sabato, febbraio 28, 2009

Scorie



Rai2 non delude MAI. Era da tempo che non vedevo una boiata del genere quasi in prime time. Chi voglia fare tv dovrebbe vederlo. È un condensato di come non si dovrebbe fare televisione. A parte il Moige, ma le donne vogliono davvero farsi vedere così in Italia?

Carabine per tutti



Fonte: l'espressonline

Carabina selvaggia
di Roberta Carlini
Sparare tutto l'anno. Anche nei parchi naturali. E possibilità di imbracciare il fucile già a 16 anni. Dal centrodestra un progetto di legge che minaccia l'ambiente Ragazzini con la doppietta. Spari nei parchi naturali. Restituzione delle armi ai bracconieri. E caccia libera per tutto l'anno nelle aziende faunistiche private. Sono solo alcune delle previsioni con le quali una nuova legge sulla caccia sta per abbattersi sulla fauna italiana. Ribaltando regole e divieti e liberalizzando gran parte dell'attività venatoria, in un testo unico affidato alle cure del senatore del Popolo delle libertà Franco Orsi, parlamentare ligure dalla brillante carriera regionale, all'insegna dello slogan: 'Per la caccia vota un cacciatore'.

Tanto per cominciare, si abbassa l'età in cui è consentito imbracciare il fucile: a 16 anni si potrà prendere un patentino e andare a sparare per boschi e contrade. Il popolo dei 700 mila cacciatori italiani dunque si potrà infoltire di figli e nipoti, che la legge considera immaturi per votare e guidare un'auto, ma non per impallinare un cinghiale. Come si regolerà la responsabilità civile e penale in caso di incidenti causati dai minorenni in doppietta, non è specificato dal progetto di legge. Che invece detta minuziosamente le norme per l'allargamento della libertà di caccia, unificando diverse proposte accumulatesi negli anni, tutte provenienti dai banchi del centrodestra.

Le intenzioni sono chiare, sin dall'articolo 1 che, dettando i principi generali, fa sparire la solenne affermazione dell'interesse della comunità nazionale alla protezione della fauna. Messa in chiaro la filosofia, si passa ai fatti. Nei parchi naturali si potrà sparare: sarà lecita la caccia in deroga "per piccole quantità" e quella per il "controllo faunistico", insomma quando ci sono animali in eccesso che danno fastidio. Conclusione: "Nei parchi si potranno cacciare peppole e fringuelli, con piani pluriennali", denuncia Legambiente.

Ma non è tutto: le regioni che hanno istituito parchi su più del 30 per cento del territorio saranno punite con sanzioni economiche. Nessuna sanzione, invece, per chi sta al di sotto del minimo di zone protette previsto dalla legge.

Se la deregulation arriva nei parchi, figuriamoci fuori. Mentre finora la legge del cacciatore è stata incentrata sul suo ancoraggio al territorio, in futuro le doppiette potranno spostarsi da una regione all'altra per seguire gli uccelli migratori: basterà comunicarlo alle autorità e pagare qualcosa. I poveri migratori se la vedranno brutta anche per la riduzione delle aree protette sui valichi montani, dove adesso passano indisturbati mentre in futuro sarà consentita la presenza di cacciatori.

Liberalizzazione totale anche per quanto riguarda l'uso di uccelli come esche o zimbelli: via il tetto massimo, via anche gli anellini per identificarli ed evitare abusi. "È una pratica arcaica oltre che crudele: per fortuna lo fanno in pochi, non si capisce perché la legge vuole questo ritorno al passato", dice Danilo Selvaggi della Lipu. A proposito di pratiche arcaiche: se un cacciatore vuole imbalsamare le sue prede, avrà carta bianca senza i vincoli e le regole che esistono per gli imbalsamatori ufficiali.

Il controllo della fauna, già evocato per aprire alla caccia nei parchi, permetterà ai sindaci di dare mano libera ovunque ai cacciatori per abbattere animali che fanno danni o causano fastidio: cervi, lupi ma anche cani e gatti. Non mancano infine le novità affidate al privato: nelle aziende faunistico-venatorie si potrà cacciare tutto l'anno e anche senza licenza, sparando su animali appositamente liberati per il divertimento di tiratori da luna park. E per coloro che violeranno le (poche) regole che restano, mano di velluto: ai bracconieri presi sul fatto basterà pagare una multa per riavere le proprie armi. E riprendere la caccia.

Il mondo si sbaglia... tutto?



La smentita di Palazzo Chigi. In tarda serata, una nota di Palazzo Chigi ha smentito i media che hanno riportato la battuta del premier. "La frase che il presidente Berlusconi ha detto sottovoce al presidente Sarkozy durante la conferenza stampa a Villa Madama, mentre si stava parlando del riconoscimento in Italia dei baccalaureati, era semplicemente: "Tu sais que j'ai ètudiè à la Sorbonne" ("tu sai che ho studiato alla Sorbona"). Al presidente Berlusconi hanno dato l'oscar della volgarità che non meritava. A loro spetta invece l'oscar della denigrazione che si meritano appieno". Per la precisione, Berlusconi (laureato alla Statale di Milano) alla Sorbona ha frequentato un corso estivo.

venerdì, febbraio 27, 2009

Everybody loves Obama....almost

I like this pic

I adore Velvet Underground and Nico was hot

La classe!

giovedì, febbraio 26, 2009

Rita Adria


In un Paese profondamente mafioso come l'Italia, le persone che combattono la mafia si ammazzano e poi gli si dedica un film. È sempre successo così e lo stanno rifacendo con Rita Adria. Un film onesto, ma non eccezionale. Io riposto invece un vecchio articolo dal Corsera su questa povera ragazza che si suicidò dopo la morte di Borsellino. Enjoy and be proud to be italian.

Adesso vuole trasferirla nella cappella della propria famiglia. Giovanna Cannova continua la sua guerra personale contro la figlia, Rita Adria, la giovanissima collaboratrice della giustizia che, dopo avere rivelato i segreti della mafia di Partanna al giudice Paolo Borsellino, si tolse la vita il 26 luglio del ' 92, ad appena una settimana dalla strage di via D' Amelio, dove il magistrato della lotta alle cosche trovo' la morte assieme alla sua scorta in uno spaventoso attentato. Giovanna Cannova non ha mai condiviso la scelta di Rita di collaborare con la giustizia. Per questo l' aveva rinnegata gia' da viva e dopo il suicidio non volle andare neanche ai suoi funerali. Attese poi la ricorrenza dei defunti per accanirsi a martellate sulla tomba: un odio che sembra inestinguibile, addirittura distrusse a martellate la foto sulla lapide della ragazza. Adesso vuole cancellarne la memoria, traslando la bara in una cappella chiusa da un cancello. Non le importa di contraddire la volonta' di Rita: "Sarei felice . aveva scritto nel suo diario la ragazza . se potessi stare dopo la mia morte insieme a Nicola e a mio padre". Era stata la cognata, Piera Aiello, moglie di Nicola, anche lei collaboratrice della giustizia, a disporre che la volonta' di Rita fosse rispettata. Da allora, la tomba e' diventata la meta abituale di centinaia di visitatori, soprattutto in occasione delle manifestazioni per la commemorazione delle vittime della strage di via D' Amelio. Era stato proprio quell' eccidio ad uccidere Rita, una ragazza di 17 anni, pentita di colpe che non erano sue e che aveva deciso di collaborare con la giustizia perche' dopo l' uccisione del padre Vito e del fratello Nicola da lei adorati, aveva capito che non poteva continuare a vivere in quel mondo sanguinario e violento. Per questo aveva deciso di rivelare al giudice Borsellino, allora procuratore della Repubblica di Marsala, tutto cio' che sapeva sulle cosche mafiose di Partanna e che aveva appreso dalle discussioni ascoltate in casa. Da quelle rivelazioni scaturi' un' inchiesta con ventiquattro imputati. Dopo la strage, Rita era sprofondata nella disperazione. Per lei Paolo Borsellino era come un padre, un punto di riferimento. Non le bastava piu' l' affetto della cognata, ne' della nipotina, Rita Maria di appena quattro anni. E cosi' , in una calda domenica di luglio decise di farla finita, lanciandosi dal balcone di un appartamento in un casermone della periferia romana che le era stato messo a disposizione dall' Alto Commissariato antimafia. Ed ora e' Piera Aiello a denunciare, in una lettera aperta inviata anche alla procura della Repubblica di Marsala, le intenzioni di Giovanna Cannova. Sarebbe la cancellazione della memoria della figlia lo scopo che spingerebbe la signora Cannova a chiedere l' autorizzazione al Comune di Partanna per traslare la salma di Rita e tumularla nella cappella della propria famiglia. "Diventerebbe impossibile . scrive Piera Aiello . avvicinarsi alle spoglie di Rita, perche' la cappella dei Cannova e' protetta dai cancelli". Lei, invece, vuole continuare a portarle "un fiore bianco sulla tomba", cosi' come si erano promesse reciprocamente, piangendo, il 19 luglio del ' 92, quando seppero dell' uccisione di Borsellino. "Vuole isolare Rita per la terza volta . continua Piera Aiello . perche' dopo la morte del padre la costringeva a vivere da reclusa, allontanandola dagli amici, ed e' stato per questo motivo che Rita si allontano' da lei, iniziando una nuova vita come collaboratrice di giustizia. La tomba dove si trova rappresenta per Rita la liberta' sempre negatale dalla madre ed ora finalmente raggiunta anche a costo della sua stessa vita". Denunciata per la profanazione del giorno dei morti, Giovanna Cannova e' stata condannata dal pretore di Partanna a due mesi e venti giorni di reclusione, pena sospesa. Ai giudici la donna tento' di spiegare durante il processo che non voleva oltraggiare la tomba, ma solo distruggere quella fotografia scelta da Piera Aiella, la nuora che, disse, "ha portato la disgrazia nella mia famiglia. Rita non sapeva nulla di quelle storie. E stata lei a convincerla a parlare. Se non l' avesse fatto, forse Rita sarebbe ancora viva".

Petta Giorgio
(6 settembre 1994) - Corriere della Sera)

Tutto comincia da lì




Non è possibile SEMPRE voltarsi e guardare dall'altra parte. L'Italiano è una delle cose che sa far meglio. Per quieto vivere, per un "finto" pudore che in realtà e vigliaccheria o menefreghismo. Il declino comincia da lì.


Fonte: Repubblica.it
COSENZA - Una donna romena di 34 anni è stata sequestrata e violentata per giorni a Cosenza da un immigrato marocchino, e poi da un connazionale, che sono stati arrestati dai carabinieri. I due sequestri sono avvenuti nella stessa stazione degli autobus, davanti a decine di persone: nell'indifferenza generale, la donna ha urlato e chiesto aiuto ai passanti, ma nessuno le ha dato ascolto.

La vittima lavora come badante per una famiglia di San Benedetto Ullano (Cosenza), alle porte della città. Il cittadino marocchino e quello romeno, accusati di averla violentata, sono entrambi disoccupati ed hanno precedenti penali non specifici. I carabinieri sono giunti ai due arresti grazie alle indicazioni molto particolareggiate fornite dalla donna. Che è stata condotta in ospedale, poi è stata dimessa e affidata a un istituto di accoglienza.

Ad abusare della donna è stato dapprima il marocchino, Said Echi Chercki, di 36 anni. Dopo averla sequestrata, l'ha portata, sotto la minaccia di un coltello, in un capannone, dove l'ha tenuta segregata per circa dieci giorni.

L'uomo ha poi portato con sé la donna alla stessa stazione degli autobus nella quale l'aveva sequestrata. Qui le si è avvicinato un connazionale, il romeno Marin Tanase, di 34 anni, che, con la scusa di aiutarla, ha minacciato il marocchino. Salvo poi, a sua volta, portarla in un altro capannone dove per altri cinque giorni l'ha sottoposta a violenze ed abusi sessuali. La donna, approfittando di un momento in cui Tanase si era allontanato, è riuscita a liberarsi ed ha denunciato le violenze subite ai carabinieri.

E che problema c'è?



Il caro direttore di Libero, Feltri, è sempre in sevizio permanente effettivo nella difesa dell'amato leader. Con la solita verve cerca di banalizzare un fatto gravissimo che avrebbe provocato la fine politica di qualsiasi uomo politico in qualsiasi paese del mondo ovviamente civilizzato (anche se persino in Camerun la gente ha cominciato a scendere in strada). Al coraggioso anticomunista appare illogico criticare Berlusconi per aver cercato di piazzare un paio di atrici in Rai (lui, proprietario di Mediaset). Tutto normale, direttore. E che problema c'è? Oltretutto adesso quelle intercettazioni saranno distrutte (per una legge voluta dall'esecutivo Berlusconi).....

Fonte:libero-news

"Tanto rumore per nulla. La scandalosa vicenda delle telefonate malandrine fra Berlusconi e il direttore di Rai Fiction, Saccà, si è risolta in una bolla di sapone. È perfino imbarazzante scriverne. All’epoca fu talmente montata dai media da apparire compromettente per il futuro del premier. D’altronde non c’è come spargere fango col ventilatore: qualche schizzo arriva sempre a destinazione. E anche in questo caso, per quanto a lieto fine dal punto di vista dei protagonisti, i danni compiuti sono e saranno difficili da eliminare. I diffamatori professionali non si erano risparmiati nel dipingere il Cavaliere e il suo fido scudiero come un binomio di mascalzoni dedito a sporchi affari: favori, donnine (nel senso di attrici e attricette da piazzare magari per ottenerne le grazie), programmi di successo e relativi cachet. A supporto della tesi lubrica c’era una collezione di intercettazioni telefoniche sulle quali fiorirono romanzi osé (...) (...) e pornoipotesi. Circolarono a velocità supersonica voci spacciate per notizie: la magistratura è in possesso di bobine dal contenuto così piccante che se fossero divulgate Berlusconi sarebbe costretto a espatriare per la vergogna. Senza tenerla lunga: tutte fandonie, materiale da mandare al macero, inservibile a fini giudiziari. La stessa Procura ne chiede la distruzione al Gip. Quanto alle accuse di corruzione, da archiviare. Una pietra tombale sul preteso scandalo rivelatosi fuffa, robaccia da portineria. Cosa resta da dire se non che il tentativo di ridisciplinare l’uso delle intercettazioni è più che giustificato? Qui non si tratta di sottrarre agli inquirenti un prezioso strumento di indagine, ma di vietarne il ricorso indiscriminato nonché la diffusione acritica a mezzo..." (continua su Libero...)

Rechstradikale

Le dimissioni di Mentana

...punti di vista

Gli approfondimenti di Elkann

Senza parole.....

mercoledì, febbraio 25, 2009

Di cosa stiamo parlando?

I due emendamenti. Il testo sottoscritto da Finocchiaro recita: "L'idratazione e la nutrizione, indicate nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono da considerarsi sostegno vitale e sono comunque e sempre assicurate al paziente in qualunque fase della vita. Nell'ambito del principio di autodeterminazione, nel rispetto dell'articolo 32, secondo comma, della Costituzione, è ammessa l'eccezionalità del caso in cui la sospensione di idratazione e nutrizione sia espressamente oggetto della dichiarazione anticipata di trattamento". Oltre alla firma di Finocchiaro ci sono quelle dei parlamentari Luigi Zanda, Nicola Latorre, Fiorenza Bassoli, Daniele Bosone, Franca Chiaromonte, Lionello Cosentino, Leopoldo Di Girolamo, Ignazio Marino, Donatella Poretti.

L'emendamento di Rutelli dice invece che "alimentazione e idratazione sono forme di sostegno vitale e sono fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono quindi essere oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento. Nelle fasi terminali della vita o qualora il soggetto sia minore o incapace di intendere e di volere, la loro modulazione e la via di somministrazione, da commisurarsi alle aspettative di sopravvivenza, alle condizioni del paziente e alla necessità di non dar corso ad accanimento terapeutico, debbono essere il frutto di una interazione e comune di valutazione tra il medico curante, cui spetta la decisione finale, l'eventuale fiduciario e i familiari".

Lettera aperta all’onorevole Franceschini

Fonte: Micromega

Chi decide sulla propria vita?

La legge del governo sul fine vita viola i diritti umani
Il testo del disegno di legge su fine vita e testamento biologico
Non ci sarà nessun testamento biologico. La legge prevede il "sondino di stato" obbligatorio, anche contro la tua volontàUmberto Veronesi, Andrea Camilleri, Stefano Rodotà, Paolo Flores d'Arcais: Gli emendamenti del Pd sulla legge "fine-vita" non sono una mediazione, sono una resa.

Stimato onorevole Franceschini,
appena eletto segretario del Partito democratico, lei ha fatto riferimento alla laicità come valore irrinunciabile del suo partito, in quanto valore irrinunciabile della carta costituzionale. Il banco di prova della coerenza pratica rispetto a questa affermazione è costituito dall’atteggiamento che il suo partito assumerà nella discussione sulla legge cosiddetta “fine-vita”.
Laicità significa che nessuna convinzione religiosa o morale viene imposta per legge da un gruppo di persone, per quanto ampio, alla totalità dei cittadini. E questo vale più che mai per quanto riguarda ciò che è più proprio di ciascuno, che fa anzi tutt’uno con la propria esistenza, la sua stessa vita, e la parte finale di essa.
E infatti la Costituzione della Repubblica nel suo articolo 32, e la convenzione di Oviedo ratificata dall’Italia, la legge sul servizio sanitario nazionale, e numerose e univoche sentenze della Cassazione negli ultimi anni, stabiliscono in modo tassativo che nessun cittadino può essere sottomesso a “interventi nel campo della salute” senza il suo consenso (debitamente informato) e che tale consenso può essere ritirato in qualsiasi momento. La convenzione di Oviedo evita ogni distinzione tra “cure” e altri interventi (“di sostegno vitale”, ecc.) proprio perché non si possa giocare sulle parole e violare così il diritto del paziente di rifiutare qualsiasi trattamento medico e/o ospedaliero (tranne che per gli eccezionali motivi di sicurezza pubblica: epidemie, vaccini e simili).
Sulla propria vita, insomma, può decidere solo chi la vive, e nessun altro. Questo l’abc della laicità che l’Europa tutta ha adottato in campo medico, confermando l’essenzialità del consenso informato nell’articolo 3 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Il disegno di legge Calabrò distrugge tale diritto. All’art. 2, comma 2 dice infatti: “L'attività medica, in quanto esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute, nonché all'alleviamento della sofferenza non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”.
Il che significa che Piergiorgio Welby non potrebbe far disattivare il respiratore artificiale, e che Luca Coscioni non avrebbe potuto rifiutare la tracheotomia, e che l’amputazione di un arto che va in gangrena diventerebbe coatto, e così la trasfusione di sangue anche a chi la rifiuta per motivi religiosi (tutti rifiuti garantiti oggi dalla legge e più volte applicati fino al “prodursi della morte del paziente”).
Non basta. L’articolo 5 comma 6 stabilisce che “Alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento”. In tal modo il cosiddetto testamento biologico diventa una beffa. Qualsiasi cosa abbia stabilito il cittadino, davanti a un notaio e reiterando le sue volontà ogni tre anni, il sondino gli sarà messo in gola a forza. I medici delle cure palliative hanno del resto spiegato drammaticamente che alimentazione e idratazione non alleviano ma moltiplicano e intensificano le sofferenze nei malati terminali. Queste sofferenze aggiuntive, che è difficile non definire torture in malati in quelle condizioni, diventano con questa legge obbligatorie.
E’ evidente il carattere anticostituzionale di tale legge, ma anche il suo carattere semplicemente disumano. Purtroppo gli emendamenti proposti dal suo partito (primo firmatario Anna Finocchiaro) lasciano intatta la violenza dell’articolo 2 comma 2, e aprono solo un modesto spiraglio rispetto a quella dell’articolo 5 comma 6. Non parliamo della cosiddetta “mediazione” di Rutelli, praticamente indistinguibile dal disegno di legge della maggioranza, e che non a caso è stata benevolmente accolta dall’on. Quagliariello.
Il Partito democratico aveva il suo progetto di legge da anni, e con tale programma andò alle elezioni che portarono al secondo governo Prodi: la legge firmata da Ignazio Marino. Ogni passo indietro rispetto a tale proposta sarebbe una rinuncia pura e semplice ai diritti elementari sanciti dalla Costituzione, dalla convenzione di Oviedo, dalle sentenze della Cassazione.
Abbiamo letto che il suo partito sarebbe comunque orientato a dare ai suoi parlamentari “libertà di coscienza” al momento del voto. Ci sembra che tale atteggiamento sia frutto di un fraintendimento molto grave.
Se venisse presentato un disegno di legge che stabilisce la religione cattolica come religione di Stato, proibisce il culto ai protestanti valdesi e obbliga gli ebrei a battezzare i propri figli, sarebbe pensabile - per un partito politico che prenda sul serio la Costituzione - lasciare i propri parlamentari liberi di “votare secondo coscienza”, a favore, contro, astenendosi? O non sarebbe un elementare dovere, vincolante, opporsi a una legge tanto liberticida?
La legge ora in discussione sulle volontà di fine vita è, se possibile, ancora più liberticida (e disumana) di quella sopra evocata. Non costringe al battesimo forzato, costringe al sondino forzato, al respiratore forzato, a qualsiasi accanimento che prolunghi artificialmente una vita che, per la persona che la vive, non è più vita ma solo tortura. Peggiore quindi della morte.
In ogni caso la libertà di coscienza del parlamentare non può essere invocata per violare e cancellare la libertà di coscienza delle persone.
Siamo certi perciò che nulla di tutto questo accadrà, e che in coerenza con il valore della laicità da lei riaffermato, il Partito democratico non tollererà scelte che violino, opprimano e vanifichino l’elementare diritto di ciascuno sulla propria vita.

