martedì, gennaio 29, 2008

Mediocrissimo pezzo


È quello passato alle 20,15 CET, sul TG1 dell'ottimo Riotta, a proposito della dottoressa Sandra Lonardo che aveva a sua volta preparato il suo temino per criticare la magistratura. Un temino che, per inciso, sarebbe stato premiato con uno zero spaccato in quinta elementare. Ma davvero un Paese di 60 milioni di abitanti deve essere ostaggio di un partito che ha l'1,4%? Se trovo il testo lo posterò. È impressionante che questa persona rivesta un ruolo pubblico così importante.

Offese! 1


Was ist grün und stinkt nach Fisch? Werder Breeeeeeeeeeeeee-mè-n
(Cos'è verde e puzza di pesce? Werder Breeeema)

Lo cantano gli avversari....

Come finirà?


Paolo Baroni per “La Stampa”
«Il commissariamento del Campidoglio? E’ un rischio concreto». Nei palazzi della Roma che conta la risposta è pronta. Il tam-tam è in corso da giorni. Occhi puntati sulla crisi e le mosse del sindaco Veltroni. Sulla capitale incombe il rischio di commissariamento. Per consentire ai romani di votare questa primavera il primo cittadino dovrebbe lasciare l’incarico entro il 3 febbraio. Secondo il vicesindaco Mariapia Garavaglia non ci sarebbero molte alternative: «col voto anticipato si va al commissario, non c’è alternativa, non ci sono i tempi tecnici per votare a primavera».

Questa soluzione, come è ovvio, inquieta il mondo delle imprese che teme 12-15 mesi di gestione commissariale. «La capitale non può restare ferma tanto a lungo». In Campidoglio, questi, sono giorni di grande suspense. «Veltroni lascia? Non ci credo fin che non lo vedo» sibila il coordinatore di Forza Italia Francesco Giro.

«Abbiamo il dovere di lavorare sino all’ultimo giorno utile» ribatte il capogruppo del Pd Pino Battaglia, che in serata spiega: «Il sindaco si dimetterà nel deprecabile caso che la crisi si avviti ma solo dopo che le Camere sono state sciolte». Intanto da giorni circola il nome del prefetto Achille Serra, attuale Alto commissario anticorruzione, come candidatura di alto profilo per la reggenza provvisoria del Municipio.

I tempi per decidere sono strettissimi. In base alla legge Veltroni si trova a dover superare due tipi di ostacoli: per essere eletto in Parlamento deve lasciare l’incarico di sindaco entro 7 giorni dallo scioglimento di Camera e Senato, mentre per consentire il rinnovo del consiglio comunale già questa primavera e non la prossima (il voto, per legge, è previsto tra il 15 aprile ed il 15 giugno) dovrebbe renderle esecutive entro il 24 febbraio.



La prassi, però, vuole che le dimissioni diventino effettive ed irrevocabili solamente 20 giorni dopo la loro presentazione, cui vanno aggiunti almeno due giorni per consentire al ministero dell’Interno ed al Capo dello Stato di ufficializzare la decisione. Che in questo modo andrebbe anticipata almeno al 2 febbraio. «La legge non obbliga Veltroni a dimettersi - spiega il vicepresidente vicario, Monica Cirinnà - ma se restasse fornirebbe alla destra un motivo in più per attaccarlo. Sarebbe come se rimanesse attaccato alla poltrona perché non certo della vittoria nazionale».

Di questo e delle altre soluzioni si è discusso a lungo ieri nel corso dell’ufficio politico del Pd dove, tra le altre ipotesi, si è parlato anche di una possibile reggenza-Garavaglia che sfruttando un cavillo di legge garantirebbe al centrosinistra la continuità politica e di potere. Ma Veltroni si sarebbe opposto per evitare di offrire all’opposizione nuovi spunti di polemica.
Nel mondo delle imprese si seguono le vicende del Campidoglio con grande apprensione. «Roma è una città complessa - spiega il presidente dell’Associazione romana dei costruttori, Giancarlo Cremonesi - di difficile gestione e certamente un commissariamento qualche problema lo crea. Soprattutto di ordine psicologico».

Più secco Cesare Pambianchi, numero uno di Confcommercio: «Nulla osta contro un eventuale incarico al prefetto Serra, personalità di assoluto prestigio, a patto però che si tratti di un incarico breve». A preoccupare tutti è l’ipotesi che la gestione commissariale duri sino al 2009 paralizzando tutta l’attività amministrativa: dal nuovo piano regolatore al piano del commercio, dai progetti dei nuovi parcheggi ai lavori delle metropolitane.

Votare fra due mesi o fra 15 cambia ovviamente anche tutti gli scenari politici. Nel potenziale toto-sindaco in queste ore stanno moltissimi nomi: da Gianfranco Fini a Gianni Alemanno sino a Franco Frattini per il centrodestra, da Paolo Gentiloni a Enrico Gasbarra e Nicola Zingaretti per il Pd. Ieri Goffredo Bettini ha smentito un suo interesse: «Io sindaco? Per carità di Dio!». Idem Frattini. Ma di qui al 2009 tutto può ancora succedere. A seconda di chi vincerà potrebbero scendere in pista anche Rutelli e Fini.

Dottor Jekyll & Mr. Hyde

Il "nostro" non è cattivo. È che si dimentica le cose. Piuttosto si spezza, ma non si spiega!

Al Quirinale il leader di Fi definisce quanto riferito dai media nei giorni scorsi una "disinformazione vergognosa". Ma l'ascolto delle sue dichiarazioni lo smentisce

lunedì, gennaio 28, 2008

Vermi

Quando scendo nella mia terra, vengo spesso sfortunatamente in contatto con tanti, non tutti, amministratori locali disonesti. Ne vedo tanti che in un italiano stentato gestiscono milioni di euro. Poveracci con il macchinone che ti guardano come il povero sfigato costretto ad emigrare. Per i quali la politica è solo passeggiare per il Corso e atteggiarsi a qualcuno che conta. È per questi vermi che il Suditalia è in queste condizioni e non si risolleverà...e piccola postilla. Fortugno sembra davvero morto per niente. Non ci sono colori politici che tengano.



da Repubblica.it

IL DOCUMENTO. Il consigliere regionale coinvolto nell'inchiesta sulla sanità calabrese parla con uno dei suoi collaboratori: conversazione intercettata nell'agosto scorso. Domenico Crea vanta il suo "sistema". "Il più fesso dei miei è miliardario"


Alessandro Marcianò
REGGIO CALABRIA - Prima conversazione. "Mentre in alcune cose, il settore è circoscritto e si possono... Qua è una regione che parte da Cosenza a Reggio Calabria; chi c... sa l'intervento che ha fatto qua o l'intervento che hai fatto ad Amantea o quello che puoi fare a Reggio Calabria? Nessuno. Nessuno è all'altezza ... Te capì? O non te capì?". A parlare è il consigliere regionale calabrese Domenico Crea, arrestato nell'ambito dell'operazione "Onorata Sanità", in un colloquio con il suo collaboratore Antonio Iacopino intercettato dagli investigatori il 3 agosto 2007.

"Un faccendiere come a quello, come a Enzo - aggiunge Crea - in un mestiere come questo, lo sai che faceva? Rendeva il 100%. Senti quello che ti dice Mimmo; e non l'ha mai capito, si sentono intelligenti, ma a me mi possono tenere le p...., la gente. A me la gente, quelli che si sentono intelligenti, mi possono tenere le p..., se mi seguono... E lo sai quando ... che mi servivano lo sai come, alla perfezione... cioè alla perfezione e non... non si muovevano di una virgola... ed io sfondavo. Non mi tradivano e lavoravano, non so se sono... Ti parlo del '95, '96, quando io ero un Dio che dopo ti fanno la corte pure quelli che hai intorno. Non quando sei solo".

"All'epoca - prosegue Crea - le mie tre braccia erano Pino, Bruno e il mongolo di Sandro, di mar...(abbassa il tono della voce e tronca la parola, ndr). Mi hai capito? e sono tutti miliardari... Il più fesso di loro è miliardario... e ti ho detto tutto... Però, fino ad un certo punto si sono comportati bene... I primi due non posso dire nulla fin quando sono stati con me... non so... per i primi cinque anni... E tutti dicevano 'Crea è granitico', che ha i dirigenti suoi. Nessuno sa quello che fa lui. Non lo tradiscono ... Tutti, assessori, presidenti, tutti mi si corrompono, che mi domandarono ... A tutti quanti ... non solo con... che qua siamo a livelli alti e chi è... e chi è intelligente e chi è che sa fare il mestiere suo, ma vedi che spacca". Uno dei bracci di cui parla Crea, secondo l'accusa, è Alessandro Marcianò, con il figlio Giuseppe presunto mandante dell'omicidio Fortugno.

Seconda conversazione. "Duemila miliardi ... me li gestivo io per i c... miei ... Allora perché vi dico ragionate con le teste e non fate gli storti ... perché ce ne sono certi da noi che sono storti e certi che sono intelligenti, mi hai capito? Che non sanno neanche che vuol dire ... perché soffro quando penso ... per una cazzata". Così Crea si rivolge a Iacopino mentre si trovano in auto insieme. Un colloquio registrato dagli investigatori.

"Ma no con uno stipendio - aggiunge Crea - che c... te ne fotte dello stipendio. Cioè, ma quando hai me cretino tu che puoi fare? Ti prendi i 10 mila euro di consigliere? e che c... sono?".

"Quando io a quello storto di Battaglia - dice ancora Crea - gli ho detto viene e fammi il direttore generale .. che gli volevo dire? Quanti ne abbiamo 3.000 miliardi 4.000 miliardi .. ci sei pure tu".

Femmina tutta d'un pezzo

Torte da spartire



Sergio Rizzo dal “Corriere della Sera”
Non ce ne voglia Franco Pecorini. Ma quando si deve parlare di nomine è inevitabile cominciare da lui: caso unico al mondo di un amministratore delegato che guida un'azienda pubblica, la Tirrenia di navigazione, ininterrottamente da 24 anni. Lo nominò il presidente dell'Iri Romano Prodi il 31 maggio 1984. A palazzo Chigi c'era Bettino Craxi, e dopo il suo ci sono stati altri diciassette governi. E Pecorini sempre lì. Il consiglio della Tirrenia, azienda peraltro non propriamente in salute, è ora in scadenza. Inutile dire che non tirava una bella aria. Ma il governo è caduto e tutto, a questo punto, è possibile. Pure il nono giro di Pecorini.

È bastato che il «prodiano» Angelo Rovati abbia risposto in tivù a una domanda di Lucia Annunziata sull'eventualità che il governo decaduto possa dare il via a un valzer di 600 nomine pubbliche («se è un governo nella pienezza dei poteri le può fare, se invece deve gestire l'ordinaria amministrazione, non lo so...»), precisando comunque che ci vuole «prudenza» e che per le imprese quotate ci sono «atti dovuti» da compiere, perché si scatenasse l'inferno.

Stefano Saglia di An sospetta la preparazione di un «blitz vergognoso». Il tiro al bersaglio è proseguito poi da tutto il centrodestra. Non si poteva sottrarre nemmeno Daniele Capezzone, già esponente della maggioranza, il primo a paventare il rischio di una valanga di nomine. Lui ha fatto il numero: 600. La sorpresa è stata semmai l'affondo del comunista Marco Rizzo: «La politica di potere della sinistra quanto della destra pensa solo ad occupare le poltrone».

Nel pacchetto c'è di tutto. Ma in cima alle preoccupazioni di tutti non è certamente l'Ente nazionale sementi elette, al cui vertice Prodi ha appena nominato Marcello Cerasola. Ci sono caselle molto più appetitose, come l'Enel, al cui vertice il governo Berlusconi aveva collocato il presidente Piero Gnudi e l'amministratore delegato Fulvio Conti. O l'Eni, dove sempre Berlusconi aveva posto il presidente Roberto Poli e l'amministratore delegato Paolo Scaroni. Oppure la Finmeccanica, pilotata da Pierfrancesco Guarguaglini, stimato manager prossimo ai 71 anni. O ancora Terna, al cui timone c'è l'ex direttore generale della Rai Flavio Cattaneo.
Non che ci siano particolari motivi perché le loro poltrone debbano traballare, come invece quelle dei consiglieri, fra i quali c'è una gran varietà di situazioni: all'Eni c'è un senatore in carica, il leghista Dario Fruscio, alla Finmeccanica l'ex deputato dc Franco Bonferroni, all'Enel l'ex commissario Agcom Alessandro Luciano. Ma è un fatto che da mesi si alternano voci e nomi su possibili cambi al vertice. Si è parlato di Corrado Passera, come pure del banchiere Claudio Costamagna, a cui è stata affibbiata l'etichetta prodiana (rafforzata dal fatto che la moglie Linda ha sostenuto la campagna elettorale del professore).

In gran parte fantasie, fonte tuttavia di molti nervosismi. Una cosa però è certa: per le assemblee delle società quotate si può aspettare sulla carta la fine di giugno, ma consuetudine di mercato vuole che si tengano in aprile. E le liste vanno stilate dieci giorni prima. Se si andrà a elezioni subito, non potrà che farle Prodi. Diverso il discorso per gli enti e le società non quotate, dove può essere azionato il meccanismo della prorogatio di 45 giorni.

Nomina particolarmente sensibile è quella del presidente della Consob, incarico attualmente affidato a Lamberto Cardia, in scadenza il 30 giugno. Fino ad allora potrebbero però resistere anche i presidenti degli enti previdenziali in predicato per essere fusi nel Superinps (all'Inps c'è Gian Paolo Sassi, all'Inpdap il consigliere Udc della Rai Marco Staderini, all'Ipsema l'ex deputato di An Antonio Parlato). Sempre se la crisi di governo non farà saltare pure il decreto milleproroghe, che ha differito di sette mesi la loro scadenza. Per guidare il Superinps, ha confermato Rovati, c'era sul tavolo il nome del senatore del Pd Tiziano Treu. «L'unica cosa concreta in quel progetto», ha ironizzato il senatore di Forza Italia Maurizio Sacconi (che di Treu è pure un estimatore).

C'è poi ovviamente la Tirrenia. E le Poste. L'amministratore delegato Massimo Sarmi, ritenuto all'epoca della nomina in quota An, conclude il secondo mandato alla testa di un consiglio decisamente eterogeneo. Dove accanto a Salvatore Biasco, esperto economista internazionale formatosi a Cambridge, per un periodo prestato alla politica attiva (è stato parlamentare Ds), figurano l'ex sindaco di Monza Roberto Colombo (Forza Italia), l'ex assessore socialista della provincia di Trapani Francesco Pizzo e l'ex deputato della Lega Mauro Michielon. Con il governo Prodi il destino di molti sarebbe segnato. Ma adesso è tutta un'altra storia.

domenica, gennaio 27, 2008

Un ottimo editoriale di Crozza



Comunicazione di servizio: questo pezzo era su youtube aggratis quindi non date fastidio, se viola qualche regola di copyright toglietelo da lì.

sabato, gennaio 26, 2008

A Napoli sono meno cittadini

Scriveva l'Ansa il 22 gennaio

NAPOLI 22 GEN - Si valuta l'ipotesi di evacuare la zona di piazza Municipio, a Napoli, dove e' stata trovata una bomba della II Guerra mondiale inesplosa. L'ipotesi e' al vaglio dell'unita' di crisi della prefettura di Napoli. L'evacuazione interesserebbe un raggio di 300 metri attorno al punto in cui e' stato trovato l'ordigno, nei cantieri per la realizzazione della metropolitana. Si tratta infatti di una bomba ad innesco ritardato che potrebbe essersi attivato nel momento
in cui e' stata rinvenuta.

Le autorità hanno deciso sabato 26 che, domenica mattina alle 7 di fare forzosamente allontanare tutti i cittadini in un'area a 300 metri dall'ordigno. Forzosamente. Chi non lascerà gli appartamenti sarà denunciato. Questo alle 7 di mattina di una domenica. Mi sembra uno spiacevole modo di fare.

La Iena Sortino si difende

Cosa è davvero accaduto quella sera



giudicate voi.....

Famolo Strano



Nino Strano: adoro i locali gay, ma non sono omosessuale
di ANTONELLO CAPORALE
da Repubblica (versione cartacea)

Nino Strano mangia una fetta di mortadella in SenatoNino Strano è catanese, senatore di An e molto altro ancora: "Esteta fottuto, amico di travestiti, troie e gay".

E' anche amico delle male parole.
"Vorrei essere lieve e soave, vorrei vivere la politica come una passeggiata su una spiaggia della Normandia".

Invece quando entra a palazzo Madama cade in trance.
"Il turpiloquio mi afferra, mi tira per un braccio. A me poi piace il turpiloquio".

Ci ricadrà.
"Temo di non sapervi resistere".

"Checca squallida", ha detto al collega Cusumano.
"Ponevo l'accento sull'aggettivo. Denunciavo lo squallore della sua posizione".

Checca invece stava per cosa?
"Non ci azzecca niente. E ho chiesto scusa a lui".

Le serviva comunque l'epiteto per segnalare all'aula la sua presenza.
"Avevo bisogno di urlare la mia contrarietà a quel bagno d'ipocrisia in cui il collega era immerso. Cusumano non credeva a una sola delle parole che pronunciava".

Ha anche guarnito la sua faccia di lembi di mortadella espulsi dalla bocca oramai incapiente. E tracannato spumante oltre a quello versato sullamoquette.
"Tutto il cinema di Almodovar si nutre della carne viva come scena fondante della propria rappresentazione creativa. In me c'era l'idea di sviluppare anche visivamente il senso della vittoria".

Non è un po' troppo cinematografico il suo senso delle Istituzioni?
"Ho scritto a Marini, naturalmente mi scuso. E devo dire che Prodi ieri ha fatto una bella figura. Evola diceva: a una cosa si badi! A tenersi in piedi in un mondo di rovina".

Senatore: i suoi gusti sessuali sono liberi e anticonformisti. E' credente ma ama i dannati dalla Chiesa. Anche il travestimento personale, le piume.
"Travestimento no".

I maschi.
"Mi squaglio davanti a una creatura di marmo. Ma non ho avuto mai un rapporto sessuale con una persona del mio stesso genere".

Frequenta soltanto.
"Frequento con enorme piacere i locali dove ogni desiderio è possibile e praticabile. Le mie donne sono sempre con me".

Frequenta ma non consuma.
"Mi fermo un attimo prima".

Costringe ad approfondire.
"Stamane ho fatto all'amore. Terminato alle 12,15".

Ah!
"Con una donna, la mia donna. Ho avuto un figlio da un'altra".

Zeffirelli le ha dedicato un grande suo film: Storia di una capinera.
"Zeffirelli è amico di famiglia, nutro immenso affetto, è uno dei più grandi, più grandi, più grandi. Ero assessore alla cultura a Catania, dove quel film è stato girato. Ho fatto di tutto per agevolargli il lavoro".

Per riassumere: lei è un praticante della perdizione.
"Vivo dannatamente di contraddizioni".

S'è chiesto cosa ci faccia in Alleanza Nazionale?
"Bella domanda".

Misteri siculo-italiani



I manifesti sono apparsi in molti punti di Palermo e chiedono le dimissioni del presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, dopo la condanna a 5 anni con interdizione perpetua dai pubblici uffici per favoreggiamento e rivelazione di segreto. L'iniziativa, che nasce dalla società civile, si ispira alle parole del giudice Paolo Borsellino: "Vi sono, oltre ai giudizi dei giudici anche i giudizi politici, cioè le conseguenze che da certi fatti accertati trae o dovrebbe trarre il mondo politico"

Lui risponde: l governatore della Sicilia comunica all'Assemblea regionale che lascia il suo posto: "Scelgo la via dell'umiltà". Era stato condannato a 5 anni per aver favorito dei boss mafiosi. Pronto il decreto per mandarlo via di autorità da parte del governo.

Se questa frase è un'invenzione di Repubblica è una cosa. Se invece è un clamoroso lapsus freudiano, è un altra. Via dell'Umiltà, per chi non lo sapesse, è la sede di Forza Italia

Le fonti inesistenti



Questo, secondo me, è un brutto pezzo di giornalismo. Se un giornale pubblica la storia di un video su youtube, dovrebbe dire almeno con quali parole si può trovare il video sulla rete, altrimenti un sacco di gente si metterà a cercarlo cliccando parole come "fratellini, pedofilia, papà, ecc". Questo potrebbe mettere nei guai moltissime persone che, a torto o a ragione, quel video vorrebbe vederlo. Certamente già gira sui programmi peer to peer. Hai voglia a dire che no, non bisognerebbe guardare queste cose. Se un mezzo di comunicazione ne riporta l'esistenza è ovvio che la gente lo cercherà. Poi andatelo a spiegare alla Polizia Postale in caso di controllo perché avete cercato questi temi e/o accostamenti di parole. Non è un comportamento serio. L'articolo sembra scritto da qualcuno che ignora l'esistenza di internet. Eccolo:

da Repubblica.it
Su You tube il video choc dei quattro fratellini contesi


"Kramer contro Kramer" finisce su YouTube. Una separazione senza esclusioni di colpi, nei quartieri alti della capitale, a discapito di tre sorelline e un fratellino che si riprendono e denunciano di aver subito violenze sessuali. Il video finisce su Internet. La più grande ha 12 anni e il più piccolo 6. I quattro bambini davanti a una telecamera leggono alcuni fogli e raccontano di aver subito abusi da parte della madre e del suo fidanzato, poi accusano alcuni magistrati di non averli aiutati. In poche ore sul web è record di accessi.

