esiste in natura. Viene prodotto dai medici, il paziente resta "staccato" dal mondo esterno e per molti questo tipo di esistenza non sembra figlia di Dio o dell'evoluzione, ma il prodotto di una medicina alla dottor Frankenstein...
"Quella vita dovuta ai progressi della medicina la dico piena. Non la augureremmo a nessuno, ma suscita amore, no? Sappiamo che cosa passa nelle teste di queste persone? Aiutiamole per come possiamo".

Il modo in cui aiutare Eluana spetta al papà, o no?
"Un presidente di Regione, chiunque sia, che deve fare quando i pronunciamenti delle Corti confliggono con le leggi dello Stato? Non voglio e non posso "innovare" io la situazione. La sentenza del Tar non mi è stata ancora consegnata ed è appellabile in sessanta giorni. Sto rispettando le leggi e le sentenze al cento per cento".

Ma lei è d'accordo nel merito delle sentenze?
"Il mio amico Gianni, di cui Repubblica ha scritto, sta nella stanza accanto a Eluana e io lo vado a trovare. Gianni è lui, respira, dorme, si sveglia, sbadiglia, si agita, ogni secondo nella sua vita avvengono cose. Come si fa a dire che è un vegetale? Se esiste una minima possibilità di risveglio, non si perde la speranza".

In medicina la possibilità che uno esca dallo stato vegetativo è dello 0,001. Non si dice zero perché si sperimenta sempre, ma dalle lesioni al cervello non c'è ritorno.
"E allora cosa facciamo, mandiamo a morte queste persone?"

Lei non manda a morte nessuno, è Eluana che chiede di essere lasciata morire in pace.
"Già, già. Eluana però non ha lasciato una dichiarazione scritta, suo padre sicuramente dice il vero, ma so che altre amiche non hanno gli stessi ricordi, che sono stati presentati altri esposti".

Siamo arrivati al punto, presidente. Questo accertamento sulla sua volontà spetta ai magistrati, non ai politici, ed è stato fatto. Non è che ogni volta si può rimettere in discussione ogni cosa. Quando è assolto per le tangenti, mica si torna da capo...
"Non stiamo parlando di mazzette, ma di vita e morte. Perciò domando alla magistratura cose più chiare. C'è incertezza. Meglio dieci colpevoli fuori che un innocente in galera, non si dice così? E allora meglio dieci casi incerti, che uno vivo mandato a morte".

Anche tutti i sondaggi dicono che la gente è stufa di questi ritardi che avvengono anche per colpa sua e del ministro Sacconi...
"Non sta accadendo questo e poi, secondo me, c'è stata una grande banalizzazione di questa vicenda. La gente sa che Eluana morirà con una lunghissima e dolorosissima agonia? Morirà di fame e di sete, con dolori, crampi muscolari, generalizzati e dolorosi, le mucose si seccheranno e ci saranno ulcere, il corpo subirà crisi convulsive generalizzate".

Ma chi gliel'ha detto? Il professor Borasio, consulente della chiesa tedesca, parla di una morte tranquilla, ci ricorda che i vecchi morivano di fame e sete...
"Ma la certezza che non si soffre non c'è. E poi Eluana è lì, la sua vita non è zero, viene accudita da persone che non chiedono altro, ha senso darle questa morte artificiale anticipata?"

Artificiale è considerata dal padre la sua vita attuale. Viene cambiata, girata se no si piaga, "invasa da mani altrui" ed Eluana non l'avrebbe voluto, questo è ormai è un fatto concreto.
"Ma sempre una persona concreta che respira ho di fronte, questo io non posso dimenticarlo. Anzi, nemmeno voglio dimenticarlo".

venerdì, gennaio 30, 2009

Sgùp del Giornale

In un paese serio qualcuno avrebbe perso il posto...

Inter, la magistratura smentisce "Nessuna inchiesta sui punti persi"

da Repubblica.it

Roberto Mancini
MILANO - Fonti della procura della Repubblica di Milano hanno smentito l'apertura di un'inchiesta sul presunto comportamento illecito dell'Inter nella fase finale dello scorso campionato. A riportare la notizia dell'indagine era stamane il quotidiano Il Giornale citando un rapporto di polizia nel quale si ipotizza che i nerazzurri avrebbero deliberatamente perso alcune gare della passata stagione per rendere la competizione più avvincente e incentivare le scommesse. In quella fase del campionato la Roma si riavvicinò all'Inter capolista che conquistò il titolo soltanto all'ultima giornata. Secondo quanto si è appreso, il rapporto di polizia sarebbe allegato a un'altra indagine, quella sulla fuga di notizie relative all'inchiesta sul sarto Domenico Brescia (che sfiorò alcuni giocatori nerazzurri e l'allora tecnico Roberto Mancini), ma non è stato utilizzato per aprire un'inchiesta autonoma sull'ultimo campionato.

Su quanto pubblicato dal Giornale (di proprietà della famiglia del patron del Milan Silvio Berlusconi), è intervenuto stamane anche l'amministratore delegato dell'Inter, Ernesto Paolillo, liquidando la vicenda con una battuta. "Sono stupidaggini - ha detto - ci rido sopra a queste ricostruzioni fantasiose. Sono ipotesi che non vale neppure la pena di commentare".

Effettivamente, anche a leggere il resoconto del quotidiano, le presunte prove a carico dei nerazzurri appaiono piuttosto deboli, concentrandosi soprattutto sulle scelte di formazione dell'allenatore Mancini. Nel mirino ci sarebbero in particolare il fatto che Ibrahimovic è rientrato solo nell'ultimo spezzone dell'ultima partita, che Balotelli è rimasto fuori e il rigore tirato, e sbagliato, da Materazzi anzichè dallo specialista Cruz contro il Siena. Errori che tra l'altro il tecnico ha pagato con l'esonero anticipato.

"Il rapporto - ribadisce una nota del Giornale - riguarda le ultime partite del campionato scorso, non siamo stati noi a sollevare dubbi: abbiamo fatto il nostro mestiere di giornalisti, cioè abbiamo dato una notizia, confermata stamattina anche dagli ambienti giudiziari: ognuno è libero di commentarla come crede e anche di riderci su, ma la notizia c'è".

Se c'è uno che sa... Pazienza




da Repubblica.it:
"Io, Gelli e la strage di Bologna". Ecco le verità della super-spia
di MILENA GABANELLI

"Che fine ha fatto?" mi chiedo guardando la foto su un catalogo che sto per buttare. Il suo nome era comparso sui giornali nel 1982 con la qualifica di "faccendiere". Le ultime tracce le trovo su internet: uscito dal carcere di Livorno, sta scontando gli ultimi mesi di pena presso la Pubblica Assistenza di Lerici. Francesco Pazienza ha scontato 10 anni per depistaggio alle indagini sulla strage di Bologna, altri 3 per il crac Ambrosiano e associazione a delinquere. Amico di Noriega, frequentatore dei servizi segreti francesi, americani e sudamericani, nel 1980 è a capo del Super Sismi.

Braccio destro di Licio Gelli, il suo ambiente è il sottobosco di confine fra l'alta finanza e l'alta criminalità, l'alta politica e il Vaticano. Protagonista delle vicende più tragiche della storia italiana degli anni '80, è depositario di informazioni mai rivelate, altre raccontate a modo suo. Laureato in medicina a Taranto, non ha mai indossato un camice. Negli anni '70 vive a Parigi e fa intermediazioni d'affari per il miliardario greco Ghertsos. Poi l'incontro con il capo del Sismi, Santovito. Grandi alberghi, yacht, belle donne, sigari rigorosamente cubani e tagliasigari d'oro... Un'altra epoca. Adesso ha 62 anni e fuma le Capri, mentre cammina da uomo libero sul lungomare di Lerici.

Cominciamo dall'inizio: come avviene l'incontro con Santovito?
"Me lo presentò l'ingegner Berarducci, oggi segretario generale dell'Eurispes. Santovito era suo zio, e mi chiese di fare il suo consulente internazionale".

E perché Santovito le dà questo incarico senza conoscerlo prima?
"Sa, io parlavo diverse lingue e avevo un sacco di relazioni in giro per il mondo. Normalmente non avviene così, ma all'epoca era quasi tutto improntato all'improvvisazione".

E in cambio cosa riceveva?
"Rimborso spese. Siccome non avevo bisogno di soldi, era quello che volevo: se volevo andare a New York in Concorde, andavo in Concorde. Mi sembrava tutto molto avventuroso".

Si dice che lei sia stato determinante nella sconfitta di Carter contro Reagan.
"La storia comincia con Mike Ledeen a Washington, che mi aveva presentato Santovito; lui dirigeva il Washington Quarterly e faceva capo ad una lobby legata ai repubblicani (e alla Cia-ndr). Così gli dico: "Guarda che quando c'è stata la festa per l'anniversario della rivoluzione libica, il fratello di Carter ha fraternizzato con George Habbash", che era il capo del Flp. E a quel punto disse: "Se tu mi dai le prove , noi possiamo fare l'ira di Dio"".

E le prove come se le era procurate?
"Attraverso un giornalista siciliano, Giuseppe Settineri, che io mandai con un microfono addosso ad intervistare l'avvocato Papa, che faceva il lobbista e aveva partecipato alla festa di Gheddafi. Lui raccontò per filo e per segno tutto quello che era successo. Le foto dei festini me le avevano fornite Michele Papa e Federico Umberto D'Amato, la testa degli affari riservati del Viminale".

Il Viminale ha dunque interferito nelle elezioni di un paese alleato?
"Sissignore, però la débacle ci sarebbe stata ugualmente, ma non in misura così massiccia".

Lei, che non è un militare, diventa capo del Super Sismi. Cos'era?
"Il Super Sismi ero io con un gruppo di persone che gestivo in prima persona".

Marzo 1981, le Br sequestrano l'assessore campano Cirillo. Lei che ruolo ha avuto?
"Un ruolo importante. Fui sollecitato da Piccoli, allora segretario della Dc. Incontrai ad Acerra il numero due della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo, Nicola Nuzzo. Mi disse che in dieci giorni Cirillo sarebbe stato liberato, e così è stato".

Chi ha pagato?
"Non i servizi. Il giudice Alemi disse di aver scoperto che furono i costruttori napoletani a tirar fuori un miliardo e mezzo di lire, che finirono alle Br".

Piccoli cosa le ha dato per questa consulenza?
"Niente, assolutamente niente, eravamo amici, non c'era un discorso mercantilistico". (Del miliardo e mezzo, alle Br finiscono 1.450 milioni. Chi ha imbustato i soldi del riscatto sarebbe Pazienza, che, secondo vox populi, avrebbe taglieggiato le Br tenendo per sé 50 milioni).

A gennaio 1981 sul treno Taranto-Milano viene piazzata una valigia con esplosivo della stessa composizione di quello usato nella stazione di Bologna... Ci sono dei documenti intestati a un francese e un tedesco, indicati dai servizi come autori di stragi avvenute a Monaco e Parigi. Si scoprirà poi che si trattava di depistaggio.
"Il depistaggio è stato fatto dal Sismi per non fare emergere la vera verità della bomba di Bologna. Secondo l'allora procuratore Domenico Sica c'era di mezzo la Libia, e coinvolgerla in quel momento avrebbe voluto dire tragedia per la Fiat e per l'Eni. Vada negli archivi delle sedute parlamentari: il 4 agosto 1980, Spadolini in persona presentò un'interrogazione parlamentare in cui attribuiva la bomba di Bologna a origini straniere mediorientali".

Ma qual era l'interesse mediorientale?
"L'Italia non poteva sottrarsi agli obblighi Nato, e quindi doveva fare un accordo con Malta, per proteggerla in caso di attacchi del colonnello Gheddafi. L'accordo fu firmato, e Gheddafi fece la ritorsione. Ustica porta la stessa firma. Me lo ha raccontato Domenico Sica. Quando tolgono il segreto di Stato la verità salterà fuori".

Lei è stato condannato a 10 anni per depistaggio, qualche prova a suo carico evidentemente c'era, i servizi segreti li comandava lei.
"Le prove a mio carico erano dovute al fatto che sono stato il braccio destro, mandato dagli americani, per sostituire Licio Gelli alla guida della P2. E siccome Gelli era il motore primo del depistaggio, io che ero il suo braccio destro, automaticamente...".

Quando è scoppiata la bomba a Bologna dov'era?
"A New York".

84 morti e 250 feriti, nel suo paese. Lei è consulente del Sismi, non ha pensato: "Adesso bisogna trovare chi è stato"?
"Io no. Perché non è mio compito. I servizi segreti sono come un'azienda. Giusto? Se tu ti occupi di una cosa, non è che dici "adesso parliamo di Bologna, parliamo di Ustica"...".

1982. Calvi viene impiccato sotto un ponte. Si è parlato di un suo coinvolgimento.
"Sì, e qual era il mio interesse? Io non sono stato mai neanche indagato nell'omicidio Calvi. La sua morte è un mistero anche per me, comunque non si uccide Calvi a livello di Banda della Magliana... E non mi venga a dire che l'MI5 non sapesse che Calvi si trovava a Londra da giorni! I giochi di potere erano molto più grossi. Capisce cosa voglio dire?".

No.
"La morte di Calvi e lo scandalo del Banco Ambrosiano avrebbero imbarazzato pesantemente il Vaticano, che insieme all'Arabia Saudita voleva Gerusalemme città aperta a tutte le religioni, e Israele era contrario. Poi c'era lo scontro politico interno italiano, c'erano i comunisti, che hanno preso una valanga di soldi dal Banco Ambrosiano. Non è così semplice dire è A, B o C".

Di chi erano i soldi che andavano verso la Polonia?
"Arrivavano dai conti misti Ior-Banco Ambrosiano. L'organizzatore era Marcinkus d'accordo con papa Wojtila. Sono stato io a mandare 4 milioni di dollari in Polonia".

Ma come ha fatto tecnicamente?
"Vicino a Trieste, abbiamo fatto preparare una Lada col doppio fondo e dentro c'erano 4 milioni di dollari di lingottini d'oro di credito svizzero. Era aprile 1981, un prete polacco venne a ritirare questa Lada e la portò a Danzica. Qual era il discorso? Agli operai in sciopero non potevamo dare gli zloty, né i dollari perché i servizi segreti polacchi se ne sarebbero accorti. Anche perché lei può fare il patriota come vuole, però se a casa ha 4 bambini e non ha come farli mangiare, lo sciopero non lo fa. Giusto?".

Ma lei perché si portava su un aereo dei servizi segreti un ricercato per tentato omicidio, braccio destro di Pippo Calò, capo della banda della Magliana?
"Lei sta parlando di Balducci. Io sapevo che era uno strozzino, ma non è mai salito su un aereo dei servizi. Usava lo pseudonimo di Bergonzoni e una volta lo feci passare a Fiumicino mentre proveniva da Losanna. Era un favore che mi chiese il prefetto Umberto D'Amato, suo amico intimo". (Per questo "favore" Pazienza fu condannato per favoreggiamento e peculato: fu accertato che aveva trasportato, su un aereo dei servizi , il latitante Balducci sotto falso nome).

Nell'84 lei deposita da un notaio un documento intitolato "operazione ossa". "Ossa" starebbe per Onorata Società Sindona Andreotti. Che cos'era?
"All'epoca c'era il pericolo che Sindona potesse inventare dei coinvolgimenti di Andreotti in questioni di crimini organizzati. Bisognava capire cosa volesse fare Sindona per tirarsi fuori dai guai prima di rientrare in Italia quando si trovava nel carcere americano di New York".

Ci siete riusciti?
"Non c'è stato bisogno di fare nessuna misura attiva, ne abbiamo fatta una conoscitiva".

La misura attiva qualcuno l'ha fatta quando è finito nel carcere italiano...
"Qui parliamo del 1986. Nel carcere italiano ha bevuto un caffè di marca Pisciotta...".

Lei in quante carceri ha soggiornato?
"Alessandria, Parma e alla fine a Livorno.
Complessivamente ho fatto 12 anni di carcere gratis".

Non si ritiene colpevole di nulla?
"Zero. Le racconto una cosa, 30 marzo 1994: un maggiore della Dia, nome M. cognome M. mi dice: "Lei è un uomo informatissimo, ci deve raccontare di come portava le lettere di Fabiola Moretti (compagna di De Pedis, componente della banda della Magliana, coinvolto nel rapimento di Emanuela Orlandi-ndr) al senatore Andreotti, nel suo ufficio privato. Sa, fra poco esce la sentenza di Bologna, e noi la mettiamo a posto". Io gli ho detto: "A me di Andreotti non importa niente. Il problema è che quel che lei mi chiede di ricordare non è vero". Avevo il microfono addosso. Sa qual è la cosa comica? Che molti pensano che io sapessi di questo e di quell'altro e che non ho detto niente perché sono un duro. Non ho detto niente perché non sapevo. Capisce la differenza?".

Quando è uscito dal carcere dove è andato?


"A casa dei miei genitori, comunque non è un problema ricominciare da capo".

Cosa fa ora per sbarcare il lunario?
"Il consulente per transazioni internazionali. Sto trattando un cementificio in Africa".

Come pensa di ricostruirsi una credibilità?
"La storia non è finita, sta cominciando il secondo tempo".

Erano 25 anni che volevo incontrare il grande faccendiere. Una curiosità tutta personale, volevo vedere in faccia l'uomo che ha fatto da cerniera in tutti i misteri profondi di questo paese. Ci vuole grandezza anche per essere protagonisti di grandi drammi. Invece si incontrano delle comparse, figure che si dimenticano. Sembrano scelte apposta.

Cosa ricordo io di quel 2 agosto? Ero andata a prenotare delle cuccette. Nell'atrio tanta gente che andava e veniva, in un sabato di ferie, e i ragazzini che fanno sempre un gran casino, fra la biglietteria e il marciapiede del binario 1. L'immagine successiva non ha sonoro: è quella di un luogo irriconoscibile coperto dalla polvere. E poi il bianco di un lenzuolo che attraversa la città, appeso alle porte di un autobus. Per qualche anno, ho avuto paura tutte le volte che andavo in stazione. Da 15 anni prendo un treno tutte le settimane, vado di fretta, e non guardo mai lo squarcio coperto da un vetro, non guardo mai l'orologio fermo alle 10.25. Ogni anno il 2 agosto osservo da lontano la gente che si raduna per commemorare. Qualche volta mi viene da piangere.

Pubblicità imbecille



Poi ovviamente la città di Napoli si scandalizza, ma chi ha dato il permesso di affiggere queste schifezze?

giovedì, gennaio 29, 2009

Io so Beppe Grillo a Piazza Castelli

La svolta



Presentata in pompa magna come la "svolta" del canale, la trasmissione di Piero Chiambretti su Italia Uno non si distingue in nulla dal peggio del peggio della televisione in chiaro italiana. Stessa solfa di sempre. Un uomo di mezza età a condurre e qualche bellona a sculettare nello studio. Fra gli ospiti Fabio Capello. Non si capisce chi possa far ridere che un uomo come Lui, magari non simpatico, ma che non ha più nulla da dimostrare a livello di carriera, debba essere messo in imbarazzo con una ballerina di lap dance che gli si agita attorno peraltro senza nessuna tecnica. Il cattivo gusto della tivvù italiana non manca di fornire conferme. E Chiambretti faceva ridere un tempo. Quando si pensa di aver toccato il fondo comunque arriva sempre qualcuno o qualcosa a ricordarti che si può cominciare a scavare.

martedì, gennaio 27, 2009

Famiglia Cristiana e il buontempone

"Nel giorno in cui Obama chiama gli americani a raccolta per affrontare la sfida colossale dell'economia e della povertà, il nostro presidente rincorre i sondaggi: quanti punti potrebbe perdere con la cessione di Kakà, allettato dalle sirene miliardarie dell'emiro? Preoccupato più di Fiorello che passa a Sky, che del calo di due punti del Pil, il prodotto interno lordo italiano". Famiglia Cristiana di questa settimana dedica il suo editoriale d'apertura a "I politici e la crisi", e critica duramente il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: "Ma se vince la sfida calcistico-miliardaria (chi è il presidente del Milan?), elude la crisi: 'Due punti in meno di Pil non sono un dramma'. Eurostat smentisce a stretto giro di cifre: il tasso di disoccupazione in Italia salirà all'8,2 per cento, cioè 600 mila posti di lavoro in meno". "Noi abbiamo smarrito il senso di nazione e il bene comune. Siamo un Paese incredibile, metà fiaba e metà incubo. In Germania, i partiti della Grosse koalition trovano l'intesa su un piano anticrisi da 50 miliardi di euro, con 9 miliardi di euro in sgravi fiscali per aziende, persone fisiche, aiuti alle famiglie. Le nostre emergenze? Le intercettazioni telefoniche e un federalismo fiscale dai contorni fumosi e inquietanti, l'ennesimo cavallo di Troia della fantasia padana, un contentino da propaganda, un 'ossicino' per tenerli buoni. Sarà federalismo solidale, costerà? Tremonti non dà cifre né risposte". E conclude: "Quel che è stato fatto contro la crisi è ben poco: più promesse che provvedimenti. Nell'attesa che passi la 'nuttata'. Ma come? L'84 per cento delle famiglie povere sono rimaste escluse dalla tanto decantata social card. 'In questo Paese, nasciamo e moriamo come una nazione, un popolo. Non cediamo alla tentazione di ricadere nella faziosità, nella chiusura mentale e nell'immaturità che ha avvelenato la nostra politica così a lungo': sagge parole di Obama. Ma i nostri politici, come i polli di Renzo, continuano a 'beccarsi' tra loro".

Bolzaneto, lo Stato non paga

Bolzaneto, lo Stato non vuole risarcire le vittime

G8, l´Avvocatura ricorre: nessuna provvisionale. Sconcerto tra i legali delle parti civili

MASSIMO CALANDRI da Repubblica.it

GENOVA - Dopo aver chiesto ufficialmente scusa per i soprusi e le violenze commesse dai propri uomini nella caserma di Bolzaneto, lo Stato italiano si rifiuta di risarcire le vittime. Attraverso la propria Avvocatura ha infatti appellato la sentenza del luglio scorso, che condannava funzionari di polizia, agenti e guardie carcerarie a pene minime e ad un risarcimento � in solido con i Ministeri di appartenenza � di circa due milioni di euro. Non è un´istanza scontata, quella presentata nei giorni scorsi alla Corte d´Appello di Genova: c´è la concreta possibilità di ribaltare il verdetto � è scritto nelle 15 pagine depositate -, e allora perché mettere mano al portafogli col rischio di non vedersi più restituire il denaro? Una tesi clamorosa che ha provocato sconcerto e polemica tra i legali delle parti civili. A quasi otto anni dalle «torture» � parola ribadita dai giudici motivando la loro decisione -, le centinaia di persone passate per il carcere del G8 attendevano almeno un anticipo sulla somma loro dovuta. Quella che tecnicamente viene definita provvisionale. Ma lo Stato, pur riconoscendo che i no-global nel luglio 2001 subirono «vergognose vessazioni», non ci sta. Penalmente sa bene che la prescrizione tra qualche giorno cancellerà tutto. Sul piano civile, confida in un verdetto ancora migliore di quello dell´estate passata: «Il favorevole esito dell´impugnativa proposta � scrivono gli Avvocati dello Stato, Matilde Pugliaro e Giuseppe Novaresi �imporrebbe quindi un recupero di quanto indebitamente versato che, in mancanza di garanzie reali, e vista la molteplicità dei destinatari � molti dei quali, oltretutto, residenti in differenti Stati � rischierebbe di non andare a buon fine». Vale la pena di ricordare che la provvisionale, suddivisa tra 142 aventi diritto, ammonta a circa un milione di euro. Nell´appello vengono denunciate anche la «contraddittorietà intrinseca del dispositivo» e la «assenza di correlazione tra dispositivo e motivazione».
Sei mesi fa Renato Delucchi, presidente della terza sezione del tribunale, aveva condannato 15 dei 45 imputati a 23 anni e 9 mesi di reclusione, meno di un terzo rispetto a quanto simbolicamente chiesto dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. I giudici avevano di fatto riconosciuto l´esistenza a Bolzaneto di un "campo", ammettendo la sconfitta della giustizia italiana: costretti ad applicare le leggi a disposizione, che non disciplinano il reato di tortura, avevano escluso il dolo e l´aggravante dei "futili motivi". Alla vigilia della sentenza l´Avvocatura si era rivolta alle 252 persone passate per la "prigione temporanea": «Sentiamo il dovere di esprimere le doverose scuse, che provengono direttamente dallo Stato italiano � avevano ribadito in aula Matilde Pugliaro e Giuseppe Novaresi -. Nei giorni del G8 sono state poste le premesse perché in un luogo carcerario si esasperasse una concezione totalitaria del rapporto tra individui». Addirittura era stato negato il "nesso organico" tra gli imputati e la pubblica amministrazione: poliziotti, carabinieri e guardie non potevano più essere considerati "servitori dello Stato". E lo Stato non si sentiva dunque più responsabile per gli atti da loro commessi. Una tesi che però il tribunale non aveva accolto, condannando anche i ministeri al pagamento dei danni.

Vladimir Luxuria a nudo

Claudio Sabelli Fioretti per "La Stampa"

Per la maggior parte degli italiani è l'immagine stessa della trasgressione. Un uomo in corpo di donna. Già il nome che si è scelta, Luxuria, ci porta lontano. Quando si chiamava Vladimiro Guadagno era un giovane chierichetto di Foggia e faceva sesso con altri chierichetti. Poi ha assaggiato i viali della prostituzione. Si è improvvisata, con successo, impresaria teatrale. Ha preso la laurea con 110 e lode.


