venerdì, febbraio 29, 2008

L'anguilla

Si avvicinano le elezioni

martedì, febbraio 26, 2008

Riflessioni


Lunedì 25 febbraio. In Spagna va in onda un durisimo confronto Zapatero-Rajoy. Brutale, diretto, democratico.

Lunedì 25 febbraio. In Italia apre il Festival di Sanremo. Chiunque partecipa deve firmare una liberatoria dove s'impegna ad una condotta a-politica. Altrimenti sul palco non ci sale.

L'Italia È un paese in emergenza democratica. Tutto il resto è fuffa.

Like a certain country



Well, Italy has been like this video.... at least 30 yrs long. Enjoy a big "freeze" inTrafalgar Square

lunedì, febbraio 25, 2008

Bolzaneto 2002

sembra ieri.....

Dai verbali emergono le responsabilità dei medici
per gli abusi commessi nel centro di detenzione
La donna kapò di Bolzaneto

Le violenze e le umiliazioni nella caserma di Bolzaneto
di CARLO BONINI E MASSIMO CALANDRI


GENOVA - Vive da qualche parte in città. Prigioniera del ricordo, inseguita dalla paura che sia rimasto poco tempo al suo anonimato. Il suo avvocato ripete a Repubblica che non ha nessuna intenzione di parlare. "Tantomeno a dei giornalisti". Ma sa bene che prima o poi dovrà farlo con i pubblici ministeri che da dodici mesi stanno pazientemente dando un volto alle spaventose ombre della caserma di Bolzaneto. E che ormai sanno.

E' una donna di 44 anni. Un medico generico, con studi a Genova e in Lombardia e una collaborazione mai interrotta con l'Amministrazione penitenziaria, la cui storia aggiunge ora alla vergogna di quei giorni del luglio scorso una nuova nota di umiliante sopraffazione. Di lei oggi si sa per il racconto che ai pubblici ministeri ha consegnato in questi mesi una delle sue asserite vittime, un ragazzo. Precipitato con altre decine di fermati nelle gabbie del disonore, là su, in quel buco nero sulla collina che chiamavano "centro di detenzione temporanea".

Spogliarsi a comando di fronte ad un estraneo in divisa, segnati dalle ecchimosi e dal sangue delle percosse, dalla sporcizia e il sudore di una fuga finita sull'asfalto, non è semplice. Farlo da detenuti di fronte a un medico non del proprio sesso lo è ancora di meno. A Bolzaneto accadeva anche questo, per l'umiliazione di tutti e l'eccitazione greve dei presenti. Le donne di fronte agli uomini: i due medici di turno, infermieri o agenti di custodia che fossero. Gli uomini di fronte a lei, la donna medico che ora vive nascosta, e ad una sua collega. Racconta il ragazzo ai magistrati: "Mi disse di spogliarmi e, nudo, le rimasi davanti per parecchi minuti. In silenzio. Prese a scrutarmi e quindi si rivolse al suo collega, un uomo: "Quasi, quasi, questo comunista me lo farei". E lui di rimando: "Guarda che i comunisti sono tutti froci". Un infermiere che assisteva alla scena li interruppe: "Se non sono froci, come minimo hanno la sifilide"".

Omissioni - Per le violenze di Bolzaneto qualcuno pagherà. Presto. Forse prima di altri. E non solo "quella" donna, quel "medico", che ai pochi cui si è confidata ha consegnato un unico ossessivo ricordo di chi ebbe a sfilarle di fronte: "Le decine di piercing spesso saldati nelle parti intime e comunque sempre estratti con le pinze". Nonostante il silenzio che ha avvolto l'istruttoria, quasi fosse un accidente minore dei giorni di Genova e l'ostentata omertà degli apparati che ne ha minato e ne mina ancora il cammino, la Procura ha già pronta una prima consistente serie di avvisi di garanzia, che, verosimilmente, raggiungeranno i loro destinatari quando Genova avrà consumato questa settimana di ricordo e di lutto. Dodici i nomi già identificati e iscritti nel registro degli indagati.

I tre responsabili della "gestione dei fermati", dunque delle pratiche di identificazione, fotosegnalazione, visite mediche e avvio alle carceri: un maresciallo della polizia penitenziaria e due funzionari di polizia (il vice questore Alessandro Perugini e una donna, il vicequestore Anna Poggi di Torino). Quindi, la catena gerarchica che a loro faceva capo: due ufficiali della polizia penitenziaria responsabili del contingente delle guardie carcerarie; due tenenti dei carabinieri; cinque ispettori di polizia. Nessuno di loro usò violenza ai fermati.


Ma nessuno di loro - argomenta la pubblica accusa - la impedì, pur avendone la piena percezione. Pur sapendo che in quelle gabbie si stava consumando l'intero campionario dell'umiliazione e a pieno regime la fabbrica dei falsi produceva verbali posticci da estorcere alla volontà piegata dei fermati. La circostanza non chiude evidentemente il circuito delle responsabilità. Lo sa la Procura di Genova, lo sanno le circa 360 parti lese. E dunque: chi allora quella violenza non solo non la impedì ma la usò nelle sue inesauribili varianti?

Infermieri - Per molti mesi, un solo nome ha ballato nel registro degli indagati. Il dottor Giacomo Toccafondi, medico chirurgo in tuta mimetica della polizia penitenziaria, la cui storia e responsabilità vennero sottratte agli occhi della pubblica opinione da un accidente del destino. Che lo sorprese indagato nel salire i gradini della Procura l'11 settembre 2001, mentre il mondo guardava all'orrore del martedì di sangue del Pentagono e delle Torri Gemelle. Epperò, sei mesi di ricognizioni fotografiche su parvenze di foto-tessera e istantanee sbiadite dal tempo, dolosamente consegnate alla Procura dagli apparati perché capaci di grippare anche il più vivido dei ricordi sugli uomini in servizio a Bolzaneto, un qualche risultato lo hanno prodotto. In un estenuante pellegrinaggio di parti lese, che ha portato i pubblici ministeri anche in Germania e Inghilterra, dodici tra agenti di polizia e guardie carcerarie sono stati identificati con relativa certezza.

Non più ombre nelle gabbie, pugni anonimi in guanti di pelle, ma persone in carne ed ossa. Sommati ai 12 responsabili temporanei della struttura già indagati fanno salire la contabilità dell'istruttoria a ventiquattro nomi. Abbastanza per isolare una parte almeno di una catena di violenze protrattasi 76 ore e forse azzardare, presto, una prima serie di riconoscimenti personali. Ma anche per rendere merito a chi per primo, spontaneamente, ebbe il coraggio di denunciare la vergogna dall'interno, rompendo il patto omertoso dei violenti e pagandone il prezzo. A un infermiere bolognese dell'amministrazione penitenziaria. Marco Poggi. In servizio distaccato alla caserma di Bolzaneto dalle ore 20 del 20 luglio alla sera del 22. Da allora, la sua vita non è più la stessa.

A cinquant'anni è diventato "un infame" per aver semplicemente assolto al suo dovere e non aver smarrito la coscienza di uomo. Colleghi abituati a voltarsi dall'altra parte non gli perdonano quel sussulto di dignità che, in lacrime, lo ha spinto a firmare un verbale di "spontanee dichiarazioni" che ha trasformato le denunce di ragazzi e ragazze cui pochi intendevano credere in "verità" istruttorie.

Che ha consentito alla Procura di individuare con assoluta certezza almeno due responsabili delle violenze: il chirurgo Giacomo Toccafondi e un agente di polizia penitenziaria. Dal luglio scorso, Poggi, formalmente "in aspettativa", non ha più potuto mettere piede in carcere. I superiori gli consigliano di "cambiare aria". Qualcuno lo ha avvertito: "Non vorrei dover essere io, un giorno, a farti in galera la visita medica del "nuovo giunto"".

Isolata, in Parlamento, si è levata qualche giorno fa la richiesta del senatore dei Ds Aleandro Longhi di riconoscergli la medaglia al valore civile. Lo stesso Parlamento nei cui archivi - con protocollo 2001/0036164/GEN/COM Camera dei deputati - l'inedito verbale di Poggi, così come reso ai pm genovesi, è stato riservatamente acquisito per poi essere rapidamente dimenticato.

Il verbale - Racconta Poggi: "I gabbioni erano nove e quando i fermati erano ritenuti idonei ad esservi collocati venivano dichiarati, con eufemismo, "abili e arruolati". (...) Ovunque sostassero all'interno della struttura - gabbione o corridoio - venivano posizionati in piedi, con le gambe divaricate, le mani larghe e la testa appoggiati al muro. Non dovevano muoversi, né parlare e così spesso dovevano rimanere per molte ore. Chi parlava o si muoveva veniva percosso". Nell'infermeria, il "medico" pensava a dare il resto: "Alcuni detenuti, che non sapevano come fare la flessione di routine prevista dalla perquisizione di primo ingresso in carcere, venivano presi a pugni e calci dagli agenti di polizia penitenziaria. Ho visto il medico in tuta mimetica (Toccafondi), anfibi e maglietta blu, togliere un piercing dal naso di una persona, far allargare le gambe di alcuni detenuti con piccoli calci alle caviglie e dare un ceffone. Al contrario di come espressamente previsto dall'Amministrazione a nessuno veniva chiesto come si fossero provocate ferite ed escoriazioni e non venivano neppure redatti referti medici. Venivano fatte considerazioni ad alta voce, come "Sei un brigatista", "te lo do io Che Guevara..."". Fuori dall'infermeria ognuno si sentiva in dovere di abbandonarsi al peggio. Ancora dal verbale: "Sia la sera del 20 che nella notte tra il 20 e il 21 luglio ho visto poliziotti e agenti di polizia penitenziaria (sia del Gom che del nucleo traduzioni) picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti. Con calci, pugni, schiaffi, testate contro il muro. Intorno alle 15.30 del 22, ho visto trascinare un detenuto in bagno da quattro agenti di polizia penitenziaria. Gli dicevano: "Devi pisciare, vero? Hai detto che devi pisciare, vero? Poi, una volta arrivati nell'androne, ho sentito che lo sottoponevano ad un vero e proprio pestaggio. Ho visto distruggere un cellulare con il tallone di un anfibio, e un agente della polizia di stato che, approfittando della finestra aperta, faceva sentire in un gabbione la suoneria del suo telefonino che suonava Faccetta nera". Naturalmente, l'Inferno aveva i suoi gironi e guai a finire nel più basso: "Alcuni ragazzi, venivano battezzati benzinai per l'odore di benzina che facevano, e ricevevano un trattamento "speciale". Ancora più violento...".

Il ministro e i carabinieri - Di quel che accadde nei gabbioni, il ministro di Grazia e giustizia Claudio Castelli - è noto - non ebbe percezione. O almeno così dichiarò di fronte alla commissione di inchiesta parlamentare, ricostruendo la sua visita a Bolzaneto nella notte tra il sabato 21 e la domenica 22 luglio. Trenta minuti, tra l'una e trenta e le due del mattino. Due passi all'interno della "sola struttura di pertinenza della polizia penitenziaria", sufficienti a concludere che tutto si svolgeva secondo regola ("Ho visto alcune persone in piedi con le gambe allargate e la faccia contro il muro e quando chiesi spiegazioni mi dissero che serviva ad impedire che i fermati dessero fastidio a una ragazza. Ma non ho assistito a pestaggi o scene di violenza").

Una spiegazione che ha ritagliato alla testimonianza del ministro una posizione defilata nell'economia dell'inchiesta della Procura e che anche l'Arma ha provato a spendere, ma con scarsa fortuna. A stare ai piani della vigilia, a Bolzaneto i carabinieri non dovrebbero proprio esserci. Perché hanno la loro di caserma (Forte san Giuliano) cui badare. Ma all'alba del 21 luglio, dopo la morte di Giuliani e l'immediata decisione di cancellare la presenza di quelle divise dalla piazza, l'allora questore Colucci decide di prelevarne due unità in piazza Fontane Marose per spedirle di rinforzo sulla collina dove ormai gira a pieno regime la fabbrica della violenza. La Procura ha accertato che sono trenta militari ausiliari del "Battaglione Sardegna" agli ordini di due tenenti di complemento (ora indagati, come detto). Restano a Bolzaneto dalle 7 del mattino alle 22 di sera del 21 luglio, di piantone a più "camere di sicurezza" dove una cinquantina di fermati vengono prelevati uno alla volta per essere "visitati" e fotosegnalati. Nella loro relazione - acquisita dai pubblici ministeri - i due tenenti scrivono: "...nulla si rileva in ordine a presunti maltrattamenti nelle camere di sicurezza a noi affidate".

E' una clausola di stile che dice una mezza verità. O almeno così ritiene la Procura. Perché se è vero che in quelle camere di sicurezza violenze sui singoli non ve ne furono, è altrettanto vero che soltanto un sordo o un cieco avrebbe potuto ignorare o quantomeno non notare neppure per un istante quale scempio si consumava all'interno di quel complesso che chiamavano carcere. Un fatto è certo: l'esperienza deve aver segnato quei trenta carabinieri che "nulla videro o sentirono". Non uno di loro (tenenti compresi), oggi, è ancora nell'Arma.

(16 luglio 2002)

Bolzaneto



"Umiliazioni, pestaggi, sputi ecco l'inferno della Bolzaneto"

di MASSIMO CALANDRI

GENOVA - Qualcuno dovrà pure spiegare l'odio e la violenza, la barbarie, la crudeltà gratuita. L'accanimento. Gli insulti, le umiliazioni, le botte. I capelli tagliati a colpi di forbice, gli sputi, i volti marchiati, le dita spezzate. Qualcuno dovrà spiegare, ed assumersene le responsabilità.

Nella seconda udienza dedicata alla requisitoria del processo per le violenze e i soprusi nella caserma di Bolzaneto, i pubblici ministeri si sono concentrati sull'attendibilità dei testi. Spiegando che non furono solo le 209 vittime a raccontare nei dettagli l'orrore di quei tre giorni, ma che gli stessi imputati generali, funzionari di polizia, ufficiali dell'Arma, guardie carcerarie, poliziotti, carabinieri, medici hanno più o meno direttamente confermato quegli sconcertanti resoconti.

Vale allora la pena di riportare alla lettera una parte dell'intervento di Vittorio Ranieri Miniati, a nome anche dell'altro pm, Patrizia Petruzziello. Un breve elenco di fatti specifici accaduti nel "carcere del G8". Una esemplare tessera del mosaico. Miniati cita ad esempio "le battute offensive e minacciose con riferimento alla morte di Carlo Giuliani o di alcuni motivi parafrasati a scopo di scherno". "Per la giornata di venerdì, in particolare: il malore di Angelo Rossomando e quello di Karl Schreiter. Il taglio di capelli di Taline Ender e Saida Teresa Magana. Il capo spinto verso la tazza del water a Ester Percivati. Lo strappo della mano di Giuseppe Azzolina. le ustioni con sigaretta sul dorso del piede a Carlos manuel Otero Balado, percosso tra l'altro sui genitali con un grosso salame. Le percosse con lo stesso grosso salame sul collo di Pedro Chicarro Sanchez".

"Per la giornata di sabato, in particolare: il malore di Katia Leone per lo spruzzo in cella di spray urticante. Il malore di Panagiotis Sideriatis, cui verrà riscontrata la rottura della milza. Il pestaggio di Mohammed Tabbach, persona con arto artificiale. Gli insulti a Massimiliano Amodio, per la sua bassa statura. Gli insulti razzisti a Francisco Alberto Anerdi per il colore della sua pelle. Le modalità vessatorie della traduzione di David Morozzi e Carlo Cuccomarino, che vengono legati insieme e le cui teste vengono fatte sbattere l'una contro l'altra".

"Per la domenica, in particolare: il malore di Stefan Brauer in seguito allo spruzzo di spray urticanti, lasciato con un camice verde da sala operatoria al freddo. Il malore di Fabian Haldimann, che sviene in cella ove è costretto nella posizione vessatoria. L'etichettatura sulla guancia, a mo' di marchio, per i ragazzi arrestati alla Diaz nel piazzale al momento dell'arrivo a Bolzaneto. La sofferenza di Anna Julia Kutschkau che a causa della rottura dei denti e della frattura della mascella non è neppure in grado di deglutire. Il disagio di Jens Herrrmann, che nella scuola Diaz per il terrore non è riuscito a trattenere le sue deiezioni e al quale non è consentito di lavarsi. La particolare foggia del cappellino imposto a Thorsten Meyer Hinrrichs: un cappellino rosso con la falce ed un pene al posto del martello, con cui è costretto a girare nel piazzale senza poterlo togliere". Per chi lo avesse dimenticato, i responsabili di questi episodi sono uomini dello Stato. Quello che ci dovrebbero proteggere dai criminali.

da Repubblica.it

Lombardo chi?



da Repubblica

Attilio Bolzoni per “la Repubblica”

Da lontano sembra molle, fatto di burro. E invece è fatto di acciaio, freddo e duro. Fin da quando il suo compare Cuffaro è caduto su un comma del codice non aveva mai nascosto quello che sarebbe avvenuto da lì a poco, incurante è andato avanti per la sua strada. A tutti ripeteva che avrebbe corso da solo. Comunque.
Dopo tre settimane sono gli altri che adesso corrono con lui. E per lui. La cronaca di questi ultimi venti giorni disvela il vero volto di Raffaele Lombardo, l´erede di Totò, il nuovo signore della Sicilia.

Il gelo è la sua arma segreta. «L´acqua lo bagna e il vento lo asciuga», dicono i siciliani per descrivere l´autocontrollo del personaggio, l´impassibilità del catanese che sta dislocando le sue truppe in ogni angolo delle nove provincie dell´isola per prendere d´assalto la Regione. Il resto l´ha già dimenticato. O farà finta di dimenticarlo. Le bizze e gli attacchi di Gianfranco Micciché che si agitava sulla sua candidatura ispirata da «losche logiche di potere», le snervanti trattative (per gli altri) con quelli di Palermo, il ponte aereo con Roma. Fino all´altra notte.

Fino alla farse palermitane, agli acrobatici ripensamenti. Fino all´incoronazione del nuovo futuro governatore.
Era predestinato. «Chi ama mi segua», aveva sibilato l´altro ieri mattina quando l´intesa con Berlusconi non aveva ancora il timbro.

E lo aspettava da tanto questo momento Raffaele Lombardo, cinquantotto anni, medico con specializzazione in psicologia forense, una bellissima signora bionda per moglie, due figli, un baffetto brizzolato, un aspetto quasi insignificante che nasconde un carattere forte, una raffinata intelligenza politica. A Catania è un califfo. Comanda più lui oggi di quanto avessero comandato insieme, negli anni ‘70 e poi negli anni ‘80, l´andreottiano Nino Drago e l´ex presidente della Regione Rino Nicolosi. Ha le mani ovunque. Sulla Sanità, soprattutto.
Come Totò Cuffaro a Palermo. Se però Cuffaro è l´Udc (con tre volte in più dei voti che Casini ha nel resto d´Italia), Lombardo un partito se l´è fatto da solo. Nel 2005. E´ l´Mpa, il Movimento per l´Autonomia. Un anno dopo, alle regionali, aveva già portato 10 parlamentari a Palazzo dei Normanni e si era fatto nominare tre assessori. In Sicilia prende il 13 per cento. Alle «politiche» ha stretto un patto spericolato con la Lega di Bossi. Dei suoi, a Roma, volano cinque deputati e due senatori.
Si sono spartiti la Sicilia, lui e Totò. A Raffaele quella orientale, a Totò l´altra. A Catania ha il 20 per cento dei voti.
I suoi detrattori lo chiamano «don Rafè», quel don però non gli rende giustizia. Ormai è molto di più l´ex democristiano nato a Grammichele che l´arte della politica l´ha assorbita alla corte di Calogero «Lillo» Mannino, il padrino suo e pure di Cuffaro. Con lui, tutti e due sono scesi nell´arena siciliana.

Quasi un legame di sangue, una «storia» comune, fedeli servitori dell´ex ministro di Sciacca nella buona e nella cattiva sorte, nei favolosi anni ‘80 e nei tormentati anni ‘90. Quando entra alla Regione per la prima volta come deputato Cuffaro, il catanese algido è assessore agli Enti Locali. Sembra lanciato nello spazio. E´ però il 1992, Tangentopoli. Ad aprile i carabinieri lo vanno a prendere a casa. L´accusa è quella che la sua segretaria avrebbe rivelato, qualche giorno prima a qualcuno, i temi di un concorso per un posto in una Asl. E´ abuso di ufficio. Lo condannano in primo grado, lo assolvono in appello.
Due anni dopo, nel 1994, torna in carcere per una vicenda di tangenti che alla fine però diventano «regali». Nell´inchiesta c´è il ministro della Difesa Salvò Andò, ci sono Nicolosi e Drago, c´è l´ex presidente dell´Inter Ernesto Pellegrini che si accaparra un appalto per la fornitura di pasti in un ospedale di Catania in cambio di denaro. Pellegrini patteggia, gli altri se la cavano.