Andrea Camilleri
Paolo Flores d’Arcais
Stefano Rodotà
Umberto Veronesi

martedì, febbraio 24, 2009

Bambole non c'è una lira



Già gli Istituti di Cultura all'estero fanno vergognare un italiano di essere tale, poi la crisi non fa che aggravare una situazione già da terzo mondo (ma dicono che noi siamo il popolo di Dante, Leonardo... ecc ecc)

Frattini culture club
fonte: l'espressonline

Grossi cambiamenti all'Istituto italiano di cultura a Londra. Il direttore Carlo Presenti, grande amico del ministro degli Esteri, ha chiuso la biblioteca e ridotto i corsi di italiano

Circolano malumori sul direttore dell'Istituto italiano di cultura a Londra, Carlo Presenti, coetaneo, collaboratore e grande amico del ministro degli Esteri Franco Frattini, che colà lo ha destinato. Dal 20 gennaio Presenti ha chiuso la biblioteca intitolata a Eugenio Montale ("Per ristrutturazione"; ma è stata rinnovata nel 2004), ha abolito il notiziario degli eventi, notevolmente ridotto gli inviti a scrittori e artisti, diminuito i corsi d'italiano chiudendo alcune aule.

Eliminata l'installazione luminosa all'ingresso che non gli garbava, ha voluto ripavimentare gli uffici in marmo senza informare il Westminster Council, benché il palazzo di Belgrave Square sia sotto tutela. Quando si è rimediato, dal Council è arrivata la bocciatura e il blocco dei lavori. Infine è stata tagliata la collaborazione con l'Italian Bookshop, l'unica libreria italiana a Londra. Presenti si è irritato perché un libro divertente ('How to Live Like an Italian') presentato dal Bookshop conteneva un passo irrispettoso verso Berlusconi.

"Quella è troppo di sinistra": così ha bollato la direttrice Ornella Tarantola, rea di avere ospitato alcune riunioni dell'associazione Libertà e Giustizia. Presenti, a differenza dei suoi predecessori, non risiede nell'alloggio del direttore sul retro dell'Istituto (si è affittato un appartamento a Vauxhall) e non è un intellettuale (è ingegnere chimico). Però è stato il capo di gabinetto a Bruxelles di Frattini, quand'era vicepresidente della Commissione europea, e male non gli ha fatto.
E. A.

Si spoglia nudo




Dal Corriere.it:

Grande Fratello: fuori il sexy idraulico. Paolo Mari s'infuria e si spoglia nudo.

Domanda: sarebbe stato meno scandaloso se si fosse spogliato vestito? Misteri del giornalismo italiano....

"Solo" 17 anni




Grande Mentana, appena 17 anni per accorgersi di una cosa sotto gli occhi di tutti.

NON HO PAURA DEL LUPO BERLUSCONI
Germano Morosillo per "Pocket"

Voleva il suo momento di celebrità, nulla di più. E invece è passata, in maniera del tutto accidentale, alla storia recente della televisione italiana. E' successo tutto la sera del 9 febbraio. Mentre l'Italia si commuoveva per la morte di Eluana Englaro, Federica Rosatelli piangeva davanti alle telecamere per l'esclusione dal Grande Fratello.

Un contrasto stridente tra dramma autentico e dolore televisivo. Troppo per Enrico Mentana che si dimetteva da direttore editoriale di Mediaset, in polemica con le scelte dell'azienda sulla programmazione di Canale 5.

Un abbandono improvviso, non inatteso. Diciassette anni scanditi da molti successi e poche polemiche. E poi un disagio, cresciuto negli ultimi anni, con l'avvento della nuova dirigenza. L'asse di equilibrio tra vocazione informativa e commerciale di Mediaset si sarebbe gradualmente spostato, fino ad anteporre il reality alla realtà.

Si dice che quando si danno le dimissioni il vero rischio è che vengano accettate. In questo caso non c'erano margini di incertezza: divorzio doveva essere e così è stato. Da quel momento Mentana è diventato un caso politico: denunce, polemiche, dichiarazioni, rivendicazioni. Tutti hanno detto, tanti hanno scritto. E adesso parla lui.

Rimpianti?
"Quando si prendono decisioni come questa non si può parlare di rimpianto. Il rimpianto ci sarebbe stato se non avessi fatto nulla di fronte alla scelta di Mediaset".

Forse avresti voluto spiegare al pubblico i motivi delle tue dimissioni.
"Un po' dispiace non averlo potuto fare, ma sono convinto che il pubblico li abbia capiti".

La solidarietà dei giornalisti del Tg5?
"Mi ha molto colpito e commosso. Non era scontata, per ovvi motivi. Un fatto importante".

Hai detto che la tua decisone era nell'aria da tempo. Perché?
"C'è stato un allontanamento dalla mission di Mediaset, di Canale 5 in particolare. L'equilibrio tra fascino commerciale e responsabilità di servizio pubblico è progressivamente venuto meno. Oggi si constata una maggiore compenetrazione con le sorti di una parte politica del Paese".

Più intensa dopo il ritorno del centrodestra al governo?
"Si può dire che le ragioni del proprietario sono tenute in conto dalla dirigenza."

L'informazione a Mediaset oggi è meno credibile?
"Tre giorni dopo la morte di Eluana, sul Corriere della Sera, un sondaggio Ipsos di Mannheimer metteva in rilievo la perdita di credibilità delle istituzioni. Nell'elenco erano presenti anche i mass media, chi ne usciva peggio nel giudizio degli intervistati era Mediaset. Non spetta a me dire se oggi l'informazione a Mediaset è meno credibile. Nel corso degli ultimi anni comunque qualcosa è cambiato".

Questo cambiamento è coinciso con l'arrivo di Piersilvio?
"Non so personalizzare gli eventi, posso descriverli. E' un processo che ho progressivamente visualizzato e che si è accelerato con la nuova generazione del gruppo dirigente. E' scemato l'interesse per l'informazione giornalistica. Si è puntato sulla ricerca di audience, sui proventi della raccolta pubblicitaria, sulla ricerca dell'incasso per l'incasso.

L'insieme dei canali Mediaset non offre un programma di informazione in prima serata. Per di più gli appuntamenti di news di seconda serata come Matrix, Terra, lo stesso Costanzo Show, che pur è una cosa diversa dal puro programma di informazione, sono stati relegati oltre la mezzanotte".

Ti ha deluso il silenzio di Berlusconi dopo le tue dimissioni?
"Non lo sento da mesi, e in ogni caso sono anni che non ho rapporti diretti con lui".

E il fatto che Piersilvio, Confalonieri, non ti abbiano chiamato?
"Da un punto di vista umano si commenta da solo. Ma voglio chiarire una cosa: non sono uno che mangia per 17 anni nello stesso ristorante e all'improvviso dice che la cucina era pessima. Mediaset è stata un'avventura esaltante. Berlusconi nel '91 mi ha chiamato e mi ha dato un sogno: costruire un Tg partendo da zero. Ho vissuto i 13 anni al Tg5 in perfetta libertà, anche quando Berlusconi è diventato politico.

Ho rispettato la scelta dell'azienda di rimuovermi dalla direzione del Tg5, pur non condividendola. Sono rimasto, ho accettato la scommessa di Matrix, che poteva non essere un successo, un prodotto nuovo per la rete e per me, come passare dai cento metri alla maratona. L'ultima pagina è stata brutta, non per questo vanno cancellate quelle che l'hanno preceduta".

Quante belle pagine in questi anni?
"Tante. Me ne vengono in mente alcune recenti. La puntata di Matrix con Saviano che parlava di camorra, quella con Genchi, l'intervista a Veltroni e Berlusconi, al quale ho tolto la parola..".

Puoi ricostruire cosa accadde a Mediaset la sera del 9 febbraio ?
"Quel giorno il Parlamento era stato convocato a tappe forzate per la legge "salva-Eluana". Alle 20,25 Tg1 e Tg5 danno la notizia. Il primo si allunga di venti minuti, mentre il Tg5 si chiude nel classico orario, dedicandogli sette minuti. Dopodiché Canale 5 non se ne occupa più, fin dopo mezzanotte.

Che modo è di dare informazioni? Stiamo parlando di una vicenda che interessava l'intero Paese, basta fare una panoramica sulle prime pagine dei quotidiani di quei giorni. Non era una notizia come un'altra, era l'avvenimento di cui tutta l'Italia era stata messa al corrente".

Non bastava lo speciale su Rete4?
"Quella dello speciale su Rete4 è una giustificazione a posteriori. Se avessero voluto davvero puntare su quel programma, sarebbe bastato uno scorrevole sotto il Grande Fratello per informarne gli spettatori. Invece si è deciso di non fare nulla. Ho saputo solo alle 23 che non avrei fatto Matrix. A me interessava il rapporto umano con i telespettatori, con quella famiglia. Per ragioni di audience si è fatta una scelta sbagliata".

Quella sera come l'hai passata?
"Ho avvisato i vertici aziendali, dopo che un sms mi aveva preavvertito della morte di Eluana. Mi hanno chiesto se ero pronto, ho risposto di sì. Ho fatto tre proposte diverse, nessuna che prevedeva la cancellazione del Grande Fratello".

Quali?
"Far precedere il Grande Fratello da un'edizione speciale del Tg5 e farlo seguire da Matrix. Intervallare il Grande Fratello con delle finestre del Tg5 o Matrix. Anticipare la chiusura alle 23. Nessun riscontro".

Stavi guardando il Grande Fratello?
"Lo stavo guardando quando ho visto quella ragazza che piangeva, ma non per Eluana. Piangeva perché doveva uscire dal programma. Mi sono cadute le braccia. Irridere l'emozione di una parte del Paese trasmettendo un dolore finto, un pianto in vitro. L'ho trovato intollerabile. E' stato in quel momento che ho capito quale fosse la decisione da prendere".

Un tuo errore?
"Forse restare convinto che Canale 5 fosse obbligato a informare. Comunque l'aria era quella da settimane. C'è un ridimensionamento progressivo funzionale a una catena editoriale, slegato da compiti di informazione".

Conosci Alessio Vinci?
"Meglio di tutti, lo conosco privatamente".

Ti ha detto lui che avrebbe preso il tuo posto a Matrix?
"Me l'ha comunicato Mediaset".

Pensi possa cavarsela bene?
"Non sta a me dirlo. Sono stato giocatore tanto tempo, non voglio mettermi in cattedra per dare giudizi su chi scende in campo ora".

Come li stai trascorrendo questi giorni?
"Come ogni anno quando iniziano le vacanze. Con i miei figli, con i miei impegni giornalistici che continuano in radio, con Vanity Fair. E passando molto tempo in mezzo alla gente... anche perché non ho la patente".

Non avverti il distacco?
"Tra un po', forse. Adesso è passato troppo poco tempo".

Sembra che tu abbia una voce triste.
"Al contrario, sono completamente rilassato: il tono dipende dal fatto che sono sdraiato! Per la prima volta da dieci giorni non alzo la voce, non mi tocca agitarmi. Sono sereno: ho fatto la cosa giusta e sono pronto a rimettermi in gioco".

In Rai?
"Non tornerei a viale Mazzini dopo tanto tempo: mi sono dimostrato indocile rispetto a Mediaset, figuriamoci la Rai".

La voce di tuoi contatti con Sky?
"Falsa. Mai sentito i vertici di Sky, né prima né dopo le mie dimissioni. Qualcuno ha voluto a farlo credere. E' una voce messa in giro dall'interno".

Di Mediaset?
"Sì".

Adesso si va dal giudice.
"Io ho presentato le mie dimissioni da direttore editoriale, Mediaset dice che mi sono licenziato. A Berlusconi non piace la costituzione sovietica ma Mediaset nei miei confronti ha adottato un comportamento di tipo sovietico, con l'espulsione dal partito e la sentenza pronunciata da Crippa. Ma non farò la fine della pecora davanti al lupo. Del lupo non ho paura".

lunedì, febbraio 23, 2009

A great movie

Corriere's correspondent said this movie didn't deserve 8 awards. Listen to me....shut up

domenica, febbraio 22, 2009

Let's stay zen

Argute provocazioni




Siparietto idiota fra la giornalista di Libero e Povia al dopofestival di domenica su Raiuno. La tizia (che io non posso considerare una collega manco per niente), dice:

"Per onestà intellettuale (chissà se la tizia conosce il significato di questa affermazione lavorando in un giornale equilibrato come Libero), se Luca dovesse tornare gay farà un'altra canzone?"

A questa arguta, intelligente provocazione, il genio della musica risponde:

"Ti faccio un fax".

Le radio la potranno pure passare come hai detto tu caro Povia, ma questa canzone è immondizia.

Balle spaziali




Da 'il Sole 24 ore'

Sulle risorse anti-crisi un puzzle ancora da comporre
di Marco Rogari

Una storia che parte da lontano. È quella della "dote" del piano anti-crisi italiano. È infatti il 15 novembre 2008 quando, alla fine del G-20 convocato negli stati Uniti per affrontare "l'emergenza globale", il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il ministro Giulio Tremonti annunciano per la prima volta che l'Italia è pronta a mettere in campo complessivamente 80 miliardi di euro. Un intervento, precisano il premier e il titolare dell'Economia, pari a 5 punti di Pil, destinato per circa 40 miliardi ad essere "alimentato" dall'accelerazione della spesa pubblica e privata derivante dallo sblocco di fondi in compartecipazione europea.Due settimane più tardi, il 28 novembre, il Consiglio dei ministri vara il decreto anti-crisi (n. 185/2008), poi approvato dal Parlamento alla fine di gennaio. Il Dl diventa la terza punta del tridente utilizzato dall'Esecutivo per fronteggiare l'emergenza, di cui fanno parte anche i due provvedimenti cosiddetti "salva-banche" che però non hanno una ricaduta diretta sui conti pubblici.Quando esce da palazzo Chigi il valore per il 2009 del decreto anti-crisi è di circa 6,3 miliardi. Ma alcuni giorni dopo, nel passaggio del testo alla Camera, si scopre che il reale impatto sul 2009 delle misure varate dall'Esecutivo è di poco inferiore ai 5 miliardi e che la copertura finanziaria scende anche per il 2010 (da 2.347 a 2.112 milioni) e per il 2011 (da 2.670 a 2.434,5 milioni). I relatori di maggioranza del provvedimento a Montecitorio affermano che i ritocchi al ribasso sono da imputare ad errori tecnici nella "contabilizzazione" originaria.Anche dopo la conversione in legge del decreto il Governo continua a far riferimento ad un intervento da 40 miliardi per il triennio 2009-2011, potenzialmente elevabili a 80 miliardi grazie all'utilizzo dei fondi Ue. Lunedì scorso il premier spiega come si arriva a quota 40 miliardi: «Basta sommare i 6 miliardi di riduzione del decreto sull'Iva, i 16 miliardi per le infrastrutture che siamo finalmente riusciti a sbloccare, i 10 miliardi di finanziamento alle imprese e gli 8 miliardi per gli ammortizzatori sociali». Quasi tutte queste voci hanno una loro storia e, di fatto, uno specifico iter.Sul fronte delle infrastrutture, dei 16,6 miliardi citati dal Governo, l'iniezione vera di risorse pubbliche per i cantieri ammonta al momento a 5,9 miliardi, tutte provenienti dal Dl 185 e dalla sua attuazione: 3,7 miliardi sono alimentati dalla riprogrammazione del Fas (ma con la cassa tutta da definire) e 2,3 miliardi di legge obiettivo, ancora da distribuire. Per arrivare alla cifra di 16,6 miliardi si devono includere: circa 3,7 miliardi distribuiti effettivamente dal decreto anti-crisi a valere sui fondi Fas ma destinati al finanziamento dei treni regionali delle Ferrovie e all'emergenza Tirrenia; circa 7 miliardi di opere autofinanziate da concessionari privati delle autostrade del Nord che hanno avuto un iter lungo dieci anni e potrebbero aprire i cantieri nel 2009.La riduzione Iva citata dal premier sembra collegata, a differenza dei 10 miliardi di finanziamenti alle imprese che non appaiono facilmente delimitabili, all'articolo 9 del decreto anti-crisi relativo alla restituzione dei rimborsi fiscali ultradecennali. Articolo che, nella versione approvata dal Parlamento, riguarda anche la velocizzazione dei crediti vantati dalle imprese nei confronti della pubblica amministrazione. Entrambe le operazioni dovrebbero scattare sulla base delle risorse (5,7 miliardi l'anno) in origine destinate al "saldo" delle "pendenze" sull'Iva auto aziendale (legate alla nota sentenza della Corte di giustizia Ue) poi però rimaste in larga parte inutilizzate a causa del ridimensionamento della portata della vicenda. Risorse che, tra l'altro, secondo quanto affermato dall'Agenzia delle entrate il 30 dicembre scorso sarebbero già state parzialmente utilizzate per avviare i pagamenti (nei primi mesi del 2009) di rimborsi Irpeg per 3 miliardi e di rimborsi Irpef per 300 milioni (e non quindi di rimborsi Iva).Quanto agli ammortizzatori sociali, a tutt'oggi le risorse stanziate raggiungono quota un miliardo e 26 milioni, (che potrebbe salire a quasi 1,2 miliardi per effetto di alcuni interventi "collaterali). In origine la manovra estiva aveva autorizzato fondi per 600 milioni poi quasi raddoppiati con la Finanziaria e il Dl anti-crisi. Decreto che contiene anche la cornice legislativa per irrobustire ulteriormente la dote. Il negoziato con le regioni, oltre che con la Ue, è ancora in corso: il Governo chiede 2,7 miliardi alle autonomie, mettendo sul piatto 5,3 miliardi (non facili da reperire). C'è poi la partita sugli eventuali 40 miliardi da attingere da fondi Ue e regionali. Operazione non semplice, visto che l'obiettivo sembrano essere i fondi del Quadro strategico nazionale 2007-2013 che si compone sia di fondi strutturali (contributo comunitario) sia di cofinanziamento nazionale. Questi fondi, indirizzati a singoli assi e priorità, sono contenuti in Programmi operativi regionali e nazionali già approvati da Bruxelles. E rinegoziarne i contenuti con la Ue potrebbe richiedere tempi più lunghi di quelli richiesti da interventi di urgenza.

Che affondi



"Vorrei qui sottolineare che il mio Paese si trova in una situazione relativamente migliore rispetto a quello che i miei colleghi hanno riferito dei loro Paesi". Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi nel corso di una conferenza stampa congiunta con gli altri leader al vertice dei Paesi europei del G20 a Berlino.

L'intero intervento è stato imbarazzante. Vergognoso. Se un paese in ginocchio come l'Italia si lascia prendere per culo così, semplicemente esso merita di affondare. Punto.

La twingo

sabato, febbraio 21, 2009

Dopo ponderata analisi...

..... mi permetto di esprimere la mia opinione sulla canzone di Povia "Luca era gay". Questa canzone è una cagata pazzesca. È talmente brutta da essere imbarazzante. Non si capisce come sia possibile che venga cantata. È una furba operazione per ingraziarsi determinate fette di pubblico, ma non ha la stoffa. La cosa migliore è la bonona che canta seduta sullo sgabello.

Non sono d'accordo sul contenuto del testo ma metto qui una canzone di Shakyra contro l'aborto che ha fatto sfracelli perché era semplicemente una buona canzone.

Povia, dia retta, o cambia mestiere o prova a produrre canzoni migliori.

Come eravamo...

Berlusconi all'Onu

venerdì, febbraio 20, 2009

La grande cultura italiana




La si può pensare come si vuole e la legge, come si dice sempre, farà il suo corso. A me comunque che uno così fosse alla testa di un premio talmente importante fa un certo effetto. Ovviamente negativo.

«Multato per un cappuccino», Soria, parla il maggiordomo. «Via 30 euro in caso di pulizie contestate. Provò a entrare nel mio letto, mi chiamava schiavo»

di Giusi Fasano
FONTE: Corriere

TORINO — «Quando provavo a difendermi diceva: forse non hai capito bene. La legge qui sono io. Io sono grande e tu sei piccolo, ti schiaccio come e quando voglio, chiaro?». Nitish si schiarisce un po' la voce e scandisce ogni sillaba: «Era ve-ra-mente ca-tti-vo». Mette assieme i ricordi di un anno e tre mesi «da incubo», come dice lui: quelli passati al servizio (come aiutante tuttofare) di Giuliano Soria, fondatore, padre e padrone del Premio letterario Grinzane Cavour. Oggi le parti sono invertite. Il «grande» adesso è lui, il ragazzo mauriziano di 28 anni che si fa chiamare Nitish (in realtà si chiama Hemratjing Dabeedin) e che con la sua denuncia, con le sue quattro ore di interrogatorio davanti ai pubblici ministeri, con la sua audio-prova registrata con il telefonino ha fatto decollare uno scandalo che rischia di distruggere il Premio Grinzane. E il «piccolo» del momento, Soria, per adesso incassa i colpi di Nitish, comprese le accuse di molestie sessuali e di maltrattamenti e vessazioni di ogni genere.

«Voleva che io fossi a disposizione giorno e notte, magari per dirmi di lavare le scale all'una del mattino. Si arrabbiava ogni volta che non era soddisfatto: mi diceva "ti butto giù dal balcone" e mi toglieva soldi dalla paga, 30 euro se pulivo male, 50 per un cappuccino che non gli piaceva. Ma le parole che mi ferivano di più erano quelle razziste: negro, non sei fatto per vivere qui, sei un bastardo schiavo, mi diceva. E quando l'altra domestica lo pregava di smetterla lui urlava ancora di più: "È qui per lavorare, non per dormire. E deve fare quello che dico io". Mi costringeva perfino a mangiare carne rossa che per gli induisti come me non è consentito». Nitish dice di temere ritorsioni. «Ho paura che mi faccia cacciare dal-l'Italia. Lo diceva sempre: "Io ho tanti amici in polizia... una persona del suo giro mi ha mandato un sms di minaccia... ma io non ho fatto nulla di male. Ho studiato biologia e vorrei finire gli studi e vivere in Italia. Lo so che sono stato sfortunato. A parte lui io sono grato a questo Paese».