E' stata eletta deputata con Rifondazione. E' andata all'Isola dei famosi ed ha vinto, portando la tematica dei transgender nelle tranquille case borghesi all'ora di cena. Trasgressiva? Almeno insolita. Nell'eventualità, preferisce definirsi «trasgressiva tradizionalista». Dice: «Io non sono trasgressiva in quanto trans. Lo sarei se, pur sentendo questo richiamo della foresta, voltassi le spalle alla mia naturale interiorità femminile. Ma io mi sento una persona assolutamente naturale».

E le serate che organizzavi al Muccassassina erano trasgressive?
«Muccassassina era trasgressiva all'una e mezza, quando interrompevamo le danze e cominciavamo a parlare di temi sociali».

E tradizionalista?
«Sono molto legata alle tradizioni. Sono local. A Cracovia mi piaceva mangiare il borsch non gli spaghetti. Alla Camera mi sono battuta per la nostra eredità culturale. Mi piace la musica etnica. Il Natale lo passo con mio padre e mia madre».

Tua madre ti picchiava a sangue.
«Ha avuto una vita molto difficile. A 18 anni rimase incinta di me, si sposò e i suoi genitori non le dettero alcun aiuto perché era la vergogna della città. Un po' di frustrazioni le sfogò in un rapporto manesco nei miei confronti. Ma non ho risentimenti. Oggi andiamo d'accordo».

Perché ti picchiava?
«Una volta perché avevo rotto le uova appena comprate».

Il papà, vecchio fascista, Forza Italia. La tua scelta politica l'ha costretto a votare Bertinotti. Ma adesso?
«Tornerà tranquillamente a votare per Berlusconi».

Hai detto: non c'è un solo istante della mia vita in cui mi sia sentita un maschio.
«Mi vestivo da spagnola e non da sceriffo, preferivo le bambole ai soldatini... Io mi sono accorta di non essere maschio prima di accorgermi che mi piacevano i maschietti».

E il sesso? Ho letto: a sette anni...
«Cose da bambini».

La prima volta?
«Ho cominciato a capire che ero attratta dai maschietti verso i dieci anni. Sai quando si faceva a lotta? Godevo quando mi buttavano a terra, mi piaceva farmi sconfiggere, rimanere bloccata, con loro sopra di me che mi tenevano le mani. Questo strofinamento dei corpi mi dava un forte piacere».

Ma sesso serio?
«Con un ragazzo delle mia età, chierichetto come me, in sacrestia. Poi con uno un po' pedofilo. L'episodio mi segnò in maniera brutta. Mi ripromisi di non farlo più. A distogliermi da questa specie di voto furono due compagni di terza media, in gita. Nella camera d'albergo si fecero vedere nudi e mi invitarono a un ménage a tre. Io partecipai e poi loro mi ricattarono. Nella cultura mediterranea, con un retaggio anche un po' saraceno, è considerata biasimevole l'omosessualità passiva e non quella attiva».

Come lo spieghi?
«Misoginia, machismo. L'uomo passivo ha il ruolo minore, quello femminile. Uno dei termini con i quali mi dileggiavano era proprio mezza-femmina».

A Foggia non deve essere stato facile.
«A Foggia eravamo dei clandestini, dei massoni. Ognuno col suo soprannome, la sfossata, la minorenne, tutti un po' nascosti. La mia liberazione è stata a Milano. Scoprii che c'erano locali dove i gay si divertivano, ballavano tra di loro, la Nuova Idea, la balera con l'orchestrina, tipo Casadei, dove suonavano mazurke e cose del genere».

Ma alla fine andasti a Roma.
«Per l'università. La mia vita è stata tante cose. L'università, lo spettacolo, la militanza politica...».

... la prostituzione...
«Certo, la prostituzione».

L'hai rivendicata con orgoglio.
«Mi sono limitata a togliere a qualche giornalista la soddisfazione di fare scoop».

... la droga...
«Se qualcuno mi mettesse qui davanti una striscia di coca ci soffierei sopra».

Pentita?
«Io non mi pento mai di niente».

Quando hai smesso?
«L'ultima canna tre anni fa. L'ultima coca sei anni fa».

L'amore?
«E' la mia nuova sfida. Mi sono stufata di andare a letto con uomini ai quali non so più che cosa dire, che non vedo l'ora che se ne vadano».

E' stata l'Isola dei famosi?
«Dopo l'Isola dei famosi non ho più avuto stimoli sessuali, né voglia di andare a letto con nessuno. Le persone con cui prima avevo rapporti sessuali ogni tanto mi telefonano ma io dico di no. Quando per strada vedo un ragazzo bellissimo non mi viene voglia di fare sesso. Voglio provare l'esperienza della convivenza, del rapporto lungo. Sono pronta per il grande amore. Non l'ho mai provato».

Ma Enrico Lo Verso, l'attore?
«Fu una infatuazione. Recitammo insieme in "Come mi vuoi", con la Bellucci e Cassel. Ho rispettato il fatto che lui avesse una compagna. Ho rinunciato all'amore ed è nata una profonda amicizia».

Sei anche diventata buddista.
«C'è del buono in ogni religione. Ma Dio ha avuto dei pessimi rappresentanti sulla Terra».

Facevi il chierichetto...
«Ho anche insegnato catechismo. Quando ho preso coscienza del mio essere transgender ne ho parlato con il parroco. Mi sono sentita dire che ero nel peccato, che era una cosa sporca, che non potevo continuare a fare il chierichetto, tantomeno insegnare catechismo. Con i cattolici è così. Se vivi la tua omosessualità di nascosto non ci sono problemi. Ma se parli...».

Come lo spieghi?
«La Chiesa sguazza nel senso di colpa. Ci ha costruito un impero sopra».

Hai mai avuto storie con preti?
«Non riesco ad andare con un prete. Non mi eccita».

Quando hai cominciato a fare politica?
«A Foggia, a una festa dell'Unità».

Perché a sinistra?
«Perché ascoltavano senza morbosità o sguardi di disgusto. Se uno ha fame e freddo, va dove trova cibo e caldo».


Non che la sinistra abbia la coscienza a posto per quanto riguarda la questione omosessuale...
«Se mi parli di Stalin o di Fidel Castro è chiaro che riscontriamo una forte omofobia. Però Lenin ha depenalizzato l'omosessualità mentre nella liberal Inghilterra era ancora reato penale».

In Italia il comunista Marco Rizzo è stato uno dei più violenti contro la tua candidatura.
«Marco Rizzo disse che i comunisti avevano bisogno di candidare operaie e non trans. E quando la sinistra ha perso ha detto che la colpa era di chi s'era occupato più di froci che di zingari».

Con i fascisti non hai cattivi rapporti...
«Non posso avere un buon rapporto con chi inneggia al duce. Ma non rifiuto il dialogo».

Fini diceva che un maestro non può essere gay...
«Mi aspetto ancora la smentita che non ha mai dato. Però non posso chiamare "fascisti"
Fini, Gasparri o La Russa. Fascista è chi si comporta da fascista. Mi sembra più fascista chi dice, in tanti cortei della sinistra, "morte agli ebrei" per reagire alla strage dei palestinesi».

Una volta avevi un amante che ascoltava i discorsi di Mussolini.
«Era un cliente. Alla fine di ogni rapporto metteva la cassetta con i discorsi di Mussolini. Io gli dissi: "Guarda che Mussolini a quelli come noi li mandava al confino"».

Mario Giordano, direttore del «Giornale», ti ha definito «un relitto da reality».
«Paradossalmente l'Isola mi ha dato ancora più credibilità politica».

Liberazione ti ha appoggiato.
«Sansonetti ha riconosciuto l'importanza del fatto che quando la famiglia sta a tavola e accende la televisione e vede l'Isola dei famosi, si pone il problema di che cosa voglia dire "trans-gender". Ma apriti cielo. Questa cosa è servita a Ferrero come pretesto per cacciare un direttore che non sarebbe mai stato il servo del padrone».

Alessandra Mussolini: ogni tanto ci litighi. Ma una volta la consideravi la sinistra della destra.
«In un'intervista aveva dichiarato che era favorevole alle unioni civili e anche alle adozioni da parte dei gay. Quando le ricordai questa cosa in una puntata di Porta a Porta si innervosì molto».

E disse: «Meglio fascisti che froci».
«Ma io sono sicura che recitasse per fini politici. Lei non è omofoba. Alla prima occasione pubblica sono sicura che ci chiariremo e mi chiederà scusa».

Perché hai litigato con Helena Velena? E' transgender come te...
«Quando mi sono candidata mi ha definito la Lecciso della sinistra. Non perde occasione per insultare me, Sansonetti, Bertinotti, tutti quanti. Un atteggiamento violento che mette in secondo piano la sua intelligenza».

Anche con Platinette...
«Ragazzi, non è che perché siamo trans abbiamo tutti la stessa mente. Con Eva Robin's vado molto d'accordo, con Marcella Di Folco, presidente del movimento di identità transessuale, anche. Con Platinette no. Tu vai d'accordo con tutti gli eterosessuali?».

Una volta scrivevi sull'Unità. Poi arrivò Furio Colombo...
«Diciamo che quando Furio Colombo diventò direttore dell'Unità contemporaneamente non mi è stata data più la possibilità di scrivere».

Hai dei sospetti?
«Ho delle certezze».

Francesco Rutelli veniva alla Muccassassina...
«A farsi pubblicità, a prendere voti...».

Poi ha tolto il patrocinio al Gay Pride...
«E ha messo il bastone tra le ruote ai Dico. Meglio avere un nemico chiaro che un amico ambiguo. Rutelli mi ha molto delusa».

La Gardini fu più violenta... Quando ti incontrò nel bagno delle donne della Camera disse che se volevi entrare dovevi tagliartelo...
«Non lo disse. Lo urlò. Ci teneva molto che questa frase cretina la sentissero tutti i giornalisti del Transatlantico».

Per te è indifferente andare nel bagno degli uomini o in quello delle donne?
«Se trovo il bagno delle donne occupato vado in quello degli uomini. Ma quando posso scegliere preferisco andare in quello delle donne. Passo più inosservata. Faccio più scandalo se vado in quello degli uomini».

C'è qualcuno che ti piace a destra?
«Fini è interessante. Casini anche. Ha sempre voluto un rapporto diretto con me. Su certe questioni che non aveva capito bene, scendeva dai banchi dell'Udc, attraversava l'aula e veniva a farmi domande. Ho parlato sicuramente di più con il segretario dell'Udc che non con Fassino».

Altri?
«Mi piaceva Daniela Santanchè. Ma adesso sta sempre a parlare di Dio, patria, famiglia... recita malissimo un ruolo che non le compete. Poi vive nel lusso e spara contro il lusso...».

Criticava come ti vestivi.
«All'inizio tutti pensavano che sarei andata alla Camera conciata in maniera un po' provocatoria. Ma il teatro mi ha insegnato che si ha un bell'effetto quando deludi le aspettative. E quindi mi vestivo in maniera sobria. Lei disse che vestivo da suora».

La Santanchè «porta il tacco altezzoso», hai detto.
«Porta i tacchi altissimi ed è altezzosa... E poi ha fatto un corso di accavallamento delle gambe».

In Parlamento chi è stato il più galante?
«Il ministro Filippo Mancuso. Me lo presentò Franco Grillini, il presidente dell'Arcigay. Mancuso mi scambiò per una donna. Mi baciò la mano facendomi tanti complimenti. Disse: "Che piacere conoscere questa bella signora. Come si chiama?"».

E tu?
«Che dovevo fare? Gli dissi: "Mi chiamo Vladimir Luxuria". Lui si girò verso Grillini e disse: "Ma è straniera la signora?". E Grillini: "Non è straniera. E' trans". Mancuso salutò, si girò e scappò via».

Non sono stati tutti così imbranati, spero.
«La Russa mi regalò un'orchidea».

La regalò a tutte le donne...
«Appunto. Il gesto ha contribuito a scongelarmi».

Qualcuno ti ha fatto il filo?
«Inviti a cena ci sono stati. Qualcuno mi ha anche fatto capire che sarebbe venuto volentieri a letto con me».

Anche Cossiga è stato cortese.
«Nel vano sotto lo scranno ho trovato una fotografia grande di Cossiga autografata. La dedica diceva: "Sei una delle persone più degne di stare qui dentro"».

Alla fine l'esperienza di Montecitorio è stata positiva?
«Mi ha insegnato che i politici sono molto più ambigui di me».

L'esperienza più negativa?
«Una volta fui definita da una leghista di Padova "scherzo della natura"».

Parliamo di Rifondazione.
«E' un sito archeologico dove qualcuno vuole regnare su un mucchio di macerie. Siamo ad un'ulteriore scissione».

Tu da che parte stai?
«Ho già detto addio a Rifondazione. Ho ringraziato Liberazione, ma non mi riconosco in questo nuovo corso omofobo. Gente come Fagioli che dice che l'unica unione possibile è quella tra un uomo e una donna. Invece io dico che l'unica unione possibile è quella tra bocca e cervello. Che a Fagioli manca».

La crisi della sinistra...
«Ci sarà un grosso terremoto quando verrà fuori il fallimento totale di Walter Veltroni e arriveranno le sue dimissioni, spero prima possibile».

Ma il Pd...
«Una creatura transgenica».

Tu sei favorevole al matrimonio gay?
«Io sono per la libera scelta. Approvare una legge che permette il matrimonio omosessuale non vuol dire obbligare i gay a sposarsi. Io non mi sposerei mai. Però combatto perché altri possano farlo».

All'Isola dei famosi tuo padre ti ha salutato: «Ciao bello!».
«Se avesse detto "ciao brutta!" sarebbe stato peggio».

L'Isola dei famosi è una trasmissione sadica?
«Meglio il sadismo guardando l'Isola o il masochismo guardando Emilio Fede?».

Da giovane hai avuto anche una storia con una donna.
«Mi sono voluta mettere in gioco. Per provare. Per capire se era un mio blocco. Provai con Sara. Ma quando le toccavo il seno...».

Che cosa succedeva quando le toccavi il seno?
«Pensavo: "Che bello, voglio averlo anche io"».

E adesso ce l'hai. Te lo sei fatto. Ex novo.
«Tutte le trans si fanno delle operazioni di riadattamento di genere. Io mi riconosco nel genere femminile, voglio sentirmi più donna».

Costo?
«Seno e naso, 10 mila euro. Soldi miei, non della Camera come qualcuno ha detto».

Ti hanno mai chiesto di recitare nuda? Di fare calendari sexy?
«Qualche fotografo mi ha chiesto di far vedere il seno ma ho sempre rifiutato. Nessuna nudità, anche prima di fare la parlamentare».

Gioco della torre. Binetti o Buttiglione?
«La Binetti sta nel Pd, ci crea troppi problemi. Ha detto che l'omosessualità è una devianza».

Bisognerebbe cacciarla?
«Bisognerebbe raccomandarla a Casini. Che se la prenda nell'Udc».

Mara Carfagna o...
«La Carfagna non è una persona alla quale interessano molto le nostre vite. Per lei Pari Opportunità vuol dire l'opportunità sua di diventare ministro».

Veltroni o Berlusconi?
«Butto Veltroni. Ha distrutto Rifondazione e tutta la sinistra. Si è preso l'Italia dei Valori con cui sono praticamente separati in casa. Ha costruito questo Pd assurdo e l'ha fatto naufragare. Ha perso anche il sindaco a Roma. Che vuoi di più?».

Veltroni dice che lui ha vinto.
«Qualcuno vada a svegliarlo».

E invece D'Alema...
«Lo stimo molto. Mi piace quello che dice. Mi piace il suo coraggio. Aspetto solo che Veltroni si tolga di mezzo».

Berlusconi ti piace?
«Come presidente del Milan mi piace moltissimo, come presidente di Mediaset molto. Come presidente del Consiglio per niente».

Come uomo?
«Meno che meno».

Casini o Mastella?
«Mastella è inaffidabile. Troppo trans».

lunedì, gennaio 26, 2009

Corrado Giustiniani su AnnoZero

da: http://www.ilmessaggero.it/home_blog.php?blg=P&idb=497&idaut=11

I NUOVI ITALIANI di Corrado Giustiniani

La guerra dei bambini in tv: ha ragione Michele Santoro


Non credo di uscire dal seminato de “I nuovi italiani” se dico la mia sulla puntata di Annozero intitolata “La Guerra dei bambini”, che tante polemiche ha suscitato nei confronti del conduttore Michele Santoro. Non esco dal seminato, perché in studio o in collegamento con Santoro c'erano diversi “nuovi italiani”, immigrati palestinesi ma anche giovani israeliani che vivono nel nostro paese. E poi perché la sfida della convivenza fra religioni diverse è una delle più complesse che si pongono in tutti i paesi di immigrazione, Italia compresa, e quella guerra è un letale controspot alla convivenza.

Intanto, sono convinto che molti giornalisti che hanno scritto di quella puntata, non l'abbiano vista attentamente. Non c'è da stupirsi che questo accada. Annozero va in onda in diretta, e alla nove di sera i giornalisti dei quotidiani sono impegnati nella chiusura della prima edizione, difficile che abbiano due ore di tempo da dedicare tutte a Santoro, a meno che non vi siano state polemiche politiche preventive, che suscitano una particolare attesa proprio per quella puntata. Così, a informarli sono per lo più le agenzie di stampa, che nei loro servizi riportano le battute più salienti dei personaggi intervenuti. Credo, soltanto per fare un esempio fra i tanti possibili, che potrebbe non aver visto Annozero Giovanni Valentini, saggista e commentatore di cose televisive, autore su Repubblica di un fondo, dal titolo “La parabola del tribuno tv”, che a me è parso squilibrato ed esageratamente livoroso nei confronti di Santoro: se l'avesse seguita con attenzione, avrebbe certamente montato il suo ragionamento in modo diverso. Visionando la cassetta della trasmissione o la registrazione su Internet della stessa, vi sarebbe la possibilità di dare il giorno successivo un giudizio più pertinente e obiettivo. Ma per pigrizia si tralascia quest'incombenza. Anche perché decidere di fare un passo indietro sarebbe comunque imbarazzante.

Giovedì 15 gennaio ero libero, e ho potuto vedere a casa mia, dall'inizio alla fine, la puntata sulla guerra di Gaza. Quasi nessuno ha colto che il vero valore aggiunto della trasmissione stava in uno straordinario reportage iniziale che mostrava i cadaveri dei bambini uccisi dalle bombe, e il trasporto in barella dei corpicini dilaniati ma rimasti ancora in vita. Filmati e interviste da lasciare senza respiro, realizzati da un giornalista arabo che, ha spiegato Santoro, collabora anche con l'agenzia Ansa. Mi è rimasto impresso il racconto di un ragazzo rimasto senza famiglia e gli occhi sbarrati di una bambina sdraiata per terra. Parlava a monosillabi, con una grande garza in testa, a coprire la ferita profonda causata da una scheggia. Sembrava il servizio di un grande network internazionale, la Bbc, o anche la Cbs, qualcosa insomma assolutamente fuori dagli schemi ai quali la Rai ci ha purtroppo abituato.

Un salutare pugno nello stomaco, perché una cosa è leggere frettolosamente un titolo di giornale che ti comunica, mentre bevi il caffé, che 450 bambini sono stati uccisi dagli attacchi in pochi giorni, un'altra è vederli, questi bambini. La spessa corteccia di indolenza e cinismo che tutto ci fa accettare, perché in fondo non succede a noi, o addirittura perché “mors tua vita mea” (pensiamo solo alla richiesta effettuata a Gheddafi di non farci arrivare più barconi di migranti: decida lui se decimarli a fucilate, torturarli, o farli morire di sete nel deserto) all'improvviso si squarcia, perché si mette in atto un processo di immedesimazione: quel bambino che vedi, e se è ancora in vita senti, potrebbe essere tuo figlio. Non è forse l'immedesimazione che crea la solidarietà, vera anima di ogni società democratica? Non è, per chi ci crede, il “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” uno dei principi fondanti del cristianesimo, che quando ci fa comodo siamo orgogliosi di sbandierare come nostra religione? E non è il documentare senza paura, l'essere testimoni diretti, sul campo, il vero, profondo valore del giornalismo?

Di quel reportage che valeva, da solo, l'intera trasmissione, si sono dette cose pazzesche. Che “strumentalizzava le emozioni” e che trasformava “il dramma in drammaturgia”. Ma andiamo avanti. Finito il filmato, si apre il dibattito. Ci sono in studio, oltre a Santoro e a Marco Travaglio, Lucia Annunziata, una scrittrice israeliana, un esperto di guerra, una giornalista palestinese che da molti anni vive in Italia, un giornalista di Al Jazira. Un parterre, come si vede, composito e sufficientemente equilibrato. Proprio all'Annunziata viene data per prima la parola. E ha il tempo di dire tutto quello che pensa: un contributo così lungo che a un certo punto sente quasi il bisogno di scusarsi (“sto per finire”). Dura per l'esattezza 5 minuti e 30 secondi, un'eternità per la televisione, e sarà il primo di ben tre interventi. Osserva tra l'altro, la giornalista ex-presidente della Rai, che «è molto difficile parlare come terzi, mi scuso se dipano l'emozione dalla razionalità, Israele dimostra di non saper far bene la guerra, non ci possiamo dividere dicendo chi ha torto e chi ha ragione...»

Il confronto si apre agli altri interlocutori, e poi si allarga a giovani palestinesi che vivono in Italia, attraverso un collegamento esterno con Corrado Formigli, ma ci sono anche giovani ebrei in studio, a cominciare da Tobia Zevi. Margherita Granbassi introduce una ragazza israeliana, che entra in vivace polemica con una palestinese. A questo punto Lucia Annunziata interviene per la seconda volta, per tre minuti: «Michele non sono d'accordo su come stai conducendo il dibattito, non si possono far parlare così due ragazze» e sostiene che dalla trasmissione dovrebbe venir fuori «un punto di vista italiano».

Un punto di vista italiano? Non hanno diritto a dire la loro dei giovani che vivono le loro reciproche cause, israeliana e palestinese, non per sentito dire, ma come stimmate su cui è impressa tutta la loro esistenza? E perché mai? E il punto di vista italiano, non viene forse arricchito da “nuovi italiani” come quei giovani? L'obiettivo di quella trasmissione non era fare la storia della questione palestinese a partire dal 1948, e la Annunziata aveva comunque avuto ampio spazio per esprimere il suo pensiero, attaccando, giustamente, i terroristi di Hamas e il loro rifiuto di riconoscere lo Stato di Israele. C'erano, è vero, più ragazzi palestinesi che ebrei. Ma a nessuno è stata tolta la parola. La proposta più bella e innovativa è venuta fra l'altro da una ragazza religiosamente meticcia, se così possiamo dire, in quanto figlia di padre palestinese e madre ebrea: ha proposto uno scambio di famiglie, per un'estate, fra ragazzi delle due diverse religioni.

Ma il bello deve ancora venire. Lucia Annunziata interviene per la terza volta: «Michele ti disturbo...Non mi piace come hai condotto finora la trasmissione al 99,9 per cento». Dunque, non salvava niente. Ma come può, ragiono io, un collega contestare professionalmente un altro, in diretta, davanti a milioni di persone? Un atteggiamento eticamente e deontologicamente sbagliato. Se voleva, glielo diceva dopo, a riflettori spenti. E se la ferita era così grave da non sanarsi, a mente fredda poteva chiedere a Giulio Anselmi, il direttore de “La Stampa” di cui Lucia è editorialista, di poter scrivere una riflessione sul tema.

Il conduttore ha fatto male a perdere le staffe. Ma attenzione, rivediamo la sua frase-chiave, quella che ha causato il plateale abbandono del posto da parte di Lucia Annunziata. «Sei venuta a fare l'ospite? E allora dì quello che pensi. Stai acquisendo dei meriti nei confronti di qualcuno? No, e allora fai il tuo lavoro e dì quello che vuoi». I giornali hanno riportato questa domanda, con successiva negazione e invito a parlare, come una gravissima offesa senza punti interrogativi, e non hanno tenuto conto di quella professionale che Santoro aveva ricevuto. Se l'avessi subita io, incassare mi sarebbe stato difficile, lo confesso. Il conduttore, in realtà, è uscito fuori dai gangheri soprattutto dopo che l'Annunziata se n'è andata, e ha commesso degli errori, mettendosi contro tutti.

E' una cronaca diversa, cari amici, da quella che avete letto su altri media e che ha fornito assist per interventi pro-Annunziata all'universo mondo, dall'ambasciatore israeliano a Pippo Baudo. Magari anche io, per dare il succo, avrò forzato alcuni passaggi. Ma la democrazia di Internet sta nel fatto che potete rivedervi la trasmissione e giudicare con la vostra testa. Un'ultima cosa. Quello stesso giovedì 15 gennaio, all'ora di pranzo, ero in macchina e sentivo alla radio, sul secondo programma Rai, Barbara Palombelli che aveva in studio due esperti, il professor Israeli e un altro. Entrambi di parte israeliana, senza contraddittorio. Uno dei due diceva che i bambini muoiono unicamente perché Hamas li usa come scudi umani, a protezione dei terroristi. Questa trasmissione, però, non ha fatto scandalo.

La sbobinatura della trasmissione la trovate qui http://www.annozero.rai.it/Contents/files/2009/1/trascizione_annozero_guerra_bambini.pdf

domenica, gennaio 25, 2009

A weekend not suitable for children

Attenti..