Cade l´associazione per delinquere, la corruzione si trasforma nel reato di finanziamento illecito ai partiti, dopo un po´ è già tutto prescritto. E´ la stagione in cui su Catania domina un comitato d´affari. E´ in quegli anni che Lombardo si inabissa, scompare, diventa invisibile. Ritorna quando capisce che può tornare. Ed entra nell´Udc. Fa la sponda a Cuffaro. Si fa eleggere deputato europeo, poi vicesindaco di Catania, poi ancora presidente della Provincia. C´è già l´Mpa.

Che cos´è, una Lega del Sud? «Io voglio riportare la questione meridionale al centro del dibattito politico, al Sud sono tutti stufi», esordisce Lombardo. Chiede «zone franche» per la Sicilia, parla di federalismo, con i suoi marcia sullo Stretto di Messina per protestare contro il Ponte che non si fa più. E intanto raccatta voti in ogni provincia, si fa amici a Caltanissetta, a Ragusa, a Enna e a Siracusa. Nella sua Catania ha già fatto il pieno. Nelle aziende ospedaliere, fra i precari (ne fa assumere duemila), nelle amministrazioni pubbliche, Lombardo guarda lontano. Il suo amico Totò è già incriminato per favoreggiamento alla mafia, il processo chissà come andrà a finire. Si prepara. Alla sua maniera. Con passo felpato e pugno di ferro.

Scusi?



Volontè (Udc): "Il Pdl si tenga le ballerine"
Duro attacco di Luca Volontè dell'Udc al Pdl: "Leggo di una supposta generosità di Bonaiuti non ricambiata dall'Udc. Forse si riferisce al proclama di San Babila o alla telefonata in treno.Il Pdl di destra non diverge dal Pd, non c'è differenza tra i comizi dal pullman e quelli dal tettuccio dell'auto. Si tenga le ballerine, lasci stare valori ed idealità".

Nel senso che loro si tengono il nano?

Something in Turkish?

Kamikaze a Bari



Giovani kamikaze per la mafia - A Bari smantellato il clan Telegrafo
Dalle intercettazioni telefoniche la prova della presenza di ragazzini pronti a fare qualsiasi cosa per difendere e valorizzare l'attività del clan.

da Repubblica.it
BARI - Un clan mafioso che disponeva di giovani 'kamikaze', cioè di killer di 20 anni pronti a fare "qualsiasi cosa" e a "sacrificarsi" per il bene dell'organizzazione è stato smantellato con 24 arresti dai carabinieri del comando provinciale nel rione san Paolo di Bari. Agli indagati, affiliati all'agguerrito clan Telegrafo, vengono contestati i reati di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione di armi ed estorsioni.

L'operazione, denominata "Manhattan", è stata eseguita all'alba con l'impiego di oltre 300 carabinieri, supportati da elicotteri ed unità cinofile. E' stata coordinata dal comandante provinciale dei carabinieri di Bari, colonnello Gianfranco Cavallo. Nel corso dell'indagine, in cui sono indagate 61 persone, sono state sequestrate nove pistole, un fucile a canne mozze, circa 900 munizioni, 700 grammi di cocaina e sette chili di hascisc.

Il clan Telegrafo è uno dei più vecchi e temuti gruppi criminali baresi. E' capeggiato - secondo l'accusa - dal quarantenne Lorenzo Valerio e dal suo luogotenente Carlo Iacobbe, di 38 anni, ed è già stato duramente colpito con 46 arresti nell'ottobre del 2003.

La presenza dei 'kamikaze' ventenni è provata anche da intercettazioni telefoniche. In una conversazione tra due indagati uno dice all'altro, parlando sottovoce e consapevole di rivelare un segreto: "Qualche giorno...ti devo portare...ti devo portare a vedere i... i kamikaze; ragazzini di 20 anni!... di 20 anni...kamikaze!... ti dico kamikaze... che non... non ci pensano".

All'inizio i militari quasi non credevano al contenuto di questo colloquio intercettato, ma la prova la raccolsero nel corso di controlli compiuti il 25 novembre del 2004 in via Riccardo Ciusa, al San Paolo. Per impedire la scoperta di una 'cupa' (un nascondiglio di armi), i vertici del clan decisero di mandare i kamikaze a sparare ai militari. L'agguato fu evitato solo perché i carabinieri avevano in corso un'attività di intercettazione e riuscirono ad anticipare per tempo le mosse del clan bloccando i responsabili di zona che non riuscirono più ad impartire i loro ordini ai kamikaze.

Dall'esame dei tre assetti del gruppo mafioso, emerge che i ruoli e le competenze sono definiti nel dettaglio. Al livello più basso, il primo, ci sono quelli che i militari chiamano i 'kamikaze', ragazzini di 20 anni pronti a fare qualsiasi cosa per difendere e valorizzare l'attività del clan. Al secondo gli addetti allo spaccio della droga e alla riscossione dei pizzo. Al terzo i responsabili di zona, addetti alla gestione dei kamikaze e dei pusher e responsabili degli introiti, a diretto contatto con Carlo Iacobbe, con compiti di gestione e direttamente dipendente dal boss detenuto, Lorenzo Valerio.

La scalata ai gradi più alti avveniva in base alla capacità di massimizzare i guadagni, all'omertà in caso di arresto e alla disponibilità nei confronti del clan, anche a costo di sacrificare gli affetti familiari. Se queste regole venivano rispettate si poteva accedere all'affiliazione di sangue, la cosiddetta 'terza', che sanciva l' ascesa dell'affiliato al vertice della gerarchia mafiosa. Il conferimento della 'terza' - secondo le indagini dei carabinieri - avveniva durante una cerimonia di affiliazione con giuramento di fedeltà al padrino, Carlo Iacobbe. Per suggellare l'evento, durante la festa, l'affiliato portava un anello con un solitario di brillante al boss. L'anello non era altro che il simbolo di un legame indissolubile, come un matrimonio. In caso di contrasti con il capo, l'anello non poteva essere più indossato a simboleggiare il momentaneo allontanamento dal clan.

Il clan, secondo i carabinieri, teneva sotto stretto controllo tutti i commercianti, gli imprenditori edili e gli ambulanti del mercato rionale del quartiere san Paolo. Tutti erano tenuti a versare il 'pizzo', che arrivava fino a 1000 euro al mese. L'importo dell'estorsione era commisurata al volume d'affari delle vittime e doveva essere corrisposta puntualmente il giorno 5 di ogni mese. Chi ritardava veniva avvicinato da esponenti dell'organizzazione e minacciato.

Anche le minacce sono state documentate - secondo le indagini dei carabinieri - da alcune intercettazioni telefoniche e ambientali. Una di queste riguarda il boss Carlo Iacobbe e il suo consigliere Raffaele Caputo. Uno dice all'altro: "Che sta facendo lo scemo!... ora passiamo.. devo dirgli: '... lo lasciasti il coso... che qua il pensiero devi mettere... che qua non stiamo a giocare... te lo dovessimo far vedere...!'".

domenica, febbraio 24, 2008

Parbleu, monsieur le president...

"Togliti dai piedi imbecille!", così parla Sarkozy....

Il tenero Sansonetti

COMPAGNO CIRIACO
Sebastiano Messina per La Repubblica

Al direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, non è andata giù l´esclusione di Ciriaco De Mita dalle liste del Pd. Sansonetti rivela una insospettata stima per l´ex avversario. E´ vero, dice, «è stato un potente padrone della Democrazia cristiana», è stato «un uomo di gran potere», e ha «usato largamente il clientelismo di massa». Eppure aveva un suo pensiero forte, sia pure «contorto», e aveva un suo progetto, «che se ho capito bene più o meno era questo...».

Ora, Sansonetti si è convinto che De Mita sia stato escluso dalle liste solo perché «è un gran rompicoglioni». E dunque non ci sta: «La cosa un po´ mi indigna». Nobile e alto sentimento, l´indignazione per l´esclusione di un avversario (anche quando non si è certi di averlo capito bene). Ma questa è una di quelle rare volte in cui il direttore di un giornale comunista può riparare subito a tanta ingiustizia, e approfittare al volo del clamoroso errore del Pd: lo candidi lui, nelle liste di Bertinotti, il valoroso compagno Ciriaco.


L'inquieto Sansonetti

Zoccole

Uno splendido video inviatomi da Stefano. A suo modo un'opera d'arte.


Madia? Maddài!



di nuovo sulla capolista del PD nel Lazio.

Maria Corbi da La Stampa
Segni particolari: sponsorizzata tre volte. Per sua stessa ammissione la neocapolista nel Lazio per Veltroni, Marianna Madia, classe 1980, romana, deve dire grazie a chi l’ha portata fino a qui, a iniziare dal «maestro di vita», come lo definisce lei stessa, Giovanni Minoli, per continuare con Enrico Letta («che ad una ragazzina non ancora laureata ha dato la possibilità di entrare all’Arel», il Centro studi economici promosso dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio). E ovviamente a Walter Veltroni a cui è bastato un colloquio dopo la segnalazione degli altri due padrini per decidere che quella sarebbe stata la sua Marianna.

La ragazza, capello con boccoli biondi, aria da pariolina ricevuta in dote dalla famiglia di noti avvocati della capitale (suo zio Titta Madia difende Clemente Mastella), amicizie giuste come quella con Albertina Carraro, ringrazia e spiega i punti fondamentali del suo programma: «Io penso che sia urgente ritrovare il tempo delle idee e dell'amore». Un po' preoccupata - «Sento il peso della responsabilità che mi attende; spero non mi sovrasterà» - ma felice.

E mentre Marianna si gode i suoi giorni di gloria incoronata non solo candidata e capolista ma anche «economista», come l’ha presentata Veltroni (laurea in scienze politiche con lode nel 2004), la base del partito democratico, i ragazzi che hanno lavorato alle primarie e che da anni si impegnano in politica, nelle federazioni, e che aspettavano l’occasione da sempre, sospendono il giudizio. Silenzio che condividono con le donne del Pd.

Sarà perché non conoscono la nuova collega, sarà per dissenso, sarà per non creare occasioni di polemica, o per stupore. L’unica a parlare per spezzare questo silenzio imbarazzato è Franca Chiaromonte: «La candidatura come capolista, dietro Walter Veltroni, di Marianna Madia mi convince come donna e come democratica. E le parole di Marianna mi convincono ancor più che la strada del rinnovamento è davvero iniziata».

E mentre nel partito la nuova Marianna altera umori e fa discutere, sul web corre un passaparola di rassegnata critica. E di informazioni biografiche sull’astro nascente del Pd. A iniziare dal padre, Stefano Madia, amicizie di destra negli Anni 70, attore prima (un premio a Cannes per «Caro papà») e consigliere comunale con una lista civica per Veltroni fino alla sua morte nel 2004.

Vita privata scandagliata senza pietà anche per il fidanzamento con il figlio del presidente della Repubblica Napolitano, Giulio, che dopo anni di corteggiamento, riuscì a farla capitolare in tempo per andare alla festa del 2 Giugno al Quirinale. Amore sfumato presto, e dimenticato con il lavoro all’Arel e a organizzare il pensatoio «Vedrò» per Enrico Letta, prima, e poi alla televisione con Giovanni Minoli che le ha affidato un programma sui temi ambientali, ECubo, quattro puntate a tarda notte.

Sul sito degli studenti della Bicocca impazzano i commenti. Sulla sua ascesa professionale iniziata quando non era laureata, con il posto all’Arel: «C'è gente che nemmeno da laureata trova posti simili». Sul suo curriculum: «È fortunata... è stata scelta tra 1000 altre ragazze, non fosse che sia la figlia di Stefano Madia, sia la ex del figlio di Giorgio Napolitano». Sulla sua qualifica professionale: «Ed è proprio grazie a questa non meglio precisata collaborazione con l’Arel che i media potranno presentarla come "giovane economista"». E sulla sua promessa: «Porterò la mia inesperienza in Parlamento».

mah.....

sabato, febbraio 23, 2008

Now, THIS

is DEFINITELY a great movie! But you should see it.....otherwise You won't understand this video.

Sconosciuti alla riscossa




http://nullo.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc (fonte)

Veltroni annuncia ufficialmente il capolista per il Partito Democratico alla Camera nella circoscrizione Lazio 1, che include la citta’ di Roma: Marianna Madia. Chi? Marianna Madia, ho detto. E chi e’? Domanda difficile; perche’ Marianna Madia, in pratica, non e’, apparentemente, nessuno. Nella sua disperata rincorsa dell’antipolitica, Veltroni, dopo aver imbarcato Di Pietro, cerca di contrastare il risentimento contro ‘i soliti noti’ candidando una ragazza qualunque, ventisettenne, sconosciuta: alla quale non potremo cosi’ contestare di scaldare gli scranni del parlamento da una vita; fuori i Ciriaco De Mita, dentro le Marianna Madia. Perche’ avere una storia, in Italia, significa essere compromessi, quale che sia la propria storia. Il Partito Democratico e’ il partito del cambiamento, dei giovani, delle donne: allora ecco una giovane donna senza una storia, for a change. La strategia, fin troppo ovvia: la qualita’, come dimostrano le presidenziali americane, e’ molto piu’ difficile da comunicare della novita’.

Peccato pero’ che Marianna Madia Veltroni non l’abbia trovata in fila al supermercato: no, Marianna Madia e’ la figlia di Stefano Madia (nella foto qui a fianco), attore (“Caro papa’”, “Il miele del diavolo”) prestato alla politica, consigliere comunale a Roma con una lista civica per Veltroni, fino alla morte, nel Dicembre del 2004. Insomma Marianna Madia e’ l’orfana di un amico di Veltroni. Non sorprende che il buon Walter si sia sentito in dovere di prendersi cura della figlia dell’amico morto - quando poi c'e' di mezzo il cinema... Tutto questo, se avete la pazienza di un political junkie, potete trovarlo su internet. Dove potete anche scoprire che la bella Marianna lavora alla Presidenza del Consiglio: apparentemente alla segreteria tecnica dell’Osservatorio per la piccola e media impresa, con un contratto di consulenza – quelli che si usano per le assunzioni politiche; in realta’ mi dicono che la Dr.ssa Madia lavori alla segreteria di Enrico Letta – cui e’ legata anche attraverso l’Arel, l’Agenzia Ricerche E Legislazione, fondata da Nino Andreatta, che adesso e’, appunto, nell'orbita di Letta – ed e’ proprio grazie a questa non meglio precisata collaborazione con l’Arel che i media potranno presentarla come ‘giovane economista’. Sul web potrete anche scoprire che Marianna Madia collabora con Minoli a Rai Educational, conducendo, all’una di notte, una trasmissione su questioni ecologiche ed energetiche, e Cubo.
Quello che non troverete da nessuna altra parte e’ questo: Marianna Madia non e’ solo giovane, donna, figlia di un amico morto di Veltroni, e collaboratrice di Enrico Letta (a proposito: dalle parti di Letta fanno sapere che la Madia non sara’ un loro candidato: ci tengono a dire che e’ in quota Veltroni); Marianna Madia e’ anche la ex del figlio del Presidente della Repubblica: sembra infatti che la storia tra la ventisettenne Marianna e Giulio Napolitano, quarantenne professore di diritto pubblico all’Universita’ della Tuscia, sia finita.

venerdì, febbraio 22, 2008

Ci stiamo arrivando

... piano, piano, senza rumore, stiamo arrivando all'uso sistematico della repressione violenta. Aldilà delle provocazioni del tipo col microfono, mi chiedo se non sia il caso di aprire un procedimento contro il dirigente della polizia che ha autorizzato l'assalto, perché di questo si tratta. Sempre più l'Italia sta diventando la fogna d'Europa. Queste son cose che eravamo abituati a vedere in altre nazioni. Ma cosa è diventato il nostro paese?

Biutiful cauntri

Maybe he's right...

maybe not....

Strage di Erba



Un fatto che è lo specchio del paese

Lite tra avvocati, la Corte lascia l'aula - Pesante scambio di battute tra i legali dei Romano e Marzouk. E il presidente se ne va


Olindo Romano scortato dalla polizia penitenziaria al Palazzo di giustizia di Como (TamTam)COMO - È cominciata in una atmosfera di forte tensione l'udienza di venerdì del processo per la strage di Erba. Quasi subito, infatti, c'è stato un vibrante battibecco tra uno dei difensori dei coniugi Romano, Enzo Pacia, e il difensore di Azouz Marzouk, Roberto Tropescovino.

SCAMBIO DI BATTUTE - Pacia ha lamentato che alcuni avvocati «già abbiano emesso condanne in interviste». Tropescovino ha risposto parlando di «attacco personale sconsiderato», per poi affermare: «Il diritto di cronaca è sacrosanto e questo è un attacco inutile e sconsiderato». «Sconsiderato sei tu», ha risposto con veemenza Pacia. Il presidente della Corte d'assise di Como, Alessandro Bianchi, ha lasciato l'aula con i giudici popolari affermando: «Quando avete finito con queste sceneggiate riprendiamo».

LEGALI TURBATI - La difesa dei Romano si è detta «molto turbata» dall'atteggiamento degli avvocati delle parti civili che continuano a rilasciare interviste sulla condanna certa di Olindo e Rosa Bazzi, accusati del quadruplice omicidio di Erba. L'avvocato Enzo Pacia, che difende i coniugi, preannuncia «istanza di remissione». «Comincio ad essere molto turbato - ha detto l'avvocato in aula - nessuno può ignorare che vengano pronunciate sentenze da parte di avvocati che rappresentano l'accusa». La difesa per ora ha solo preannunciato istanza di remissione e quindi la possibilità che il processo possa essere celebrato in un'altra città e ha chiesto al presidente della Corte d'Assise, Alessandro Bianchi, di «intervenire perché si finisca di processare i nostri assistiti - sottolinea Pacia - fuori da quest'aula».

TAVAROLI TESTIMONE - Oltre alle testimonianze di Carlo Castagna, di suo figlio Pietro e di Azouz Marzouk, nel pomeriggio è prevista, nel processo per la strage di Erba, anche la deposizione dell'ex responsabile della security Telecom, Giuliano Tavaroli. Nel carcere del Bassone di Como ricevette infatti le confidenze di Olindo Romano, imputato per la strage con la moglie Rosa. Tavaroli, che all'epoca era detenuto nell'ambito dell'inchiesta milanese sulle indagini illegali del servizi, durante le indagini sulla strage di Erba rivelò che Olindo Romano gli aveva confidato di essere responsabile dell'eccidio.

Pornoreport II?


Lettera di Milena Gabanelli e risposta di Paolo Barnard
Febbraio 8, 2008 di mediazione

Lettera di Milena Gabanelli sul Forum di Report

Ogni azienda, giornale o tv fornisce l’assistenza legale (ovvero paga l’avvocato) ai propri dipendenti, non ai collaboratori. Quando abbiamo iniziato (1997)nessuno di noi si era posto il problema, che invece abbiamo affrontato quando sono arrivate le prime cause (2000). Si trattava di querele per diffamazione. La sottoscritta e il direttore di allora chiedemmo assistenza legale e ci fu concessa. Fatto che si verificò in tutti i successivi procedimenti penali. Le prime cause civili arrivarono nel 2004, e lì scoprimmo che invece non ci sarebbe stata copertura legale. La tutela veniva fornita a me in virtù del contratto di collaborazione con la rai, ma “a discrezione”, ovvero dovevo presentare una memoria difensiva con la quale dimostravo, punto per punto, di aver agito bene. Non avendo l’autore del servizio nessun contratto di collaborazione con la rai (pochè vende il pezzo), si assume i rischi in caso di richiesta di risarcimento danni. La realtà era questa: o prendere, o lasciare. Gli autori furono messi a conoscenza della questione e tutti decisero di continuare “l’avventura” con Report. Con tutte le angoscie del caso, ma a dominare è stata la convinzione di tutti noi che lavorando bene alla fine le cause si vincono e il soccombente dovrà pure pagare le spese. Da parte mia ho iniziato una lunga battaglia per poter avere ciò che nessuna azienda normalmente fornisce ai non dipendenti: l’assistenza di un avvocato in caso di causa civile (nel penale, come ho già detto, ci è stata fornita fin dall’inizio). Dal 2004 in poi la tendenza è stata quella di farci prevalentemente cause civili, con tutto quel che ne consegue in termini di stress, tempo che perdi, e paure che ti assalgono. E’ bene sapere che quando si va in giudizio ognuno risponde per la parte che gli compete: gli autori rispondono del loro pezzo, la sottoscritta per tutti i pezzi (in qualità di responsabile del programma), la rai in quanto network che diffonde la messa in onda. Qualora il giudice dovesse stabilire che c’è stato dolo da parte dell’autore, a pagare saranno tutti i soggetti coinvolti (la rai, la sottoscritta, l’autore). E questo vale per tutti, anche i dipendenti. La differenza è che prima di arrivare alla sentenza nessuno ti paga l’avvocato. Nel 2007 le cause arrivano ad un numero talmente elevato che passo più tempo a difendere me e i miei colleghi che non a lavorare. Ma a luglio 2007 il direttore generale Cappon chiede all’ufficio legale della rai di garantire la piena assistenza legale a tutti gli autori di Report. Questo non ci toglie le ansie (finchè non c’è una sentenza non sai di che morte muori), però almeno sai che alle tue spalle c’è un’azienda che ha riconosciuto il valore del tuo lavoro e ti paga l’avvocato. E’ stato difficile ottenere questo risultato, ma c’è stato e questo è oggi quello che conta.
Certo, se su ogni puntata vieni trascinato in tribunale, alla fine può darsi che lasci la partita perchè non riesci più a reggere fisicamente. Ma questo non è colpa della rai di turno, bensì di un sistema giudiziario che permette a chiunque di fare cause pretestuose, senza che ci sia a monte un filtro (come avviene invece nelle cause penali) che valuti l’eventuale inconsistenza della causa stessa.
Paolo Barnard. E’ un professionista che stimo molto, ma purtroppo l’incompatibilità ad un certo punto era diventata ingestibile, e così a fine 2003 le strade si sono separate. Per quel che riguarda la questione legale che lo coinvolge, sono convinta della bontà della sua inchiesta e penso che alla fine ci sarà una sentenza favorevole. Ci credo al punto tale da aver firmato a suo tempo un atto (che lui possiede e pure il suo avvocato) nel quale mi impegno a pagare di tasca mia anche la parte sua in caso di soccombenza. Non saprei che altro fare.
Non ho il potere di cambiare le regole di un’azienda come la Rai, credo di aver fatto tutto quello che è nelle mie modeste capacità. Il lavoro che io e gli altri colleghi di report abbiamo deciso fin qui di fare non ce lo ha imposto nessuno. E’ un mestiere complesso che comporta molti rischi, anche sul piano personale. Si può decidere di correrli oppure no, dipende dalla capcità di tenuta, dal carattere e dagli obiettivi che ognuno di noi si da nella vita. Il resto sono polemiche che non portano da nessuna parte e sottragono inutilmente energie.
Un caro saluto a tutti.
Milena Gabanelli
Risposta di Paolo Barnard
Sono Paolo Barnard. Rispondo innanzi tutto agli spettatori di Report, che assieme a tanti altri italiani meritano verità, onestà, e finalmente pulizia in questo Paese. Poi anche alle righe della signora Gabanelli postate ieri alle ore 21,16.
Mi spiace che alcuni di voi si siano ritenuti soddisfatti dalle parole dell’autrice di Report, che non ha risposto a nessuno dei punti cruciali, a nessuno dei gravissimi fatti.

