sabato, maggio 30, 2009
Frasi
(L'intelligenza del titolista nell'epoca della sua riproducibilità tecnica) "roma, è allarme caldo. Gli esperti consigliano di bere molto e di non uscire di casa nelle ore più calde"
Andrea Rustichelli
Andrea Rustichelli
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Il milione e mezzo di euro

stralcio dal corriere.it
Diritto alla privacy una cippa...
La stessa cifra che sarebbe stata negoziata anche con il settimanale della Rusconi Gente. A questo punto il reporter racconta di essere stato chia mato da Amadori e da Miti Si monetto. È la curatrice del l’immagine della famiglia Ber lusconi. Proprio lei, nel 2006, fu contattata da Fabrizio Coro na per la vendita di alcune fo to che ritraevano la figlia del premier Barbara all’uscita di una discoteca milanese insie me ad un ragazzo. «Mi disse ro di interrompere le altre trattative», dice. Le immagini cominciano a circolare nelle redazioni dei giornali. I collaboratori di Zappadu sostengono di aver ricevuto offerte da tabloid in glesi, si parla anche di perio dici francesi che potrebbe ro essere inte ressati. Alcu ne ritraggono l’arrivo di Sil vio Berlusconi in un aeropor to — che presumibilmente è quello di Olbia — a bordo del l’aereo di Stato.
Con lui c’è il fedele Mariano Apicella, ri tratto mentre scende dalla scaletta del velivolo dell’Aero nautica Militare con le inse gne della «Repubblica italia na » ben visibili. Il cantante napoletano che alla feste del premier è una presenza fissa ha gli occhiali scuri, il volto sorridente proprio come Ber lusconi. In un’altra immagine l’ex posteggiatore è ritratto mentre carica i bagagli su una delle auto del corteo pre sidenziale. Dovrebbe trattarsi di un periodo estivo: le perso ne sono ritratte con abiti leg geri, si vede una donna di spalle che indossa sandali in fradito. Poi ci sono le foto dei giar dini di Villa Certosa con ragaz ze in bikini o in topless, altre sotto le docce all’aperto, altre vestite accanto a Berlusconi nel patio delle residenze desti nate agli ospiti. Lo stesso Ber lusconi spiega nel suo ricorso che alcune foto fatte circolare con i volti 'oscurati', «verosimilmente ritraggono nel mag gio del 2008 la delegazione ce ca oltre a una serie di soggetti che erano stati ufficialmente convocati per le serate di in trattenimento offerte a Topo lanek ».
Il premier affronta poi il capitolo che riguarda le ultime vacanze natalizie: «Si tratta di soggetti ripresi in momenti di assoluta intimità del tutto leciti e senza alcun particola re rilievo o connotazione, ad dirittura mentre si trovavano all’interno delle abitazioni po ste a loro disposizione e ritrat te mediante potenti e intrusi vi mezzi di riproduzioni delle immagini». Una tesi che Zappadu con testa nella relazione inviata al Garante, ventilando l’ipotesi che in giro possano anche es serci altre immagini. «Nella mia disponibilità — scrive in fatti il fotografo — ci sono fotografie riprese lecitamente, in diverse circostanze di tem po e luogo, nello svolgimen to della professione giornali stica. Non ho ricevuto e visio nato le fotografie alle quali il dottor Berlusconi può fare ri ferimento, che possono an che essere estranee a quelle nella mia disponibilità. Quin di mi riservo ogni valutazio ne sulla paternità, luogo, tem po, tecniche e modalità di ac quisizione delle immagini co nosciute dall’onorevole Berlu sconi una volta avuta contez za delle medesime immagi ni ».
Fiorenza Sarzanini
Per completezza:
Una donna di nome Miti cura l'immagine di Silvio
SCRITTO DA MICAELA DE MEDICI
Di lei non si trovano fotografie su internet. I giornali la citano. I bene informati sanno chi è. Ma lei resta nell’ombra. A lavorare dietro le quinte. Miti Simonetto segue Silvio Berlusconi dal 1991. È l’esperta che cura l’immagine del Cavaliere e della sua famiglia. Quella che gli suggerisce il look più adatto, il modo più accattivante per conquistare la gente.
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Catenaccio

L'avvocato Niccolò Ghedini (per inciso a mio parere vero ministro della Giustizia) non trova nulla di strano nell'essere parlamentare (ergo pagato da tutti) e avvocato difensore del Premier (ergo a favore di uno solo). È un tipico del chiagn'e fotte. Ottimo professionista, ma spesso sin tropo zelante. Capisco che debba tutto a Berlusconi e se si comporta così è perché glielo lasciano fare. Quello che fa sorridere è che nessuno (soprattutto in tv) è in grado di spiegare le contraddizioni della sua difesa a oltranza. Un'incapacità provocata a volte dalla piaggeria a volte da manifesta incompetenza (perché oggi in Italia un po' troppi incapaci scrivono sui giornali). Ecco la difesa del premier a riguardo della inverosimile festa di capodanno alla Hugh Hefner con decine di sgallettate in Sardegna (una tendenza, questa del premier, che B si porta dietro da anni come ha affermato la stessa Cicciolina che non ha mai voluto commentare cosa avesse fatto, tanti anni fa, in una vacanza col premier)
Prego leggere con attenzione:
La Procura di Roma ha disposto il sequestro di centinaia di foto scattate lo scorso Capodanno a Villa Certosa, in Sardegna, durante la festa organizzata da Silvio Berlusconi, alla quale avrebbero partecipato decine di ragazze tra cui Noemi Letizia. La decisione della Procura "fa seguito ad una esplicita richiesta che noi avevamo avanzato - dice il parlamentare del Pdl e legale di Berlusconi, Niccolò Ghedini - e dovrebbe chiudere la vicenda. (QUINDI SAREBBE STATO CHIESTO DAL PDL CIOè DA SILVIO B)
poi però...