Un giorno vennero a prendere me...

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali
e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me
e non c'era rimasto nessuno a protestare.

(Bertold Brecht)

...attenti....

Stupri



SASSARI - Silvio Berlusconi torna con una frase shock sulla necessità di dispiegare i militari sul territorio nazionale per difendere l'ordine pubblico: "Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane, credo che non ce la faremmo mai...".

sabato, gennaio 24, 2009

Par condicio calcistica: Milan



Ore 7.00: Maldini viene svegliato da Galliani, Senderos si è fatto male dormendo, gli viene rinnovato il contratto per un altro anno.
Ore 8.00: Per la colazione Milanlab prepara delle super dentiere per i giocatori.
Ore 9.00: Beckham ha un servizio fotografico per Armani.
Ore 10.00: Ancelotti porta Gattuso, con la museruola, a fare i bisognini.
ore 10.30 tutti i giocatori, lo staff, e la dirigenza si recano nella chiesetta adiacente a milanello per ascoltare Kakà dire la messa.
Ore 11.00: Inizia l'allenamento, si fa male Nesta, Galliani chiama Maldini e gli rinnova il contratto per un altro anno.
Ore 12.00: Beckham ha un servizio fotografico per D&G.
0re 12.30 durante l'allenamento a Gattuso sfugge una bestemmia...Kakà si illumina gli spunta un aureola sulla testa ed esclama: PADRE PERDONALO PERCHè NON SA QUELLO CHE FA...
Ore 13.30: Pato non mangia le verdure e Ancelotti lo punisce togliendogli i cartoni animati.
ore 14.00 pato arriva intristito all'allenamento perchè goku ancora non riesce ad uccidere Magin bu..nonno Maldini cerca di fargli forza..
Ore 15.00: Gattuso mangia gli ossi avanzati dal pranzo e scodinzola.
Ore 16.00: Beckham ha un servizio fotografico per Versace.
ore 16.30 l'altoparlante di milanello esclama:MALDINI, BECHKAM, EMERSON, KALADZE, SHEVA, PIPPO, AMBROSINI, SEEDORF....tutti in infermeria per il cambio del catetere...
Ore 17.00: nella corsetta si fa male Kaladze, Galliani chiama Maldini e gli rinnova il contratto per un altro anno ancora.
Ore 18.00: Dida viene colpito da una foglia e stramazza al suolo.
Ore 18.30: inito l'allenamento, appena usciti dalla doccia con i capelli bagnati e fumanti si incrociano gli sguardi di ZAMBROTTA, BECHKAM,KAKA,MALDINI E DINHO....accecati dalla loro bellezza vengono travolti da uno stato di trance e si metono ad intonare con annesso balletto....BACK STREET BACK....che dive....
Ore 19.00: Beckham si fa delle foto.
Ore 20.00: Sheva fa training autogeno per convincersi di saper ancora giocare a calcio.
Ore 23.00: Dinho va al theClub, Poi al toqueville, poi all'hollywood.
Ore 24.00: Maldini viene chiamato da Galliani, s'è fatto male Thiago Silva.
Ore 1.00: Kaka sveglia l’intero albergo chiedendo soccorso immediato: Pellegatti in mutande e giarrettiera si è infilato nel suo letto implorandolo di rinunciare alla castità.

Pensiero stupendo?

Pensiero debolissimo

dall'espressonline
di Marco Damilano e Denise Pardo
Ferrara in declino. Pera fatto fuori. In ribasso i crociati alla Socci e Allam. Il centrodestra si scopre a corto di ideologi e miti. E prova a pescare a sinistra Giuliano FerraraFosse stato scritto da un intellettuale di sinistra che bombarda il suo campo, l'effetto sarebbe stato deflagrante: dibattiti, invettive, scomuniche, anatemi, processi per alto tradimento. Scritto da un pensatore-polemista (di talento e di destra) come Pietrangelo Buttafuoco, 'Cabaret Voltaire', una sorta di 'Versetti satanici' all'incontrario, un j'accuse contro la destra italiana priva di identità e senza 'attributi', prona al cospetto del dio Occidente, con la tesi scandalosa che a resistere possano essere solo le culture religiose con il senso del sacro, Islam in testa, ha messo sì il dito nella dolente piaga. Ma i concetti espressi, al limite del paradossale, e l'impietosa fotografia delle radici e del futuro hanno toccato questioni così sensibili da essere irrisolte e suscitato così tanto fastidio da render necessario il silenziatore. Recensioni dovute, paginate riempite, elogi e lodi, ma il guanto della sfida interna e domestica rifiutato. Anzi, rispedito al mittente.

Troppo esplosivo affrontare il cuore della questione: l'identità e le idee della destra, alla vigilia del grande parto: la nascita del partito unico dei moderati (si fa per dire) e dei conservatori. Troppo pesante il tema. Troppo leggero il carrello delle risposte. Né Friedrich Nietzsche, né Giovanni Gentile e tanto meno Luigi Einaudi. Meglio 'Farefuturo', la fondazione di Gianfranco Fini, che pensare presente. Meglio "coltivare non piccoli progetti, ma grandi ambizioni" come sostiene beatamente uno dei 'pensatori' della destra, il maestro Sandro Bondi che in effetti l'ardua scalata l'ha azzeccata, arrampicandosi da segretario di Berlusconi alla vetta di ministro della Cultura.

Perché alla fine, il problema è la casa. Anche per quelli della Pdl stravittoriosi. E sì che adesso hanno in mano tutto, il governo, il potere, il consenso. E il ben di Dio che ne consegue: la Rai, le case editrici, il cinema, gli enti lirici, gli assessorati alla Cultura. E perfino il sommo ministero, quello che fu di Giovanni Spadolini e di Alberto Ronchey. Con tutto questo po' po' di roba, manca ancora il tetto. O almeno neanche una pietra dove poggiare il capo, tanto per citare il Vangelo. Una disperazione. Sono di destra e questo è sicuro. Si dicono intellettuali. E va bene. Peccato che manchi il pensiero. Se ne è reso conto persino 'il Giornale' della famiglia Berlusconi che ha lanciato il sasso nello stagno. Sette giorni a tutta pagina, titoli e proclami "per farla finita" una volta per tutte con i piagnistei sulla destra culturale che non c'è. E a rispondere alla provocazione vecchi guru e nouveaux philosophes, da Gianni Baget Bozzo al politologo in ascesa Alessandro Campi, il Raymond Aron di Fini. Per tirare una sudata conclusione: "A destra c'è disinteresse se non disprezzo verso l'elaborazione culturale, ritenuta un freno, uno spreco di tempo, un inutile lusso sulla strada delle decisioni", ha chiuso sconsolato Stenio Solinas, libero battitore nel mare magnum del Popolo delle libertà.


Un dibattito random di quelli che piacerebbero a sinistra. Un tormentone tafazziano che dilanierebbe piacevolmente gli uomini e le donne del Pd. E che invece non pare affatto esacerbare gli animi dei brain trust della destra. Anche se alla vigilia della nascita del nuovo grande contenitore di Forza Italia e Alleanza nazionale, la questione dovrebbe diventare vitale. Che casa è quella del Popolo delle libertà? Più che una casa, sarebbe meglio definirla una fondazione visto il proliferare di think tank, pensatoi e fabbriche di convegni in un magma indistinto di liberismo e post fascismo: lo specchio del nuovo partito. In principio, c'era la Fondazione Magna Charta creata da Marcello Pera, l'ex presidente del Senato "uno dei punti più alti della riflessione culturale in Occidente" ha certificato Bondi. Talmente alto che, appena persa la presidenza di Palazzo Madama, il forzista Pera è stato fatto fuori dal suo Bruto, Gaetano Quagliariello, ora fidatissimo proprio di Bondi e in ansiosa attesa di emularlo al governo.

Renato BrunettaPoi è arrivato Fini che ha tagliato il nastro di 'Farefuturo', affidato a Campi e a Angelo Mellone, il nuovo intellettuale di destra, categoria 'giovani'. E che dire di Novarespublica e Free di Renato Brunetta e dei giornali e delle riviste che abbracciano tutte le sfaccettature del nuovo soggetto politico: 'Ideazione' di Domenico Menniti; 'L'ircocervo'di Fabrizio Cicchitto; ' Il Domenicale' di Marcello Dell'Utri; e 'L'occidentale' di Giancarlo Loquenzi? Nulla. Testate fantasiose, d'accordo. Vanità dei direttori-pensatori più che accontentata. Ma messi tutti insieme, non smuovono una piuma. In questo cosmo, poteva mai mancare l'impronta del Cavaliere? No. Infatti per non smentire la sua solita grandeur proclama la partenza di, niente po' po' di meno, che l'Università Internazionale del Pensiero Liberale. Un'Ena, la famosa école francese, alla cassoeula per formare la classe dirigente del futuro, sede in Brianza e parterre di docenti che, a parole, si arricchisce di settimana in settimana: come minimo Gorbaciov, Blair, Clinton, Putin e George W. E sicuramente dopo il 20 gennaio, spenderà anche il nome di Obama. È vero che della faraonica impresa parla da almeno due anni ma è anche vero che a tutt'oggi la campanella di inizio lezioni non ha mai suonato. In compenso, quello che doveva essere il magnifico rettore cioè Ferdinando Adornato, nel frattempo ha ri-cambiato casacca ed è passato da Tocqueville a Ratzinger. Anzi, da Berlusconi a Lorenzo Cesa. Ma il futuro del pensiero liberale è legato al destino delle giravolte di viale Mazzini. Né Giuliano Urbani, né Angelo Maria Petroni, consiglieri d'amministrazione Rai, finora sono stati liberi di vivere la nuova, esaltante impresa di formare i futuri piccoli Schifani di domani.

Il problema è che sono solo poltrone. Poltrone prive di qualunque influenza, incapaci di lasciar alcun segno. E che la vecchia identità non esiste più: né quella nazionale e sociale partita dalla marcia su Roma e arrivata fino a Giorgio Almirante. Né quella liberale che in Forza Italia è sempre stata minoritaria. E nemmeno quella cattolica che negli ultimi anni sembrava aver conquistato l'egemonia: in netto ribasso le quotazioni dei ciellini all'Antonio Socci lo 'strano cristiano' e alla Renato Farina, l'agente Betulla, esclusi dal governo e senza più voce in capitolo nei dibattiti culturali. Fuori corso i crociati, i custodi della sacre radici cristiane forgiati sui testi di Oriana Fallaci: Magdi Allam, da quando è diventato Cristiano, è sparito dalle prime pagine e dai talk-show e medita una listarella personale per le europee.

Stesso destino per Marcello Pera: il suo volumetto 'Perché dobbiamo dirci cristiani' poteva vantare la prefazione nientemeno che del papa, ma nessuno, o quasi, se l'è filato. Infine, travolto dall'imbarazzante débâcle elettorale della lista sull'aborto, è stata sancita la fine del vero mito culturale riconosciuto da tutti, anche a sinistra, invidiato e temuto, quello del 'Foglio' di Giuliano Ferrara (destinatario non a caso del libro di Buttafuoco), forse l'unica casa abitabile dagli intellettuali prodotti dalla destra negli ultimi 15 anni. E anche la materializzazione dell'idea che una élite pensante potesse guidare con le sue battaglie culturali il corpaccione amorfo e allo sbando del centrodestra. Come se non bastasse sono arrivati anche il ciclone Obama e la crisi economica a spazzare via le residue certezze ideologiche della destra: i dogmi dei neo con e dell'iper-liberismo.

Sandro BondiFinita quell'ambizione cosa resta? Resta la ricerca di una legittimazione, andando a pescare alla rinfusa nei miti della sinistra, come fa ogni settimana il 'Secolo d'Italia' di Luciano Lanna, a caccia di icone come Che Guevara, Vasco Rossi e Nanni Moretti, da riabilitare come punti di riferimento anche per i post-fascisti. "La destra non è altro che la sinistra al culmine della sua fase senile" scrive Buttafuoco. Una sorta di veltronismo di destra, predicato non a caso dall'ideologo del successore al Campidoglio del leader Pd, quell'Umberto Croppi, assessore alla Cultura di Roma, ora impegnato nella mostra sul futurismo con la partecipazione straordinaria di Renato Nicolini. Restano i voli intellettuali di Giulio Tremonti, autore secondo molti dell'unico, vero manifesto ideologico della nuova destra italiana, con la riscoperta dell'immortale triade Dio-patria-famiglia. E il fulminante giudizio di chi ha scritto 'Cabaret Voltaire': "Quando sento il siciliano Ignazio La Russa invocare una messa riparatoria per la preghiera islamica in piazza Duomo mi torna in mente Irene Pivetti con i suoi rosari dopo l'edificazione della moschea di Roma. Una posizione caricaturale. Attenzione, Ignazio: se la cicogna avesse allungato di qualche chilometro ti saresti ritrovato abitante del Maghreb". Ma per Buttafuoco quel che resta è "soprattutto la cieca obbedienza al modello marines di politici interamente sposati alla causa del liberal-capitalismo, in coda per essere ricevuti all'ambasciata americana". Ora, però, dopo la vittoria di Obama, rischiano di non essere ricevuti neppure lì.

Arguing with myself

venerdì, gennaio 23, 2009

Incubi



Quell'incubo chiamato Tonino
da l'espreonline

di Marco Travaglio

A casa Berlusconi sono terrorizzati da Di Pietro. È bastato che toccasse il 15 per cento in Abruzzo perché “Il Giornale” scatenasse una campagna forsennata per gabellarlo come l'epicentro dell'inchiesta “Global Service” a Napoli A casa Berlusconi devono essere terrorizzati da Di Pietro. È bastato che toccasse il 15 per cento in Abruzzo e collezionasse un milione di firme contro la legge Alfano, perché ?Il Giornale? di famiglia diretto da Mario Giordano scatenasse una campagna forsennata per gabellarlo come l'epicentro dell'inchiesta ?Global Service? a Napoli. Peccato che, a parte un paio di sciagurate raccomandazioni tentate dal figlio Cristiano, l'ex pm sia del tutto estraneo all'indagine, che coinvolge invece gente del Pd e del Pdl. Dal 19 dicembre all'11 gennaio ?Il Giornale? gli ha dedicato titoloni in 17 prime pagine su 21, mentre in Italia e nel mondo accadeva di tutto. Fior da fiore, fra i titoli più succulenti: ? Tutti gli intrallazzi del clan Di Pietro?; ?Gasparri: Di Pietro coniglio?; ?Rivolta dei fan di Di Pietro?; ?Di Pietro jr. si dimette, ora tocca a Tonino?; ?Bondi: non vorrei mai mio figlio in politica?; ?Di Pietro, il giallo dei rimborsi elettorali?; ?Di Pietro nei guai vuol depistare e sforna referendum?; ?La verità sulle case di Di Pietro?.

Come se i presunti ?intrallazzi? su rimborsi e immobili non fossero già stati archiviati dal Gip di Roma il 14 marzo 2008. ?Il Giornale? anzi scrive il contrario: «La Procura decise di rinviare a giudizio anche la tesoriera di Idv, Silvana Mura», più Di Pietro. Invece la Procura chiese di archiviarlo, mentre la Mura non fu nemmeno indagata. In fatto di case, poi, gli editori di nome e di fatto dovrebbero suggerire al ?Giornale? un pizzico di prudenza. Paolo Berlusconi confessò proprio a Di Pietro le stecche pagate alla Cariplo per rifilarle tre immobili Edilnord invenduti (alla fine fu ritenuto concusso). E sulle magioni di Silvio c'è materia per una Treccani. La villa di Arcore soffiata a prezzi stracciati a un'orfana minorenne, per giunta assistita da Previti. Il falso in bilancio amnistiato per i terreni di Macherio. Gli abusi edilizi a Villa Certosa, sanati dal condono varato dal padrone di casa. Eppoi questa campagna ne ricorda un'altra, sferrata nel 1995-97 sempre dal ?Giornale?, allora diretto da un maggiorenne, Vittorio Feltri. Di Pietro minacciava di entrare in politica con un partito tutto suo, dopo aver respinto le offerte di destra e sinistra.

Il 23 dicembre '95 l'house organ sparò in prima pagina un'intervista al faccendiere craxiano latitante Maurizio Raggio: ? Dal Messico gravi accuse a Di Pietro. Raggio: Pacini Battaglia diede una valigetta con 5 miliardi a Lucibello per Di Pietro?. E così per due anni: corrotto, concussore, venduto. Nel '97, subissato di cause perse in partenza, Paolo risarcì l'ex pm con 400 milioni di lire. Feltri si scusò in prima pagina: ?Caro Tonino, ti stimavo e non ho cambiato idea?. In seconda e terza pagina un lungo autodafè (?Dissolto il grande mistero: non c'è il tesoro di Di Pietro?) informava i lettori che «Di Pietro è immacolato», la campagna del ?Giornale? era una «bufala», una «ciofeca». E la nota ? provvista? miliardaria? Mai esistita. Ma ormai l'immagine del simbolo di Mani Pulite era devastata. Infatti ora si replica.

Una famiglia senza pace




Il papà di Tommy come Eluana «Mi disse: non voglio vivere così»
La moglie Paola: «No all'accanimento, mi opporrei a una rianimazione»

Il padre di Tommy colto da infarto (12 agosto 2008)
Omicidio Tommy, ergastolo ad Alessi e 30 anni ad Antonella Conserva (28 maggio 2008)

Tommy, il bimbo rapito e ucciso a Casalbaroncolo (Ansa)«Sono contro l'accanimento terapeutico. Se a Paolo dovesse succedere qualcosa, se dovesse essere necessario rianimarlo o prendere nuovi farmaci, direi no, lasciatelo andare ».
Paolo Onofri come Eluana. Lo ammette a malincuore la moglie Paola. Il suo cuore batte, ma lui non lo sa. Gli occhi azzurri spalancati, lo sguardo fisso nel nulla. Da mesi la vita del papà del piccolo Tommy, il bimbo rapito e ucciso la sera del 2 marzo 2006, è tutta in un letto d'ospedale nel centro di riabilitazione «Cardinal Ferrari» di Fontanellato (Parma). Per il momento. Nel futuro ci sarà una struttura diversa, di sicuro non la cascina di Casalbaroncolo, il casale ristrutturato dove una sera di nebbia il figlioletto di 17 mesi, ammalato di epilessia, venne strappato dal seggiolone da due sequestratori improvvisati. L'incubo peggiore della sua vita, oggi, forse, neppure un vago ricordo. Perché Paolo è in stato vegetativo da quasi sei mesi. Se pensa o ragiona, se abbia o meno coscienza, non c'è alcuna certezza.

Colpa di un infarto, l'11 agosto scorso. Il cuore si ferma, il sangue non circola, il cervello resta privo di ossigeno. Quaranta minuti di buio. Poi il muscolo ricomincia a pompare. Ma per Onofri è il tramonto della coscienza, il sipario che cala su un destino beffardo.

Paolo come Eluana. La sorte non smette di sbalordire. E Paola lo sa: «Sono tre anni di massacro, ma dopo la fine che ha fatto mio figlio, forse, nulla più mi spaventa». Una vita a metà, senza più Tommy, senza più Paolo. «Vado a trovarlo, ma nulla è più come prima. I medici me l'hanno detto, sarà difficile che possa riprendersi». Le condizioni cliniche sono stazionarie: Paolo non è più attaccato alle macchine, respira da solo, mangia attraverso un sondino allo stomaco. Ma dove sia finita la sua mente, resta un mistero. E i dubbi non finiscono mai. «Prima che accadesse a me, ho sempre seguito la storia di Eluana, sono sempre stata dalla parte del padre Beppino. Ma ora che sono nelle sue condizioni, è difficile decidere».


Paolo Onofri con la moglie (Ap)Una questione non nuova, quella del «fine vita», che Paolo Onofri aveva affrontato. «Con mio marito ne avevo parlato, lui mi ha sempre detto che non avrebbe mai voluto vivere dipendendo completamente da altri. Ma adesso che si trova in queste condizioni, sinceramente non saprei cosa fare». Di fatto la speranza non manca: «I medici dicono che miglioramenti non ne ha avuti, che Paolo potrebbe restare così per tutta la vita. Ma chi ce l'ha la certezza? A me pare, a volte, di vedere una sua reazione, di sentire che dica qualcosa. È capitato quando sono andata a trovarlo con Sebastiano. Per questo voglio aspettare, chissà che non succeda qualcosa».

Speranza sì, ma mai ostinazione: «Ne ho parlato anche con la sorella di Paolo. Per quanto possa augurarmi che vada tutto per il meglio, una cosa è certa: se lui dovesse stare male, vorrei solo che lo lasciassero stare». Resta il pensiero di Tommy: «Il mio bambino mi sta aiutando, è lui che mi dà tanta forza. Forse non tutto succede per caso».

Grazia Maria Mottola

giovedì, gennaio 22, 2009

Giocare sporco



Quando un Primo Ministro fa smaccatamente campagna elettorale contro quello che potrebbe diventare il vero leader dell'opposizione di centrosinistra, qualcosa si è definitivamente rotto nell'equilibrio dei poteri di un Paese.

Franco Bechis per "Italia Oggi"

A meno di un mese dalle elezioni per il rinnovo del consiglio regionale sardo e la scelta del nuovo presidente, Silvio Berlusconi si è inventato un nuovo aiutino per la popolazione locale. Dopo avere intimato all'Eni di richiamare al lavoro dal primo febbraio i dipendenti del polo chimico di Porto Torres e dintorni, ieri sera in senato è approdato a firma del governo un emendamento al decreto milleproroghe destinato a fare tirare un sospiro di sollievo ad allevatori e agricoltori dell'isola. Saranno sospesi infatti anche con effetto retroattivo fino al 31 luglio prossimo i pignoramenti e le riscossioni nei loro confronti promossi dalle banche creditrici che avevano fornito credito agevolato.

Certo la pausa per i pignoramenti non è una gran novità. Da anni leggi finanziarie e decreti milleproroghe hanno graziato pastori e contadini sardi per un problema che è nato più di venti anni fa. Nel 1988 si concesse (chissà se a qualche vigilia elettorale) con legge regionale del credito agevolato per le loro attività. Solo che con l'andare degli anni l'agevolazione non è stata più tale, grazie alle oscillazioni dei tassi di interesse.

Le rate si sono fatte più pesanti, fino a rendere impossibile il pagamento per molti di loro. I governi di volta in volta si sono fatti carico delle difficoltà di chi pagava mutui, ma non di quelli come allevatori e agricoltori sardi che dovevano restituire il cosiddetto credito agevolato alle banche. Nell'attesa di sciogliere la questione con un intervento normativo che mai si è fatto, nessuno ha trovato qualcosa di meglio del rinvio per legge del loro pagamento, impedendo riscossione forzata e pignoramenti.

Rinvia oggi, rinvia domani, si è arrivati alla legge finanziaria 2008, firmata da Romano Prodi. Lì' si è concesso l'ultimo rinvio, al 31 luglio 2008. Poi fine del periodo di grazia. Qualcuno avrà pure bussato alla porta del governo Berlusconi per ricordare il problemino. D'altra parte ci sono parlamentari sardi nell'uno e nell'altro schieramento. Ma nessuno ha sentito. Sulle prime le banche, che avevano altri guai, ed erano convinte dell'imminente varo della consueta proroga, non se ne sono curate.

Poi a qualcuna sono venuti in mente quei crediti tornati esigibili. E sono scattati i primi pignoramenti. Così, in piena campagna elettorale e con il premier che fa della Sardegna il suo personale Ohio contro il pericolo Renato Soru, ecco spuntare la proroga attesa da 6 mila sardi. La proroga di Silvio, il buon pastore...

Il perfido Bocca



D'accordo Bocca ci va giù duro, ma sono incredibili i commenti su Dagospia. Non si critica il merito o il contenuto. Si critica semplicemente qualcuno che osi dire qualcosa fuori del coro. In più si annovera Striscia la notizia nel VERO GIORNALISMO. Diciamocelo. È un paese da barzelletta.

DIETRO IL GOSSIP DEI GIORNALI C'È LA VOCE DEL PADRONE
Giorgio Bocca per il "Venerdì di Repubblica"

Si susseguono alla televisione pubblica privata, le trasmissioni su quella che in tempo veniva chiamata la yellow press, la stampa scandalistica, e la buona società fa a gara nel festeggiare il giornalismo di gossip mondano, tra cronaca e pornografia, tra pettegolezzo e corruzione.

Il mio amico Gad Lerner ha diretto un dibattito sulla vanità, un modo come un altro per occuparsi dei ricchi e potenti, dei loro piaceri e dei loro vizi. Il finanziere Francesco Micheli ha riunito in una festa la crème della società civile milanese, ospite d'onore il giornalista che ha inventato il notiziario della volgarità e della mediocrità della nuova classe dirigente, e il direttore del "Corriere della Sera", magno organo della borghesia moderata italiana, ha voluto confidare ai suoi lettori che questo tipo di informazione è il più adatto a far capire a che punto è la società italiana.

Solo il giurista Cordero e il Filosofo Vattimo hanno avuto il coraggio di ricordare che con il trionfo del «cafonal» e le cronache della corte berlusconiana il Paese Italia è al quarantesimo posto, e magari più in basso, nella classifica di tutto ciò che definisce la civiltà di un popolo.