Anche la procura acquisisce il filmato: le affermazioni dei quattro bambini non sembrano spontanee e a filmare potrebbe essere il padre con il quale vivono temporaneamente e che cerca rivalsa sulla ex compagna, madre dei bimbi, e una vendetta nei confronti dei magistrati che l'hanno già incriminato per maltrattamenti psicologici. Anche la madre è sotto processo per lo stesso reato. Ieri la donna ha presentato una denuncia: "Sono andata alla polizia postale per fare togliere il video. I miei bambini sono plagiati dal padre".

Il filmato è un pugno nello stomaco. I quatto fratellini, seduti nella loro cameretta, a casa, nel cuore di Roma, si tengono per mano. Subito dopo aver detto il proprio nome, la più grande annuncia "Questo è un caso di pedofilia..." e va avanti fino a presentare la sorella più piccola, che tiene in mano una decina di fogli: "Vi vogliamo mostrare i disegni di quando ero con mamma e il suo compagno mentre mi leccavano e questo non era piacevole". Dopo aver passato tutti i fogli davanti alla telecamera spiega il contenuto dei disegni: "Questa è mamma e il suo compagno (fa i nomi e i cognomi di entrambi, ndr) mentre fanno le cose schifose. Loro si filmano per poi vedersi sul computer".

La piccola ringrazia e torna a sedersi. Viene chiamato a parlare il maschietto, 9 anni: "Ci chiudevano sempre a chiave e noi piangevamo molto, c'era un uomo che filmava le cose schifose tra mamma e il suo compagno. Fanno delle cose molto brutte con delle maschere e a me fanno molto male. Questa storia va avanti da quando io andavo all'asilo.. Io sono stanco... Grazie". Così finisce la prima parte del video. Il secondo filmato è tutto contro i magistrati della procura e del tribunale dei minori di Roma "colpevoli" di aver "chiuso le orecchie e gli occhi". "Ci hanno ridotto come bambole.
L'unica cosa che vogliamo è rimanere qui (a casa del padre, ndr). Questa non è una denuncia ma un appello: abbiamo bisogno di aiuto".

Sugli abusi sessuali di cui parlano i quattro fratellini è già stata fatta chiarezza. Dopo quasi due anni di indagini la procura ha accertato che non erano veri. Gli stessi bambini avevano ammesso di averli inventati. Ma i magistrati avevano anche capito che dietro quelle bugie c'era una situazione familiare disastrosa. Uno dei minori aveva anche minacciato di buttarsi dalla finestra per le violenti liti tra i genitori. E in procura spiegano: "Sugli ex conviventi esistono tre procedimenti e un rinvio a giudizio per maltrattamenti psicologici nei confronti di minori. Il caso è da tempo all'attenzione del tribunale dei minori che il 28 febbraio deciderà sull'affidamento dei bambini chiesto dalla madre".

Mica vorremo...



...fare arrabbiare un possibile nuovo alleato? E alle Iene si allineano.

Sortino: "Lascio le Iene - Mediaset mi censura"
Ma dalla televisione fanno sapere: "Il servizio non era equilibrato"

Un fermo immagine dal servizio da Sky TG24ROMA - Il caso Mastella non ha soltanto effetti politici. Oltre alla crisi di governo provoca anche la rottura tra Alessandro Sortino, uno degli storici inviati delle Iene, e Mediaset. "L'azienda impedisce la messa in onda questa sera del mio servizio sul viaggio a Ceppaloni con il mio scambio con il figlio del ministro Mastella, Elio", denuncia Sortino che polemicamente annuncia: "Lascio le Iene". Il capoautore del programma di Italia1, Davide Parenti, aveva annunciato la messa in onda integrale del filmato, già al centro di polemiche nei giorni scorsi e in parte disponibile su internet.

"Sono stato diffamato dal figlio di un ministro e da un ministro - insiste Sortino - e la mia azienda non mi permette di dirlo. Non ci sono più le condizioni per fare le Iene, cioè la libertà e la leggerezza".

"Nel pezzo, giudicato equilibrato anche dai miei capi - aggiunge la "iena" - raccontavo con la mia telecamera quello che realmente è accaduto, con immagini in più rispetto a quelle riprese da Sky Tg24. Se fosse andato in onda, si sarebbe visto che non ho fatto alcuna illazione sul lavoro del figlio di Mastella. Sono arrivato quando si stava già sfogando con alcuni giornalisti della carta stampata. L'unica domanda che gli ho fatto riguardava il patrimonio immobiliare, la casa acquistata a prezzi di favore. Altre domande che si sentono nel filmato, peraltro legittime, sono state fatte dal giornalista di Sky".

Nel servizio era stata montata anche un'intervista realizzata subito dopo dalla 'iena' al ministro Mastella: "Gli ho chiesto la possibilità di fare uno scherzo con le arance che avevo portato, ma il ministro mi ha risposto che non era il caso. Quelle arance, Elio non le ha mai viste".

Diversa la ricostruzione dell'azienda, che fa sapere di aver ritenuto "non equilibrato" il servizio cassato. Fonti di Mediaset difendono comunque Sortino dall'accusa di essere un "raccomandatio" mossagli da Mastella jr. "E' un'ottima 'iena', che lavora per Mediaset da tanti anni, e certamente non è un raccomandato", fanno notare. Nel suo scambio con l'inviato del programma, documentato da un filmato che circola anche su internet, il figlio di Mastella aveva ricordato che Sortino è figlio di Sebastiano, ex direttore generale della Fieg e attuale commissario dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.
da Repubblica.it


A proposito il video è su questo Blog. Cercate Mastella

venerdì, gennaio 25, 2008

Mastella & bufale



L'editore del Nobel cileno ha dovuto fare un comunicato la "bufala" gira da anni sul web, Mastella ci è caduto - "Non è di Neruda quella poesia e lui non avrebbe gradito la citazione"
di FULVIO TOTARO

da repubblica.it

Non è di Pablo Neruda la poesia che Clemente Mastella ha letto ieri al Senato. Stefano Passigli, presidente della Passigli editori, che pubblica in Italia le opere del Nobel cileno, ha dovuto fare un comunicato. "Chi conosce la sua poesia - spiega Passigli - si accorge all'istante che quei versi banali e vagamente new-age non possono certo essere opera di uno dei più grandi poeti del Novecento".

"Meglio così: non credo che Pablo Neruda, che ha speso la vita per grandi ideali politici, sarebbe stato lusingato dal sentir citare una poesia davvero sua dalla voce di Clemente Mastella".

Analoga smentita è arrivata dalla Fondazione Pablo Neruda: "Quella poesia non è sua".

"Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine", diceva ieri il senatore dell'Udeur, ma non sapeva di essere caduto in una bufala che gira da anni su internet. Il testo della poesia è di Martha Medeiros, giornalista e scrittrice brasiliana nata nel 1961. Da anni passa come una catena di sant'Antonio dalle caselle di posta elettronica ai blog: una ricerca su Google produce quasi cinquantamila risultati per le parole Neruda e "muore lentamente", ma solo pochissimi siti segnalano l'errore: il 10 gennaio 2007, più di un anno fa, Lorenzo Masetti lo scriveva sul suo blog; un altro blog sul sito internet del Pais lo ha scritto l'8 luglio 2007.

Poche segnalazioni rispetto ai tantissimi siti che avevano diffuso questa "ode alla vita", come una poesia di Neruda, ma la lettura di Mastella ha svelato l'errore.

I romeni di Mastella


da left.it

Con l’ingresso di Bucarest nella Ue e la possibilità di votare per le comunali e le europee, sono spuntati molti partiti di ispirazione etnica. Guardano al centro, a destra e anche a sinistra. Ma, in prospettiva, il vero affare se l’è assicurato l’Udeur di Clemente Mastella
di Paolo Fantauzzi
Almeno a giudicare dalla frammentazione politica, si direbbe che l’integrazione della comunità romena in Italia è riuscita benissimo. Da quando Bucarest è entrata nella Ue, per i 500.000 neocomunitari presenti regolarmente sul territorio nazionale si sono aperte le porte del voto nei comuni di residenza. Ma contemporaneamente si sono scatenati gli appetiti di quanti hanno visto un ghiotto boccone in tanti potenziali nuovi elettori e sfruttando la rete dell’associazionismo e delle parrocchie cattoliche e ortodosse, infinitesimali partiti di ispirazione etnica sono spuntati in pochi mesi. Un processo che sembra attirare per lo più i lavoratori autonomi, in crescita soprattutto al Nord, i quali per le loro attività professionali sono maggiormente interessati ad avere diretti referenti politici negli enti locali. È tuttavia difficile stabilire il livello di effettiva rappresentatività di queste micro-formazioni, che sulla carta vantano tutte qualche migliaio di iscritti. Di rado superano un rigido localismo, si basano unicamente sulla capacità dei loro rappresentanti di fare breccia fra i connazionali e si limitano a presentare candidature nelle liste del partito alleato: tutti fattori che rischiano di farli assomigliare a mere consorterie di potere per la gestione di pacchetti di voti.

Il più recente è Europa progress, sorto nel 2003 come lista per il Consiglio dei stranieri del comune di Firenze e a novembre trasformatosi in soggetto politico sotto l’egida del Pd. A guidarlo, rispettivamente nel ruolo di segretaria e presidente, la titolare di una ditta di trasporti e un’infermiera, che a scanso di equivoci durante la presentazione hanno subito fatto sapere di condividere l’ordinanza contro i lavavetri del sindaco Dominici. Paradossale è invece il caso del Partito europeo dei romeni, che a dispetto del nome altisonante opera unicamente ad Alessandria. Il suo artefice, Gheorghe Raica, traduttore di tribunale soprannominato il “leghista romeno”, si è presentato alle elezioni comunali del capoluogo piemontese col Carroccio, che pure per i suoi connazionali ha invocato il ritorno ai permessi di soggiorno. Con un centinaio di preferenze è divenuto consigliere di circoscrizione e poi, in completa solitudine, ha fondato il partito, del quale si è fatto eleggere presidente.

Nella stessa comunità romena, però, non tutti concordano con questa proliferazione, come spiega Aurelia Mirita, presidente dell’associazione Fratia, che a Torino opera nel campo dell’integrazione e ha diversi progetti con gli enti locali: «In un momento in cui fra gli italiani c’è forte sfiducia verso la classe politica, fondare nuovi partiti non ha senso. Il vero riconoscimento per i romeni semmai è entrare in quelli già esistenti».
L’esperimento più significativo per capire le logiche che si muovono dietro quelli che vorrebbero essere dei laboratori di integrazione lo sta conducendo tuttavia il Partito di identità romena (Pir), denominazione che è valsa da più parti l’accusa di etnicismo e che peraltro stride con un orientamento dichiaratamente centrista. «Siamo consapevoli che è un nome forte, ma lo abbiamo scelto per attrarre quei rumeni che vogliono mantenere la loro identità nazionale», ammette senza troppi giri di parole la segretaria Geta Lupu. Deus ex machina dell’“operazione Pir”, primo in ordine di tempo a dare il via all’arcipelago di partiti romeni, è però il presidente, l’avvocato Giancarlo Germani. Coniugato sì con una romena, ma italianissimo.
Subito dopo la fondazione, Germani capisce che per contare qualcosa il Pir ha bisogno di un alleato. Ha contatti coi Verdi, l’Italia dei valori, gli autonomisti siciliani dell’Mpa di Raffaele Lombardo. Ma è con l’Udeur che la trattativa va in porto. Tramite l’ex sottosegretario alla Difesa Verzaschi, Germani arriva al ministro Mastella e il gioco è fatto: il Pir cerca un referente, l’Udeur visibilità e voti. Un do ut des senza tanto spazio all’idealità, mitigato appena dal richiamo comune al cristianesimo, trovato come comune riferimento per suggellare l’intesa, firmata da Germani e dallo stesso Guardasigilli.

In occasione delle amministrative del 2007 nasce così un’alleanza col Campanile, che Mastella non manca di presentare ufficialmente in una conferenza stampa alla Camera. E che non traballa nemmeno quando l’Udeur vira verso destra, come a Civitavecchia, dove appoggia un sindaco sostenuto anche da An. Ma il risultato delle otto candidature, da Genova a Verona a Latina, è deludente: in tutto meno di 200 voti.
Il vero traguardo sono però le europee del 2009. L’accordo è di cinque candidature nelle liste dell’Udeur, una per collegio. Un affare per il partito del Campanile, che potrebbe mettere le mani su una fetta consistente della comunità romena che avrà optato per il voto in Italia quasi a costo zero (per la campagna elettorale del Pir ha speso finora appena 5.000 euro). «Hanno grosse potenzialità e se si muovono bene possono rappresentare per noi un bel serbatoio elettorale», gongola il responsabile dell’organizzazione dell’Udeur, Angelo Picano. Certo, molto dipenderà dalla capacità del Pir di portare al voto i connazionali in Italia, che hanno già mostrato un evidente disinteresse per la politica a novembre, quando solo in 2.000 si sono recati al voto per l’elezione dei rappresentanti di Bucarest al parlamento di Strasburgo.

Un banco di prova per iniziare a convogliare sull’Udeur le preferenze della comunità saranno le amministrative della prossima primavera, che complessivamente riguarderanno oltre 10.000.000 di italiani. «L’Udeur per noi è un cavallo di Troia», dice con schiettezza Germani. «Noi gli portiamo voti che non avrebbero mai preso, loro ci consentono di costruire il partito che non avremmo mai avuto. Sono piccoli, non hanno pretese egemoniche e ci mettono a disposizione le loro sedi per riunirci». Convincendo gli esponenti di diverse associazioni romene a entrare nell’organizzazione, il Pir - che dovrebbe presentare una dozzina di candidati - è già riuscito ad assicurarsi 40 rappresentanti in tutta Italia. I settimanali Actualitate e Gazeta româneasc? (su quest’ultimo Germani ha perfino una rubrica giuridica in cui dispensa consigli legali ai lettori), stampati a Bucarest ma rivolti agli emigrati in Italia, gli danno ampio spazio. I partiti romeni gli strizzano l’occhio per ricevere indicazioni di voto in loro favore. E dopo la caccia alle streghe aizzata in seguito all’omicidio di Tor di Quinto anche la tv di Bucarest ha iniziato a occuparsene. Per miopia e tornaconto elettorale, così, anziché favorire l’integrazione, la classe politica italiana rischia di esporre larghi settori della più numerosa comunità straniera alle sirene del richiamo identitario. Per la gioia di quanti sono pronti a specularci sopra. E di tutta Ceppaloni.

Moratoria



da Left.it

Un anno senza Ferrara è possibile
Left lancia la campagna di autodifesa dall'offensiva integralista, misogina, antiabortista, militarista dell'insostenibile ateo devoto. Firma anche tu inviando
un'email a segreteria@avvenimentionline.it con oggetto:
UN ANNO SENZA FERRARA È POSSIBILE

È finita



Palazzo Chigi, tortelli ed Eurostar
La fine del prodismo 13 anni dopo
di MARCO BRACCONI da Repubblica.it

DIRE il prodismo è scattare istantanee. Accendere flash sulla vita politica del paese di oltre un decennio. Uno stile di governo, ma anche di uno stile di vita. Professori di Nomisma e tortellini. Viaggi in treno e colpi di fiducia. Mortadelle e privatizzazioni. Corse in bicicletta e reti di potere. Maglioncini demodè e coalizioni rissose. Tute da sci e monete uniche. Portici e grand commis. Bologna e Bruxelles. Banche amiche, pullman e feste popolari.

La stagione del prodismo comincia tredici anni fa. Quando Massimo D'Alema gli dice "Romano, noi ti affidiamo la nostra forza". Fatti i conti significa vittorie e sconfitte. A Palazzo Chigi due volte nella polvere, due volte sull'altar. E cinque anni a capo della Commissione europea. In simbiosi opposta e parallela con l'avversario di sempre: Silvio Berlusconi.

Silvio e Romano. Il binomio attorno al quale l'Italia gira da una vita. Uno in elicottero, l'altro sulla station wagon. Uno alle Bermuda, l'altro in agriturismo. E da un decennio, mentre uno cazzeggia, l'altro sussurra. E non vuol dire che non morda.

Il Professore con l'aria da chierico nasce gran burocrate, con Andreotti si trasforma in ministro e alla fine diventa politico. Politico e inventore di politica, perché l'Ulivo è farina del suo sacco. Il sogno di fare oggi quello che ad Aldo Moro impedirono di fare gli anni di piombo. Cattolici e comunisti, ormai ex, sotto lo stesso albero. Le due grandi chiese della vita pubblica italiana da portare al governo del paese.

Il Professore è cattolico, ma adulto, come disse ai tempi del referendum sulla legge 40. E la sua chiesa laica è Bologna. Bologna la grassa e la colta. La città del centro studi Nomisma e degli amici professori di sempre: Pecci, Onofri, Berselli. L'obiettivo lo coglie sotto i portici. La domenica, a braccetto con la moglie Flavia. Fisionomicamente, l'esatta altra metà di Veronica, la first lady di Macherio. Forse più simili di quanto si possa pensare.

Tutto il prodismo è un gioco di ossimori. Prodi il buono sorridente. Ma anche il sospettoso vendicativo. Prodi democristiano, eppure bipolarista convinto. Prodi di centro, Prodi di sinistra. E l'intera stagione di Romano è come la prima e la seconda Repubblica. Questa è cominciata da un pezzo, ma la prima non è mai morta.

Lo dice la storia delle sue sconfitte. Una volta abbattuto da Bertinotti. L'altra da Mastella. "Io sto fermo, non mi muovo...", lo canzonava Corrado Guzzanti in tv. Così gli altri gli girano intorno. Una volta alla destra, una volta alla sua sinistra. Bertinotti, e dieci anni dopo Mastella. Nemici che diventano amici. Amici che diventano nemici. D'Alema, e dieci anni dopo Veltroni.

In mezzo, c'è l'Italia nell'euro. L'abbraccio con Ciampi. E l'affetto del popolo della sinistra. Per metà amore disinteressato. Per l'altra paura del Cavaliere. Nelle istantanee del prodismo non entrano tutti e quattro i milioni delle primarie. La gente in fila per il partito democratico. Il suo sogno amerikano in salsa emiliana. Il sogno che mentre si realizza è in cima alla lista dei soliti sospetti. Un altro ossimoro. Forse l'ultimo. Capita a chi vive la sua stagione in simbiosi opposta e avversaria. Come in Highlander, alla fine ne resterà uno solo. Tra i due, Silvio Berlusconi.

giovedì, gennaio 24, 2008

Schifo III

Schifo II

Parlamento coprofilo





Molti vigliacchi che siedono immeritatamente sugli scranni del parlamento sono pronti a scatenare querele per molto poco. L'unica cosa è ricordare chi siano questi gaglioffi. Un riassuntino di quello che è il parlamento italiano che ormai da anni io non considero più mio.