Milena Gabanelli scrive:
“Per quel che riguarda la questione legale che lo coinvolge, sono convinta della bontà della sua inchiesta e penso che alla fine ci sarà una sentenza favorevole. Ci credo al punto tale da aver firmato a suo tempo un atto (che lui possiede e pure il suo avvocato) nel quale mi impegno a pagare di tasca mia anche la parte sua (di Barnard, nda) in caso di soccombenza. Non saprei che altro fare.”

Quell’atto esiste solo nella fantasia della signora Gabanelli. Né io, né il mio legale Avv. Pier Luigi Costa di Bologna, ne abbiamo mai ricevuto una copia. Inoltre l’affermazione della sua esistenza da parte dell’autrice di Report è pienamente contraddetta dagli atti processuali da me resi pubblici, ove si legge: “Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: “Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l’Illustrissimo Tribunale adìto voglia:…porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria…”.
Confermato di recente da: Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: “la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005…”.
La generosa offerta della Gabanelli non esiste, e sarebbe comunque stata una vergogna, un tentativo di tacitare me mentre lei poteva di fronte ai suoi datori di lavoro mostrarsi pienamente in accordo con la loro sciagurata politica nei mie confronti. Che è quello che ha fatto e controfirmato in ogni atto processuale.

Milena Gabanelli scrive:
“Gli autori furono messi a conoscenza della questione e tutti decisero di continuare “l’avventura” con Report.”

Non è vero. Esistono redattori pronti a testimoniare di non aver mai sentito Milena Gabanelli pronunciare quell’avvertimento, soprattutto quando sollecitata a chiarire questioni in merito. Di sicuro non lo fece mai in mia presenza. Io non fui mai posto di fronte a una simile bivio, al contrario, mi fu sempre detto di stare tranquillo.

Milena Gabanelli scrive:
“E’ bene sapere che quando si va in giudizio ognuno risponde per la parte che gli compete: gli autori rispondono del loro pezzo, la sottoscritta per tutti i pezzi (in qualità di responsabile del programma), la rai in quanto network che diffonde la messa in onda. Qualora il giudice dovesse stabilire che c’è stato dolo da parte dell’autore, a pagare saranno tutti i soggetti coinvolti (la rai, la sottoscritta, l’autore).”

Che a pagare possano eventualmente essere tutti non è in discussione, signora Gabanelli. Che lei e la RAI tentiate di mandare al macello uno solo, cioè Paolo Barnard, l’anello più debole della catena, e che vi siate lungamente accaniti in ciò come dimostrano i documenti processuali sopraccitati, e che la RAI abbia addirittura tentato di rivalersi su di me anche fuori dal processo, è ben altra cosa. Lascio ogni giudizio sulla sua condotta ai suoi spettatori. E taccio qui sul dolore personale che ho subito. Non è questo il contesto.

Milena Gabanelli scrive:
“Certo, se su ogni puntata vieni trascinato in tribunale, alla fine può darsi che lasci la partita perchè non riesci più a reggere fisicamente. Ma questo non è colpa della rai di turno, bensì di un sistema giudiziario”

No, la RAI ha responsabilità pesanti, nell’abbandono dei giornalisti collaboratori che tanto hanno fatto per i suoi palinsesti, come nel caso in oggetto. Noi ‘esterni’ siamo quelli col coraggio, quelli che lavorano dieci volte gli altri, quelli senza stipendio, quelli che non confezionano le narrative false dei TG1, TG2, TG3, che non sono pagati mensilmente per “rendere plausibile l’inimmaginabile” presso gli italiani. Noi siamo quelli usati e cestinati al primo problema. Io sono giornalista e prima di ogni altra cosa punto il dito verso il mio editore e i miei capi, e ne pagherò i prezzi. Lei Milena Gabanelli dovrebbe fare la stessa cosa e pubblicamente, per il bene del giornalismo italiano, se lei ne avesse il coraggio.

Milena Gabanelli scrive:
“Paolo Barnard. E’ un professionista che stimo molto, ma purtroppo l’incompatibilità ad un certo punto era diventata ingestibile, e così a fine 2003 le strade si sono separate.”

Non è vero. La mia separazione dalla gente di Report fu a causa di una sordida storia di inumanità e di viltà che con questa mia denuncia non ha nulla a che fare. Mi addolora ancora di più che Milena Gabanelli la citi qui, del tutto fuori contesto.

Milena Gabanelli scrive:
“Il lavoro che io e gli altri colleghi di report abbiamo deciso fin qui di fare non ce lo ha imposto nessuno. E’ un mestiere complesso che comporta molti rischi, anche sul piano personale. Si può decidere di correrli oppure no, dipende dalla capcità di tenuta, dal carattere e dagli obiettivi che ognuno di noi si da nella vita. Il resto sono polemiche che non portano da nessuna parte e sottragono inutilmente energie.”

Come dire ‘Se Paolo Barnard non ha i cosiddetti, cambi mestiere e non ci faccia perdere del tempo’. Non mi risulta che Bernardo Jovene, Sabrina Giannini, Stefania Rimini o altri a Report siano stati abbandonati come me, che la RAI e Milena Gabanelli si stiano accanendo in un’aula di tribunale per scaricargli colpe non loro, che la RAI li stia minacciando con ulteriori accanimenti legali, e che Milena Gabanelli sia rimasta zitta per 4 anni di fronte a una vergogna simile perpetrata nei loro confronti.
Milena Gabanelli, con le sue righe, tipicamente sguscia da una situazione indecente senza prendere una posizione morale, senza quel ‘coraggio’ che l’ha resa famosa, avallando di nuovo ciò che lei stessa e la RAI mi stanno facendo. Avallando oltre tutto il peggior precariato nel giornalismo (sic).
In questo modo prolifera la censura da me denunciata, che così tanti colleghi finiscono per subire, una censura che sottrae a voi spettatori, a voi, il diritto di sapere quello che gli avvocati da una parte o dall’altra non vogliono che voi sappiate.

Ci sono cose, signora Gabanelli, su cui si deve prendere posizione, costi quel che costi. Io lo faccio qui e ora e le dico: Lei e la RAI siete responsabili di una condotta ignobile, troppo diffusa fra gli editori di questo povero Paese. Lei più della RAI, perché lei dovrebbe essere il volto del ‘coraggio televisivo’ per definizione.

Verrò travolto dalle vostre querele, a tutela del vostro ‘buon nome’, ma ho deciso di mettermele alle spalle. Io prendo posizione di fronte a questa censura con cui lei Gabanelli è in palese collusione, e il mio coraggio è comunque una piccola cosa, perché c’è chi ha preso posizione di fronte a una camera di tortura in Cile o di fronte a un Merkava in Palestina. Il vero coraggio è loro, non mio.
Né lei né la RAI mi zittirete mai.

Paolo Barnard

Pornoreport?




Non conoscevo i perché della partenza di Paolo Barnard da Report.


Censura ‘legale’ - Paolo Barnard – 11 febbraio 2008

Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell'informazione di cui non si parla mai. E' la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell'appoggio dell'indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l'opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti 'fuori dal coro'.
Si tratta, in sintesi, dell'abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste 'scomode'. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d'informazione ve lo illustro citando il mio caso.
Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.

Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un'inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l'11/10/2001 ("Little Pharma & Big Pharma"). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: "Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie") e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).

L'inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003.
Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte.
Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare.
Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla RAI, e dunque di non preoccuparmi(2). La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi.

All'atto di citazione in giudizio, la RAI e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la RAI in questa controversia legale.(3) Ma non solo.
La linea difensiva dell'azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa.(4)
E questo per un'inchiesta di pubblico interesse da loro (RAI-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata.*

*( la RAI può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva(5), dove è sancita la sollevazione dell'editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l'accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giustificabile l'operato della RAI in questi casi).

Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per RAI e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l'impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un'inchiesta che la RAI stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me.
La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere.

Ma al peggio non c'è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. E' un atto di costituzione in mora della RAI contro di me. Significa che la RAI si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo: "La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell'eventuale accoglimento della domanda posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio, nda) nei confronti della RAI medesima".(6)
Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell'incredulità.
Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la RAI , e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all'evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che "la rivalsa che ti era stata fatta (dalla RAI contro di me, nda) è stata lasciata morire in giudizio... è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso... Finirà tutto in nulla."(7)

Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell'atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell'atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della RAI che è interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso.(8)
Non mi dilungo. All'epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la RAI. Non ci sarà mai più un'inchiesta da me firmata sull'emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l'unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste 'coraggiose'. Questa non è una mia mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari.

Così la mia voce d'inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo.
Ecco come funziona la vera "scomparsa dei fatti", quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli 'editti bulgari', i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno.

Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori.
Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare.
Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità.
Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema.

Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l'energia possibile questa realtà, via mailing lists, siti, blogs, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate.
In ultimo. E' assai probabile che verrò querelato dalla RAI e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d'allarme, e ciò non sarà piacevole per me.
Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti. Spero solo che serva.

Grazie di avermi letto.
Paolo Barnard
dpbarnard@libero.it

Note:
1) Tribunale civile di Roma, Atto di citazione, 31095, Roma 10/11/2004.
2) Fatto su cui ho più di un testimone pronto a confermarlo.
3) Nel volume "Le inchieste di Report" (Rizzoli BUR, 2006) Milena Gabanelli eroicamente afferma: "...alle nostre spalle non c'è un'azienda che ci tuteli dalle cause civili". Prendo atto che il prestigioso studio legale del Prof. Avv. Andrea Di Porto, Ordinario nell'Università di Roma La Sapienza , difende in questo dibattimento sia la RAI che Milena Gabanelli. Ma non me.
4) Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: "Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l'Illustrissimo Tribunale adìto voglia:...porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria...".
5) Un esempio di questa clausola tratto da un mio contratto con la RAI : "Lei in qualità di avente diritto... esonera la RAI da ogni responsabilità al riguardo obbligandosi altresì a tenerci indenni da tutti gli oneri di qualsivoglia natura a noi eventualmente derivanti in ragione del presente accordo, con particolare riferimento a quelli di natura legale o giudiziaria".
6) Raccomandata AR n. 12737143222-9, atto di costituzione in mora dallo Studio Legale Di Porto per conto della RAI contro Paolo Barnard, Roma, 3/10/2005.
7) Email da Milena Gabanelli a Paolo Barnard, 15/11/2005, 09:39:18
8) Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: "la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005...". (si veda nota 4)

mercoledì, febbraio 20, 2008

Notizie a confronto



USTICA, BONFIETTI SU COSSIGA: ALLUCINANTE CHE NESSUNO SI MUOVA…
(Agi) - "E’ allucinante, in un paese civile, che un ex Presidente della Repubblica, un ex presidente del Consiglio dica queste cose e nessuno si muova". E’ il commento rilasciato all’Agi da Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione Vittime della strage di Ustica, sulle dichiarazioni del Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga circa l’ipotesi che il Dc d9 dell’Itavia - la cui esplosione in volo, il 27 giugno 1980, costo’ la vita ad 81 persone - possa essere stato abbattuto da un missile dei francesi.

Cossiga, come riporta oggi Libero, spiega che furono i servizi segreti italiani, quando lui era Presidente della Repubblica, ad informarlo assieme al sottosegretario Giuliano Amato, che erano stati i francesi, con un aereo della Marina, a lanciare un missile non a impatto, ma a risonanza. Obiettivo, mancato, abbattere l’aereo di Gheddafi che si salvo’ perche’, subito dopo il decollo, l’areo col leader libico torno’ indietro informato dal generale Santovito del Sismi.


FIORELLO: KATIA NOVENTA? ERA MIA VALLETTA A KARAOKE…
(Ansa) - ’Katia Noventa? Era la mia valletta al karaoke. Ora si’ che comincio a intravedere un futuro per il nostro Paese’: Fiorello ha scherzato oggi in studio con Nanni Moretti, ospite a ’Viva Radio2’, sulle ipotesi di candidature per il Pdl. Lo showman, che per tutta la puntata ha usato parole misurate per non alimentare altre polemiche, ha esclamato, tra il serio e il faceto: ’ognuno candida chi gli pare’, prendendo spunto dalla notizia della presunta ’discesa in campo’ della sua ex valletta nelle fila del Popolo della Liberta’.

Largo ai giovani!



Incredibile performance di Ciriaco De Mita che lascia il PD. Quest uomo ha 80 anni (è nato nel 1928), ma ancora non vuol farsi da parte. Un'altra ragione, l'ennesima, per dimostrare come il paese non sia maturo.

Pd, De Mita: "No a mia lista ma non è addio alla politica"
Nessuna lista 'De Mita', né un avvicinamento alla 'Rosa bianca'. Ma nemmeno un "addio alla politica". Semplicemente, un "addio al Pd". Così Ciriaco De Mita lasciando il coordinamento nazionale del Pd, dove ha preso la parola per annunciare, in dissenso sulle regole per la selezione delle candidature, il suo abbandono al partito. Ma non è un addio alla politica. "Come diceva un poeta spagnolo - spiega -, 'Quando moriro' morirò con la chitarra in manò, io dico che quando morirò farò l'ultimo discorso elettorale".

Pd, De Mita: "Vittima dell'età. Mi ribello e vi lascio"
"Nell'applicazione dello statuto sono vittima dell'età. Mi ribello e vi lascio". Così l'ex segretario Dc Ciriaco De Mita, prendendo la parola all'inizio della direzione del Pd, ha protesta,secondo quanto riferito, per l'esclusione della sua candidatura. "Non sarò con voi - avrebbe aggiunto De Mita - ma contro di voi"

domenica, febbraio 17, 2008

Guti pizzicato


Il settimanale scandalistico "Cuore" sotto al titolo «El carinoso» (L'affettuoso n.d.r.» documenta la fine di una cena di Guti con un altro uomo, quando tra i due scatta un bacio che la rivista definisce «appassionato». Il gossip è stato subito ripreso con ampia eco da numerosi siti spagnoli. Tutto ciò, secondo il settimanale spagnolo, non sarebbe stato gradito dalla moglie del 31enne calciatore, la presentatrice tv Arancha de Benito, che stanca delle uscite notturne del marito avrebbe fatto sapere di essersi presa una "pausa di riflessione".

Ma quale nuovo cinema italiano?



In Italia vengono celebrati come grandi capolavori dei filmetti simpatici. Uno di essi è "Caos Calmo", che infatti da Berlino è tornato a mani vuote. Ma quando smetteremo di raccontarci ch produciamo opere d'arte? Noi da anni, aldilà dei film di Boldi e de Sica non abbiamo prodotto nulla né degno di essere ricordato e tantomeno che si sia dimostrato un successo al botteghino. Sono opere girate male, sciatte, opere interpretate da gente che non sa recitare. Muccino (grande) è stato furbo ed ha girato un film ruffiano che agli americani è piaciuto. Ma da qui a dire che "la ricerca della felicità" sia un'opera d'arte ce ne passa.

La cronaca di Repubblica (certo non un giornale di destra) , dalla Berlinale

Berlino, il brasiliano "Tropa de elite" conquista da outsider l'Orso d'oro. Violenza e realismo nell'opera dell'esordiente José Padilha Il film di Michel Gondry chiude la 58esima edizione del Festival.

- E' andato al duro e spietato film brasiliano Tropa de elite l'Orso d'oro alla 58ma edizione della Berlinale. Il premio per la migliore regia è stato assegnato a Paul Thomas Anderson per Il petroliere (There will be blood). Migliore interpretazione maschile all'iraniano Reza Najie, allevatore di ostriche nel film Avaze Ginjeshk-ha (La canzone dei passeri). Migliore interpretazione femminile alla britannica Sally Hawkins, protagonista del film di Mike Leigh, Happy go lucky in cui interpreta un'insegnante inguaribile ottimista. Orso d'argento per la miglior musica a Johnny Greenwood, chitarrista dei Radiohead, autore della colonna sonora del film Il Petroliere. Orso d'argento-Gran Premio della giuria all'americano Errol Morris per il documentario sulle torture nel carcere di Abu Ghraib Standard operating procedure (Una proceduta standard).

Come si poteva prevedere dopo aver letto le critiche dei giornali tedeschi e aver colto gli umori degli osservatori, non ci sono stati premi per Caos Calmo di Antonello Grimaldi. Nelle ore successive alla presentazione in concorso del film, qualcuno aveva sperato almeno in un riconoscimento per Nanni Moretti attore, che aveva avuto critiche discrete.

Il film brasiliano Tropa de elite, firmato dall'esordiente José Padilha, era molto piaciuto a Berlino, sia alla critica che al pubblico e soprattutto agli acquirenti internazionali. Costruito come un thriller d'azione dal montaggio nervoso e dallo stile quasi documentaristico, ispirato a fatti e personaggi della cronaca nera brasiliana, il film è stato a lungo e a sorpresa campione d'incasso in Sud America negli ultimi mesi del 2007 ed era arrivato a Berlino da autentico outsider ma con la forza immediata di un cinema realistico che mancava da tempo sulla scena mondiale.

Tra incursioni tra i trafficanti di droga e vere battaglia all'arma bianca sullo sfondo dei disordini delle favelas più povere delle grandi metropoli come Rio de Janeiro, le scene di violenza nel film hanno scatenato polemiche sulla stampa tedesca. In un'intervista al quotidiano Tagesspiegel Padilha ha difeso la sua scelta artistica nel mostrare "in maniera molto diretta la violenza e la corruzione della polizia" di Rio de Janeiro. "I conflitti violenti in ogni società sono la regola e non l'eccezione" aveva detto il regista contestando l'equazione tra povertà e violenza, poiché "in molte città del mondo c'è più povertà che a Rio e a San Paolo, ma meno violenza. Lo scorso anno i poliziotti brasiliani hanno ammazzato più di mille persone, negli Stati Uniti i morti sono stati 200, ma con una popolazione di 300 milioni di persone".

Violenza e realismo anche nel film di Errol Morris che ha conquistato il Gran premio della giuria, nato dall'orrore per le conseguenze dell'intervento americano in Iraq. Durante la conferenza stampa di presentazione del documentario accolto per la prima volta in concorso in un festival internazionale, il regista era stato esplicito: "A motivarmi - aveva detto - è stato l'orrore per la politica estera americana. C'è qualcosa di pazzesco, quando in una democrazia le torture vengono definite una cosa normale". Tra le scene più disarmanti del film ci sono le interviste con le tre ex soldatesse protagoniste di quelle torture, l'allora ventenne Lynndie England e le altre due giovanissime colleghe, Sabrina Harman e Megan Ambuhl. "Quando sono arrivata ad Abu Ghraib - ricorda la England nel film - le sevizie dei prigionieri si praticavano già. All'inizio mi sembrò sbagliato, ma la realtà era quella".