Detto altrimenti: sono la satira, la pornografia, la delinquenza, la corruzione a sommergere ogni traccia di educazione civica, ogni tentativo di costume onesto e virtuoso? È utile, giusto, occuparsi quasi esclusivamente dei vizi della classe dirigente? Abbiamo l'impressione che, con la scusa di superare i tabù e le ipocrisie del passato, si riempiano libri, giornali, televisioni del peggio che sappia produrre non solo la vanità di cui si è occupato Lerner, ma l'avidità, l'egoismo, la cecità di un'umanità vicina, si direbbe, all'autodistruzione.

Gli inventori, i gestori di questo nuovo tipo d'informazione si sono autocelebrati in pubblico, presentando come coraggioso un giornalismo che è solo servile, il nuovo giornalismo di corte, dove il re padrone ti regala le sue esclusive in cambio dell'adorazione ventre a terra, dei silenzi e degli applausi da cortigiani.

Come è stata breve l'illusione di chi pensava che il bagno di sangue della guerra mondiale, la ferocia delle dittature, l'uso perverso delle ideologie, il male visto a occhi aperti in tutta la sua stupidità aprissero finalmente l'era della ragione e di una morale condivisa. L'illusione è durata pochi decenni, le ideologie perverse sono state sostituite dalle avidità irragionevoli, i servi e gli adulatori dei potenti sono ammirati e festeggiati.

Dio? Un geometra



Ecco l'attacco della Gazzetta dello Sport di oggi

"Adriano ha parlato a lungo col cielo dopo il gol. Il popolo interista si augura che abbia promesso di non tornare più indietro. Il brasiliano a tratti imperiale ha trascinato l'Inter in semifinale di Coppa Italia".

Quando si dice essere poco prosaici.

Se Adriano è un creatore di giuoco. Un imperatore, Dio che cos'è? Un geometra?

mercoledì, gennaio 21, 2009

Berlusconi vince un processo

Fece causa a Berlusconi sul "contratto con gli italiani": perde e deve pagare 8 mila €
Andrea Casamassima accusava il premier di aver fatto a«Porta a Porta» dichiarazioni poi non rispettate
MILANO - «Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi nel "Contratto con gli italiani" non hanno valore contrattuale». Con questa motivazione il Tribunale civile di Milano ha dato torto a un cittadino che aveva citato in giudizio il premier per mancato mantenimento di promesse elettorali.
da Corriere.it

La singolare causa era stata avviata da Andrea Casamassima, che accusava Berlusconi di aver fatto dichiarazioni non rispettate nel corso della trasmissione «Porta a Porta» dell'8 maggio 2001. In quella occasione, Berlusconi aveva dato lettura del «Contratto con gli italiani», in cui si impegnava a non ripresentare la propria candidatura se al termine dei cinque anni di governo non fossero stati raggiunti i traguardi enunciati. Malgrado tali promesse non fossero state realizzate, Berlusconi sarebbe rimasto in lizza nelle successive elezioni politiche. Da qui una richiesta di risarcimento simbolico formulata nella misura di 5 mila euro. Richiesta però resopinta dalla prima sezione del Tribunale civile, secondo la quale - come detto - quelle dichiarazioni non potevano avere valore contrattuale. Per effetto di questa decisione, il promotore della causa è stato condannato a pagare 500 euro al presidente del Consiglio oltre alle spese di giudizio fissate in 7.551 euro.

Ma parla per te!

Esce al cinema (in "appena" 700 sale!!!) Italians, nuova vaccata del cinema italiano (in rete circolano già immagini quindi parlo con cognizione di causa). Solito mix di bonazze dell'est (ovviamente tutte un po' mignotte) e italiani caciaroni. Repubblica titola: Che brava gente questi "Italians". "Cialtroni sì, ma dal cuore d'oro..."

Ora io mi riferisco all'estensore del titolo (che spesso NON è il/la giornalista) ma perché non parli per te?

Song for Gaza

"Lo statista"



Fini si sente un grande statista. Lo crede solo lui, ma è già qualcosa. Fa una lezione sull'importanza del Parlamento all'universsità quando ormai il Parlamento è diventato solo un luogo dove si votano gli ordini di Berlusconi. Uno studente gli grida "fascista" a Fini (che non è che abbia un passato da Orsolino) è viene identificato. Gli studenti (d'accordo contrari alla visita, ma pur sempre cittadini italiani fino a prova contraria) non possono avvicinarsi. Fini che fino a pochi anni fa era giustizialista e chiedeva per tutti il diritto alla libera espressione. È sempre più forte l'impressione che il mondo giri al contrario.

Sapienza, studenti contestano Fini. E c'è anche chi urla: "Fascista"

"Ci fa ridere che Fini venga qui a fare una lezione sul Parlamento dal momento che proprio il Parlamento ci ha esautorato dal dialogo"

di Katia Ancona da Repubblica

"Vergogna, vergogna" e poi striscioni di condanna per "Il massacro di Gaza". Così il presidente della Camera Gianfranco Fini è stato accolto oggi all'Università di Roma La Sapienza, proprio davanti al Rettorato, dove si sono radunati alcune centinaia di studenti. Fini è alla Sapienza per inaugurare l'anno accademico del Master in Istituzione Europee e Storia Costituzionale. Un giovane ha urlato "fascista", ma è stato bloccato e identificato dagli agenti.

"Ci fa ridere che Fini venga qui a fare una lezione sul Parlamento dal momento che proprio il Parlamento ci ha esautorato dal dialogo" spiega Luca, studente dell'Onda mentre si allontana un attimo dalla scalinata del Rettorato dove è in corso la protesta. "Ridicolo da parte di una maggioranza che si è staccata da tutto e che vuole dismettere l'università pubblica".

Per gli studenti "è paradossale la situazione in cui ci troviamo, ci hanno impedito di sfilare pacificamente all'interno della città universitaria, di avvicinarci alla facoltà di Fisica per avvertire gli altri studenti di questa lezione, la polizia ha addirittura tirato fuori le transenne per farci stare alla larga".

E relativamente al ragazzo che avrebbe urlato "fascista" al presidente della Camera Luca dice: "Può essere, c'erano tante persone io personalmente non l'ho sentito".

I ragazzi hanno con sé alcuni striscioni: "Non abbiamo fiducia nelle vostre riforme, fini-tela!", "Basta tagli all'università", inoltre sono stati calati alcuni striscioni dalle pareti delle facoltà: "Criminale è chi vieta il dissenso".

Tra i cartelli anche un riferimento alle parole del sindaco Gianni Alemanno che nei giorni scorsi aveva detto che l'ateneo romano "è ostaggio di 300 criminali", i ragazzi replicano: "Voi quattro immuni, noi 300 criminali". Ma anche "Università senza con-Fini", "Fiducia, Fini non giustifica i mezzi", "Il vostro controllo non è sicurezza" e "No alla legge Fini sulle droghe": sono altri slogan su alcuni striscioni.

"Noi vogliamo anche ribadire la nostra contrarietà alla guerra in Medio Oriente - prosegue Luca - non ci sono giustificazioni al massacro dei civili palestinesi, e questa nostra contrarietà vogliamo farla sentire forte al presidente della Camera".

"Vogliamo dire 'vergogna' anche al Rettore Frati che la scorsa settimana aveva detto 'la democrazia è in pericolo', però oggi non ci ha fatto entrare.

Meravigliosa Inter


From the album: GIORNATA TIPO DELL'INTER
By Fabio Mazzuoli
ore 8.00: Mourinho si alza e dolcemente dice ti amo allo specchio.

ore 8.30: Adriano chiude la discoteca e va all’allenamento (di regola si addormenta mentre sta guidando).

ore 9.00: i giocatori arrivano al campo di allenamento. Muntari chiede a Materazzi se può aiutarlo con la
lingua visto che é l’unico italiano. Dopo cinque minuti lascia perdere, regala un dizionario a Materazzi e chiede a Javier Zanetti.

ore 10.00: chiama Mancini per sapere perché questo mese non gli é stato accreditato lo stipendio, visto che deve pagare l’estetista. Risponde Mourinho e Mancini riattacca subito e telefona sul cellulare a Moratti piangendo: “Mi hai detto che con quello era finita!!!”.

ore 10.10: Quaresma prova la trivela. Tre piccioni morti.

ore 10.20: un tifoso boy scout aiuta Figo ad attraversare la strada ed a raggiungere l’allenamento.

ore 10.30: Mourinho prova lo schema “palla ad Ibrahimovic e che Dio ce la mandi buona”.

ore 11.00: Quaresma riprova la trivela. Grave infortunio di un operaio che lavorava su un impalcatura lì vicino.

ore 14.00: Cordoba, Samuel e Materazzi organizzano un simpatico mattatoio a metà campo coi ragazzi della primavera e successivamente presentano il loro nuovo libro, scritto a più mani con alcuni extracomunitari clandestini, dal titolo “Tanto comunque vada non ci potete espellere”.

ore 15.00: Mourinho si invia una lettera d’amore.

ore 15.30: Quaresma riririprova la trivela. Colpito il catetere di Figo.

ore 16.00: Mourinho prova lo schema “Ibra pensaci tu”.

ore 17.00: Burdisso con uno stop a seguire segna all’incrocio opposto.

ore 17.15: Quaresma ririririprova la trivela. Mourinho gli fa notare che sono finiti i palloni, che non possono recuperarli sempre a Malpensa e che ha leggermente rotto i marroni.

ore 18.00: arriva Adriano e chiede a che ora si mangia.

ore 18.15: Mourinho interroga i giocatori. Alla domanda: “Allora ragazzi avete capito cosa dovete fare?”, tutti in coro “Diamo la palla ad Ibra”. Tutti tranne Materazzi che risponde “presente”.

ore 18.30: i giocatori tornano alle rispettive case, Adriano torna all’Hollywood, Figo all’ospizio.

ore 22.00: Mourinho fa ripetutamente l’amore con sé stesso ed alla fine si dice “Sei stato magnifico come sempre”.

ore 24.00: a letto, non visto da nessuno, quasi in silenzio, Quaresma fa una trivela

martedì, gennaio 20, 2009

Onorevole stia zitto!




La ex showgirl Gabriella Carlucci, un'altra che esprime con grande fermezza le sue idee. Meglio non dire che cosa pensi in realtâ di questa signora. È vecchia la storia dei comunisti cattivi e sanguinari. Solo una preghiera, che la Carlucci taccia.

(Apcom) - La disponibilità dichiarata dal governatore del Piemonte Bresso ad accogliere Eluana Englaro in una struttura pubblica della sua Regione per aiutarla a morire "è inammissibile e da biasimare senza se e senza ma", secondo la deputata del Pdl Gabriella Carlucci.

"Dopo Errani un altro Governatore di sinistra rende dichiarazioni irresponsabili, favorevoli ad una cultura della morte che non possiamo che respingere e contrastare", prosegue l'esponente di maggioranza in un comunicato. "Lo Stato non può contravvenire alle proprie leggi e rendersi complice di un vero e proprio omicidio. Nessuno dei nosocomi piemontesi inseriti nel servizio sanitario nazionale deve aderire all'appello del Governatore Bresso".

Habemus Black Papam




"Tomorrow, we will come together as one people on the same mall where Dr King's dream echoes still"

Mercedes Bresso




.... mi sembra persona seria....

Il Piemonte apre a Eluana. "Siamo pronti ad accoglierla"

Beppino Englaro: "Non poteva fare di più. Ha colto tutto il nostro dramma"


Merceds Bresso, presidente della Regione Piemonte
TORINO - Dopo tanti no, un sì. Il presidente del Piemonte Mercedes Bresso si è detta disposta ad accogliere Eluana in una struttura pubblica. "A noi non è stato chiesto niente e non ci offriamo, però se ci verrà richiesto, non ci saranno problemi. Ovviamente in strutture pubbliche - ha aggiunto Bresso - perché quelle private sono sotto scacco del ministro".

Il riferimento è alla disposizione di Maurizio Sacconi che ha vietato agli ospedali - per altro pubblici e privati convenzionati - di interrompere l'alimentazione alle persone in stato vegetativo. Un gesto di aperta sfida al ministro del Welfare quello di Mercedes Bresso, tanto più che il presidente della Regione metterebbe a disposizione un ospedale che farebbe pagare l'operazione di interruzione dell'alimentazione alle casse pubbliche.

"Credo che da un presidente di regione non ci si poteva aspettare di più", ha detto il padre di Eluana, Beppino Englaro. "Bresso ha colto perfettamente la natura del nostro dramma". Sono sette mesi che la Corte d'appello di Milano ha accolto la richiesta del padre di Eluana di interrompere il calvario della figlia in coma da 17 anni. E sette mesi che le cliniche interpellate dalla famiglia Englaro respingono tutte la richiesta di ricovero. L'ultima è stata la Regione Veneto, ma prima c'erano stati gli hospice dell'Emilia Romagna e prima ancora una clinica di Udine che ha rifiutato per timore che infrangere l'ordine del ministro la costringesse a chiudere per sempre la struttura e licenziare 300 dipendenti.

Controcorrente si fa avanti il presidente della Regione Piemonte che si dice pronta ad accogliere Eluana in un ospedale pubblico: "Lo avevo già detto", esordisce Mercedes Bresso a Bruxelles per incontrare il presidente della Commissione europea Josè Barroso. "Noi siamo per rispettare la legge. E' giusto essere preoccupati che non si arrivi ad uccidere le persone che non servono più. Ma in questo caso - ha sottolineato Bresso - c'è stato un lungo iter. C'è una decisione del Tribunale che ha valutato tutte le ragioni di questa situazione. Per cui se ci verrà chiesto, accoglieremo Eluana: per noi non ci sono problemi".

E che sarà mai?




Crisi, Berlusconi minimizza: "Pil a -2% non è un dramma"

ROMA - Silvio Berlusconi torna a spargere ottimismo sulla situazione economica. E definisce "non drammatica" la previsione per il 2009 che vede uil Pil a -2%.

"La crisi non è così drammatica come tutti vogliono pensare e il meno 2 per cento del Pil previsto significa che torneremo indietro di due anni e due anni fa non stavamo così male". E ancora: "Bisogna avere paura di avere troppa paura. Tutti dobbiamo dare un contributo affinché la crisi non sia così drammatica".

Il premier si sofferma anche sulla questione pensioni,
assicurando che non si cambierà il sistema, "perché non è che ogni due anni un governo può cambiarlo", ma confermando che ci sarà con ogni probabilità un intervento sull'età pensionabile per le donne: "L'Unione Europea ritiene che le donne in Italia siano discriminate perchè vanno in pensione 5 anni prima degli uomini. Credo che ci obbligherà a rivedere questa situazione. Noi ci impegneremo a fondo prossimamente".

Delle due l'una: o scherza oppure..... io propendo per l'oppure.

lunedì, gennaio 19, 2009

Videla ci fa un baffo



La giornalista, persino quella di Sky, deve cercare di apparire obiettiva, mentre scorrono le immagini degli uomini della scorta che ferocemente se la prendono coi manifestanti che osano solo alzare dei cartelli. Mentre un animale, il tizio che continua a prendere a calci un ragazzo che non si può difendere, viene passato e mostrato più volte. Benvenuti a Berlusconia.

Nella misura in cui...

Lucia Annunziaza da Santoro

Ganas de hablar

Giuliana Sgrena en San Sebastian. Cuando una periodista no conoce bien el tema y se deya llevar por las circumstancias. Pero porque no enterarse antes sobre el tema del debate? Otegi no es persona seria.

venerdì, gennaio 16, 2009

Doppio carpiato alla cieca



Questo articolo è splendido perché si tratta di un pezzo fatto da un ottimo giornalista. Quello che fa sorridere è che il Giornale del fratello del premier, il Giornale appunto, appena mesi fa faceva delle lunghissime pippe su quanto fosse fico Sarkozy, su quanto fosse brava la ex prima signora di Francia (Cecilia). Poi le corna transalpine, le sciocchezze di Sarkozy e le arie stupidaggini della Bruni. E quelli del Giornale si sono travati spiazzati. Quello che impressiona è il fatto che non facciano una piega e adesso critichino "le petit Nikolas". Ma questo resta un ottimo articolo.

Stenio Solinas per Il Giornale

Nella vicenda relativa allo squallido caso Battisti, squallido per il soggetto in sé e per l'escamotage con cui si cerca di nobilitarlo (un perseguitato per le sue idee, ma dai...), emerge il velleitarismo di un demi-monde che della vita ignora tutto, perso com'è nell'inseguire il proprio narcisismo.

Non ci sorprende, però, che dietro la mancata estradizione di un assassino cialtrone ci sia un pressing, come dire, matrimonial-istituzionale transalpino, ovvero la manina della prima signora di Francia, quella Carla Bruni a cui il cambio di nazionalità non ha intellettualmente giovato.

Per spiegare come Oltralpe si stia correndo a briglia sciolta verso il ridicolo, basterà un aneddoto. Ha raccontato il regista inglese dello special televisivo sulla Bruni trasmesso in Francia a Capodanno che, mentre stavano sistemando le luci per le riprese nel salotto di lei al Bois de Boulogne, è entrato lui, ovvero il presidente della Repubblica. «Hi, I'm Nick, nice to meet you», ha salutato. Poi si è chinato per baciare sul collo la dolce mogliettina.

«Puzzi di sigaretta» ha replicato lei, non si sa se in francese, in italiano, o in inglese, poi ha imbracciato la chitarra e ha interpretato L'amoureuse, con il suo solito broncio e la sua vocina da gattina. Il consorte è rimasto ad ascoltare appoggiato alla porta-finestra della sala, mani in tasca, sorriso a 58 denti... Dopo mezz'ora, infine, ha tolto il disturbo: «Ho un appuntamento con Barack Obama» ha fatto sapere.

Raramente in un breve scambio è condensata una così perfetta immagine di imbecillità domestica, fatta di giovanilismo fuori luogo e fuori tempo, punzecchiature da innamorati, piccoli deliri da prime donne, maschili e femminili, va da sé. L'idea che i francesi si ritrovino Carla Bruni come presidentessa ci ripaga in fondo della loro spocchia. Da noi il suo target sarebbe potuto essere Flavio Briatore, ci vogliamo rovinare, Oliviero Toscani...

Da loro è l'Eliseo. Si sentono l'ombelico del mondo e sono costretti tutti i giorni a sorbirsi uno con i Ray-Ban da motociclista della Polstrada e i tacchi da tappetto che arranca a fianco di una fasciata nei fuseaux, le sneakers ai piedi, la rucola anche nelle orecchie...
Erano abituati ai rossori della signora de Gaulle, al mandrillismo elegante di François Mitterrand e sono costretti a sopportare il rampantismo fanatico e volgare del primo cittadino, il rampantismo nudo e fintamente intellettuale della sua consorte.

Maestri di stile, sono lì ogni due per tre a fare i conti con aerei privati, motoscafi, gite a Eurodisney, gite alle Piramidi, gite sui dromedari, cene da Fouquet's, dichiarazioni estemporanee di suocere, cognate, generi... Un'apoteosi.

E che dire poi degli intellos, quella fauna variopinta e mal vestita che «piscia» - ci si perdoni l'espressione - un saggio o un romanzo ogni sei mesi, pontifica su tutto e non sa niente, si innamora di ogni idea che sia vendibile e alla moda? Ritrovarsi sorpassati a sinistra dal campione della destra economica, è già imbarazzante. Sapere che il tutto è dovuto al birignao e al ronron della sua sposina è ancora più farsesco.

E del resto il loro mondo è quello lì, l'ex terrorista, il finto scrittore, il vero assassino, l'ex modella, la finta cantante, il gauchiste convertito al liberismo, il liberista con il complesso di inferiorità, il caviale come companatico, il pubblicitario come paraninfo, la ministressa con il fratello mariuolo... In tutta la vicenda Battisti non c'è purtroppo un briciolo di umanità, di reale sofferenza, di difesa anche sbagliata dei diritti di una persona. C'è, più semplicemente, un mezzocalzettismo ideologico-politico, catafratto e autoreferenziale. Ah, la France...

giovedì, gennaio 15, 2009

Roma-Samp

venerdì, gennaio 09, 2009

The brink




How Israel brought Gaza to the brink of humanitarian catastrophe
Oxford professor of international relations Avi Shlaim served in the Israeli army and has never questioned the state's legitimacy. But its merciless assault on Gaza has led him to devastating conclusions

Avi Shlaim
from The Guardian, Wednesday 7 January 2009

The only way to make sense of Israel's senseless war in Gaza is through understanding the historical context. Establishing the state of Israel in May 1948 involved a monumental injustice to the Palestinians. British officials bitterly resented American partisanship on behalf of the infant state. On 2 June 1948, Sir John Troutbeck wrote to the foreign secretary, Ernest Bevin, that the Americans were responsible for the creation of a gangster state headed by "an utterly unscrupulous set of leaders". I used to think that this judgment was too harsh but Israel's vicious assault on the people of Gaza, and the Bush administration's complicity in this assault, have reopened the question.

I write as someone who served loyally in the Israeli army in the mid-1960s and who has never questioned the legitimacy of the state of Israel within its pre-1967 borders. What I utterly reject is the Zionist colonial project beyond the Green Line. The Israeli occupation of the West Bank and the Gaza Strip in the aftermath of the June 1967 war had very little to do with security and everything to do with territorial expansionism. The aim was to establish Greater Israel through permanent political, economic and military control over the Palestinian territories. And the result has been one of the most prolonged and brutal military occupations of modern times.

Four decades of Israeli control did incalculable damage to the economy of the Gaza Strip. With a large population of 1948 refugees crammed into a tiny strip of land, with no infrastructure or natural resources, Gaza's prospects were never bright. Gaza, however, is not simply a case of economic under-development but a uniquely cruel case of deliberate de-development. To use the Biblical phrase, Israel turned the people of Gaza into the hewers of wood and the drawers of water, into a source of cheap labour and a captive market for Israeli goods. The development of local industry was actively impeded so as to make it impossible for the Palestinians to end their subordination to Israel and to establish the economic underpinnings essential for real political independence.

Gaza is a classic case of colonial exploitation in the post-colonial era. Jewish settlements in occupied territories are immoral, illegal and an insurmountable obstacle to peace. They are at once the instrument of exploitation and the symbol of the hated occupation. In Gaza, the Jewish settlers numbered only 8,000 in 2005 compared with 1.4 million local residents. Yet the settlers controlled 25% of the territory, 40% of the arable land and the lion's share of the scarce water resources. Cheek by jowl with these foreign intruders, the majority of the local population lived in abject poverty and unimaginable misery. Eighty per cent of them still subsist on less than $2 a day. The living conditions in the strip remain an affront to civilised values, a powerful precipitant to resistance and a fertile breeding ground for political extremism.

In August 2005 a Likud government headed by Ariel Sharon staged a unilateral Israeli pullout from Gaza, withdrawing all 8,000 settlers and destroying the houses and farms they had left behind. Hamas, the Islamic resistance movement, conducted an effective campaign to drive the Israelis out of Gaza. The withdrawal was a humiliation for the Israeli Defence Forces. To the world, Sharon presented the withdrawal from Gaza as a contribution to peace based on a two-state solution. But in the year after, another 12,000 Israelis settled on the West Bank, further reducing the scope for an independent Palestinian state. Land-grabbing and peace-making are simply incompatible. Israel had a choice and it chose land over peace.

The real purpose behind the move was to redraw unilaterally the borders of Greater Israel by incorporating the main settlement blocs on the West Bank to the state of Israel. Withdrawal from Gaza was thus not a prelude to a peace deal with the Palestinian Authority but a prelude to further Zionist expansion on the West Bank. It was a unilateral Israeli move undertaken in what was seen, mistakenly in my view, as an Israeli national interest. Anchored in a fundamental rejection of the Palestinian national identity, the withdrawal from Gaza was part of a long-term effort to deny the Palestinian people any independent political existence on their land.

Israel's settlers were withdrawn but Israeli soldiers continued to control all access to the Gaza Strip by land, sea and air. Gaza was converted overnight into an open-air prison. From this point on, the Israeli air force enjoyed unrestricted freedom to drop bombs, to make sonic booms by flying low and breaking the sound barrier, and to terrorise the hapless inhabitants of this prison.

Israel likes to portray itself as an island of democracy in a sea of authoritarianism. Yet Israel has never in its entire history done anything to promote democracy on the Arab side and has done a great deal to undermine it. Israel has a long history of secret collaboration with reactionary Arab regimes to suppress Palestinian nationalism. Despite all the handicaps, the Palestinian people succeeded in building the only genuine democracy in the Arab world with the possible exception of Lebanon. In January 2006, free and fair elections for the Legislative Council of the Palestinian Authority brought to power a Hamas-led government. Israel, however, refused to recognise the democratically elected government, claiming that Hamas is purely and simply a terrorist organisation.

America and the EU shamelessly joined Israel in ostracising and demonising the Hamas government and in trying to bring it down by withholding tax revenues and foreign aid. A surreal situation thus developed with a significant part of the international community imposing economic sanctions not against the occupier but against the occupied, not against the oppressor but against the oppressed.

As so often in the tragic history of Palestine, the victims were blamed for their own misfortunes. Israel's propaganda machine persistently purveyed the notion that the Palestinians are terrorists, that they reject coexistence with the Jewish state, that their nationalism is little more than antisemitism, that Hamas is just a bunch of religious fanatics and that Islam is incompatible with democracy. But the simple truth is that the Palestinian people are a normal people with normal aspirations. They are no better but they are no worse than any other national group. What they aspire to, above all, is a piece of land to call their own on which to live in freedom and dignity.