16:17 Schifani, la scelta di Cusumano non cambia nulla
"La scelta di Cusumano non cambia nulla. Era scontato che votasse per il governo. I numeri ci sono tutti, per l'opposizione. Il problema vero è che ora è di fronte a tutti la vicenda di un'assunzione effettuata alla vigilia di un voto di fiducia del Senato" ha detto il presidente dei senatori di Forza Italia, Renato Schifani, riferendosi alla dichiarazione di voto del senatore dell'Udeur Nuccio Cusumano

16:14 Cusumano portato via in barella
Nuccio Cusumano, dopo essere stato colto da malore è stato portato via dall'Aula in barella. La seduta è ripresa e il vicecapogruppo del Pd, Luigi Zanda, ha chiesto al presidente Marini di prendere provvedimenti contro il capogruppo del Campanile Tommaso Barbato che ha aggredito il collega Cusumano. I senatori dell'Unione hanno applaudito a lungo

16:11 "Barbato ha sputato a Cusumano"
Non si è limitato all'improperio in Transatlantico, ma una volta entrato in aula Tommaso Barbato si è diretto verso il banco del collega di partito dell'Udeur, Nuccio Cusumano, e gli ha "sputato in faccia, cercando anche di colpirlo", facendogli con le mani il segno della pistola. Cusumano, sentitosi aggredito, "è svenuto" e quindi il presidente Marini ha sospeso la seduta dell'aula per alcuni minuti. A riferire ai giornalisti quanto accaduto nell'emiciclo è il senatore Sergio De Gregorio, leader del Movimento degli italiani all'estero

16:03 Malore di Cusumano il Aula per le urla di Barbato
Al termine del suo discorso nell'aula del Senato il senatore dell'Udeur Nuccio Cusumano si è sentito male. Il malore è arrivato dopo che il capogruppo del Campanile Barbato è entrato in Aula e andandogli incontro gli ha urlato in faccia "Pagliaccio, venduto". In aula intanto era scoppiato l'inferno con insulti - "cesso", "troia" e "frocio" - indirizzati a Cusumano. Il senatore è stato soccorso da colleghi e commessi, mentre il presidente Marini ha sospeso la seduta per cinque minuti. Cusumano, dopo essersi messo a piangere, si è sdraiato tra i banchi circondato dai colleghi, in attesa dell'arrivo del medico

16:00 Barbato si scaglia contro Cusumano: pezzo di merda
Al grido di "pezzo di merda" il senatore tommaso Barbato, capogruppo dell'Udeur a palazzo Madama, è corso in aula mentre dal video fuori dall'aula stava ascoltando la dichiarazione di voto di Nuccio Cusumano

15:56 Cusumano: "Scelgo per la fiducia a Prodi"
"Scelgo per il Paese, scelgo per la fiducia a Romano Prodi" ha detto Nuccio Cusumano chiudendo il suo intervento al Senato: Il clamore sucitato in Aula ha costretto Marini a sospendere la seduta. "Scelgo in solitudine, con la mia libertà, con la mia coerenza, senza prigionie politiche, ma con la prigionia delle mie idee" ha detto Cusumano, annunciando il suo sì alla fiducia all'esecutivo

Schifo



Marco Travaglio per “l’Unità”
L’altra sera, a Ballarò, è andato in onda un istruttivo scambio di vedute tra il direttore del Corriere Paolo Mieli e il giudice Piercamillo Davigo (che, per inciso, i magistrati dovrebbero nominare rappresentante unico della categoria a vita, visto che quando parla si fa capire e restituisce un po’ di credibilità a una casta togata in piena decadenza). Mieli, facendo un torto alla sua intelligenza, sosteneva che i magistrati, con le inchieste su politici e uomini delle istituzioni, disturbano la politica e mettono a rischio la stabilità delle istituzioni.

Davigo, con la consueta aria stupefatta di chi è costretto a ripristinare la logica in manicomio organizzato, obiettava che, se i politici e uomini delle istituzioni tengono comportamenti che potrebbero essere reati, i pm sono obbligati a indagare. Ma le ricadute politico-istituzionali delle inchieste non dipendono dalle inchieste: dipendono dai partiti e dalle istituzioni. I quali si guardano bene dal rimuovere i personaggi chiacchierati, di dubbia moralità, anzi non cacciano neppure gli inquisiti e i condannati: insomma, dice Davigo, «li lasciano al loro posto finché non andiamo a prenderli noi».
Nel qual caso, è ovvio, le ricadute politiche delle indagini sono devastanti: se, viceversa, quando arrivano i giudici o i carabinieri, il politico inquisito fosse già stato prepensionato, la giustizia processerebbe un “ex” e le conseguenze sul sistema sarebbero pari a zero.

L’altro ieri Barack Obama e Hillary Clinton si sono accapigliati in tv lanciandosi accuse pesantissime (per gli standard etici degli Usa). Hillary: «Zitto tu che hai difeso un indagato». Obama: «Zitta tu che eri avvocato di una multinazionale». In Italia, a nessuno verrebbe in mente di rinfacciare a un avversario politico di aver difeso una multinazionale, né tantomeno di aver protetto un indagato, anche perché di solito l’avversario politico è lui stesso indagato (nei casi meno gravi) o condannato (nei casi normali). E, dopo la condanna, c’è pure il caso che festeggi perché poteva andargli peggio. Quando Previti fu condannato “solo” a 5 anni per le mazzette a Squillante, ma non per la Sme, si abbandonò a sfrenati baccanali insieme a tutta la Casa circondariale delle Libertà.

Ora Cuffaro brinda e s’ingozza di cannoli perché l’han condannato “solo” a 5 anni per favoreggiamento dei mafiosi, ma non della mafia tutta intera. E Mastella cita, a testimone del fatto che è un perseguitato politico, l’autorevole Andreotti, giudicato colpevole di associazione a delinquere con la mafia fino al 1980, ma salvo per prescrizione: «Andreotti dice che il mio caso è più grave del suo» (evidentemente Andreotti, per giudicare un’ indagine per concussione e abuso a carico di Mastella più grave del suo processo per associazione mafiosa, sa di Mastella qualcosa che noi ancora non sappiamo). E del resto, quando Mastella si difende col «così fan tutti» di craxian-berlusconiana memoria, confessa che sono i politici a mettersi in balìa della magistratura: perché, se così fan tutti, per i magistrati è facilissimo scoprirne qualcuno. Come pescare nella vasca delle trote.
Sempre a Ballarò, Mieli ha pensato di mettere in difficoltà Davigo citando il famoso invito a comparire per corruzione della Guardia di finanza spiccato contro Berlusconi il 21 novembre ’94, durante un vertice contro la criminalità. Floris, tanto per cambiare, non ha dato a Davigo il diritto di replica. Ma l’episodio non smentisce, anzi rafforza la tesi di Davigo. Berlusconi era ed è titolare della Fininvest, che era solita corrompere la Guardia di finanza durante le verifiche fiscali (al processo il Cainano è stato assolto per «insufficienza probatoria», ma i suoi manager corruttori e i finanzieri corrotti sono stati condannati).

Uno così, se non vuole rischiare un’inchiesta per corruzione della Finanza e di mettere a repentaglio il governo che presiede, deve evitare che i suoi manager corrompano la Finanza, o evitare di presiedere il governo: altrimenti, prima o poi, c’è il rischio che lo scoprano e che il governo ne sia travolto.

Ma non per colpa dell’indagine, bensì di chi corrompe la Finanza. Si dirà: ma lui è entrato in politica precisamente per impedire che emergessero i misfatti suoi e delle sue aziende. Esattamente come Mastella sperava di farsi amici i magistrati (e in parte ci era pure riuscito) perché chiudessero un occhio, anzi due, sui problemi suoi e della sua famiglia. Verissimo: ma che c’entrano allora i magistrati? Lo sanno anche i bambini che leggono Fedro: «superior stabat lupus», non agnus. E nemmeno Clemens o Silvius.

Tenemus Familiam



Andrea Giacobino per “Finanza & Mercati”

Per il secondo anno consecutivo Barbara, Eleonora e Luigi Berlusconi, figli di Veronica Lario, rimangono a bocca asciutta. Mentre Marina Elvira Berlusconi ha appena incassato 16 milioni di dividendi (e presumibilmente Pier Silvio avrà fatto lo stesso) i buoni risultati della Fininvest non si riflettono in soddisfazioni economiche per i tre più piccoli dei figli dell'ex presidente del Consiglio.

Infatti il bilancio appena depositato della loro cassaforte, la Holding Italiana Quattordicesima che controlla il 21,41% del Biscione, si è chiuso al 30 settembre dello scorso anno con un risultato netto migliorato a 49,6 milioni - dopo aver accantonato al fondo imposte 1,6 milioni - dai 44,1 dell'esercizio precedente.

Ma l'assemblea dei soci, riunitasi lo scorso 28 dicembre, ha deciso di accantonare l'intero profitto alla riserva straordinaria avendo la riserva legale già raggiunto un quinto del capitale. Già nel precedente esercizio i «Berluschini» avevano visto l'intero utile netto destinato alla stessa posta bilancistica: tanto che oggi, a fronte di un patrimonio netto di 151 milioni (101 lo scorso esercizio), la voce della riserva straordinaria influisce per 76,4 milioni.

Il capitale sociale di 1.040 milioni della Holding Italiana Quattordicesima è ripartito tra Barbara, Eleonora e Luigi con 325.867 euro cadauno oltre a 62.400 euro di azioni proprie. Il consiglio di amministrazione, presieduto da quel Salvatore Sciascia, ex direttore dei servizi finanziari Fininvest, già coinvolto in inchieste giudiziarie, è stato interamente rinnovato con l'ultima assemblea ed è composto da Giuseppe Spinelli e dai tre figli di Veronica.
Foto da 'Gente'
A livello patrimoniale la valorizzazione della quota Fininvest è rimasta immutata a 39,2 milioni; così come le azioni proprie (14,4 milioni). Salgono invece le disponibilità liquide da 46,1 a 96,8 milioni e si scopre che il saldo risulta depositato in un conto corrente in essere presso il Monte dei Paschi di Siena, banca «rossa» per eccellenza.
Sempre a livello patrimoniale la quota di patrimonio netto distribuibile ai soci è pari a ben 84,5 milioni.

La relazione sulla gestione spiega che «il positivo risultato economico conseguito risulta essersi incrementato rispetto a quello del precedente periodo in quanto la società ha potuto beneficiare del maggior dividendi distribuito dalla partecipata Fininvest».

Nel conto economico, infatti, i dividendi delle partecipazioni sono saliti da 44,5 a 49 milioni: al 30 giugno del 2007 Fininvest ha evidenziato un utile netto di 220,1 milioni. La Holding Italiana Quattordicesima ha recentemente modificato lo statuto sociale includendo «la possibilità di prestare finanziamenti non solo a società finanziarie, ma anche a quelle operative, con particolare riferimento a società immobiliari».

Una volta ogni tanto...



da Corriere.it

CHIESTO ALLA CONSULTA ANCHE UN PARERE SULLA COSTITUZIONALITA' DELLA LEGGE 40
Tar Lazio: legittima diagnosi preimpianto
Il Tribunale ha accolto il ricorso di un gruppo di associazioni. «ScienzaVita»: «Stupore e perplessità»

ROMA - Il Tar del Lazio ha accolto il ricorso di un gruppo di associazioni, fra le quali Madre Provetta, Amica Cicogna e Warm, annullando per eccesso di potere le linee guida sulla fecondazione medicalmente assistita, la legge 40. In particolare la parte contestata riguarda il divieto di diagnosi preimpianto agli embrioni contenuto nelle linee guida. Lo ha annunciato l'avvocato Gianni Baldini in rappresentanza dell'associazione Madre Provetta. Il tribunale amministrativo ha anche chiesto alla Consulta di pronunciarsi sulla costituzionalità della legge 40.
«SUBITO NUOVE NORME» - «Ora subito nuove norme, una riscrittura della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita e nuove linee guida»: Monica Soldano, presidente dell'associazione Madre Provetta esulta alla notizia dell'accoglimento da parte della terza sezione quater del Tar del Lazio del suo ricorso, assieme a quello dell'associazione Warm e di Amica Cicogna, che blocca per eccesso di potere il divieto alla diagnosi preimpianto. «Il Tar e le sentenza degli altri tribunali hanno riconosciuto che la legge imponeva norme che non lasciavano alcuno spazio di autonomia al medico. Le legge va riscritta - ha detto Soldano - sulla base delle conoscenze medico scientifiche conclamate». Per Soldano è necessario intervenire il prima possibile con nuovo norme anche per evitare ulteriori difficoltà alle coppie e ai medici che operano nei centri di fecondazione assistita.

I MOTIVI DELLA DECISIONE - La sentenza nulla le Linee guida contenute nel decreto ministeriale del 21 luglio 2004, nella parte che riguarda le misure di tutela dell'embrione laddove si statuisce che ogni indagine relativa allo stato di salute degli embrioni creati in vitro, ai sensi dell'articolo 13 (comma 5), dovrá essere di tipo osservazionale». In pratica boccia il divieto di diagnosi preimpianto e la predeterminazione del numero degli embrioni da ottenere e poi da impiantare in utero, non più di tre. In aggiunta, il Tar del Lazio solleva la questione di legittimitá costituzionale dell'articolo 14 (commi 2 e 3), della legge 40 del 19 febbraio 2004, per contrasto con gli articoli 3 e 32 della Costituzione. Rinviando alla Consulta. il problema. «Ritenevamo - spiega Soldano - e il Tar ci dà ragione, che le linee guida varate dal precedente governo contenessero un eccesso di potere: non possono essere più restrittive della legge stessa, devono solo chiarirne gli aspetti ai medicì. Rientrano in questo "eccesso di potere" l'obbligo di trasferire gli embrioni prodotti senza lasciare autonomia decisionale a medico e paziente, e soprattutto, l'aver cancellato la diagnosi genetica preimpianto, introducendo la diagnosi osservazionale che è una cosa completamente diversa, e questo malgrado - fa notare Soldano - la legge 40 non vieti esplicitamente la diagnosi genetica.
Una decisione, quella del Tar, che di fatto rende traballante l'intera legge 40, proprio mentre il ministro della Salute Livia Turco ha già sul suo tavolo pronte le nuove, annunciate linee guida, che avrebbe entro pochi giorni presentato al premier Prodi se la crisi politica non avesse congelato ogni decisione. «A questo punto - spiega Soldano - la Turco dovrà rivedere le linee guida già pronte anche tenendo conto della sentenza del Tar. Sentenza di cui noi siamo molto soddisfatti, ma che dimostra ancora una volta la sconfitta della politica, che anche su questo tema ha rinunciato a decidere lasciando sole le associazioni ad assolvere a un ruolo fondamentale».

SCIENZA&VITA: «NESSUN OK A DIAGNOSI PRE-IMPIANTO» - «Stupore e ponderata perplessità» da parte dell’associazione Scienza & Vita sulle interpretazioni date alla sentenza del Tar del Lazio che interviene sulle linee guida della legge 40. «L’esclusione da parte del Tar del Lazio della cosiddetta diagnosi di tipo osservazionale sull’embrione (assolutamente non invasiva) - precisa l’Associazione - aprirebbe la porta, secondo i sostenitori del ricorso, alla diagnosi genetica preimpianto che, come la letteratura scientifica ampiamente documenta, è essa stessa causa di gravi danni per l’embrione. Va comunque detto che proprio per queste ragioni nella sentenza del Tar non c’è traccia alcuna di un via libera alla diagnosi preimpianto». «La diagnosi genetica preimpianto - precisa ancora Scienza & Vita in una nota - a sua volta finisce con il legittimare la selezione a scopi eugenetici degli embrioni che è espressamente vietata dalla stessa legge 40. Di qui un corto circuito che il legislatore non può consentire». Questo il giudizio di Scienza & Vita che individua in questa sentenza una sorta di «strategia giudiziaria a sostegno di quei settori politici e associativi che sin dal primo momento non hanno accettato la difesa del concepito come soggetto titolare di diritti e il bilanciamento delle tutele fra la madre e il concepito, principi di straordinaria civiltà». «A questo punto - conclude Scienza & Vita - è comunque impensabile che il ministro della Salute possa emanare le nuove Linee guida della legge 40 senza attendere il pronunciamento della Corte Costituzionale, come è espressamente richiesto dal Tar del Lazio».

PRESTIGIACOMO: «PRONUNCIA PREVEDIBILE» - «Un fatto positivo, molto serio e prevedibile che ora pone un serio problema di costituzionalità della legge 40». Questo il commento di Stefania Prestigiacomo, deputata di Forza Italia ed ex ministro delle Pari opportunità nel governo Berlusconi, a proposito della pronuncia del Tar del Lazio che annulla le linee guida della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. «Ritengo- spiega Prestigiacomo- che occorra al più presto mettere mano alla legge sulla fecondazione, perchè i tanti ricorsi dimostrano la sua palese incostituzionalità».

BERTOLINI (FI): «BASTA CON SENTENZE POLITICHE CONTRO LEGGE 40» - «Le leggi si cambiano in parlamento e non nelle aule giudiziarie. Basta con le sentenze politiche che tentano di demolire in tutti i modi la legge 40». È quanto afferma la vicepresidente dei deputati di Forza Italia, Isabella Bertolini commentando la bocciatura, da parte del Tribunale amministrativo del Lazio, delle linee guida della legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita e il rinvio del giudizio sulla questione alla Corte Costituzionale. «Dopo quelle di Cagliari e Firenze -afferma- la decisione del Tar del Lazio è l'ennesimo pronunciamento di un tribunale italiano in contrasto con una legge approvata dai rappresentanti del popolo e dal popolo ratificata con un referendum, peraltro con una maggioranza schiacciante. La magistratura invece di limitarsi ad applicare le leggi, non perde occasione per opporsi e sovrapporsi alle decisioni dei rappresentanti del popolo». «Noi -conclude Bertolini- siamo e continuiamo ad essere contrari ad un'indesiderata deriva eugenetica che permetta e consideri lecita un'aberrante selezione artificiale di embrioni. Eventuali modifiche della normativa non potranno non tenere conto di questo principio fondamentale».

Mai più senza



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C'è vita su Marte?

.... forse un po' il sabato sera

È una collinetta? Un semplice gioco di ombre? O veramente si tratta di qualche strana creatura marziana? Probabilmente non è il famoso omino verde quello scovato sulle alture del pianeta rosso ma un'insolita roccia. Tuttavia, le immagini catturate a fine del 2007 dalla sonda spaziale Spirit, e riprese ora da vari siti, hanno acceso un vivace dibattito in rete e messo in agitazione diversi blogger.

IMMAGINI - Bluff o clamorosa scoperta? Questi i fatti: si tratta di alcune affascinanti foto panoramiche scattate appunto da uno dei due robot della Nasa in missione sulla superficie marziana nell'ambito dell'operazione Mars Explorer. Nonostante le tempeste di sabbia che imperversano, sono ancora in attività le due rover robotizzate Spirit e Opportunity che dal 2004 hanno continuato a marciare sul suolo mandando immagini a 360 gradi e dati sulla conformazione del pianeta. Proprio uno di questi paesaggi è finito sotto la lente d'ingrandimento degli appassionati di astronomia. Dalle colline si intravede, infatti, un misterioso omino, apparentemente di colore verde che passeggia indisturbato. Anche i londinesi Daily Mail e Times si domandano a questo punto - un po'ironicamente - se effettivamente la sonda abbia scoperto finalmente la vita su Marte. Per il Daily Mail ha tutta l'aria di essere «una figura femminile che distende un braccio»; per il Times è «Bin Laden che si nasconde a 300 milioni di miglia di distanza dalla Terra».






La notizia è naturalmente tra le più commentate: per molti si tratta semplicemente di un effetto ottico basato su luci e ombre - un po' come fu per l'oramai celebre «volto» scovato sulla superficie di Marte. La foto è autentica secondo The Register - scattata appunto su Marte (in una lunga esposizione durata dal 6 al 9 novembre 2007, come dice espressamente la foto pubblicata sul sito della Nasa, l'ente spaziale americano afferma che la foto è in colori leggermente falsati in modo di aumentare i contrasti dell'immagine). E sarebbe stato un lungo e minuzioso esame, pixel dopo pixel, di vari astronomi amatoriali, a portare ora alla luce l'intrigante sagoma.


MISSIONE - Nessun commento è arrivato dall'agenzia statunitense. Per gli scienziati della Nasa la sonda Spirit ha effettivamente trovato alterazioni sulle rocce che dimostrerebbero ancora una volta che sul pianeta rosso c'era acqua. Secondo le prove raccolte in questi anni l'acqua potrebbe avere interagito e cambiato la composizione di queste rocce. Agli antipodi del pianeta rosso, Opportunity, aveva già individuato prove evidenti di un ambiente un tempo umido. Già i primi robot, Viking 1 e Viking 2, atterrati su Marte nel 1976, cercarono indizi della presenza di forme di vita elementari, ma senza successo. A ogni modo il presunto «alieno» genera curiosità, se non addirittura ilarità, ma quanto meno ci porta a domandarci nuovamente se siamo gli unici nell'universo?

Elmar Burchia da Corriere.it

mercoledì, gennaio 23, 2008

Voglio proprio vedere....



16:18 di mercoledì 23 gennaio

Udeur: "Su di noi ignobili pressioni e concussioni politiche"
Il Campanile contro Berlusconi e il suo annuncio "entro stasera Udeur sarà nella Cdl". In una nota dell'ufficio stampa dell'Udeur si legge di "ignobili tentativi di fare incursione nel nostro partito e le concussioni politiche di alcuni che stiamo registrando e che respingiamo con sdegno. Siamo ai limiti della vita democratica e nei prossimi giorni ne daremo conto dettagliando tutti gli aspetti con i quali si è tentata la persecuzione e l'eliminazione politica dei Popolari-Udeur".

martedì, gennaio 22, 2008

'O ministro due?