"Quanto alle foto, il sequestro è stato ordinato dal procuratore Giovanni Ferrara e dal pm Simona Maisto che hanno iscritto sul registro degli indagati, per violazione della privacy e tentata truffa, il fotografo Antonello Zappadu, autore delle foto e di un altro servizio relativo anche alla festa di Capodanno del 2008. Secondo quanto si è appreso, a denunciare Zappadu è stato Ghedini"
Cioè Ghedini prima denuncia il fotografo (che fa quello che i giornali di Berlusconi sanno fare meglio, gossip), e poi dice che la richiesta era stata avanzata da lui.
Altra infamia, per me che sono giornalista e che sul mercato ci sto per davvero.
"All'attenzione dei magistrati, una mail nella quale Zappadu, proponendo l'acquisto delle foto a Panorama per un milione e mezzo di euro, avrebbe spiegato al settimanale che c'era un'altra proposta di acquistare il servizio da parte del settimanale Gente, circostanza falsa secondo i primi accertamenti e che motiva l'accusa di tentata truffa".
Tutti, ma proprio tutti i freelance cercano di farsi belli davanti agli editori e una storia come questa (un vecchio di 72 ani, primo ministro e con il giardino pieno di sgallettate) sarebbe stata acquistata dappertutto. Chi dice no, mente. Chi non l'ha pubblicata nn l'ha fatto per rispetto della privacy del premier. Lo ha fatto per vigliaccheria. Il resto è fuffa.
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Sbando

Visto che i creativi di questo messaggio hanno l'aria di voler essere giovani, io posso dire che questa pubblicità è merda. Così com'è un imbecille chi ha dato il permesso di affiggerla. Anche per queste cose ci ridono dietro in tutto il mondo.
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venerdì, maggio 29, 2009
Peter Pan juega en el Barça

Fuente: el Pais
Peter Pan en el olimpo del fútbol
JOHN CARLIN 24/05/2009
Humilde, tímido, menudo. Leo Messi reserva toda su expresividad para el campo. Y ésa puede ser la clave que le aúpe a lo más alto. Es el nuevo genio del fútbol mundial. El ‘crack’ de un equipo, el Barça, que este miércoles, ante el Manchester United, puede redondear una temporada histórica.
Leo Messi nació en Rosario, Argentina, hace casi 22 años, era muy chiquito de pequeño, pero marcaba 100 goles por temporada, hoy es el jugador determinante del Barça y de su selección, marca goles que pasarán a la historia, juega con la pelota pegada a los pies...
Sigue jugando como si fuera un niño, como si no fuera consciente del fenómeno
“No me iría de acá, de Barcelona, ni a Madrid ni a ningún otro lado”
“Me gusta jugar, me gusta entrenar… pero mirar el fútbol, no. No soy de mirar”
“Es la imagen del fútbol, su esencia”, dice su amigo el fisioterapeuta Juanjo Brau
“Cada era tiene su super-estrella, y Messi puede ser la siguiente”, dice Valdano
“Hace cosas que nadie ha hecho nunca... es el nuevo Maradona”, dice Eto’o
No, eso ya lo sabemos todos (al que no lo sepa se le podría preguntar, como dijo el locutor de radio cuando Diego Maradona marcó el mejor gol de la historia contra Inglaterra en el Mundial de 1986: "¿De qué planeta viniste?"). Empecemos otra vez.
He entrevistado a Messi en dos ocasiones, la última para EL PAÍS hace un mes, y si se me ofreciera una tercera posibilidad de hacerlo, respondería cortésmente que no; no, gracias. Algún intercambio después de un partido, tal vez, pero tiene poco sentido para un periodista sentarse a hablar con él y exigirle perlas de autorreflexión. O tan poco sentido, digamos, como haberle pedido a Luciano Pavarotti que nos mostrase lo que era capaz de hacer vistiendo pantalón corto en el Camp Nou. Entre amigos quizá se lo pasaba bien Pavarotti con un balón; del mismo modo que, con sus íntimos, puede que Messi se suelte en conversación (aunque tampoco tanto, porque la palabra tímido es la que repiten con más frecuencia todos los que le conocen cuando hablan de él). Pero juzgar a Pavarotti en base a su actuación en un campo de fútbol, o a Messi en función de cómo habla en público, es tan absurdo como injusto. Como lo es sacar la conclusión, no infrecuente, de que Messi no es una persona inteligente.
Messi es mucho más que una persona inteligente. Es un genio que reserva toda su expresividad para el campo de fútbol. Y para ser genio se requiere, en el ámbito que sea (ópera, violín, ballet, natación, tenis, libros), una capacidad cerebral singular. Con la diferencia de que tiene más mérito ser el mejor jugador de fútbol del planeta que ser el mejor en cualquier otra cosa. Por la sencilla razón de que hay más competencia. Habrá decenas de miles de personas que desean ser grandes cantantes de ópera o tocar magistralmente el violín o ser primeras bailarinas o bailarines; habrá cientos de miles que aspiran a jugar al tenis como Rafa Nadal o nadar como Michael Phelps o escribir como García Márquez. Pero cientos de millones de soñadores, de niños, e incluso adultos, que aspiran a ser el más grande, sólo hay en una disciplina, el fútbol.