Like other radical movements, Hamas began to moderate its political programme following its rise to power. From the ideological rejectionism of its charter, it began to move towards pragmatic accommodation of a two-state solution. In March 2007, Hamas and Fatah formed a national unity government that was ready to negotiate a long-term ceasefire with Israel. Israel, however, refused to negotiate with a government that included Hamas.

It continued to play the old game of divide and rule between rival Palestinian factions. In the late 1980s, Israel had supported the nascent Hamas in order to weaken Fatah, the secular nationalist movement led by Yasser Arafat. Now Israel began to encourage the corrupt and pliant Fatah leaders to overthrow their religious political rivals and recapture power. Aggressive American neoconservatives participated in the sinister plot to instigate a Palestinian civil war. Their meddling was a major factor in the collapse of the national unity government and in driving Hamas to seize power in Gaza in June 2007 to pre-empt a Fatah coup.

The war unleashed by Israel on Gaza on 27 December was the culmination of a series of clashes and confrontations with the Hamas government. In a broader sense, however, it is a war between Israel and the Palestinian people, because the people had elected the party to power. The declared aim of the war is to weaken Hamas and to intensify the pressure until its leaders agree to a new ceasefire on Israel's terms. The undeclared aim is to ensure that the Palestinians in Gaza are seen by the world simply as a humanitarian problem and thus to derail their struggle for independence and statehood.

The timing of the war was determined by political expediency. A general election is scheduled for 10 February and, in the lead-up to the election, all the main contenders are looking for an opportunity to prove their toughness. The army top brass had been champing at the bit to deliver a crushing blow to Hamas in order to remove the stain left on their reputation by the failure of the war against Hezbollah in Lebanon in July 2006. Israel's cynical leaders could also count on apathy and impotence of the pro-western Arab regimes and on blind support from President Bush in the twilight of his term in the White House. Bush readily obliged by putting all the blame for the crisis on Hamas, vetoing proposals at the UN Security Council for an immediate ceasefire and issuing Israel with a free pass to mount a ground invasion of Gaza.

As always, mighty Israel claims to be the victim of Palestinian aggression but the sheer asymmetry of power between the two sides leaves little room for doubt as to who is the real victim. This is indeed a conflict between David and Goliath but the Biblical image has been inverted - a small and defenceless Palestinian David faces a heavily armed, merciless and overbearing Israeli Goliath. The resort to brute military force is accompanied, as always, by the shrill rhetoric of victimhood and a farrago of self-pity overlaid with self-righteousness. In Hebrew this is known as the syndrome of bokhim ve-yorim, "crying and shooting".

To be sure, Hamas is not an entirely innocent party in this conflict. Denied the fruit of its electoral victory and confronted with an unscrupulous adversary, it has resorted to the weapon of the weak - terror. Militants from Hamas and Islamic Jihad kept launching Qassam rocket attacks against Israeli settlements near the border with Gaza until Egypt brokered a six-month ceasefire last June. The damage caused by these primitive rockets is minimal but the psychological impact is immense, prompting the public to demand protection from its government. Under the circumstances, Israel had the right to act in self-defence but its response to the pinpricks of rocket attacks was totally disproportionate. The figures speak for themselves. In the three years after the withdrawal from Gaza, 11 Israelis were killed by rocket fire. On the other hand, in 2005-7 alone, the IDF killed 1,290 Palestinians in Gaza, including 222 children.

Whatever the numbers, killing civilians is wrong. This rule applies to Israel as much as it does to Hamas, but Israel's entire record is one of unbridled and unremitting brutality towards the inhabitants of Gaza. Israel also maintained the blockade of Gaza after the ceasefire came into force which, in the view of the Hamas leaders, amounted to a violation of the agreement. During the ceasefire, Israel prevented any exports from leaving the strip in clear violation of a 2005 accord, leading to a sharp drop in employment opportunities. Officially, 49.1% of the population is unemployed. At the same time, Israel restricted drastically the number of trucks carrying food, fuel, cooking-gas canisters, spare parts for water and sanitation plants, and medical supplies to Gaza. It is difficult to see how starving and freezing the civilians of Gaza could protect the people on the Israeli side of the border. But even if it did, it would still be immoral, a form of collective punishment that is strictly forbidden by international humanitarian law.

The brutality of Israel's soldiers is fully matched by the mendacity of its spokesmen. Eight months before launching the current war on Gaza, Israel established a National Information Directorate. The core messages of this directorate to the media are that Hamas broke the ceasefire agreements; that Israel's objective is the defence of its population; and that Israel's forces are taking the utmost care not to hurt innocent civilians. Israel's spin doctors have been remarkably successful in getting this message across. But, in essence, their propaganda is a pack of lies.

A wide gap separates the reality of Israel's actions from the rhetoric of its spokesmen. It was not Hamas but the IDF that broke the ceasefire. It di d so by a raid into Gaza on 4 November that killed six Hamas men. Israel's objective is not just the defence of its population but the eventual overthrow of the Hamas government in Gaza by turning the people against their rulers. And far from taking care to spare civilians, Israel is guilty of indiscriminate bombing and of a three-year-old blockade that has brought the inhabitants of Gaza, now 1.5 million, to the brink of a humanitarian catastrophe.

The Biblical injunction of an eye for an eye is savage enough. But Israel's insane offensive against Gaza seems to follow the logic of an eye for an eyelash. After eight days of bombing, with a death toll of more than 400 Palestinians and four Israelis, the gung-ho cabinet ordered a land invasion of Gaza the consequences of which are incalculable.

No amount of military escalation can buy Israel immunity from rocket attacks from the military wing of Hamas. Despite all the death and destruction that Israel has inflicted on them, they kept up their resistance and they kept firing their rockets. This is a movement that glorifies victimhood and martyrdom. There is simply no military solution to the conflict between the two communities. The problem with Israel's concept of security is that it denies even the most elementary security to the other community. The only way for Israel to achieve security is not through shooting but through talks with Hamas, which has repeatedly declared its readiness to negotiate a long-term ceasefire with the Jewish state within its pre-1967 borders for 20, 30, or even 50 years. Israel has rejected this offer for the same reason it spurned the Arab League peace plan of 2002, which is still on the table: it involves concessions and compromises.

This brief review of Israel's record over the past four decades makes it difficult to resist the conclusion that it has become a rogue state with "an utterly unscrupulous set of leaders". A rogue state habitually violates international law, possesses weapons of mass destruction and practises terrorism - the use of violence against civilians for political purposes. Israel fulfils all of these three criteria; the cap fits and it must wear it. Israel's real aim is not peaceful coexistence with its Palestinian neighbours but military domination. It keeps compounding the mistakes of the past with new and more disastrous ones. Politicians, like everyone else, are of course free to repeat the lies and mistakes of the past. But it is not mandatory to do so.

• Avi Shlaim is a professor of international relations at the University of Oxford and the author of The Iron Wall: Israel and the Arab World and of Lion of Jordan: King Hussein's Life in War and Peace.

Libera Libero!

Una delle prime pagine di Libero da cui traspare la finezza di spirito del suo direttore Vittorio Feltri. Un gentiluomo d'altri tempi.


Un giornale per me francamente insopportabile è Libero. Siccome i signori hanno la querela facile non dico cosa penso di questo prodotto editoriale, ma mi limito a postare una lettera di Antonio Di Pietro in risposta alle accuse del quotididiano che, come non tutti sanno, è stato (o è tuttora) "organo del movimento monarchico". Non è uno scherzo, la dicitura compare piccolina, ma c'è. Su internet, per chi le voglia davvero, tutte le informazioni.

Lettera di Antonio Di Pietro a "Libero"

Caro direttore, eccomi.
Ieri Lei dalle pagine di Libero mi ha chiesto due spiegazioni e mi ha dato un consiglio. Cominciamo dal consiglio che era il seguente: «La sollecito a darci prova della sua trasparenza e affidare i milioni del finanziamento ad un collegio di ragionieri eletti nel suo partito». Mi pare proprio un buon consiglio, la ringrazio e mi attivo immediatamente.

Ho oggi stesso disposto la modifica dello Statuto che ora prevede che tutte le finanze del partito e tutti i contributi elettorali (sia futuri che pregressi beninteso) siano gestiti non più dai soci originari che hanno dato vita al partito ma dall'intero Ufficio di Presidenza dell'Italia dei Valori che è composto da 7 persone, individuate non nominativamente ma - pro tempore - per il loro ruolo, la loro funzione e la loro elezione: il Presidente del partito, il Capogruppo alla Camera, il Capogruppo al Senato, il Portavoce nazionale del partito, il Tesoriere, un rappresentante degli eletti nelle Regioni (da loro nominato) ed un esperto contabile nominato dall'Ufficio di Presidenza stessa (su proposta dell'Esecutivo nazionale di Idv che è il massimo organo assembleare del partito).

Provi a visionare gli Statuti degli altri partiti e vedrà che tutti hanno adottato - specie all'inizio della propria attività - misure di cautela per evitare l'assalto alla diligenza (come peraltro "Libero" ne ha dato atto proprio ieri, informandoci delle beghe interne fra Margherita e Ds per la suddivisione dei rispettivi fondi e beni). Ho già preso appuntamento per domani da un notaio di Bergamo (che conosce pure Lei) per la relativa stesura notarile. Appena sottoscritto Le invierò in anteprima copia del nuovo Statuto di Idv: se ha qualche ulteriore consiglio da darci le sarei davvero grato e provvederò di conseguenza.
Le due domande

E veniamo, caro direttore, alle due domande che mi ha posto e che possono essere così riassunte: come sono stati gestiti i contributi ricevuti finora da Italia dei Valori e come "è la storia dei 10 appartamenti" che avrei acquistato. Rispondo subito, inviandole a parte la relativa documentazione per le verifiche che riterrà opportune effettuare.

Idv non riceve finanziamenti da imprenditori o sponsor che sia (da noi non troverà i Romeo di turno). Riceviamo invece - come tutti gli altri partiti che hanno rappresentanza parlamentare - i finanziamenti pubblici previsti dalla legge. Sono tanti. Per noi e per gli altri (ed infatti nella scorsa finanziaria abbiamo chiesto inutilmente al Parlamento di dirottarli a favore degli ammortizzatori sociali).

Essi vengono introitati da Idv tutti ed esclusivamente sui 2 conti correnti della tesoreria dell'Italia dei Valori (che sono il c/c n.ro 10633 aperto presso la Banca S.Paolo di Napoli - ag. 1 Montecitorio ed il c/c n.ro 29695 presso il Credito Bergamasco di Bergamo) e da questa utilizzati solo ed esclusivamente per esigenze del partito e della sua azione politica (come, da ultimo è avvenuto per la raccolta delle firme per promuovere il referendum contro il Lodo Alfano). Inoltre riceviamo le quote di partecipazione dai nostri iscritti, dai nostri parlamentari e dai nostri eletti e amministratori.

Infine riceviamo gli interessi attivi del denaro che rimane parcheggiato in banca fino al suo utilizzo. Più in concreto finora abbiamo incassato - dal giorno in cui ci siamo presentati alle elezioni la prima volta nel 2001 e fino a tutto il 2007 - contributi pubblici per 19.908.596 euro (come da distinta allegata alla presente), a cui si devono aggiungere ulteriori 761.909,00 euro a titolo di interessi attivi e per contributi dagli aderenti ed eletti del partito.

Di converso, abbiamo speso a tutto il 2007 Euro 16.233.853 (come da copia dei bilanci che pure allego alla presente). Il nostro partito, quindi, non solo non ha debiti ma è in attivo di euro 4.436.652, somma che trovasi depositata presso le due banche predette, sempre, solo ed esclusivamente su conti di Idv, come può rilevarsi dai relativi estratti conto.

Per l'anno 2008 appena trascorso, la stesura del bilancio è in corso (per noi come per qualsiasi altro partito o ente o azienda) e verrà pure esso reso pubblico nelle forme e nei tempi previsti dalla legge. Come noto, infatti, tutti i bilanci del partiti devono essere regolarmente pubblicati in giornali a tiratura nazionali.

Quelli di Idv, peraltro, sono sempre stati (e lo sono ancora) visionabili alla voce "Bilanci e Finanze" sul sito del partito italiadeivalori.it. Comunque - e ad ogni buon conto - glie ne invio copia (specificandole fin d'ora che quest'anno chiederò di pubblicare proprio su Libero il bilancio 2008, come previsto per legge, se Lei me lo permetterà).

Specifico che i bilanci annuali dell'Italia dei Valori sono sempre stati tutti regolarmente approvati dall'Organo di controllo del Parlamento, come rilevasi esemplificativamente dalle attestazioni del Presidente della Camera dei Deputati per gli anni 2001-2002-2003-2004-2005-2006-2007 che le invio a parte.

Specifico anche che la Corte dei Conti - a cui spetta per legge approvare i Conti consuntivi delle spese elettorali dei partiti - nel referto trasmesso al Presidente della Camera sui consuntivi presentati dalle formazioni politiche ha finora sempre approvato i rendiconti presentati dall'Italia dei Valori.

E veniamo alla "storia dei 10 appartamenti" (che poi non sono dieci, perché se ne vendi uno per comprarne un altro con i soldi del primo, non ne hai due ma sempre uno). È vero che qualcuno negli anni passati ha alluso ad un utilizzo indebito da parte mia dei rimborsi elettorali, ma - come potrà prendere atto leggendo il decreto del Gip di Roma n.4620/07 del 14.03.2008 che le invio integralmente - non solo è stata disposta nei miei confronti - su conforme richiesta del pm - l'archiviazione perché il fatto non sussiste ma addirittura sono stati rimessi gli atti alla Procura per la valutazione circa il reato di calunnia nei confronti del denunciante.

TUTTI GLI IMMOBILI

Ma, potrebbe obiettare lei e giustamente: d'accordo, la gestione della tesoreria di Italia dei Valori sarà pure corretta ma i soldi per gli appartamenti dove li hai presi? Ecco, allora, l'elenco delle mie proprietà, il loro valore di acquisto e la provenienza dei relativi fondi.

A Montenero di Bisaccia sono proprietario di una azienda agricola (lasciatami in eredità da mio padre e mia madre) con circa 15 ettari di terreno e casa colonica annessa (che ho ben ristrutturato a mie spese, con i fondi (e le pietre) provenienti proprio dall'azienda: produco in proprio, infatti dalla morte di mio padre (1987) soprattutto, olio e grano (quest'anno oltre 400 quintali);


A Curno, in provincia di Bergamo ho una villetta a schiera in via Lungobrembo 62, acquistata alla fine degli anni '80 e quindi per definizione con soldi non del partito (che, come noto è stato fondato nel 2000 ed a cui i primi contributi sono cominciati ad affluire nell'autunno del 2001).

Sempre a Curno, in via Lungobrembo 64 (contigua alla precedente) vi è una vecchia casa con giardino, di proprietà di mia moglie che l'ha comprata nel 1985 per 38 milioni di vecchie lire e che è stata dalla stessa (e con il mio contributo, anche manuale) ristrutturata nel 1986 (e quindi in epoca anch'essa non sospetta). È il luogo dove siamo andati a vivere dopo sposati.

A Bruxelless sono comproprietario di un piccolo appartamento in via Scarabee 3, acquistato nel 1999 per 204 milioni di vecchie lire (di cui la metà con prestito bancario della Bbl di Bruxelless, sede del Parlamento europeo) quand'ero parlamentare europeo (ed a tal fine). Anche questo immobile è stato acquistato in epoca precedente alla costituzione di Idv.

A Bergamo sono proprietario di un appartamento in via Locatelli, da me acquistato, a seguito di gara pubblica, ad un'asta indetta dalla Scip per conto dell'Inail in data 10 novembre 2004 (rogito 16.03.2006) per euro 261.661,00 oltre spese e tasse. Non sono invece proprietario di alcun altro immobile in tale città, come invece pure era stato scritto. Vi sono invero lo studio e la casa di mia moglie (che, come Lei sa, fa l'avvocato da una vita e fa parte di una famiglia benestante di avvocati e prima di notai che Lei, gentile direttore, essendo di Bergamo, credo conosca molto bene).

LA SOCIETA' ANTOCRI

A Milano ho comprato nel 2004 (tramite la società Antocri) un appartamento in via F. Casati 1/a, per euro 614.500,00, di cui 300.000,00 con mutuo Bnl ed il resto con parte dei fondi provenienti dalla vendita di due appartamenti di mia proprietà che avevo a Busto Arsizio (acquistati nel 1999 - e quindi sempre in epoca antecedente alla costituzione di Idv - per lire 845.166.00 lire e rivenduti nel 2004 per 655.533,46 euro). Gli atti notarili sono a sua disposizione.

Quanto alla provenienza dei fondi per acquistare gli appartamenti di Busto Arsizio, non me ne voglia ma lei dovrebbe ricordarla bene essendo stata una delle persone che vi hanno in qualche modo contribuito (ricorda i 400 milioni di lire che l'editore de "Il Giornale" (ove egli faceva all'epoca il direttore responsabile) mi versò, a titolo di risarcimento danni con assegno circolare? All'epoca peraltro furono in molti a versarmi denaro per risarcirmi dei danni provenienti da articoli di giornali ritenuti diffamatori dai giudici o comunque, in via di transazione bonaria).

L'altra parte dei soldi provenienti dalla predetta compravendita li ho usati per acquistare (tramite la società Antocri) a Roma nel 2005 un appartamento in via Principe Eugenio per euro 1.045.000,00 (il resto della provvista è stato reperito da un mutuo bancario Bnl di 400.000,00 euro e dai miei risparmi di cui in appresso). Tale immobile è stato rivenduto nel 2007 a 1.115.000,00 e con la relativa provvista, una volta estinto il mutuo, ho comprato l'anno scorso una casa ai miei due figli più piccoli a Milano, in zona Bovisa, per studiare.

Ho anche aiutato mio figlio maggiore, con donazioni in denaro (per un totale di circa 80 mila euro) in parte quando si è sposato ed in parte quando sono nati i suoi tre figli trigemini. Soldi che egli, coscienziosamente ha utilizzato per pagare l'anticipo di una casa a Curno quando abitava lì e che poi ha rivenduto ricomprandosi - a minor prezzo - casa a Montenero, quando si è trasferito al paese natio.

Sempre a Roma, sono attualmente proprietario dell'appartamento di via Merulana, ove abito quando mi reco lì per ragioni legate al mio lavoro di parlamentare. L'ho comprata, nel 2001 - e quindi ancora una volta prima dei rimborsi elettorali confluiti in questi anni al partito - per 800 milioni di vecchie lire (di cui, come al solito, parte in mutuo).

Queste sono - o sono state - le mie proprietà. Mi si dirà: d'accordo hai fatto delle compravendite ed hai stipulato dei mutui, ma per il resto dove hai preso i soldi? Ebbene, i miei redditi - pubblici e che possono essere consultati presso il sito della Camera dei Deputati e del Senato - ammontano dal 1996 ad oggi ad oltre 1.000.000,00 di euro (al netto delle tasse), come da tabella riepilogativa che le invio a parte.

A tutto ciò devono aggiungersi ulteriori rinvenienze attive, tra cui una donazione mobiliare per circa 300 milioni di vecchie lire ricevuta nel 1996 dalla contessa Borletti (i fatti sono notori in quanto hanno riguardato come beneficiari anche altri personaggi pubblici) e - come detto - plurimi risarcimenti danni ricevuti (da me e dai miei familiari) per circa 700.000,00 euro negli anni in relazione alle varie diffamazioni subite nel tempo nonché i frutti dell'azienda agricola e dei relativi cespiti immobiliari lasciatimi in eredità dai miei genitori dopo la loro morte.

LA FORMICHINA
Tutto qui. Alcuni giocano, altri speculano, altri evadono le tasse, altri ancora girano il mondo o se la godono e si divertono. Io ho preferito e preferisco fare la formichina, come mi hanno insegnato i miei genitori, risparmiando ed investendo i guadagni in immobili (almeno questi non ti mandano sul lastrico, come è successo per le azioni e speculazioni in borsa!).

Mi scuso per la prolissità e - se necessario - sono ancora e sempre pronto a fornire tutte le risposte che riterrà necessarie. Con Lei, caro direttore lo faccio volentieri per tre ragioni: primo perché sono certo della sua buona fede e del suo sacrosanto diritto di pormi le domande che mi ha posto; secondo perché sono convinto che ogni personaggio pubblico deve rispondere nel merito alla pubblica opinione (ed agli organi di informazioni indipendenti come "Libero"); terzo, perché è cominciato il nuovo anno e voglio avvicinarmi alla terza età nel migliore dei modi.

Assassins, like in this videogame

The great italian cinema



about an awful movie....
The Movie Masochist: Lose ‘Seven Pounds,' keep sanity

By JAMES FRANKLIN

Forget for a moment that "Seven Pounds" is supposed to be entertainment simply because it's a movie. It utterly fails in that regard. It could, however, be seen as an act of public service.

First, let's address "Seven Pounds" as a movie, which is what its distributors choose to call it. The story - although this word may be dropped in favor of "what happens on screen" - follows a man (Will Smith) who feels terrible about something. We know this because the movie keeps jumping back to him sitting teary-eyed near the ocean. For much of the movie's two hours, he commits acts of generosity for no apparent reason with a sense of friendly intrusion that borders on creepy. He also has a deadly jellyfish in his motel room.

He strikes up a relationship with a woman (Rosario Dawson) whose life is threatened by a congenital heart defect. He intrudes into other people's lives, trying to fix them. Sometimes he loses his temper and runs down the street.

All of this comes together, to little effect, in the film's closing minutes. Audiences may rightly feel angry at this point because they've devoted two hours to a mess that's really a maudlin Hallmark Hall of Fame movie in disguise.

It's more generous, then, to consider "Seven Pounds" as an instrument of education and escape.

The reasons for this are as follows:

1. For anyone wondering what senility will be like, "Seven Pounds" offers a helpful preview. Jumping back and forth in time among numerous characters, the movie offers one inexplicable situation after another, each time leaving the audience wondering how they arrived there, who this person is and why this or that is important. Plus, just like real life, each situation is grindingly dull.

2. People who hate their jobs should also take note of "Seven Pounds." In the course of a miserable day, many people often feel they need naps just to survive until evening. "Seven Pounds" is a mostly quiet movie, with characters speaking in hushed tones to let the audience know this is a film of great sensitivity and import. That makes it ideal for naps, provided one can steal away from work and isn't daunted by paying $6-plus for the privilege of sitting in a dark room.

3. Aspiring screenwriters can also benefit from seeing "Seven Pounds" because it may boast one of the most incoherent scripts in movie history. It's an object lesson in how to quickly lead an audience into utter confusion with non-linear storytelling. Films such as "Pulp Fiction" and "Memento" successfully play slice-and-dice with time and tease the audience along the way. The ability to do this successfully is a rare gift. Given their ability to inflict great harm, screenwriters who want to attempt non-linear storytelling should be licensed in the same manner as doctors or pilots.

The word "incoherent," as mentioned above, best describes "Seven Pounds," but simply leaving it at that is unfair to its many other qualities. As a vocabulary challenge, it's possible to say more using only words that start with prefix "in." In addition to incoherent, apply inexplicable, inane, inept, inert, infuriating, insufferable, intolerable, inglorious, inferior, inexpedient, ineffective, inefficacious, ineloquent, inelegant, indefensible, indecipherable, incompetent, inaccessible, inadequate, insipid, intemperate and inutile.

Finally, add the word "infinite," which is how it feels to sit in a theater and watch "Seven Pounds" unfold on screen. Science and human experience suggest the perception of time is subjective, meaning "Seven Pounds" lasts anywhere from two hours to one week to one year, and so on to infinity. That means "Seven Pounds," in addition to being a bad movie, is a kind of temporal anomaly that can trap the unwary. It may be wise, then, to forget this movie's value as a public service. If, in the future, you should find yourself near a theater or TV screen on which "Seven Pounds" is playing, look away. Let science to deal with this problem.

Rated PG-13 for strong language and the chilling ability to distort the perception of time.

Four stars: Traumatic.

The rating system:

1 star: Lousy

2 stars: Horrible

3 stars: Painful

4 stars: Traumatic

The Movie Masochist is an emotionally wounded cinephile who lives in the United States. He watches bad movies so you don't have to.

What Israel Can Learn From Turkey



By Selene Verri

Turkey recently condemned Israel's offensive in Gaza. Ankara has even decided to suspend its mediating efforts between Israel and Syria.

It would be easy to dismiss such a position as just solidarity with the Muslim brothers and sisters in Gaza. Not that it would be wrong. But I would like to change the perspective on the issue, noticing that Israel and Turkey, two long-standing allies, have more in common than one could imagine:

1. Both Turkey and Israel are countries strongly defined by their main religions, and yet both are secular countries. In both cases religion identifies largely with ethnicity (with the important exceptions of Kurds, of course, where ethnicity is predominant, and Alevis, who are not considered as a religion minority). Which has brought discrimination and / or war against religious and / or ethnic minorities. The modalities are different, but the similarities are striking.

2. Both Turkey and Israel are countries artificially created by the international community. Israel, through the partition of Palestine into two states decided by the United Nations in 1947; Turkey, through the Treaty of Lausanne, which in 1923 replaced the 1920 Treaty of Sèvres, actually reintegrating a series of territories which had been previously stripped off it, and frustrating the Kurds' hopes for an independent State (hopes that had been fed by the Treaty of Sèvres). I should add that the international community has not little responsibility in the Armenian genocide.