La procura torinese accusa Soria di maltrattamenti («qualche volta mi ha dato sberle», racconta Nitish), di violenza sessuale per le avances registrate in audio dal ragazzo («ha provato a entrare nel mio letto, mi ha messo le mani addosso») e di malversazione, perché avrebbe usato illecitamente i fondi pubblici destinati alle attività culturali. Ma di quest'ultima accusa non è Nitish l'autore. Sono le decine di suoi ex collaboratori che stanno aiutando i pm a ricostruire il puzzle del potere di Soria, capace come nessun altro, in Piemonte, di raccogliere milioni di euro di finanziamenti. Su una cosa sono tutti d'accordo, amici e nemici: Giuliano Soria non è un campione di rapporti umani. Conosce la diplomazia se deve trattare con premi Nobel e letterati, «ma è anche un uomo che vive di prepotenza, forse perché alla fine è un tipo insicuro » valuta Luciano De Venezia, per un anno e mezzo suo consulente per le comunicazioni esterne. «Io sono di Napoli e quando mi vide la prima volta mi disse "tu saresti il terrone che vuole venire a lavorare qui al Nord...". Fortuna che ero stato avvertito del suo carattere. Gli ho risposto per le rime ed è rimasto così spiazzato che poi andavamo quasi d'accordo. Ma se ti mostravi più debole era un disastro. Si partiva da cose tipo "oggi lei è vestito che è uno schifo" oppure "lei è troppo idiota per restare qui" fino alle fobie sulla segretezza dei computer».

Eppure quel «disastro» di padre- padrone in questa settimana nera ha raccolto un migliaio di messaggi di solidarietà. Il mondo letterario lo difende. Primo fra tutti il suo amico Sepúlveda. L'ultima a fargli sapere che lo stima è stata Ingrid Betancourt, qualche giorno fa. Lui passa di tanto in tanto dai suoi dipendenti, al Grinzane, prova a convincerli che la bufera passerà: «Lo so che è dura, ragazzi, ma vedrete che ce la faremo. Contro di me hanno montato attacchi personali. Tanto onore, tanti nemici. Ma il Premio deve andare avanti ».

I deliri del giovane Berlusconi




Fonte Ansa/Corriere

Piersilvio: «Sky è solo la tv delle élite. Vogliamo incalzare Murdoch ovunque». Berlusconi junior: «Mi fa tenerezza la sinistra che appoggia l'australiano: è il loro opposto»

MILANO — «Mi fanno quasi tenerezza, per non dire altro, quelli che nel centrosinistra si sono innamorati di Murdoch. Pensi: un signore che ha scalato e conquistato il Wall Street Journal, bibbia dei repubblicani americani e del capitalismo globale, che ha lanciato Fox-tv, il network che ha sostenuto per due mandati George W. Bush... ». Sorride Pier Silvio Berlusconi raccontando l'apparente paradosso italiano. Apparente soprattutto alla luce dello psicodramma che stanno attraversando i democratici dopo le elezioni sarde. Forse a renderlo così tranquillo è anche il fatto di aver superato il caso Mentana in scioltezza con il colpo di aver preso Alessio Vinci dalla Cnn, incassando anche i complimenti del network tv roccaforte del giornalismo mondiale. Ma concede ben poco alla diplomazia il vicepresidente esecutivo di Mediaset quando parla di concorrenza. Soprattutto dopo avere letto le cronache da Davos e le parole di James Murdoch, figlio di Rupert, e numero uno delle attività europee del colosso multimediale NewsCorp. «Ho letto che in Italia si sente ostacolato dall'establishment... Sarà, ma a noi sembra esattamente il contrario».

In Italia però Murdoch c'è arrivato come vaso di coccio tra le due corazzate Rai e Mediaset...
«No, si è insediato come monopolista del satellite. Un monopolio che ancora oggi ha ben saldo nelle sue mani».

Mi scusi ma i suoi accenti sembrano tanto dovuti alla reazione di chi soffre la concorrenza sul proprio territorio...
«Esattamente il contrario. Noi facciamo tv generalista gratuita. Loro tv tematica a pagamento. Sono due modelli di business completamente diversi. E gli ascolti lo dimostrano: Canale 5 da sola con il 23% è la prima rete italiana, gli oltre cento canali Sky fanno l'8-9% tutti insieme».

A dire il vero Sky è sulla bocca di tutti...
«Più che altro è sulla bocca del sistema mediatico. Sky può essere vista da 4,7 milioni di famiglie italiane su un totale di 24 milioni. A volte le élite scambiano le proprie abitudini e i propri consumi come fossero quelli di tutti. Ma non è così».

Ora non faccia lei la vittima.
«Tutt'altro. Senza voler parlare della crisi economica, e guardando agli ascolti televisivi, questo per noi è uno dei periodi migliori. Come le dicevo, Canale 5 è la prima rete italiana, si sta facendo un ottimo lavoro. Italia 1 è terza rete assoluta e Retequattro è sopra gli obiettivi. E se guardiamo al target commerciale, gli ascolti del pubblico tra 15 e 64 anni, quelli più interessanti per gli investitori pubblicitari, la nostra leadership è ancora più netta».

A proposito di pubblicità: che aria tira? La tv è il primo mezzo a captare i segnali di ripresa.
«Per ora oggettivamente di segnali di ripresa non se ne captano. Noi ci stiamo difendendo bene, ma il mercato è ancora molto complicato e la visibilità sul futuro è scarsissima».

Torniamo a Sky: ha appena detto che non vi dà fastidio, questa è una notizia.
«Un momento. Noi siamo in concorrenza, in forte concorrenza con Sky».

Decida, concorrenza o no?
«Mi faccia dire: sul fronte del fatturato le dimensioni di Sky Italia sono già simili alle nostre. E certo non sono i nuovi arrivati, nati in un garage, che si battono contro una multinazionale. Il gruppo Newscorp nel 2008 ha fatturato dieci volte il gruppo Mediaset e il loro utile netto è pari ai nostri ricavi in Italia».

D'accordo ma è concorrenza o no?
«Loro hanno tanti canali di nicchia con prodotti principalmente acquistati, professionali ma freddi, preconfezionati. Noi investiamo oltre un miliardo di euro ogni anno in contenuti italiani e offriamo gratuitamente una tv calda, fatta con i talenti più forti: riusciamo ad aggregare i migliori conduttori, autori e produttori. E regaliamo al pubblico il grande intrattenimento, fiction di alta qualità, informazione. E poi film e telefilm da tutto il mondo. Siamo in concorrenza con Sky, ma la loro è un'offerta complementare alla nostra. Tanto è vero che anche chi paga la pay via satellite guarda soprattutto le nostre reti gratuite».

Così calda la vostra tv che ogni tanto qualcosa vi scappa di mano, vedi il caso Mentana. Chi ha preso la decisione di metterlo fuori?
«Nessuno l'ha messo fuori, si è dimesso lui con un comunicato. Ho deciso io di non affidargli le finestre dentro il Grande Fratello. E l'ho fatto più per motivi editoriali che commerciali. Intanto la notizia era stata ampiamente data da tutti i tg. E a fronte di novità cruciali eravamo pronti a dare spazio al Tg5. Ma farlo a prescindere da nuove notizie sarebbe stato un approccio troppo sensazionalistico. E comunque Matrix è un programma di approfondimento: che senso avrebbero avuto dei commenti nel bel mezzo del Grande Fratello?
I commenti li abbiamo affidati a Emilio Fede con tutto il tempo necessario ».

Mentana come Veltroni, dimissioni pubbliche.
«Dimissioni quelle di Veltroni senza sceneggiate. Date pubblicamente e confermate. Un comportamento serio».

Dicono però che con Mentana vi siete tolti dalle scatole un giornalista che è sempre stato scomodo. Magari con il consenso del centro-destra e di suo padre.
«Questa è grossa. Che c'entra mio padre? Mi ha chiamato a cose fatte, stupito: "Ma che cosa è successo?". Non sapeva nulla di Mentana come da anni non sa quasi nulla della vita quotidiana di Mediaset. Anche della scelta di Alessio Vinci non era al corrente».

Un colpo di reni la mossa di bussare alla Cnn...
«È successo tutto in 48 ore. Mercoledì scorso abbiamo iniziato a pensare alla nuova conduzione. Siamo partiti da una rosa ampia, con nomi noti e professionisti capaci. Ma a un certo punto abbiamo capito che dovevamo uscire dal quadrato, innovare davvero, anche rischiando di più. Abbiamo consultato Alessio Vinci e giovedì l'ho incontrato con Mauro Crippa ».

Vi deve aver convinto vista la velocità.
«Mi è piaciuto subito: davvero preparato e con un piglio molto televisivo. Lui era onorato della proposta e la Cnn ha accettato subito di liberarlo perché Mediaset e Canale 5 sono un marchio di qualità internazionale. Con buona pace di chi in Italia finge atteggiamenti snob verso la tv generalista».

A sentir Mentana dalle parti di Mediaset i metodi sono sovietici.
«E certo… Per questo Vinci condurrà con il colbacco...».

Battute a parte, Fiorello intanto ha scelto Sky: ed è chiara la volontà di Sky di offrire anche contenuti «caldi» come i vostri.
«È la concorrenza. E le dico onestamente che noi non siamo stati a guardare: abbiamo deciso di iniziare un'avventura tostissima, provare a rompere il monopolio nella pay tv con Mediaset Premium. Ci siamo inventati, primi al mondo, l'offerta tv con carta prepagata e dopo un esordio solo con partite di calcio in pay-per-view, dall'anno scorso abbiamo lanciato una proposta completa, con offerte 24 ore su 24 ricchissime per qualità e quantità. Risultato: già nel 2008 circa 400 milioni di fatturato. E trasmettiamo sul digitale terrestre, la piattaforma che entro il 2012 vedranno tutti gli italiani».

E allora perché state facendo un'offerta satellitare con la Rai e Telecom alternativa a Sky?
«Non è alternativa a Sky. Vogliamo solo far vedere il digitale terrestre anche nelle zone più sperdute dove solo il satellite riesce a far giungere il segnale. Non è giusto che chi può ricevere la tv generalista solo via satellite, pagando il canone per la Rai o gratuitamente nel caso di Mediaset, non possa accedere a tutta la nostra offerta. Noi la concorrenza a Murdoch la facciamo già non sul satellite ma con Premium, la pay sul digitale terrestre. E per il futuro non escludo che ci misureremo con loro anche all'estero».

Come all'estero?
«Si tende a dimenticare che Murdoch oltre ai giornali, ai network tv in tutto il mondo e alla major cinematografica, possiede anche il primo canale pay in Gran Bretagna, il primo in Germania e l'elenco può continuare. Se noi non cresciamo c'è il rischio che l'Italia perda un altro presidio industriale, quello televisivo. È già successo nell'informatica, nella farmaceutica… Mediaset è un'eccellenza italiana, andrebbe perlomeno difesa».

Ci sta dicendo che dopo Telecinco ci sarà una Mediaset inglese, tedesca...
«Non vogliamo perdere terreno nel nostro Paese, anzi vorremmo conquistarne. E per continuare a competere davvero dobbiamo pensare anche a una solida presenza in Europa».

Allora è vero che avete aperto vari dossier: Prosieben in Germania, Itv in Gran Bretagna, Digital Plus in Spagna.
«Guardi, noi siamo un'azienda sana che non ha mai fatto follie. E con questa crisi ci vuole ancora più prudenza ma ci potrebbero anche essere grandi opportunità. Come sempre, se ci fosse l'occasione giusta saremmo pronti a coglierla. È già successo con Endemol che è leader mondiale dell'intrattenimento tv e continua a crescere».
Daniele Manca

E il commento ce lo metto alla fine. Mediaset non tollera la concorrenza. Tutto il resto è fuffa. In un vero mercato aperto la pubblicità non sarebbe appannaggio quasi esclusivo di Raiset, La prima (Mediaset) fa una programmazione francamente scandalosa. Brutta. La seconda che vive di canone, ma si comporta peggio della tv commerciale. Ovvio che Murdoch, chiamato "lo squalo", sia un imprenditore, ma ha portato professionalità in Italia (dove chiunque abbia cercato di fare tv satellitare ha fallito) e soprattutto democrazia. Nei suoi programmi si può vedere di tutto a differenza che nelle reti Mediaset dove il padrone di casa Silvio, non verrà mai criticato. Sky ha mandato in onda, per dire, un documentario non certo apologetico su Murdoch, Ve lo immaginate un servizio serio sul caso Mills a Retequatro o Studio Aperto? È vero che Fox ha sostenuto Bush (in Inghilterra ha appoggiato Blair), ma in Italia si è comportata diversamente e francamente in questo caso è l'Italia che interessa. Hanno cercato di strozzarla con l'Iva (quando Berlusconi aveva combattuto in prima persona contro questi aumenti qualche anno fa). E infine, se davvero Mediaset spende un miliardo l'anno per produzioni e poi il risultato è quello sotto gli occhi di tutti, dovrebbe licenziare qualcuno. La cassaforte dell'azienda ormai è Endemol. Per anni l'unica peculiarità di Mediaset sono stati noiosisissime boiate con pupe scosciate. Non mi sembra poi che Paperissima sia un successo planetario (per dire, in Francia la fanno la domenica pomeriggio, mai la manderebbero in onda in prima serata). Come al solito la famiglia Berlusconi "nun ce vo stà", come dicono a Roma. Ma è l'Italia e quindi nessuno osa mettersi di traverso. A meno che non si chiami Rupert Murdoch.

giovedì, febbraio 19, 2009

Lady Marmelade

Un giorno triste

mercoledì, febbraio 18, 2009

But nothing happens!

British lawyer convicted of shielding Berlusconi
By Rachel Donadio Published: February 17, 2009

Source:Iht

ROME: In one of the most high-profile Italian corruption trials, a British lawyer was found guilty Tuesday for lying under oath to protect Prime Minister Silvio Berlusconi.

A Milan court sentenced David Mills to four years and six months in prison for taking $600,000 in 2000 in exchange for providing favorable testimony in two trials against Berlusconi in the late 1990s.

Mills was not present for the sentencing. In a statement issued by a London public relations firm, he said he would appeal the decision. "I am innocent, but this is a highly political case," he said.

Berlusconi, 72, was a co-defendant in the case until last year, when Parliament passed a law granting Italy's top political officials immunity from prosecution.

Under Italian law, Mills will not be sent to prison until the case goes through two more levels of appeals. It remains to be seen whether the appeals process will take place before 2010, when the statute of limitations in the case runs out.

Lawyer convicted of taking bribe to shield Berlusconi

Second trial begins in plot to bomb flights to U.S. and Canada
In December, prosecutors asked that Mills be sentenced to four years and eight months in prison for providing false testimony in trials in 1997 and 1998 relating to off-shore companies that Mills helped set up in the '90s for Berlusconi's holding company Fininvest.

Milan prosecutors began investigating Mills in 2004 after a tip-off from the authorities in London, where Mills's tax accountant had come forward with concerns about potential improper use of funds.

In 2004, Mills wrote to his accountant, Bob Drennan, concerned about the tax status of a payment from Berlusconi.

In a letter to Drennan, Mills wrote: "I told no lies, but I turned some very tricky corners, to put it mildly, and so kept Mr B. out of a great deal of trouble he would have been in had I said all I knew," according to a copy of the letter posted on the Web site of the British newspaper The Guardian.

The accuracy of the letter posted online was confirmed by prosecutors.

In July 2004, Mills told Milan prosecutors that the letter was accurate, and that he had received $600,000 from Berlusconi in recognition for providing favorable testimony.

But later that year, Mills retracted his statement.

In a statement to the court last month, Mills apologized to Berlusconi and said he had never been corrupted.

Berlusconi has been convicted of corruption several times, only to see the charges overturned on appeal. He has repeatedly accused the judiciary of unjustly targeting him.

Berlusconi has also tried unsuccessfully to have the judge hearing the Mills case, Nicoletta Gandus, removed, saying that she is politically motivated.

On Tuesday, Berlusconi's lawyer, Niccolò Ghedini, called Gandus "a member of the far left" and said the ruling was "fanciful" and not supported by the evidence.

Mills is the estranged husband of Britain's Olympics minister, Tessa Jowell, who in a statement issued by her office Tuesday said: "This is a terrible blow to David, and although we are separated I have never doubted his innocence."

Under Italian law, the court has three months to issue its reasoning.

In a statement, Mills said, "The judges have not yet given their reasons for their decision, so I cannot say how they dealt with the prosecutor's own admission that he had no proof."

The prosecutor in the Mills trial, Fabio de Pasquale, has challenged the legality of the law granting Berlusconi immunity. The Italian Constitutional Court has not yet ruled on the matter.

El simpatico



Fuente: clarin.com

Berlusconi: escándalo por un chiste sobre los desaparecidos argentinos
Se burló de los vuelos de la muerte y del destino de los secuestrados.Por: Julio Algañaraz

LARGA LISTA DE DERRAPES. BERLUSCONI SUELE NEGAR SUS DECLARACIONES POLEMICAS. TODAVIA NO SE PRONUNCIO.
Parece inaudito y no es imposible que, como hace siempre, Silvio Berlusconi niegue haber dicho lo que dijo. Pero esta vez se pasó de la raya con un chiste que ofende la memoria de los desaparecidos y "alivia" la mano de sus asesinos. En Cagliari, la capital de Cerdeña, dedicó una parte de su discurso en un mitin de la campaña electoral, el sábado pasado, a su plato fuerte: los chistes, o como dicen los italianos le barzellette.

Inesperadamente le llegó un nuevo tema sobre el que nunca había hablado, ni siquiera en serio. Los miles de desaparecidos durante la dictadura militar argentina. Muchos fueron arrojados de los aviones. "Eran bellas jornadas, los hacían descender de los aéreos".

No fue clara la razón para haber dicho semejante cosa. Pero el enviado del diario L'Unita, Marco Bucciantini, informó en una crónica de la frase infame.

De aquel discurso debe haber una versión grabada. Si Berlusconi no hizo otro de sus chistes terribles, el gobierno argentino no deberá pedir explicaciones y protestar tras investigar el caso.

Puede ser que haya querido Berlusconi burlarse del tema desaparecidos. La justicia italiana estudia la extradición del almirante Emilio Massera, represor que dirigía a los verdugos de la "Fuerza de Tareas" de la Escuela de Mecánica de la Armada. Por las mazmorras de ese campo de exterminio pasaron 5.000 detenidos y la mayoría desaparecieron tras sufrir tormentos y "traslados". Entre ellos, la sobrina de este corresponsal, Patricia Villa Algañaraz, de la agencia Interpress Service, arrojada de un avión.

Massera era como Berlusconi miembro de la logia masónica Propaganda Dos, P2, dirigida por el Maestro Venerable Licio Gelli, que fue disuelta por el Parlamento italiano tras contaminar la vida del país más que ninguna otra organización. Esa adhesión a la P2, que al principio Berlusconi negó hasta que la justicia le probó lo contrario, era tal vez otro de sus chistes.

La colección de gaffes y metidas de pata es enorme porque "il Cavalliere" no puede con su genio. Una de las últimas fue llamar "bronceado" (que en Estados Unidos es un insulto racial) al presidente Barack Obama. Por supuesto dijo, guiñando un ojo con su vasta sonrisa, que era un cariñoso adjetivo.

Otra vez, a un periodista inglés, que es actualmente el alcalde conservador de Londres, le dijo que la única represión de Mussolini había consistido en mandar de vacaciones a los opositores a varias islas. Se refería a los confinamientos. Después lo negó, pero sus amigos ingleses insistieron en que lo había dicho.

Durante la campaña electoral de 2006 se hizo el gracioso con los chinos. Pidió a la multitud que leyeran el libro rojo del comunismo. "Descubrirán que Mao no se comía a los chicos crudos pero los había hervido para fertilizar los campos", dijo. El gobierno de China no lo apreció.

La mayoría de los italianos le perdonan todo, ríen con él. También en 2006 dijo que confiaba en la inteligencia de los italianos cuando fueran a las urnas y esperaba "que no haya boludos capaces de votar contra sus intereses". La izquierda protestó inútilmente, cada día cosecha menos votos.

A veces hace líos en las citas, pero esto aumenta su popularidad. "Los fundadores de Roma fueron Rómulo y Rémolo", dijo en otra ocasión causando hilaridad por su retorsión histórica contra el pobre Remo. Las mujeres son su especialidad y le costaron una pública crisis matrimonial cuando su esposa Verónica le exigió en una carta abierta un público pedido de excusas, después de que en una fiesta de sus redes de televisión dijo a una actriz que hoy es ministro: "Si no estuviera ya casado te pediría de esposarme".

El primer ministro Berlusconi manifestó también que había "seducido" a la presidente de Finlandia, una señora que quedó estupefacta, para obtener el voto de Helsinski en favor de Parma como capital de un centro de agricultura europeo. El gobierno finlandés protestó oficialmente.

Le gaffeur



Dopo la vittoria del figlio del commercialista di Berlusconi in Sardegna senza che nessuno abbia detto che era uno scandalo, da premier, mettersi a fare campagna elettorale, ecco l'ultima boutade del miliardario ridens. Naturalmente in Italia non accadrà nulla perché l'italiano non è più in grado di capire che certe cose non si possono dire se sei un uomo politico.

da Corriere.it

BUENOS AIRES - Il ministero degli Esteri dell'Argentina ha convocato l'ambasciatore italiano, Stefano Ronca, per esprimere «la profonda preoccupazione» per le presunte frasi attribuite al premier Silvio Berlusconi sulla tragedia dei desaparecidos.