Dopo la consegna degli Orsi al Berlinale Palast, il festival chiude il sipario con la proiezione dell'ultimo film del regista visionario francese Michel Gondry, Be Kind Rewind. L'autore francese, affermato regista di videoclip e di film quanto meno originali come Human Nature, Se mi lasci ti cancello, L'arte del sogno, si presenta a Berlino con la surreale storia di un uomo, Jerry (Jack Black) che, nel tentativo di sabotare una centrale elettrica, si ritrova con il cervello magnetizzato. Il campo magnetico così creato cancella tutte le videocassette del videonoleggio del suo amico Mike (Mos Def) e, per non deludere i pochi clienti, i due si vedono costretti a rigirare tutti i classici da videonoleggio. Lo faranno con l'arte dello "sweding" (reinventare con ciò che si ha a disposizione quello che si ama, dal cinema alle scarpe da tennis) reinterpretando così Ghostbusters, A spasso con Daisy, passando, fra gli altri, per il Re Leone, 2001: Odissea nello spazio, Rush Hour, Quando eravamo re, Robocop. Incredibilmente i film conquistano i clienti del negozio e pian piano diventano popolari, tanto che i loro concittadini iniziano a farsi coinvolgere dal progetto. Tutto fila liscio finché un avvocato rampante (Sigourney Weaver) cita le due novelle star locali per violazione dei diritti d'autore.

sabato, febbraio 16, 2008

Ecco l'editto



Ma questo non vuol dire "cacciare qualcuno"

Parola di Silvio: "Biagi lasciò per soldi".



Berlusconi: Biagi lasciò per liquidazione
Le figlie: «Ignominia. Lasci stare i morti»
La versione del Cavaliere: «Prevalse il suo desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto elevato». Polemiche

MILANO - «Mi sono battuto perchè Enzo Biagi non lasciasse la televisione, ma alla fine prevalse in Biagi il desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto elevato». Lo ha detto Silvio Berlusconi,


Silvio Berlusconi durante la registrazione di Tv7 (Ansa)nel corso di Tv7. Il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, è tornato o a parlare del cosiddetto «editto bulgaro». «Io non ho detto "cacciate Biagi e Santoro" - ha aggiunto - ma mi sono sempre scagliato contro l’uso improprio della tv. Se le forze dell’ordine hanno delle armi, queste servono per garantire l’ordine, se poi si spara alla gente è farne un uso improprio».
«LASCI STARE I MORTI» - Una «ignominia», una «falsità» contraddetta da carte che possono documentare tutto: così Bice e Paola Biagi, le figlie di Enzo, hanno commentato le dichiarazioni di Silvio Berlusconi, dicendosi «letteralmente indignate» «La moralità di nostro padre non si può discutere - dicono all'unisono Bice e Paola - è documentata. È stato un partigiano che ha avuto la schiena dritta dal '45, e non solo con il signor Berlusconi, e per questo ha pagato. Berlusconi deve farla finita, deve stare zitto e non strumentalizzare un morto che non può rispondere per la sua campagna elettorale». Le due figlie di Biagi, che proprio stasera festeggiano i vent'anni di due loro nipoti, («e a tutto pensiamo - dicono - tranne che a Berlusconi, grazie a Dio»), aggiungono poi di voler «seguire il consiglio del presidente Napolitano, che era amico di nostro padre, e che invita a smorzare i toni. Continueremo con la stessa discrezione che abbiamo avuto finora ma Berlusconi deve smetterla di dire falsità. Piuttosto dovrebbe istruirsi un pò e leggere per esempio "Le mie prigioni" così da capire che ad attaccare un morto si fa un danno soprattutto a se stessi». Proprio Paola in queste settimane sta curando il carteggio del padre: «quando sarà pubblico - conclude - si vedrà chi ha ragione e chi si è sempre comportato con dignità e moralità».
da corriere.it

Riprendono i viaggi della disperazione

Esattamente come accadeva 50 anni fa.



«Le prenotazioni per la legge 194 sono esaurite. Riprenderanno il 19 febbraio dalle 11 alle 12». Così la segreteria telefonica dell’ospedale Macedonio Melloni, tra i più importanti di Milano. Inutile meravigliarsi. Prendere un appuntamento per interrompere la gravidanza è solo l’inizio dell’odissea che le donne devono affrontare per abortire oggi in Italia. Un percorso a ostacoli tra ambulatori aperti solo un’ora alla settimana, accettazioni a numero chiuso, colloqui, visite ginecologiche ed ecografie che costringono ad andare in ospedale anche quattro volte, liste d’attesa che superano i 15 giorni almeno in un caso su due, l’insistenza dei volontari del Movimento per la vita in corsia, umiliazioni emblematiche come il cartello con la scritta «Interruzioni di gravidanza» appeso ai lettini delle donne in procinto di abortire al Niguarda, eliminato solo dopo l’intervento dei sindacati dell’ospedale milanese. L’irruzione della polizia al Federico II di Napoli dopo un aborto terapeutico è la punta dell’iceberg di un fenomeno che spinge sempre più donne a rivolgersi a cliniche estere. In fuga dall’Italia per abortire.

I viaggi dell’aborto
«Are there a lot of italian women coming here? », «Yes. Lately even more». Alla domanda se ci sono numerose italiane che prendono un appuntamento, la centralinista della Leigham Clinic non ha dubbi: «Si. Ultimamente sempre di più». La clinica a sud di Londra è diventata uno dei punti di riferimento delle donne che con 780 sterline possono interrompere la gravidanza nel giro di una settimana. Un numero che non ha eguali in Europa. Lo dimostrano le statistiche del ministero della Salute inglese. Con l’arrivo in Gran Bretagna di una donna ogni due giorni, l’Italia è in cima alla classifica dei viaggi per abortire, seconda solo all’Irlanda (dove le Ivg sono illegali ameno che non siano in pericolo la vita e la salute della donna). Avverte Vicky Claeys, direttore per l’Europa dell’International Planned Parenthood Federation, il network mondiale per la tutela della maternità e della salute sessuale con sede a Bruxelles: «Il clima che si respira in Italia è preoccupante. La legge c’è. Il problema è la sua esecuzione: abortire sta diventando quasi impossibile ». Due le conseguenze dietro l’angolo, almeno secondo Bruxelles: «Chi ha i soldi va all’estero, le altre rischiano di tornare agli aborti clandestini». Tra i medici contattati spesso dall’Italia, ginecologi famosi come il londinese Kypros Nicolaides e il parigino Yves Ville. Le donne prendono il volo verso Londra e Parigi soprattutto per le interruzioni terapeutiche di gravidanza (quelle dopo i tre mesi, qui vietate di fatto dalla 24ma settimana). Ma sono in crescita anche quelle che si dirigono in auto in Svizzera per prendere la pillola Ru486 non ammessa in Italia e ottenibile in Canton Ticino con 400 euro. «Ne arriva almeno una a settimana solo da noi—ammette il ginecologo ostetrico Jürg Stamm, balzato spesso all’onore delle cronache per la sua attività al centro di fertilità che guida all’ospedale «La Carità » di Locarno —. Io di solito aiuto le donne che vogliono un figlio e non riescono ad averlo. Ma l’Ivg non è un reato: perché, dunque, negare alle pazienti la possibilità di abortire senza entrare in sala operatoria? ».

Anti-abortisti in corsia
Tra i motivi che spingono ad andarsene, anche le difficoltà con cui spesso deve fare i conti chi si rivolge agli ospedali. Al San Paolo di Milano gli appuntamenti per le Ivg vengono presi un’ora alla settimana il venerdì, dalle 13.30 alle 14.30. Al Buzzi di via Castelvetro gli sportelli sono aperti il mercoledì e il venerdì alle 7.30, ma la segreteria telefonica avvisa già: «Vengono accettate le prime 16 donne». Altra città, nuove situazioni. Agli ospedali Riuniti di Bergamo la sede del Movimento della vita è all’interno del reparto di Ostetricia e Ginecologia guidato dal 2000 da Luigi Frigerio (vicino a Comunione e Liberazione). Al San Matteo di Pavia se n’è appena andato via anche l’ultimo non obiettore: gli aborti li fanno due giovani con borsa di studio. A Desenzano c’è un solo medico che esegue le Ivg (quando è malato o in vacanza ne deve arrivare uno da fuori). Stesse scene anche fuori dalla Lombardia. Al Ca’ Foncello di Treviso c’è un solo ginecologo su 15. E, proprio in Veneto, è atteso a settimane l’arrivo in consiglio regionale del progetto di legge di iniziativa popolare che prevede, tra l’altro, la presenza di volontari antiabortisti negli ospedali. Il consigliere di Alleanza Nazionale, Raffaele Zanon, ha chiesto di mettere in discussione la proposta subito dopo l’approvazione del Bilancio 2008. Ancora. «In Basilicata la percentuale di camici bianchi che non praticano aborti è vicina al 93%, anche se i dati del ministero della Salute, fermi al 2005, li danno al 42%—denuncia il radicale Valerio Federico —. All’ospedale San Carlo di Potenza raggiungono la quota del 95%».

Le liste d’attesa
In Italia, insomma, in media sei ginecologi su dieci sono obiettori, con punte del 70% al Centro. «Così hanno più chance di fare carriera e diventare primari, ma i tempi di attesa per le pazienti si allungano», fanno notare al Ced, uno dei principali consultori laici di Milano. Per almeno una donna su due trascorrono più di due settimane tra il certificato del medico e la data dell’intervento. Il 25% deve aspettare fino a 15 giorni. E adesso con la fuga all’estero per le Ivg si rischia un déjà vu di quanto già successo con la fecondazione assistita (a quattro anni dall’approvazione della legge 40, «I viaggi per la provetta» sono al centro proprio oggi di un convegno organizzato da SOS Infertilità allo Spazio Guicciadini di Milano). Non finisce qui. C’è chi teme che mentre negli ospedali pubblici si moltiplicano le difficoltà per abortire, nelle cliniche private prendano piede le interruzioni di gravidanza clandestine. Mascherate da aborti spontanei. Da codice penale.

Benedetta Argentieri, Simona Ravizza
da Corriere.it

venerdì, febbraio 15, 2008

Manda huevos!!!

Heavy Metal's pause

They will help us!

La soluzione!!!!!


Follie per un minuto!



Rai multata per un episodio di Lost - "Troppa violenza per i minori"
Nella puntata un bambino viene obbligato a uccidere, ma suo fratello lo fa al suo posto

Il Garante: "Nessuna segnalazione che mettesse in guardia le famiglie"
ROMA - Centomila euro di multa per una puntata di Lost (RaiDue) trasmessa in un orario non adeguato ai minori. La sanzione è stata inflitta alla Rai dall'Autorità garante per le Comunicazioni, per un episodio "al cui interno si sono rilevati contenuti di violenza". Mandato in onda alle 21.51 del 13 marzo 2007, al margine (21.52) della fascia oraria cosiddetta di "televisione per tutti". Fenomeno tv di culto creato da J. J. Abrams, Damon Lindelof, Jeffrey Lieber, vincitore di un Golden Globe e di un Emmy Award, il serial è ambientato su una misteriosa isola tropicale sulla quale si ritrovano i superstiti di un incidente aereo. Negli Usa dal 2004, in Italia è stato trasmesso prima da Fox (Sky) poi da RaiDue, un debutto con ascolti record che si sono stabilizzati con uno zoccolo duro di appassionati. Che saputo della sanzione hanno scatenato il dibattito sui blog.

L'episodio in questione si intitola Salmo 23. Il passaggio incriminato è quello in cui alcuni guerriglieri nigeriani obbligano un bambino, in un villaggio, a sparare a un uomo anziano; il bambino non ne ha la forza e suo fratello (poi si scoprirà essere Eko), più grande, impugna la pistola e uccide l'uomo. Nel provvedimento dell'Authority si legge che la sequenza "per caratteristiche presentate e collocazione oraria, appare di forte impatto emotivo per un pubblico di minori". Tuttavia la Rai "non ha adottato alcun sistema di segnalazione iconografica (la "farfallina" rossa, ndr) che avrebbe consentito alle famiglie l'espletamento della propria funzione educativa" come previsto dal "Codice di autoregolamentazione tv e minori".

La Rai ha contestato le accuse, scrivendo nelle sue memorie di aver analizzato l'episodio preventivamente e di averlo mandato in onda senza segnalazione"circa la sua non idoneità per i minori (come del resto negli altri Paesi del mondo ove è diffuso) in quanto privo di immagini cruente e/o efferate e di elementi di violenza tali da arrecare pregiudizio allo sviluppo psichico, fisico e morale dei minori".

Nell'episodio, scrive la Rai, si distingue "nettamente la sfera del bene da quella del male", la sequenza "trasmette in maniera forte e inequivocabile il valore dell'amore fraterno laddove il maggiore dei due si sostituisce volontariamente al fratello più piccolo nel compimento del gesto drammatico". E la puntata è stata trasmessa alle 21.51 circa, orario in cui "si presume che i più giovani all'ascolto siano supportati dalla presenza di un adulto". Giustificazioni che l'Authority non ha accolto. Per una lunga serie di ragioni, fra cui il fatto che nella scena sono coinvolti minori, che è "crudamente realistica" e "non preceduta da idonea argomentazione che ne agevoli la comprensibilità" in quanto collocata a inizio episodio.

Fra i blogger il dibattito è aperto. Sono centinaia le community animate dai cultori di Lost. Lostmania, ad esempio. "Vogliamo parlare di Beautiful, degli ovuli di Brooke, delle scene quasi sadomaso di Centovetrine? Vergogna, Lost al confronto è un idillio" (Valentina). "E' una cosa assurda - scrive Claudio - vanno in onda i particolari della strage di Erba, il sangue, si parla delle feci nell'appartamento della povera ragazza di Perugia, poi ci si scandalizza per una fiction, come se i ragazzi non capissero la differenza fra realtà e fantasia". "L'altra sera al Tg1 hanno fatto vedere la strage al mercato di Baghdad... Molto meglio Lost" (Sherazade).

"E C.S.I. allora? E le casalinghe? Ma anche Medium può impressionare. Perché non trasmettere solo il Grande Fratello, così educativo..." (Marxetto); "Lost viene multato quando tutte le domeniche alle 14 ci sono donne nude su Canale 5" (ceci_bogno). E ancora, da Telefilm Central Forum: "In Heroes c'era Sylar che apriva le teste e Claire su un letto d'obitorio col petto squartato e non hanno detto niente, poi si lamentano per Lost" (AcRobat). "Secondo voi - scrive FigliodiOdino su Lostpedia - cos'è più damnoso per un bambino, un po' di finzione in cui si vede Charlie bucato da una freccia o gli attori dei reality che vengono spiati dalle telecamere mentre fanno sesso? E i servizi di modelle nude di Studio Aperto? Ma và là..."
da Repubblica.it

Gli imbecilli a sinistra

Dalla stupida che parla con una persona puntandogli il megafono in faccia, agli idioti che invece di illustrare i motivi della manifestazione esasperano i cittadini non spiegando bene le ragioni di una manifestazione sacrosanta, ecco il peggio di una certa sinistra fatta di sfigati, veterofemministe e gente che si diverte più che altro a provocare. Questi alla causa fanno più male che bene.

giovedì, febbraio 14, 2008

Solo in Italia


Ferrara: "Farò il test per la sindrome Klinefelter"
"Mi sottoporrò alle analisi del sangue perchè penso di avere la sindrome di Klinefelter": lo ha detto il direttore de Il Foglio Giuliano Ferrara, intervistato da Maurizio Belpietro su mattina 5, facendo riferimento alla donna che ha abortito nei giorni scorsi al Policlinico di Napoli alla quale era stato diagnosticata una malformazione del feto legata alla sindrome di Klinefelter. Questa sindrome, dice Ferrara, è dovuta a un difetto dei cromosomi che determina tra l'altro un'alterazione degli organi sessuali; "e siccome ho testicoli piccoli e grandi mammelle - ha aggiunto - farò le analisi".

Un fatto che dimostra ancora una volta l'assoluta amoralità di Giuliano Ferrara che peraltro non capisce che il suo problema non si riferisce alla pochezza (come egli stesso afferma) del suo apparato genitale, quando alla, pressoché assoluta mancanza, di altri due muscoli, uno nella cassa toracica, l'altro nello spazio fra le due orecchie. Però dimostra ache che si può vivere senza i due. Magari non benissimo, ma si può comunque arrivare ad essere ministri per i rapporti con il Parlamento. Solo l'Italia può considerare intellettuale uno così e vedere queste stupidaggini come "amenità" o provocazioni intellettuali facendole peraltro passare in tv senza contradditorio.

Vincere! E vinceremo!

Quello che mi interessa di Silvio Berlusconi, è soprattutto il lato psicologico del personaggio. I suoi continui cambiamenti sono tali solo per chi non considera il cavaliere nel suo complesso. Io credo che lui sia persino convinto di dire la verità, non si rende conto di mentire. Fra le ultime uscite del nostro, la "moratoria" sull'aborto quando (lo scrive Travaglio se non è vero, cavaliere, quereli lui) sembra che la stessa signora B sia ricorsa all'interruzione di gravidanza.

L'ultima affermazione in ordine di tempo è stata: Intervista del Cavaliere a "Uno Mattina". Nuovo affondo a Casini: "Da lui solo personalismi". Male, male.

Evidentemente queste regole però (niente personalismi), valgono solo per gli altri, mica per lui. Infatti persino l'inno (pare) scelto dal PdL (il partito che costerà nuovi milioni di euro ai contribuenti italiani) si chiama: Meno male che Silvio c'è. Ovviamente questo non è culto della personalità. Ripresentarsi per la quinta volta come leader di una coalizione (perché questo è il PdL), non dare spazio a nessuna corrente nel partito..... e potremmo continuare, tutto questo cos'è? Una cosa del genere non farà effetto agli italiani perché si sono assuefatti, ma i miei amici stranieri che scorrono questo blog rimangono sempre più spesso senza parole. L'ultima affermazione che ho sentito in aeroporto è stata: "d'accordo si è fatto delle leggi per sé, ma forse adesso che è così ricco farà qualcosa per il Paese". Una frase del genere in Europa non si sentiva da tempo, ma paesi democraticamente acerbi come la furbissima Italia, sono da sempre alla ricerca dell'uomo forte.

Ascoltatelo:



Mi chiedo davvero fra tanti anni che cosa scriveranno i libri di storia di un Paese così....

Relax for now

This is a very popular video on the net....

Viagra à la française

Sarko ou pas?


9 ore da sola

mercoledì, febbraio 13, 2008

Mammoni



1 - «OFFESA DAL CAVALIERE: NON SI FIDA DEL MIO PIER»
Paola Di Caro per il “Corriere della Sera”
Parlare non vorrebbe: «Il mio consiglio a Pier? Ma io ho quattro figli mica uno solo, se dovessi mettermi a dare consigli a tutti, come farei, e poi magari non sarebbe nemmeno giusto...». Poi però si scioglie, la signora Mirella Vai Casini, perché il momento è «molto difficile», perché lei stessa è «davvero dispiaciuta di quello che sta accadendo», perché il solo fatto che suo figlio in questi giorni non la chiami con la solita affettuosa regolarità significa che «non vuol farmi sentire quanto sta male».

E siccome per una mamma il male di un figlio è sentire lo stesso male mille volte, ecco che in un momento così scatta la voglia di difenderlo, questo figlio fatto e cresciuto ma comunque oggi in difficoltà. E viene la voglia di appellarsi a quel Silvio Berlusconi che sempre ripete quanto vanno ascoltate le mamme, e che «io ho sempre stimato, anzi gli voglio bene, e lui lo sa, ci siamo visti e sentiti più volte, mi ha anche invitato a casa sua in Sardegna "così sta con la mia mamma", è una grande persona, ed è chiaro che ha il suo caratterino ma pure Pier ce l'ha, e gliel'ho detto tante volte a mio figlio "non esagerare, cerca di andare d'accordo con Silvio, non fare il testardo", perché per me è sempre stata una gioia vederli assieme loro tre, lui, Berlusconi, Fini».

Ma stavolta, sospira la signora Casini, stavolta Berlusconi sbaglia a «chiedere a Pier una cosa troppo dura da accettare, perché per lui mettere da parte il simbolo significa dire addio a una storia di coerenza, onestà e anticomunismo: la sua storia da quand'era ragazzino, quella della sua famiglia, di suo padre che ha militato per tutta la vita nella Democrazia cristiana dopo essere stato un combattente della lotta partigiana, di un partito che sarà pure piccolo ma ha una sua dignità, è fatto di persone a cui devi rispondere, mica chiudi bottega e arrivederci».