3. Both countries have compulsory military service. In Israel, it applies both to men (3 years) and women (2 years); in Turkey, it's mandatory only for men (15 months). I admit I don't know what the consequences of this are in Israel (where a limited amount of conscientious objection exists anyway), but I know in Turkey for a long time this situation helped PKK recruit militants, since many Kurds did not wish to be sent to fight against their own fathers or brothers, preferring rather fight at their side.

4. Both countries are just a few weeks away from the next electoral rendezvous. On February 10, Israelis will vote for the next government (and, for those of you who can read French, I suggest that you go through this interesting article by Le Monde); on March 29, municipal elections will take place in Turkey.

Let me focus on this last point. The key issue in Turkey's local elections will be the Kurdish majority regions (what PKK and in general militant Kurds refer to as "Kurdistan", a word that in Turkey can bring you straight to prison). On the subject, I recommend you read this article on the Christian Science Monitor.

Now, what has been the big news in Turkey in the last few days (apart from Nazim Hikmet's rehabilitation)? I quote from Reuters:

Turkey has launched its first 24-hour Kurdish-language TV station.
Which brings me to the conclusion:

1. Israel is moving towards elections → Israel bombs Palestinians

2. Turkey is moving towards elections → Turkey gives more rights to Kurds

Of course Kurds are not satisfied, and they are not completely paranoid in considering this decision as a way by the government to get as many votes as they can, in short a propaganda move. It is also true that Ankara has quite a double-face attitude: while PKK is considered a terrorist group, soon after Hamas won the elections the AKP government welcomed to Turkey Khaled Meshal, the exiled Hamas leader. And they never uttered a word about the rockets fired against Israel.

Nonetheless, one cannot help noticing that making propaganda through opening up to minorities is a more democratic way than bombing civilians. So, what are the main differences in this situation? Why do two similar countries in two similar situations act in such different ways?

First of all, Turkey is a EU candidate. It is true that in the last few years the great reform impulse that marked the first period of the AKP government has slowed down, if not thoroughly stopped. And the new nationalistic vague has not helped in that sense. It is also true that this government is struggling hard at least to show a nice image of itself, which is surely not enough, but it's helping improvement. And improvement is never easy, especially for a proud people like Turks. The journey is still long, but the path is the right one.

Now, this doesn't mean of course that Israel should be a candidate to the EU, but at least it shows that the EU can actually have a role in international politics. More than that: personally, I think we have a responsibility in that sense.

But in all this story we must not forget one decisive point: in Turkey, Kurds vote. In Israel, Palestinians don't.

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giovedì, gennaio 08, 2009

No gay nel calcio

È incredibile che questa gente rivesta ruoli importanti. Chissà se ogni tanto si guardano allo specchio e arrosiscono per le cose che dicono.

Lippi: i gay non li ho mai visti, ma li farei giocare

da Repubblica

ROMA - «Un calciatore gay? Non ne ho mai incontrato uno in 40 anni che sono in questo mondo, né qualcuno che ha lavorato con me in tante squadre me ne ha mai parlato: onestamente credo che fra i calciatori non ce ne siano. Ma, se ci fossero, non avrei problemi a convocarli in Nazionale...». Marcello Lippi, intervistato da Klaus Davi per "Kluas Condicio", è intervenuto anche su un argomento delicato, scatenando subito numerose reazioni. «Credo che al mondo esista una sola razza, quella umana. Per questo non escluderei un gay, come un nero, dalla Nazionale. Penso, tuttavia, che sarebbe difficile, per come siamo fatti noi calciatori, che un giocatore omosessuale possa vivere la sua professione in maniera naturale».
Ma il ct accetterebbe eventuali outing: «Quando alleno, non mi piace fare il padre o assillare. Sono una guida tecnica, ma ci tengo che i calciatori sappiano che, se c´è qualcosa che vogliano confidarmi, io sono a loro disposizione. Se qualcuno mi confessasse di essere gay, gli direi di vivere a pieno questa realtà e, con intelligenza, di non farsi condizionare e di non modificare i suoi atteggiamenti con i compagni. Per finire, gli suggerirei di essere ligio alla sua professione e di fare ciò che vuole nella sua vita privata». L´onorevole Franco Grillini prima lo elogia («Finalmente un ct che dice con chiarezza che non discriminerebbe un calciatore omosessuale») poi puntualizza: «Nel mondo del calcio ci sono decine di gay, fra i giocatori di tutte le categorie, gli allenatori, moltissimi gli arbitri, sono gay anche alcuni giornalisti che seguono questo sport. Nomi? No, nessuno: noi li conosciamo, certo, ma non li diciamo di sicuro per rispetto della privacy». Molto più pesante l´Arcigay: «Basta negare, sono affermazioni ridicole e fastidiose. Invitiamo Lippi ad un confronto: ma lui non vede, non sente, non parla. Fa come le tre scimmiette». Paola Concia (Pd) attacca pure lei: «Non faccia l´ingenuo, il signor Lippi: i gay nel calcio ci sono, eccome». Molte altre cose ha detto Lippi nell´intervista. «Tornare alla Juve? Mai dire mai. Moggi? Perché dovrei rinnegare l´amicizia con lui. Mourinho? Un personaggio, grande comunicatore. Io ministro? No: non potrei mai fare politica. Berlusconi? Non mi ha mai chiamato, né chiesto di votare per lui. Conosco bene Galliani ma non mi ha chiesto di andare al Milan ».

Vaticano -Israele 1 a 0

Scontro senza precedenti dopo la condanna della Chiesa, a rischio il viaggio del Papa

"La Striscia sembra un lager" l´attacco vaticano scuote Israele

Il governo ebraico: "Usate le stesse parole di Hamas"

Gerusalemme: "Ignorati i crimini contro di noi" La replica: "Attacchi ripugnanti davanti alla vita dei bambini"

ALBERTO MATTONE

ROMA - Sulla guerra nella Striscia è scontro durissimo tra Vaticano e Israele. «Gaza somiglia sempre più ad un campo di concentramento», accusa il cardinal Renato Raffaele Martino. Quel porporato «parla come Hamas», replica a stretto giro lo Stato ebraico. La tensione è alta tra il Palazzo apostolico e Israele, e adesso più di un prelato vede allontanarsi il viaggio del Papa in Terra Santa programmato per maggio.
L´ultimo incidente diplomatico tra Vaticano e Stato ebraico esplode quando le agenzie battono le parole del cardinal Martino sull´offensiva dell´esercito con la stella di David. «Israeliani e palestinesi - spiega in un´intervista a ilsussidiario.net il presidente del Pontificio consiglio per la giustizia e la pace, dopo aver paragonato Gaza a un lager - sono figli della stessa terra. Tutte e due le parti sono colpevoli. E a pagare sono sempre le popolazioni inermi».
Le accuse di Martino, uomo di spicco della curia romana, non piacciono a Israele. E ancor meno il riferimento al «campo di concentramento». Subito, arriva una dura replica. «Martino - accusa il portavoce del ministero degli Esteri - usa i termini della propaganda di Hamas. Fare affermazioni che sembrano provenire direttamente dal gruppo terrorista e ignorare gli impronunciabili crimini commessi da quest´ultimo che, con la violenza, ha fatto deragliare il processo di pace e ha trasformato Gaza in un gigantesco scudo umano - aggiunge Igal Palmor - non aiuta la gente ad avvicinarsi alla verità».
Monta l´irritazione israeliana verso il Vaticano, con cui i rapporti sono già freddi per la causa di beatificazione di Pio XII. Ma, il moltiplicarsi delle stragi di civili a Gaza, ha convinto la Santa Sede ad alzare sempre di più la voce. «Imploro - aveva detto Benedetto XVI il 28 dicembre scorso - la fine di quella violenza, che è da condannare in ogni sua manifestazione. Chiedo un sussulto di umanità e di saggezza a tutti coloro che hanno responsabilità in questa situazione». La rabbia dello Stato ebraico poi, probabilmente, è stata anche alimentata dalle dichiarazioni di alcuni esponenti della chiesa cattolica in Terra Santa. L´ultimo a parlare è stato il vescovo di Nazareth, Giacinto Boulos Marcuzzo che, lunedì, ha «esortato Israele a dialogare con i palestinesi, a partire da Hamas». E dalla Radio Vaticana è arrivata ieri anche la stoccata del cardinale Rodriguez Maradiaga, presidente della Caritas Internazionale: «Israele non ha giustificazioni. Le argomentazioni sulla proporzionalità degli attacchi sono moralmente ripugnanti di fronte alla vita di bambini innocenti».



Parla il cardinale Martino, ex nunzio vaticano all´Onu, che ha scatenato la polemica

"Dicano quello che vogliono ma la dignità umana è calpestata"

Non voglio certo difendere Hamas ma quello che sta succedendo è orribile

di MARCO POLITI

CITTÀ DEL VATICANO - «Dicano quello che vogliono. La situazione a Gaza è orribile». Con tanti anni passati alle Nazioni Unite da nunzio vaticano, assistendo ai dibattiti più roventi nel Palazzo di Vetro, il cardinale Renato Martino non si lascia impressionare da bordate propagandistiche né da attacchi personali. Il presidente del Consiglio vaticano Giustizia e Pace sa di essere nel solco di una decennale linea della Santa Sede. Come disse una volta l´allora Segretario di Stato cardinale Sodano: «Né i kamikaze né i carri armati risolveranno i problemi della Terrasanta».
Eminenza, al ministero della Difesa israeliano l´accusano di parlare come Hamas.
«Ah sì? Che dicano pure».
Il suo paragone sulla Striscia che assomiglia ad un campo di concentramento ha suscitato scalpore.
«Io dico di guardare alle condizioni della gente che ci vive. Circondata da un muro che è difficile varcare. In condizioni contrarie alla dignità umana. Quello che sta succedendo in questi giorni fa orrore. Ma quando parlo, si tenga conto di tutte le mie parole. A proposito di Milano ho affermato che è orribile quando si bruciano bandiere. Ho condannato i gesti di odio, so di essere stato apprezzato».
Quindi?
«Certe accuse non mi toccano. Nelle mie parole non c´è nulla che possa essere interpretato come antisraeliano».
Benedetto XVI non ha solo incoraggiato i costruttori di pace, ha anche giudicato una «violenza inaudita» ciò che accade da quando sono cominciati i bombardamenti su Gaza.
«Lo dico pure io. La situazione è veramente triste. La violenza genera violenza. Ciò che negli ultimi tempi era stato raggiunto attraverso il dialogo tra palestinesi e israeliani, ora viene completamente distrutto».
Hamas ha denunciato la tregua.
«Esatto. E i razzi di Hamas non sono certo confetti. Li condanno. Entrambe le parti hanno di che rimproverarsi. Israele ha certamente il diritto a difendersi e Hamas deve tenerne conto. Ma che dire quando si ammazzano tanti bambini, quando si bombardano scuole delle Nazioni Unite, pur essendo in possesso di tecnologie che permettono persino di individuare una formica sul terreno?».
In base alla sua esperienza diplomatica quale può essere la via d´uscita?
«Le due parti devono tornare sui propri passi. Israele ha diritto a vivere in pace, i palestinesi hanno diritto ad avere il proprio stato».
Sì, ma concretamente?
«Cosa si fa in famiglia quando due fratelli litigano? Anzitutto si dividono, poi si parla energicamente con l´uno e con l´altro».
Tradotto in politica?
«E´ urgente dividere le due parti. Serve una forza internazionale di interposizione. Il presidente Bush ad un certo momento è parso volerla, poi non lo ha fatto».
Giorni fa l´Osservatore romano ha pubblicato in prima pagina un´analisi che diceva testualmente: lo Stato ebraico non può più continuare a pensare di essere sicuro affidandosi esclusivamente alla soluzione militare, la sola idea di sicurezza possibile deve passare attraverso il dialogo con tutti, persino con chi non lo riconosce.
«A mio parere Hamas deve entrare in prospettiva di negoziato. Sedersi a un tavolo è già non uccidersi. Io spero che la tregua di tre ore possa trasformarsi in una tregua più lunga. Se Israele vuole vivere in pace, deve fare la pace con gli altri».
Però Hamas ha nel suo statuto l´obiettivo di distruggere Israele.
«Hamas non rappresenta tutti i palestinesi. Io non difendo Hamas: se vogliono una casa, se vogliono uno Stato palestinese, devono capire che la via imboccata è sbagliata».
Sull´Osservatore romano lei ha dichiarato che l´unica via resta il dialogo tra le religioni abramitiche. Ne è sempre convinto?
«Sedersi a un tavolo è già mettere in moto un processo. Io sto pregando per questo».

mercoledì, gennaio 07, 2009

What Robert Fisk writes



Robert Fisk: Why do they hate the West so much, we will ask
So once again, Israel has opened the gates of hell to the Palestinians. Forty civilian refugees dead in a United Nations school, three more in another. Not bad for a night's work in Gaza by the army that believes in "purity of arms". But why should we be surprised?

Have we forgotten the 17,500 dead – almost all civilians, most of them children and women – in Israel's 1982 invasion of Lebanon; the 1,700 Palestinian civilian dead in the Sabra-Chatila massacre; the 1996 Qana massacre of 106 Lebanese civilian refugees, more than half of them children, at a UN base; the massacre of the Marwahin refugees who were ordered from their homes by the Israelis in 2006 then slaughtered by an Israeli helicopter crew; the 1,000 dead of that same 2006 bombardment and Lebanese invasion, almost all of them civilians?

What is amazing is that so many Western leaders, so many presidents and prime ministers and, I fear, so many editors and journalists, bought the old lie; that Israelis take such great care to avoid civilian casualties. "Israel makes every possible effort to avoid civilian casualties," yet another Israeli ambassador said only hours before the Gaza massacre. And every president and prime minister who repeated this mendacity as an excuse to avoid a ceasefire has the blood of last night's butchery on their hands. Had George Bush had the courage to demand an immediate ceasefire 48 hours earlier, those 40 civilians, the old and the women and children, would be alive.

What happened was not just shameful. It was a disgrace. Would war crime be too strong a description? For that is what we would call this atrocity if it had been committed by Hamas. So a war crime, I'm afraid, it was. After covering so many mass murders by the armies of the Middle East – by Syrian troops, by Iraqi troops, by Iranian troops, by Israeli troops – I suppose cynicism should be my reaction. But Israel claims it is fighting our war against "international terror". The Israelis claim they are fighting in Gaza for us, for our Western ideals, for our security, for our safety, by our standards. And so we are also complicit in the savagery now being visited upon Gaza.

I've reported the excuses the Israeli army has served up in the past for these outrages. Since they may well be reheated in the coming hours, here are some of them: that the Palestinians killed their own refugees, that the Palestinians dug up bodies from cemeteries and planted them in the ruins, that ultimately the Palestinians are to blame because they supported an armed faction, or because armed Palestinians deliberately used the innocent refugees as cover.

The Sabra and Chatila massacre was committed by Israel's right-wing Lebanese Phalangist allies while Israeli troops, as Israel's own commission of inquiry revealed, watched for 48 hours and did nothing. When Israel was blamed, Menachem Begin's government accused the world of a blood libel. After Israeli artillery had fired shells into the UN base at Qana in 1996, the Israelis claimed that Hizbollah gunmen were also sheltering in the base. It was a lie. The more than 1,000 dead of 2006 – a war started when Hizbollah captured two Israeli soldiers on the border – were simply dismissed as the responsibility of the Hizbollah. Israel claimed the bodies of children killed in a second Qana massacre may have been taken from a graveyard. It was another lie. The Marwahin massacre was never excused. The people of the village were ordered to flee, obeyed Israeli orders and were then attacked by an Israeli gunship. The refugees took their children and stood them around the truck in which they were travelling so that Israeli pilots would see they were innocents. Then the Israeli helicopter mowed them down at close range. Only two survived, by playing dead. Israel didn't even apologise.

Twelve years earlier, another Israeli helicopter attacked an ambulance carrying civilians from a neighbouring village – again after they were ordered to leave by Israel – and killed three children and two women. The Israelis claimed that a Hizbollah fighter was in the ambulance. It was untrue. I covered all these atrocities, I investigated them all, talked to the survivors. So did a number of my colleagues. Our fate, of course, was that most slanderous of libels: we were accused of being anti-Semitic.

And I write the following without the slightest doubt: we'll hear all these scandalous fabrications again. We'll have the Hamas-to-blame lie – heaven knows, there is enough to blame them for without adding this crime – and we may well have the bodies-from-the-cemetery lie and we'll almost certainly have the Hamas-was-in-the-UN-school lie and we will very definitely have the anti-Semitism lie. And our leaders will huff and puff and remind the world that Hamas originally broke the ceasefire. It didn't. Israel broke it, first on 4 November when its bombardment killed six Palestinians in Gaza and again on 17 November when another bombardment killed four more Palestinians.

Yes, Israelis deserve security. Twenty Israelis dead in 10 years around Gaza is a grim figure indeed. But 600 Palestinians dead in just over a week, thousands over the years since 1948 – when the Israeli massacre at Deir Yassin helped to kick-start the flight of Palestinians from that part of Palestine that was to become Israel – is on a quite different scale. This recalls not a normal Middle East bloodletting but an atrocity on the level of the Balkan wars of the 1990s. And of course, when an Arab bestirs himself with unrestrained fury and takes out his incendiary, blind anger on the West, we will say it has nothing to do with us. Why do they hate us, we will ask? But let us not say we do not know the answer.

L'operation defensive

John Ging, responsable de l'ONU à Gaza
"Peu de gens en dehors de Gaza mesurent l'horreur de la situation"
WWW.LEMONDE.FR

ohn Ging est responsable des opérations de l'UNRWA (agence de l'ONU chargée des réfugiés palestiniens) à Gaza depuis trois ans. Pour les victimes du bombardement mardi d'une école gérée par l'ONU, comme pour l'ensemble des victimes civiles de ce conflit, il espère qu'une enquête indépendante permettra d'établir les responsabilités.

Pouvez-vous décrire la situation à Gaza ?

La situation est atroce. Les habitants viennent de vivre douze jours de bombardements incessants. Personne n'est en sécurité, nulle part. Plus de 600 personnes sont mortes et 3 000 ont été blessées, et ça continue. Sans compter que la population manque de tous les produits de première nécessité, comme la nourriture ou l'eau. Les hôpitaux sont débordés, les médicaments manquent. La situation est vraiment désespérée. Mais les gens font preuve d'une grande dignité dans une situation des plus indignes.

Israël a commencé mercredi à ouvrir des corridors humanitaires trois heures par jour. Cela a-t-il amélioré la situation ?

Les points de passage étaient ouverts aujourd'hui comme ils l'étaient hier et avant-hier. Ce qui a changé, c'est qu'ils ont interrompu leurs opérations militaires pendant trois heures, pour permettre aux gens de sortir de leurs maisons chercher de l'eau et de la nourriture.

Cela ne vous a donc pas permis de répondre aux besoins les plus urgents de la population?

Notre travail ici n'a pas cessé pendant les bombardements. Mais que voulez-vous faire en si peu de temps ? Nous avons donc trois heures pour faire ce qui nous prend normalement douze heures par jour, six jours par semaine, et que nous n'avons pu faire depuis douze jours. Les camions qui acheminent les biens de première nécessité doivent être chargés, conduits, déchargés... Pour faire venir ces camions à Gaza aujourd'hui nous avons commencé à 7 heures du matin, et l'opération vient seulement de finir ce soir, douze heures plus tard. C'est une opération logistique très importante. Il ne faut pas se laisser distraire par ce joli mot de "corridor", ces belles images de convois, ce n'est pas ainsi que cela se passe. Les soldats israéliens arrêtent leurs opérations pendant trois heures, c'est tout, rien de plus.

Un communiqué de votre agence rapporte les propos de médecins selon lesquels 50 % des blessés depuis le début du conflit sont des civils. Confirmez-vous ce chiffre ?

Je ne peux pas confirmer les chiffres avancés. Il faudra mener une enquête indépendante pour établir les faits, puis nous aurons les bilans exacts. Mais il est évident que beaucoup de civils sont tués à l'heure qu'il est. Il faudra que les responsabilités soient établies, parce que si la guerre n'est pas régulée par la loi, comme le détermine la convention de Genève, c'est la loi du fusil, et ça c'est la manière dont les extrémistes et les terroristes mènent leurs opérations. Nous devons donc nous assurer que même en temps de guerre la loi est respectée. La loi dit que les civils doivent être protégés. S'ils meurent, c'est qu'il y a un problème. Il faudra déterminer qui en porte la responsabilité.

Vous avez demandé l'ouverture d'une enquête internationale après le bombardement d'une école gérée par l'ONU. Que s'est-il passé exactement ?

Il y avait 350 familles de réfugiés à l'intérieur, et des tirs tout autour de l'école. Quarante personnes ont trouvé la mort, cinquante-cinq ont été blessées, presque exclusivement des civils. Il faut déterminer ce qui s'est passé. Israël affirme que des militants tiraient depuis l'école. Mais nous, aux Nations unies, sommes convaincus que ce n'est pas le cas car ces écoles sont sous notre contrôle. Notre personnel est chargé de vérifier qu'aucun combattant ne s'y abrite et qu'il n'y a aucun tir depuis l'école. Je fais confiance à notre personnel, mais si ceux qui nous accusent ont des preuves de ce qu'ils avancent, qu'ils les montrent et nous agirons en conséquence.

Israël va dépêcher jeudi un émissaire au Caire pour discuter d'une trêve des combats. Un cessez-le-feu vous paraît-il possible dans les jours qui viennent ?

Nous devons garder espoir qu'il interviendra le plus tôt possible. Le problème, c'est que peu de gens en dehors de Gaza mesurent l'horreur de la situation ici. Vu de l'extérieur, il peut sembler raisonnable d'attendre deux ou trois jours de plus, mais ici, des gens meurent pour rien toutes les heures. Puisque nous savons que tout cela aura une conclusion politique, et non militaire, pourquoi ne pas cesser les violences immédiatement ?

Propos recueillis par Soren Seelow

Responsabilità



20:32 Israele critica il cardinal Martino
Israele ha contestato oggi le affermazioni del cardinal Renato Raffaele Martino che ha paragonato Gaza a un "grande campo di concentramento". Il portavoce del ministero degli esteri israeliano, Igal Palmor, ha accusato il prelato di utilizzare termini "della propaganda di Hamas"

19:02 Israele: "Lasciate la zona di Rafah"
L'esercito israeliano ha lanciato volantini sulla parte meridionale di Gaza: nei manifestini si consiglia agli abitanti di lasciare la zona attorno alla città di Rafah, in previsione del bombardamento dei tunnel attraverso cui passano le armi che riforniscono gli uomini di Hamas


Quando fra anni i ragazzini palestinesi che sopravviveranno saranno adulti, ricorderanno questi momenti. E le conseguenze saranno disastrose. La follìa elettorale, perché di questo si tratta, dell'esecutivo e di personaggi come Tzipi Livni e lo stesso Ehud Barak sta trascinando la stessa Israele in un gorgo. I soldati, israeliani, vengono privati di qualsiasi collegamento con l'esterno. Essere democratici all'interno di un Paese e calpestare i diritti degl altri all'esterno.

Fanatism




It could have been written by Goebbels

It's Our Land...By: Benjamin Netanyahu former israel PM


Benjamin Netanyahu gave an interview and was asked about Israel's occupation of Arab lands.

"Crash Course on the Arab Israeli Conflict."

Here are overlooked facts in the current Middle East situation.

These were compiled by a Christian university professor:

It makes sense and it's not slanted. Jew and non-Jew -- it doesn't matter.

1. Nationhood and Jerusalem. Israel became a nation in 1312 BCE, Two thousand years before the rise of Islam.

2. Arab refugees in Israel began identifying themselves as part of a Palestinian people in 1967, two decades after the establishment of the modern State of Israel.

3. Since the Jewish conquest in 1272 BCE, the Jews have had dominion over the land for one thousand years with a continuous presence in the land for the past 3,300 years.

4. The only Arab dominion since the conquest in 635 CE lasted no more than 22 years.

5. For over 3,300 years, Jerusalem has been the Jewish capital Jerusalem has never been the capital of any Arab or Muslim entity. Even when the Jordanians occupied Jerusalem, they never sought to make it their capital, and Arab leaders did not come to visit.

6. Jerusalem is mentioned over 700 times in Tanach, the Jewish Holy Scriptures. Jerusalem is not mentioned once in the Koran.

7. King David founded the city of Jerusalem. Mohammed never came to Jerusalem.

8. Jews pray facing Jerusalem. Muslims pray with their backs toward Jerusalem.

9. Arab and Jewish Refugees: in 1948 the Arab refugees were encouraged to leave Israel by Arab leaders promising to purge the land of Jews. Sixty-eight percent left without ever seeing an Israeli soldier.

10 The Jewish refugees were forced to flee from Arab lands due to Arab brutality, persecution and pogroms.

11. The number of Arab refugees who left Israel in 1948 is estimated to be around 630,000.The number of Jewish refugees from Arab lands is estimated to be the same.

12. Arab refugees were INTENTIONALLY not absorbed or integrated into the Arab lands to which they fled, despite the vast Arab territory. Out of the 100,000,000 refugees since World War II, theirs is the only refugee group in the world that has never been absorbed or integrated into their own people's lands. Jewish refugees were completely absorbed into Israel, a country no larger than the state of New Jersey .

13. The Arab-Israeli Conflict: the Arabs are represented by eight separate nations, not including the Palestinians. There is only one Jewish nation. The Arab nations initiated all five wars and lost. Israel defended itself each time and won.