SCHERZO MACABRO - Tutto nasce venerdì scorso durante la chiusura della campagna elettorale a Cagliari per le regionali della Sardegna. Secondo il quotidiano argentino Clarin, che cita un servizio dell'Unità, Berlusconi avrebbe «scherzato» sulla vicenda dei desaparecidos in Argentina e sulla fine delle persone sequestrate dai militari. «Li portavano sull'aereo poi dicevano: è una bella giornata, andate fuori un po' a giocare», avrebbe detto il Cavaliere riferendosi voli della morte, con i quali venivano eliminati gli oppositori (spesso dopo essere stati torturati) del regime militare tra il 1976 e il 1983). Le vittime venivano lanciate vive e sedate da aerei militari nelle acque del Rio de la Plata.

EQUIVOCO - Fonti del governo italiano precisano che si tratta di un equivoco. Il presidente del Consiglio intendeva all'opposto sottolineare l'efferatezza dei crimini commessi contro i dissidenti e la tragedia dei desaparecidos per spiegare, aggiungono le fonti, come si sentisse offeso e insultato dai suoi oppositori che lo paragonano ai dittatori.

CLAMORE IN ARGENTINA - L'articolo di Clarin ha un richiamo in prima pagina dal titolo «Berlusconi, macabro con i desaparecidos», e precisa che «non è chiara la ragione» delle frasi del primo ministro italiano sui desaparecidos. L'articolo del quotidiano è stato ripreso dall'agenzia locale Telam e ha subito avuto ampia eco nelle tv e nei siti online a Buenos Aires, dove la presidente delle Nonne di Plaza de Mayo, Estela de Carlotto, ha detto di «sentirsi offesa» dopo aver letto quanto riferito dal quotidiano. «Nei confronti degli argentini - ha ricordato - c'è sempre stata grande solidarietà, sia dai precedenti governi italiani sia da parte della giustizia».

domenica, febbraio 15, 2009

Tutti i trucchi per farsi trasferire al Sud



da Corriere.it
IL CASO- LE Guardie carcerarie
Cariche nei consorzi ed elezioni nei paesini. Il cambio di città è dovuto in caso di un incarico pubblico.
Chi canta le arie liriche? I cantanti lirici. Chi pedala in bicicletta? I ciclisti. Chi avvia le imprese? Gli imprenditori, direte voi. No: gli agenti carcerari. Almeno ad Agrigento. Dove i secondini (nominati dalla politica) sono quasi un terzo dei membri dell'Asi, il consorzio che dovrebbe sviluppare il sistema industriale locale.

Hanno scoperto un trucco: un dipendente pubblico che ricopre un incarico pubblico può chiedere d'essere trasferito vicino a casa sua. Sia chiaro: non dipende da questi furbetti se esiste da anni l'andazzo di segretari, impiegati, postini, tecnici catastali e lavoratori pubblici vari che, assunti per coprire i buchi di organico nel Nord del Paese, cercano appena possibile di tornare vicino alla famiglia. Diciamolo, il tentativo di rientrare nei dintorni dei luoghi in cui magari vivono i vecchi genitori, la moglie, i parenti è umanamente comprensibile. Che però debbano rimetterci il funzionamento dei pubblici uffici e i cittadini che se ne servono, è assai discutibile. Anzi, è inaccettabile. Tanto più quando la sproporzione nella copertura degli organici nelle diverse parti del paese grida vendetta. Prendiamo, appunto, le guardie di custodia.

All'estero, dicono i dati del Consiglio d'Europa elaborati dal Centro Studi dell'organizzazione non-profit «Ristretti Orizzonti », per ogni cento agenti carcerari ci sono 157 detenuti in Inghilterra, 165 in Olanda, 176 nella Repubblica Ceca, 199 in Scozia, 207 in Portogallo, 209 in Francia, 218 in Austria, 227 in Germania, 237 in Grecia, 283 in Spagna. Per non parlare di certi paesi ex comunisti quali la Russia (332) o l'Ucraina, dove ogni 100 secondini i carcerati sono addirittura 393. Bene: in Italia il rapporto è uno a uno: 101 detenuti ogni cento agenti. Questo sulla carta. In realtà l'enorme accumulo di persone finite in cella (o ritornateci dopo essere state rimesse in libertà con l'indulto del 2006 votato dalla sinistra e da una parte della destra, Forza Italia in testa) fa sì che i numeri siano del tutto sballati. A dispetto dei limiti fissati dall'Ue (8 metri cubi di spazio per ogni detenuto), limiti che imporrebbero all'Italia di avere nei penitenziari attuali non più di 43.102 «ospiti», i nostri carcerati sono già saliti, stando ai dati di tre giorni fa a 59.419. Sedicimila in più del consentito. Un esubero esplosivo. Al contrario, gli agenti di custodia effettivamente in forza dentro le 205 strutture penitenziarie (160 case circondariali, 37 case di reclusione, 8 istituti per le misure di sicurezza), al di là di tutti quelli che negli anni sono stati distaccati negli uffici ministeriali o addirittura in altre amministrazioni statali, sono scesi a 37.853. Cioè circa quattromila in meno rispetto alla pianta organica stabilita nel lontano 2001. Risultato: in questo preciso momento ogni cento secondini ci sono 156 detenuti.

Ma anche qui, solo sulla carta. Le differenze tra le diverse aree del Paese, e torniamo al tema iniziale, sono infatti fortissime. Per ogni cento agenti «virtuali» in organico, ce ne sono infatti 16 in meno in Emilia Romagna e in Friuli ma 15 in più in Molise, 17 in meno in Val d'Aosta ma 6 in più in Puglia, 20 in meno in Piemonte e in Liguria ma quasi 16 in più in Calabria. Quanto al rapporto tra agenti e detenuti, valga per tutti questo confronto: ogni cento guardie ci sono oggi 192 carcerati in Lombardia, 201 nel Veneto, 231 in Emilia Romagna e 100 nel Lazio. Uno squilibrio intollerabile. Che è ancora più vistoso contando non solo gli operatori che stanno fisicamente dentro i penitenziari ma anche quelli distaccati in uffici vari della capitale. Domanda: come si sono creati questi squilibri? Una risposta è, appunto, nella storia dell'Asi di Agrigento. Cosa sia lo lasciamo dire al sito internet ufficiale: è un «ente di diritto pubblico» che «mira a favorire l'insediamento delle piccole e medie imprese nelle aree già individuate della Regione Siciliana». Presieduto dall'avvocato Stefano Catuara, un ex-comunista di Raffadali che da anni è diventato uomo di fiducia del suo compaesano Totò Cuffaro (al punto che se gli chiedi di che partito è risponde: «Udc: Unione di Cuffaro»), il consorzio ha otto membri del comitato direttivo e 49 consiglieri, nominati da comuni, sindacati, alcune associazioni di categoria, partiti. Teste d'uovo scelte per la preparazione, gli studi alla London School of Economics e la capacità di aiutare la nascita di nuove imprese in un territorio difficile? Magari! Quindici dei 49 consiglieri, quasi uno ogni tre, fanno gli agenti di custodia. Cosa c'entrano con l'industrializzazione di aree disperate come quella di cui parliamo? Niente: zero carbonella. La poltrona serve però ai titolari per lavorare, invece che in Friuli o in Piemonte, nelle carceri di Agrigento e di Sciacca. La prova è in una sentenza di pochi giorni fa emessa dal Tar del Lazio che, come ha raccontato «Il Giornale di Sicilia», ha dato torto al Ministero di Grazia e Giustizia che inutilmente aveva cercato di smistare «alcuni agenti di polizia penitenziaria, componenti del consiglio generale del consorzio industriale di Agrigento» in penitenziari del Nord dove potevano essere più utili. Sono consiglieri del consorzio? Devono restare dove stanno, almeno per ora. Un'altra sentenza del Tar, stupefacente, aveva dato ragione poche settimane fa a un altro siciliano refrattario agli spostamenti.

Il tenente colonnello medico Aurelio Mulè, destinato a una missione in Afghanistan, aveva fatto ricorso al Tribunale amministrativo spiegando che proprio non poteva andare in missione laggiù perché aveva una missione quaggiù. Per la precisione a Cattolica Eraclea, dove è consigliere comunale. E' vero che, come hanno raccontato i quotidiani locali, l'uomo è tra i più assenteisti alle riunioni. Ma mandarlo a fare il suo lavoro all'estero, secondo il suo avvocato avrebbe «configurato una lesione del suo diritto all' espletamento delle funzioni elettive ». Funzioni non a caso appetite dagli stessi agenti di custodia. Un esempio? Alle ultime elezioni di Comitini, un paese piccolissimo dove bastavano 24 voti (un paio di famiglie, un paio di cugini) per entrare in consiglio comunale, erano presenti due liste. In una, su dodici candidati, c'erano quattro secondini. Nell'altra, sempre su dodici, quattro secondini, un poliziotto e un finanziere.

Gian Antonio Stella

Bravo Pif!




In una Berlinale in cui ancora manca un titolo italiano (ma noi siamo il popolo di Dante, Leonardo ecc ecc) spicca la performance di Riccardo Scamarcio nel film di Costa-Gavras, "verso l'Eden". Non è forse il miglior film della produzione del greco, ma è comunque una medaglia nel CV di Scamarcio che ha fatto dimenticare la sua partecipazione all'ennesima cagata all'italiana, "Italians" appunto, una boiata immane lanciata in "appena" 700 sale nella penisola. Queste furbate non pagano. Funzionano in un mercato chiuso come quello italiano dove lavorano sempre gli stessi, ma fuori CHIUNQUE lo abbia visto ha detto che è una schifezza. In Italia semplicemente non si fa più cinema.

sabato, febbraio 14, 2009

La rinascita della politica



Mi autodenuncio, sono uno delle varie migliaia di farabutti.....

Europee, Mastella candidato con il Pdl. "Il premier paga debito? Farabutto chi lo dice"

Annunciata una verifica negli enti locali in cui il Campanile è con il centrosinistra

a Repubblica.it

ROMA - L'ex ministro della Giustizia Clemente Mastella sarà candidato alle elezioni europee di giugno nelle liste del Pdl. E' quanto stabilito nell'accordo reso noto oggi dal Popolo della libertà ma firmato giovedì scorso a Roma dai coordinatori campani di Forza Italia, Nicola Cosentino, e di Alleanza Nazionale, Mario Landolfi, e dal segretario campano dell'Udeur, Antonio Fantini. Annunciate anche un'intesa per le prossime comunali e provinciali e una "verifica politica", nelle amministrazioni dove l'Udeur è in coalizione con il centrosinistra "a partire dalla provincia di Benevento".

Mastella "più motivato che mai". Il leader dell'Udeur si augura "una campagna elettorale senza veleni e cattiverie, senza cose come quelle successe nel recente passato dalle parti di catanzaro. Un riferimento all'inchiesta per la quale diede le dimissioni da ministro della Giustizia aprendo di fatto la crisi del governo Prodi. "Mi batterò per le cose per le quali mi sono sempre battuto. Riparto con umiltà e determinazione - continua Mastella - dopo un periodo di umiliazioni e amarezze di ogni tipo. Riparto con la coscienza dell'uomo libero, con la serenità di chi riprende a vedere un po' di luce". Poi gli attacchi agli ex alleati: "Faremo un'alleanza con il Pdl alle europee. Dove si andrà a votare per le amministrative in Campania faremo una verifica e visto come mi hanno trattato non credo che ci saranno altre alleanze a sinistra". L'ex ministro definisce "farabutti e ipocriti sul piano morale" coloro secondo i quali con questo accordo Silvio Berlusconi ha pagato il "debito" contratto con il leader del Campanile per aver fatto cadere il governo Prodi. "Vadano a controllare i numeri del Senato - aggiunge Mastella - e voglio proprio vedere se diranno ancora che sono stati io a far cadere il governo Prodi. Ma ce ne sarà per tutti questi sepolcri imbiacati nel mio libro che uscirà a giugno". Poi spiega il suo stato d'animo: "Ero fermamente angosciato prima, ora sono fermamente motivato. Sono più che motivato". Parole che suonano come una sfida aperta agli ex alleati.

Il comunicato. Il Popolo della Libertà e l'Udeur fanno sapere in un comunicato congiunto di aver sottoscritto un'intesa strategica "che parte dalle prossime elezioni comunali e provinciali che si terranno a giugno, per proseguire poi in un cammino fatto di programmi e scelte condivise, con l'obiettivo di imprimere, nel solco di una rinnovata cultura bipolare, una svolta vera alle imminenti consultazioni elettorali"

Verifica politica. "In tal senso - prosegue il comunicato - e al fine di contribuire a realizzare un quadro di alleanze organico, chiaro e coerente, l'Udeur si impegna ad avviare rapidamente una verifica politica in quegli enti locali, a partire dalla provincia di Benevento, dove tale partito è tuttora in coalizione con il centrosinistra. Anche in questo modo si vuole rendere evidente che in Campania è tempo di cambiare mentalità e metodo di governo della cosa pubblica".

Campania e Mezzogiorno. "Dalla Campania - si legge ancora nella nota - può e deve partire l'attenzione per l'intero Mezzogiorno, la cui promozione sociale ed economica è interesse dell'intera nazione. Si tratta di agevolare un processo che non punti solo sul rilancio nominalistico dell'atavica 'questione meridionale' ma che abbia come punto fermo la valorizzazione delle risorse naturali e delle aspirazioni territoriali di cui è dotato l'intero Sud".

"Si apre una rinnovata stagione politica". "E' questo un tema che accomuna la storia e la tradizione politica sia delle forze che stanno dando vita al Pdl sia dell'Udeur e che è solo una delle ragioni fondanti l'alleanza oggi sancita in Campania. La stessa collocazione all'interno del Ppe comporta la candidatura del segretario dell'Udeur Clemente Mastella alle prossime elezioni europee, nelle liste del Pdl". "Oggi - conclude il comunicato - si apre una rinnovata stagione politica, foriera di importanti novità, che ricadranno positivamente sui cittadini della Campania".

A shitty law for an undemocratic country

Facebook Says Italy’s Plan to Block Web Content Goes Too Far

Source: Bloomberg
By Steve Scherer and Giovanni Salzano

Feb. 12 (Bloomberg) -- Facebook Inc., the world’s largest social-networking site, said that it is concerned about Italy’s proposed law to force Internet providers to block access to Web sites that incite or justify criminal behavior.

“We have not seen the language of the bill, but reports about it concern us,” said Debbie Frost, a Facebook spokeswoman, in an e-mail. The legislation is “akin to shutting down the country’s entire railroad network because of some objectionable graffiti in one train station.”

The bill, passed in the Senate last week, would give the Interior Ministry the power to order Internet providers including Fastweb SpA, Telecom Italia SpA or Tiscali SpA to remove criminal content within 24 hours or face a fine as high as 250,000 euros ($320,850). Prosecutors would have to verify criminal content before the ministry can act, according to the bill.

Italian Senator Gianpiero D’Alia introduced the measure after the Italian press, including the country’s biggest newspaper Corriere della Sera, reported that there were fan groups on Facebook for convicted Corleone-born mafia bosses Salvatore Riina and Bernardo Provenzano, who have been convicted of dozens of homicides and are serving multiple life prison sentences.

“We take content that incites violence very seriously and we will work quickly to remove it,” Frost said. “For every piece of controversial content posted to Facebook there are literally thousands of positive interactions fostering communication, fellowship, and commerce.”

Sainthood for a Murderer

While a fan group invoking “sainthood” for Provenzano -- with 433 members -- was still posted today, Facebook also has a group hailing as heroes Palermo prosecutors Giovanni Falcone and Paolo Borsellino, who were assassinated on the orders of Riina after successfully prosecuting hundreds of mobsters. That group has 369,463 fans.

The aim isn’t to block sites like Facebook or YouTube totally if they contain criminal content, D’Alia said yesterday in an interview. Instead, the law is intended to force them to remove individual pages or groups, the senator said. The language of the bill itself doesn’t distinguish between blacking out pages or entire Web sites.

The legislation is flawed because Internet providers aren’t able to eliminate single elements from Web sites, Marco Pancini, European Public Policy Counsel for Google Inc., which owns YouTube, said yesterday in an interview. That will lead to the blocking of entire platforms if the law is passed, Pancini said.

Mediaset, YouTube

YouTube has the ability to eliminate potentially criminal or offensive material, Pancini said, adding that laws regulating criminal content in Italy already exist. An April 2003 law says that material must be removed immediately once a Web site is informed of illicit material in its domain.

Italian Prime Minister Silvio Berlusconi, whose allies in the Senate helped pass the measure, owns Mediaset SpA, the country’s largest private broadcaster. Mediaset in July said it sued YouTube and Google for illegally distributing the television company’s content, seeking “at least” 500 million euros in damages.

Berlusconi has campaigned every weekend for the last month for his candidate, Ugo Cappellacci, against rival Renato Soru in the elections for governor of the island of Sardinia, which are scheduled to be held on Feb. 15 and 16. Soru is the founder and owner of 17.7 percent -- through a blind trust -- of Internet- service provider Tiscali.

The Internet legislation was inserted as an amendment to a bill aimed at cracking down on crime that the Senate passed on Feb. 5. The measure still must pass in the Chamber of Deputies without being changed to become law.

venerdì, febbraio 13, 2009

Angelitos

giovedì, febbraio 12, 2009

L'emendamento del D'Alia



Una proposta che può mettere l'Italia al posto della Cina

Proposta di modifica n. 50.0.100 al DDL n. 733

50.0.100 (testo 2)
D'ALIA
V. testo 3
Dopo l'articolo 50, inserire il seguente:
«Art. 50-bis.
(Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet)
1. Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell'interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l'interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.
2. Il Ministro dell'interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all'adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all'autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma.
3. I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l'effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l'attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministro dell'interno con proprio provvedimento.
4. Entro 60 giorni dalla pubblicazione della presente legge il Ministro dell'interno, con proprio decreto, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con quello della pubblica amministrazione e innovazione, individua e definisce i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio di cui al comma 1, con le relative soluzioni tecnologiche.
5. Al quarto comma dell'articolo 266 del codice penale, il numero 1) è così sostituito: "col mezzo della stampa, in via telematica sulla rete internet, o con altro mezzo di propaganda".».

Fermiamo INTERNET

Il grande censore Gianpiero D'Alia un altro frutto della Sicilia arrivato a Roma. Ma al sud solo questa gente deve fare carriera?




Il governo contro Internet
da l'espressonline

Un emendamento approvato nel decreto sicurezza potrebbe imporre la chiusura di molti siti (da YouTube a Facebook) e di migliaia di blog. Come spiega l'autore della norma, il senatore Gianpiero D'Alia

«Facebook è un sito indegno, perché consente l'esistenza di gruppi che inneggiano a Raffaele Cutolo, a Salvatore Riina e agli stupratori. Se il gestore del sito non si fa carico di cancellare questi soggetti dal sito, è giusto che tutto Facebook venga oscurato»

E' quanto ha dichiarato al sito de "L'espresso" il senatore Gianpiero D'Alia (Udc), in merito all'emendamento 50 bis da lui introdotto nel decreto Sicurezza (e approvato al Senato) che consente al ministero degli Interni di procedere all'oscuramento di siti Internet che siano sottoposti a indagine giudiziaria per contenuti che contemplino l'istigazione a delinquere a l'apologia di reato.

«Secondo il mio emendamento», ha spiega D'Alia, «in presenza di questi contenuti il ministero diffiderà il gestore, e questi avrà due possibilità: o ottemperare e quindi cancellare questi contenuti oppure non ottemperare. Se non ottempera diventa complice di chi inneggia a Provenzano e Riina e quindi è giusto che venga oscurato».

Lo stesso discorso, secondo quanto dichiarato da D'Alia a "L'espresso" «deve valere per i video su YouTube, per eventuali scambi di insulti e minacce tra utenti nei forum e anche per i commenti ai blog».

Alla domanda se questo tipo di interventi non rischi di censurare pesantemente la Rete, a iniziare dall'oscuramento completo di YouTube e Facebook, il senatore D'Alia ha risposta: «Io non sono né per chiudere Facebook né per chiudere YouTube, io sono perché Facebook e YouTube rispettino le vittime di mafia, le vittime del terrorismo e le vittime degli stupri. Se non le rispettano non possono avere il rispetto dello Stato, quindi vanno chiusi».

mercoledì, febbraio 11, 2009

Contro il buonismo




Se l'Italia fosse un Paese serio e la magistratura fosse messa in grado di lavorare io mi aspetterei davvero una valanga di di risarcimenti. Purtroppo, al di là delle leggi che mettono al sicuro ad esempio le prime 4 cariche dello Stato, magari qualche sentenza e quindi risarcimento civile arriverà. Speriamo. Giusto per vedere che lo Stato di Diritto non è morto del tutto.

"Che si vada fino in fondo. Quando l'inchiesta avrà chiarito ogni cosa, verrà il nostro turno". Così dice con calma, ma tanta rabbia rappresa, l'avvocato Giuseppe Campeis, che assiste Beppino Englaro e l'anestesista Amato De Monte. Dopo la valanga di accuse che sono piovute e ancora piovono su Englaro e De Monte, il legale ha consigliaro loro di non replicare, di tacere. Dopo di che potrebbe arrivare il momento delle denunce, in sede civile e penale. Contro di chi, per esempio? L'avvocato si limita a dire: "Chi ha parlato di omicidio tutti l'hanno sentito". Vi muoverete anche contro i politici? "L'immunità non è completa, è limitata. E comunque recenti sentenze della Cassazione ci danni dei margini di azione"

martedì, febbraio 10, 2009

E poi basta....




NON È UN BOIA, BEPPINO ENGLARO. È UN UOMO CHE HA SCELTO DI MORIRE OGNI GIORNO, INSIEME ALLA FIGLIA - “VEDENDO LE FOTO DI ELUANA COM’È OGGI, TANTE PERSONE STAREBBERO FINALMENTE IN SILENZIO. MA NON LO FARÒ MAI” - IN FRIULI AVRÀ LA SCORTA…

Marco Imarisio per il "Corriere della Sera"

La tua bambina, gli ha detto il dottor De Monte. E non c'è stato bisogno di dire molto altro, perché non l'aveva mai chiamata così. Beppino Englaro ha capito cosa c'era dietro quel gesto di sensibilità, ha pensato a Saturna che sta sempre più male, a come dirglielo. E ha pianto, cos'altro poteva fare un padre che ha appena perso la sua unica figlia, che si prepara a rimanere solo per il tempo che gli rimarrà?