Perché il primo era Bassolino in Campania


Fanghi tossici in mare
di Marco Travaglio
Stoccare i sedimenti inquinanti in casse marine. Lo prevede un decreto del ministro Pecoraro Scanio. Che alza anche i limiti consentiti per le sostanze pericolose

La soglia dei veleniI canali di VeneziaChe idea: creare decine di discariche a cielo aperto con vista mare, anzi sul mare. E riempirle di fanghi industriali, liquami tossici e veleni vari dragati dalle aree industriali e portuali più devastate d'Italia. Con quantitativi di metalli, pcb e idrocarburi contaminati anche 100 mila volte superiori ai limiti europei che rischiano di inquinare ancor di più i nostri mari. È tutto scritto in un 'Decreto del Ministro dell'Ambiente e della Tutela del territorio e del mare', che paradossalmente è il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, approvato in dicembre dalla Conferenza Stato-Regioni e in attesa del parere del Consiglio di Stato prima di entrare in vigore.

Un decreto che sta mettendo in allarme gli esperti di molte regioni, le associazioni ambientaliste a partire da Legambiente, nonché alcuni tecnici del ministero che hanno avvertito il governo dei pericoli contenuti nel provvedimento. Finora, invano. Il decreto "disciplina le operazioni di dragaggio nei siti di bonifica di interesse nazionale". Una danza macabra di tecnicismi, cifre, rimandi a leggi, regolamenti, codicilli da perderci la testa. Cerchiamo di districarci con l'aiuto di una tabella.

In Italia la gestione dei sedimenti portuali non è mai stata risolta una volta per tutte. Ogni anno si dragano milioni di metri cubi di materiali sott'acqua per garantire l'operatività dei porti. Dopodiché non si sa che fare dei fanghi, spesso altamente inquinati e inquinanti. Il problema è particolarmente drammatico nei 50 siti classificati "di interesse nazionale", dove i sedimenti marini sono troppo contaminati e necessitano di speciali cautele. Tra i più a rischio, quelli di Bagnoli, Priolo, Gela, Livorno, Piombino, Mestre. Decine di bombe ecologiche a orologeria. È per disinnescarle che nasce, con molto ritardo, il decreto del governo. Che però, secondo molti esperti, non rispetta le linee guida emesse dagli istituti tecnici e dallo stesso ministero: il 'Quaderno Icram'(Istituto centrale ricerca applicata al mare) del 2002 e il 'Manuale Ministero-Icram-Apat' (Agenzia protezione ambiente e servizi tecnici) del 2007, adottati come base per ogni futura legge da una recente risoluzione della commissione Ambiente della Camera.


In pratica il decreto fa di tutt'erba, anzi erbaccia, un fascio. In un'unica soluzione, prevede lo stoccaggio di tutti i sedimenti contaminati in grandi 'casse di colmata' sul mare: grandi vasche costiere protette da sbarramenti, impermeabilizzate da teli di plastica e destinate a diventare in futuro suoli utilizzabili per scopi portuali. Di fatto, discariche marine a cielo aperto. Oggi possono ospitare materiali con basse concentrazioni inquinanti, come quelle fissate dal 'protocollo di Venezia' del 1993 per la gestione dei sedimenti dragati dai canali della Laguna. Il protocollo prevede diversi utilizzi dei fanghi a seconda del grado di contaminazione: se i valori sono tollerabili, possono essere travasati nelle vasche a contatto col mare; se superano i massimi consentiti, vanno prima trattati per ridurne la pericolosità e poi collocati in siti lontani da mare. Altri limiti fissa la legge sulle bonifiche dei suoli industriali e urbani (decreto n. 152/2006). E finora nelle 'casse di colmata' finivano fanghi al di sotto dei valori di contaminazione per i suoli industriali (addirittura ridotti del 10 per cento per cautela).

Il ministro Alfonso Pecoraro ScanioChe cosa cambia col nuovo decreto? Si innalzano i valori-limite di centinaia di volte, con rischi altissimi per l'ambiente. Le discariche marine, infatti, non sono affatto sicure: il pericolo di versamenti o sgocciolamenti di percolato è sempre in agguato. I dati confrontati in tabella sono emblematici. Due esempi. Secondo il decreto 152/2006 le casse di colmata potevano ospitare non più di 4,5 milligrammi di mercurio per chilogrammo; col decreto, fino a 1000 (oltre 200 volte di più). Peggio ancora per i pesticidi, il cui livello massimo passerebbe da 0,1 a 10.000 mg/kg (100 mila volte di più). Tant'è che, al ministero, qualcuno si domanda che senso abbia dragare, trasportare e riversare quei fanghi dai fondali alle vasche senza prima trattarli per renderli innocui, aumentando il rischio di dispersione di sostanze cancerogene (secondo l'Airc, Agenzia internazionale ricerca sul cancro) nell'ecosistema marino: cioè ai pesci e quindi alle nostre tavole. Tanto varrebbe lasciarli dove sono.

Ruini & Travaglio


APPELLO DI TRAVAGLIO: BISOGNA SALVARE IL PAPA DAGLI INTRIGHI DI RUINI, CHE DOMENICA ALL’ANGELUS GLI HA FATTO TROVARE SOTTO IL BALCONE UNA COLLEZIONE DI SUPPORTER DAVVERO IMBARAZZANTE…


Marco Travaglio per “l’Unità”

La grande adunata di piazza San Pietro dimostra un fatto ormai incontrovertibile: bisogna salvare papa Ratzinger dagli intrighi del cardinal Ruini, che gli ha fatto trovare sotto il balcone una collezione di supporter davvero imbarazzante. Eugenio Scalfari insinua che Ruini appartenga alla schiera degli atei devoti, cioè a quella bizzarra setta di miscredenti che se ne infischiano del Padreterno, ma in compenso sono molto affezionati alle sottane cardinalizie e pretesche.

Noi non arriviamo a tanto, ma se in questi anni il Cardinal Vicario avesse annunciato la resurrezione di Gesù - che poi è il fondamento della fede cristiana - con lo stesso vigore e la stessa verbosità con cui ha battuto cassa per l’8 per mille, ha predicato la castità ai gay, ha fatto campagna elettorale nel referendum sull’eterologa e s’è scagliato contro le coppie di fatto, probabilmente le chiese, i conventi e i seminari sarebbero un po’ più pieni, o meno vuoti.

Pare quasi che, dei dieci comandamenti, ne siano rimasti in vigore solo un paio: il VI (non fornicare) e il IX (non desiderare la donna d’altri). Altri, a cominciare dal VII (non rubare) e dall’VIII (non dire falsa testimonianza, cioè non mentire), sono stati depenalizzati, o sono caduti in prescrizione. Altrimenti alcuni noti bugiardi e profittatori del denaro pubblico che si spellavano le mani all’Angelus avrebbero avuto qualche problema a mostrarsi in pubblico, col rischio di sentir parlare di corda in casa dell’ impiccato.

E dire che, meno di un anno fa, papa Ratzinger lanciò un anatema capace di incenerire, se solo qualcuno l’avesse ripreso col dovuto rilievo, mezzo Parlamento: «Può stare nel luogo santo chi ha mani innocenti e cuore puro: mani innocenti sono mani che non vengono usate per atti di violenza, sono mani che non sono sporcate con la corruzione e con tangenti. È puro un cuore che non si macchia con menzogna e ipocrisia, un cuore che rimane trasparente come acqua sorgiva perché non conosce doppiezza» (1 aprile 2007). Roba che, a ripeterla domenica, avrebbe trasformato in statue di sale un bel po’ di politici plaudenti.
Totò Cuffaro, indaffarato fra veglie di preghiera e distribuzione di cannoli ex voto, e vilmente aggredito da maestri di morale come Miccichè e Dell’Utri, non c’era: a Palermo, di questi tempi, non puoi distrarti un attimo. Ma lo sostituivano degnamente il senatore a vita Giulio Andreotti, che dell’VIII comandamento è un esperto mondiale (mentì al tribunale di Palermo una trentina di volte); e il presidente Udc Piercasinando, accompagnato dalle sue numerose famiglie e reduce da un’indimenticabile vacanza a Cortina (dov’è stato multato sulle piste innevate perché sciava con lo skipass della figlioletta Benedetta per risparmiare qualche euro, a riprova delle ristrettezze in cui versano le famiglie italiane col governo di centrosinistra).

C’era anche Clemente Mastella, che com’è noto è molto religioso: infatti nel 2000 presenziò come testimone dello sposo (l’altro era Vasa Vasa) alle nozze di Francesco Campanella, il mafioso di Villabate che si divideva tra la cosca e la carica di segretario nazionale dei giovani dell’Udeur. Non risulta che la cosa abbia mai suscitato le ire della Santa Sede, forse perché quel matrimonio avvenne tra un uomo e una donna davanti all’altare, secondo i dettami di Santa Romana Chiesa, e poco importa se l’uomo era un mafioso.

Mastella dunque, insciarpato in una stola color porpora sfilata a chissà quale cardinale, applaudiva le parole del Santo Padre («una grande lezione di laicità») e intanto lacrimava per l’assenza della sua signora Sandra, momentaneamente trattenuta agli arresti domiciliari. L’ex ministro di Indulto e Giustizia, dall’alto dei suoi sette capi d’imputazione, era giunto sul posto accompagnato da un giornalista del Corriere della sera, e per tutti il percorso aveva intonato salmi e cantici spirituali di Fred Bongusto, ascoltando Radio Kiss Kiss (che per lui è meglio di Radio Maria), recitando orazioni del tipo: «Quello stronzo delle Iene… quel farabutto del procuratore» e ricevendo telefonate di galantuomini del calibro di Corrado Ferlaino.

Tutt’intorno, maestri della fede come Fabrizio Cicchitto, che per motivi di opportunità aveva lasciato a casa il cappuccio nero della P2; il giornalista-dandy Carlo Rossella, già comunista cossuttiano; e Mario Borghezio, in rappresentanza del sincretismo celtico-cristiano, purtroppo sprovvisto della fiaccola con cui è solito incendiare i giacigli degli extracomunitari. Oremus.

Che lo facciano i so-called fascisti...



Scrive Repubblica: Un centinaio di giovani della Fiamma Tricolore hanno danneggiato la "bolla" trasparente del Grande Fratello a Ponte Milvio, a Roma. Secondo quanto riferito da carabinieri e polizia, gli attivisti hanno lanciato fumogeni, diffuso volantini e issato uno striscione con la scritta: "La casa non è un gioco" e rivendicando il mutuo sociale ei problemi legati all'emergenza abitativa di Roma. I militanti del movimento di estrema destra sono poi scappati e nessuno è stato identificato.

Ovviamente a sinistra tutti a stracciarsi le vesti (anche se il GF lo produce Berlusconi). Peccato però che qualche anno fa era proprio da quelle parte politiche che si protestava. Altra domanda che mi pongo è questa. Come osano dare il permesso di costruzione a una bruttura del genere (la bolla dei pesci rossi) nel cuore storico della capitale a Ponte Milvio? Ma chi siete per fare una cosa del genere?

lunedì, gennaio 21, 2008

Come in un film dei Vanzina



- ELIMINARE I "MASTELLISMI" E NON I GIUDICI
Marco Vitale per il Sole 24 Ore

La tragicommedia del " mastellismo" proprio nel suo essere, allo stesso tempo, commedia e tragedia è un autentico dramma. Metto nella componente commedia la signora Mastella la quale dichiara che il presunto attacco orchestrato da ignoti, attraverso la magistratura, sarebbe da ricondurre alla loro strenua difesa dei valori cattolici. Come i primi martiri cristiani.

Metto nella commedia anche il fatto che un tutto calcolato, banale anche se pervasivo fatto di sottogoverno sia spunto per discorsi alati, roboanti e romantico-sentimentali sulla minaccia alla democrazia, alla Patria in pericolo, con un linguaggio da cattivi liceali di una volta. Metto nella commedia la finta sorpresa dei più di fronte allo svelarsi di diffuse pratiche da tutti conosciute e che sono prassi quotidiana, diffusa e dominante certamente in Campania ma non solo.

Metto nella commedia, anzi nella comica, Lamberto Dini che, approfittando della disavventura del collega, vi aggancia la vicenda della moglie, una storia antica di mismanagement imprenditoriale, di quando la signora non era ancora la signora Dini, e dichiara: «È un fatto sconvolgente, i magistrati se la prendono con le nostre mogli».

Rientra nella commedia il ministro Mastella che, novello Edoardo VIII, pronuncia frasi destinate ad entrare nella storia quali: «Tra l'amore e il potere, scelgo il primo ». Metto nella commedia Mastella che spiega che le pressioni per le nomine ai vertici dell'ospedale locale di persone di sua fiducia furono esercitate per assicurarsi che in tali posizioni venissero poste persone di qualità che potessero ben curarlo in caso di malattia.

Decisamente i fattori di commedia e di comica sono numericamente prevalenti. Ma i fattori di tragedia non mancano e, pur numericamente più esigui, sono terribilmente pesanti. Metto nella tragedia lo spettacolo di un ministro della Giustizia che scaglia in Parlamento contro la magistratura (non contro il magistrato accusato di essere il picciotto-killer assoldato da ignoti mandanti) una invettiva di violenza inaudita, tale da surclassare il miglior Berlusconi, e che riceve aperta e rumorosa solidarietà in Parlamento da tutto, o quasi, l'arco costituzionale.

Metto nella tragedia l'urlo doloroso lanciato in Parlamento che «la politica si deve difendere dalla magistratura», come se questa magistratura, nei suoi aspetti più de-teriori, non fosse il frutto amaro di questa politica disgustosa. Metto nella tragedia il fatto che la maggior parte degli italiani (compreso chi scrive) ritiene verosimile che l'azione del magistrato contro il mastellismo possa essere stata sollecitata da fazioni avversarie o da antipatie personali. E questa convinzione, fondata o infondata che sia, per il solo fatto di esistere, rappresenta il punto più alto della tragedia.

Luigi Einaudi, tra la fine del 1942 e la primavera del 1943, scrisse un memorandum per fissare i punti chiave della futura ricostruzione. Al primo punto non mise un tema economico o finanziario, ma la ricostituzione di uno stato di diritto: «Volendo riassumere in una parola i metodi da seguire si può affermare che il rimedio ottimo e massimo, quello da cui tutto il resto dipende, senza il quale nulla si può fare, è il ristabilimento dell'impero della legge».

Forse è proprio da qui che dobbiamo ricominciare per la nuova ricostruzione. Ma poiché il teatro sia nella componente della tragedia che in quella della commedia (comprendo qui anche la comica) ha sempre avuto una funzione didattica, vediamo se si possa trarre qualche insegnamento da questa pièce che sembra scritta a quattro mani da Plauto e da Shakespeare.

Il primo insegnamento è che quello che deve cambiare è il modo di intendere e di fare politica. Non voglio entrare nelle implicazioni penali che non mi interessano. Ma sinché per politica si intende esclusivamente la conquista di voti per poter occupare il territorio e gestire affari, cariche, fonti di lavoro e di guadagno per sé e per i propri amici è inevitabile che la magistratura (ultima speranza) cerchi,in un modo o nell'altro,di frenare queste forme di appropriazione. Non a questo e non solo a questo serve la politica.

Vanno, perciò, eliminati i "mastellismi" e non i giudici. Ed in primo luogo occorre una legge elettorale che assorba ed elimini questi partitini tribal-familisti che non hanno altra ragione di esistere se non quella di occupare posizioni di potere e di affari. Chiunque parla di queste cose senza impegnarsi ad una seria riforma elettorale è un semplice imbroglione. Ma non basta. Bisogna ripensare il concetto di politica. Dunque bisogna, una volta per tutte, introdurre delle innovazioni istituzionali per impedire che le mani della politica, quelle fetide, si stendano su tutto e su tutti.

Il secondo insegnamento è che questa magistratura va veramente rifatta perché un Paese senza giustizia non va da nessuna parte.Ma l'invocazione della pace tra politica e magistratura è un grande imbroglio. Tra politica e magistratura non ci deve essere né pace né guerra. Ma tensione, conflitto costruttivo, diffidenza, questi sì, sono inevitabili. Se la magistratura deve sorvegliare, arginare, frenare, gli abusi del potere non può non essere in tensione con chi esercita il potere. Questo richiede la Costituzione.

Questo richiedono i cittadini altrimenti indifesi. Ci sono pagine stupende di Luigi Einaudi dove il grande maestro illustra che «il bello, il perfetto non è l'uniformità, non è l'unità, ma la varietà e il contrasto ». L'importanza è che il contrasto sia nell'interesse del Paese e non di fazioni.

Il terzo insegnamento è che il "mastellismo", se nella sua maggiore intensità è tipicamente meridionale, esso è anche la manifestazione più evidente e degenerata di un male nazionale. Leggendo gli stralci di registrazioni pubblicati abbiamo tutti pensato: ma questo succede anche in Lombardia.

Se ci concentriamo solo sulla sanità che differenza c'è tra il mastellismo e il formigonismo- ciellinismo? La differenza è che il primo sta ancora sgomitando per conquistare dei posti al sole mentre il secondo ha conquistato tutti i posti con metodo scientifico e totalitario e domina con serena noncuranza forte anche di quella sciagurata sentenza lombarda di circa dieci anni fa che decise che la lottizzazione politica nella sanità è lecita.

La differenza è che in Lombardia la lottizzazione è partitica e non tribal–familista; è abbastanza alla luce del sole e non gio-cata, caso per caso, con impropri do ut des; e le scelte sono, in genere, decenti. Ma riconosciute queste differenze, che non sono da poco, tuttavia la malattia è comune. Sino a quando le nomine nella sanità non saranno ricondotte ad un metodo che è loro proprio in tutto il mondo evoluto, e cioè basate esclusivamente sulla professionalità, accertata per titoli ed esami, e saranno politiche esse daranno sempre vita ad abusi.

Forse non è un caso ed ha qualcosa a che fare con il "mastellismo" e con il "bassolinismo" che in Campania la sanità è una delle peggiori d'Italia, come sanno i suoi sventurati cittadini che formano il più robusto filone di turisti della salute.

La crisi del mastellismo potrebbe essere, insomma, un'ottima occasione per iniziare ad affrontare seriamente alcune degenerazioni di fondo delle quali il "mastellismo" è solo una manifestazione tra le più folkloristiche e appariscenti. Mastella, da appassionato di calcio, ci ha servito un formidabile assist. Gli dovremmo essere grati e cercare di non perdere la preziosa opportunità che ci ha fornito di ripensare alcune cose importanti per il nostro futuro. Prima che sia troppo tardi.

domenica, gennaio 20, 2008

Un guitto pericoloso

Questo signore, Tom Cruise, oggettivamente incapace di mettere due parole di senso compiuto in croce, discetta dei mali del mondo. È un buon attore di filmoni americani. Si limiti a fare quello.

Io ho sempre considerato sacrosanta la decisione della Baviera di mettere fuorilegge Scientology. Questo video mi rassicura sulla bontâ della mia scelta.

I like this girl, so what?

Luvi de Andrè - Oggi, domani.

Un fascista che mi piace



Massimo Fini NON è un uomo di sinistra. Sin dai primordi della carriera è stato estremamente conservatore e non mi piaceva, ma lo ritengo uomo libero e quello he dice chiarisce, per chi capisce l'italiano, la bufala della destra italiana, o meglio di quella che adesso ama definirsi destra italiana. Un tempo a Piazza Bologna, a Roma comparvero delle scritte che dicevano "Fini, riportaci al 2%". All'epoca non le compresi. Adesso, sì.

The devil votes for Prada




Don't mess with Anna Wintour. This is what she wrote. Hillary Rodham Clinton was a NO-SHOW on her Vogue cover shoot last year? Well, here's something from Anna Wintour herself, printed on the Editor's letter in Vogue:

"Imagine my amazement, then, when I learned that Hillary Clinton, our only female president hopeful, had decided to steer clear of our pages at this point in her campaign for fear of looking too feminine. The notion that a contemporary woman must look mannish in order to be taken seriously as a seeker of power is frankly dismaying." "This is America, not Saudi Arabia. It's also 2008: Margaret Thatcher may have looked terrific in a blue power suit, but that was 20 years ago. I do think Americans have moved on from the power-suit mentality, which served as a bridge for a generation of women to reach boardrooms filled with men. Political campaigns that do not recognize this are making a serious misjudgment."

Un Angelus con l'elmetto



da Repubblica.it
ROMA - "Nessuna prova di forza. La Chiesa non ha intenzione di darne". E per essere ancora più chiari, l'episodio della Sapienza "è chiuso". E tuttavia c'è da riflettere sull'intolleranza dimostrata verso la Chiesa.
Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale, fuga subito le preoccupazioni che l'Angelus di questa mattina possa essere interpretato come la strategia di una Chiesa, che vuole esibire i muscoli e trasformare quello che alcuni hanno cominciato a chiamare il "Pope-Day" in un'arma politica. Certo le strumentalizzazioni non mancheranno, sono fisiologiche all'esistenza di una democrazia e ai confronti e scontri che si sviluppano nell'arena politica.