Certo, è vero, Fini ha rinunciato al simbolo di An e parlare di quell'alleato oggi così lontano è «meglio non farlo, guardi» ma in ogni caso «sono affari suoi, se la vedrà lui con i suoi elettori: oggi il tassista che mi riportava a casa si lamentava: "ma perché Fini l'ha fatto, io ho sempre votato An, e non lo capisco più"». E tutto questo, continua la signora Casini «perché poi? Perché non si fidano di Pier? Ma io mi sento offesa da questi sospetti: se lo avesse voluto, quante volte mio figlio avrebbe potuto aiutare il centrosinistra, tenere in vita Prodi, lavorare a un altro governo? Non l'ha mai fatto, mai, perché non si sarebbe più potuto guardare allo specchio, non lo conoscono se pensano che possa tradire. E quando mai ha votato diversamente dal resto della Cdl? Perché tanta sfiducia proprio adesso che si erano tutti ritrovati, ed io ero così contenta, dicevo finalmente, è quello che vuole la nostra gente, meno male! E invece...».

E invece adesso la rottura è a un passo, se non è già consumata, e quasi non vorrebbe crederci la signora Casini: «Perché a Bossi deve essere concesso di andare col suo simbolo e a mio figlio no? Queste preferenze, anche quegli inviti a cena a lui sì e agli altri no, ma insomma, non dovrebbero essere tutti uguali? E perché che facevano la lista unica a Pier l'hanno comunicato a cose fatte, mentre stava in treno? Non si tratta così una persona che magari è polemica, litiga, ma con cui fai pace un minuto dopo, perché è un buono d'animo, è sempre stato buono lui».

Diversamente, si dovrebbe fare: «Magari mi ascoltasse Berlusconi e chiamasse Pier, per farsi assieme un bel piatto di pastasciutta e parlare, chiarirsi, anche tutta una notte se serve. Potrebbero trovarlo ancora l'accordo ». Altrimenti, signora? «Altrimenti, io non so, penso a suo papà Tommaso, a cosa gli direbbe lui...». E lei che gli direbbe? «Io non credo che ce la farei a consigliargli di rinunciare alla sua storia. No, non ce la farei».

2 - LA MADRE, NANNI E I FILM: «LUI NON È MAI STATO VOLGARE»
Claudia Voltattorni per il “Corriere della Sera”
I figli, si sa, so' piezz 'e còre. Pure se hanno passato la cinquantina e ne hanno combinata una grossa. Come far arrabbiare il Vaticano. E Agata Apicella Moretti non guarda in faccia a nessuno. Emerge perfino dal suo (quasi) abituale silenzio per difendere il figlio Nanni attaccato dal responsabile della Cei per la pastorale giovanile don Nicolò Anselmi.
Mamma Agata non ci sta. Perché «Nanni non è mai volgare». Anzi. « Caos Calmo è un film di una pienezza incredibile, ed è di grande finezza», ribatte. Lei, ex professoressa di lettere allo storico liceo romano Visconti, per il suo Nanni ha perfino accettato di mettersi davanti alla macchina da presa in Aprile. Lei che in quel film del '98 lo ascolta comprensiva mentre lui si lamenta della sinistra che non reagisce a Berlusconi e fuma un enorme spinello. È con lui mentre, sempre in Aprile, estrae il corredino per il figlio in arrivo facendo a gara con moglie e suocera. Anche lei era all'anteprima del film diretto da Antonello Grimaldi. E lo difende.

Perché per mamma Agata, Nanni non sbaglia mai. «E poi — dice quasi a scusarlo — il film non è nemmeno di Nanni, lui qui è solo attore». E comunque, sottolinea, «non ho piacere a interferire nella vita di mio figlio e non lo voglio nemmeno fare». Le volte che è successo, lui non deve aver molto apprezzato. Lo raccontò proprio lei nel 2006 quando uscì Il Caimano: «Nanni mi sgrida se io intervengo sulle sue cose». Però nella stessa occasione lodò il lavoro del figlio: «Berlusconi non andrà a vedere il film di Nanni? Affari suoi, ma non sa quel che perde».

Qualche anno prima si espose ancora di più. Era il 2002, tempo dei Girotondi e della discesa in piazza Navona di Nanni e del suo urlo contro la « buròcrazia » della sinistra italiana. Il regista era ormai un punto di riferimento politico e stava per radunare migliaia di persone in piazza San Giovanni a Roma. «Sono molto preoccupata per Nanni», disse allora mamma Agata. Per lei Moretti era sempre «un figlio, non un leader politico», ma comunque lo decifrava e lo appoggiava: «Lui è entusiasta degli ideali che sta portando avanti e io naturalmente condivido». Cuore di mamma. E pure cuore di figlio. Per lei sempre un messaggio, una parola, un omaggio. Come in Palombella rossa: usa il suo cognome per il personaggio di Michele e le rivolge un'affettuosa dedica: «Mamma! Mia madre non tornerà più! Il brodo di pollo quand'ero malato, gli ultimi giorni prima delle vacanze... Mamma! Mamma, vienimi a prendere!».

Il travaglio settimanale

Marco Travaglio per “l’Unità”

Nell’ambito della semplificazione della politica e della corsa sfrenata verso l’età della pietra, ecco a voi la Lista No Aborto, per gli inglesi Pro Life, del Platinette Barbuto. Il quale, sempre spiritoso oltreché molto intelligente, assicura: «Correrò da solo» (già allertata la Protezione civile). Noi, nel nostro piccolo, siamo con lui. La Lista Platinette presenta infatti almeno tre vantaggi.
Primo: il nostro lascia “Otto e mezzo” e almeno per un paio di mesi ce lo leviamo dai piedi (il programma sarà condotto dalla sola Armeni e ribattezzato “Mezzo”). Secondo: la nobile, disinteressata battaglia ideale «per la vita» che tanti ammiratori platinettiani aveva subornato negli ultimi mesi si rivela finalmente per quel che è: un espediente furbesco per abbindolare qualche beghina raccontandole che, votando lui, diminuiranno miracolosamente gli aborti; seminare zizzania nel centrosinistra, dove c’è sempre qualche Binetti che abbocca; e portare acqua al mulino del Caimano, che peraltro dell’aborto se ne infischia allegramente, visto che la sua signora ha dichiarato di aver abortito fra il sesto e il settimo mese, e lui è molto interessato a far abortire il processo Mills, il processo Mediaset, il processo Saccà e la sentenza della Corte di Lussemburgo su Europa7.

Terzo: lo spettacolo del Platinette che torna candidato dopo gli strepitosi trionfi del Mugello (dove, nel ’97, si presentò contro Di Pietro e portò il Polo al minimo storico, riuscendo a trasformare in dipietristi pure gli elettori berlusconiani) aggiunge un tocco di classe a una campagna elettorale che è meglio del cabaret. Anzi è leggermente più bigotta di un conclave. Pare quasi che non si elegga il nuovo Parlamento, ma il nuovo Papa. Uòlter conciona a Spello tra un convento e l’altro. Piercasinando, escluso dal Partito dei Prescritti in Libertà, corre a telefonare a Ruini in lacrime perché quei cattivoni di Silvio e Gianfranco gli han fatto la bua e non lo fanno più amico.

Ruini, anzichè rifilargli una sacrosanta sculacciata e rammentargli che ha 50 anni suonati, lo accoglie all’ombra della sua sottana e manda in tv il direttore di “Avvenire”, con quella faccia da bollino rosso, a lanciare oscuri messaggi attribuiti a misteriosi «umori che ho raccolto» per dire che Piercasinando è tutti noi e gli facessero un po’ di posto e forza Udc. Intanto giunge notizia da Oltretevere che Gianni Letta, con quella faccia da sua sorella, è stato nominato dal Papa «gentiluomo di Sua Santità».

Il che, spiegano i bene informati, gli dà diritto a comparire sull’Annuario Pontificio (che è già una bella soddisfazione) e per giunta a «stare a contatto col Papa e con la Curia nelle cerimonie e nelle udienze con i capi di Stato e di governo». Fra un paio di mesi, quando il Cainano piduista e divorziato, dunque molto religioso, prenderà i voti (alle elezioni) e andrà a baciare la sacra pantofola per grazia ricevuta accompagnato da una delle sue famiglie a scelta, Letta Continua accompagnerà entrambi: sia papa Silvio, sia Benedetto suo vice.

Se poi si pensa che solo 14 anni fa stavano per arrestarlo per le presunte tangenti sulle frequenze tv e ora lo chiamano «gentiluomo», vuol dire che c’è davvero speranza per tutti. Più che in una campagna elettorale, pare di vivere nel film «Il marchese del Grillo» di Alberto Sordi, anche lui gentiluomo di Sua Santità addetto al trasporto del medesimo sulla sedia gestatoria, ma molto più laico e disincantato di questo branco di fanatici e opportunisti che di religioso non hanno nulla.

Tutto questo rimestare nei feti da parte di noti ex abortisti, questo appellarsi all’etica da parte di conclamati ladroni e malfattori, questo sventolare i valori della famiglia da parte di celebri puttanieri, questo commuoversi per la sacralità vita da parte dei peggiori guerrafondai, sostenitori di Guantanamo e Abu Ghraib, questo intenerirsi per i bambinelli da parte di chi vorrebbe cacciare dagli asili i figli dei clandestini, questo portare a spasso le madonne pellegrine da parte di fior di miscredenti deve aver allarmato anche gli ambienti più avveduti della Santa Sede, che l’altroieri ha sottolineato la distinzione tra Chiesa universale e la Cei ruinesca (che ieri ha detto la sua anche sul film “Caos calmo”).

A riprova del fatto che le ingerenze del Vaticano nella politica sono una cosa grave, ma mai quanto l’arrendevolezza della politica. In una celebre vignetta di Altan, un prete infila un ombrello aperto nel sedere di un passante e domanda: «Disturbo?». Il passante, rassegnato, risponde: «Si figuri, lei sfonda una porta aperta».

Intervista a Dio



Uno stralcio dell’Intervista a Dio di Giorgio Manganelli (Sedizioni, pagg. 56, euro 11; prefazione di Mariarosa Bricchi, con una nota di Lietta Manganelli)

Mio giovane amico... (con losca complicità). È venuto a farmi tante domande, eh? Bene, bene. Tante domande. Domandate. Domandate. (pausa) L’importante è domandare. Io, nella mia estrema benevolenza, mi dichiaro disposto a rispondere a qualsiasi domanda... qualsiasi. (il giovane intanto si guarda attorno, come se vedesse cose fastose).
(la voce continua) Io sono pieno, gremito di risposte.

Le risposte mi coprono, come i parassiti; me le trovo dappertutto, sotto le ascelle, sotto il sedere... Sulla pancia... Mi gratti, mi gratti... Io rispondo a tutto, a tutto, in modo esplicito, esauriente, definitivo. (silenzio) Figliolo, credi che abbia tempo da perdere? Le vuoi fare le domande?

IL GIOVANE Sono venuto per questo. Ma le dico che ho letto le altre interviste con lei, e non sono molto soddisfatto. Io non voglio accontentarmi di parole generiche.
VOCE E gli altri, gli altri... Si sa, ogni intervista è diversa... è un unicum... Per lei... per lei sarà diverso... Domandi, domandi ...

GIOVANE Le farò le domande concordate, sono venuto per questo. Ho attraversato un terreno impervio... ho litigato coi lattai, coi cani,... ho esibito documenti falsi.
V Giusto, giusto, lo fanno tutti ... È stato picchiato?

G Due volte. Con un bastone. Mi hanno anche tirato dietro chiodi e pezzi di vetro.
V Giusto, giusto. Lei sa, i pezzi di vetro non di rado sono opericciuole di qualche pregio...

G Ho anche dormito all’addiaccio... due notti. È giusto?
V Giustissimo. Lei forse si lamenta? Non credo.

G Trovo irragionevole collocare un sordo a ricevere le parole d’ordine.
V Un sordo? Un sordo? Delizioso. Non lo sapevo. Non la trovate una pensata finissima?

G Dispersiva.
V Certo, certo, dispersiva. Ma pensa un po’: tu dici la parola d’ordine, il sordo non la capisce, e per un attimo v’è, sulla terra, una duplice incertezza. Ciascuno dubita di aver frainteso o confuso: non sa se deve uccidere, se sarà ucciso. Fa l’esame di coscienza, si affida alle mani della morte, e poi, talora tutto si chiarisce... Delizioso, e sommamente pedagogico. Non trovi?

G Può essere causa di tragici equivoci; rendere orfani figli non nati, sciogliere fidanzamenti con una morte intempestiva, piegare l’onesta anima di un vecchio del pondo di un inutile delitto.
V Non ci sono delitti inutili, maschio mio. Ma tu sei troppo giovane per conoscere la triste saggezza dell’esperienza. Quanti anni hai?

G Io sono qui per fare domande, non per venire interrogato.
V Giusto, troppo giusto. Vedo che conosci le regole. (pausa; voce sommessa) Chi ha litigato coi lattai e coi mastini ha acquistato dei diritti. (pausa) Domanda, ti prego.

G Io trarrò le domande dal repertorio generale delle domande possibili.
V È un libretto scolastico, ma non inutile. Domanda, domanda.

G II repertorio è stato compulsato a caso; pertanto le domande coprono un’area ampia e impegnativa.
V Non perdiamo tempo; faccia le domande, le domande, ti prego! Cosa sei venuto a fare qui se non mi fai le domande?



G Mi sbaglio, o lei sta sollecitando l’idraulico? (risatina idiota di entrambi)
V Mi fai le domande, bambino?

G Farò le domande.
V Coraggio, coraggio, non temere... Sii furbo... fammi le domande a tradimento... come al tribunale... «Dov’era lei la sera del...» Io non dirò la sera, tu devi indovinarla. Oppure, lei conosce la signorina Eloisa. E il rossore svela il colpevole... Io sono il colpevole...

G Certamente.
V Io non farei allusioni... Credi di aver superato tutti i mastini...

G (estrae una rivoltella)
V Voi giovani non avete senso del limite, non avete orrore dei rumori. Io non ho niente contro l’omicidio, ma non tollero bugie rumorose.

G Devo guadagnarmi il pane. La prima domanda riguarda le strade.
V Storia delle strade?

G Storia, origine, destinazione, sociologia, invenzione.
V Ma non farmi ridere, i metafisici coniugi... Questa storia sa di superstizione, di magia nera...

G Superstizione?
V Sì, sì, i gatti neri. Che ne è dei gatti neri?

G Non sono autorizzato a rispondere in alcun modo ad alcuna domanda.... E poi chi intervista sono io.
V Ti ho toccato, eh? Sporcaccioni, sempre coi gatti neri.

G Tenga conto che non ci è possibile eludere il venerdì.
V Pura pigrizia.

G Siamo assediati dai 13 e dai 17.
V Codardi.

G E allora dacci un detersivo da rovesciare sui mesi ogni calendimese a lavarne via i venerdì, i 13 e i 17.
V Potenziate l’industria chimica.

G Non abbiamo tempo ...
V Siete delle canaglie. (Silenzio) Vi manderò un anno di 17: è già pronto.

G Scrivo?
V Sciocco, è uno scherzo.

G Uno scherzo?
V Non vi amo, ma odiarvi è troppo faticoso. Io direi che mi fate schifo.

Animali 2

Bagdad: direttore d'ospedale in manette, addestrava kamikaze disabili per Al Qaeda
L'uomo dirigeva il nosocomio psichiatrico e avrebbe orchestrato l'attentato con 2 pazienti down del 1° febbraio

BAGDAD (IRAQ) - Le forze di sicurezza irachene e i militari Usa hanno arrestato il direttore dell’ospedale psichiatrico di Bagdad, accusato di collaborare con Al Qaeda e di aver reclutato le due donne disabili che il primo febbraio scorso funsero da kamikaze involontarie, venendo fatte saltare in aria in due mercati di animali della capitale irachena, uccidendo circa 100 persone.


L'INCHIESTA - L’arresto è avvenuto domenica scorsa nella struttura ospedaliera situata nella zona orientale di Bagdad, dove i militari hanno perquisito per tre ore l’ufficio del medico e hanno sequestrato alcuni documenti.


Un'immagine dell'attentato al mercato di Al-Ghazil effettuato il primo febbraio scorso da una kamikaze disabile (Ap)Alcune fonti hanno rivelato al Times di Londra che le due attentatrici disabili erano state ricoverate in passato nell’ospedale. «Le forze di sicurezza hanno arrestato il direttore facente funzioni - ha detto un funzionario dell’ospedale - accusandolo di essere al servizio di Al Qaeda e di reclutare donne con problemi psichici e di usarle per operazioni di attentati suicidi». L’ex direttore dell’ospedale, Ibrahim Muhammad Agel, venne ucciso lo scorso dicembre in un agguato. I colleghi sospettano che il movente dell’assassinio sia da ricercare proprio nel suo rifiuto di collaborare con l’organizzazione terroristica. Le forze americane ritengono che l’attacco del primo febbraio non sia il primo in cui Al Qaeda abbia fatto ricorso ad attentatori con disabilità. «Abbiamo buone ragioni per ritenere che non sia la prima volta che reclutano individui con handicap mentale», ha detto un funzionario. Il Times ha visionato le fotografie delle teste delle due attentatrici, da cui emerge che erano affette da sindrome di Down.

da corriere.it

Animali


"Sarebbe stato il primo figlio, un dolore non farlo nascere"

di GIUSEPPE DEL BELLO

"Mi hanno trattata in un modo assurdo. Interrogata come se avessi fatto chissà che. E invece io soffrivo, quel figlio lo volevo a tutti i costi. Mai avrei abortito se non avessi avuto quel terribile verdetto".
Silvana, napoletana, vive ad Arzano (un paese alle porte di Napoli) con la mamma. Magra, poco più di un metro e 60. Sta per essere dimessa dal reparto di Ostetricia del Nuovo Policlinico dove è ricoverata da giovedì scorso. Ed è qui che l'altro ieri è stata sottoposta a un duro interrogatorio da cui non si è ancora ripresa. "Ero appena rientrata dalla sala operatoria", sibila con un filo di voce.

Come e quando ha saputo che il bimbo aveva una grave malattia?
"Ho 39 anni e mi era sembrato indispensabile sottopormi all'amniocentesi. L'ho fatto alla sedicesima settimana nell'ospedale di Frattamaggiore, non lontano da dove abito. Era il 18 gennaio e il referto con la diagnosi me l'hanno consegnato il 31. Sul foglio c'era scritto "Sindrome di Klinefelter". Poi mi hanno tradotto il significato, una cosa terribile".

Una brutta malattia?
"Sì, un difetto dei cromosomi che poteva comportare ritardo mentale, problemi al cuore, diabete e l'assenza di alcuni ormoni".

Ed è così che ha deciso di abortire?
"Non c'era altra scelta. Appena mi hanno comunicato che mio figlio sarebbe stato un malato per tutta la sua vita, non ho avuto dubbi. Ho deciso al momento, d'istinto: abortisco. Anche se sapevo che per me rappresentava una scelta particolarmente dolorosa. Mai avrei messo al mondo, da sola visto che non sono sposata, un bimbo in condizioni così gravi per il resto dei suoi giorni. E per favore che nessuno si permetta di parlarmi di egoismo, la mia è stata una scelta che va nella direzione opposta".

Quando è andata la prima volta al Policlinico?
"Il 31 gennaio, per sottopormi a tutte le indagini preliminari, dai prelievi di sangue all'elettrocardiogramma, compresa la visita dallo psichiatra".

E che le ha detto?
"Che la mia salute psichica sarebbe stata a rischio se non abortivo. E venerdì scorso mi sono ricoverata nel reparto di Ostetricia dove avevo conosciuto il dottor Leone. A lui avevo portato il referto e poi manifestato la volontà di abortire. La decisione è stata mia. Nessuno è intervenuto in questo senso. Il giorno prima ero stata anche al Cardarelli per sottopormi a consulenza genetica, me lo avevano chiesto gli specialisti del Policlinico per spiegarmi meglio la situazione del bimbo e della sua patologia. Intanto ero entrata nella 21esima settimana".

Nei termini di legge.
"Certo. Mi avevano comunicato che si poteva fare entro la 23esima settimana. Per tre giorni mi hanno somministrato i farmaci per stimolare le contrazioni dell'utero. Ma lunedì alle 11 il medico mi ha rifatto l'ecografia e si è accorto che il feto era morto".

Quindi?
"Ho continuato con la terapia e finalmente alle 6 e mezza di sera ho abortito. Poi mi hanno portato in sala operatoria e, con l'anestesia, mi hanno ripulito l'utero".

E infine, di nuovo in corsia.
"Sì, e lì ci ho trovato una poliziotta pronta a interrogarmi. Non capivo cosa stava succedendo, ero ancora sotto l'effetto dell'anestesia".

Cosa le ha chiesto?
"Mi ha bombardato di domande. Mi ha fatto terzo grado: come era successo, perché avevo abortito, chi era il padre. Addirittura se avevo pagato".

Pagato chi?
"Sospettavano che avessi dato soldi ai medici per abortire. Insistevano. E poi sono passati anche a Veronica, la compagna di stanza ricoverata per gravidanza a rischio. Mi sono trovata in una situazione assurda appena fuori dalla sala operatoria".