La vida profesional de un futbolista es trágicamente corta. Pero cuánta gente habrá que lo cambiaría todo por ser no sólo el que muchos consideran el futbolista más talentoso y eficaz de la tierra, sino el que medio mundo pagaría (y paga) por ver jugar. Porque el placer de presenciar las maravillas que Messi es capaz de hacer con un balón -esos toquecitos eléctricos que le da con la punta del pie, esos movimientos como de ardilla, que se frena en seco, y sale disparado, y se vuelve a frenar- es algo único, sólo suyo, que, para gran parte de la humanidad, no tiene precio.
Lo dicen los aficionados de a pie en todo el mundo. Y lo dicen los profesionales del deporte. Acabo de estar un par de semanas en Suráfrica, sede del Mundial de 2010, hablando con la gente de fútbol, y cada vez que les pedía su opinión de Messi, no importaba que fuesen políticos o barrenderos o jugadores, los ojos se les ponían como platos. Cuando le pregunté a un delantero del equipo profesional Amazulu qué pensaba de Messi, se infló los cachetes y soltó un largo "¡uuuuffff!". Los compañeros de equipo de Messi en el Barcelona, el mejor Barcelona de todos los tiempos, según Juande Ramos, entrenador del Real Madrid, responden de manera similar. Samuel Eto'o dice que ver a Messi en el campo es como ver "dibujos animados". Thierry Henry confiesa que con Messi en el campo corre el peligro de convertirse en un mero espectador: "Lo que él hace es increíble y debo tener cuidado de no quedarme mirando sus movimientos". Gabriel Milito, que también juega con Messi en la selección argentina, dijo hace un par de años en una entrevista con EL PAÍS: "A cada partido te preguntas: '¿Cómo lo ha hecho?' Llegas al partido pensando: '¿Qué hará Messi?'. Le conocí en Argentina. En el primer entrenamiento con la selección supe que era diferente a todos. He jugado con enormes futbolistas, pero ninguno como Leo".
En cuanto a opiniones fuera de su entorno profesional, destaca una de Fabio Capello, seleccionador inglés y ex entrenador del Real Madrid. Comparándolo en abril con Cristiano Ronaldo, del Manchester United, con el que se retará en un duelo en la final de la Liga de Campeones este miércoles, Capello afirmó en abril que aunque el portugués del Manchester United jugaba a "un altísimo nivel", el "genial" era Messi. Otros madridistas tampoco se cortan. Arjen Robben, el extremo holandés con el que algunos fanáticos del Bernabéu le llegaron a comparar, ha dicho de Messi: "Para mí es de otro planeta. Es el mejor, diferente al resto". Alfredo di Stéfano, otro genio argentino, declaró a finales del año pasado que Messi era "el número uno porque juega y hace jugar; crea y finaliza". "Ojalá", agregó, "lo tuviera el Madrid". Lo mismo piensa, no lo duden, Florentino Pérez, que por una vez parece estar condenado a seguir soñando.
Una de las cosas que quedaron claras en la entrevista que le hice para este periódico el mes pasado fue que no había tenido ningún contacto con Pérez y que no pensaba jamás traicionar al Barcelona como lo hizo en su día Luis Figo. "No me iría de acá, de Barcelona, ni a Madrid ni a ningún otro lado," declaró.
En el campo, Messi es un derroche de talento, energía y claridad. Pero cara a cara con un periodista, todas sus respuestas son cortas e imprecisas. No se extiende nunca. Es famosísimo y admirado por mucha más gente de la que él se puede imaginar, pero emite una extraña inocencia, como si no acabara de entender por qué alguien querría entrevistarle. Humilde y respetuoso siempre, responde lo mínimo necesario para no ser descortés. Poco más. ¿Qué le parece aquello que ha dicho Di Stéfano de usted, que es grande porque crea y finaliza? "Sí, todo es lindo, ¿no?," contesta, sin sonreír. "Sobre todo cuando viene de gente tan ilustre". ¿Ha tenido compañeros en el Barcelona que le han ayudado a mejorar como jugador? "No, la verdad es que no. Mi juego siempre es el mismo". ¿Hay algún jugador que admira fuera del Barcelona o de la selección argentina? "No. Qué se yo... La verdad es que no". ¿Algún otro deporte que le podría interesar? "Me gusta mirar tenis, basket..., pero tampoco lo sigo tanto...". ¿Y cuando no juega al fútbol, qué le gusta hacer? "Y... Estar con la familia".
Si Messi consideró que las preguntas fueron banales (muy posible) o repetitivas (también, posible), no lo delató. Ni altivo ni desdeñoso, como lo pueden ser otros famosos del fútbol, lo que llamó la atención fue su sencillez, la ausencia de pretensión de ningún tipo. No luce tatuajes visibles, ni pendientes, ni ropa de moda (vestía vaquero y camiseta blanca), ni nada que haría que en la calle se le mirara dos veces. No podría ser más diferente a David Beckham, o incluso a su único rival para el título de mejor del mundo, Cristiano Ronaldo, que juega al fútbol como si las luces del escenario brillasen únicamente para él. Después de marcar un golazo de casi 40 metros, el mes pasado, contra el Oporto en cuartos de final de la Liga de Campeones, Ronaldo declaró: "Es el mejor gol de mi vida. Fue un disparo fantástico y me muero de ganas de verlo otra vez en DVD".