14. The PLO's Charter still calls for the destruction of the State of Israel. Israel has given the Palestinians most of the West Bank land, autonomy under the Palestinian Authority, and has supplied them.

15. Under Jordanian rule, Jewish holy sites were desecrated and the Jews were denied access to places of worship. Under Israeli rule, all Muslim and Christian sites have been preserved and made accessible to people of all faiths.

16. The UN Record on Israel and the Arabs: of the 175 Security Council resolutions passed before 1990, 97 were directed against Israel.

17. Of the 690 General Assembly resolutions voted on before 1990, 429 were directed against Israel.

18. The UN was silent while 58 Jerusalem Synagogues were destroyed by the Jordanians.

19. The UN was silent while the Jordanians systematically desecrated the ancient Jewish cemetery on the Mount of Olives.

20. The UN was silent while the Jordanians enforced an apartheid-like a policy of preventing Jews from visiting the Temple Mount and the Western Wall.

These are incredible times. We have to ask what our role should be. What will we tell our grandchildren about we did when there was a turning point in Jewish destiny, an opportunity to make a difference?

Deja vu on genocide


Déja vu in Gaza.
by Vera Gowlland-Debbas

Do events in Gaza show the "responsibility to protect" to be nothing but pious buzz-words?
5 - 01 - 2009
Through the lens of history, remember the famous attempt by Jews to resist the Germans in armed fighting in the Warsaw ghetto? As recounted by The Holocaust Encyclopedia, the Warsaw ghetto was established by German decree on October 12, 1940 and sealed off from the rest of the city. “The ghetto was enclosed by a wall that was over 10 feet high, topped with barbed wire, and closely guarded to prevent movement between the ghetto and the rest of Warsaw. The population of the ghetto…was estimated to be over 400,000 Jews. German authorities forced ghetto residents to live in an area of 1.3 square miles, with an average of 7.2 persons per room.”^

It continues to describe how Jewish organizations within the ghetto attempted to keep alive a trapped population that suffered severely from starvation, exposure, and infectious disease and how the miserable food allotments rationed by the Germans had to be supplemented by widespread smuggling of food and medicines into the ghetto. It goes on to recount the Warsaw ghetto uprising in April 1943 when Jews decided to organize resistance against the occupiers using small arms smuggled into the ghetto and homemade weapons. The resistance was finally brutally crushed and we know at what terrible cost...

Today, partly as a result of the shocked reactions to the crimes perpetrated during World War II, fundamental and intransgressible rules and principles of international law, including of human rights and humanitarian law, directed to the protection of the essential values and interests of the international community as a whole, now provide the foundations of contemporary international society.

The obligation of each and every State to prevent their flagrant violation was reiterated in the recent September 2005 General Assembly World Summit Outcome document, in which all States members of the United Nations pledged that: “The international community, through the United Nations, also has the responsibility to use appropriate diplomatic, humanitarian and other peaceful means…to help protect populations from genocide, war crimes, ethnic cleansing and crimes against humanity”, and that “we are prepared to take collective action, in a timely and decisive manner, through the Security Council, in accordance with the Charter, including Chapter VII, on a case-by case basis…should peaceful means be inadequate."

How can this duty on the part of the international community be reconciled with its manifest inaction in the current situation of Israeli "shock and awe" tactics, of massive air strikes against Gaza and indiscriminate killing of its population? The UN’s roadmap for Palestine since 1948 includes a spate of Security Council resolutions – all unheeded by Israel – declaring the illegality of Israeli occupation of Palestinian Territory, including East Jerusalem, within its 1967 borders, condemning Israeli use of force, violations of human rights and humanitarian law, including demolition of homes and collective punishment, and pronouncing invalid its measures to change unilaterally the borders of this former mandate and self-determination territory. (See among others, Security Council resolutions 237 (1967), 242 (1967), 271 (1969), 298 (1971), 338 (1973), 446 (1979), 476 and 478 (1980), 681 (1990), 799 (1992), 904 (1994) and 1322 (2000).)

The International Court of Justice – the principal judicial organ of the United Nations - in a milestone Opinion handed down in 2004, (Endnote 1) has determined that the construction of a wall by Israel within these borders is illegal and could be seen as a de facto annexation of parts of the West Bank. It has unanimously, including its US Judge, declared the Israeli settlements in the Occupied Palestinian Territory illegal and a grave breach of the Geneva Conventions, which entails individual criminal responsibility. It has called on the international community as a whole to assume its responsibility to ensure that Israel ceases its illegal actions and make reparations for all the destruction it has caused to Palestinian homes, land and property, as well as not to recognise the results of Israel's illegal actions or to assist it in any way.

The UN Secretary-General’s "mea culpa" in the cases of Rwanda and Srebrenica had underlined that the international community as a whole had to accept its share of responsibility for failing to take action to prevent the tragic course of events. In a recent case involving Bosnia against Serbia, the International Court of Justice underlined a duty of prevention, the failure of which entails guilt and complicity. And in a Human Rights Council statement, the United Nations Special Rapporteur for Human Rights in the Occupied Territories has this to say: "The Israeli airstrikes today, and the catastrophic human toll that they caused, challenge those countries that have been and remain complicit, either directly or indirectly, in Israel's violations of international law. That complicity includes those countries knowingly providing the military equipment including warplanes and missiles used in these illegal attacks, as well as those countries who have supported and participated in the siege of Gaza that itself has caused a humanitarian catastrophe."

Will the inaction of the permanent members of the Security Council, the parties to the Geneva Conventions, who undertake to "respect and to ensure" international humanitarian law, in particular Switzerland as the depositary, the European Union, the pillars of which are said to be based on the rule of law and democracy, and the international community as a whole, mean that this "responsibility to protect” is nothing but a mere pious buzz word, conveniently used only as a cover for furthering interests?

Reactions to such blatant violations of international law would normally take the form of UN and regional sanctions, civil boycotts and criminal pursuit of individuals. Precedents in the region (remember the reactions to Iraq's invasion and occupation of Kuwait and the $26 billion compensation it was forced to pay?) and elsewhere abound. It is ironic therefore that far from measures to ensure Israeli compliance with UN resolutions and international law, the Palestinians themselves over the past few years have been condemned, sanctioned and strangled. Such double standards are totally incompatible with the key principle of the rule of law in international affairs which states that the rules apply equally to all, and can only pave the way for more frustration, incomprehension, anger and violence on the part of the victims.

Endnotes
1.The author served as Legal Counsel to the Arab League in the /Wall Opinion./ The case before the Court was argued by such eminent British figures as Professor Vaughan Lowe, Chichele Professor of Public International Law, University of Oxford, Professor James Crawford, formerly Director of the Lauterpacht Research Centre for International Law and Professor of Public International Law at Cambridge (Counsels for Palestine), and the late Sir Arthur Watts, former legal counsel to the British Government (Counsel for Jordan). The written and oral statements may be found on the web-page of the Court. For further reading, see among other commentaries on this Opinion, Vera Gowlland-Debbas, “The Responsibility of the Political Organs of the UN for Palestine in Light of the ICJ’s /Wall /Opinion”, in Marcelo G. Kohen (ed.), /Promoting Justice, Human Rights and Conflict Resolution through International Law/. Leiden, Martinus Nijhoff, 2006, pp. 1095-1119, and Ian Scobie, “Unchart(er)ed Waters?: Consequences of the Advisory Opinion on the Legal Consequences of a Wall in the Occupied Palestinian Territory for the Responsibility of the UN for Palestine”, 16 /European Journal of International Law /(2005), pp. 941-961.

Vera Gowlland-Debbas is Professor of Public International Law at the Graduate Institute of International and Development Studies in Geneva.

She has been Honorary Professor at University College London and Visiting Fellow at all Souls College, Oxford.

martedì, gennaio 06, 2009

Assassinations

All'alba incursione dei carri armati israeliani nella zona est di Khan Younes, la più grande città del sud della Striscia. Colpite due scuole dove si erano rifugiati civili palestinesi, almeno 30 morti in una, tre vittime nell'altra. Lanci di Grad sullo Stato ebraico, fino a 45 chilometri di distanza: ferita lievemente una bambina di tre mesi. Tsahal: "Uccisi 130 uomini del movimento radicale". Tra ieri e oggi 6 soldati di Tel Aviv uccisi, 4 da "fuoco amico". Bilancio delle vittime finora, secondo fonti palestinesi: 635 morti, di cui 100 bambini, 2.700 feriti. Croce Rossa: "Crisi umanitaria è totale". Sarkozy: "Vicini alla soluzione". Gli Usa: "Cessate il fuoco, ma durevole e sostenibile"

Peace?

domenica, gennaio 04, 2009

Consensus des partis israéliens sur l'offensive militaire contre Gaza




source: lemonde.fr

La guerre contre le Hamas dans la bande de Gaza a totalement mis en sourdine la campagne pour les élections législatives anticipées du 10 février. Mais tout le monde sait que la façon dont est conduit le conflit, le temps qu'il durera, la manière dont il va s'achever et les résultats qui seront obtenus auront une importance capitale dans le débat politique et le choix des électeurs.


Certains scrutins antérieurs en ont fourni une parfaite démonstration. Comme l'a rappelé le journaliste pacifiste Uri Avnery, Menahem Begin, du Likoud, l'avait emporté en 1981 grâce au raid réussi contre le réacteur nucléaire irakien Osirak et Benyamin Nétanyahou, également du Likoud, avait devancé le travailliste Shimon Pérès en 1996 après l'échec de l'opération "Raisins de la colère" au Liban.

Les sondages de fin de semaine ont crédité Ehoud Barak, le ministre de la défense, d'une avancée considérable par rapport aux scores médiocres enregistrés auparavant. Ce qui permet au leader du Parti travailliste de revenir dans la course alors qu'il était loin dans les intentions de vote. Pour le moment, Tzipi Livni, ministre des affaires étrangères et dirigeante de Kadima, n'a pas encore engrangé les bénéfices de son activisme pour l'éradication du Hamas de la bande de Gaza mais en adoptant une attitude martiale, elle espère, elle aussi, toucher les dividendes de l'opération. Cette détermination tranche avec le comportement modéré qu'elle avait adopté pendant la deuxième guerre du Liban, à l'été 2006, penchant pour une réaction ciblée et courte contre le Hezbollah plutôt qu'une guerre qui s'est révélée désastreuse. Cette fois, elle a choisi une ligne dure et a refusé la trêve humanitaire proposée par la France.

Benyamin Nétanyahou, auparavant nettement en tête dans les sondages, fait pratiquement aujourd'hui jeu égal avec Mme Livni. N'étant pas partie prenante dans les décisions, il se garde bien d'intervenir, sauf pour donner son approbation. Il attend que les résultats soient plus clairs pour pouvoir donner de la voix.

Ehoud Olmert, premier ministre chargé d'expédier les affaires courantes, est le seul qui n'ait pas un intérêt électoral dans l'opération. Mais il a aujourd'hui l'occasion de restaurer une image ternie, notamment par l'échec de la guerre du Liban, en 2006, et de démontrer qu'il a parfaitement tiré les leçons de ce fiasco en permettant à Tsahal de récupérer un pouvoir de dissuasion.

Cette guerre est pour lui une sorte de revanche et une manière de s'imposer comme un élément incontournable face à Ehoud Barak et Tzipi Livni, avec lesquels il n'est pas dans les meilleurs termes. Des divergences sont apparues à plusieurs reprises entre eux mais, officiellement, le cabinet affiche sa cohésion sur les choix stratégiques de l'opération.

Ce consensus sur la nécessité d'affronter le Hamas s'appuie sur une opinion publique qui soutient entièrement cette aventure, même si elle se révèle de plus en plus sanglante chaque jour. Selon un sondage publié, vendredi 2 janvier, par le quotidien populaire Maariv, 93% des Israéliens sont en faveur de l'opération et 42% estiment qu'elle doit se poursuivre par une offensive terrestre. Pour les médias, il s'agit d'une question de "légitime défense" et le nombre de tués et de victimes civiles ne donne pas lieu à des critiques.

La voix des pacifistes est totalement étouffée par une quasi-unanimité qui estime que tout cela a assez duré et que c'est le moment ou jamais d'en finir avec un ennemi situé à la porte d'Israël. Mais le conflit n'est pas terminé et le Hamas est loin d'être à genoux. La suite des opérations risque de fissurer cette union sacrée, comme ce fut le cas lors de la deuxième guerre du Liban.

Au début de ce conflit, tout le monde avait approuvé les représailles après l'attaque d'une patrouille israélienne par le Hezbollah puis la nécessité de franchir la frontière pour donner une leçon à la milice chiite. Le résultat n'a pas été probant et les roquettes ont continué d'exploser en Galilée, comme actuellement sur le sud d'Israël après plus d'une semaine d'un pilonnage en règle de la bande de Gaza.

Le conflit aborde donc un tournant capital et les décisions pour le mener à bien seront essentielles. Ce n'est qu'en cas de difficultés que des voix discordantes pourront se faire entendre pour en retirer un bénéfice électoral. A condition que le scrutin ne soit pas retardé. Ce qui n'est pas envisagé pour le moment.

Michel Bôle-Richard

Auto blu



Torniamo alle cronache da un Paese piccolo piccolo

(ANSA) - CATANZARO, 4 GEN - "L'Italia ha conquistato un nuovo record mondiale per il proprio parco di auto blu, che ha raggiunto le 607.918 unità". A rilevarlo, in un'interrogazione al Presidente del Consiglio e al ministro per la Pubblica amministrazione, è il deputato del Pd Franco Laratta.
Laratta cita uno studio condotto da Contribuenti.it, dal quale emerge che "in soli due anni, in Italia, si è passati da 574.215 a 607.918 auto blu, con un aumento del 6%. Dopo la legge del 1991, che limitava l'uso esclusivo delle auto blu ai soli Ministri, Sottosegretari e ad alcuni Direttori generali, si sono sempre proposte regolamentazioni e tagli. Ma nei fatti questi tagli non si sono mai effettuati. Ancora più grave la situazione negli enti locali e nelle Regioni, dove l'utilizzo delle auto blu appare di fatto fuori controllo". Il deputato del Pd, nell'interrogazione, chiede se "il Governo è a conoscenza dei dati diffusi da Contribuenti.it e che cosa intende fare per fermare l'utilizzo spropositato delle
auto blu". (ANSA).

Peres dixit

(ANSA-REUERS) - WASHINGTON, 4 GEN - Il presidente israeliano
Shimon Peres ha respinto oggi la possibilità di un cessate il
fuoco ma ha affermato che Israele non intende occupare Gaza.

solo raderla al suolo
...io aggiungo...

GAZA: COLPI D'ARTIGLIERA SU OSPEDALE JABALYA, EVACUATO

A Jabalya, nel nord della Striscia di Gaza, la Mezzaluna rossa sta evacuando l'ospedale. La decisione e' stata presa stanotte, in seguito a una raffica di colpi di artiglieria dell'esercito israeliano. "Era un avvertimento - ha spiegato al telefono Vittorio Arrigoni volontario dell'International Solidarity Movement nella Striscia - Ora ci stiamo spostando verso l'ospedale di Shifa ma la Mezzaluna rossa ha organizzato una base mobile per strada". Le operazioni di soccorso sono lente e sempre piu' difficili. Il volontario italiano ha spiegato che, per circolare, le ambulanze, sulle quali possono salire solo sue persone, devono prima prendere accordi con la Croce rossa e poi chiedere l'autorizzazione ai vertici militari israeliani. "Mentre aspettiamo, la gente muore - ha detto -. Per questo abbiamo deciso di muoverci verso zone che riteniamo 'sicure' e li' aspettiamo che ci portino i feriti". Arrigoni ha raccontato che le sale d'emergenza degli ospedali sono piene di cadaveri: "E' vero, alcuni sono miliziani ma la maggior parte sono civili. Oggi ho visto una coppia che trascinava un carretto con due bambini, i loro figli, in fin di vita: quello che stanno facendo e' semplicemente fuori da ogni logica". (AGI)

Una corrispondenza da Israele

Non c’è niente da fare. Ci sono cose che non cambiano mai. Nemmeno le mie reazioni riescono ad essere più evolute di dieci, o cinque o due anni fa. Nemmeno di tre mesi fa. Arrivo all’aeroporto di Tel Aviv, con un volo Alitalia, come sempre in ritardo. Scendo, sono con un collega. Il sole filtra attraverso le grandi vetrate, c’è sempre un po’ di emozione a tornare in Israele. D’altra parte tutto è cominciato qui anche per me. Questo posto è stato lavoro, casa, amici, ho scritto i miei primi pezzi, ho raccontato le prime storie, ho visto persone morire, persone fuggire, persone scomparire. Ho conosciuto il dolore in questo posto. La rabbia. La rassegnazione. Mi sono imbattuta nella forza delle persone che affrontano la sofferenza, le loro vite fatte a pezzi. Quando vivevo a Gerusalemme, ho vissuto la sottile paura che ti accompagna quando sali su un autobus o ti fermi a fare uno spuntino in un bar. Ho imparato ad abituarmici come fa la gente che vive in situazioni estreme. Da una parte o dall’altra. Sono trascorsi anni e faccio a fatica a distinguere il dolore dei palestinesi da quello degli israeliani. Non riesco a essere di parte. Ricordo una ragazza di 19 anni che doveva sposarsi e invece è morta con il padre il giorno prima delle nozze, spazzata via da un kamikaze. Credo di non aver mai pianto tanto ad un funerale circondata dai parenti della ragazza che erano venuti per il matrimonio. “Tu sarai sempre la mia sposa”, disse il suo fidanzato mettendole l’anello sul panno di velluto che copriva il suo corpo devastato. Poche ore prima invece avevo visto morire un bambinetto palestinese colpito da un pezzo di cemento schizzato da una casa. Un carro armato israeliano stava sparando contro l’edificio per far uscire quattro militanti. Il bimbo che indossava una magliettina rossa è stato colpito in piena faccia. E’ rimasto un buco nero.

Insomma torno a oggi. Era solo per dire che questo è un posto che ho dentro. Con tutte le sue contraddizioni, con i suoi problemi, i suoi torti e le sue ragioni. Arrivo all’aeroporto, la ragazza del controllo passaporti guarda schifata il mio passaporto quasi nuovo. Ho solo tre timbri: Emirati Arabi Uniti, Afghanistan e Pakistan. Un attimo prima le ho chiesto con gentile fermezza di non mettermi il timbro israeliano. Altrimenti al mio ritorno dovrei rifare il passaporto, perché molti paesi arabi non ti lasciano entrare se hai un visto israeliano. Giusto o sbagliato che sia, questo è quanto. La ragazza, una ricciolina che vedrei meglio su un cubo in discoteca, che immersa nella sua divisa troppo stretta, chiama la sicurezza. Vorrei già cominciare a urlare. Arriva un poliziotto, mi accompagna in una stanzetta e si dimentica di me. Accanto ho un ragazzetto svizzero che ha la mamma israeliana e la sorella che l’aspetta fuori, più in là c’è una ragazza bionda, probabilmente russa e uno con una giacca rossa firmata Ferrari dai tratti somatici che sembrano arabi. “E tu che ci fai qui? Perché sei pericoloso?”, dico al ragazzo, che andrebbe punito solo per la bruttezza delle scarpe. “Ho il timbro del marocco, ci sono andato in vacanza un paio di mesi fa”. Annuisco. Cavoli, un israeliano che va in vacanza in marocco. Molto pericoloso. “E tu?” mi chiede lui. “Sono una giornalista, capita spesso, soprattutto perché ho tanti visti di paesi arabi”. “Eh già – dice lui – questa è la democrazia israeliana, ma bisogna anche capire”. Capisco sul momento, ma dopo due ore non capisco più. “Mi scusi?”, mi affaccio e chiamo una poliziotta. “Stia seduta e aspetti il suo turno non vede che sto parlando con qualcun altro?”. Comincio a pensare che invece di arrabbiarmi forse dovrei chiamare l’ambasciata. Poi penso, cavoli e il primo dell’anno, non possono tirarla tanto per le lunghe. Neanche quella poliziotta può essere maleducata e prepotente come quasi sempre accade. Ovviamente sono solo ottimista. Scalpito. Sbuffo. Fumo. (non una sigaretta, dalle orecchie). Una piccola tv manda le immagini di Gaza. Dovrei essere già essere in albergo e pensare al da farsi. Invece sto qui. Tiro fuori un libro, mi metto a leggere. Piano piano tutti se ne vanno, arrivano altri. “Venga”, mi dice una della sicurezza che mi porta in uno stanzino. “Dobbiamo farle qualche domanda”.

“ok”

“Vedo che è stata tante volte qua”

“Seguo questa zona”

“Ah si?”

“già”

“E conosce persone suppongo”

“qualcuna, sa faccio la giornalista”

“e per chi lavora? E da quando? E quanto resta, e dove andrà?, ha un tesserino? Non ne ho mai visto uno così”. Lo so, il tesserino dell’ordine dei giornalisti è un po’ ridicolo, ma è quello che passa il convento, per il resto, rispondo come posso, nel modo più vago possibile. “In quali paesi arabi è stata?”.

“Tutti”

“Tutti quali?”. Sciorino un elenco, non mi ricordo neanche cosa ho mangiato ieri, figuriamoci dove sono stata catapultata negli ultimi anni.

“Conosce qualcuno in quelle zone?”. “No parlo con le piante”.

“Intendo se ha amici”. “Non ho amici. Sono antipatica e asociale”. Mi chiede dove abito, il mio numero di telefono. “Sono qui solo per raccontare questa storia”. Quale storia? “Quello che sta succedendo a Gaza”. “Ah - dice lei – e ha intenzione di entrare?”. Quando apriranno entrerò con tutti i colleghi del resto del mondo. “Non lo sa che è zona militare e non si può entrare?”. Lo so, ma prima o poi apriranno. “Non credo”. Strabuzzo gli occhi. Ammetto di essere esausta. Ho fame. Le vetrate non filtrano più il sole, è buio. “Va bene può andare”. Mi alzo e aspetto la poliziotta maleducata che mi deve riportare il passaporto. “Va bene la lasciamo andare”, mi dice venendomi incontro. “naturalmente”, le rispondo io. “Naturalmente? Possiamo anche rispedirla indietro se vogliamo”. Fatelo. Rispeditemi. Invece mi volto e vado verso l’uscita. Prendo un taxi, chiamo i miei amici israeliani per salutarli, chiamo i miei amici palestinesi per salutarli. Non voglio parlare di politica, voglio solo sapere come stanno. Arrivo a Gerusalemme, il tassista non è molto pratico, fa un giro lungo, non gli dico niente, mi godo la vista, mi lascio avvolgere dalla bellezza della Città Vecchia. Le guglie delle mura nascondono un tesoro di viuzze. Mi piace anche la parte ovest quella israeliana, da qualche parte c’è la mia vecchia casa. Arrivo in albergo. Non ho ancora cominciato a lavorare e già sto dando di matto. Meno male che Gerusalemme mi calma. Amo questa città. I visi conosciuti di quelli dell’albergo mi accolgono come una vecchia amica. “Appena abbiamo visto il casino, sapevamo che saresti arrivata, ma ci verrai mai qui una volta che non succede niente?”. Chissà se non succederà mai niente in questo posto. Chissà se si potrà morire di noia, di vecchiaia e di gentilezza? Da una parte e dall’altra.
http://schiavulli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/01/01/benvenuta-in-israele/

Kill Palestinians, kill, kill

Silvia Saint, one of the best czech "export" article...

European Union is nowadais a ridiculous bunch of countries with nothing in common. Everyone speaks for himself. Among the stupid things done by the EU there was the enlargment, made only to allow western european companies to make profit in eastern european countries. Western countries though to be smart, but the irresponsability of countries like Czech Republic, clearly anti-EU, shows how big this misunderstanding was. The last irresponsable declaration of Prague? Here.

“At the present time and at the light of the events of these last days, we estimate that this measure constitutes a defensive action and non-offensive,” Jiri Putuznik, spokesman for the Czech presidency.

Unfortunately the rest of the world call this "defensive operation" genocide.

sabato, gennaio 03, 2009

Il non pacifico Pacifici



"Quelli che oggi hanno bruciato le bandiere di Israele e degli Usa, del presidente Obama, dovranno fare i conti con la giustizia italiana".
Firmato Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana.

Che questo signore faccia il tifo per il suo Paese lo si può capire. Che si permetta di pontificare dopo un massacro come quello di Beit Lahia (una moschea bombardata, e questo è crimine di guerra), l'impedimento alla Croce Rossa a entrare in Gaza (e questo è crimine di guerra), ma soprattutto che l'Ansa gli dia così tanta voce è davvero scandaloso. Centinaia i morti palestinesi. 4 quelli israeliani. Per un pugno di assassini non si può condannare a morte un popolo.

Enough now....

In onore della Lega Araba

...e dei furfanti e incapaci che la compongono


Guido Rampoldi per La Repubblica

IL CAIRO - «Dove sono i leader arabi? Dove sono? Dove?», grida la donna rivolgendosi alla telecamera, e la sua ira è così fisica che gli occhiali sembrano vibrarle sul naso. La risposta stasera non è difficile, i leader arabi sono al Cairo, in una sala foderata di legno che nell´occasione ricorda un vecchio teatro. Non li si può biasimare se hanno scritto in faccia noia, irritazione, perfino disgusto per questa recita dal titolo "Riunione d´emergenza della Lega araba" che li obbliga a finzioni ormai patetiche.