Sporgerà denuncia?
"Ci sto pensando, visto il trattamento che la polizia mi ha riservato, avendo già affrontato un trauma terribile che mi fa ancora soffrire".

da repubblica.it

martedì, febbraio 12, 2008

Verso l'abolizione della 194?

da Repubblica.it
Aborto, blitz della polizia nella clinica ostetrica "Nessuna violazione della 194". Altri contenuti che parlano di salute
Fumo nello stadio, sì al divieto

Una donna abortisce un feto malformato nato morto e dopo venti minuti arrivano gli agenti in corsia. Pazienti e personale interrogati, sequestrata la cartella clinica. L'Unione delle donne denuncia il clima da caccia alle streghe e annuncia una manifestazione di piazza
Blitz della polizia al Nuovo Policlinico. Sette uomini in divisa si sono presentati ieri pomeriggio nella Clinica Ostetrica per indagare su un´interruzione di gravidanza effettuata su una 39 enne che aveva in grembo un feto malformato. Il sospetto delle forze dell´ordine, dicono i medici, sarebbe nato da una denuncia anonima secondo cui la donna avrebbe ottenuto un aborto fuori legge per disfarsi del neonato.

A svelare che si trattava di un equivoco è stato Francesco Leone, responsabile del Servizio Ivg arrivato in clinica proprio durante il blitz. «Abbiamo praticato l´interruzione di gravidanza terapeutica nel secondo trimestre», ha spiegato lo specialista, «quindi nei termini di legge. D´altronde il feto era affetto da una grave malattia congenita». «L´espulsione del feto», ha raccontato Leone, «è avvenuta alle 18 e gli agenti sono arrivati dopo 20 minuti». E in reparto è successo il finimondo.

Tre uomini hanno raggiunto la corsia dove era ricoverata la donna. L'hanno interrogata chiedendole i particolari della gravidanza, poi sono passati alla degente che le stava vicino, e anche lei è stata interrogata. Intanto altri due agenti hanno chiesto notizie a un´infermiera del reparto e altri quattro hanno voluto sapere dagli specialisti i particolari tecnici. «Mi è sembrato - ha detto Leone - un atto spropositato, neanche fosse stato un blitz anticamorra».

Gli agenti hanno acquisito la cartella clinica su autorizzazione del pm. E oggi è arrivata la dura condanna dell'Udi, l'Unione delle donne in Italia. La storica associazione ha preso posizione su quanto avvenuto al Policlinico dell'Università Federico II. "Si trattava - hanno dichiarato le portavoci - di un aborto terapeutico alla quarta settimana, regolarmente effettuato nel rispetto della legge 194 e della salute della donna che ha subito l'intervento e che ha espulso, peraltro, un feto morto". Stando alla lettura che danno dell'episodio, i medici, di fronte ad un inedito agire della forza pubblica, hanno tutelato la donna, ma non hanno potuto evitare il sequestro del materiale abortivo e della fotocopia della cartella (anonima) della paziente. Gli agenti, sempre secondo quanto riferisce l'Udi, hanno poi intimidito la vicina di letto della donna, esortandola a testimoniare in quel momento altrimenti sarebbe stata chiamata a farlo davanti ad un giudice.

L'Udi denuncia "il clima che sta montando contro le donne, nel nostro paese e nel caso specifico in Campania, che genera procedure ai limiti della legittimità, ma soprattutto contrarie ad ogni buon senso" e dà appuntamento a tutte le donne napoletane per giovedì prossimo, in piazza Vanvitelli, alle ore 17. "La nostra mobilitazione - affermano - partirà da Napoli e diventerà vigilanza e presidio permanente in ogni piazza d'Italia. Autodenciamoci tutte per aver deciso nella nostra vita".

Il sud è anche questo

lunedì, febbraio 11, 2008

Ferrara & Travaglio

Marco Travaglio per “l’Unità”

Siccome non c’è peggior Facci di chi non vuol capire, preciso che non ho mai pensato né scritto che Giuliano Ferrara abbia torto perché è grasso, anzi lievemente sovrappeso. Ho scritto che in un paese serio non starebbe nell’Ordine dei giornalisti, ma al circo equestre con la donna barbuta e la donna cannone. Ma non per quanti chili pesa: per quante cazzate dice.

Se mi soffermo ogni tanto sulle sue dimensioni non è perché, come scrive Facci, sono «una canaglia» (il che, detto dall’orfano inconsolabile di Craxi, è un complimento) o perché amo infierire sui «difetti fisici» (e chi l’ha detto che essere grassi sia un difetto?): ma perché lo stesso Platinette Barbuto ci marcia da tempo immemorabile (da quando spuntava da un cassonetto della monnezza in tutta la sua ostentata pinguedine nello spot di un suo programma trash).

Come se l’eccesso di peso lo autorizzasse a tutti gli altri eccessi - a danno della verità, della logica e del comune senso del pudore - che invece gli vengono perdonati con maggiore indulgenza: un tanto al chilo. Del resto non esiste un rapporto diretto fra il peso del corpo e quello del cervello: anche Carlo Rubbia è piuttosto corpulento, eppure ha vinto il Nobel, come pure la Montalcini che però è magrissima. Facci, anche se ingrassasse, non potrà mai essere altro che un Facci. Ferrara, anche se dimagrisse, resterebbe un fenomeno da baraccone.

E in un paese serio sarebbe già stato espulso da tempo dall’Ordine dei giornalisti: perché prendeva soldi dalla Cia; perché è un diffamatore seriale, soprattutto a danno di giornalisti (l’Unità «giornale omicida», Colombo «mandante linguistico del mio prossimo assassinio», Travaglio «squadrista» e «delinquente», Santoro «carnefice mediatico»...); perché nel 2002 ha chiesto e poi applaudito la cacciata bulgara di Biagi e Santoro; perché ora torna a chiedere la chiusura di AnnoZero; perché l’altroieri ha pubblicato un’intervista manipolata a Nichi Vendola per reclutarlo nella tragicomica «moratoria sull’aborto» (magari la prossima volta Vendola eviterà di farsi intervistare da gente così).

Ma soprattutto perché, ogni giorno sul Foglio e a Otto e mezzo mente sapendo di mentire. Ultimamente sostiene che non bisogna pubblicare intercettazioni. Però sul Foglio l’ha menata per tre anni con l’intercettazione di Pacini Battaglia «quei due mi hanno sbancato» (riferita a Di Pietro e al suo amico avvocato Lucibello), che poi si scoprì farlocca («sbancato» poteva essere pure «stancato» o «sbiancato», tanto più che subito dopo Pacini aggiungeva: «io i soldi non glieli ho dati», ma chi aveva fatto uscire la trascrizione aveva tagliato la frase). Ferrara accusa gli altri di allestire «gogne mediatiche», come se lui non avesse messo alla gogna i migliori magistrati d’Italia con prove false, elogiando invece il suo amico Squillante come «uomo probo».
Ma il meglio lo dà quando si avventura in paragoni con gli altri paesi, dove - a suo dire - non si intercettano i parlamentari, non si pubblicano intercettazioni, non si indaga sui politici. Una balla più grossa dell’altra. La stampa Usa ha appena pubblicato un’antologia dei 12 mila sms erotici del sindaco di Detroit. In Francia il Nouvel Observateur ha appena pubblicato gli sms tra Sarkozy e la penultima moglie Cecilia («se torni da me annullo le nozze con Carla»: fatti privati di un capo di Stato).

La stampa britannica, già celebre per aver pubblicato la telefonata hard illegalmente intercettata da un cameriere fra il principe Carlo e Camilla («vorrei essere il tuo tampax»: fatti privati, per giunta dell’erede al trono), si sta scatenando sulle intercettazioni di un deputato e avvocato di origine araba, Sadiq Khan, astro nascente del Labour, «ascoltato» da una microspia di Scotland Yard in carcere, dov’era andato a trovare un amico detenuto per terrorismo. Fosse accaduto in Italia, la casta avrebbe chiamato i caschi blu.

Un rapporto ufficiale di sir Paul Kennedy, «interception communications commissioner», rivela che in Inghilterra si intercettano 1000 nuove persone al giorno, anche perché lì non è come in Italia, dove i soli abilitati a intercettare sono i giudici: lì sono ben 653 gli organismi che possono farlo, non solo l’intelligence e la polizia, ma anche gli uffici finanziari e fiscali, i direttori delle carceri, e persino il servizio ambulanze e i pompieri. Dal che si deduce che Giuliano Ferrara vale tante balle quanto pesa.

Grandi verità per tempi cafoni



Alex Drastico: "Ti puoi comprare i cani più feroci della terra, il suv a 8 ruote motrici, un'harley che quando parte sembra il bombardamento di Bagdad ma la verità sarà sempre una sola: ce l'hai piccolo!"

In occasione delle elezioni



Ecco le parole dell'estensore di questa indegna, immonda, incomprensibile (ma guarda, le tre I del Berlusconi uno per chi le ricorda) legge elettorale per descrivere la stessa. Ebbene sì, l'Italia è in emergenza democratica perché in un paese civile un tizio così lo avrebbero mandato a zappare. Ma la Lega non ha uomini migliori?

Risparmio al Quirinale


La vignetta di Giannelli - Dal Corriere della Sera di lunedì 11 febbraio

20 reasons it's okay to hate Valentine's Day



With its tacky poetry, rip-off prices, pink fluff and diamante, February 14 is to be endured, not enjoyed

Helen McNutt
FOR GIRLS

1 You can’t moan about it. If you’re single, you sound like a dried-up old spinster; if you’re in a relationship, everyone assumes you’ve hit a rough patch.

2 There is nothing more disappointing than a man you’d previously earmarked as husband material expressing his romantic intent with a card of a sheep and a pun on the word “ewe”.

3 With the stress, all-over body waxing and pressure to outromance everyone else, Valentine’s Day is like a mini-wedding . .. but in February, the dampest, coldest, rubbishest month. Nobody should be expected to get married in February. And certainly not every year.

4 It produces brain-rottingly awful verse, such as, “How we gain yearly, from the love we share dearly”.

5 All the displays of perfect, flippy-haired coupledom only serve to turbo-charge the sneaking suspicion that everyone else is far more in love and having heaps more sex than you are.

6 The girl you most dislike will receive a gift-wrapped pair of Manolos, and, once her man is out of earshot, declare them “a bit tarty” for her taste.

7 There’s no such thing as a successful Valentine’s Day. Even if you do get a mystery card/gift/bunch of flowers, it will almost certainly be from someone insultingly awful.

8 You become embroiled in competitive dating battles. Okay, so Charlotte in marketing got the most expensive roses, but you got the best restaurant. Aargh! Look what you’ve become!

9 It bullies us into losing weight. The chances that he’ll buy you underwear are pretty good; the chances that those festive Caramel Swirls haven’t quite left your midriff are equally good.

10 Naff, pink and diamanté only ever work for three-year-olds and Italian fashion designers.

FOR BOYS

11 It makes you hate your fellow man. You can guarantee all the decent restaurants will be booked up by smug w***ers, leaving the rest of us paying double for horrible food in a restaurant we hate.

12 It makes men do stupid things, like light candles and stuff.

13 It gets men into trouble when they don’t do stupid things like light candles and stuff. Because, actually, she really wanted you to, but prompting is so unromantic, isn’t it?

14 It’s such a rip-off. With flowers, dinner and cabs, you’re looking at a hundred quid minimum. Wouldn’t she just prefer the cash instead?

15 In new relationships, whether or not you take her out or buy her a gift speaks volumes about “where you’re at”, way before you’re ready for the “are we having a relationship?” chat. (Like you were ever ready for it anyway.)

16 Not only do you have to buy the right size, style and colour of underwear, you also have to look as if you’re not ogling the breasts of the Agent Provocateur sales girls while you’re at it.

17 Valentine’s Day focuses her mind, and because this year there is a February 29 on the calendar, for the following two weeks you feel as sick as a dog every time there’s a lull in the conversation.

18 Isn’t one compulsory annual shopping event enough? Christmas is just about excusable, as it’s okay to drink Baileys at 11am without anyone questioning your sexuality. No such luck on the 14th.

19 Where are the man presents? What do we get out of it?

20 There is nothing more disappointing than a woman you’d previously earmarked as wife material not even laughing at the sheep card.
from: timesonline

domenica, febbraio 10, 2008

Il rischio

Certo, il rischio politico è che si finisca così....

sabato, febbraio 09, 2008

Minchia signor tenente!


- ROMA, 7 FEB - ''Minchia quanto sono elegante''.
Nonostante gli 82 anni di eta' e, soprattutto, le manette ai polsi, Filippo Casamento non ha fatto una piega quando gli agenti dell'Fbi, del Servizio operativo centrale della polizia e della questura di Palermo lo hanno arrestato nell'ambito dell'operazione 'Old Bridge'. Il vecchio boss, colui che secondo gli investigatori ha ucciso Pietro Inzerillo nel New Jersey nel gennaio dell' '82, e' stato fermato ieri sera a Staten Island, un quartiere di New York, nella sua casa in Laconia Street. Quando gli agenti sono arrivati nell'abitazione c'era anche la nipote. L'uomo e' stato fermato con l'accusa di clandestinita' in quanto rientrato illegalmente nel 2004 negli Stati Uniti dove fino adesso ha vissuto sotto falso nome. Casamento non si e' scomposto e non ha detto nulla agli investigatori. Almeno fino a quando non e' uscito di casa, ammanettato e stretto tra due poliziotti: ''minchia quanto sono elegante'' sono state le sue parole rivolte ad una
telecamera.(ANSA).

Can we?

Momento vulgar



Desde Argentina con....amor y consolador

venerdì, febbraio 08, 2008

My Unkle

This video is incredible. WATCH OUT is very violent! Rabbit in your headlights

Praise the Lord, He's the answer!



Sorry guys, but I've got an article about some brazilian pentecostal church. This is my answer to this bullshit...

Top Gun

Quando ci dicevano che le armi non facevano male e non uccidevano nessuno. Un film che considero una vaccata pazzesca: Top Gun. Un video innocuo.

O' governatore non se ne va


Il giudice: Bassolino sapeva di agire fuori dalla legge
Nel giorno dell'avviso di garanzia da parte della procura di Santa Maria Capua Vetere, Clemente Mastella si è dimesso dalla carica di ministro della Giustizia. Ma in quell'inchiesta un protagonista non minore è anche Antonio Bassolino. Che resta saldo sulla poltrona di governatore della Campania. I magistrati capuani accusano Bassolino di abuso in atti d'ufficio, per avere accettato la rimozione arbitraria del commissario di un ente regionale e la sua sostituzione con l'uomo designato dall'Udeur. In pratica, si è sottomesso alle pressioni dell'Udeur violando la legge.
Al momento dell'invito a comparire, nello scorso novembre, Bassolino non si è presentato davanti ai pm. Ha scelto di tacere e avvalersi della facoltà di non rispondere: un suo diritto, anche se politicamente forse criticabile. E ha mandato una memoria difensiva in cui sostanzialmente dichiarava di essersi limitato a firmare il documento preparato dai suoi tecnici. Ma questa difesa appare smentita dalle intercettazioni, che hanno registrato le manovre dell'Udeur e la disponibilità di Bassolino a trovare un accordo. Un esempio? L'assessore Udeur Luigi Nocera viene registrato mentre descrive l'incontro con Bassolino: «Allora lui ha chiamato davanti a me Andrea Cozzolino (assessore ds che sul suo sito si definisce "delfino" del governatore, ndr) e ha detto: "Fai la verifica per il commissariamento, anche se non è al 100 per cento mi assumo la responsabilità di fare il decreto"»
La ricostruzione è stata accolta e confermata ora anche dal gip di Napoli, Anna Laura Alfano, che ha definito «granitico» il quadro indiziario. Scrive il giudice: «Il governatore Antonio Bassolino, tuttavia, assume la responsabilità di firmare il decreto anche nel caso in cui, tale determinazione, non dovesse annoverare tutti i criteri di regolarità previsti». E ancora: «C'è una chiara, consapevole volontà di operare in modo difforme da quanto previsto dalle leggi, pur di porre rimedio a una situazione improvvisamente critica». Queste valutazioni finora sono state condivise da due procure (Napoli e Santa Maria Capua Vetere), due giudici per le indagini preliminari e un Tribunale della Libertà. La presunzione di innocenza vale fino alla sentenza definitiva. Ma forse ci sono già elementi sufficienti per chiedersi se la posizione di Bassolino sia compatibile con quei principi che il Partito Democratico dichiara di volere sostenere. O no?
da www.spreconi.it blog dell'Espresso

World Press Photo 2008



La fotografia di un soldato statunitense in un bunker afghano è il miglior scatto dell'anno. L'immagine, colta dal britannico Tim Hetherington per la rivista Vanity Fair, ha vinto la 51esima edizione del World Press Photo, uno dei più prestigiosi premi foto-giornalisti del mondo. Mostra lo «sfinimento di un uomo, e lo sfinimento di una nazione», ha spiegato la giuria nel fornire le motivazioni della sua scelta (Tim Hetherington, UK for Vanity Fair)

La Cosa Rossa decimata



Marco Damilano per “L’espresso”
Franco Giordano non ci dorme la notte. Toccherà al segretario di Rifondazione avvicinare i compagni parlamentari uno a uno e comunicare la brutta notizia: non saranno ricandidati. Addio a Francesco Caruso, e poco male, rischiano il posto Ramon Mantovani e Giovanni Russo Spena che hanno tre legislature alle spalle, e tanti altri, perfino un deputato modello Vladimir Luxuria. Come se non bastasse, ci si mette anche il Forum delle donne a reclamare il rispetto dell'alternanza uomo-donna nelle liste: soprattutto nelle posizioni di testa, dove scattano gli eletti.

Un bel rompicapo per Giordano. Colpa degli esuberi: nel 2006, trascinato dalla vittoria dell'Unione, il partito di Fausto Bertinotti elesse 40 deputati e 27 senatori (compreso il ribelle Franco Turigliatto). Alle prossime elezioni, se tutto va bene, la Cosa rossa dovrebbe contare tra i 40 e i 50 deputati e non più di 15 senatori: ma da spartire con gli altri partitini della sinistra radicale, Sd di Fabio Mussi, il Pdci di Oliviero Diliberto, i Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio. Di questi Rifondazione ne chiede la metà: fanno 20 deputati e sei o sette senatori, una miseria. Mentre la Cosa rossa, che ora nel complesso vanta 93 deputati e 46 senatori, ritornerebbe in Parlamento più che dimezzata.
Un disastro annunciato che spinge i capi della sinistra a chiedere al Pd di studiare almeno un apparentamento tecnico al Senato. E che ha arroventato il clima all'interno dell'Arcobaleno. Sospetti, accuse, ripicche: e meno male che la trattativa sulle candidature non è ancora iniziata. Mussi, per esempio, si è messo in mezzo per evitare che il simbolo elettorale fosse la somma di quelli dei quattro partiti. E chiede a gran voce un ripensamento anche su Bertinotti come candidato premier della Cosa rossa. Il presidente della Camera, per la verità, non aveva una gran voglia di correre.

È stato costretto a scendere in campo perché qualsiasi altra scelta, a partire dal suo pupillo Nichi Vendola, avrebbe dilaniato Rifondazione. Il nuovo uomo forte del partito, il ministro Paolo Ferrero, aveva già cominciato a tessere la tela, forte del rapporto con Mussi che in partenza gli preferiva Vendola. Ma un'eventuale candidatura di Ferrero significherebbe un fatto storico: il tramonto di Bertinotti in Rifondazione. Il presidente nel partito ne parlano come un notabile lontano dalla base.

E le sue ultime mosse hanno creato solo malcontento. Il governo istituzionale, per esempio: se l'operazione fosse decollata con la benedizione di Bertinotti, un drappello di parlamentari rifondaroli avrebbe votato contro le direttive del partito. Anche la sua candidatura alla guida della Cosa rossa non è stata accolta con grande entusiasmo. Su Aprile On line, il sito della ex sinistra Ds, sono arrivati in poche ore decine di mail di protesta. "Una proposta sbagliata, narcisistica", scrive Piero Ancona. "Ma Bertinotti non aveva annunciato il ritiro? Complimenti per il metodo sovietico" (Tore Melis). "L'ennesima occasione persa di rinnovamento" (Alessandro Viviani). "Carismatico? ma che c... dobbiamo farci col carisma di Bertinotti, mica dobbiamo vendere pentole" (anonimo). Per questo il Subcomandante Fausto alla fine potrebbe ritirare la sua disponibilità. Offesissimo.

giovedì, febbraio 07, 2008

Ennesimo editoriale sullo sviluppo.

Giovanni Cacioppo.

Un figura di cacca

Traduco solo il mio monito: maschietti attenzione alle note spese.



dalla rubrica delle lettere del FT

'How do I salvage the situation after an uneasy business expense?'