Messi no ve sus goles después de un partido. Ése fue el dato más revelador que salió de nuestra entrevista.
¿Ve mucho fútbol en televisión?, le pregunté. "No. No miro fútbol," contestó. ¿Ni sus propios goles? "No. No. Tampoco". ¿Ni partidos de equipos a los que se va a enfrentar, como los ingleses en la Champions? "Me gusta, obviamente, entrenar, jugar..., pero mirarlo, la verdad que no. No soy de mirar".
He aquí una pista para descifrar el particular genio de Leo Messi. No mira; actúa. Cuando no participa en el juego, cuando observa, vive callado en la sombra. Cuando tiene un balón a sus pies, canta, brilla como el sol. No hay más que leer la biografía escrita por el periodista italiano Luca Caioli, Messi: el niño que no podía crecer, o ver el documental que hizo Informe Robinson, en Canal Plus, sobre su infancia en Rosario, ciudad industrial a 300 kilómetros de Buenos Aires, y su llegada al Barcelona, club en el que aterrizó con 13 años, para constatar que, lazos familiares aparte, Messi vive y siempre ha vivido única y exclusivamente para jugar al fútbol.
Lo familiares, los amigos, las profesoras, los entrenadores que tenía cuando era pequeño, todos ofrecen variaciones sobre el mismo tema: "Cuando jugaba al fútbol, ya fuera en un campo o en la calle, se transformaba"; "era impresionante porque lo hablábamos y decíamos: 'Mirá al Leo, siempre con una pelota en la mano"; "era un nene tranquilo, era tímido, como se ve ahora... con la pelota se transformaba, era otra persona, era asombroso ver el cambio que producía"; "él brillaba, brillaba cuando jugaban en los recreos".
Y hoy sigue jugando como si fuera un niño, como si no fuera consciente de los millones que siguen por televisión cada paso que da en el campo. Como si el largo recorrido, los sacrificios que ha hecho y la valentía que ha demostrado para llegar a donde ha llegado, a la cima de una gigantesca montaña llena de alpinistas que ha dejado por el camino, no hubieran dejado huella.
A diferencia de su abuela, que sí la dejó. Messi se pasó la mayor parte de sus primeros cuatro años de vida dando puntapiés a un balón hasta que un día la abuela, como recordó en nuestra entrevista (siempre recuerda a su abuela, muy futbolera ella, fan de Maradona), lo introdujo en el deporte de su vida al insistir en que lo dejaran jugar en un equipo infantil de Rosario cuyos jugadores tenían dos años más que él. Él siempre fue muy pequeño para su edad, algo que se hacía aún más evidente en aquella primera liguilla en la que jugó, pero se convirtió instantáneamente en el crack de su equipo, llamado Grandoli. Las patadas eran la única forma de pararle ("pero sin maldad, eran chicos", me dijo en la entrevista con un exceso de generosidad), pero él nunca se arrugaba. Como hoy en el Barcelona, cuanto más le pegaban, más lo volvía a intentar.
De Grandoli se fue al gran equipo profesional rosarino, Newell's Old Boys, y fue allí donde durante cinco años marcó una media de 100 goles por temporada. Y eso que seguía siendo muy pequeñito. Un médico le diagnosticó un problema de insuficiencia hormonal que le impedía crecer con la naturalidad debida. Le recetó una inyección diaria en la pierna, pero el tratamiento era muy caro. Ni la asistencia social ni su club podían abordar el coste indefinidamente, lo que persuadió a su padre, Jorge, a volar con él a Barcelona en septiembre de 2000 a ver si el club catalán le contrataba y le pagaba las inyecciones.
Tenía 13 años cuando se puso a prueba en el Barça. Carles Rexach, el ex jugador y entrenador del primer equipo, fue el encargado de decidir su destino. Tardó siete minutos en hacerlo, mientras daba la vuelta a un campo de césped artificial en el que estaba jugando el pequeño Leo. Era el martes 3 de octubre de 2000, a las cinco de la tarde, en un partido en el que, por enésima vez, Messi se enfrentaba a jugadores más grandes que él. "¿Quién es ése?", preguntó Rexach, al llegar al final de su recorrido. "Messi", le dijeron. "Collons, l'hem de fitxar ara mateix", respondió Rexach, según él mismo ha recordado. Alguna persona del entorno le comentó que quizá era demasiado pequeño, como de futbolín, a lo que Rexach (que aquel día ganó la lotería para el club que le paga el sueldo) contestó: "Pues tráeme a todos los jugadores de futbolín porque los quiero en mi equipo".
Jorge Messi trabajaba de jefe de sección en una siderúrgica en Rosario, pero entonces se trasladó a Barcelona a ligar su futuro y el del resto de la familia -eran tres hermanos- al porvenir de su hijo menor, el más silencioso, el más brillante. Su madre, Celia, se quedó en Rosario. Leo tuvo que ir a un colegio nuevo en una ciudad extraña donde muchas veces la gente hablaba un idioma que él desconocía. Pasados unos meses, los padres le dieron la opción de volver a casa, donde podrían reunificar la familia dividida, pero él, con sus 13 años, no lo dudó: se quedaría y triunfaría en Barcelona. Quizá parte de esa fuerza y confianza que demostró es atribuible, precisamente, a su familia, que todo el mundo que ha tratado con ella, sean periodistas o gente del Barça, define como sana, unida y cariñosa, con los pies firmemente en la tierra.