Ma dall'intervista concessa a Repubblica appare chiaro che la presidenza della Cei non intende incarnare una linea del genere.
Il giorno nero della rinuncia di Benedetto XVI a recarsi alla Sapienza va archiviato e la Chiesa è intenzionata a porsi sulla scena con "serenità e rispetto" di tutte le posizioni senza rinunciare ad esprimere con chiarezza le proprie.

Fin da subito il porporato, che dal marzo scorso è subentrato al cardinale Ruini alla guida della Cei, ha sottolineato che al Paese non servono contrapposizioni e che la vicenda, pur nell'amarezza provocata, era superata. E il presidente della Conferenza episcopale lo riconferma. (segue su Repubblica.it)

Il Mastella (figlio) indignato

sabato, gennaio 19, 2008

Sciocchezze nell'etere



Fra chi dice che il processo a Galileo fu "equo e giusto", chi impedisce a un Pontefice di parlare e questo Livio Franzaga di Radio Maria in Italia sono messi maluccio.

venerdì, gennaio 18, 2008

Italia.it



Mi segnala un collega del Corriere del Mezzogiorno che questa mattina è andato in pensione superanticipata il portale Italia.it, inaugurato dal vicepremier Francesco Rutelli poco più di un anno fa e costato la spaventosa cifra di 45 milioni di euro. Per costi elevati e scarsissimi risultati, il ministro per i Beni culturali aveva già annunciato quest'autunno il rischio di fallimento. E ora il rischio è diventato realtà, in silenzio e senza alcuna agenzia stampa a darne notizia.

mercoledì, gennaio 16, 2008

Solamente para hispanoablantes


Haz lo siguiente:
1. Abrir: google
2. Escribir: no encuentro la pagina de los cojones
3. No dar Enter, sino pulsar sobre Voy a tener suerte
4. Fí jate bien lo que te dice
5. Lee despacio el resultado
Otro aplauso para Google!!!

El resultado es:

No encuentro la página de los cojones


La página Web solicitada está mas perdida que un skin head en una biblioteca. Puede que en el sitio Web se les haya ido la luz o que su configuración sea una mierda.

Mire, intente al menos probar lo siguiente:

· Pulse en el botón Actualizar, pero para que se crea que con eso se va a arreglar todo, es que es usted de lo más tonto que ronda por Internet.

· A ver si lo que ha pasado es que ha escrito la dirección mal, so gilipollas, analfabeto, burro, soplamocos (si el error no ha sido éste, sáltese este punto).

· Para comprobar la configuración de su conexión, observe si el servidor de fluctuación concordioval se encuentra en la posición reverberante de las reminiscencias. Si no es así, asegúrese que las sinonimias ornitológicas estén activadas en la posición 3.4 a la izquierda.

· Algunos sitios requieren una conexión de seguridad de 128 bits, otros requieren un bocata de chopped, otros un coche último modelo, y hay otros que lo que piden es un sueldo fijo. Pregunte e infórmese qué coño es lo que pide este sitio de los huevos.

· Pruebe a apagar el equipo, ducharse, quedar con los amigos a emborracharse hasta que los bares cierren. Al día siguiente ya no estará preocupado por la página, ya que de lo que estará preocupado será de cómo va a limpiar los tropezones que vomitó sobre paredes y cortinas de su habitación.

· Deje de tocarse los cojones pensando que lo voy a arreglar yo, que sólo soy un mensaje de información, pedazo de subnormal.

· Pégele dos hostias a la CPU, coño. La página seguirá sin cargarse, pero al menos usted se ha relajado un poco.

Mira macho, que no encuentro la página

martedì, gennaio 15, 2008

Incredible breast

Brrr guys this is sexy and scary at the same time...thank Giulio for this

Monsters from the outer space

This could be funny....but this guy is nuts!!!! Just one question pal: what did you smoke?

lunedì, gennaio 14, 2008

Lui non sapeva....



Raramente, ma ogni tanto accade, questi sacchi d'immondizia li prendono. Arrestato Jorge Nestor Fernandez Troccoli, uruguayano: preso a Marina di Camerota
Partecipò all'operazione che sterminò migliaia di oppositori dei regimi latinoamericani. Temo molto il sistema italiano e soprattutto la sua ingolfata giustizia, ma almeno la speranza che questo signore in carcere ci crepi, rimane.

ROMA - Raccontano che nella notte tra il 23 e il 24 dicembre, l'uomo, chino su una sedia della stazione dei carabinieri di Marina di Camerota, dopo aver capito, abbia stretto le sue palpebre di vecchio. Come a voler scacciare uno sciame di fantasmi e le loro urla innocenti, improvvisamente tornate vicine. Pronte, questa volta, ad afferrarlo per sempre. Raccontano ancora che, qualche ora dopo, entrando nell'ufficio matricola del carcere di Regina Coeli, abbia fissato il lugubre corridoio su cui si apre la cella di isolamento in cui da allora è rinchiuso ripetendo una professione di innocenza come fosse una nenia: "Non li ho fatti sparire io. Io non sapevo. Non potevo sapere...".

L'uomo è un cittadino uruguayano con passaporto italiano. Si chiama Jorge Nestor Fernandez Troccoli. E' nato a Montevideo il 20 marzo del 1947. E' uno dei 146 ex militari sudamericani cui oggi la Storia e la giustizia italiana presentano il conto di un orrore contemporaneo chiamato "Condor". La macchina dello sterminio che, tra il 1976 e il 1983, ingoiò in Cile, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Perù, decine di migliaia di oppositori politici (30 mila nella sola Argentina) alle dittature militari del cosiddetto "cono Sud".

Centoquarantasei nomi. Per lo più latitanti. Qualcuno già morto, come Augusto Josè Ramon Ugarte Pinochet e Alfredo Matiauda Stroessner. Qualcuno (pochissimi) già nei penitenziari latinoamericani o statunitensi. Sessantuno argentini. Trentadue uruguayani. Ventidue cileni. Tredici brasiliani. Sette boliviani. Sette paraguaiani. Quattro peruviani. Gli architetti dell'ingranaggio: "Videla Redondo Jorge Rafael, nato a Mercedes il 2 agosto 1925, già residente in avenida Cabildo 639, piano 6, Buenos Aires"; "Massera Emilio Eduardo, nato a Paranà il 19 ottobre 1925, domiciliato in Buenos Aires, avenida Libertador 2423, piso 12"; "Bordaberry Arocena Juan Maria, nato a Montevideo il 17 giugno 1928, ultimo domicilio conosciuto Libertador Lavallejo 1513 Montevideo".... E poi lui, Jorge Nestor Fernandez Troccoli. Uno dei suoi manovali. Ma chi diavolo è poi Jorge Nestor Fernandez Troccoli? E che ci faceva a Marina di Camerota alla vigilia di Natale?

Su 3.500 anime che lo abitano, il comune di Marina di Camerota, provincia di Salerno, di Troccoli ne fa a decine. Un abitante su quattro è nato in Sudamerica da genitori emigrati. Una enclave latinoamericana che affaccia sul Tirreno. Anche l'avvocato Adolfo Scarano fa Troccoli da parte di madre. Conosce Jorge da dodici anni. La notte di Natale ne ha assunto la difesa. Anche lui è nato dall'altra parte dell'Oceano, in Venezuela. E' un professionista garbato, dai modi affabili: "Le dice nulla la storia del "Leone di Caprera"?". Correva l'anno 1880 e in tre si misero in testa l'impossibile. Attraversare l'Atlantico su una goletta di nove metri per consegnare a Giuseppe Garibaldi - il vero "Leone" - l'album con le firme di un'intera generazione di emigrati. I tre erano italiani. Marinai partiti per l'Uruguay e mai tornati. Si chiamavano Vincenzo Fondacaro da Bagnara Calabra, Orlando Grassoni da Ancona, Pietro Troccoli da Marina di Camerota. "Ecco - dice l'avvocato Scarano - Pietro Troccoli è il bisnonno di Jorge". L'impresa riuscì.

Salpato il 3 ottobre 1880 da Montevideo, il "Leone" ormeggiò a Livorno il 9 giugno 1881. Troccoli fu l'unico a resistere alla malaria. A vedersi appuntata sul petto la medaglia d'oro dei Savoia. Il "Leone" fu messo alla fonda nel laghetto di Monza. Troccoli se ne tornò nei cantieri navali di Montevideo e mise al mondo 9 figli. L'Italia, a quanto pare, non attraversò più il cammino della famiglia. Per quasi un secolo. Fino alla notte del 21 dicembre 1977.

Quella sera - documenta la monumentale ordinanza di custodia cautelare cui il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo, ha lavorato per dieci anni - a Buenos Aires, in un piccolo appartamento di via Lavalle 1494, Ileana Sara Maria Garcia Ramos de Rossetti, cittadina italiana, e suo marito Edmundo Sabino Rossetti Techeira, italiano come lei e come lei nato a Montevideo, stanno accudendo la piccola Soledad, nata sette mesi prima. Sono studenti lavoratori e militano entrambi nei "Gau" (Gruppi di azione unificata), la resistenza sindacale uruguayana repressa con violenza dalla dittatura militare. Sono riparati in Argentina da un mese perché qui ritengono di poter veder riconosciuta la loro domanda di asilo politico presentata alle Nazioni Unite. Quando bussano alla porta è troppo tardi. Degli uomini armati li picchiano selvaggiamente, li trascinano in strada. Strappano dalle loro mani Soledad (verrà salvata dal portiere dello stabile). Si abbandonano alla devastazione delle poche cose che sono nella casa, dove bivaccheranno nei due giorni successivi, come vuole la prassi della "ratonera", la trappola per topi (attendere l'arrivo di qualche inconsapevole amico per fargli conoscere lo stesso destino).

Ileana ed Emdundo condividono la stessa violenza con Yolanda Iris Casco Ghelpi e suo marito Julio Cesar D'Elia Pallares. Italo-uruguayani come loro. Come loro sindacalisti. Come loro rifugiati a Buenos Aires. In attesa di un bimbo che non vedranno mai, perché dato alla luce in un campo di detenzione e rubato da un alto papavero dei servizi militari. Scompaiono in quegli stessi giorni di vigilia del Natale 1977. Come anche Edgardo Borelli Cattaneo e Raul Gambaro Nunez. Italiani di Montevideo. Sindacalisti dei Gau.
Ileana; Edmundo; Yolanda; Julio; Edgardo; Raul. Nessuno li vedrà mai più. Transitano nel centro di detenzione e tortura di Banfield. Poi, partono per "destinazione sconosciuta".

Nel dicembre del 1977, Jorge Nestor Troccoli ha 30 anni e del bisnonno Pietro ha conservato due sole cose. Il cognome e un'uniforme da marinaio. Perché non lavora in mare, ma a Montevideo, nelle segrete dell'unità SII, l'intelligence del Fusna, i "Fusileros Navales", la marina militare Uruguayana. Ha il grado di tenente e, alla fine del 1977, è il responsabile degli interrogatori condotti da questa unità. Daniel Rey Piuma, all'epoca caporale diciannovenne, ha raccontato di quel buco nero: "Le torture venivano effettuate sia da uomini che da donne. Il mio compito era di prendere le impronte digitali dopo gli interrogatori. I detenuti, uomini e donne, venivano tenuti nudi, incappucciati e legati alla parete da un filo di lana. Periodicamente arrivava un militare e li portava in una stanza speciale. Da quella stanza ho sentito provenire botte, urli, pianti. Ho visto le persone dopo gli interrogatori. Piangevano. Spesso avevano tutte le dita delle mani spezzate". Alla fine degli interrogatori, ciò che separa la vita dalla morte è una sigla che accompagna ciascun nome. "Df" - disposicion final - significa un colpo alla nuca e la sepoltura in qualche fossa comune, coperti da calce viva.

La "destinazione sconosciuta" dei sei di Buenos Aires - Ileana; Edmundo; Yolanda; Julio; Edgardo; Raul - sono le segrete del Fusna. Gli "uffici" di Jorge Nestor Troccoli. Italiano come loro. Il loro destino è "Df". Non sono i soli. Gli accordi che, il 25 novembre del 1975, sono stati stipulati in segreto in Cile tra le allora sette dittature militari del continente (Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Brasile, Cile, Perù) prevedono il sequestro clandestino, lo scambio, e l'eliminazione di massa di tutti gli oppositori politici, ovunque abbiano trovato rifugio nel continente. Il piano si chiama "Condor". Troccoli ne è uno delle centinaia di interpreti. Quando non è nel buco nero di Montevideo è a Buenos Aires, all'Esma, la scuola meccanica dell'Esercito, altra macelleria clandestina. Altro nodo della rete dell'orrore.

L'avvocato Scarano si accende: "Mi spiega lei cosa poteva fare un giovane tenente? Disobbedire forse agli ordini del governo del suo Paese? Certo, Troccoli comandava quell'unità. Certo, interrogava i detenuti. Ma non ha mai torturato nessuno. E quei sei di origini italiane non sa nemmeno chi siano. A meno che non mi si dica che, come pure Jorge ammette, tenere in piedi dei prigionieri accusati di terrorismo, incappucciati, senza cibo e senza acqua, sia tortura. E' tortura forse?".

Troccoli la chiama "politica di sparizione in accordo con l'ordine dell'esecutivo argentino di annichilire la guerriglia". Ne scrive con piglio dottorale nel 1998, quando in Uruguay una legge di amnistia fa ritenere ai generali di essere ormai al sicuro dal sangue del passato. Lo fa con un piccolo libro, "La Ira de Leviatan". Ossia, "Del método de la furia a la busqueda de la paz". Si è congedato nel '92 con il grado di capitano. Si è sposato con una professoressa di inglese. Ha due figli. Frequenta la facoltà di antropologia dell'università di Montevideo, dove si specializza in scienza del comportamento umano. Nel novembre del 2002, ottiene il passaporto italiano, in memoria del coraggio del bisnonno. Dell'antico sangue di Camerota. In Italia - pensa - tutto è cominciato e tutto può finire. In Uruguay, l'aria è cambiata. La legge di amnistia è di fatto svuotata da nuove norme che dichiarano permanente il reato di sequestro di persona e dunque ne decretano la imprescrittibilità.

Finisce sotto inchiesta e ad ottobre scorso fa le valigie. Un volo Montevideo-Malpensa. Un nuovo passaporto italiano da mostrare alla dogana. Un treno per Marina di Camerota, dove lo attendono vecchi amici. Non sa che la piccola Soledad Rossetti è cresciuta. Che, accompagnata dalla nonna, ha chiesto alla Procura di Roma che le dicano finalmente chi ha visto per l'ultima volta sua madre e suo padre. Chi ha scritto accanto al loro nome: "Df". Disposicion final. Natale 1977. Natale 2007. Ci sono voluti trent'anni. E la risposta forse è arrivata. Quell'uomo ha un nome italiano e stamattina, a Roma, quando un tribunale del riesame deciderà se lasciarlo o meno in carcere, non basterà ricordare il coraggio di un bisnonno che sognava Garibaldi e un mondo migliore.

di Carlo Bonini da Repubblica.it

Libero mercato & meritocrazia


La protagonista di questa disavventura non sono io, ma dateci uno sguardo comunque. Sono le vicissitudini di una producer e il volto di questa italietta con le pezze al culo, alla faccia di chi dice che, per esempio a Sky Italia, basta mandare il CV. non ti rispondono neanche (cosa che a Fox o Sky Europe non si sognerebbero MAI di fare).

E qui comincia l'avventura della protagonista di questo brutto incontro.

"Vi racconto una storiellina. Vissuta sulla mia pelle...
L'anno scorso, tornata dagli Stati Uniti ero in cerca di lavoro in Italia. Non essendo amante di nessuno, nè figlia di (anche se la mia mamma valeva più di mille cialtroni riconosciuti di valore!) e non essendoci in Italia head hunters decisi che l'unico modo (imparato in America) per trovare lavoro era quello di partecipare a conferenze importanti (che spesso richiedono fee di ammissione molto costosi)per incontrare le teste dei grandi canali di scienza.
Con questo obiettivo ho partecipato a Discovery Campus, un Campus di grande valore organizzato dal Network europeo di Discovery. Ho pagato (compreso viaggi e alberghi)circa 400 euro ma nè è valsa la pensa. C'era il mondo e io tranquilla con i miei biglietti da vsiista mi presentavo, raccontavo cosa avevo fatto e quello che avrei desiderato fare. Ho avvicinato inglesi, americani, francesi e ovviamente italiani. Ma siccome da noi il panorama dei documentari è praticamente morto, mi avvicinai a colui che era cosniderata una speranza per il paese da questo punto di vista. Il nuovo Channel Manager di Discovery Italia, Claudio Scotto di Carlo.
Un signore dall'apparenza gentile, gli ho raccontato le mie vicissitudini e lui mi ha detto ..."se lei va all'estero con un cv così trova lavoro subito..." (cosa che infatti si è rivelata esatta anche per colpa sua...), è stato anche onesto, mi ha detto che Discovery Italia faceva poca produzione nostrana e che i documentari venivano dalla sede internazionale, che quindi grandi opportunità per me non c'erano. Però su mia insistenza che potesse almeno vedere i miei lavori disse che avrei potuto chiamarlo nei giorni successivi. Dandomi il biglietto da visita provvide elegantemente a cancellare il suo cellulare davanti a me temendo non so cosa. Questo a marzo...ho chiamato qualcosa come 50 volte, e gli ho scritto via email,non sono mai riuscita nè a parlargli, nè a incontrarlo, la sua segretaria, consapevole della figuraccia, mi disse di portare comunque le cassette (cosa che io feci).
Non ho mai avuto notizia nè risposta. Neanche no, non mi interessa...
oggi scopro su Internet questa notizia".

DA PUBBLICITALIA.IT

Si estenderebbe anche alla Spagna, dopo l’Italia, la riorganizzazione dei management locali messa in atto da Discovery Networks Europe. Secondo quanto risulta a Pubblicità Italia, infatti, la società a cui fanno capo le attività europee del gruppo televisivo internazionale avrebbe deciso di porre anche il Paese iberico, come il nostro, sotto il controllo della nuova business unit Sud Europa, basata in Francia e guidata da Sebastien Meyssen (nella foto) con la carica di vicepresident Sud Europa. Una settimana fa, in modo del tutto inatteso, il management di Discovery Italia era stato azzerato, con l’improvvisa estromissione dalle proprie cariche del channel director Claudio Scotto di Carlo e del direttore commerciale Monica Ponti. Due rimozioni non motivate dall’azienda, e che hanno seguito di sei mesi l’altrettanto brusca uscita, nel luglio 2006, del country manager italiano Filippo Mori Ubaldini. Discovery Networks Europe si è limitata a trasmettere alla stampa una nota, che, senza citare i due manager rimossi, annunciava la nascita della nuova direzione del Sud Europa, spiegando che questa “gestirà la programmazione e le sinergie culturali e geografiche”. Il comunicato prosegue affermando che la nuova direzione “si occuperà della crescita e dell’appeal del portfolio di Discovery Channel che conta sei canali in ciascuno dei due mercati (Italia e Francia, a cui ora dovrebbe aggiungersi la Spagna, ndr). I team locali basati negli uffici di Discovery a Parigi e Milano continueranno a seguire le operazioni proprie di ciascun mercato”. I sei canali citati sono, per l’Italia, tre nell’area documentari (Discovery Channel, Discovery Civilisation e Discovery Science), due in quella lifestyle (Discovery Travel & Living e Discovery Real Time) e uno in quella kids (Animal Planet).

domenica, gennaio 13, 2008

5 sec de bonheur

Sgarbi quotidiani



Piero Ricca non sarà simpatico, ma vedere Sgarbi in difficoltà non ha prezzo.

A phrase for the humanity



"It's hard out there for a pimp!"

Opzione "coup d'etat"

Io non avrei mai voluto vivere nella Russia comunista, ma questo video accenna alle porcate che sono state fatte dall'altra parte. C'è gente che sullo spauracchio del comunismo ha costruito fortune politiche e giornalistiche. Questo video è solo un accenno.



sabato, gennaio 12, 2008

La faccia di Gustavo Selva



Questo simpatico anziano che ancora sfreccia per i palazzi del potere di Roma discute di giustizia con il presidente Napolitano:

da Repubblica.it
Napolitano: "Non ha la grazia
chi pretende l'assoluzione"

ROMA - Sul caso della grazia a Bruno Contrada "non vi è stata alcuna marcia indietro, come si è volgarmente affermato da qualche parte, nè tantomeno ho subito condizionamenti di sorta". La precisazione, pesantissima, è del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che risponde a una lettera inviata dal senatore di An Gustavo Selva. nella missiva il senatore difende l'ex capo della Criminalpol di Palermo, condannato con sentenza definitiva a dieci anni di carcere, e appoggia la richiesta di grazia.