I recently submitted an expense report following a routine trip to Frankfurt. Instead of attaching the total bill, I mistakenly attached a fully itemised printout. Unfortunately, this was returned to me, copied to my boss, with one item – “Private Room Entertainment: Adults Only Movie” – highlighted as an illegitimate business expense. I ordered the film more out of curiosity than habit and am usually meticulous over my expenses. I work in the finance department and am a loyal and trusted employee. The form was seen by my secretary, though, and I am anxious that it may become a topic of conversation with her lunchtime colleagues. How do I salvage the situation?
Manager, Male, 43

Lucy's Answer

I can guarantee that even as you were e-mailing me the details of this sorry problem your secretary was in a huddle with her lunch companions laughing about it. Yet equally I bet she has stopped by now. There is only so long that one can go on laughing at the fact that someone has watched a porn movie in a hotel and tried to put it on expenses, as it really isn’t all that funny – or that unusual.

Some US studies show that 70 per cent of men look at porn once a month; about 15,000 movies are made each year and it is a wonderfully profitable line for business hotels.

It’s telling that you don’t seem at all worried about your boss’s attitude to this – perhaps because you assume that he watches them too?

The only way in which this could damage you is if your secretary thinks you are a creep already. Then she can refuse to let this die. But in that case the movie is the least of your problems.

What interests me more is your attempt to shirk any blame. You say you only watched out of curiosity. You say how well-respected you are and how honest with your expenses. Your protests aren’t terribly convincing. I suspect you are just averagely backsliding – you sometimes watch porn, and sometimes put in very marginally padded bills.

Perhaps you can take comfort from the fact that your expenses system is working well enough to pick this up. Once you’ve paid I suggest you forget all about it and concentrate harder on being the employee you think you are already.

As a PS, I’m slightly surprised that the hotel put this on the bill – they are usually more discreet. Be grateful they didn’t go the whole way and write the title of the film on the invoice. That really would have given your secretary something to laugh about.

PS I adore Lucy Kellaway

Riproviamoci



da il Giornale
Festa con la lapdance al Circolo Montecitorio di Adalberto Signore -
sabato 02 febbraio 2008
Fosse stata una festa di addio al celibato si poteva pure chiudere un occhio, magari aggrappandosi all’indulgenza che merita il povero malcapitato avviato a un futuro di privazioni e destinato alla fedeltà eterna. L’occasione, invece, è un banalissimo compleanno, con il solito côté di candeline, champagne, baci e abbracci. E con graditissima sorpresa finale, quando nell’ampio salone dove sono tutti intenti a brindare arriva il più inatteso dei pacchi regalo. Che non si tratti di un cadeau qualunque lo si capisce subito, un po’ per le dimensioni e un po’ per la musica disco che si inizia presto ad alzare dall’interno dello scatolone agghindato di tutto punto. Un ritmo che un po’ stride col pianoforte a coda nero e con l’enorme lampadario di cristallo che illumina a giorno il salone. E che è subito seguito da una prorompente lap dancer in attillatissima (e irrisoria) tutina leopardata. Vista la situazione, non è difficile tirare le conclusioni della serata. E pure delle conseguenze, visto che i poco più di cento ospiti presenti sono in buona parte funzionari della Camera dei deputati intenti a festeggiare un collega documentarista. E visto che l’accalorato (nonché integrale) spogliarello con successivo giro di ballo per tutti gli uomini va in scena al Circolo Montecitorio. Per capirci, il prestigioso dopolavoro di parlamentari, ex parlamentari e dipendenti della Camera. «Una serata memorabile», ricorda chi c’era.
Il fattaccio risale all’inizio di gennaio e da giorni - seppure con la discrezione che si accompagna a questioni tanto delicate - se ne parla a bassa voce nei corridoi e negli ascensori di Montecitorio. Finché giovedì sera, nel notiziario delle 20, Radio radicale fa cenno al singolare «tam tam che sta attraversando i Palazzi della politica» e che racconta di «un’occasione conviviale presso il Circolo Montecitorio» dove «una lap dancer ha per così dire allietato oltre cento invitati». Tutto vero. Tra l’altro, tra i primi a venirne a conoscenza c’è proprio il segretario generale della Camera. Dalla «memorabile» sorpresa, infatti, pare che il festeggiato non ne sapesse proprio nulla. Così, il giorno dopo la calda serata a ritmo di lap, il documentarista decide di prendere carta e penna e porge le sue più addolorate scuse: il tutto, racconta nella missiva alla segreteria generale, è stato organizzato da suoi amici che, esterni all’amministrazione di Montecitorio, non si sono resi conto della gravità della cosa.
Che - verificano i grand commis - è effettivamente andata fuori controllo. Insomma, passi lo spogliarello ma il ballo senza neanche un velo sul pianoforte a coda con spaccata finale da brividi è davvero troppo. Proprio lì dove neanche tre settimane prima il presidente della Camera Fausto Bertinotti aveva ospitato per la cena di Natale i poveri della Comunità di Sant’Egidio. Apriti cielo, dunque. Anche perché è da qualche tempo che l’amministrazione di Montecitorio considera il Circolo «fuori controllo», tanto che gli stanziamenti economici sono stati fortemente ridotti. Dopo una durissima reprimenda, su richiesta del segretario generale della Camera, il 22 gennaio il Consiglio direttivo del circolo scrive a tutti i soci. «Recentemente - si legge nell’avviso che è anche sul sito internet - sono stati registrati episodi non rispondenti alle norme di comportamento sancite dallo statuto e dal regolamento di frequenza». Pertanto, «si invitano i soci e per il loro tramite tutti gli ospiti a collaborare affinché siano osservate in ogni occasione le regole di decoro e di rispetto reciproco poste alla base di tutte le attività del Circolo Montecitorio».

Peripatetica non fu!!!!!

Aaaaaaargh, la notizia della porno-hostess era una bufala. Ma le vogliamo controllare le notizie?


Lutto nel mondo dei cartoni animati

È morto Yogi



Morto l'ex guru indiano dei Beatles. Viveva a Vlodrop, in Olanda. Fondò il movimento per la meditazione trascendentale.

Francia meravigliosa e un po' mignotta



Ah les Français, guardate che cosa fanno per pagarsi l'affitto. E vi assicuro che ho trovato una barca di annunci così.

salut,
je suis etudiant sur paris dans le 12eme.
J`habite dans une chambre qui fait 20 metres carres.
Je suis pret a partager avec une jf maximum 25 ans pour la depanner, contre du sexe (loyer = zero euros).
Il y`a 2 matelas.
envoyez mail vers: qerty7502@...

Occhio alle frodi



Mio piccolo consiglio, comprate solo con pay pal o un qualsiasi altro metodo per avere un minimo di assicurazione. Ecco l'ultima genialata del sito di aste online,

da Corriere.it

Svolta eBay, via i commenti negativi
Il famoso sito d'aste online rivede il suo sistema di feedback. E sul web scoppia la rivolta

Comprare o non comprare? Fidarsi o non fidarsi? Il mercato online offre un'infinità di prodotti e occasioni. Spesso, tuttavia, è difficile scovare l'affare nella ragnatela dei tarocchi, delle beffe e dei falsi. Ecco quindi che in aiuto arrivano gli utenti del web. Grazie ai loro commenti chi compra può farsi un'idea su chi vende. Da maggio la storia cambia. A cominciare dagli States. eBay, il più grande e cliccato sito d'aste online ha deciso: a partire dal prossimo mese di maggio negli Stati Uniti chi vende non potrà più lasciare commenti negativi su un acquirente che non si è comportato bene nel corso di un'operazione. Infatti, i cosidetti feedback negativi verso i compratori sono destinati a scomparire definitivamente, ha comunicato in questi giorni la società di San Josè in California. Rimarranno solo quelli positivi o neutrali. «Un perfetto nonsense», scrivono i più arrabbiati.

Un'operazione, quella che verrà introdotta dalla società statunitense, fondata 13 anni fa da Pierre Omidyar, resa necessaria dopo che la maggior parte dei commenti negativi sui compratori sarebbero risultati soltanto delle semplici ripicche dei venditori in seguito a precedenti segnalazioni per merci di cattiva qualità. Praticamente, chi compra online su eBay tende a scrivere commenti negativi su un determinato venditore. Allo stesso modo ricevevano poi un commento negativo da parte di chi vendeva.


Le reazioni sono ovviamente positive da parte dei compratori mentre i venditori dal forum eBay gridano allo scandalo: «Non ci tutelate»; «Scioperiamo»; «Così si sbilancia il mercato, e gli unici danneggiati siamo noi». Non è ancora del tutto chiaro se la società intenda introdurre tali novità nel nostro paese già da maggio. ll gruppo vale oggi più di 38 miliardi di dollari ed ha chiuso gli ultimi tre mesi del 2007 con utili pari a 531 milioni di dollari ed un giro d'affari che è aumentato del 27 percento.

Elmar Burchia

Al Quaeda,'s children



This is a video shown by Al Arabyia news channel in which young children are trained to kidnap and to kill. This footage shows again what kind of fuckers lead this organization. It's really sad because these children can be much worse than a soldier. They are willing to do the worst things in order to please ther leader. Imagine what kind of monsters they are creating.

mercoledì, febbraio 06, 2008

Signori, il circo....


Marco Travaglio per “l’Unità”
Incassati i 300 milioni di «rimborsi elettorali» quinquennali anche se la legislatura è durata due, i 41 partiti attualmente in vita (alle ore 17.00 di ieri) si preparano alla campagna elettorale tra gli ingorghi e le transumanze di chi va, chi viene e chi resta in mezzo alla strada perché non sa dove andare. Mastella pare non lo voglia nessuno, anche per via della famiglia numerosa, per giunta inseguita dai carabinieri.

I Liberaldemocratici, cioè Dini e D’Amico, sono prossimi alla scissione dell’atomo: Dini a destra, D’Amico a sinistra. Il Cainano, avendo promesso posti a tutti (persino un «ministero dell’Oceania» al sen. Randazzo), ha più gente sotto casa che capelli in testa. I sismografi rilevano smottamenti dalle parti dell’Udc, a causa della fuoriuscita di gas tossici, fra i quali Carlo Giovanardi. Il popolare Fernandel aveva già anticipato la sua mossa agli eventuali elettori con una lettera al Giornale, subito dopo la nascita del Partito del Popolo delle Libertà sul predellino della Mercedes dell’amato Silvio.

Poi però Silvio aveva smentito di aver mai fondato un partito al posto di Forza Italia, così Fernandel aveva smentito di aver mai scritto al Giornale e aveva avvertito l’Udc di non esser mai uscito, al che dall’Udc gli avevan detto di fare un po’ come gli pare, chè tanto - resti o vada - nessuno si accorge di nulla.

L’altroieri ha smentito la precedente smentita ed è di nuovo uscito, spiegando di aver sofferto in silenzio per troppi anni in un partito che non era più il suo, e ne ha fondato uno nuovo: i Popolari liberali, che presto si riuniranno a congresso in una cabina telefonica, intanto confluiscono in Berlusconi. Attenzione però,avverte Giovanardi: «non entriamo in Forza Italia, ma nel Partito popolare delle libertà».

Prima o poi qualcuno lo avvertirà che il Partito popolare delle libertà non esiste, visto che quelli di Berlusconi si chiamano Forza Italia e Partito del Popolo delle Libertà. In pratica Fernandel ha lasciato l’Udc (che l’aveva addirittura fatto ministro) per un partito fantasma. Ci appelliamo fin da ora a Piercasinando, che è personcina ammodo, perché riaccolga il figliol prodigo nella casa del padre, onde evitare che il pover’uomo si abbandoni a gesti inconsulti.

I posti a sedere, del resto, non mancano: se ne sono andati anche Baccini e Tabacci per dar vita alla Rosa Bianca, che dovrebbe imbarcare Savino Pezzotta, quello che parla con una patata sotto la lingua. Resta da capire se staranno a destra o a sinistra, ma pare che scioglieranno il dilemma in modo bipartisan: Baccini a destra, Tabacci a sinistra, Pezzotta a casa.

Alle gravi perdite di cui sopra, Piercasinando sopperisce da par suo con due new entry davvero appetitose: gli ex forzisti Ferdinando Adornato e Angelo Sanza, noti trascinatori di folle. Da giorni la sede dell’Udc in via Due Macelli è transennata per arginare il tumultuoso afflusso dei loro seguaci. Ora, Sanza è un ex dc, e si capisce.
Ma Adornato? A parte la rima con Piercasinando, non è dato sapere quali affinità elettive con l’Udc abbia scoperto costui, che 15 anni fa voleva spezzare le reni alla Prima Repub- blica e ora si ritrova in lista con Totò Cuffarò. Ex comunista, già direttore del giornale della Fgci Città futura, nel 1993 cofondò Alleanza democratica per spazzare via l’orrendo Caf, tutto eccitato dal repulisti di Mani Pulite.

Entrò alla Camera col Pds per salvare l’Italia dal «pericolo Berlusconi». Fondò il settimanale Liberal (9 vicedirettori e 8 lettori) per forgiare una «nuova classe dirigente». Poi virò in direzione Berlusconi, diventandone l’ideologo, ma senza dirgli niente. Produsse alcune centinaia di documenti programmatici che Berlusconi finse di leggere per non farlo soffrire. Organizzò decine di convegni a Gubbio e dintorni per una «svolta liberale» con Previti e Dell’Utri, tra cui uno memorabile sul ruolo de «Il berlusconismo nella storia del XX secolo». Depositò il marchio del Partito delle Libertà.

Ma poi Berlusconi, tra lui e la Brambilla, optò per la Brambilla: perché Nando ha tanti pregi, ma non ha un filo di tette. Da mesi il nostro meditava la riscossa, che l’altro giorno finalmente è arrivata: siccome Liberal mensile non lo comprava nessuno, ecco in edicola Liberal quotidiano, con tre direttori (gli altri sono Renzo Foa e Michael Novak) e, in copertina, un grande interrogativo esistenziale: «C’è ancora l’Italia?». Traduzione per i non-Adornando: «C’è un posto in lista per me?». Risposta di Piercasinando: «S’è appena liberato il trespolo di Giovanardi, ma fa presto, potrebbe tornare da un momento all’altro».

A chi conviene l'emergenza rifiuti?



Fulvio Bufi per il “Corriere della Sera”


L'emergenza rifiuti è stata l'occasione per far guadagnare cifre «inimmaginabili» a chi lavorava negli anni scorsi al commissariato straordinario, dove durante la gestione Bassolino i subcommissari hanno ricevuto compensi pari anche a novantacinquemila euro al mese e non c'era quindi alcun interesse a risolvere la situazione.

È questo uno dei punti centrali della requisitoria dei pm Noviello e Forleo durante l'udienza preliminare per il rinvio a giudizio del governatore della Campania Bassolino, dei vertici di Impregilo e di alcuni ex rappresentanti del commissariato.

I pm hanno citato i casi più eclatanti: il subcommissario Vanoli percepiva un milione e cinquantamila euro all'anno, i subcommissari Paolucci e Facchi, compensi tra gli ottocento e i novecentomila euro. La stessa situazione si sarebbe verificata anche quando commissario era il prefetto Corrado Catenacci, che in una intercettazione telefonica allegata agli atti del procedimento e citata dai pm, si lamentava con l'interlocutore, perché il suo stipendio era di cinquemila euro mensili, mentre due tecnici della struttura commissariale intascavano cifre pari a un miliardo di lire all'anno.

Con compensi così alti, sostiene la Procura, è chiaro che «più durava l'emergenza più si guadagnava», e quindi la gestione commissariale non avrebbe avuto affatto interesse a superare la crisi. Di qui le molte inadempienze che oggi sono contestate agli imputati — soprattutto non aver messo a norma gli impianti cdr che producono un materiale inutilizzabile come combustibile nel futuro inceneritore di Acerra e in qualunque altro inceneritore — e di cui, secondo i pm, Bassolino era a conoscenza perché il suo ruolo di commissario era un ruolo «amministrativo e non politico» e aveva quindi «giuridicamente l'obbligo di controllare».

L'emergenza che oggi affligge la Campania nasce, sostiene la Procura, anche da quella cattiva gestione commissariale che consentì all'Impregilo di far finire in discarica non il 14 per cento dei rifiuti prodotti, così come prevedeva il piano, ma il 49 per cento, intasando gli impianti e creando quella che i pm chiamano «fame di discariche» con la quale deve fare i conti oggi il commissario De Gennaro mentre cerca di portare la regione fuori dalla crisi.

Una crisi che rischia di costare all'Italia pesanti sanzioni dall'Ue (appena avviata una nuova procedura di infrazione per le troppe discariche abusive in tutto il Paese) e che potrebbe ulteriormente acuirsi a causa del blocco dell'impianto di cdr di Giugliano, che ha i depositi pieni e ieri ha dovuto sospendere la lavorazione dei rifiuti.

2 - EX COMMISSARIO CATENACCI: LA LEGGE CONSENTE SIMILI TARIFFE
(Adnkronos) - "Ricordo che il mio compenso era quello che venne fissato con decreto ministeriale. Il mio compenso non e’ mai andato oltre ai 6.700 euro". Cosi’, in un’intervista a "Il Mattino", l’ex commissario per l’emergenza rifiuti in Campania, Corrado Catenacci, risponde alle accuse sugli stipendi d’oro devoluti a quanti hanno partecipato alla gestione della crisi dei rifiuti nella regione, sottolineando che la cifra citata era al netto.

Catenacci, secondo una ricostruzione di un’intercettazione fatta ieri in aula, ebbe modo di lamentarsi su compensi corrisposti ad un tecnico dello stesso commissariato. "Io prendo cinquemila euro al mese e ’questo’ incassa un milione. E per di piu’ non lo vedo mai in ufficio" avrebbe detto Catenacci nella telefonata intercettata che oggi, con il quotidiano napoletano, commenta cosi’: "A dire il vero non ricordo bene, ma puo’ darsi che abbia detto quelle cose. Anzi e’ certamente cosi’ se le mie parole sono negli atti a disposizione della procura".

Quindi Catenacci ritorna sui suoi compensi di quel periodo. "Praticamente -spiega- si decise di agganciare il mio compenso mensile come commissario straordinario per l’emergenza rifiuti al totale della pensione che mi veniva gia’ corrisposta. Il massimo che ho ricevuto non ha mai superato i 6.700 euro. Mentre gli altri...". "Dobbiamo distinguere -prosegue- a seconda dei periodi. I miei collaboratori prendevano cifre minori".

Poi Catenacci interviene sugli stipendi dei vice di Bassolino: "A loro la normativa vigente in quel periodo consentiva compensi riconducibili, mi pare di ricordare, a quelli spettanti ai consiglieri regonali. Vanoli, Facchi e Paolucci credo che prendessero lo stesso compenso". "Ma ripeto era la legge, piu’ precisamente un’ordinanza del governo, a consentire tali compensi" spiega ancora Catenacci che, riguardo il Presidente della Regione, taglia corto: "Bassolino non ha mai preso un centesimo".

martedì, febbraio 05, 2008

Well, I like it...

Mirad hasta el final......

Esopo

A german miracle

In Germania nove persone, tra cui cinque bambini, hanno perso la vita nell'incendio di un condominio nel centro di Ludwigshafen, nella Renania-Palatinato nel sudest del Paese. Secondo i pompieri la struttura di legno dell'edificio ha facilitato il propagarsi delle fiamme. Altre 24 persone sono state ricoverate in ospedale. Una bambina di tre anni di nome Melda viene lanciata dalla finestra dai genitori tra le braccia dei soccorritori sotto la casa in fiamme. Sarà una delle sopravvissute al rogo La foto è della AFP.

Ma allora è proprio 'na zoccola

Le mirabolanti avventure della porno hostess della Aom: Stephanie.

lunedì, febbraio 04, 2008

Senza parole




Mara Carfagna (Fi): «Pronta a candidarmi
per il posto di governatore della Campania» La deputata azzurra scelta da Berlusconi al coordinamento del nuovo partito, boccia Clemente Mastella: «Non lo vorrei alleato»
«Non mi tiro certo indietro: se il centodestra dovesse decidere di candidarmi alla presidenza della Regione io sono pronta». Dopo l'exploit alle «primarie online della Campania» della Cdl, la deputata di Forza Italia, Mara Carfagna, conferma la disponibilità a guidare la coalizione nella corsa a Palazzo Santa Lucia. E lo fa con piglio deciso e senza remore. Mostrando una maturazione politica, anche nell'affrontare i temi più scottanti delle ultime settimane (vicende giudiziarie comprese), da parlamentare di lungo corso.
Nulla a che fare con la timidezza di inizio legislatura, quando fu scelta da Silvio Berlusconi per essere il volto nuovo degli azzurri. Niente a che vedere con la ragazzina «grandi occhi» che ha sfilato a Miss Italia per poi tentare la scalata allo show-business televisivo.