Una de las personas que más trato cercano ha tenido con Messi, tanto en lo futbolístico como en lo personal, es Juanjo Brau, fisioterapeuta y recuperador empleado por el Barcelona. Brau, que le conoce desde que llegó a España, es el puente entre el Barça y la familia Messi. A petición expresa de Messi y su familia, acompaña al jugador a donde vaya, cuando se tuvo que recuperar de una lesión durante un mes la temporada pasada en Rosario, e incluso ahora, cuando viaja a Argentina o a Bolivia con su selección. A lo largo de una entrevista de una hora reflexiona sobre Messi como el propio Messi lo haría si tuviera el don, o el interés. Brau tiene el personaje absolutamente interiorizado y le tiene tanto afecto como si fuera un primo favorito. Como todos los que le conocen, Brau constata que Messi es introvertido, pero que se hace querer.
"Sólo por lo chiquito, cuando llegó, le cogías cariño. Se daba a la gente, siempre con una sonrisa tímida en la boca. Y a la vez es muy cercano al pueblo, al contrario que una estrella de cine. Lo sigue siendo hoy. Es el icono del fútbol mundial ahora, así lo veo. Leo Messi es la imagen del fútbol, su esencia. Hace cosas inalcanzables para otros futbolistas, pero permanece humilde, familiar. La fama no le ha cambiado en nada como persona. Su centro es su familia, que siempre está con él, entre Rosario y Barcelona. Es tan cariñoso como siempre, con los mismos amigos de antes. Él no olvida a la gente que estuvo con él, y no le gustan los privilegios. Prefiere andar con la gente en la calle que rodeado de seguridad. Y no esquiva. Siempre se para para la foto, el autógrafo".
Brau dice que él ha sido muy bien recibido no sólo por la familia Messi, donde ya parece ser casi uno más, sino incluso por el entorno de la selección argentina, por el propio Maradona, el actual seleccionador. Como si supieran que su presencia le da serenidad. "Le miro a los ojos por la mañana y sé cómo está. No tiene que hablar," dice Brau, que revela lo que puede ser la clave de ganar la confianza de Messi cuando dice: "Le sé respetar su espacio y su silencio".
Dentro de su espacio y su silencio ya ha hecho historia. Impresionó a sus compañeros en los equipos inferiores, entre ellos al centrocampista Cesc Fábregas, hoy del Arsenal, y, como repiten un testigo tras otro, ganaba partidos solo. "Era, con diferencia, el mejor," dice Brau. "Hacía lo mismo con el balón que ahora, aunque el balón le quedaba enorme. Había una gran desproporción. Pero pensaba y ejecutaba con una velocidad tal, que aunque el rival supiera lo que le iba a hacer, no le podía parar".
Por eso siempre lo ponían de titular cuando había que jugar un partido decisivo, aunque tuviera que jugar dos partidos en dos días. "Ya con 15 años había mucho peso sobre él. Lo sabía. Sabía que era líder, y maduró así, porque, siendo el Barça, tenía que ganar. Tuvo mucha presión de joven. De ahí sale su carácter competitivo".
Y el desparpajo necesario para debutar en el primer equipo contra el Oporto a los 16 años. Luego ganó el Mundial sub 20 con Argentina, siendo elegido el mejor jugador del torneo. Y con 17 años se consagró, o, como él me dijo en un atípico flash de orgullo, "se me conoció", en un amistoso de pretemporada en 2005 en el Camp Nou contra la Juventus, cuyo entrenador entonces, Fabio Capello, respondió a su estelar actuación preguntando: "¿Quién es ese diavolo?".
El diavolo, según lo ve Brau, es un talento innato. "No se puede entender. El balón es la continuidad de su cuerpo. Fue Carlos Bilardo [seleccionador argentino en tiempos de Maradona] el que dijo que si le hiciéramos una radiografía veríamos un objeto redondo, un balón, pegado al pie".
Lo cierto es que sin el balón Messi se siente menos, como si le cortaran el acceso a un órgano vital. "Si a Leo le quieres hacer feliz", explica Brau, "dale un balón. Cuando hago trabajo de readaptación, traigo un balón, porque sin el balón no es completo. El balón es su mejor amigo en el fútbol. Él es feliz cuando juega. Si no juega una noche, todo el día está nervioso. No es un buen día para él, sea por lesión, o por tarjetas, o por decisión del técnico. Para ser feliz tiene que hacer esto. Su vida se reduce a esto. Dentro de la grandeza es muy simple".
Messi y el balón son como el pez y el agua. El grado de interdependencia entre una cosa y la otra se demostró en una anécdota contada por otra persona del entorno del Barça. Durante una gira por Asia en 2005, Messi, recién llegado al primer equipo, tuvo que pasarse todo un partido en el banquillo. Enfrente había un pequeño muro, al nivel de sus rodillas. Se pasó el partido entero chutando un balón de manera hipnótica contra el murito, un toque tras otro, sin parar. "Estaba como fuera de sí", recuerda la persona que lo presenció, "como si el balón fuera una especie de droga".