Molti convenuti sperano che gli israeliani liquidino in fretta Hamas, considerandola un infiltrato iraniano nelle terre sunnite e un focolaio di sovversione; la Lega araba è un defunto ufficialmente in vita perché nessuno sa come seppellirlo; e le ostilità che l´attraversano sono così feroci che non c´è verso di addivenire ad una posizione comune neppure sulla questione palestinese, origine del panarabismo.

Ma queste verità non possono essere dichiarate ufficialmente, pena una perdita di legittimità.

Così la recita cairota si risolverà nei soliti esercizi di futilità diplomatica: un´invocazione al Consiglio di sicurezza (esito scontato: il veto americano bloccherà la risoluzione di condanna di Israele) e un appello alla Svizzera perché promuova un´indagine sul comportamento delle Forze armate israeliane alla luce della Convenzione di Ginevra. Insomma, nulla. «Non possiamo tendere la mano ai palestinesi», dirà il ministro degli Esteri saudita, perché sono divisi. E perché Gaza ha votato Hamas, avrebbe potuto aggiungere.

E la rabbia delle piazze arabe? Le adunate furiose che ci mostrano i telegiornali, mentre si bruciano bandiere con la stella di David e manichini nella veste saudita? Dove sono le masse? Nel pomeriggio la polizia ha sbaragliato in pochi minuti una dimostrazione organizzata dai Fratelli musulmani, non più di un migliaio di persone.

Molte di più sono accorse stanotte davanti all´Hard Rock Cafe, non per dare fuoco ad un simbolo del colonialismo culturale, ma per passarvi il capodanno, festa sconosciuta al calendario islamico. Tra i cairoti che invece sciamano per la Corniche, molti giovani esibiscono il copricapo quest´anno di gran moda, il berretto da baseball, tipico gioco egizio.

Nei ristoranti, nelle discoteche, arabi ed europei salutano l´anno nuovo nello stesso modo, con la stessa felicità obbligatoria, i brindisi, gli schiamazzi, il rock. Otto anni di ansie identitarie, di narrazioni sulle opposte civiltà e le incompatibili culture, le "radici cristiane" e il "mondo musulmano", per ritrovarci a mollo in questo ceto medio globale, indifferenziato e per la gran parte forse indifferente.

Neppure i richiami della foresta a solidarietà di tipo religioso o etnico sembrano fare effetto, se è vero, come sembra, che il tormento di Gaza sconvolge gli egiziani non più di quanto ci colpiscano le sofferenze dei cristiani brutalizzati dall´estremismo induista nel remoto Orissa.

Le rovine di Gaza non saranno allora lo sfondo di una crisi dell´identità araba, cominciata molto prima e solo adesso affiorata? E dove conduce, dove sbucherà? Che una crisi profonda sia in atto, lo conferma Mohamed el Sayed Said, vicedirettore dell´al-Ahram Center for Political and Strategic Studies, forse il miglior centro-studi arabo. L´esito, prevede Said, «al 90 per cento» dipenderà ancora una volta dal modo in cui evolverà il conflitto arabo-israeliano, la storia su cui da quarant´anni si forma la cultura politica araba.

Sarà un processo lungo, non ci sono rivoluzioni dietro l´angolo. Si può essere ottimisti? Si può sperare, ad esempio, in un successo di quelle forze laiche e liberali che sono state le prime vittime, in questi otto anni, dell´effetto congiunto di binladismo, inettitudine americana e ignavia europea?

Forse, dice Said; dopotutto nelle società arabe è generale il consenso verso un´evoluzione democratica. Però i regimi arabi gli sembrano «notevolmente stabili». Così anche il regime egiziano, malgrado in genere gli analisti lo considerino il più pericolante tra i regimi cosiddetti moderati. «La società civile egiziana oggi è debole e il regime è potente: la crisi di Gaza non lo scuoterà. Però potrebbe inasprire il conflitto tra il regime e gli islamisti (i Fratelli musulmani) e diffondere dubbi su Mubarak, sull´efficacia della sua politica».



La residua credibilità di Mubarak forse non precipita alla velocità vertiginosa con cui sale in queste giornate la popolarità del ministro della Difesa israeliano, ma probabilmente è vicina ai minimi storici. Benché famoso per la sua cautela, il raìs ha commesso l´imprudenza di ricevere al Cairo l´israeliana Tzipi Livni alla vigilia dell´offensiva su Gaza: e questo lo espone all´accusa mortale che adesso gli rivolge l´iraniano Ahmadinejad, intelligenza con Israele. Come gli altri capi moderati, come Abu Mazen, come il re giordano, Mubarak ha già perso la battaglia di Gaza. Se Hamas riuscisse a resistere, sarebbe il trionfo dell´estremismo legato ai Fratelli musulmani.

Se invece Israele cogliesse la vittoria, il raìs verrebbe accusato di averla quantomeno facilitata con una politica pavida e irresoluta. Al momento nessuno di questi esiti sembra rappresentare una sfida seria per il poderoso stato di polizia egiziano (mezzo milione di impiegati soltanto negli apparati di sicurezza). Ma un ulteriore lungo incrudelire dello scontro a Gaza accrescerebbe il disagio del regime e del moderatismo arabo.


Signora Mubarak - Copyright Pizzi
Cosa attendersi da Gaza? I primi rapporti dell´americana Human Rights Watch, la più autorevole organizzazione per i diritti umani, suggeriscono che nella Striscia si mostri la stessa sequenza della guerra del Libano, così come HRW la ricostruì in un puntiglioso rapporto contestato sia da Hezbollah (che ne proibì la presentazione a Beirut) sia da Israele (che però, fatto non secondario, ne permise la presentazione).

All´inizio pareva che una delle due parti sparasse sui civili, l´altra su obiettivi militari. Presto gli obiettivi militari neutralizzabili con precisione finirono. Il conflitto proseguì, si affacciò il sospetto che le due parti praticassero lo stesso gioco: entrambi cercavano di rendere la situazione intollerabile alla popolazione avversaria affinché quella si ribellasse al proprio governo e lo costringesse ad accettare le condizioni del nemico.


GazaTutto questo si può chiamare "l´essenza della guerra aerea" oppure definire in termini più precisi e più crudi. Quel che però qui conta è la sproporzione nei rapporti di forza, la differenza tra i danni che possono infliggere gli uni e i danni che riescono a provocare gli altri. Per ogni israeliano ucciso nel 2006 morirono dieci libanesi.

A Gaza il rapporto è decuplicato: uno a cento (secondo l´Autorità palestinese, per un quarto gli uccisi sono donne e bambini). Se ne dovrebbe ricavare che Hamas non potrà che arrendersi. Ma se questo è il calcolo d´Israele, degli americani, dei regimi arabi moderati e di molti europei, potrebbe rivelarsi errato.

Il confine tra Gaza e l´Egitto è una strana groviera. I contrabbandieri, cioè buona parte dei maschi adulti di Rafah, la città egiziana proprio sulla frontiera, hanno scavato nella sabbia dozzine di tunnel che dopo non più di quattrocento passi sbucano dall´altra parte della frontiera, sotto tende o dentro cantine. In genere le gallerie sono tutte uguali, con una bocca larga un metro per un metro che scende in verticale per quattro o cinque.

La maggior parte sono franate sotto le bombe dell´aviazione israeliana: ma i contrabbandieri assicurano che le ripristineranno in tre settimane. E poiché di lì entrano a Gaza i razzi che piovono su Israele, senza che la polizia egiziana possa o voglia intercettarli, ne consegue che i bombardamenti in corso non saranno risolutivi. Hamas non rinuncerà a proclamare la propria vittoria tornando a colpire le città nemiche.

Per evitarlo gli israeliani dovrebbero occupare la Striscia, pagando il prezzo, verosimilmente alto, di combattimenti casa per casa. I palestinesi, un milione e mezzo, per l´85 per cento già profughi (anche due volte, nel 1948 e nel 1967), cercherebbero scampo in Egitto, dove non sono benvenuti. Mubarak ha chiuso il confine. Non vuole prendersi in casa Hamas, ma neppure può massacrare i palestinesi che fuggissero per non finire massacrati a Gaza.

Come interferirà tutto questo con la crisi di identità araba? La percezione della propria debolezza sembra costringere le società arabe a fare i conti con il principio di realtà, vaccino contro il fondamentalismo. Ma l´inconsistenza della Ue non le aiuta affatto a fidarsi dell´Europa. Restano gli americani. Certo non Bush: Obama. Inshallah Obama, gridavano in novembre piccoli cortei di arabi entusiasti: speriamo in Obama.

Una truffa chiamata Alitalia




Nonostante innumerevoli procedimenti aperti dall'Unione Europea contro l'Italia, n non eraccontati dalle tv italiane, nel belpaese continuano a fiorire questi meravigliosi esempi di finanza creativa. Uno di essi è l'Alitalia ormai fallita (ma nessuno lo dice). Alitalia non esiste più. Al posto c'è la CAI (Compagnia Aerea Italiana) che però non ha i soldi per far volare gli aerei. Siccome, come in ogni buon paese mafioso, non si contestano i fatti, ci si limita a querelare ricordo che questo articolo è trovato su Internet ed è quindi di dominio pubblico.

LA CORDATA ITALIANA HA DOVUTO SUBITO RINUNCIARE ALL´ITALIANITÀ PERCHÉ NON ERA DA SOLA IN GRADO DI FAR DECOLLARE NEANCHE IL PRIMO AEREO
Tito Boeri per La Repubblica

Dieci mesi dopo, con quasi lo 0,3 per cento di pil sottratto ai contribuenti e 7.000 posti di lavoro in meno, Alitalia torna a parlare francese. Era il 14 marzo 2008 quando Air France-KLM depositava la propria offerta vincolante, subito accettata dal Consiglio di Amministrazione di Alitalia. Sono stati 10 mesi da incubo per i viaggiatori, presi ripetutamente in ostaggio in una battaglia senza esclusioni di colpi in cui la politica ha occupato un ruolo centrale, dimentica della recessione che ci stava investendo.

In questi 300 giorni gli italiani hanno visto franare il prestito ponte di 300 milioni di euro concesso quasi all´unanimità dal Parlamento italiano. Oltre a perdere così un milione al giorno, i contribuenti si sono accollati i debiti contratti dalla bad company per quasi tre miliardi.

Ci sono poi circa 7.000 posti di lavoro in meno nella nuova compagnia rispetto all´offerta iniziale di Air France, che comporteranno, oltre ai costi sociali degli esuberi (soprattutto di quelli che riguardano i lavoratori precari), oneri aggiuntivi sul contribuente legati al finanziamento in deroga degli ammortizzatori sociali, per almeno un miliardo di euro. Il conto pagato dal contribuente è, dunque superiore ai 4 miliardi di euro, più o meno un terzo di punto di pil, quasi due volte il costo della social card e del bonus famiglia messi insieme.

Sarà Air France-KLM l´azionista di maggioranza, in grado di decidere vita, morte e miracoli della compagnia sorta dalle ceneri di Alitalia. Poco importa che sia italiana la faccia, che si chiami ancora Alitalia la nuova compagnia. Sarebbe stato così comunque, anche con il 100 per cento del capitale nelle mani di Air France-KLM. Come canta Carla Bruni, chi mette la faccia "non è nulla", chi mette la testa "è tutto".

La composita cordata italiana ha dovuto subito rinunciare all´italianità della compagnia perché non era da sola in grado di far decollare neanche il primo aereo, previsto in volo sui nostri cieli il 13 gennaio prossimo venturo. Air France rileva il 25% della nuova compagnia, versando 300 milioni. Questo significa che il 100 per cento del capitale viene oggi valutato 1200 miliardi, circa 150 milioni in più dei 1052 pagati a Fantozzi da Colaninno e soci solo un mese fa.

Questo sovrapprezzo si spiega col fatto che CAI ha nel frattempo acquisito Air One. Si tratta di una compagnia in crisi, con un debito verso i soli fornitori valutato attorno ai 500 milioni di euro, ma il valore dell´acquisizione di Air One è tutto nella soppressione dell´unico concorrente sulla tratta Milano-Roma, consumatosi con il beneplacito della nostra Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Anche questi 150 milioni vanno aggiunti al conto pagato dagli italiani. E´ sono sicuramente una sottostima dei costi che dovremo pagare per la mancata concorrenza.

Conti fatti, è soprattutto Air France dunque ad aver fatto un affare. Rileva una compagnia più leggera di 7000 dipendenti rispetto a quella che avrebbe acquisito nel marzo scorso, che ha nel frattempo assunto una posizione di monopolio nella tratta più redditizia versando molto meno di quel miliardo su cui si era impegnata solo 10 mesi fa.

Dopo avere subìto un danno ingente in conto capitale e avere assistito alla beffa finale di vedere documentata, nero su bianco, la svendita della loro compagnia di bandiera allo straniero da parte dei "patrioti" della Cai, i cittadini italiani rischiano ora di vedere salire ulteriormente le tariffe aeree, in barba alla deflazione. Per scongiurare questo pericolo l´Autorità Antitrust dovrà assicurarsi fin da subito che gli slot lasciati liberi da Alitalià vengano venduti sul mercato.

Le speranze di concorrenza in Italia riposano ormai solo sull´ingresso di Lufthansa-Italia nella tratta Milano-Roma. Varrà senz´altro molto di più della moral suasion esercitata da chi, dopo aver benedetto la fusione fra CAI e Air One il 3 dicembre scorso, oggi promette di monitorare da vicino le tariffe della nuova compagnia.

Sei malata? Cazzi tuoi.

Quando si cerca di difendere dei delinquenti che hanno rubato, abusando del fatto di aver rivestito del ruolo pubblico, quando si parla di accanimento giudiziario se un amministratore finisce in galera, quando si giustifica il furto perché è solo "un fatto contabile", bisogna pensare che dietro quei numeri ci sono delle persone. Per cinque milioni di euro rubati in Abruzzo, Puglia, Sicilia, posti dove curarsi è oggettvamente un lusso, ci sarebbero molte persone che di quel denaro potrebbero aver bisogno. Un'ennesima cronaca da un paese in ginocchio.

Malata e indigente chiede l'eutanasia. Il vescovo: "Un grido di dolore"
di GIUSEPPE CAPORALE

CASTEL DI SANGRO (L'AQUILA) - Indigente e malata di cancro. Per questo Angela S., 58 anni, pensionata, vuole morire e chiede l'eutanasia. "Non auguro a nessuno di vivere in queste condizioni", ripete dal giorno di Natale, quando per mettere assieme il pasto ha dovuto chiedere aiuto ai vicini. Ora il disperato appello è diventato un caso. La sua vita, già piena di difficoltà, da quando ha scoperto di essere gravemente malata è scivolata in un baratro. Ma il tumore ai polmoni e l'indigenza non sono i suoi unici nemici: c'è anche la burocrazia che acuisce il dolore.

Già, perché Angela vive con 250 euro al mese di pensione (ottenute per una invalidità) in un paese arroccato sulle montagne abruzzesi. Appena scoperta la malattia, ha chiesto alla Asl una semplice indennità di accompagnamento. Un modo per ottenere un aiuto nei lunghi viaggi (250 chilometri circa tra andata e ritorno) per sottoporsi alla chemioterapia che deve necessariamente svolgere a Pescara. Ma la sanità abruzzese - già sconquassata e priva di fondi, anche a causa degli scandali legati alle tangenti nella pubblica amministrazione - è stata irremovibile. La donna non può avere l'indennità. Al massimo può percepire un rimborso spese per i viaggi dovuti alle cure.

La commissione di medicina legale - assicurano dalla direzione della Asl - l'ha più volte visitata ed ha constatato la "mancanza dei requisiti di legge". Il "no" da parte dell'ente ha spinto la donna a chiedere pubblicamente una "morte dignitosa piuttosto che una vita di stenti, dolore e umiliazione". Non sa come mantenersi, figurarsi come potersi curare. Angela non può nemmeno sostenere le spese per presentare ricorso contro la decisione della Asl. Ma almeno per questo aspetto è intervenuto il Comune di Castel di Sangro, che ha annunciato la copertura delle spese legali.

Intanto lei continua a rivendicare i suoi diritti: "Non voglio essere di peso a nessuno, chiedo solo aiuto allo Stato. Me la sono sempre cavata da sola, con poco. Adesso però il male mi ha attaccato i polmoni e non mi consente di procacciarmi il necessario per vivere. Purtroppo non rientro in nessuna forma di ammortizzatore sociale". L'unico apporto concreto lo ha ricevuto da Comune e Comunità Montana che hanno messo a disposizione una vettura per consentirle di recarsi a Pescara e sottoporsi alle cure. Tutto per un importo massimo di 1800 euro frutto di un contratto di solidarietà, ormai esaurito. "Ora non so proprio come farò a continuare con i cicli antitumorali...".

L'assessore comunale Andrea Liberatore, uno dei primi ad occuparsi della vicenda, giudica la decisione della Asl "iniqua verso una persona che non riesce a sopravvivere. È il risultato di una sanità poco accorta. In passato sono stati concessi benefici a tutti, ora invece si negano quelli essenziali a chi ne ha bisogno".

Per il vescovo della diocesi di Sulmona, Angelo Spina, si tratta di "un grido di dolore, un grido di una persona sola che reclama il diritto alla vita e non alla morte". Ma anche la chiesa non è stata d'aiuto. La donna infatti si è rivolta anche al parroco del paese per cercare sostegno, senza ottenere risultati. Intanto in paese è scattata una raccolta fondi.

venerdì, gennaio 02, 2009

Real weapons of mass destruction

giovedì, gennaio 01, 2009

A "media" hero




Shhhh! As the world waits for Obama to voice his opinion on Gaza, America's
President-elect hits the golf course
By Mail Foreign Service
Last updated at 8:21 PM on 30th December 2008

Barack Obama remained silent over the violence in Gaza as Israel today threatened to continue its attacks for weeks.

Instead, the President-elect is continuing his 12-day Christmas holiday in Hawaii and was seen enjoying a round of golf.
He joined a group of friends at a private club near his £6million rented, beach-front holiday home yesterday. Shh: Mr Obama, who is staying silent on the Israeli attacks, asks the crowd to be quiet as he finishes his putt
Meanwhile, 9,000 miles away in the Middle East, Israel today rejected any truce with Hamas and said it was ready for 'long weeks of action' in the Gaza Strip.

Observers said that at least ten people were killed and another 40 injured as up to 16 bombs were dropped by Israeli warplanes during early morning attacks.
The targets included the offices of Hamas prime minister Ismael Haniyeh, police stations and Gaza’s treasury and foreign ministry buildings.
Palestinian officials say more than 385 people have been killed since Saturday. Four Israelis have died in rocket fire.
Sites linked to Hamas’ military wing Izzadin Kazzam were also hit, including the home of the Gaza division commander.
The death toll so far in Gaza is estimated at 320, with five Israeli fatalities, and hundreds of injuries.
Grief: Palestinian mourners carry the body of four-year-old Haya Hamdan in Gaza

World leaders, including Gordon Brown and UN Secretary General Ban Ki-Moon, have called for an immediate ceasefire.

Mr Ban even said that Israel’s attacks on Gaza amounted to an ‘excessive use of force’.
But Mr Obama has made the decision to leave all comments to outgoing President George Bush, who has so far chosen only to attack Hamas.
On the golf course, his security team even turned away a letter from pro-Palestinian campaigners urging him to help stop the four-day-old violence.
Pensioner Robert Steiver, 65, of Honolulu, said he was disappointed that the President-elect was not echoing the condemnation of other world leaders.
He told the Honolulu Advertiser: ‘I don't think he's taking a vacation, he's preparing to be the next president.
‘I'm deathly afraid he'll continue the failed policies of the Bush administration. I've been suffering with the Palestinians for years.’
A rocket fired today by militants from the Gaza Strip towards an Israeli target. The repeated rocket attacks on Israel are the reason for the current assault on Gaza
Enlarge Palestinians look at destroyed houses after an Israeli air strike in Rafah, Gaza
Earlier this week, his chief adviser David Axelrod said that Mr Obama ‘recognises the special relationship between the United States and Israel'.
But despite trying to stay quiet, Mr Obama - who was wearing sunglasses, a white shirt, khaki shorts, white and brown golf shoes, and a red baseball cap – still couldn’t avoid any drama.
He was greeted by applause when he walked up to the 18th green - and then, motioning for them to be quiet by putting a finger to his lips, finished with a 20-yard putt.
‘That was pretty good, right?’ he said to more cheers as he went to meet his fans.
It was Mr Obama's third visit to the Mid Pacific Country Club course in Kalilua while on holiday.
But he may not be able to remain tight-lipped about Gaza for too long.
Protesters demonstrate in front of the Israeli embassy in Vienna
As well as air strikes, Israel has also massed tanks, artillery and soldiers on the border with Gaza in preparation for a possible ground assault on the territory, with its defence minister warning that the country is engaged in a ‘war to the bitter end’ against Hamas and its allied militant supporters.
Israel’s deputy defence minister Matan Vilnai said today that his country was prepared for a prolonged struggle to protect its citizens from the repeated missile attacks which have been launched from Gaza over recent months.
‘The army is prepared for a long operation,’ he said. ‘We have made preparations for some long weeks of action.’
Anguish: An Israeli woman in Sderot screams after Hamas rockets hit houses

Hamas said that its squads had fired 43 home-made rockets, 17 longer-range Grads and six mortar shells at Israel; other militant groups have also fired rockets at Israel.
Further details have emerged of earlier attacks by Israel against Hamas targets.

A grainy video taken by an Israeli drone plane showed several men loading a pick-up truck with what the Israeli military said were medium-range Grad rockets.

Moments later, a big explosion from an Israeli missile strike envelops the image.
In another air assault, an Islamic Jihad commander was killed walking near his house, said Abu Hamza, a spokesman for Islamic Jihad’s military wing

Lettera ad un amico




Del Ministro Frattini ho già parlato. Un altro miracolato della politica che sui libri di storia avrà un paio di righe e non di più. In mancanza di meglio, di qualche giornalista che davvero gli faccia le pulci, ecco uno splendido articolo di Lina Sotis che dovrebbe trattare argomenti cazzeggioni, ma che riesce a dare una descrizione fulminante dell'ex movimentista Frattini illuminato, anche lui, sulla strada di Arcore.

Lina Sotis per il "Corriere della Sera"

Caro ministro, perché un bel signore dall'aria avvenente ed elegante come lei, con un perfetto phisique du role per fare il ministro degli Esteri si ostina a danneggiare la sua immagine?

So che le ferie sono un diritto. Anche per un rappresentante del governo. Anche quando nel mondo scoppiano guerre e crisi terribili. Va bene. Ma dato che la diplomazia mondiale non riesce a rispettare i suoi tempi di vacanza, le vorrei dare qualche consiglio per attrezzarsi alle emergenze. Non è difficile, basta saper fare le valigie.

Prendiamo il caso della Georgia. Durante la crisi con la Russia, in un momento così delicato e difficile per i ministri degli Esteri di tutti i Paesi del mondo, lei si è fatto sorprendere in mutande da bagno alle Maldive. Non si è immediatamente infilato dei pantaloni ed è corso con il primo aereo alla Farnesina perché l'Italia potesse dire la sua, ma si è limitato a cambiare costume da bagno e, fra una nuotata e l'altra, ha lavorato, pare, in conference call. L'evento imponeva di scegliere dalla valigia un completo giacca-pantaloni non troppo estivo e non troppo chiaro, abbinarlo con camicia e cravatta, mettersi alle spalle una bella carta geografica con Russia e Georgia in evidenza e, in piedi accanto alla carta, spiegare scenari e mosse diplomatiche dell'Italia.

Veniamo a Gaza. Dal suo chalet di montagna intutato, sponsorizzato, abbronzato e dichiaratamente in vacanza lei si è limitato a fare un commento per i telespettatori. Le vacanze natalizie, si sa, sono sacre. Ma bastavano solo due minuti per togliere la tuta con marchio, indossare camicia, cardigan scuro e allontanarsi dalle travi di legno della baita, farsi prestare una bella scrivania e piazzarci sopra un mappamondo. E, magari, chiedere anche in prestito a Chantal, la sua compagna, un po' di cipria per smorzare l'abbronzatura. Troppo sole fa male, non è elegante e non trasmette sicurezza a meno che uno non faccia il ministro del Turismo.

Lei che ha il phisique du role che tanti suoi colleghi di governo le invidiano, nel 2009 non ci deluda. Visto che ha la responsabilità degli Esteri abbia sempre pronta una faccia da estero-dramma, dato che parla di cose importanti e drammatiche quando parte porti sempre dietro due guardaroba, uno per le vacanze e uno per lavoro. Quando comunica agli italiani esibisca quello professionale, si faccia vedere consapevole anche nel vestire delle parole che sta dicendo.

Basta poco, in fondo. La prossima crisi, forse della Cecenia, potrebbe sorprenderla mentre è a cavallo in Mongolia. Nessun problema, l'importante è metter via in fretta pantaloni da cavallerizzo, frustino e cavallo. E prendere dalla valigia una camicia, un golf di colore non sgargiante, lei è tipo da cravatta, se ne porti sempre dietro una. A noi il ministro degli Esteri piace anche con la giacca. E poi, dato che viviamo nel tempo dell'immagine, pensi anche alla scenografia: una carta geografica, un mappamondo, un quadro. In modo che lei non compaia sempre inquadrato con un mare turchese o con vette bianche di neve.

Caro ministro, dopodomani è un altro anno. Non ci deluda. «Chieda anche in prestito a Chantal, la sua compagna, un po' di cipria per smorzare l'abbronzatura. Troppo sole fa male, non è elegante e non trasmette sicurezza»