Sia chiaro, scrive Napolitano, che "non ha la grazia chi pretende l'assoluzione". Chi quindi si professa innocente e ingiustamente condannato. "Nell'esercitare il potere costituzionale di concedere le grazie e commutare le pene - scrive il capo dello Stato - mi sono sempre doverosamente attenuto ai principi indicati dalla Corte Costituzionale e ai precedenti che non fossero in contrasto" con quanto espresso nella sentenza della Consulta del 2006.

Quanto alla grazia che l'esponente di An sollecitava per Contrada, ritenendolo innocente rispetto all'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa che ha portato alla sua condanna, Napolitano ricorda che "la grazia non può mai costituire un improprio rimedio, volto a sindacare la correttezza della decisione penale adottata dal giudice". Non può essere, quindi, una scelta che va a "correggere" una sentenza penale, un quarto grado di giudizio.

Il simpatico anziano Gustavo Selva si permette di discutere di morale e giustizia. Siccome la gente potrebbe non sapere chi è, ecco un piccolo riassunto di una delle sue bravate:

Pur di partecipare allo Speciale di LA7 sulle manifestazioni e gli eventi legati alla visita di George W. Bush a Roma, che ha bloccato il centro di Roma, il senatore di An ha provato a chiamare un taxi, poi un'auto e alla fine ha usato un ambulanza.

Il Senatore di Alleanza Nazionale, Gustavo Selva lo ha definito: Un vecchio trucco da giornalista.

Poi aveva promesso: "Gustavo Selva si è dimesso da senatore. L'esponente di An, 81 anni, ha inviato una lettera al presidente di Palazzo Madama, Franco Marini"

Ma siccome milioni di elettori si sarebbero suicidati l'arzillo vecchietto si è rimangiato tutto: Senato, Selva non si dimette più
"I cittadini mi chiedono di restare". "Un voto in meno della Cdl è un giorno in più per il governo Prodi"... Adesso pretendere che un partito serio come AN dice di essere lo sbatta fuori è troppo. Impedirgli di dire ad altri come comportarsi sui temi della giustizia, no. A 81 anni faccia un favore al Paese e vada in pensione. Non sentiremo la sua mancanza.

Sarkozy mi fa un baffo



Basta con Sarkozy e Carla Bruni, ora tocca a Naomi e Hugo Chavez

Parte da Caracas la nuova edizione del reality show "La modella e il presidente", cambiano gli attori protagonisti ma il format è sempre lo stesso, e di successo: il capo di Stato, possibilmente macho e grintoso, che perde la testa per l'indossatrice di qualche anno più giovane di lui. Non paghe della dose quotidiana delle avventure di Nicolas Sarkozy e Carla Bruni, le cronache internazionali possono ora puntare l'obiettivo verso il Venezuela. Perché è là che sarebbe sbocciato l'amore fra il presidente Hugo Chavez e Naomi Campbell, che di recente ha debuttato come collaboratrice per il magazine GQ proprio con un'intervista al leader sudamericano. Una storia che data già indietro nel tempo: i due avrebbero imbastito la liason due mesi fa. Almeno, stando a quel che riferisce la stampa venezuelana.

Le chiacchiere che si moltiplicano, da giorni, a Caracas, hanno guadagnato in credibilità quando la notizia è stata rilanciata da Nelson Bocaranda, considerato uno dei cronisti più informati sul presidente e che scrive sul più autorevole giornale venezuelano, El Universal. "Il caudillo si è innamorato intensamente della bellezza d'ebano del jet-set internazionale - ha scritto il cronista - la stessa che, per undici volte, ha avuto guai con la giustizia per piccoli incidenti".

La relazione sarebbe stata "aiutata" dal ministro della Comunicazione Andres Izarra, già presidente del canale multinazionale Telesur, che proprio per questo - sostengono i maligni - sarebbe stato premiato con il dicastero. "I due hanno avuto fino a oggi incontri molto furtivi - scrive ancora Bocaranda - ma l'innamoramento era reciproco. E non dovrebbe sorprendere se, dopo che Sarkozy sposerà Carla Bruni a febbraio, il leader venezuelano convoli a giuste nozze con la bella Naomi".

La notizia non stupisce se si pensa a quel che l'esuberante top model ha sempre detto parlando del suo uomo ideale ("Dovrà essere sincero e con molta energia, mi piacciono gli uomini forti..") o su Chavez stesso ("Non è un gorilla, piuttosto un toro"). I due, nei tempi recenti, si sono incontrati in varie occasioni. Pochi giorni fa la Campbell era seduta in prima fila, all'Istituto Nacional de la Mujer di Caracas, e applaudiva con convinzione al discorso con il quale il presidente lodava la forza delle donne. Qualche giorno prima, i due si erano incontrati al palazzo presidenziale di Miraflores per l'intervista che la Campbell ha fatto a Chavez per GQ.
da Repubblica.it

Telefonate compromettenti



Sembra un film dei fratelli Vanzina

A television speech

venerdì, gennaio 11, 2008

Post giustizialista



Forse sono un giustizialista (in Italia si dice così). Negli Stati Uniti quando beccano qualcuno a fregare lo mettono in galera anche se per crimini sportivi. Nel belpaese dopo lo scandalo-calcio non è successo quasi nulla (opinione personale) e gente che avrebbe dovuto andare a nascondersi è tornata a pontificare sui media. Ecco cosa è successo a Marion Jones.

Sei mesi di carcere. Mano durissima della giustizia americana contro la ex velocista Marion Jones. Il motivo: l'aver mentito alle autoritâ federali.
Dopo anni di dinieghi, in ottobre, la Jones ammise di avere assunto steroidi prima delle Olimpiadi di Sydney. Pronta la reazione delle autorità sportive: restituzione di tutte le medaglie conquistate a partire dai Giochi australiani e cancellazione di tutti i suoi risultati dal 2000 in avanti. Ma la via crucis della 32enne sprinter californiana non si è conclusa qui. Le autorità federali l’hanno incriminata per avere mentito sotto giuramento a proposito dell’uso personale di steroidi e a proposito di un’inchiesta sull’emissione di assegni falsi da parte del suo ex compagno Tim Montgomery.

I pacchi del Giornale



Il Giornale i pacchi a volte li dà, qualche volta li riceve. Da Repubblica.it

MILANO - Inquietante episodio a Milano. Questa mattina è stata recapitata alla sede del quotidiano "Il Giornale", una busta con dentro due proiettili e una lettera di avvertimento rivolta all'editore, Paolo Berlusconi, e al leader di Forza Italia: "Basta campagne antiislam - vi si legge - vi spareremo e poi vi faremo saltare in aria come la Bhutto in Pakistan". Ne da notizia il quotidiano diretto da Mario Giordano, sul suo sito internet.

In particolare, i due bossoli di pallottola - indirizzati a Paolo e Silvio Berlusconi - sono stati spediti in busta chiusa nella redazione milanese del quotidiano, in via Negri 4. Accompagnati da una lettera, una pagina scritta al computer. Tutto il materiale è in già in possesso degli investigatori della Digos ,che lo stanno esaminando".

"Queste due pallottole a salve - si legge nel documento - sono il preavviso per i fratelli Berlusconi: una per Silvio e una per il fratello, responsabili delle porcate che scrivono sul giornale e della loro politica antiislam. Alla prima occasione propizia, con o senza predellino, faremo come hanno fatto in Pakistan con la Bhutto: un colpo con pallottole vere in testa e poi un kamikaze, all'italiana, per essere certi della loro scomparsa da questo mondo. Le guardie del corpo e i servizi di sicurezza non potranno fermarci perché non siamo prevedibili. Allah è grande".

Al "Giornale", il 19 dicembre scorso, era stata recapitata un'altra busta gialla, contenente tre buste più piccole e bianche, al cui interno c'erano ogive di proiettili destinati ai ministri dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, e dello sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, e al viceministro dell'Economia Vincenzo Visco.
Quell'episodio di intimidazione era risultato analogo ad uno, avvenuto una settimana prima: allora destinatario era stato il quotidiano 'Libero'.

Shut the**** up!



Momenti di suspence si sono avuti la scorsa sera mentre, durante una cena offerta dal premier israeliano Ehud Olmert, il segretario di stato Condoleezza Rice ha passato un biglietto al presidente degli Stati Uniti George W. Bush che le sedeva vicino.

Dopo alcuni istanti di riflessione, Bush ha deciso di condividere con i commensali il contenuto del messaggio: «Mi dice di chiudere la bocca» ha precisato, fra le risate generali. In precedenza Bush era entrato in modo pesante nei giochi politici israeliani, nel tentativo di persuadere i leader del partito laburista Ehud Barak, del partito Israel Beitenu Avigdor Lieberman e del partito Shas Ely Yishai a non lasciare la coalizione di governo guidata da Ehud Olmert.

«Sono a conoscenza - ha detto Bush - delle questioni che vengono discusse, anche da parte di persone che siedono qua con noi. Non voglio immischiarmi ma penso che Olmert sia un leader importante e che debba essere aiutato. Siamo in un periodo importante e decisivo. Non dobbiamo lasciarci sfuggire la occasione della pace. Se non lo faremo adesso, poi sarà tutto più difficile». Malgrado la simpatia umana emessa da Bush, scrive la stampa odierna, Yishai ha espresso perplessità e ha rilevato che comunque Israele non potrebbe fare la pace «con mezzo popolo soltanto», ossia solo con Abu Mazen (al Fatah) e senza Hamas. «Ogni zona che abbandoniamo - ha aggiunto, riferendosi a Gaza - viene presa in consegna da Hamas».

da lastampa.it

Pubblicità agghiaccianti



da 2spare.com e ce ne sono tante altre!!!

A message...



Una lettera inviata a Beppegrillo.it

"Egregio Sig. Grillo,
la ringrazio per aver dato spazio e iniziato a squarciare il pesante > telone nero che avvolge l'affaire MONNEZZA a Napoli e provincia. Noi che ci viviamo - o almeno tentiamo - assistiamo sgomenti alla ridda di voci, urla, prese di posizione, denunce ecc.: quelle facce da culo non hanno nemmeno il buon senso di stare zitte e vergognarsi . Tutti sapevano e tutti mentivano, opposizione e governo, il problema è vecchio di 20 anni e tutti ci hanno sguazzato guadagnandoci in voto di scambio, collusioni e tangenti. Sono mesi che abbiano l'immondizia in tutte le strade e grazie e Dio è inverno altrimenti saremmo tutti già morti di peste. Ma non le scrivo per la problematica immondizia, oggi lo fanno tutti, è di moda .. anni fa lo facevamo in pochi e i giornali cestinavano le ns lettere - anche La Repubblica di Napoli - perché non facevano notizia.
Le scrivo per un problema molto più serio e scandaloso che pochi hanno avuto il coraggio di affrontare e quasi nessuno di raccontare:in provincia di Napoli,come hanno fatto rilevare, da decenni l'immondizia si raccoglieva in grossi buchi a terra che poi venivano chiusi. Cosi' è avvenuto per la discarica Pirucchi a Palma Campania, per la discarica La Fungaia a Ottaviano, per quella di Pianura, ad Acerra, a Casalnuovo, a Tufino, ecc., solo per citare le discariche c.d. - legali -, senza parlare delle centinaia di discariche e mini discariche abusive gestite direttamente dalla camorra. Ma lei crede che il vero affare sia stato quello di prendere la spazzatura della Regione Campania e di seppellirla in questi siti permessi e non? No, il vero affare è stato, e lo è ancora in parte, quello di seppellire migliaia di tonnellate di rifiuti tossici provenienti oltre che dalla Campania, dal Nord Italia e dalla Germania e dalla Svizzera.
Ancora oggi alcuni vecchi di Palma Campania - qualcuno ancora vivo per miracolo - ricorda di grossi camion 'a forma di bottiglia' che di notte facevano la fila per scaricare. Scaricare cosa? Rifiuti tossici e pericolosi che continuano a esalare sostanze tumorali. Fino ad alcuni mesi fa , come associazione di consumatori, avevamo richiesto inutilmente alla locale ASL Napoli 4 - una delle peggiori iatture italiane - i dati dell'incidenza dei tumori in provincia di Napoli, soprattutto nel territorio di Acerra, Nola, Casalnuovo, Pomigliano e Vesuviano. Tali dati ci sono stati negati per anni sinchè, ufficialmente, si è ammesso che l'unica ASL di Italia in cui la curva di incidenza dei tumori è in controtendenza è quella dell'ASL Napoli 4 - ovvero del territorio interessato allo smaltimento selvaggio dei rifiuti. Dai dati pubblicati dall'ASL, scaturiva che l'incidenza dei tumori è in discesa su quasi tutto il territorio italiano con qualche punta di aumento in alcuni luoghi ben individuati : ebbene l'unica zona d'Italia in cui la curva di crescita era doppia rispetto ai periodi precedenti era quella del Territorio dell'ASL Napoli 4.
La notizia fu pubblicata a fine 2005, ma stranamente non ebbe seguito e tutti sembrano essersi dimenticati. In realtà le cose sono sensibilmente peggiorate, non vi è famiglia che non registri un caso di tumore nel territorio interessato: tumore ai polmoni, all'utero e alla mammella soprattutto con un incidenza superiore sulle donne rispetto agli uomini.Si tratta di una vera e propria strage con migliaia di morti e tanta, tanta sofferenza, solo nella strada dove abito sono decedute nel corso mese due donne, una di 40 anni e una di 52, altre 3 mie colleghe di lavoro di Nola - attorno ai 40 - sono in chemioterapia con prognosi infausta.
Non abbiamo bisogno di scomodare statistiche e/o indagini, noi ci viviamo in questo immondezzaio e ne paghiamo tutti i giorni le conseguenze. Siamo pantegane - a Napoli le chiamano ''è zoccole'' - strisciamo tra l'immondizia, l'inciviltà, la camorra, il malaffare, la malapolitica cercando di sopravvivere, agurandoci che il prossimo ad essere colpito sia il vicino e non noi." Francesco

Un po' di musica e un appuntamento

giovedì, gennaio 10, 2008

Un Falò di notizie



Forse non lo possono vedere tutti, ma in internet ci sono alcuni dei loro reportages. Credetemi, sono ottimi. Si tratta di un programma della RTSI Svizzera (in italiano).

Sto partendo per la Colombia e ho appena visto un fantastico servizio di una loro troupe che si è spinta in luoghi sotto totale controllo delle FARC. Chapeau.

Ecco il loro sito: http://www.rtsi.ch/trasm/falo/

Dateci un'occhiata


www.ted.com

have a look

Grillo e la paura del confronto



Io sono giornalista (non tanto in Italia), stimo abbastanza Alessandro Gilioli (della cui famiglia conosco un altro grande giornalista, il cugino Francesco), ma queste domande non erano così calzanti. Io a Euronews l'intervista l'ho fatta (la trovate si questo sito e su Youtube cliccando - Euronews Grillo) e ho posto le domande (anche se poi non mi sono messo in video), quindi le cose si possono fare (anche se poi tutti i media italiani l'hanno definita un'intervista-monologo)....poi fatevi un'idea voi.

dal Blog "Piovono Rane" di Alessandro Gilioli dell'Espresso

Una storia un po’ lunga, ma se avete voglia di leggerla fino in fondo vi dirà parecchio su Beppe Grillo.

Il giorno 2 gennaio, come molti, ho letto e visto in Internet il “discorso di Capodanno” di Grillo. Nel quale, come si ricorderà, è stato lanciato il V-day contro i giornali per il 25 aprile prossimo venturo.

Tra le altre cose, nel suo discorso Grillo prevedeva con certezza che tutti media “mainstream” avrebbero volutamente ignorato il suo V-day sui giornali, visto che la cosa riguardava direttamente gli interessi delle testate e dei loro proprietari.

Il fenomeno Grillo mi interessa, da tempo vado scrivendo diverse cose sulle storture del sistema editoriale in Italia (a partire dall’Ordine e dalla legge sulle provvidenze) e credo anche che i giornali debbano interessarsi delle fasce della società che Grillo più o meno rappresenta.

Quindi il giorno stesso telefono a Grillo sul suo cellulare per proporgli un’intervista sul tema del V-day contro la stampa, la “vera casta” come dice lui.

Grillo mi risponde quasi subito, con gentilezza, ma nicchia un po’ sull’intervista: «Io sono un monologhista», mi dice testualmente. «Invece dell’intervista le scrivo un pezzo io e voi lo pubblicate su L’espresso».

Io gli rispondo che un pezzo no, non ci interessa, che per quelli c’è già il suo seguitissimo blog e noi invece vorremmo un confronto, anche aspro magari, sul tema che ha lanciato, il V-Day contro i giornali.

Gli prometto che però, ovviamente, tutte le sue risposte saranno riportate senza variazioni e senza alcuna censura, che ha la più assoluta libertà di dire quello che gli pare, che sono dispostissimo a mandargli i suoi virgolettati per approvazione a intervista scritta.

«Mah», dice lui, «non so, io non dò il mio meglio in queste cose».

Insisto, gli faccio presente che un confronto civile è il modo migliore per far crescere e circolare le idee, gli propongo di andarlo a trovare dove si trova e alla fine sembro parzialmente convincerlo: «D’accordo, facciamolo», dice, «ma non di persona. Mi mandi le sue domande via mail e io le rispondo subito dopo le feste».

Il giorno dopo mi metto al mio pc e una dopo l’altra snocciolo le domande.

Sono tutte molto semplici, anche se non a zerbino.

Gli chiedo ad esempio se non ritiene che i giornali e la Rete possano convivere, visto che la tivù non ha ucciso la radio.

Se non crede che grazie alla loro buona salute economica molti giornali possano fare anche ottime inchieste, e gliene elenco alcune di questo e di altri giornali. Gli faccio l’esempio di Mastella, su cui diversi giornali hanno fatto inchieste ampiamente riprese dallo stesso Grillo nel suo blog.

Gli chiedo dunque se non pensa che sia sbagliato mettere sullo stesso piano i quotidiani di partito inesistenti che prendono soldi direttamente dallo Stato e i giornali veri - magari perfino utili al dibattito sociale e al controllo sulla politica - che hanno solo detrazioni postali e contributi per la carta.

Gli chiedo se è consapevole che con l’abolizione totale e indistinta delle provvidenze probabilmente morirebbero voci come il Manifesto o come l’Internazionale, su cui lui stesso scrive una pagina ogni settimana, e gli chiedo se questo secondo lui sarebbe un passo in avanti per la nostra società.

Gli chiedo perché nel discorso di Capodanno ha esaltato come “ultimi giornalisti liberi” Biagi e Montanelli contrapponendoli a tutti gli altri, visto che anche Biagi e Montanelli scrivevano sui grandi giornali secondo lui servi e di “casta”.

Gli chiedo se in questo suo condannare senza eccezioni i giornali e i giornalisti ce n’è qualcuno che salverebbe, che secondo lui non fa parte della casta.

Gli chiedo se considera parte della casta anche quelle migliaia di giornalisti sottopagati e precari che ormai lavorano in gran parte delle redazioni.

Gli chiedo come può dire che tutti i giornalisti sono casta, visto che la grandissima parte di loro ha come unico privilegio il biglietto gratis ai musei, e per il resto si paga come tutti gli altri comuni mortali la casa, il cinema, il treno, l’autobus, il biglietto allo stadio e così via.

Già che ci sono, gli chiedo perché non risponde mai agli altri blog, visto che predica i blog come mezzo di comunicazione dell’avvenire.

Gli mando il tutto con una bella mail.

Passa la Befana, passano altri due giorni ma da Grillo nessuna risposta.

Gli mando un sms per ricordargli il nostro accordo, lui non risponde.

Gli mando un’altra mail copiaincollando la precedente, nel caso la prima si fosse persa.

Niente.

Questa mattina, 9 gennaio, gli telefono:

«Pronto buongiorno sono Gilioli de L’espresso, la disturbo?»
«Certo, lei mi disturba sempre».

«Mi dispiace. Volevo sapere se ha visto le domande che le ho mandato…».
«Certo che le ho viste e non intendo minimamente risponderle».

«Come mai?»
«Perchè sono domande offensive e indegne».

«Mi scusi, ma non mi pare, sono solo domande. Servono a un confronto. Se lei mi dà le sue risposte per iscritto, io le trascrivo tali quali, le dò la mia parola».
«No, non se ne parla neanche, lei non ha capito niente. Buongiorno».

«Buongiorno».

Da questa ridicola esperienza, deduco due o tre cose di cui credo di avere ormai la certezza.

Primo: Grillo ha una paura fottuta del confronto. Sa che il suo linguaggio apocalittico e assertivo non ha niente a che vedere con lo scambio di idee e con il dibattere. E’ chiuso nel suo monologhismo. Sa di non avere argomentazioni razionali forti per difendere le sue affermazioni a tutto tondo, sa che il confronto lo obbligherebbe a qualche sfumatura e sa che probabilmente le sfumature lo annienterebbero, visto che il suo successo è figlio della sua assertività.