O un objeto de amor. Cuando le pregunté en una entrevista que le hice en 2007 si, como decían los brasileños, acariciaba al balón como si fuera una mujer, se sonrojó. Pero no lo negó. Aquel año, tras ganar la Liga española y la de Campeones en 2006 (aunque no jugó los últimos partidos por lesión), el mundo futbolero se enamoró definitivamente de él. Tres goles que marcó aquel año en el espacio de tres meses hicieron saltar al diavolo a las alturas del Olimpo.
El primero, memorable tanto por las circunstancias del partido como por la ejecución, fue en marzo de 2007, en el superclásico de la Liga española, Barcelona contra Real Madrid. Era el último minuto del partido. El Barça, que jugaba con diez hombres tras una expulsión, perdía 2 a 3. Messi recibió el balón en el semicírculo al borde del área. No había posibilidad de nada. Toda la defensa (y todo el ataque) del Madrid estaba atrás; su único objetivo, evitar el gol del empate. Messi giró a la izquierda, hizo un regate relámpago que dejó a dos jugadores madridistas tumbados, y entró en el área. Todavía tenía a Sergio Ramos, el mejor defensa del Madrid, e Iker Casillas, el mejor portero del mundo, por delante. Superó a Ramos y colocó la pelota en la esquina de la portería, pegada al poste, dejando a Casillas sin posibilidad de alcanzarla. Todo ocurrió en un parpadeo: el gol del empate, el tercer gol de Messi en un 3-3 que aquella noche definió al argentino para los cientos de millones que siguieron el partido en televisión como uno de los grandes.
La segunda obra de arte, el mes siguiente, fue su célebre gol contra el Getafe en la Copa española; el que imitó, casi paso por paso, al que muchos consideran el gol más grande de todos los tiempos, el extraplanetario de Maradona contra Inglaterra en el Mundial de México de 1986. Recibió el balón en la banda izquierda sobre la línea central y se regateó a toda la defensa rival. La diferencia con el gol de Maradona fue que además se regateó al portero. Otro gol que dio la vuelta al planeta. Veinte veces.
El tercero, de menos repercusión, pero igual de extraordinario, fue el que marcó en junio de 2007 contra México para la selección argentina en la Copa América. Sólo necesitó dos toques. El primero, un control a la carrera en el pico izquierdo del área mexicana; el segundo, todavía a la carrera, una vaselina sublime. Todo el estadio se esperaba o un tiro raso o un pase al centro del área, donde había un delantero listo para disparar. Messi, en cambio, dio un toquecito con la punta de la bota izquierda que alzó la pelota en un arco perfecto, imparable, geométricamente impecable, rozando el larguero. Lo dijo el comentarista inglés de Sky Television: "That is perfection!" (¡Ésa es la perfección!). Lo fue. La conexión entre el cerebro de Messi y el pie en el instante en el que las piernas alcanzaban su máxima velocidad fueron un himno a la maravillosa complejidad de la biología humana.
Pasa el tiempo y marca, sucesivamente, más goles y da más asistencias de gol. Esta temporada ha rozado los 40 goles, ocho de ellos en la Liga de Campeones, competición en la que ha sido el principal anotador. Dentro de España, y en Argentina, nadie duda de que es el mejor del mundo. Fuera, hay los que creen que tiene un rival, Cristiano Ronaldo. Pero más y más la pregunta que se hace es si el Messias acabará superando a jugadores como Zidane, Ronaldo (el brasileño) o Ronaldinho (cuando todavía era un profesional de verdad) y se colocará en el podio de los eternos, con Maradona y Pelé.
Maradona mismo ha demostrado cierta ambigüedad al respecto, acusándole el año pasado de ser un chupón. Últimamente se ha corregido, como reconociendo que su éxito como seleccionador dependerá de Messi como jugador. Declaró hace poco: "Ojalá Messi me supere". Más revelador fue lo que dijo en el vestuario, según alguien que estuvo ahí, tras finalizar un partido contra Francia en París, en febrero, en el que Messi marcó el golazo de la victoria. Maradona giró hacia un amigo y le dijo, entre resignado y admirado: "A ver si es verdad que será mejor que yo...".
Jorge Valdano, que ganó la Copa del Mundo con Maradona, por cuyas dotes futbolísticas siempre ha expresado veneración, no dice que será mejor que su ídolo, pero sí cree que puede llegar a la misma altura. "En Argentina, cuando eras un jugador rápido, decían que tenías un cohete en el culo; Messi lo tiene en la mente también", dice. "Tiene velocidad mental, física y técnica: tres argumentos demoledores en el campo". Tres defensas es lo que suelen poner los entrenadores rivales para frenarle. Uno sólo no tiene nada que hacer. "Hace el regate al mismo pie del adversario", dice Valdano, "pero siempre tiene el pie más rápido, y la mente también. Y lo hace mirando al horizonte, no mirando la pelota y al rival. Mientras regatea sabe exactamente dónde está la portería, los adversarios, los compañeros".
A la pregunta de si se podía hablar de Messi en los mismos términos que Maradona o Pelé, Valdano dudó un segundo, respiró hondo, y dijo: "Por mí, sí. Éste es un proyecto de esa magnitud. Messi es más maduro que Maradona a los 21 años, la edad en la que Maradona jugó en el Mundial de España y fracasó. Luego Maradona construyó una historia en los siguientes diez años. Y no nos olvidemos que Maradona nunca jugó en un equipo tan grande como ese Barça. En ese sentido es más como Pelé, que jugó en aquel equipo de Brasil de 1970".