«Ci ha lasciato, adesso voglio stare da solo» ha detto, e a noi che lo chiamavamo in continuazione riusciva di percepire non più di qualche frase in mezzo alle lacrime. Piange Beppino Englaro, che si è impedito di farlo per diciassette anni, che nelle foto di quel 1992, le ultime con sua figlia viva, appare quasi in carne, con i lineamenti rotondi. La durezza fredda che si è imposto per andare avanti si era trasmessa anche alla sua faccia, diventata quasi una maschera metallica, le occhiaie di chi non dorme e abita perennemente un incubo, il profilo sempre più aguzzo. Sua figlia cambiava, il suo corpo si rattrappiva, anche Beppino lo faceva, dentro e fuori.

«Sarebbe l'arma atomica, lo so. Vedendo le foto di Eluana com'è oggi, tante persone starebbero finalmente in silenzio. Ma non lo farò mai». Ancora ieri mattina ci ha parlato così, riferendosi all'unico tabù che conservava per se stesso. «Vede, ormai, al punto in cui sono arrivato posso avere contro anche il mondo intero, e non me ne importa nulla. C'è solo una cosa che mi renderebbe debole e bucherebbe la corazza che mi sono costruito. Io non posso avere contro Eluana Englaro ».

C'era, c'è stata in tutti questi anni, un'altra promessa nascosta, l'ultimo segreto tra un padre e una figlia, qualcosa da custodire in silenzio. «Quando tornò dall'ultima visita al suo amico in coma, mi disse che non avrebbe mai voluto rimanere in quello stato. E mi fece promettere che se fosse successo mai avrei dovuto mostrarla in quelle condizioni».

La promessa a una figlia vale più di ogni cosa, di ogni ingiuria, insulto, di qualunque «Beppino boia» sentito gridare in diretta al telegiornale, cinque minuti dopo che De Monte ti ha detto che Eluana non c'è più. Sarebbe bastato davvero poco. Raccontare le palpebre perennemente a mezz'asta sugli occhi, le pupille vuote, il naso che sembrava sproporzionato su una faccia che si era rinsecchita come il resto del corpo.

Pesava meno di 40 chili, Eluana. Le braccia e le gambe erano rattrappite, poteva giacere solo di lato perché a pancia in su rischiava di soffocare per i liquidi che salivano da uno stomaco atrofizzato e incapace di trattenerli. Era appoggiata sul lato destro del corpo e questo le causava spesso piaghe da decubito sulla guancia, le lacerazioni di una pelle che si fa di carta velina, quelle che ai vecchi vengono sul sedere o sulla schiena, lei ce le aveva anche in faccia.

Gli ispettori del ministro Sacconi, nella hall dell'albergo, prima di tornare a Roma, non riuscivano a togliersi dalla testa l'immagine del corpo di Eluana. Sarebbe bastato poco, davvero.


Ma non è un boia, Beppino Englaro. È un uomo che ha smesso di vivere insieme alla figlia, tanto tempo fa, che ha scelto di morire ogni giorno, insieme a lei. Chiunque ci abbia passato cinque minuti insieme sa quali abissi di dolore nascondevano quelle occhiaie, sempre più marcate in un profilo ogni giorno più affilato.

Sa com'era difficile sostenere lo sguardo di quest'uomo che non voleva si scrivesse delle sue debolezze, dei suoi momenti di sconforto. Un padre annientato che si è fatto carico della volontà della figlia, scegliendo la strada più dura da seguire in un posto come l'Italia, combattere a mani nude, senza mai chiedere a un dottore di adottare un sotterfugio di morte, come avviene nelle corsie di tutta Italia.

«Adesso - riesce a dire al telefono - so che qualcuno si scatenerà contro i dottori che hanno seguito Eluana. Voglio che si sappia che sono io l'unico responsabile, sono io che ho portato questa storia fin qui. Agli amici, e ne ho trovati tanti in questi anni, chiedo di non preoccuparsi per me. Non voglio essere cercato, ho bisogno di stare solo. Avrei liberato il corpo di Eluana, che ormai era diventato ostaggio di mani altrui».


È a Lecco, Beppino Englaro, dove oggi avrebbe dovuto partecipare a un processo in cui gli volevano togliere la patria potestà. Cerca di ricomporsi, al telefono con il colonnello che lo chiama per le condoglianze e poi gli annuncia che appena entrato in Friuli gli verrà assegnata una scorta, «perché sa, la situazione è particolare». Beppino lo ha ascoltato dicendo dei «sì» cortesi, con voce bassa. «Non so ancora a che ora parto, devo prima vedere com'è la situazione di mia moglie» ha detto.

Senza farlo pesare, che c'è un'altra tragedia nella sua vita, che oggi lui muore con Eluana ma il suo calvario non finisce. Si sente il rumore di un treno che passa, la casa degli Englaro affaccia su una ferrovia. «Si figuri colonnello, non darò nell'occhio, glielo prometto. Sono un po' disorientato, ho bisogno di sedermi».

La scorta, come un delinquente che ha fatto qualcosa di malvagio. L'ultima umiliazione, per un uomo che giorno dopo giorno ha scontato l'inferno peggiore, vedere una figlia che sorride solo da foto remote. Ci sarà il funerale, non finiranno le vane parole. «Devo restare solo, ho bisogno di respirare». Chi lo conosce sa che questa non è una liberazione, non per lui. «Avevo fatto una promessa» dice. L'ha mantenuta, anche se in questi anni la sua ragione di vita è rimasta appesa a sua figlia.

«Mi sento spaesato. Devo rimanere solo, ho tante cose a cui pensare» è il suo congedo. Sono in tanti quelli che pensano che in fondo non voleva che sua figlia se ne andasse. «Certo che soffrirò, ma cosa c'entra?». Era tutto per lei, non per me, ripete, e la voce si fa tenue. «Ho sopportato molto, in questi anni ». Ma doveva andare avanti, dice, dovevo mantenere la promessa. E infine liberarla, la sua bambina.

lunedì, febbraio 09, 2009

Un editoriale

Il potere apparente della Chiesa

di BARBARA SPINELLI

da lastampa.it

Solo in apparenza c’è contraddizione fra l’enorme caduta di autorità manifestatasi ai vertici della Chiesa in occasione della riabilitazione dei vescovi lefebvriani e il potere non meno grande che il Vaticano ha esercitato, e sta esercitando, sul caso Englaro e sullo scontro tra istituzioni in Italia. Nel lungo periodo il primo caso finirà forse col pesare di più: i libri di storia racconteranno nei prossimi secoli quel che è accaduto nella Santa Sede, quando un Pontefice volle metter fine a uno scisma, tolse la scomunica ai vescovi di Lefebvre, e mostrò di non sapere bene quello che faceva. Mostrò di ignorare quel che la setta sostiene, e quel che un suo rappresentante, il vescovo Williamson, afferma sul genocidio nazista degli ebrei: genocidio che il vescovo nega («gli uccisi non furono 6 milioni e non morirono in camere a gas») e che non giustificherebbe il senso di colpa della Germania. Un papa tedesco inconsapevole di quel che Williamson divulga da anni fa specialmente impressione.

I libri di storia racconteranno com’è avvenuto il ravvedimento, non appena il cancelliere Angela Merkel gli ha chiesto d’esser «più chiaro»: i giornali tedeschi, impietosi, descrivono il suo cedimento alla politica, la sua caduta nel peccato (è un titolo della Süddeutsche Zeitung), la fine di un’infallibilità che è dogma della Chiesa dal 1870, per volontà di Pio IX. Il rapporto con il caso Eluana c’è perché anche quando esercita poteri d’influenza sproporzionati, nei rapporti con lo Stato italiano, la Chiesa pare agire come per istinto, senza calcolare a fondo le conseguenze: interferisce nelle leggi del potere civile, sorvola su sentenze passate in giudicato, disturba gravemente lo scabro equilibrio fra Stato italiano e Vaticano. Difende l’idea che lo Stato debba essere etico, e che solo il Vaticano possa dire l’etica. Dopo essersi rivelato impotente di fronte al mondo - impotente al punto di «piegarsi» sulla questione lefebvriana - è come se il Vaticano si prendesse una rivincita locale in Italia, esibendo una forza che tuttavia è più apparente che reale. È apparente perché le questioni morali poste dalla Chiesa sono usate dai politici per scopi a essa estranei.

Nell’interferire, la Chiesa non mostra autorità né autentica forza di persuasione. Mostra di possedere quel che viene prima del potere di governo (prima di quello che nella Chiesa è chiamato donum regiminis, un carisma da coniugare col «dono della contemplazione»): esibisce pre-potenza. Proprio questo accadde nel 1870: il Papa stava perdendo il potere temporale, e per questo accampò l’infallibilità spirituale. La prepotenza ecclesiastica verso Eluana e verso chi dissente dalla riabilitazione dei vescovi sembra avere tratti comuni. Ambedue i gesti hanno radici nella superficialità, e in una sorta di volontaria, diffusa incoscienza. Riconciliandosi con la setta, non mettendo subito alcune condizioni irrinunciabili e accennando enigmaticamente a una «comunione non ancora piena», il Papa ha trascurato molte altre cose, sostenute nelle confraternite da decenni. Gli scismatici non si limitavano a dire la messa in latino, volgendo le spalle ai fedeli. Si opponevano con veemenza alle aperture del Concilio Vaticano II, e soprattutto alla dichiarazione di Paolo VI sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (Nostra Aetate, 1965). Totale resta la loro opposizione al dialogo con chi crede e pensa in modo diverso.

Granitica la convinzione, contro cui insorge la dichiarazione di Paolo VI, che gli ebrei non convertiti siano gli uccisori di Cristo. Nostra Aetate non parla solo dell’ecumenismo cristiano. Parla di tutti i monoteismi (Ebraismo, Islam) e anche di religione indù e di buddismo. Apre a altri modi di credere, non ritenendo che la Chiesa romana sia unica depositaria della verità e della morale. Rispondendo a Alain Elkann, monsignor Tissier de Mallerais della confraternita San Pio X dice: «Noi non cambiamo le nostre posizioni ma abbiamo intenzione di convertire Roma, cioè di portare il Vaticano verso le nostre posizioni» (La Stampa, 1-2-09). L’atteggiamento che la Chiesa ha verso l’autonomia dello Stato di diritto in Italia non è molto diverso, nella sostanza, da alcune idee lefebvriane. Il diritto e la Costituzione tengono insieme, per vocazione, etiche e individui diversi. Il dubbio su questioni di vita e morte è in ciascuna persona, e proprio per questo si fa parlare la legge e si separa lo Stato dalle chiese.

È quello che permette allo Stato di non essere Stato etico, dunque ideologico. Nell’ignorare la necessità di questi vincoli il Vaticano non si differenzia in fondo da Berlusconi, oscurando quel che invece li divide eticamente. L’interesse o la morale del principe contano per loro più della legge, della costituzione. Il particolare, sotto forma di spirito animale dell’imprenditore-re o di convinzione etica del sacerdote-guida, non si limita a chiedere un suo spazio d’espressione e obbedienza (com’è giusto), ma esige che lo Stato rinunci a fare la laica sintesi di opinioni contrarie. La laicità non è un credo antitetico alla Chiesa, ma un metodo di sintesi. Su questi temi sembra esserci affinità della Chiesa con Berlusconi e perfino con i lefebvriani, favorevoli da sempre al cattolicesimo religione di Stato. I vertici del Vaticano si sono rivelati in queste settimane assai deboli e assai forti al tempo stesso. Deboli, perché per ben 14 giorni Benedetto XVI è apparso prima ignaro, poi male informato, infine - appena seppe quel che faceva - paralizzato.

Il cardinale Lehman ha accennato a errori di management e comunicazione, ma c’è qualcosa di più. Aspettare l’intervento della Merkel è stato distruttivo di un’autorità. Nei libri di storia alcuni parleranno di clamoroso fallimento di leadership. Una leadership così scossa, è cosa triste recuperarla su Eluana. La Chiesa ha solo aiutato un capo politico (Berlusconi) a disfarsi con fastidio di leggi e vincoli. Non si capisce come questo aiuti la Chiesa. Condannando Napolitano, la Chiesa non sceglie la maestà della legge e la vera sovranità: dice solo che le leggi di uno Stato pesano poco, e invece di usare la politica ne è usata in maniera indecente. La questione Englaro non divide religiosi e non religiosi, fautori della vita e della morte. Divide chi rispetta la legge e chi no; chi auspica rapporti di rispetto fra due Stati e chi ritiene che lo Stato vaticano possa legiferare al posto dell’italiano. Sono ministri del Vaticano che hanno attaccato Napolitano: dal cardinale Martino presidente del consiglio Pontificio Giustizia e Pace al cardinale Barragan, responsabile per la Sanità nello Stato della Chiesa.

Il loro dovere istituzionale sarebbe stato quello di tacere, come laicamente ha deciso di fare, unico e solitario nella maggioranza, Gianfranco Fini Presidente della Camera. Come difendere la Chiesa, ora che non ha più potere temporale e che vacilla? La questione sembrava risolta: non lo è. Non si tratta di seguire l’opinione dominante: sarebbe autodistruttivo, proprio in questi giorni il Papa ne ha fatto l’esperienza. Si tratta di ascoltare il diverso, di documentarsi su quel che dicono i tribunali e la scienza, come rammenta Beppino Englaro. Sull’accanimento terapeutico e l’alimentazione-idratazione artificiale si possono avere opinioni diverse e si hanno comunque dubbi, per questo urge una legge sul testamento biologico: non discussa precipitosamente tuttavia. Non perché una maggioranza, adoperando il povero corpo vivo-morto di Eluana, accresca i suoi poteri. Non annunciando che «Eluana può generare figli» come dice, impudicamente, Berlusconi. Prima d’annunciare e sparlare occorre informarsi, studiare, capire. È il dono di governo e contemplazione che manca tragicamente sia in chi conduce la Chiesa, sia in chi governa la Repubblica.

Ciao

Eluana Englaro è morta questa sera intorno alle 20.10

Alla simpatia

Un anonimo, credendosi simpaticissimo in un commento ha scritto questo:

Por la cabeza de un toros incornados ! Casualmente me soi incontrado co' esto blog e me soi trovado con una escrita su la primera pagena: "ARRESTATECI TODOS". Ve volevo rassicurar. A dar una esbirciatina a los contenidos: estate ne l'alegria, no ve aresterà ningun, porchè già estate ben engabiati da los votros penzieros, che mentre ve parlan de libertas, ve tiengon prijoneiros de la mancanza de corazon.

Chi sono io dunque per non dedicare a questo coraggioso poliglotta un video di Guzzanti? Chissà se lo capisce.

Integralisti napoletani

Fine dello Stato di Diritto

Eluana, qui si rompe il principio di legalità

da La Stampa

CARLO FEDERICO GROSSO

Una nuova rottura della legalità, un’ulteriore ferita inferta allo Stato di diritto. L’ultimo atto della vicenda Englaro indigna chi ritiene che l’osservanza delle regole costituisca il fondamento della convivenza civile. Vittima, ancora una volta, Eluana Englaro, alla quale una sorta di «prepotenza governativa» rifiuta il diritto di morire che le era stato riconosciuto da una sentenza definitiva della Cassazione.

All’origine della nuova questione si pone un nebuloso provvedimento amministrativo «di indirizzo» assunto, in tutta fretta, dal ministro Sacconi quando pareva che, dopo l’ultima sentenza, la vicenda si stesse avviando al suo epilogo logico e naturale. Abbiamo letto tutti il comunicato con il quale la clinica «Città di Udine» ha reso pubbliche le ragioni della sua decisione: ciò che era stato ormai organizzato, e cioè il ricovero di Eluana e il suo accompagnamento a una morte dignitosa, è stato bloccato per il timore che, infrangendo l’atto di indirizzo ministeriale, alla struttura ospedaliera fosse revocata la convenzione regionale e venissero pertanto a mancare i denari che le consentivano di lavorare.

La vicenda solleva, immagino, complessi problemi giuridici di natura amministrativa, coinvolge delicati rapporti di competenza fra Stato e Regioni in materia di sanità, decine di giuristi si interrogheranno sui poteri ministeriali nell’imporre direttive in materia e sui doveri delle Regioni di ottemperarle. Si discuterà, soprattutto, fino a che punto gli elementi di diritto richiamati a sostegno del menzionato atto di indirizzo (un parere del Comitato nazionale di bioetica privo, in realtà, di qualsiasi rilevanza giuridica e una convenzione Onu sui diritti dei disabili non ancora del tutto operativa in Italia e che, comunque, non riguarda specificamente il caso Englaro) siano davvero in grado di giustificare, in qualche modo, il provvedimento ministeriale.

Al di là dei possibili cavilli, delle possibili interpretazioni più o meno interessate, c’è peraltro un profilo giuridico, chiarissimo, sul quale non è consentito neppure discutere: che di fronte a una sentenza irrevocabile della Cassazione che, tenendo conto delle leggi operanti in Italia, ha stabilito determinati principi (ad esempio, che Eluana si trova in una condizione giuridica di coma persistente, che un intervento di idratazione e di nutrizione artificiale mediante sondino ipogastrico non costituisce semplice alimentazione, bensì intervento medico) e ha conseguentemente riconosciuto a Eluana, o a chi per lei, il diritto di staccare quel sondino, nulla, sul terreno giuridico, è più consentito obiettare. La sentenza deve essere eseguita, punto e basta. Nessuno è più legittimato a vietare, bloccare, frapporre ostacoli, ritardare.

Al di là delle convinzioni personali di ciascuno di noi sul merito complessivo della dolorosissima vicenda e, conseguentemente, sulla bontà, o meno, della decisione giudiziale assunta dalla Corte Suprema, oggi ci troviamo pertanto, a valle del problema principale, di fronte a una importante questione di principio sulla quale occorre essere chiari, determinati, inflessibili: che le sentenze irrevocabili della Cassazione, piacciano o non piacciano, siano condivise o non siano condivise, devono essere, in ogni caso, applicate, adempiute, eseguite. Infrangere tale regola significherebbe innescare una rottura gravissima del principio di legalità attorno al quale ruota l’intero nostro sistema giuridico. In certo senso, addirittura, fare saltare lo stesso sistema, basato, come sappiamo, sui principi fondamentali secondo i quali il Parlamento legifera, la magistratura interpreta e applica le leggi, l’esecutivo governa rispettando leggi e sentenze.

La rottura della legalità appare d’altronde, nel caso di specie, tanto più grave ove si consideri che a impedire l’esecuzione di una sentenza della Cassazione è, addirittura, e ufficialmente, il governo, che frappone un suo atto di indirizzo alla normale, logica e ormai doverosa sequenza di atti e fatti che dovrebbero, ragionevolmente, seguire alle decisioni assunte dai giudici che si sono pronunciati sulla vicenda. E appare ancora più grave ove si rammenti che, in precedenza, vi era già stato il tentativo dell’attuale maggioranza parlamentare di bloccare l’esecuzione della sentenza, sollevando un peregrino conflitto di attribuzione tra il Parlamento e la Magistratura che, per la sua palese inconsistenza, era stato respinto in tempi brevissimi, e con durezza, dalla Corte Costituzionale. Ieri i giornali hanno pubblicato la notizia che, a seguito di una denuncia presentata dai radicali, la Procura di Roma ha iscritto il ministro Sacconi nel registro degli indagati per violenza privata e che gli atti sono stati trasmessi al competente Tribunale dei Ministri. Non so francamente dire se il ministro abbia, o non abbia, commesso il reato contestato, e se impedendo l’esecuzione della sentenza Englaro abbia addirittura commesso ulteriori reati. Confesso che tali circostanze non mi interessano neppure più di tanto.

Mi preoccupa invece, moltissimo, la questione di carattere generale, a un tempo giuridica e politica: la rottura del principio di legalità, l’alterazione degli equilibri fra i poteri dello Stato, l’impressione, soprattutto, che la semplice legittimazione politica ottenuta dal voto popolare si stia trasformando ormai, nei fatti, in strumento di prevaricazione, di sopraffazione, di cancellazione di diritti e garanzie riconosciute dalla legge e dichiarate dai giudici. Se ciò stesse davvero accadendo, se, in particolare, dovesse diventare prassi di governo, sarebbe la fine dello Stato di diritto.

Napolitano al San Carlo

Nessuno più parla dell'ineleggibilità del Cavaliere (secondo una legge ancora in vigore e mai cambiata).
Se qualcuno poi non riesce ad esempio a comprendere le difficoltà in cui al momento si muovono i miei colleghi giornalisti che vivono nella penisola bé questo è affar loro. Quello che mi fa sorridere è che in due anni ho cassato moltissimi commenti perché questo sito è casa mia e se qualcuno offende io lo cancello. Ebbene TUTTI, ma proprio TUTTI i commenti erano di italiani. Eh si che mi leggono anche in Francia o Germania. Questo la dice lunga sulla tenuta democratica del nostro Paese.

domenica, febbraio 08, 2009

El tio Beppino




En una republica bananera como la italiana no tiene sentido discutir. Las unicas palabras logicas se encuentran en Internet. Para los amigos castellano-hablantes una entrevista a Beppino Englaro, padre de Eluana, sobre lo que està pasando en Italia donde el actual gobierno intenta actuar un verdadero golpe. Por la primera vez el Ejecutivo no quiere respectar una sentencia de la Corte Constitucional. Es el fin de la democracia como la conocimos, pero los italianos, bueno la mayoria, siguen mirando la tele.