Altro che destino da ballerina o velina: basta ascoltare la Carfagna che svaria tra commenti sui procedimenti giudiziari e tecnicismi sull'emergenza rifiuti per capire come sia germogliata la sua verve politica. «L'istruttoria dei processi a Napoli ha una doppia velocità — sostiene la parlamentare — quelli di Bassolino durano molti mesi, per Berlusconi invece decidono in pochissimo tempo. Sul caso Mastella, poi, la situazione è più complessa. Non entro nel merito delle vicende penali, preferisco mantenermi sul riflesso politico. Di certo mi auguro di non trovarli quali alleati alle prossime elezioni: chi cambia pelle a seconda delle circostanze, come fa l'Udeur, o applica il ricorso sistematico ad un tipo di azione politica ed una gestione del potere che non condivido, non può certo avere i miei stessi valori. Ma, detto questo, mi sembra che nei confronti della signora Lonardo ci sia stato un accanimento esasperato per quanto riguarda la restrizione della libertà personale. E lo dico io che due anni fa ho promosso una interrogazione parlamentare su un caso che riguardava direttamente la famiglia Mastella. Chiedevo chiarimenti al ministro della Salute sull'assegnazione, ad uno studio legale nel quale è associato il figlio dell'ex Guardasigilli, di una importante consulenza dell'Asl Salerno 2. Anche perchè questa Azienda Sanitaria ha già in organico una rilevante struttura legale».

Sulla candidatura alla presidenza della Regione, la responsabile nazionale di Azzurro Donne è esplicita. «Ho imparato che ci sono regole precise in politica — insiste la Carfagna — ed è chiaro che la decisione non spetta a me. Però se mi sarà chiesto io non potrò che rispondere: eccomi. Anche perchè la situazione in Campania è drammatica. Avevo proposto De Gennaro, prima che gli fosse assegnato l'incarico ai rifiuti, per un commissariamento della Regione. L'ho fatto perchè ritengo che sia necessario estirpare alla radice la ragione ha fatto precipitare il nostro territorio in questa situazione: la gestione del governo di Bassolino e del centrosinistra. Poi il futuro della Campania non può essere insidiato dai rifiuti che puzzano di inefficienza dell'azione politica ma spesso anche di camorra».

Felice Naddeo per Corriere.it

Capitalismo d'accatto



Guglielmo Bucchieri per La Stampa

Questione di famiglia. Lo è la Roma, lo sarà il futuro della società giallorossa perché così dicono i numeri e, soprattutto, così chiedono le banche. Il campo, Totti, Spalletti e la rincorsa all’Inter c’entrano, ma solo nella misura in cui potranno, con i loro risultati e verdetti, giocare a favore della As Roma piuttosto che degli altri asset familiari. La partita che tiene impegnata la proprietà del club capitolino, infatti, sembra avere il tempo contato e l’obbligo delle scelte, il tutto sotto la tutela dei vertici di Banca di Roma-Unicredit.

La svolta ha il suo punto di partenza nel marzo del 2004 e quello di arrivo ogni tre mesi, tempo delle verifiche bancarie sul risanamento. Franco Sensi è chiamato a indicare, nero su bianco, come e, soprattutto, cosa vendere per cancellare il debito della Italpetroli - circa 343 milioni di euro verso Unicredit e in piccola parte anche nei confronti di Intesa San Paolo e Banca Marche.

Questione di famiglia perché i Sensi devono vendere e i gioielli sono tre: la As Roma (il calcio per intenderci), i terreni edificabili di Torrevecchia e i depositi petroliferi di Civitavecchia. L’accordo del marzo di quattro anni fa diede inizio al risanamento (il debito si è più che dimezzato) ma, allo stesso tempo, concesse il 49 per cento di Italpetroli, la holding dei Sensi, a Capitalia, oggi Banca di Roma-Unicredit.

Non solo azioni. Una clausola, ereditata dall’istituto con a capo Alessandro Profumo, pende sul futuro della famiglia romana come una spada di Damocle: la stretta di mano del 2004 prevedeva una verifica a tappe ben determinate che, se non avesse portato alla luce gli asset da mettere sul mercato per tappare il debito, avrebbe capovolto le percentuali di Italpetroli concedendo la maggioranza alle banche, libere, a quel punto, di fare quello che i Sensi non avessero fatto.

I conti, e le congiunture, dicono che il settore immobiliare è in crisi tanto da rendere meno appetibili di un tempo i terreni che i Sensi possiedono a Torrevecchia (di circa 100 milioni è stimato il valore); diverso il discorso per i depositi petroliferi che il presidente della Roma ha nel suo patrimonio a Civitavecchia, oggetto del desiderio anche dei russi o dei francesi.

E l’azienda calcio? La lettura del bilancio «separato» al giugno 2007 iscrive la plusvalenza di 123 milioni di euro frutto della cessione del marchio alla controllata Soccer di Brand Management Srl, società di cui detiene il 50 per cento Maria Cristina, una delle sorelle dell’amministratore delegato della Roma, Rosella.

Un’operazione giudicata un po’ acrobatica così come quelle di altri club (Inter, Milan, Lazio innanzitutto), ma che è stata necessaria per assorbire nei conti gli oneri sui costi dei calciatori, prima spalmabili in dieci anni e poi in cinque per decisione dell’Unione Europea.

I segnali che arrivano da Banca di Roma-Unicredit sono di massima attenzione a tutto ciò che riguarda le mosse dei Sensi: per ora nessuna scadenza senza appello, ma i vertici degli istituti di credito hanno comunque tracciato un cammino ben definito.

L’Italpetroli dovrà, a breve, coprire il suo passivo e, gioco-forza, i numeri impongono alla famiglia proprietaria della Roma scelte dolorose che rischiano di coinvolgere le sorti del calcio di casa, oggi valutabile nell’ordine di circa 150 milioni. Il tempo delle riflessioni sta per scadere, la partita fra Civitavecchia, i terreni di Torrevecchia e Trigoria anche.

Che fare? Questione di famiglia, del patron Franco Sensi e delle tre figlie. Totti, Spalletti e la rincorsa all’Inter possono spostare gli equilibri dei sentimenti ma i numeri (quei 343 milioni di debiti) sono un’altra cosa. In passato gli assalti alla Roma calcio sono stati rispediti al mittente (vedi i russi), un domani non troppo lontano una nuova offerta potrebbe far vacillare la famiglia, fino indurla a cedere.

La spada di Damocle delle banche pende sul futuro del club grazie al 2 per cento sufficiente a capovolgere gli assetti davanti ai tentennamenti dei Sensi, anche se per ora viene smentita l’intenzione di esercitare l’opzione. Nessun ultimatum, semmai appuntamento ai giorni di aprile con una nuova verifica.

Un passaggio cruciale per capire da che parte si spingerà la sfida degli asset di famiglia da vendere. Gli americani si sono limitati ad un sondaggio, ma c’è un fondo statunitense che potrebbe chiedere di aprire una vera e propria trattativa senza scappare come fecero i russi della Nafta Moskva nel 2004.

After all this shit

....enjoy something done by a band I like very much. It happened in Milan... stay tuned 'till the end, it's worth.

domenica, febbraio 03, 2008

Un uomo, un mito



Lele Mora condannato per evasione deve al fisco 5,6 milioni di euro. Lo attesta una sentenza della Commissione Tributaria di Bergamo

ROMA - Nuovi guai per Lele Mora. La sua società di intermediazione e servizi per lo spettacolo deve 5,6 milioni di euro al fisco, che gli ha contestato di aver scaricato indebitamente spese per ville, barche, auto utilizzate da artisti e personaggi con i quali aveva rapporti di lavoro. Ma anche per l'acquisto di capi di abbigliamento e orologi, nonché per un viaggio Milano-Cuba regalato a Maradona. La commissione Tributaria di Bergamo ha respinto in primo grado il ricorso fatto dalla Management Srl per contestare i risultati di un controllo degli ispettori dell'Agenzia delle Entrate di Treviglio.

A Mora sono state contestate le spese sostenute negli anni 2003-2004, tra le quali l'affitto di autovetture e case in Sardegna e l'ormeggio di una barca data in uso gratuito a terzi. Mora, che ha contestato la ricostruzione delle detrazioni "indebite", ha però perso in primo grado il ricorso ed è stato condannato - con sentenza depositata lo scorso 27 dicembre - dalla commissione tributaria provinciale di Bergamo a pagare 2,7 milioni di euro per il 2003 e 2,9 milioni per il 2004 a titolo di imposte e sanzioni. All'importo, gli uffici dell'Agenzia dovranno aggiungere le somme dovute a titolo di interesse.

Le spese contestate - hanno stabilito i giudici tributari - "fanno riferimento a componenti negative che non presentano caratteristiche tali da essere pacificamente ricondotte a quelle dotate di inequivocabili caratteri di inerenza all'attività esercitata". Come dire, non viene provato un uso strettamente collegato all'attività svolta.

Tra i costi dedotti e contestati dal fisco, quasi 1,1 milioni di euro per l'affitto di case a Milano e in Sardegna usate per ospitare personaggi dello spettacolo e dello sport durante periodi di lavoro o di vacanza. Tra le spese scaricate, però, la Management ha cercato di inserire anche l'affitto della casa di Milano data in uso, come dipendenti, allo stesso Lele Mora e a suo figlio Mirko. La spesa in questo caso era di 220 mila euro per i due anni, molto più alta dello "stipendio" pagato ai due - rispettivamente 10.593 euro a Lele e 8.366 a Mirko - e il fisco non ha quindi riconosciuto la quota di spesa eccedente la normale retribuzione. Tra i costi dedotti, poi, erano stati anche considerati 27.000 euro - anche questi non riconosciuti dagli ispettori - utilizzati per la manutenzione di Villa Le Pleiadi a Porto Cervo.

Barche e auto sono un conto a parte. La società ha tentato di scontare dall'erario le spese per l'ormeggio di una barca (circa 25.000 euro nel 2003-2004) da dare in uso gratuito a terzi. Il fisco ha però sostenuto - e il tribunale ha confermato - che l'imbarcazione "non è stata utilizzata come bene indispensabile per l'esercizio dell'impresa". Tra barche, pacchetti voli e auto affittate, il conto scaricato dalle tasse vola fino a 657 mila euro. Altre spese sono indicate in dettaglio: 128 mila euro per il noleggio (in due anni) di un'automobile, 43 mila euro di spese per parcheggi e 11 mila euro per l'assicurazione.

Il Fisco non ha riconosciuto 234 mila euro di conti per locali e ristoranti che non avevano una corretta intestazione (quindi potevano essere state fatte da chiunque) ma anche le spese - per un totale di 254.953 euro - di ricevute che documentavano l'acquisto di fiori, orologi, abbigliamento, arredo casa, elettrodomestici e soggiorni in alberghi.

Nel mirino sono finite le spese effettuate con soggetti con i quali Mora non risulta aver avuto rapporti commerciali. Sul conto finale, è una tegola da 27 mila euro dovuta al mancato riconoscimento a fini fiscali di biglietti aerei per l'Avana - viaggi fatti anche da parenti - per organizzare un concerto di Zucchero che poi non si è mai tenuto, per un volo Milano-Cuba di Diego Armando Maradona, che il legale della società ha ammesso essere un regalo.

La sentenza ricostruisce anche il tentativo di trovare un accordo tra Mora e l'Agenzia delle Entrate. I legali della società, sperando in uno sconto del 50%, avevano chiesto un finanziamento di 3 milioni di euro. Ma poiché la legge consentiva per chi firma un accertamento per adesione uno sconto limitato al 20%, l'accordo è sfumato e la società ha presentato un ricorso che la commissione Tributaria di Bergamo ha poi respinto.

da Repubblica.it

A chi convengono le elezioni?




Si vota, 300 milioni di euro in più ai partiti - Mariolina Sesto per il Sole 24 Ore:

C’è un motivo per il quale il voto anticipato conviene a tutti i leader nessuno escluso: se si andasse alle urne i partiti incasserebbero fino al 2011 rimborsi elettorali doppi. Sia quelli maturati per la quindicesima legislatura che quelli relativi alla sedicesima.

Per le forze politiche la fine anticipata della legislatura si trasformerebbe in un business finanziario, per lo Stato in un aggravio di costi pari a circa 300 milioni di euro. E a poco vale a questo punto il taglio del 10% al fondo annuale per i rimborsi scattato con la Finanziaria: l’aggravio per lo Stato sarà di 270 milioni anziché di 300.

I fondi elettorali di Camera e Senato ammontano infatti a circa 50 milioni di euro ciascuno e sono costituiti calcolando la cifra di 1 euro per ogni avente diritto al voto. Per le elezioni di aprile 2006 gli aventi diritto al voto erano precisamente 50.098.305 (47.258.305 gli aventi diritto al voto in Italia e 2.840.000 quelli all’estero).

Da questo fondo ad ogni partito è attribuita una quota sulla base delle percentuali di voto ottenute. Una leggina ad hoc approvata con voto bipartisan a inizio 2006, poco prima di andare a votare, sancì il diritto dei partiti a continuare a incassare i rimborsi anche in caso di voto anticipato.

Da qui l’affare: se la legislatura si esaurisce prima della sua naturale scadenza lo Stato deve comunque pagare le somme già maturate per tutti e cinque gli anni. Proprio in base a questa leggina Forza Italia ha potuto cartolarizzare i contributi che deve ancora riscuotere. Ed anche il Pd potrebbe avere la sua convenienza: Ds e Dl continueranno a incassare le risorse relative alla XV legislatura; il Pd avrà i fondi della XVI.

«È evidente che se si fosse abolita la norma inserita nel febbraio 2006 si potevano risparmiare circa 100 milioni all’anno, che invece saremo costretti a spendere se le Camere verranno sciolte a giorni», calcola Silvana Mura, deputata dell’Idv. «Cosa che avevamo ampiamente annunciato e che per ben due volte abbiamo cercato di evitare con degli emendamenti alla finanziaria 2007 e 2008. Purtroppo questo non è stato possibile per l’ostilità di tutte le altre forze politiche».

Me ha llegado



y aqui la teneis....


CARTA AL PRESIDENTE BOLIVARIANO

SEÑOR PRESIDENTE CHÁVEZ,
EN NOMBRE DE LA GENTE DE COLOMBIA, NO DEL GOBIERNO NI DE NINGUNA ENTIDAD GUBERNAMENTAL, QUISIÉRAMOS DARLE LAS MAS SINCERAS GRACIAS POR SUS OFICIOS COMO MEDIADOR EN LA LIBERACIÓN DE LAS DOS SECUESTRADAS CLARA ROJAS Y CONSUELO GONZÁLEZ.
SON DE TODOS MUY CONOCIDAS, POR SUS RECIENTES ACCIONES Y DECLARACIONES, LAS GRANDES RAZONES HUMANITARIAS QUE LE HAN MOTIVADO A SER EL GRAN INTERMEDIARIO EN EL CONFLICTO QUE VIVE NUESTRA BELLA COLOMBIA DESDE HACE TANTOS AÑOS.
POR ESO, ESTAMOS TODOS SEGUROS QUE USTED, PRESIDENTE CHÁVEZ, ES CAPAZ DE LOGRAR LA LIBERACIÓN DE LOS RESTANTES 698 SECUESTRADOS POR LAS FARC.
A CAMBIO DE ESO, PRESIDENTE CHÁVEZ, Y A NOMBRE DE LA GRAN MAYORÍA DE COLOMBIANOS, LE EXTIENDO UNA MANO CON NUESTROS MEJORES DESEOS PARA USTED Y UNA LISTA DE REGALOS.
LE DAMOS LAS FARC Y AL ELN, TODAS PARA USTED. NO NOS LAS MERECEMOS, NUESTRO EGOÍSMO HACE QUE RECHACEMOS A ESTAS PERSONAS TAN HUMANITARIAS, LÉVENSELAS USTED Y DISFRÚTENLAS.
LE DAMOS TODA LA DROGA QUE ESTA EN LOS TERRITORIOS DONDE SE ESCONDEN LAS FARC, HAGA LO QUE LE PLAZCA CON ELLA.
REGÁLENSELA A LOS JÓVENES EUROPEOS QUE CONSTANTEMENTE HACEN COLECTAS PARA AYUDAR A LAS GUERRILLAS, CREO QUE SE LO MERECEN.
LE DAMOS TODAS LAS MINAS QUIEBRA PATAS QUE HAN PUESTO LAS FARC EN NUESTRA TIERRA, LE DAMOS LOS BURROS-BOMBAS, LE DAMOS LOS CILINDROS EXPLOSIVOS CON LO QUE SE HAN DESTRUIDO HUMILDES PUEBLOS.
LE DAMOS A TODOS LOS QUE ODIAN A COLOMBIA, LE DAMOS A PIEDAD CÓRDOBA, USELA A SU ANTOJO, DISFRÚTELA.
LE DAMOS A TODOS LOS VIOLENTOS, LOS DELINCUENTES, LOS POLÍTICOS CORRUPTOS (AUNQUE SABEMOS QUE NO SE LLEVA BIEN CON SU COLEGA URIBE).
LE DAMOS EL GOBIERNO DE TRANSICIÓN QUE PIEDAD CÓRDOBA LE PROMETIÓ A SIMÓN TRINIDAD.
LE DAMOS A SIMÓN TRINIDAD, CUANDO CUMPLA SU CONDENA EN LOS ESTADOS UNIDOS, SE LO PUEDE LLEVAR TAMBIÉN.
LE DAMOS EL TERRORISMO QUE ASOLA NUESTRA NACIÓN, CÉJASELO PARA USTED. CUANDO YA LO TENGA, LLÁMELO COMO QUIERA 'BELIGERANCIA', 'HUMANISMO', 'ALTRUISMO', 'PROYECTO BOLIVARIANO'.
LE DAMOS A LOS PARAMILITARES, TRISTE CONSECUENCIA DE LAS ACCIONES 'HUMANITARIAS' DE LAS GUERRILLAS.
LE DAMOS NUESTRAS LÁGRIMAS, NUESTROS MIEDOS, NUESTROS TEMORES, NUESTRAS PESADILLAS, NUESTRO DOLOR, NUESTROS MÁS FUNESTOS RECUERDOS.
LE DAMOS TODO ESO, PRESIDENTE, SI DISFRÚTELO Y COMPÁRTALO CON TODOS LOS QUE LO APLAUDEN, CON TODOS LOS QUE ALIENTAN SU PROYECTO BOLIVARIANO.
POR FAVOR, NO LO DEVUELVA, ES TODO SUYO. SE LO DAMOS DE TODO CORAZÓN.
RESPETUOSAMENTE, UN COLOMBIANO MÁS.
TODA COLOMBIA SE CANSO “DE TANTA MAMADERA DE GALLO, DE TANTAS MENTIRAS Y DE TANTA MALDAD.
TODA COLOMBIA SE CANSO DE QUE EN LOS PAÍSES DEL MUNDO QUE NO SABEN NADA DE NUESTRO PAÍS EXISTAN JÓVENES INGENUOS QUE CREEN EN LA ESTUPIDA MENTIRA, DE QUE LAS FARC REPRESENTAN LA LUCHA DEL PUEBLO COLOMBIANO.
TODA COLOMBIA SE CANSO DE VER COMO UN PUÑADO DE ASESINOS Y CRIMINALES JUEGAN MISERABLEMENTE CON EL DOLOR DE LOS FAMILIARES DE LOS SECUESTRADOS PARA EXIGIR PRIVILEGIOS QUE NO SE MERECEN.
TODA COLOMBIA SE CANSO DE ESTAR ARRODILLADA ANTE EL TERROR, ANTE EL MIEDO A PERDER LA VIDA, LA LIBERTAD Y LA DIGNIDAD POR CUENTA DE ESTOS GENOCIDAS.
POR ESO EL DIA LUNES 4 DE FEBRERO COLOMBIA ENTERA SERÁ UNA SOLA Y PACIFICA VOZ QUE MARCHARA PARA DECIRLE AL MUNDO DESDE LAS ENTRAÑAS DE SU ALMA Y DE SU CONCIENCIA, QUE NO QUEREMOS A LAS FARC, QUE RECHAZAMOS TAJANTEMENTE LA EXISTENCIA DE ESA GUERRILLA, Y QUE YA ES HORA DE LIBERAR A LOS SECUESTRADOS UNILATERALMENTE.
CON ESTE GRITO INMENSO LOGRAREMOS DECIRLE AL MUNDO DE FORMA CONTUNDENTE QUE LAS FARC SON UNA PLAGA INHUMANA Y CRUEL, Y LOGRAREMOS QUE ALGUNOS GUERRILLEROS QUE AUN TENGAN CEREBRO Y CORAZÓN SE DEN CUENTA DEL MAL QUE ESTÁN HACIENDO Y SE DESMOVILICEN MASIVAMENTE.
TODOS DIFUNDAN ESTE MENSAJE POR TODA COLOMBIA, HAGAN LLEGAR ESTE MENSAJE A TODOS SUS CONTACTOS, Y REGUÉMONOS COMO PÓLVORA, PORQUE SEREMOS TODOS PROTAGONISTAS DE UN MOMENTO ÚNICO EN COLOMBIA, EL MOMENTO EN QUE LES DIREMOS AL MUNDO ENTERO, NO MAS FARC... NO QUEREMOS MAS FARC... DEJENOS EN PAZ....!

Una hostess mi disse...

"Che cosa ci fanno tante hostess su di un albero? L'albero delle zoccole, hihihihihihi".

La splendida creatura lavorava all'Alitalia. Enjoy