Valdano no es la única figura del fútbol que compara a Messi con Maradona. También lo hace Capello, cuya primera impresión del joven argentino ha evolucionado in crescendo durante los últimos cuatro años al punto de que en marzo de este año declaró: "Cada era tiene su superestrella, como Pelé o Maradona, y Messi puede ser la superestrella de la siguiente década".
Los compañeros de equipo de Messi tampoco se cortan. El camerunés Samuel Eto'o dice que "hace cosas que nadie ha hecho nunca... es el nuevo Maradona. Es un jugador que nos hace soñar". Thierry Henry, delantero del Barça y de la selección francesa, soltó en una rueda de prensa reciente que a la única persona que había visto hacer cosas como Messi era Maradona. Entonces el francés pausó, como sintiendo que entraba en territorio profano. Ponderó sus palabras y, respirando hondo como Valdano, continuó: "Mira, no... no quiero presionar a Leo, pero, bueno, hay que decirlo, se parece mucho a Maradona".
Henry dudó, temió presionarle, porque quizá intuye que el éxito de Messi depende de retener esa inocencia en su forma de ser, esa especie de autismo que le protege contra la fama y hace que juegue con una facilidad y una soltura que no se ve en los rostros tensos de los demás jugadores. Muchos lo han dicho: Messi juega como si todavía estuviera en el patio del colegio. O quizá sea que juega como un jugador de los años cincuenta, antes de que la televisión transmitiera cada detalle de cada partido a cada rincón del mundo. Lo dijo Gianluca Zambrotta, su ex compañero en el Barcelona: "Para él no hay ninguna diferencia entre el Camp Nou y el campo de tierra de su pueblo". Y lo repitió su ex entrenador Frank Rijkaard: "No importa que juegue delante de 10 espectadores o de 100.000, Leo siempre es el mismo".
Como demostró cuando lo entrevisté, no acaba de pillar quién es, no acaba de digerir la hazaña monumental de lograr ser el mejor de los cientos de millones que juegan al fútbol en todo el mundo. Michael Robinson, comentarista deportivo de Canal + y ex jugador con Osasuna y el Liverpool, dice en respuesta a la pregunta del millón (si llegará a ser tan grande como Maradona) que Messi puede ser tan grande como él quiera. "Pero todo depende de que mantenga esa frescura, esa inconsciencia de quién es, de quién ha llegado a ser. Lo que le hace grande es esa sencillez y humildad que tiene. Sólo quiere jugar al fútbol. No es egoísta, sino más bien todo lo contrario. A veces te encuentras queriendo que no suelte el balón, que lo intente solo. No es el show Leo Messi. Él juega un fútbol honesto, auténtico. Juega para el equipo".
Robinson lo compara con Cristiano Ronaldo, jugador que dice que padece "un conflicto de intereses". "Cristiano es brillante, sin duda, pero la diferencia reside en que es una estrella y actúa siempre como si lo supiera. Juega para el equipo, pero también para sí mismo. Messi no tiene esa astucia. No juguetea con su fama y su poder. No flirtea con otros clubes, como Cristiano. Messi dice que se queda en el Barça porque ahí está feliz, y punto".
Lo cual no le ayudará mucho, quizá, a la hora de renegociar su contrato. Pero tampoco esas consideraciones son prioritarias para Messi. Como explica Juanjo Brau, "es un chico sencillo, familiar, al que le incomodaría tener un Ferrari. Usa un Audi que le da el club, y en Argentina, un Jeep. No es ostentoso, no se vanagloria".
Cristiano Ronaldo tiene un Ferrari (o tenía, hasta hace poco, uno rojo que chocó) y es ostentoso. Cuando marca un gol se para en el campo, posa para las fotos, como una estrella de rock. Es demagogo: besa el escudo, cosa que no se le pasaría por la cabeza a Messi, y le encanta exhibir su musculoso torso desnudo al finalizar un partido.
Ésa es la otra gran diferencia con el rival que tendrá Messi esta semana, con el que todos lo van a comparar, en la final de la Champions entre el Barcelona y el Manchester United: Cristiano Ronaldo es, por naturaleza, un atleta alto, fuerte y guapo. Messi no tiene la fuerza para pegar a la pelota como Cristiano; por eso la coloca. No es alto, pese a los años de inyecciones hormonales, y cuando anda por la calle lo hace cabizbajo, como si quisiera pasar inadvertido. Cristiano sale del campo cuando gana, y especialmente cuando sabe que ha jugado bien, con la cabeza en alza, como un emperador que acaba de conquistar nuevas tierras.
Pero el valiente de verdad es Messi. Porque tuvo que luchar mucho más para llegar donde llegó, tuvo que combatir las deficiencias de su anatomía para poder exprimir todo su talento, pero también porque, a diferencia de Cristiano, cuando las cosas no van bien no se esconde en el campo. "No es sólo porque cuantas más patadas le dan, más se motiva", dice Robinson. Habla de una valentía mucho más admirable, y más sutil. "Siempre pide la pelota. Aunque esté rodeado por tres defensas, aunque el riesgo de fallar es grande, no tiene miedo. No teme hacer el ridículo. Yo sé cómo es eso. Yo fui futbolista. Veo a Messi y veo que juega sin miedo, y sin ego. Juega para el equipo y siempre está ahí. Eso, frente a 90.000 personas, y con cientos de millones escrutando todo lo que haces, juzgándote, poniéndote a prueba permanentemente, siguiéndote por televisión en todo el mundo, ¡Eso es agallas! ¡Eso es cojones!".