MIGUEL MORA - Roma - 08/02/2009

El Pais

Beppino Englaro es, más que un hombre, un superhombre. Lleva 17 años intentando cumplir la misión que le encomendó su hija Eluana. Vivir libre y con dignidad, o morir. "Lo decidimos en familia. Vida, muerte, dignidad, libertad. Somos tres purasangres de la libertad. La magistratura ha defendido nuestro derecho. Y no necesitamos oír letanías", explica.

Tras una batalla jurídica de 11 años, su hija espera en la clínica La Quiete de Udine el momento de ver reconocido su derecho, sancionado por todas las instancias judiciales posibles, a no vivir sin capacidad de entender y querer.

Su padre está más tranquilo que nunca. En paz. No le afecta la manipulación política que ha hecho del caso Silvio Berlusconi, ni el escándalo apocalíptico orquestado por el Vaticano, ni las acusaciones de asesinato que, otra vez ayer, le lanzó la curia romana. "La condena a vivir bajo cualquier condición es mucho peor que una condena a muerte", dice desde su casa de Lecco, donde espera el desenlace con su mujer, Saturna, enferma de cáncer desde 1992, el año en que Eluana tuvo el accidente que la dejó en estado vegetativo.

Englaro mandó ayer un mensaje al presidente de la República, Giorgio Napolitano, y al presidente del Consejo, Silvio Berlusconi: "Soy el tutor de Eluana Englaro, pero en este momento hablo de padre a padre, y me dirijo a ustedes para invitarles, a los dos solos, a que acudan a Udine para conocer, en persona y de forma privada, las condiciones reales de mi hija Eluana, sobre quien se han difundido noticias alejadas de la realidad que pueden llevar a confundir y desviar todo comentario y convicción".

Pregunta. ¿Han acelerado los médicos la suspensión de la alimentación de Eluana?

Respuesta. El protocolo sigue adelante. Los tres médicos están intentando cumplir al 100% el protocolo que decidió el juez. Nuestro único interés es respetar la legalidad. No entramos en detalles. Nos atenemos escrupulosamente a lo que han dicho los tribunales. Solo a eso.

P. ¿Qué le ha parecido el movimiento del Gobierno Berlusconi?

R. Ha sido un golpe de efecto. Sólo se me ocurre decir que la realidad a veces supera a la fantasía más fantasiosa. Es muy curioso que Berlusconi haya salido precisamente ahora a escena. Cuando era primer ministro, en 2004, yo le escribí una carta pidiéndole ayuda. No respondió. Como la política no hizo nada y el Gobierno tampoco, me dirigí a los jueces. Les pedí ayuda y ellos cumplieron su deber. Durante más de diez años todas las instancias judiciales han examinado hasta el más mínimo detalle. No sé qué esperan descubrir ahora los políticos.

P. Dicen que sólo quieren evitar que Eluana muera.

R. Quieren bloquear la sentencia del Supremo, sí. Pero en un país civilizado eso no debería suceder. Berlusconi se ha enfrentado al presidente de la República para intentar detener la legalidad. Quizá no entiende la división de poderes.

P. ¿Cree que al final podrá hacer valer ese derecho?

R. Siempre me he movido en la legalidad más estricta porque no tenía otra alternativa. Si ellos quieren obstaculizar la legalidad no es algo que yo pueda controlar. Yo me defiendo con el derecho, como siempre. Si ellos quieren verificar cosas que ya han sido verificadas muchas veces significa que, por su parte, es una cosa infinita. Pero esta historia siempre ha sido clara, neta y límpida. Eso es lo que les molesta. Se ha hecho de una manera escrupulosamente legal, y ellos no están acostumbrados a manejar cosas tan limpias. No entienden qué es esa cosa tan clara de la legalidad a la luz del sol. No es culpa nuestra. Hemos hecho todo dentro de la sociedad y de la legalidad. No podemos hacer más.

P. ¿Qué le ha parecido el aplauso de la Iglesia al movimiento de Berlusconi?

R. De la Iglesia no hablo. Siento un sagrado respeto por ella y espero de ella lo mismo. Espero que sepan lo que dicen y lo que hacen, pero no polemizo con ellos. La Iglesia no tiene nada que ver en el asunto. No me puede imponer sus valores. Puede opinar, pero lo que diga no tiene que ver conmigo ni con Eluana. El magisterio de la Iglesia es moral; el Estado es laico, y en él están también los católicos. Lo que dice la Iglesia les debe afectar a ellos, no a los que no profesamos esa confesión. De forma que todo lo que digan es su problema, no mío.

P. Quizá ése sea el fondo del problema. Es usted demasiado laico.

R. Me dicen siempre que estoy años luz por delante, que soy demasiado avanzado. Pero yo no puedo volver atrás para darles placer, lo siento. Ellos están a su nivel y yo vivo en un Estado laico. Los 2009 años de historia de la Iglesia van por un lado y el Estado va por el suyo. Yo para pedir justicia no me he dirigido a ellos, sino a los tribunales de Justicia. A ellos no les he pedido nada, ni se lo pediré. Pueden decir lo que quieran, no lo discuto, pero esta historia está fuera de su poder.

P. Berlusconi dijo el viernes que no puede quejarse usted de que el caso le haya costado dinero porque las monjas de Lecco siempre han atendido gratis a Eluana. ¿Cómo recibió esas palabras?

R. Hubiera dado todos los recursos del mundo para evitar que Eluana pasara así estos 17 años. Todo el dinero del mundo. El único coste que nos interesa es la libertad fundamental de mi hija. Si hubiese sido por Eluana, no habría costado ni un euro. Yo no pedí que la mantuvieran viva, pedí que la dejaran morir el primer día que me dijeron que estaba así. Decidieron ellos, no nosotros. Fuimos obligados a mantenerla viva, sin capacidad de entender ni de querer, por unos médicos que no sabían nada de nosotros. Fue un acto de una violencia espantosa. Por eso pedimos a la sociedad que nos ayudara. Ése es el precio que hemos pagado.

P. ¿Cree que Eluana se ha convertido en un símbolo de libertad?

R. Espero que su historia sirva para que la gente entienda que la medicina debe pensar mil veces antes de crear situaciones que no existen en la naturaleza. Eso es de locos. La vida es vida, la muerte es muerte. Blanco o negro. Las personas vivas son capaces de entender y decidir por sí mismas. Yo he pedido por caridad que la dejen morir. La condena a vivir sin límites es peor que la condena a muerte. En la familia, los tres habíamos dejado clara nuestra posición. Lo hablamos muchas veces. Vida, muerte, libertad, dignidad. Somos tres purasangres de la libertad. No necesitamos escuchar letanías. Ni culturales, ni religiosas, ni políticas.

Quando c'era lui




Ciampi: triste per l'uso del dolore guai ridurre il Presidente a passacarte
di SEBASTIANO MESSINA

da Repubblica.it

ROMA - Tristezza e amarezza. Usa queste due parole, Carlo Azeglio Ciampi, per spiegare quello che prova nel momento in cui il conflitto tra Quirinale e Palazzo Chigi diventa incandescende. Lui che riuscì a "coabitare" per cinque anni con il presidente del Consiglio Berlusconi, forse è l'uomo che si rende conto meglio di chiunque altro di quanto sia pesante per un Capo dello Stato prendere una decisione in solitudine, contro l'opinione del governo in carica.

Cosa ha provato vedendo in tv il presidente del Consiglio che apriva così duramente un conflitto con il Capo dello Stato?
"Ho provato un senso di grande tristezza. E di amarezza. Perché mi rattrista molto vedere che un caso umano così doloroso diventi occasione per cercare di attaccare il Capo dello Stato. E' davvero inopportuno, e mi amareggia innanzitutto come cittadino, che si prenda spunto da una vicenda drammatica per cercare di affievolire i poteri del Presidente. Sono stato al Colle per sette anni e conosco bene la delicatezza dei rapporti tra il Quirinale e Palazzo Chigi. Ma non si cerchi di indebolire il Presidente. Lui è una garanzia per il Paese. Questo è la prima ragione della mia tristezza. Ce n'è anche un'altra, purtroppo".

Quale, presidente?
"Il fatto che si siano create delle tensioni in un rapporto storicamente delicato come quello tra lo Stato e Chiesa. Vede, io sono cattolico di religione, ma profondamente laico come cittadino. C'è la Chiesa e c'è lo Stato. La Costituzione definisce chiaramente i rapporti reciproci, e duole vedere che alcune dichiarazioni rischiano di creare problemi in questo delicatissimo rapporto. Ed è un fatto grave, perché proprio quest'anno ricorrono gli ottant'anni dai Patti Lateranensi: dovremmo ricordarci tutti che Stato e Chiesa devono collaborare sempre con reciproco rispetto".

Nei suoi sette anni al Quirinale, qualcuno le ha mai detto che lei non aveva diritto di sindacare il contenuto dei decreti legge?
"Mai. Ho avuto, certo, alcuni momenti non facili con i presidenti del Consiglio con cui mi sono trovato a collaborare. Ma la Costituzione dice chiaramente che il Capo dello Stato emana i decreti legge, cioè li firma. Ebbene, questa firma non è affatto un atto dovuto. Il presidente della Repubblica deve essere convinto della necessità del provvedimento. Non può essere ridotto a uno spolverino, a un passacarte del governo. La sua firma deve essere un atto convinto, meditato. Non è affatto un visto. Rientra pienamente nei poteri che gli
assegna la Costituzione".

A proposito di firme. Lei aprì un conflitto tra poteri dello Stato, davanti alla Corte Costituzionale, per chiarire chi fosse il vero titolare del potere di grazia. Il Guardasigilli, all'epoca il leghista Castelli, sosteneneva che senza la sua controfirma il Presidente non poteva graziare nessuno.
"Sì, io mi trovai di fronte a una tesi secondo la quale il presidente poteva esercitare il potere di grazia solo su proposta del Guardasigilli. Anche la prassi di tanti anni, devo dire, andava in questa direzione. Ma io presentai ricorso alla Corte Costituzionale perché si chiarisse che quello era un potere del Presidente, un atto di sua esclusiva responsabilità. Lo feci anche se alcuni dei miei consiglieri mi avevano avvertito che era un rischio, perché la Corte avrebbe potuto anche darmi torto. Invece mi diede ragione. E questo punto è stato finalmente chiarito".

Già, i giudici costituzionali stabilirono che quella del Guardasigilli era una controfirma dovuta. Non potrebbe oggi Berlusconi usare lo stesso ragionamento per sostenere che il potere di emettere un decreto legge spetta solo al governo, e che la firma del Presidente è un atto dovuto?
"Non credo proprio che i due casi siano sullo stesso piano. Quello di emanare un decreto legge non è un potere formale, un visto: è un potere sostanziale. Uno dei poteri che fanno del Presidente della Repubblica il garante della Costituzione".

Due pesi e più misure

Al settimo mese. Una dichiarazione della signora Berlusconi

Fonte: Corsera 08 aprile 2005
Intervista sul referendum del 12 e 13 giugno Veronica Berlusconi: quel mio dramma e la scelta di andare a votare

Perciò, in che modo si sta formando un’opinione?
«Se si chiede a un cittadino di esprimersi su questi argomenti, credo che la prima, istintiva, reazione, sia di guardare alle proprie personali esperienze o di immedesimarsi in quelle degli altri. Per quanto mi riguarda, c’è un’esperienza personale che mi fa riflettere. Ho avuto un aborto terapeutico, molti anni fa. Al quinto mese di gravidanza ho saputo che il bambino che aspettavo era malformato e per i due mesi successivi ho cercato di capire, con l’aiuto dei medici, che cosa potevo fare, che cosa fosse più giusto fare. Al settimo mese di gravidanza sono dolorosamente arrivata alla conclusione di dover abortire. È stato un parto prematuro e una ferita che non si è rimarginata. Ancora oggi è doloroso condividere pubblicamente quell’esperienza, ma in un momento in cui tanti di noi si sentono immaturi, impreparati, rispetto alla conoscenza della legge 40, ai contenuti del referendum, ecco, sapere come andavano le cose venti o trenta anni fa, quando la scienza non era così avanti come oggi, potrebbe essere utile».

di Maria Latella

Una vergogna in più




In Inghilterra o Francia si scrollerebbero le spalle e si compatirebbe una persona così. Invito ad ascoltare la telefonata in rete. In un italiano ardimentoso il Crisafulli dà del bugiardo a Beppino Englaro e chiede "la grazia per Eluana". Ormai è una gara a chi le spara più grosse, senza contraddittorio e senza prove.

da Corriere.it

«Quella sera a Lecco Englaro mi disse che si era inventato tutto»
«Eravamo al ristorante e mi confidò che non ce la faceva più a vedere la figlia in quelle condizioni»

- «Beppino Englaro si è inventato tutto». Cosa si è inventato? «La storia che la figlia avrebbe detto di non voler vivere nel caso in cui si fosse ridotta a un vegetale». È convinto Pietro Crisafulli al telefono (ascolta l'audio) quando ribadisce questa sua verità. Pietro Crisafulli è il fratello di Salvatore, 38 anni, catanese, che nel 2005 si risvegliò dallo stato vegetativo nel quale si trovava in seguito ad un incidente. Ora Salvatore attraverso un sofisticato computer ha svelato che quando era in coma sentiva e capiva tutto. Anzi piangeva per la disperazione. Durante la conferenza stampa in cui motivava il decreto su Eluana Englaro, il presidente del Consiglio ha citato la storia della famiglia Crisafulli.

BERLUSCONI - «Ho letto alcune parti di un libro dal titolo «Con gli occhi sbarrati» di Salvatore Crisafulli, che racconta come muoveva gli occhi e capiva tutto ciò che si muoveva intorno a lui, ma questo movimento degli occhi veniva considerato dai medici un riflesso nervoso dai medici», ha aggiunto Berlusconi. «Consiglio la lettura di questo libro a chi avesse dubbi al riguardo», ha sottolineato il premier. «Non sappiamo quanto irreversibile sia» lo stato vegetativo di Eluana, ha concluso Berlusconi.

L'INCONTRO - Così Pietro Crisafulli può raccontare ancora una volta la sua storia e soprattutto quell'incontro di quella sera a Lecco in cui Englaro avrebbe confidato all'amico di sventura che si era inventato tutto per liberare Eluana da quella triste condizione: «Lui non ce la faceva a sopportare quella situazione. Ho conosciuto Englaro nel 2005 durante una puntata di "Porta a Porta" dedicata all'eutanasia e da allora siamo diventati amici. Nel marzo del 2006 andai a casa Englaro a Lecco. Da lì andammo in un ristorante e in quella sede, con un testimone, mi fece quella confidenza». Ma lei si rende conto dell'accusa che avanza a Beppino? «Certo e sono disponibile a ribadirla in qualsiasi sede. Anzi sabato la dirò ai magistrati di Udine». Già quei magistrati che stanno indagando, hanno precisato, unicamente per via degli esposti e delle denunce pervenute. Fra gli esposti - si è saputo da fonti giudiziarie friulane - vi è anche quello di Pietro Crisafulli.

LA RISPOSTA - Nonostante abbia sentito le dure accuse di Pietro Crisafulli, Beppino Englaro non esce dal suo silenzio. Ma deluso sembra si sia lasciato andare ad una dura considerazione: «È il più basso livello umano che si possa raggiungere».

n.l.

Uno un po' naif


Ovvero come prendere per culo un cittadino italiano.

Ho già scritto più volte dell'assoluta inettitudine delle autorità italiane all'estero. Le ambasciate non servono a nulla e il ministero della Farnesina si attiva solo quando proprio non ne può fare a meno. A differenza di altri paesi l'assistenza è nulla e le iniziative sono affidate al buon cuore di qualche funzionario che ogni tanto si sente anche in dovere di giustificare il fatto che prende uno stipendio. Ho avuto questi esempi in numerosissime esperienze e l'imbarazzo che ho avuto quando mi sono magari fatto accompagnare da cittadini di altri paesi era totale. Adesso leggo di questa esperienza e del non richiesto commento di un tizio dell'ambasciata. Leggo anche, senza capirne i motivi, dell'imbarazzo dell'ambasciata. Sarò un po' naif anch'io?

da corriere.it

Iraq: «turista» italiano fermato a Falluja
Bloccato a un posto di blocco e rispedito in Italia con il primo aereo. Imbarazzo in ambasciata


Un impiegato dell'hotel di Bagdad con la fotocopia dei documenti di Marchiò (da New York Times)Bashar Yacoub non poteva credere ai suoi occhi. Ma quando quel ragazzo occidentale, senza battere ciglio, gli ha ripetuto di voler «solo visitare la città», il manager della reception del Coral Palace Hotel di Bagdad ha dovuto arrendersi all’evidenza. Quello che aveva di fronte era il primo turista occidentale dall’inizio della guerra, nel 2003. Era lì senza guardie del corpo, e senza un traduttore. Ed era italiano.

L’avventura di Luca Marchiò, comasco 33enne, è però finita due giorni dopo l’incontro con mister Yacoub, quando ha tentato di visitare la (un tempo famigerata, e ancora preda di tensioni e violenze) città di Falluja. Ad accorgersi di lui è stato un militare a un checkpoint, che ha preso in consegna il giovane (credendolo, forse, un jihadista straniero) e l’ha portato in caserma. «Le autorità mi hanno spiegato che non sarei potuto rimanere in città per la notte», ha detto al New York Times. «Il loro suggerimento è stato quello di tornarmene a Bagdad». In realtà, l’ambasciata d’Italia ha riferito che il giovane sarebbe stato «messo sul primo aereo domani mattina» (sabato, ndr), ponendo fine a una situazione che ha creato, anche tra le autorità italiane, qualche imbarazzo. Nessuno, infatti, sapeva della presenza di Marchiò in Iraq: nemmeno i genitori del ragazzo. «Non ne sapevamo niente», dice a Corriere.it la madre, Marinella. «Luca non vive in casa con noi, ed è abituato a viaggiare molto, anche in zone di guerra, per il suo lavoro. E da mamma dico: purtroppo. Ora ci hanno detto che sta tornando, e che sta bene. E questo è ciò che conta».

TURISTA - Anche le autorità italiane non sapevano nulla del viaggio. Il New York Times scrive di essere stato il primo a notificare la cosa all’ambasciata. Che ha poi tentato di ricostruire l’incredibile viaggio del «turista». Partito dall’Italia, Marchiò è sbarcato in Egitto, passando poi in Turchia e, via terra, in Iraq, con un visto di dieci giorni. Passato il confine su un taxi, è arrivato a Bagdad. Ed è entrato nel Coral Palace. «Sono un turista», ha ripetuto a mister Yacoub, alla reception, e ai giornalisti del Times. «Voglio vedere le città più importanti del Paese, vedere e capire la realtà. Penso che ogni Paese del mondo debba essere visitato». Yacoub ha tentato di dissuaderlo – alla domanda se l’Iraq, e soprattutto Falluja, siano pronti per turisti che non siano pellegrini sciiti, il receptionist ha replicato con un enfatico «No» – ma senza successo. Per 40 dollari, Marchiò ha acquistato all’albergo un tour della città: la statua di Sherazade, la narratrice di Le mille e una notte, il lago artificiale vicino all’università, la piazza Abu Jaafar al-Mansur sulla riva del Tigri, il parco Zawra’a, i negozi di Karada. «“Quando è arrivata la notte si è spaventato un po’, e ha voluto tornare in hotel», ha detto Ramez Fa’eq, 23 anni, la guida a cui l’hotel l’aveva affidato.

A FALLUJA - Il giorno seguente, Marchiò è partito per Falluja su un minibus pubblico. Poche ore dopo, il signor Yacoub ha ricevuto la chiamata della polizia. «La stavo aspettando», ha detto. «E ovviamente erano molto preoccupati per lui. L’Iraq non è ancora pronto per i turisti. Certo, la sicurezza è molto migliorata. Ma in questo Paese ti puoi aspettare qualunque cosa in qualunque momento». «Gli ho spiegato che non era sicuro vagare per il Paese», ha detto Renato Di Porcia, vice capo della missione all’ambasciata italiana a Bagdad. Il sito del ministero degli Esteri definisce l’Iraq un Paese «ad altissimo rischio: sono fortemente sconsigliati i viaggi se non organizzati in un adeguato contesto di sicurezza e previamente concordati con l’ambasciata d’Italia a Bagdad o con il ministero degli Esteri a Roma». «È stata una situazione molto strana», ha commentato Di Porcia. Marchiò «è un ragazzo un po’ naif».

sabato, febbraio 07, 2009

Un uomo




«Sono il tutore di Eluana Englaro - così scrive Beppino Englaro nel suo appello - ma in questo momento parlo da padre a padre, rivolgendomi al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ed al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per invitare entrambi, ed essi soli, a venire ad Udine per rendersi conto, di persona e privatamente, delle condizioni effettive di mia figlia Eluana, su cui si sono diffuse notizie lontane dalla realtà che rischiano di confondere e deviare ogni commento e convincimento».

Non è vilipendio a Capo di Stato questo?



Volontè (Udc): "Quirinale ispirato da grembiulini"
Per Luca Volontè, deputato dell'Udc e nella scorsa legislatura capogruppo alla Camera, la lettera di Napolitano sulla vicenda di Eluana Englaro sarebbe stata ispirata da ''grembiulini (ovvero dalla massoneria, ndr) e laicisti''. ''Accuse di ingerenza al Vaticano sono surreali. Tra coloro che hanno contribuito a scrivere nell'ombra il parere del Colle - sostiene Volontè - ci sono grembiulini e laicisti e ora si accusa la chiesa di dire ciò che pensa pubblicamente? Invito alla prudenza e al pudore, troppe lingue vanno a ruota libera".