Secondo: Grillo ha una strategia di comunicazione basata sul vittimismo da censura. Io gli avevo promesso tre o quattro pagine di intervista su “L’espresso”, lui ha preferito non apparire per poter dire che la grande stampa lo ignora e lo censura. Bene, visto che da qui al 25 aprile andrà strillando al mondo che i giornali non parlano del suo V-Day perché ne hanno paura, si sappia che questo giornale voleva concedergli ampio spazio ma che lui lo avrebbe accettato solo per monologare, per ospitare la sua invettiva, e non per un’intervista. Nemmeno il più tracotante politico della Casta, a fronte di una richiesta di intervista, risponde “O scrivo io da solo e senza domande o niente”.

Terzo: Grillo con ogni probabilità usa così tanto Internet - e detesta così tanto i giornali - proprio perché il blog gli consente questo non-confrontarsi, questo non-dibattere. Perfino Berlusconi - dopo i primi tempi in cui mandava le videocassette registrate ad Arcore - ha imparato a rispondere alle domande dei giornalisti. Grillo no. Grillo si trincera dietro Internet per non ricevere domande, per non confrontarsi. Per esaltare, come direbbe lui, le sue caratteristiche di “monologhista”.

Attenzione, ragazzi, perché se questo è il futuro della politica in Rete fa veramente schifo.

Ps. Il direttore di Internazionale mi corregge precisando che il suo giornale non prende provvigioni. Chiedo scusa per l’inesattezza.

mercoledì, gennaio 09, 2008

Confusione geografica



Un pezzo eccezionale preso da Chi. L'autore è l'ex direttore di Panorama e il Messaggero

Tutto è iniziato qualche giorno prima di Natale, quando, a Watamu, paesino sul mare a una trentina di chilometri da Malindi, un giovane italiano è stato ucciso durante una rapina. Che il fatto non fosse accaduto a Malindi, che l’ultimo connazionale ammazzato a Watamu risalisse a una quindicina d’anni prima, che tutte le città italiane firmerebbero per avere una rapina con morto ogni quindici anni, che da Watamu a Malindi ci sia più o meno la distanza fra Milano e Pavia o tra Roma e Bracciano, tutto questo non ha avuto alcuna importanza.

Per i giornalisti italiani il dato di fatto era uno soltanto: il povero ragazzo morto era stato ammazzato a Malindi, non a 30 chilometri di distanza, ma proprio qui, nella mitica Malindi, perché una cosa accaduta a Malindi fa più titolo della stessa cosa capitata a Watamu. E sono cominciate le telefonate ai (cosiddetti) vip in vacanza da queste parti. A me è toccata per prima la chiamata di Fabrizio Roncone del “Corriere della Sera”.

È stato inutile spiegare che il fatto non era avvenuto a Malindi, che si era trattato di una balorda fatalità, che l’unica cosa che davvero contava era che un ragazzo di trent’anni ci aveva rimesso la vita. Sul giornale è venuta fuori una mia unica dichiarazione: che a Malindi si stava benissimo, che le aragoste costavano 2 euro al chilo (io avevo detto 20, ma lo zero deve essere scappato dalla penna del collega) e che si viveva da gran signori su spiagge da sogno e ville da nababbi.

Punto. Che volete farci? Malindi è sempre Malindi: gli spinelli, la vicenda di Edoardo Agnelli, quell’altra di Claudio Martelli, la villa di Briatore con ragazze da sballo sono eredità difficili da smitizzare.

Per la seconda bordata abbiamo dovuto aspettare la fine dell’anno, quando ci sono state le elezioni per il nuovo presidente. Le votazioni si sono svolte senza alcun incidente e senza il minimo segno di scontri o di disordini. I primi risultati non definitivi dicevano che la vittoria era stata del candidato sfidante, Raila Odinga, della tribù dei luo, che aveva battuto il presidente uscente Mwai Kibaki, leader della tribù dei kikuju.

Più numerosi e più forti, i kikuju detengono da alcuni anni il potere e naturalmente, come in tutti i Paesi del mondo, non sono felici di cederlo ai loro avversari. E sono cominciati i primi scontri, ed è iniziata la conta dei primi morti. Tutti gli scontri, tranne uno a Mombasa, che dista un centinaio di chilometri da qui, sono avvenuti nell’Ovest e nel Nord-ovest del Kenya: il che vuol dire a una distanza tra i 600 e gli 800 chilometri da Malindi. La distanza che separa Milano da Napoli.

Ma tutti i giornalisti italiani che telefonavano per avere notizie facevano la stessa domanda: che aria tira lì a Malindi? Domanda legittima e pertinente, ma evidentemente noi davamo risposte non pertinenti ai loro desiderata. Perché quelli di noi che, per cortesia o correttezza, rispondevano ai colleghi ansiogeni, ripetevano la stessa cosa: guarda che qui non c’è assolutamente nulla. Di più: non c’è stato alcun corteo o piccola o piccolissima manifestazione per le strade.

Per le strade, continuavamo a ripetere, c’è il traffico di sempre e la vita è maledettamente normale. Ma tu lo sai, ripetevano i giornalisti al telefono, quello che sta accadendo a Nairobi e in altri posti? Sì, rispondevamo, lo abbiamo saputo dai nostri parenti e amici che ci telefonano preoccupati da casa, perché hanno visto la televisione o letto i giornali.

E a Malindi, insistevano i cronisti con una leggera punta di irritazione nella voce, che succede a Malindi? Arridagli, come dicono a Roma. A Malindi, mi dispiace per te, non sta accadendo nulla. E qualcuno di noi, per spirito di incoraggiamento, aggiungeva: magari domani o dopodomani succederà qualcosa, speriamo di no, ma finora qui non è veramente accaduto nulla.

E allora, insisteva il giornalista italiano che qualcosa nel pezzo chiestogli dal direttore doveva pur mettere, voi che fate, come vivete questa situazione? “Quale situazione?”, ci domandavamo noi, e raccontavamo, con minore o maggiore dovizia di particolari, la nostra giornata: passeggiate sulla spiaggia, qualche bagno in mare, molti libri con il tempo finalmente di leggerli, una visita agli amici sparsi qui e lì, e la sera cena in albergo, con mogli e figli, o da amici, e due chiacchiere per tirare le 11 e andarsene a letto.

Una vita del piffero, lo ammetto, banale e borghese, ma nessuno di noi riusciva a produrre niente di meglio. Per sua fortuna Flavio Briatore quest’anno non è venuto e quindi si è risparmiata la persecuzione, ma non del tutto, perché anche a lui, che girava le Maldive con la sua barca, hanno telefonato per avere notizie a tutti i costi, e poco importava che il disgraziato fosse a migliaia di chilometri di distanza, alla fine, in un modo o nell’altro, una sua dichiarazione e una sua foto sono riusciti a metterla lo stesso.

Poi hanno bruciato una chiesa, a 600 chilometri (ripeto 600) a nord di Malindi, e sono morte una cinquantina di persone, donne e bambini compresi: una cosa terribile e selvaggia, la cosa peggiore di tutta questa vicenda di scontri tribali tra luo e kikuju. Allora mi ha telefonato un collega di un giornale radio e mi ha chiesto che cosa stava capitando a Malindi dopo questo fatto, e io ho risposto che era una cosa terribile, ma che a Malindi non accadeva nulla di diverso dal solito, e che noi eravamo a 600 chilometri di distanza.

Ma naturalmente l’indomani c’è stato chi ha scritto che, mentre il Kenya era a fuoco e fiamme, quell’imbecille di Pietro Calabrese diceva che tutto era tranquillo, il mare calmo, il clima buono e le aragoste ottime. Che io, a precisa domanda, avessi parlato della situazione di Malindi e non di quella dell’intero Paese, era evidentemente un dettaglio senza importanza.

Adesso, lunedì 7 gennaio 2008, io non so che cosa accadrà nei prossimi giorni in questa bellissima terra che amo molto. So soltanto che dai giornali italiani continua ad arrivare di tutto, notizie vere e serie e notizie da fantarealtà: che gli aeroporti di Mombasa e Nairobi un momento sono chiusi e un momento dopo no, che le strade che portano a questi aeroporti sono insicure e pericolose, che banditi fermano le macchine e rapinano i turisti terrorizzati, che manca la benzina e scarseggiano i viveri, che la Farnesina è in stato d’allarme con la sua unità di crisi (e fa bene a esserlo, perché qui, sulla costa, ci sono in vacanza migliaia di italiani), e altre cose del genere.

Io so solo che a Malindi e negli altri paesini della costa – da Watamu a Lamu, a Khilifi – non è accaduto nulla, e che ognuno dei turisti che ha deciso di passare qui Natale e Capodanno ha trascorso feste normali e tranquille con la famiglia e con gli amici. Questo vuol dire che in Kenya non è accaduto nulla? Assolutamente no. In Kenya sono accadute molte e brutte cose, tanta gente è stata ammazzata, ci sono stati scontri mortali e odi repressi sono stati liberati.

Sono bruciate case e una chiesa, e sono stati saccheggiati negozi e devastate automobili. È accaduto tutto questo e speriamo che i due contendenti, Odinga e Kibaki, trovino un ragionevole accordo tra loro, altrimenti lutti e scontri continueranno e aumenterà il numero dei morti. Ma a Malindi e a Watamu, a Lamu e a Khilifi, non è accaduto nulla di nulla, nemmeno un minuscolo corteo di protesta per le strade, con grande scorno dei giornalisti italiani che davano a noi (cosiddetti) vip la colpa di questa irragionevole sgradevolezza.

Noi, insensibili alle esigenze dei giornali, siamo stati dipinti come sfacciati sibariti che gozzovigliavano ad aragoste e champagne, mentre tutto intorno il sangue scorreva. A Malindi, lo ammetto con il capo cosparso di cenere e di vergogna, persone normali e insopportabili vip hanno trascorso le stesse vacanze che voi avete passato in Italia: solo che qui si stava più al caldo. E anche, lo confesso, che da queste parti le aragoste costano 20 (non due) euro al chilo.

È una colpa grave che abbiamo. Ne chiederemo perdono a Dio e al giornalismo civilizzato. E lo farà, ne sono sicuro, anche Briatore, pur se in questa fine d’anno di aragoste malindine non ne ha mangiata nemmeno una.

martedì, gennaio 08, 2008

Siccome sono ANCHE Grottagliese

Uno splendido video di un ragazzo del mio paese. È fantastico


Quando il giornalista s'innamora

Un pezzo postato tanto per dare un'idea dell'equidistanza di parte del giornalismo, soprattutto parlamentare, italiano:
«Io, avvocatessa innamorata di Montecitorio»

di Giancarlo Perna - lunedì 14 agosto 2006
È entusiasta. Un’innamorata persa del suo nuovo lavoro, Laura Ravetto. Ho penato sette ore per tirarla fuori dall’Aula. Sono le otto di mattina quando ricevo la prima chiamata sul cellulare. «Ci vediamo tra un’ora», dice la neo deputata Fi, confermando l’intervista. Lei è già alla Camera, io in dormiveglia. Poi giù, una micidiale raffica di rinvii. Due, tre, cinque telefonate, per dire che in Aula parla questo e quello e lei non se li può perdere. E chi sono mai questo e quello? Due infimi peones, credetemi. Non sapendo ancora quanto sia inesperta, la brutalizzo un po’. Si prostra e genuflette e fissa imperterrita un nuovo appuntamento. Io girovago per Roma nell’attesa. Ritelefona. Stavolta a ciangottare sono Tizio e Caio. Due soldi di cacio che non valgono lo scatto telefonico. Ma lei, lì a abbeverarsi. Così abbiano fatto le 15 e ci incontriamo stanchi e affamati come pellegrini.
«Voglio assolutamente fare il politico», sono le sue prime parole quando finalmente entriamo nel suo ufficio.
«Ti sei presa una cotta da stramazzo per il Parlamento», dico.
«Sono eccitata al di là delle previsioni. Sento che è la mia professione, la mia vocazione. Non pensavo che in appena due mesi avrei avuto questa sensazione», dice accavallando le gambe nude. Laura è una trentacinquenne che ridà la vista ai ciechi e toglie il fiato ai vedenti. Ha vita sottile, un tailleur nero con bolero e un decolleté traverso con spallina.
«Calmati e cerca di dire cosa provi quando sei a Montecitorio».
«Ne percepisco la solennità. Quando percorro i corridoi ho l’impressione di non essere sola. Con me, c’è la Storia», dice.
«È grave», dico preoccupato.
«Sono seguita da Cavour e dagli altri grandi. In quelle stanze, sono state scritte la Costituzione, le leggi fondamentali. Lì è stato pensato tutto», dice in estasi.
«È una patologia nuova. Mai vista prima», dico esterrefatto.
«Sono così attirata, che ho difficoltà ad allontanarmi dal Palazzo quando il venerdì riparto per Milano. Le mura parlano e mi trattengono».
«Finita l’intervista ti accompagno dal dottore», dico. Laura si risveglia e ride.
«È la mia prima intervista. Non infierire», dice a mani giunte. Ha gli occhi color oro, giuro, e capelli biondi con frangetta. Il viso è da aquila regina. Di quelle che piombano sull’agnello e lo portano con sé. Mi candido anch’io: mi trascini dove vuole.
«Figliola, ce l’hai un fidanzato di carne che faccia le veci di Montecitorio?».
«È avvocato, come me. Credo molto nel matrimonio. Ma avendo ora l’obiettivo del lavoro, non è il momento», dice.
«Gli stiamo dando una cattiva notizia?».
«Lo sa e non vuole una donna che non sia convinta. Lui è a Milano e io sono impegnata a Roma con la commissione Bilancio che necessita della mia presenza dal lunedì al venerdì. Un tour de force, ma soprattutto un piacere».
«Sei di Cuneo, come sei finita a Milano?».
«Dopo il liceo, invece dell’università a Torino, come sarebbe stato normale, ho scelto la Cattolica di Milano. Volevo provarmi sola, in un ambiente non protetto».
«Tuo padre come l’ha presa?».
«Ha detto: “Se stai a Torino, ti compro un appartamento. Se scegli Milano, vai dalle suore”. Ho accettato le suore. Ora vivo a Milano da 15 anni», dice e si abbandona sullo schienale. Si drizza di nuovo, fa girare la sedia, allunga le gambe, stende il busto sullo scrittoio e pasticcia con fogli e penne. Si agita come una ragazzina.
«Che fai a Milano?»
«Sono avvocato, specializzato in Diritto internazionale. Ho diretto l’ufficio legale di una multinazionale farmaceutica. Milano è una sfida e uno stimolo», e muove mani e braccia con bei gioielli.
«L’uzzolo della politica come ti è venuto?»
«Al liceo avevo un prof di filosofia, tutt’altro che delle mie convinzioni. Ha stimolato il mio antagonismo. Lo vedevo fazioso e ho capito che non basta credere in un ideale. Bisogna divulgarlo».
«Cos’eri politicamente prima di Fi?»
«La mia, è una famiglia di tradizioni liberali».
«Meglio il Pli o Fi?».
«Il vecchio liberalismo è stato elaborato dal presidente Berlusconi in modo più fattivo e efficace, più vicino a me».
«Folgorata dal Cav?».
«Il presidente opera folgorazioni. Ha un carisma riconosciuto da tutti. È il primo dei giovani. Ti dà fiducia e ti spinge a osare. Conoscendolo meglio, ho scoperto un’altra sua grande dote: l’ascolto. Mai trovato, a quel livello, uno che ascolta gli altri come lui. Puoi essere l’ultimo degli uomini, lui ti ascolta».
«Hai un protettore nel partito?».
«Ma dai. Mi sono accreditata come professionista. Da legale sono stata vicina al presidente in alcune transazioni. In una di queste, lui mi ha vista in azione. Poi, ho avuto rapporti col ministero della Sanità e deputati del settore farmaceutico. L’incontro clou col presidente c’è stato nel 2001. Per riservatezza professionale, non dirò di più», e si porta le mani allo stomaco. «Ho fame. Mi accompagni a pranzo?». «Ho fame anch’io, vittima del tuo fanatismo parlamentare. Ma alle 16 non mangio davvero. Ora lavoriamo», dico secco e severo. Mi fa un broncetto che porterò nel cuore il resto della vita e si rassegna.
Molti dicono che il partito di Fi non esiste.
«Il partito c’è. Ma ci lascia liberi. Non c’è l’irreggimentazione della sinistra. Da noi, non ci sono quadri e quelle robe lì».
Bondi e Cicchitto, i coordinatori, che impressione ne hai?
«Un buon direttivo, leale al presidente, il che è fondamentale. Con loro, mi sento seguita e libera».
Molti deputati si sentono invece senza direttive e allo sbaraglio.
«Per attitudine, rifiuto le lamentele senza proposte alternative. Alla Bilancio siamo compatti e vicini. Sul decreto Bersani, avevo accanto i colleghi e il presidente dei deputati, Elio Vito».
I tuoi colleghi avvocati scioperano contro il decreto. Hanno ragione?
«Una maggioranza scombiccherata non può gettare nel caos le categorie. Soprattutto, senza accordo con gli interessati. La libertà dell’Italia non dipende dalle licenze dei taxi. Penso alle lobby delle banche, energia, trasporti. Sono con Tremonti; la Bersani è cinque per cento liberalizzazione, 95 per cento vessazione».

e siccome non posso occupare il log solo con questo l'articolo lo trovate qui: www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=111596&START=1&2col=
fonte ilGiornale.it
Vi regalo però la foto di questa bella figliola:

Ammazza tua moglie!


Per chi vuole liberarsi della moglie per una ventenne dell’Est o per ereditare l’appartamento la legge italiana offre grandi possibilità.

Il giudice Bruno Tinti nel libro: “Toghe Rotte” fornisce preziosi ragguagli agli aspiranti uxoricidi.
Per prima cosa bisogna disporre di una moglie e di un buon motivo per sopprimerla, quindi la si può eliminare. Chi vuole potrà dar sfogo al suo sadismo in quanto non considerato una seria aggravante.
Dopo l’omicidio bisogna correre subito dai Carabinieri per autodenunciarsi, spiegare i dettagli del delitto e far rintracciare gli strumenti utilizzati per compierlo (punteruolo, pistola, martello, ecc.). Non sussistono più i pericoli di inquinamento delle prove e di fuga. L’arresto non è perciò necessario. In attesa del processo si potrà continuare la propria normale attività.
Per l’uxoricidio è previsto l’ergastolo, ma il marito può dimostrare di “aver agito in stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui” (art. 62 n.2), ad esempio le corna, essere disponibile a risarcire i parenti della ex moglie (art. 62 n.6) e chiedere il rito abbreviato.
Il giudice, dotato di calcolatrice, comincia a detrarre:
- la pena, senza le aggravanti, non è più l’ergastolo, ma il carcere per 24 anni
- meno un terzo, art. 62 n.2 (stato d’ira) = 16 anni
- meno un terzo, art. 62 n.6 (risarcimento) = 11,33 anni periodico
- meno un terzo, art. 62 bis, attenuanti generiche (concesse a tutti) = 7,5 anni
- meno un terzo per il rito abbreviato = 5 anni
- se l’omicidio è avvenuto prima del maggio 2006 sono scontati tre anni per l’indulto ceppalonico = 2 anni con la sospensione condizionale della pena
Nel caso la Giustizia sia particolarmente severa con una condanna a tre anni, il marito verrebbe affidato ai servizi sociali.
L’uxoricidio conviene. Un libro, la sponsorizzazione di una linea intimo maschile e una serata da Vespa. Si può raggiungere la tranquillità economica. In Italia le mogli sono utili anche da morte.

Ps: L’iter giudiziario è valido anche per i mariti.

Toghe Rotte di Bruno Tinti
da Beppegrillo.it

Spazzatour

Giornalisti stranieri in gita nella monnezza

Dichiarazione d'amore a Riotta

Quello che si trova in internet... Nel caso qualcuno si offenda querelate l'autore non me. A me questo video l'hanno mandato.

Intervista Napoli

Parla il magistrato Raffaele Marino

This is my place

Taranto back to Italy

lunedì, gennaio 07, 2008

The war against children

This video is horrible. It was confiscated in UK by the police and tells the story of a child following her mother's steps as a kamikaze. The "director" is a miserable fuck...

domenica, gennaio 06, 2008

Il numero due



«Missione di Cruise: convertire Beckham»
In arrivo una biografia non autorizzata dell'attore,
che sarebbe il braccio destro del capo di Scientology

LONDRA - La «mission impossibile» di Tom Cruise: convertire alla fede di Scientology il calciatore più trendy della terra, David Beckham, e sua moglie Victoria. Lo rivela una nuova e controversa biografia non autorizzata del celebre attore. È stata scritta da Andrew Morton, giornalista inglese famoso negli anni Ottanta perché aveva conquistato la piena fiducia della principessa Diana ed era così in grado di fornire al Sun ghiotte notizie sulla famiglia reale. Secondo Morton la carriera di Cruise all'interno della setta fondata negli anni Cinquanta dallo scrittore americano di fantascienza Ron Hubbard avrebbe avuto un'accelerazione notevole, fino a fare di lui il numero due della gerarchia, ovvero il braccio destro del leader David Miscavige che lo consulta sistematicamente su tutte le più importanti decisioni della «chiesa».

SMENTITA - Un rapporto così stretto che Miscavige ha seguito Cruise e Katie Holmes nel viaggio di nozze alle Maldive. In un'intervista al domenicale Mail on Sunday un avvocato di Cruise, Bert Fields, ha però smentito le rivelazioni di Morton, bollando con disprezzo come «sciatta» la biografia e ha annunciando una querela per diffamazione con la richiesta di un indennizzo miliardario. L'attore sarebbe infuriato perché in «Tom Cruise: an unauthorized biography», in uscita il 15 gennaio negli Stati Uniti, Morton scrive che a detta di alcuni adepti di Scientology sla figlia Suri sarebbe stata concepita in provetta, utilizzando il seme congelato del defunto Hubbard. Il giornalista britannico arriva a paragonare Suri al «figlio del Diavolo» nel film «Rosemary's Baby» di Roman Polanski. Convertitosi nel 1986 grazie alla prima moglie Mimi Rogers, Cruise avrebbe divorziato nel 2000 dalla seconda - Nicole Kidman - anche per disaccordi sulla sua fede.

da Corriere.it

Propuestas de Chavez

Encore les vacances



Franck Dubosc

Pas de Calais comme les Pouilles



Danny Boon

sabato, gennaio 05, 2008

Studia, o diventerai cassiera!

Elle a bac+ 5. Elle est caissière. Sur son blog, elle dévoile des anecdotes croustillantes sur les clients. Un succès!
« Tu vois, si tu ne travailles pas à l’école, tu finiras caissière ! » Des commentaires de ce type, Anna, caissière depuis sept ans dans un hypermarché rennais, en entend souvent. Derrière sa caisse, elle garde en mémoire les anecdotes de son quotidien et a décidé de les dévoiler sur un blog.

Bac +5 en littérature, Anna prend plaisir à retracer ces anecdotes croustillantes. « Un exutoire », confie-t-elle. Elle raconte son quotidien : les voleurs, les culottés qui ne respectent pas les files d’attente... l’envers du décor, histoire de faire changer le regard des gens sur cette profession, sur ce « métier si basique et si répandu qu'on en a trop souvent oubié la personne qui est derrière », ajoute la jeune femme de 28 ans qui s’apprête à quitter ses fonctions dans quelques jours.

Son blog fait un tabac. Les visiteurs se comptent déjà par dizaines de milliers. Un livre est même en cours de préparation.

allez le voire
http://caissierenofutur.over-blog.com/

venerdì, gennaio 04, 2008

L'articolo rubato


"Fatwa" à l’italienne
PAR ANTONIO TABUCCHI, ÉCRIVAIN
vendredi 10 octobre 2003

"Si on me tue, souvenez-vous que les mandants linguistiques sont Antonio Tabucchi et Furio Colombo, en étroite collaboration." Telle est la déclaration à la fois louche et vulgaire de Giuliano Ferrara, dans le journal Il Foglio (6 octobre), après annonce aux agences de presse. Furio Colombo est le directeur de L’Unità, un des désormais rares journaux qui n’appartiennent pas à Silvio Berlusconi, et auquel je collabore. Un journal qui a pris des positions fermes et courageuses en faveur de la démocratie et qui se trouve maintenant plutôt isolé. Antonio Tabucchi, c’est moi. Mais qui est Giuliano Ferrara? Un portrait rapide s’impose, pour qui ne le connaîtrait pas.


Fils d’un haut dignitaire du Parti communiste italien, Ferrara s’est formé en Union soviétique, où il a fréquenté l’université de Moscou au temps de Brejnev. De retour en Italie, il devient une figure de proue de la "contestation" très proche des groupuscules révolutionnaires de l’extrême gauche marxiste-léniniste (il y a une célèbre photographie prise de lui pendant un assaut contre la police à Rome). Déçu par la politique modérée et pro-européenne du PCI de Berlinguer (pendant ces années-là, les Brigades rouges, en assassinant Aldo Moro, empêchèrent ce qu’on avait appelé le "compromis historique" entre la Démocratie chrétienne et le PCI), il se rapproche du socialiste Bettino Craxi dont il suivra l’itinéraire politique, de l’ascension à la chute.

Après la fin de Craxi - mort en contumax en Tunisie après sa condamnation pour corruption par un tribunal de la République -, Ferrara se reporte sur Berlusconi et devient un des grands artificiers médiatiques de son arrivée au pouvoir. Au début, il se voit confier l’émission de télévision "Radio Londres" (on appréciera l’ironie), puis il est nommé ministre dans le premier et éphémère gouvernement Berlusconi en 1994.

Ensuite, il prend la direction d’un hebdomadaire de l’empire Berlusconi, Panorama, le plus puissant véhicule de la propagande berlusconienne, consacré à discréditer les personnalités de la politique, de la culture et du spectacle opposées à Berlusconi. Dans ce travail, il collectionne une centaine de plaintes pour diffamation, mais l’important dans la stratégie mise en acte est de diffamer, étant donné que pour un milliardaire comme Berlusconi, indemniser les préjudices compte pour rien.

Enfin, Ferrara devient le directeur d’un nouveau quotidien, Il Foglio, propriété de Veronica Lario, épouse de Berlusconi, publication qui bénéficie toutefois d’une contribution de l’Etat (par l’effet d’une loi très italienne conçue par un parlementaire, Marco Boato, qui dans les années 1960 militait lui aussi dans les groupuscules d’extrême gauche). Il Foglio est le journal dans lequel Berlusconi publie ses discours ou proclamations. C’est là qu’il se fait interviewer lorsqu’il a en tête une nouvelle loi (il méprise le Parlement et a pour habitude d’utiliser ses journaux ou la télévision pour faire connaître sa "pensée" aux Italiens).

Le langage de ce journal et de Ferrara lui-même est, comme nous le verrons, agressif, vulgaire et menaçant. Un langage identique à celui utilisé par Ferrara dans son émission sur une nouvelle chaîne de télévision, La 7, autre tribune dont il a tiré un énorme pouvoir grâce à sa grande capacité à intimider tout adversaire de son patron.

Revenons en arrière : un peu avant l’été dernier, toujours dans Il Foglio et aussitôt après dans son émission télévisée, Ferrara procéda à une "autodénonciation" en révélant qu’il avait été par le passé un informateur des services secrets américains œuvrant en Italie, la CIA. Mais attention : il ne s’agissait pas de la déclaration de quelqu’un qui se repent d’une activité louche ; tout au contraire : Ferrara l’annonçait triomphalement, avec arrogance, déclarant qu’il l’avait fait pour protéger l’Italie du communisme et se vantant d’avoir été grassement payé pour ses services.

Il jouait simplement la carte de l’anticipation. Comme la CIA venait d’ouvrir aux historiens certaines de ses archives assez récentes, où son nom apparaît probablement, il s’autodénon-çait avant d’être dénoncé par un historien.

Ce qui est curieux, mais qui appartient au climat de l’Italie de Berlusconi (une Italie intimidée, désorientée, en grande partie bâillonnée pour ce qui est de l’information), c’est le fait que les infâmes déclarations du sieur Ferrara ne suscitèrent aucune réaction. J’osai exprimer ma stupéfaction, par écrit, dans L’Unità.

Pour la raison, entre autres, que la CIA ne paie pas grassement pour des informations touristiques, et parce que le passé récent de mon pays est fait de bombes, de terrorisme et de massacres. Et la "commission parlementaire Massacres" (un nom sinistre, certes, mais c’est le sien), présidée par le sénateur Pellegrino, a produit une énorme quantité d’actes parlementaires (en partie publiés et en tout état de cause à la disposition des citoyens) où il est démontré que beaucoup de massacres italiens à caractère séditieux furent organisés par les services secrets italiens "dévoyés" en collaboration avec certains services secrets étrangers, dont la CIA.

A présent, Ferrara dénonce de manière assez alarmante son possible assassinat et désigne a priori ma personne et celle du directeur d’un journal comme les mandants. Mandant "linguistique" : expression curieuse qui révèle la volonté de faire taire un écrivain qui, comme moi, utilise l’instrument de la parole.

Après la citation par laquellle j’ai commencé, Ferrara écrit : "Souvenez-vous en pour y remédier, et pour empêcher que l’omelette soit comme d’habitude retournée : je ne voudrais pas mourir moi aussi comme un martyr de la gauche bon chic bon genre, étant donné que le pape en charge de cette gauche, mon vieil ami- ennemi Piero Fassino, a eu la courtoisie d’écrire dans ses mémoires que malgré mon sale caractère et mon travail passé d’analyste pour l’espionnage américain, je reste "un des leurs".

"Cependant, ensuite, pardonnez-leur, car ce sont deux pauvres âmes en peine. J’ai parlé de "mandat linguistique", parce que je ne suis pas spécialiste du moralisme et que je ne comprends donc pas le concept de concours moral. Depuis longtemps, Antonio Tabucchi, qui est justement un écrivain et qui utilise le langage, m’assimile de façon oblique et menaçante (menaçante pour les autres, pour la communauté des hommes libres) au nom de Silvio Berlusconi. (...) Il offre de la personne la plus transparente du monde, jusqu’au grotesque, la version onirique d’un agitateur qui travaille dans l’ombre. Une invitation à des noces ? Non, une invitation à tuer. Qui ne revêt pas de "caractère pénal", mais qui a une importance linguistique décisive."

Je fais observer ceci : très astucieusement, Ferrara précise que ce que j’ai écrit sur lui ne revêt pas un "caractère pénal". Et comment pourrait-il en être autrement ? Je me suis limité à répéter ce que lui-même a dit de lui-même : qu’il a été un espion de la CIA. En revanche, ce qu’il écrit, lui, revêt un caractère pénal et, bien entendu, j’ai immédiatement déposé une plainte en justice.

Mais jusqu’à quel point la justice italienne peut-elle protéger un écrivain des abjectes paroles de Ferrara ? Celui-ci a lancé à mon encontre une fatwa à l’envers. En me désignant comme le possible mandant de son possible assassinat, dans un pays caractérisé par la Mafia, les obscures activités de terrorisme, les associations clandestines, et avec les vieilles amitiés que Ferrara aura certainement dans la CIA, il s’adresse à quelque Inconnu afin que celui-ci me ferme la bouche à temps, et qu’il désamorce la liberté de parole dont je dispose et qu’il craint (son recours à l’adjectif "linguistique" est symptomatique).

Au cas où les choses n’auraien pas été déjà assez claires, un autre quotidien de l’empire de Berlusconi, Libero (appréciez là aussi l’ironie), en a remis une couche en faisant figurer en manchette dans son édition du 7 octobre le titre suivant : "Ferrara déclare : Tabucchi et Colombo veulent me tuer", selon une progression logique dans la formulation.

Voilà l’Italie d’aujourd’hui. Je crois que cet épisode, même s’il est strictement personnel, constitue un portrait éloquent de mon pays.

Antonio Tabucchi, écrivain.
da Le Monde

Francia meravigliosa



Con tutte le baggianate che dice, sempre comunque accreditate di grande intelligenza, vien da chiedersi che ne sarebbe di Giuliano Ferrara in un paese serio, cioè diverso dall’Italia. Una risposta giunge dalla Francia, dove il Molto Intelligente è stato appena condannato in appello (e dunque in via definitiva) dal Tribunal de Grande Instance di Parigi per contraffazione di opera d’ingegno e violazione del diritto d’autore ai danni di Antonio Tabucchi. Il fatto risale all’ottobre 2003, quando Tabucchi inviò un articolo a Le Monde, ma se lo vide pubblicato, in anteprima e senz’autorizzazione, sul Foglio (un correttore di bozze del quotidiano parigino l’aveva inviato per amicizia a Ferrara, senza prevedere che questi l’avrebbe fregato e messo in pagina).

Ora Ferrara dovrà sborsare 34mila euro in tutto: 10mila di multa allo Stato francese, più 3mila per aver appellato temerariamente la condanna di primo grado; 12mila di danni a Tabucchi; 9mila per finanziare la pubblicazione della sentenza su Le Monde, Le Figaro e Libération. Naturalmente, se Ferrara avesse vinto la causa, la notizia sarebbe uscita su tutti i giornali. Invece l’ha persa, dunque silenzio di tomba. Ma l’aspetto più interessante del processo non è la sentenza. È l’incredulità dei francesi - giudici, avvocati e giornalisti - di fronte a quel che dice Ferrara. Anzi, di fronte a Ferrara tout court, che al di là del Monginevro è visto come un fenomeno da baraccone. Il suo interrogatorio in tribunale è uno spettacolo da far pagare il biglietto.

Nell’articolo rubato, Tabucchi ricordava i trascorsi di Ferrara come informatore prezzolato della Cia. Il giudice domanda all’interessato se la cosa sia vera. Ferrara risponde che sì, fu lui stesso a rivelarlo sul Foglio. Ma era una balla, che lui chiama «provocazione»: tant’è che ¬ aggiunge ¬ non ci sono le prove. La nuova frontiera del giornalismo da lui inaugurata - spiega - prescinde dalla verità. Figurarsi la faccia dei giudici parigini dinanzi a questo «giornalista» ed ex ministro italiano che si vanta di raccontare frottole sulla propria vita e aggiunge: trovate le prove di quel che scrivo, se ne siete capaci.

Lo condannano su due piedi. Lui ricorre in appello, eccependo fra l’altro sulla competenza territoriale del Tribunale parigino, manco fosse Previti o Berlusconi al Tribunale di Milano. Eccezione respinta con perdite. Quanto al merito, ricordano i giudici di seconda istanza, il Molto Intelligente è colpevole per definizione: «Il 4 novembre 2006 Ferrara veniva interrogato e sosteneva che in Italia è usanza giornalistica pubblicare documenti senza autorizzazione per rispondere a essi senza che la cosa comporti una contraffazione».

Dopo aver finito di ridere, i giudici ribattono che pubblicare sul Foglio un articolo destinato a Le Monde «senza il consenso dell’autore né di Le Monde costituisce a pieno titolo contraffazione» e «non è seriamente sostenibile che un delitto di contraffazione sia legittimato da una sorta di diritto di replica preventivo rispetto alla pubblicazione».

Ferrara, se voleva replicare a Tabucchi, doveva attendere che l’articolo uscisse su Le Monde. Il Tribunale aggiunge sarcastico che una diversa «eventuale usanza italiana, ammesso che esista, non si applicherebbe comunque al diritto francese». E conclude sottolineando «la piena consapevolezza che l’imputato (Ferrara, ndr) aveva del suo delitto e del cinismo con cui l’ha commesso», ergo «va dichiarato colpevole dei fatti a lui addebitati». Insomma: certi sofismi, furbate e corbellerie Ferrara li vada a raccontare agli italiani, che hanno smarrito il senso del pudore, della decenza e della vergogna.

In Francia non attaccano. Infatti, riportando la sentenza, il Nouvel Observateur descrive Ferrara come nemmeno un giornale di estrema sinistra oserebbe dipingerlo. Cioè per quello che è: «maschera della tv trash», «specializzato nella denigrazione di chi si oppone a Berlusconi» e nel «servilismo giornalistico» che gli è valso la direzione di Panorama e del Foglio, sempre «indipendente come si può essere quando l’editore è la moglie di Berlusconi».

Nessun accenno alla sua grande intelligenza. In controtendenza con la fuga dei cervelli dall’Italia, quello di Ferrara all’estero non lo nota nessuno. Non pervenuto.

Marco Travaglio

da Unità

Voglia di Kakà



Kakà querela rivista gay in cui un suo sosia apparirà nudo nel numero di febbraio
Il calciatore del Milan ha dato mandato ai suoi legali di querelare se il suo nome comparirà su G-Magazine

Il calciatore del Milan e della nazionale brasiliana Kakà ha dato mandato ai suoi legali di querelare la rivista brasiliana «G-Magazine», che si rivolge a un pubblico gay, se menzionerà il suo nome nel numero in uscita a febbraio, quando pubblicherà un servizio di foto senza veli di un sosia del n. 22 del Milan. Lo ha detto Diogo Kotscho, portavoce del giocatore, all'agenzia di stampa brasiliana Estado. La stessa agenzia rivela anche il nome del sosia del milanista che ha accettato di posare nudo per «G-Magazine»: si tratta di Lucas Pugliessa, 18 anni, modello originario di Sao Josè do Rio Preto.

blonde & bad



Reginetta di bellezza rapisce ex e lo sevizia

ACCUSE - La Fulbright, che è anche una studentessa di diritto alla University of Arizona e lavora come assistente del giudice federale Raner Collins, avrebbe portato a termine il rapimento insieme ad altri tre uomini: la modella, che ha partecipato a due edizioni di Miss Arizona e che l’anno scorso ha posato per un calendario sexy, avrebbe invitato a casa sua con un inganno il suo ex ragazzo. Con l’aiuto dei complici lo avrebbe legato con cavi di plastica e tenuto prigioniero. Più tardi i sequestratori lo avrebbero portato in un'altra abitazione sempre nella città di Tucson. Qui il ragazzo ventiquattrenne sarebbe stato torturato più volte: «La Fulbright lo avrebbe picchiato diverse volte mentre era legato» confermano i documenti della polizia. La donna lo avrebbe anche minacciato con una pistola «puntandola contro la sua testa» e lo avrebbe torturato «conficcandogli un coltello da macellaio in un orecchio».

FINE DEL CALVARIO - Il calvario del giovane, di cui non sono state rese note le generalità, sarebbe durato 10 ore: dopo tante sevizie, infatti, sarebbe riuscito a strappare dalle mani della modella la pistola e a scappare dalla prigionia. Una volta in strada avrebbe cominciato ad urlare e a cercare aiuto. La polizia è immediatamente intervenuta, ma è riuscita ad arrestare solamente la Fulbright e uno dei suoi complici, il quarantenne Larry Hammmond, mentre gli altri due, i fratelli Michael and Robert Ergonis, rispettivamente di 44 e 46 anni, sarebbero riusciti a fuggire e sono ancora latitanti. La Fulbright, dopo un breve periodo in cella, sarebbe stata scarcerata grazie al pagamento di una cauzione di 50.000 dollari. Contro di lei sono state formulate diverse accuse tra cui quelle di rapina a mano armata, sequestro di persona e violenza aggravata

AUTORITA’ - Le autorità affermano che il rapimento è stato portato avanti perchè la Fulbright riteneva che il suo ex le avesse rubato alcuni preziosi gioielli. I due complici latitanti hanno portato via alla vittima il portafoglio, un fermasoldi con 600 dollari, il cellulare e la ventiquattrore. La notizia del coinvolgimento della modella ha provocato stupore e sconcerto tra i suoi conoscenti: «Siamo davvero scioccati per quello che è accaduto» ha detto al network americano Abc Jeff Hawley, fondatore di Title2Media, la compagnia che ha prodotto il calendario della Subguns, sul quale compare un'immagine sexy della Fulbright. In essa la modella appare in bikini mentre ha in mano una pistola automatica HK 51. «E' sempre stata una persona simpatica e molto professionale» ha concluso Hawley.
da Corriere.it

giovedì, gennaio 03, 2008

Scambismo




Più una società è frustrata (e quella italiana lo è abbastanza) più accadono cose del genere. Il libro non c'entra cercavo un'immagine significativa.

LECCE - Per il Salento è una storia a luci rosse da prima pagina. Un giovane artigiano abitante in un paese dell'entroterra è indagato dal sostituto procuratore di Lecce Angela Rotondano, per sfruttamento della prostituzione. Il suo computer è già stato messo sotto sequestro. Lo ha denunciato la moglie, giovane come lui e casalinga, dopo un violento litigio seguito alla paternale fatta dal parroco del paese circa sei mesi fa.

La donna ha riferito ai carabinieri che il marito la costringeva a rapporti con persone contattate via Internet per un generico scambio di coppie: lei era costretta a concedersi, mentre lui stava a guardare ed a fotografare, salvo poi mettere le sue foto su Internet.

L'uomo ha invece denunciato la moglie per abbandono del tetto coniugale. Dopo il litigio, infatti, la moglie è andata via da casa. La donna ha raccontato di essere stata costretta a rapporti sessuali con un dentista ed il suo assistente, che avrebbero poi curato i denti a lei ed al marito gratuitamente, con un ingegnere salentino ed alcuni commercianti. Gli incontri avvenivano nell'abitazione della coppia.
da Repubblica.it

martedì, gennaio 01, 2008

Siccome...

Tutti questi video stanno in youtube aggratis, qualora la loro presenza qui violasse qualche copyright basta dirlo e li toglierò. Sappiatelo. Senza minacce.... serenamente

Io volevo solo mostrare questo meraviglioso sketch sul grande sindaco di una grande città italiana.