Facebook e Berlusconi


Quello che accade in Italia non ha eguali nei Paesi occidentali. Qui come ho già scritto la questione non è più solo la Englaro (anche se dire che "potrebbe avere dei figli" è un abominio). Il problema è, dopo lo scandaloso lodo Alfano che porta all'impasse della magistratura in Italia, il fatto che non s'intenda rispettare una sentenza della Corte di Cassazione. Il minacciare cdi cambiare la Costituzione in tre gg. Il minacciare i Minstri che non firmeranno il decreto (e infatti hanno firmato tutti perché tutti debbono il loro posto a Berlusconi, nessuno di loro vi è arrivato per meriti propri, ivi comresa la pavida Prestigiacomo). Poi però sbuca un sito di fregnacce, Facebook. E in mezzo alle cazzate (flirtable, quiz e giochini vari) nascono i gruppi di protesta, incontrollabili. E la gente si organizza. Per la prima volta neppure gli attivisti di alcune parti politiche, gente "pagata" per monitorare e postare, dove necessario, improbabili e fasulli commenti, non riesce più a starci dietro. C'è una consistente fetta di elettorato che ama Berlusconi, ma il suo segreto sta soprattutto nel controllo dei mezzi d'informazione . Lo si può fare sulle tv in chiaro, si può cercare di mettere la sordina a Sky, ma con Internet è un po' più complicato. Si può evitare di cablare l'Italia, berciare di wi-max senza avere nessuna intenzione di realizzarlo, mantenere scientemente intere parti del Paese senza internet (ormai considerata quasi dappertutto un diritto al pari della luce e dell'acqua), ma nonostante tutto si realizzano questi fenomeni. La speranza è davvero solo che adesso questa protesta esca dalla rete. Ovviamente verrà prima ridicolizzata e successivamente demonizzata (è sempre successo così), ma se un minimo cambiamento può investire l'Italia questo verrà proprio da internet e da quelli che la usano.

Alcuni incredibili commenti che continuano ad apparire sul forum PDL di Facebook.

- ho sempre votato x Berllusconi e x il suo partito. Se passa la legge che blocca la volontà di Eluana Englaro, la volontà della sua famiglia, la decisione di un giudice, io e la mia famiglia NON voteremo più x il PDL. E come la penso io la pensano anche altre persone. Bisogna finirla di andare dietro un'istituzione ipocrita ed egoista come la chiesa. Spero che la tortura contro quella ragazza finisca presto.

- A me Berlusconi è sempre piaciuto, a parte qualche battuta del tutto fuori luogo, ma adesso con questo decreto per salvare Eluana mi sta deludendo tantissimo...ABBIAMO TANTI PROBLEMI! LASCIATE MORIRE QUELLA POVERA RAGAZZA! QUELLA CHE FA ADESSO LA CONSIDERATE "VITA"???

Dai su, lasciamo perdere il decreto per salvare Eluana...tanto lo sappiamo tutti che è fatto semplicemente per fare piacere al Papa...

- Avete xso i voti di tutta la mia famiglia e la stima che avevo x Berlusconi.
Eluana nn è in pericolo di vita xkè Eluana nn vive. Domani cancellerò anche il sito che ho creato ha favore del PDL, anzi domani lo inerirò qui e Lun lo cancellerò (nn posso farlo ora xkè sono col cell).
Quel ddl è una grossa contradizione agli ideali del Pdl.

- Eluana Englaro... VERGOGNA !!!

Vi ho sempre difeso a spada tratta, da oggi avete un voto in meno !

Ma che cos'è stò schifo ? Fra un pò non avremo neanche il diritto di andare al cesso da soli !!

IO VOGLIO SCEGLIERE DI POTER MORIRE IN MODO DIGNITOSO.

Adesso questi messaggi verranno sepolti da altri firmati Mario Rossi e Giorgio Bianchi, ma è indicativo che nono si possa controllare FB.

venerdì, febbraio 06, 2009

Il perché del blocco della politica




Con queste prebende chi può davvero voler cercare di cambiare le cose? Sono tutti ricattabili...solo l'Europa può salvare l'Italia, se non si farà infettare da essa.

Se 35 mila euro al mese vi sembrano pochi

È cosa risaputa che gli europarlamentari italiani siano i più pagati d'Europa. Un calcolo preciso delle voci in busta paga rende la sproporzione ancora più evidente. Ogni mese di indennità gli italiani incassano 11.703,64 euro. Gli austriaci, secondi in classifica, dal 1 luglio del 2008 arrivano a 8.160 euro, poco più dei tedeschi (7.339), dei francesi (6.952) e degli olandesi, fermi a 6.949 euro mensili. Gli spagnoli da marzo scorso pigliano 3.126 euro, quattro volte meno degli italiani.

Persino i sei deputati del ricco Lussemburgo, pur lavorando il doppio, prendono la metà dello stipendio riservato ai nostri eletti. In fondo alla classifica si piazzano i nuovi entrati bulgari, che in busta paga si ritrovano appena 900 euro. L'indennità è solo una delle tante entrate. Oltre agli 11.703 euro i nostri hanno diritto a 4.052 euro mensili per le 'indennità di spese generali': soldi che servono a coprire le uscite effettuate in Italia per l'ufficio, i viaggi, il telefonino, computer, francobolli e altro. Una voce che, in caso in un anno il deputato faccia più del 50 per cento di assenze in plenaria, viene ridotta della metà. A meno che, come a scuola, non possa "giustificare le proprie assenze".

Gli spostamenti da e verso Strasburgo e Bruxelles vengono rimborsati con un'indennità forfettaria. Per incassarla non c'è bisogno nemmeno della ricevuta: per l'aereo basta presentare la carta d'imbarco. In più, quando si parte in veste di relatori o per conferenze, si ha diritto a 'un'indennità di viaggio annuale' da "massimo 4 mila euro". Ogni deputato riceve inoltre 287 euro al giorno per vitto e alloggio: la somma viene versata solo se l'europarlamentare firma il registro delle presenze e, in media, sono altri 1.435 euro al mese.
Infine il Parlamento rimborsa i collaboratori personali "selezionati a discrezione dei deputati" per un importo massimo di 16.914 euro mensili. Non male: a conti fatti, il budget mensile dei 78 parlamentari italiani supera i 35 mila euro al mese.

Dalla prossima legislatura, però, i nostri dovranno stringere la cinghia: tutti gli eurodeputati avranno uno stipendio identico di 7 mila euro, e il loro budget scenderà ad appena 30 mila euro al mese. E. F.

Napolitano: ecco perché non firmerò



Il testo della lettera che il capo dello Stato ha inviato a Berlusconi prima che il CdM approvasse il decreto


Signor Presidente,

lei certamente comprenderà come io condivida le ansietà sue e del Governo rispetto ad una vicenda dolorosissima sul piano umano e quanto mai delicata sul piano istituzionale.

Io non posso peraltro, nell’esercizio delle mie funzioni, farmi guidare da altro che un esame obiettivo della rispondenza o meno di un provvedimento legislativo di urgenza alle condizioni specifiche prescritte dalla Costituzione e ai principi da essa sanciti.

I temi della disciplina della fine della vita, del testamento biologico e dei trattamenti di alimentazione e di idratazione meccanica sono da tempo all’attenzione dell’opinione pubblica, delle forze politiche e del Parlamento, specialmente da quando sono stati resi particolarmente acuti dal progresso delle tecniche mediche.

Non è un caso se in ragione della loro complessità, dell’incidenza su diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti e della diversità di posizioni che si sono manifestate, trasversalmente rispetto agli schieramenti politici, non si sia finora pervenuti a decisioni legislative integrative dell’ordinamento giuridico vigente.

Già sotto questo profilo il ricorso al decreto legge – piuttosto che un rinnovato impegno del Parlamento ad adottare con legge ordinaria una disciplina organica - appare soluzione inappropriata. Devo inoltre rilevare che rispetto allo sviluppo della discussione parlamentare non è intervenuto nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi dell’art. 77 della Costituzione se non l’impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e drammaticità di un singolo caso. Ma il fondamentale principio della distinzione e del reciproco rispetto tra poteri e organi dello Stato non consente di disattendere la soluzione che per esso è stata individuata da una decisione giudiziaria definitiva sulla base dei principi, anche costituzionali, desumibili dall’ordinamento giuridico vigente.

Decisione definitiva, sotto il profilo dei presupposti di diritto, deve infatti considerarsi, anche un decreto emesso nel corso di un procedimento di volontaria giurisdizione, non ulteriormente impugnabile, che ha avuto ad oggetto contrapposte posizioni di diritto soggettivo e in relazione al quale la Corte di cassazione ha ritenuto ammissibile pronunciarsi a norma dell’articolo 111 della Costituzione: decreto che ha dato applicazione al principio di diritto fissato da una sentenza della Corte di cassazione e che, al pari di questa, non è stato ritenuto invasivo da parte della Corte costituzionale della sfera di competenza del potere legislativo.

Desta inoltre gravi perplessità l’adozione di una disciplina dichiaratamente provvisoria e a tempo indeterminato, delle modalità di tutela di diritti della persona costituzionalmente garantiti dal combinato disposto degli articoli 3, 13 e 32 della Costituzione: disciplina altresì circoscritta alle persone che non siano più in grado di manifestare la propria volontà in ordine ad atti costrittivi di disposizione del loro corpo.

Ricordo infine che il potere del Presidente della Repubblica di rifiutare la sottoscrizione di provvedimenti di urgenza manifestamente privi dei requisiti di straordinaria necessità e urgenza previsti dall’art. 77 della Costituzione o per altro verso manifestamente lesivi di norme e principi costituzionali discende dalla natura della funzione di garanzia istituzionale che la Costituzione assegna al Capo dello Stato ed è confermata da più precedenti consistenti sia in formali dinieghi di emanazione di decreti legge sia in espresse dichiarazioni di principio di miei predecessori (si indicano nel poscritto i più significativi esempi in tal senso).

Confido che una pacata considerazione delle ragioni da me indicate in questa lettera valga ad evitare un contrasto formale in materia di decretazione di urgenza che finora ci siamo congiuntamente adoperati per evitare.


Poscritto

Con una lettera del 24 giugno 1980, il Presidente Pertini rifiutò l’emanazione di un decreto-legge a lui sottoposto per la firma in materia di verifica delle sottoscrizioni delle richieste di referendum abrogativo;

il 3 giugno 1981, sempre il Presidente Pertini, chiamato a sottoscrivere un provvedimento di urgenza, richiese al Presidente del Consiglio di riconsiderare la congruità dell’emanazione per decreto-legge di norme per la disciplina delle prestazioni di cura erogate dal Servizio Sanitario Nazionale. Nel caso specifico, uno degli argomenti addotti dal Capo dello Stato consisteva nel rilievo della contraddizione tra la disciplina del decreto-legge emanando e “un indirizzo giurisprudenziale in via di definizione”;

con lettera 10 luglio 1989 al Presidente del Consiglio De Mita, il Presidente Cossiga manifestò la sua riserva in ordine alla presenza dei presupposti costituzionali di necessità e urgenza ai fini dell’emanazione di un decreto-legge in materia di profili professionali del personale dell’ANAS e affermò: “Ritengo, pertanto, che, allo stato, sia opportuno soprassedere all’emanazione del provvedimento, in attesa della conclusione del dibattito parlamentare sull’analogo decreto relativo al personale del Ministero dell’interno”;

in quella stessa lettera e successivamente nella lettera al Presidente del Consiglio Andreotti del 6 febbraio 1990, il Presidente Cossiga richiamò all’osservanza delle specifiche condizioni di urgenza e necessità che giustificano il ricorso alla decretazione di urgenza, ritenendo legittimo da parte sua – in caso di non soddisfacente e convincente motivazione del provvedimento – il puro e semplice rifiuto di emanazione del decreto – legge;

con un comunicato del 7 marzo 1993, il Presidente Scalfaro, in rapporto all’emanazione di un decreto-legge in materia di finanziamento dei partiti politici invitò il Governo a riconsiderare l’intera questione, ritenendo più appropriata la presentazione alle Camere di un provvedimento in forma diversa da quella del decreto-legge.

Se prima avevo dei dubbi..


Adesso posso dire di essermi fatto un'idea. Il caso Englaro è una scusa...

Il Consiglio dei ministri, dopo lunga discussione, ha varato all'unanimità (cioè lo ha deciso Berlusconi) un decreto che ordina di proseguire l'alimentazione fino all'approvazione di una legge su testamento biologico. Berlusconi: "Non voglio la responsabilità della morte di Eluana". Ma il Quirinale rifiuta la firma: "E' un provvedimento incostituzionale, in contrasto con sentenze passate in giudicato". Ma Berlusconi replica duro: "Pronto a cambiare la Costituzione sui decreti d'urgenza. Convocherò il Parlamento per approvare entro tre giorni una legge che contenga la norma sull'idratazione e l'alimentazione prevista dal decreto". Il premier cita il costituzionalista Valerio Onida che replica: "Strumentalizza, non c'entro nulla con il decreto". Il Vaticano: "Il governo ci ha ascoltato". Nella clinica "La Quiete" è iniziato questa mattina la riduzione graduale dell'alimentazione e dell'idratazione ad Eluana. Il ministero del Welfare invia a Udine gli ispettori.

Ecco alcune bugie:
Onida, costituzionalista: "Premier strumentalizza, nel decreto io non c'entro"
Dopo le parole del premier (""Decreto ispirato dalle parole del costituzionalista Onida"), il presidente emerito della Corte Costituzionale precisa: "Hanno strumentalizzato le mie parole, disconosco nella maniera più assoluta qualunque mia partecipazione alla stesura del testo di un decreto legge che non ritengo nemmeno di commentare"

Berlusconi: "Senza decreti, cambiare la Costituzione"
Berlusconi ha detto: "Se non ci fosse la possibilità di ricorrere ai decreti tornerei dal popolo a chiedere il cambiamento della Costituzione e del governo"

Berlusconi: "Napolitano firmi o riunione del Parlamento"
Berlusconi ha detto: "Se il presidente della Repubblica non firmasse il decreto, noi inviteremmo immediatamente il Parlamento a riunirsi ad horas ed approvare in pochissimo tempo, due o tre giorni, una legge che anticipasse quella legge che è già nell'iter legislativo, e cioè quella che contiene questa norma".

Il nocciolo è tutto qui: trasformare la Costituzione e riportare la magistratura sotto il controllo dell'Esecutivo. Insomma trasformare l'Italia nell'Argentina di Videla.

Complimenti agli imbecilli a sinistra che invece di trovare una linea d'intenti per buttare giù una maggioranza del genere non trovano di meglio da fare che separarsi in partitini. E complimenti al PD per la sua valorosa opposizione...

Editori Puri?

Come si fa a pensare di poter essere editori di Libero e del Riformista nello stesso Paese? Persino Murdoch è più equilibrato




Paolo Baroni per "La Stampa"

Di fronte all'ennesimo guaio giudiziario gli Angelucci si chiudono a riccio. Definiscono «abnormi» e «spropositate» le misure adottate ieri dai magistrati, ma rispetto al passato i signori delle cliniche romane oggi si sentono certamente più forti. C'è lo «scudo» dell'immunità parlamentare che protegge il capofamiglia, Antonio, classe 1944 da Sante Marie dell'Aquila, eletto l'anno passato nelle liste del Pdl nel collegio Lombardia 2.

Lo stesso che ha mandato in Parlamento il premier Berlusconi, ministri come Tremonti e Gelmini ed il leader di An, Gianfranco Fini. Ci sono legami molto solidi col governo, cementati di recente con l'ingresso in extremis nella «cordata italiana» che ha salvato Alitalia, la Cai, dove hanno investito una sessantina di milioni di euro.

E poi c'è una fitta rete di relazioni che passa attraverso anni di frequentazioni e, in alcuni casi anche di affari, che spaziano dal centrodestra al centrosinistra, due fronti non a caso presidiati dai quotidiani controllati dal gruppo Tosinvest, da una parte «Libero», diretto da Vittorio Feltri, e dall'altra il «Riformista» di Antonio Polito.

Famiglia bipartisan insomma, come si conviene a chi deve tenere buoni rapporti sia coi nipotini dell'ex Pci, dal tesoriere Ugo Sposetti ad un big come Massimo D'Alema, sia con Forza Italia ed An, a seconda della giunta regionale o del governo con cui si devono trattare convenzioni e appalti.

Per questo entrano ed escono dal capitale dell'Unità e poi salvano la Quercia dal crack rilevando dalle banche debiti e palazzi (comprese Botteghe oscure), continuano ad investire nei giornali, flirtano con Mastella e nel frattempo intrattengono buoni rapporti con Fini.

Si rifanno sotto con l'Unità, l'affare salta, e allora rilanciano a suon di milioni il «Riformista» schierandolo però sul fronte dalemiano, affidandolo di nuovo a Polito e ingaggiando come editorialista un pezzo da novanta come bGianpaolo Pansa.

L'impero degli Angelucci nasce esattamente 25 anni fa, quando papà Tonino mette gli occhi sull'ospedale di Velletri, lo stesso oggi al centro dell'inchiesta condotta dal pm Taglialatela. Dopo aver lavorato per vent'anni come portantino all'ospedale San Camillo di Roma ed aver fatto il sindacalista nelle file della Uil, scopre infatti il grande business della riabilitazione.

E così liquida i soci della prima ora e poi parte all'attacco dei rivali senza usare mezze misure. Nel corso degli Anni Novanta l'impero si allarga a macchia d'olio, spaziando dal Lazio all'Abruzzo sino alla Puglia. In tutto sono circa 3000 i posti letto gestiti oggi da Tosinvest sanità, suddivisi in 25 di strutture accreditate col Servizio sanitario nazionale. Il giro d'affari complessivo, compresa editoria, immobiliare e finanza, arriva a mezzo miliardo di euro.

Il gruppo non è nuovo a guai giudiziari. C'è un processo aperto a Bari, che coinvolge anche il ministro agli Affari regionali Raffaele Fitto (all'epoca presidente della Regione), per una presunta tangente da 500 mila euro versata dalla Tosinvest per ottenere dalla Regione un appalto da quasi 200 milioni di euro. Lì sono oltre 70 gli imputati, tra cui Giampaolo Angelucci, ultimogenito di Tonino e suo braccio destro.

Tra il 2000 ed il 2001 fece invece scalpore anche la vicenda dell'Ospedale San Raffaele alla Pisana comprato da Tosinvest per 270 miliardi di lire dalla fondazione di Don Verzè e poi rivenduto dopo pochi mesi allo Stato ed alla Regione Lazio per 320. Il caso finì in Parlamento e la magistratura anche all'ora aprì un'indagine.

Tanto è traversale la rete degli Angelucci che ieri nei commenti politici spiccava una sola parola: prudenza. La richiesta a procedere arrivata ieri alla Camera, però, un certo imbarazzo nei «colleghi» di partito dell'on. Angelucci l'ha creato, anche se dall'insediamento delle Camere ad oggi non è che papà Tonino abbia fatto molto per farsi apprezzare.

Dopo un esordio da vero assenteista, con un misero 17% di presenze alle votazioni, da un po' di tempo a questa parte ha intensificato la frequentazione arrivando al 48%. Zero missioni però e scarsa produzione legislativa: una sola interrogazione, al ministro dell'Ambiente per una questione di parchi, ed una decina di progetti di legge cofirmati.

Il primo pdl, depositato addirittura il 29 aprile 2008, il giorno di insediamento della Camera, riguarda i ritardi di pagamento alle imprese da parte delle pubbliche amministrazioni. Argomento su cui Angelucci è ovviamente molto ferrato.

E se fosse questo il motivo?

Dal forum di Reubblica

E' una scusa quella della ENGLARO per far passare il criterio che il GOVERNO può sempre SOVVERTIRE una SENTENZA di CASSAZIONE ! Non cadete nel tranello !!!
La LEGGE dice che Englaro è MORTA 17 anni fa e che si possono spegnere le macchine che sostengono il corpo altrimenti senza vita ! LA LEGGE non può essere scavalcata da NESSUNO !
Manlio Converti
www.manliok.blogspot.com

giovedì, febbraio 05, 2009

Anche Feltri denunciato?

Renato Soru sul piccolo Cesare




"Alla sua età si dovrebbe essere più saggi, invece Berlusconi si comporta come Caligola"
di SEBASTIANO MESSINA

ROMA - Berlusconi contro Soru, Soru contro Berlusconi. E' un duello, certo, ma non è ad armi pari. Se il premier pesca a piene mani nell'audience delle sue tv per accusare l'avversario di essere "un fallito", il governatore della Sardegna gli risponde davanti a uno sparuto drappello di giornalisti. Ma anche lui ci va giù duro: "Mi fa una pena infinita, quest'uomo alle soglie della vecchiaia. Ormai mi ricorda Caligola, l'imperatore che nominò senatore il suo cavallo".

Ha sentito, presidente? Berlusconi dice che lui, al suo posto, non si sarebbe mai ripresentato...
"Ma cosa si può rispondere a un presidente del Consiglio che si è ricandidato alle elezioni dopo essere stato amnistiato, dopo aver cancellato con una legge il reato di cui era accusato, dopo essere uscito da un processo solo grazie alla prescrizione?".

Però lui l'ha bollata in tv come "un fallito": Soru, ha detto, come imprenditore ha accumulato 3,3 miliardi di perdite, ha licenziato 250 persone e ha fatto crollare il valore delle azioni della sua azienda, Tiscali. A queste accuse vorrà rispondere, o no?
"Non sono accuse, sono falsità allo stato puro. Non so da dove li abbia presi, quei dati. Premesso che io non gestisco la società da cinque anni, da quando sono stato eletto, dico solo che Tiscali non li ha mai visti, 3,3 miliardi: come potrebbe averli perduti?".

Ma i 250 licenziamenti?
"Questa storia se l'è inventata Il Giornale: abbiamo chiesto inutilmente una rettifica, domani ci rivolgeremo al Tribunale per ottenerla. Ci sono stati 70 esodi volontari incentivati, punto. Non un solo licenziamento. E senza neanche un'ora di cassa integrazione. Ma la cosa che più mi indigna è un'altra".

E cioè?
"Che per denigrare me, proprietario oggi solo del 20 per cento di Tiscali, Berlusconi sta danneggiando una società che produce ricchezza e lavoro, sta danneggiando l'80 per cento dei suoi azionisti che non c'entrano nulla e soprattutto sta danneggiando i suoi lavoratori. In un momento di crisi che riguarda tutti, compresa Mediaset che in due anni ha perso più del 60 per cento del valore, il presidente del Consiglio crea panico e fa delle affermazioni su una società quotata in borsa che sono al limite dell'aggiotaggio. Ma tanto lui è un impunito".

Nel senso che ha l'impunità?
"Guardi, l'altro giorno sono andato in Procura a denunciarlo, e ho potuto toccare con mano in che repubblica stiamo vivendo. Il presidente del Consiglio può dire di ciascuno di noi le cose più terribili, ma noi siamo assolutamente nudi e indifesi perché lui è protetto dal lodo Alfano".

Ma perché ce l'ha tanto con lei? C'è stato uno scontro, un diverbio, una lite?
"No, le nostre vite non si sono mai incrociate. Io l'ho incontrato a Palazzo Chigi, per ragioni istituzionali, nei pochi minuti che mi ha dedicato. Non c'è nulla di personale, credo. Solo bulimia di potere: vuole conquistare la Sardegna. Ora sa che sta per perdere e dunque è disposto a fare qualunque cosa per evitarlo".

Che effetto le fa, accendere la tv e vedere il presidente del Consiglio che parla male di lei?
"Guardi, all'inizio mi sono un po' arrabbiato. Adesso ho un senso di pena per quest'uomo di 73 anni, ormai alle soglie della vecchiaia. Ci si aspetta che una persona a quell'età migliori, che diventi più matura e più saggia. E magari si spera nella "grazia di Stato", che la renda più adeguata al ruolo che ricopre. Purtroppo con Berlusconi tutto questo non è successo. Nemmeno in vecchiaia, nemmeno come presidente del Consiglio, quest'uomo riesce a essere serio. Lui vuole prevaricare su tutto e su tutti. Perciò mi ricorda Caligola".

Vuol dire che Cappellacci, il suo sfidante, è il cavallo che Berlusconi vuol fare senatore?
"Non voglio dire questo. Però è evidente che la campagna elettorale la sta facendo Berlusconi. Persino sulla scheda elettorale ci sarà il simbolo "Berlusconi presidente". Il suo messaggio è chiaro: l'unico che conta sono io, gli altri non contano nulla. E' una volontà di imperio che va al di là del bene e del male. Per fortuna la storia ha risolto questioni ben più difficili di questa. Alla fine il tempo di Caligola finisce. Dopo Caligola viene Traiano, e poi Adriano. I tempi migliori di Roma sono venuti dopo i tempi peggiori. La stessa cosa capiterà all'Italia, ne sono certo. E Berlusconi, certo, passerà alla storia: ma come Caligola".

La partita della Sardegna si chiude tra dieci giorni. Il 15 febbraio sapremo chi l'avrà vinta. Se vince Cappellacci, vince anche Berlusconi. Ma se lei riesce a farsi rieleggere, c'è chi dice che Veltroni dovrà cominciare a preoccuparsi, perché lei diventerebbe un vincitore un po' troppo ingombrante. E' così?
"Se Soru vince, Veltroni sarà felice. Perché sarà una vittoria mia, del centrosinistra e del Partito democratico. E infatti Veltroni sta lavorando, insieme a tutti gli altri, perché vinca io".

mercoledì, febbraio 04, 2009

Secessionisti, mica fessi

Lega di lotta, di governo.... e anche un po' di casa mia...




Gian Antonio Stella per il "Corriere della Sera"

La Lega, giurava anni fa Umberto Bossi, «assicura assoluta trasparenza contro ogni forma di clientelismo». Di più: «Non si barattano i valori-guida con una poltrona!». Di più ancora: «Dobbiamo essere in primo luogo inflessibili medici di noi stessi se vogliamo cambiare la società!». Bene, bravo, bis.

Ma i figli, come dice Filomena Marturano, «so' piezz'e core». Così, quando si è trattato di dare vita all'«Osservatorio sulla trasparenza e l'efficacia del sistema fieristico lombardo», chi ha piazzato nel Comitato di presidenza? Suo figlio Renzo. Certo, l'approccio «mastelliano» alla raccomandazione («un peccato veniale», l'ha sempre definito Clemente) non è per il segretario della Lega una novità assoluta.

Qualche anno fa, infatti, l'uomo che aveva fatto irruzione in politica tuonando contro il familismo, aveva già piazzato a Bruxelles il fratello Franco e il figlio Riccardo. Assunti come portaborse, il primo a carico di Matteo Salvini e il secondo di Francesco Speroni, evidentemente lieti di spendere «in famiglia» la prebenda di 12.750 euro al mese che ogni deputato riceve per l'attaché.

Quali competenze avessero l'uno e l'altro non si sa e non si è mai avuto modo di approfondire: dopo la scoperta della doppia sistemazione parentale, ufficializzata dalla pubblicazione sul sito Internet www2.europarl.eu.int/assistants, le due nomine furono precipitosamente annullate. Meglio perdere un paio di stipendi che esporsi al rischio di mal di pancia dei leghisti di base allevati nel mito dei duri e puri.

Quanto alla competenza di Renzo Bossi nel nuovo incarico, il mistero è ancora più fitto. L´assessore regionale Davide Boni ha spiegato a Repubblica che la nomina del ragazzo è solo il primo passo: «Stanno scadendo i vertici e noi ci facciamo avanti perché la Fiera è troppo importante per Milano e l'intera Padania e perché la Lega esprime una classe politica di tutto rispetto». «E Renzo?» «Con lui la squadra non potrebbe essere più incisiva».

L'affermazione, ovviamente del tutto estranea a ogni forma di leccapiedismo verso il
Capo, è rassicurante. Fino a ieri, infatti, sulla statura del figlio del ministro delle Riforme esistevano due sentenze. Una emessa dai professori che l'hanno bocciato agli esami di maturità la prima, la seconda e poi ancora la terza volta che si è presentato, rendendo inutili tutti i ricorsi. L'altra emessa dal padre stesso il giorno in cui gli chiesero se Renzo fosse il suo delfino: «Delfino, delfino... Per ora è una trota». Battuta che fece nascere all'istante, su Internet, un «Renzo Trota fans club».

Auguri, comunque. Al delfino salmonato e alla Fiera di Milano. Dopo tutto, può essere l'inizio di una brillante carriera. Del resto, negli staterelli caraibici, cose così capitano da un pezzo. Avete letto l'Autunno del patriarca di Gabriel García Márquez? Una delle scene indimenticabili è quella in cui la madre del dittatore, Bendicion Alvarado, nel vedere «suo figlio in uniforme d'etichetta con le medaglie d'oro e i guanti di raso» davanti al corpo diplomatico schierato al completo, non riesce a «reprimere l'impulso del suo orgoglio materno» e grida entusiasta: «Se io avessi saputo che mio figlio sarebbe diventato presidente della Repubblica lo avrei mandato a scuola!».

Mexes

martedì, febbraio 03, 2009

Italiani (parte di essi) beoti

Berlusconi: «Per battere la crisi interventi per 40 miliardi in tre anni»
Il premier per telefono alla kermesse di Rotondi ad Avellino: «Si potrà arrivare a 80»...

Questi soldi non ci sono. Adesso se qualcuno gli crede.......ah già, ma noi siamo il popolo di Dante, Leonardo ecc, ecc

Uno dei consulenti del premier nell'atto di esprimere le linee-guida del Governo per l'aiuto al comparto-auto

Ancora dai secessionisti...

Bobo Maroni in versione "musicale"



Ancora una simpatica boutade del ministro degli Interni esponente di un partito che si dice secessionista. L'Austria per molto meno è stata sottoposta a sanzioni dalla UE. In Italia questo tizio si può alzare e affermare cose del genere nella più totale impunità.

"Per contrastare l'immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti ma cattivi, determinati, per affermare il rigore della legge". Il ministro degli Interni Roberto Maroni, intervenendo ad Avellino alla manifestazione "Governincontra", replica così all'ex ministro dell'Interno Beppe Pisanu che oggi, sul Corriere della Sera, ha accusato la Lega "di fare discorsi da osteria padana". Invitando Berlusconi a non "subire gli slogan del Carroccio"

Maroni, però, non ci sta e annuncia la linea dura. "Questi vengono perchè è facile arrivare e nessuno li caccia. Ma proprio per questo abbiamo deciso di cambiare musica" dice il ministro. E a chi lo accusa di sentimenti xenofobi e di voler uccidere la politica delle braccia aperte il ministro torna a replicare: "Braccia aperte sì ma a chi a diritto a stare. A chi viene per spacciare droga, trafficare in esseri umani o peggio, le porte saranno chiuse". E sul tema della sicurezza Maroni lancia un appello affinchè si mettano da parte le polemiche: "Ci vuole un cambio di atteggiamento e smetterla di contrapporci. E' interesse di tutti destra e sinistra, affrontare il tema della sicurezza come un obiettivo comune".

Ma dal Pd arrriva un duro attacco al ministro: "Maroni ha perso la testa e rischia così di incitare all'odio anche nei confronti degli inermi. Usa delle parole che sarebbero inqualificabili se dette da qualunque persona, figuriamoci se affermate dal ministro dell'Interno". Lapidaria la replica: "Polemiche che mi entrano da un orecchio e mi escono dall'altro"

....

Una "paladina"

Eluana Englaro è stata trasferita nell'ospedale friulano che la ospiterà in attesa che le sia tolto il sondino dell'alimentazione. Forse fra tre giorni. L'ambulanza è uscita dalla clinica di Lecco all'1.30 di questa notte superando la piccola folla di persone che hanno tentato di impedire la partenza. Alcuni hanno gridato "Eluana svegliati!" Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi sta valutando eventuali provvedimenti. Dal Vaticano l'anatema: "E' un abominevole assassinio"

01:42 Urla e slogan al passaggio del mezzo sanitario
Dietro l'ambulanza è partito anche papà Beppino Englaro.
Al suo passaggio si sono levate numerose urla: "Non la uccidere", "Eluana è viva". L'ambulanza, prima di riuscire a lasciare la rampa di accesso alla clinica, è rimasta bloccata per alcuni secondi a causa delle proteste degli esponenti delle associazioni, che hanno tentato di impedirne il passaggio. L'ambulanza è riuscita a partire - preceduta da un'auto civetta - perchè alcuni agenti di polizia, sul posto da ore, hanno fatto spostare i manifestanti. Uno di coloro che si erano sdraiati sul cofano è stato poi identificato. Si tratta di un consigliere comunale lecchese del Pdl, Giacomo Zamperini.

...Eluana svegliati?...ma dove può arrivare il fanatismo? Ma è possibile che un paese del primo mondo sia retrocesso a a questi livelli? Ah ma certo noi siamo la patria di Dante e Leonardo...

I "paladini" della vita

lunedì, febbraio 02, 2009

Take a mastercard

Il ministro dell'Economia

AH LES ITALIENS

un blog

MES DOUTES SUR L’INTERVIEW D’ALFONSO CANO AU QUOTIDIEN ITALIEN LA REPUBBLICA
24 JUILLET 2008

Voici le résumé de ce présumé entretien du chef des FARC avec un certain Jordi Valle pour La Repubblica, traduit et publié par Courrier International.

AFFAIRE BETANCOURT • Le chef des FARC s’exprime sur la libération d’Ingrid Betancourt

Après avoir traversé la jungle colombienne jusqu’à une localité tenue secrète à la frontière avec l’Equateur, l’entrepreneur d’origine catalane Jordi Valle a rencontré Guillermo Léon Vargas, alias Alfonso Cano. C’est la première fois que le nouveau chef des Forces armées révolutionnaires de la Colombie (FARC) rencontre un journaliste depuis la spectaculaire libération de la sénatrice Ingrid Betancourt et de quatorze autres otages aux mains des FARC, le 2 juillet dernier.

Accompagné d’un mystérieux Français dont il ne révèle que le prénom, “Jean” (et le fait qu’”il était à Paris lors de la rencontre entre Ingrid Betancourt et Nicolas Sarkozy”), Valle raconte dans Il Venerdì, le supplément du quotidien romain La Repubblica, que Cano laisse entendre que le fait que la libération des otages a eu lieu sans effusion de sang n’est pas le fruit du hasard. “J’imagine que les gens savent lire entre les lignes, que le fait qu’Ingrid était bien portante et la facilité avec laquelle s’est déroulée l’opération parle de lui-même.”

Cano insiste ensuite sur la “négociation”, considérée comme “fondamentale pour résoudre un problème - celui de la guérilla - qui dure depuis longtemps. Entre deux groupes politiques opposés, la négociation avant tout. La pacification du pays est déterminante pour l’avenir du peuple colombien.” Y aurait-il eu négociation et rançon ? demande Valle. “Un changement dans les méthodes de guerre”, réplique Cano, qui avoue toutefois que les FARC sont “peut-être un peu hors du temps, incapables de réagir à un encerclement toujours plus technologique. Mais nous sommes nombreux et savons nous protéger de l’œil électronique le plus pénétrant. Les branches de la forêt nous cachent.”

Cano ne cache pas son envie de parvenir à une issue négociée de la rébellion. “Un chef responsable de ses hommes cherche la négociation. Si toutes les parties la veulent.” Cano dément qu’il y ait eu, comme l’a affirmé la Télévision suisse romande, paiement d’une rançon, de même qu’il dit ne pas croire à la version des autorités colombiennes selon laquelle les otages ont été libérés sur ordre d’un homme imitant au téléphone la voix de Cano. “Je défie quiconque d’imiter ma voix. Personne ne peut me ressembler, du moins pour mes hommes.” Le “jefe” des FARC se demande enfin si un changement à le tête de l’Etat colombien ne serait pas souhaitable et imagine volontiers Ingrid Betancourt succéder au président Alvaro Uribe. “Elle a appris à connaître la Colombie et ses problèmes, et j’ai l’impression qu’à Paris elle a sollicité moins de fermeté avec les FARC et une négociation.”

Ma réaction:

J'ai les plus grands doutes sur la véracité de cet entretien. La radio W de Bogota, que je viens d'écouter, a parlé avec ce Jordi Valle, qui a rapidement coupé le téléphone. Ce n'est pas un entrepreneur, mais un employé du gaz qui aurait travaillé en Equateur dans la société Liquigaz, a-t-il dit. Je n'ai pu trouver le texte intégral dans le site du journal italien, mais la radio W l'a obtenu. Jordi Valle aurait rencontré Cano à Nueva Loja, une localité d'Equateur. C'est impensable! Le chef des FARC est pourchassé dans la région du défil de las Hermosas dans le centre de la Colombie. Jordi Valle publie aussi un entretien avec Alvaro Uribe qui aurait dit que “les USA ne sont pas prêts pour élire un noir à la présidence”. Or l'ambassade de Colombie à Rome a démenti et révélé que jamais Uribe n'avait reçu cet homme, qui apparaît donc comme un mythomane avéré.

La Repubblica se doit d'expliquer ce qu'il en est.

Scusate il ritardo

Scusate il ritardo, ma non me la potevo perdere

VENERDÌ DI REPUBBLICA

Gli scoop di Jordi La nostra invidia
MAURIZIO MATTEUZZI
FONTE : IL MANIFESTO

Chapeau a la Repubblica, anzi al Venerdì di Repubblica.
In metà anno ha fatto una serie di scoop strabilianti. In sequenza: il 18 gennaio un incontro-intervista con Gabriel Garcia Marquez a Cartagena, notoriamente non facile da avvicinare; il 9 maggio un'intervista al venezuelano Hugo Chavez nel palazzo di Miraflores a Caracas; il 6 giugno un'intervista «in un luogo segreto della foresta amazzonica» con i due leader massimi delle Farc dopo la morte di Tirofijo, Alfonso Cano e Mono Jojoy; l'11 luglio incontro-intervista, in un luogo imprecisato di Bogotá, forse lo stesso palazzo presidenziale di Nariño, con il presidente colombiano Alvaro Uribe, l'eroe della cinematografica liberazione della Betancourt di qualche giorno prima (il 2 luglio), un altro che per avvicinarlo bisogna sputar sangue; il 18 luglio in un luogo imprecisato della selva forse in Colombia forse in Ecuador, un nuovo incontro-intervista con Alfonso Cano nel giro di un mese. Straordinario, considerato che mezzo mondo cerca Cano, a cominciare dagli efficientissimi reparti anti-guerriglia di Uribe. E che, a quanto si sa Cano sono (erano) 8 anni che non dava interviste.
Scoop che si devono tutti a un solo uomo. Jordi Valle si chiama, un ingegnere petrolifero che è nato in Catalogna ma vive sul lago di Como e «scrive per divertimento» (lo dice lui). Un amateur quindi, ma uno che, a quanto si legge nelle sue interviste, conosce ed è conosciuto. «Ti trovo sempre bene, don Gabriel», dice a Gabo. «Gli ricordo che...» fa a Uribe. Chavez «lo interrompiamo per chiedergli...». Il Mono Jojoy lo «aspetta davanti a una birra». Intimità e autorevolezza, capacità di trovare e avvicinare in qualsiasi momento gente che i giornalisti di mezzo mondo (e in qualche caso anche i servizi segreti) non si sognano nemmeno di poter localizzare e avvicinare.
Roba da rosicare dall'invidia.
Cappello. Anche se - a nostro modesto parere - la Repubblica non li ha sfruttati come avrebbe dovuto, visto il timing straordinario di quegli incontri-intervista con personaggi di cui tutto il mondo stava parlando in quel momento. Anziché «spararli» sul quotidiano, l'ammiraglia della flotta li ha relegati - quasi volesse nasconderli - sul Venerdì. Non solo ma su nessuno di loro, eccetto l'ultimo, ci ha fatto la copertina, «sprecandoli» nelle pagine interne.
I colombiani, invidiosi anche loro, non ci stanno. Caracol, forse la radio più autorevole dell'America latina, dice di aver parlato con Valle al telefono e di aver concluso che è «un mitomane». L'ambasciata colombiana a Roma ha smentito l'intervista a Uribe, precisando che il presidente non concede interviste a nessuno da molti mesi. La stessa presidenza della repubblica colombiana (www.presidencia.com.co) ha addirittura diffuso venerdì scorso un comunicato in cui sostiene di aver scritto una lettera alla direzione di Repubblica già l'11 luglio per precisare che «il Presidente Alvaro Uribe non ha mai fatto le false dichiarazioni» attribuitegli dal «giornalista Jordi Valle». Anzi Uribe sostiene «di non aver mai incontrato il signor Valle né di avergli concesso alcuna intervista» e intigna ancora affermando che «il signor Valle dal 2002 non ha mai messo piede alla presidenza della repubblica». E non solo a Palazzo Nariño: dai registri di migrazione del Das, il Dipartimento amministrativo di sicurezza, non risulta che qualcuno «che dice di chiamarsi Jordi Valle sia mai entrato in Colombia».
Chissà che prima o poi non si faccia vivo anche Alfonso Cano.

domenica, febbraio 01, 2009

AAAAAAAAAAARGH!




Il ministro La Russa, per protesta contro la questione Battisti-Brasile, non andrà all'incontro allo stadio di Wembley a Londra. Ha strappato il biglietto (acquistato con il nostro denaro): il mondo spaventato, trema!!!
LP

Persone serie



Poi per dire che in Italia non si dimette nessun, ma proprio nessuno....dato che sono i partiti con questa legge mafiosa a decidere i candidati, allora non è che basta autosospendersi. Ci si dimette, ma figurarsi se Scalia e Migliaccio lo faranno.

ROMA - L'Italia dei Valori ritirerà il suo appoggio alla giunta regionale campana gidata da Antonio Bassolino e alla giunta comunale di Napoli di Rosa Russo Iervolino. Lo annuncia in una nota il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro: "Dopo aver fatto dimettere i nostri rappresentanti dalle giunte napoletane e dai posti di responsabilità - si legge nella nota - la battaglia dell'Italia dei Valori per il rinnovamento del quadro politico passa attraverso la sfiducia alle giunte Bassolino e Iervolino. Sfiducia che i nostri consiglieri regionali e comunali dovranno presentare rapidamente". "La linea di demarcazione dell'appartenenza o meno al partito - sottolinea il leader Idv - passa attraverso questo atto politico".

Una decisione che però non trova d'accordo i membri Idv del Consiglio comunale partenopeo: "In queste condizioni non firmiamo niente. Non possiamo accettare ultimatum", dicono Raffaele Scala e Carlo Migliaccio. "Nel momento in cui - spiega Scala - poniamo la questione morale nell' Idv in Campania, l' obiettivo da Roma viene spostato sulla sfiducia alla giunta, senza darci alcuna risposta, questo non possiamo accettarlo nè lo capiamo. Se il presidente continua su questa linea significa che ce ne andremo, in fondo ci siamo già auto sospesi dall'Idv e quindi ci comporteremo con coerenza".

Ma non era finito?


Avendo osato rifiutare un'intervista ad Alessandro Gilioli dell'Espresso Beppe Grillo è stato attaccato addirittura con un sondaggio.
Maggiori notizie le troverete in un altro post. Eppure Forbes lo mette in classifica fra le celebrità della rete. Stai a vedere che le cose non stanno proprio come dicono i media italiani? Perché settimo a livello mondiale non è proprio che sia pochino.

Blogger, imprenditori e comici. Su Forbes le 25 star del web
La rivista americana stila la classifica dei personaggi più famosi sulla Rete. Tra di loro anche Beppe Grillo, settimo
di MAURO MUNAFO'

Qui invece il sondaggio dell'Espresso: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Fenomeno-Beppe-Grillo:-davvero-e-gia-finito/2051735&ref=hpsp

Am Sonntag

...bin ich immer so...

A tribute to Mozart

made by Falco