Pero como en toda valentía, por ejemplo en la guerra, depende de un cierto grado de inconsciencia, de no haber profundizado en el peligro que se corre. Por eso dice Robinson que si va a llegar a ser tan grande como Pelé o Maradona, tendrá que permanecer dentro de su burbuja, cobijado por su familia, congelado en la niñez, como Peter Pan, sin asimilar del todo el cinismo del mundo adulto que le rodea, su obsesión por la fama y el dinero. Como reza Robinson: "Espero que nadie le despierte y se lo explique". Y, lo que es lo mismo, que siga dando malas entrevistas. Que siga tímido sin un balón a la vista y elocuente como nadie con él a los pies, dentro del campo, el lugar, como acierta Valdano, "donde se siente más feliz, donde es el rey del mundo".
Der Papi
Quelle: Tagespiegel
"Der beliebteste Regierungschef der Welt bin ich"
Die Beliebtheit des italienischen Regierungschefs Berlusconi hat unter der Affäre um die 18-jährige Noemi kaum gelitten. Nun gibt es sogar eine Unterschriftensammlung: Er solle den Friedensnobelpreis erhalten. Schließlich habe er den Dritten Weltkrieg verhindert.
VON DOMINIK STRAUB
Das verkündete ein fröhlicher Silvio Berlusconi wenige Tage vor dem Platzen der Affäre um die 18-jährige Schülerin Noemi und des Kragens seiner Frau Veronica. Der Cavaliere bezog sich dabei auf die über 70 Prozent Zustimmung, auf welche seine Amtsführung bei den Italienern stieß.
Unterdessen kann beim italienischen Regierungschef zwar von fröhlich keine Rede mehr sein, aber seine Beliebtheit hat wegen seiner Eheprobleme und seinem Umgang mit Minderjährigen zumindest in Italien nicht ernsthaft gelitten. Im Gegenteil: Am Dienstag wurde in Rom mit einer Unterschriftensammlung begonnen. Ziel der Aktion: Berlusconi soll den Friedensnobelpreis 2010 erhalten.
Ein Scherz? Im Gegenteil: Es sei Berlusconi gelungen, „in einem historischen Moment die reale Gefahr eines Dritten Weltkriegs zu bannen“, betont der Präsident des Unterstützungskomitees, Emanuele Verghini. Die Rettung der Welt vor dem nuklearen Holocaust erfolgte im vergangenen Sommer während des Krieges zwischen Russland und Georgien. Die Friedensverhandlungen führte zwar Frankreichs Staatspräsident Sarkozy, aber hinter den Kulissen spann zum Glück Silvio Berlusconi, der seine alte Freundschaft mit Wladimir Putin in die Waagschale warf, die entscheidenden Fäden. „Im Konflikt zwischen Russland und Georgien hat Silvio Berlusconi seine besten Gaben, die ihm im Ausland schon immer attestiert wurden, eingesetzt: seine Flexibilität, seine Fähigkeit, zuzuhören und zu vermitteln, seine Menschlichkeit“, heißt es in der Begründung der Nobel-Initianten.
Graue Eminenz des Unterstützungskomitees ist Berlusconis ergebener Staatssekretär Carlo Giovanardi. Aber natürlich ist der Gedanke, dass die Initiative vom Cavaliere selber inspiriert sein könnte, ganz und gar abwegig: Das Komitee handle „völlig autonom“, betont Verghini. Bereits über 130 000 Italiener hätten die Website des Komitees besucht, um die Initiative zu unterstützen.
Statt Häme und Kritik hätte Silvio also unser aller Dank verdient. Ehefrau Veronica soll es sich ruhig hinter die Ohren schreiben, und mit ihr die linken Medien: „Silvio Berlusconi war es, der Millionen Menschen vor dem sicheren Tod bewahrt hat“, betont Verghini. Angesichts dieses nicht ganz unbedeutenden Verdienstes könnte das kleinliche Genörgel wegen Noemi und den Damen auf den Wahllisten eigentlich allmählich wieder aufhören.
"Der beliebteste Regierungschef der Welt bin ich"
Die Beliebtheit des italienischen Regierungschefs Berlusconi hat unter der Affäre um die 18-jährige Noemi kaum gelitten. Nun gibt es sogar eine Unterschriftensammlung: Er solle den Friedensnobelpreis erhalten. Schließlich habe er den Dritten Weltkrieg verhindert.
VON DOMINIK STRAUB
Das verkündete ein fröhlicher Silvio Berlusconi wenige Tage vor dem Platzen der Affäre um die 18-jährige Schülerin Noemi und des Kragens seiner Frau Veronica. Der Cavaliere bezog sich dabei auf die über 70 Prozent Zustimmung, auf welche seine Amtsführung bei den Italienern stieß.
Unterdessen kann beim italienischen Regierungschef zwar von fröhlich keine Rede mehr sein, aber seine Beliebtheit hat wegen seiner Eheprobleme und seinem Umgang mit Minderjährigen zumindest in Italien nicht ernsthaft gelitten. Im Gegenteil: Am Dienstag wurde in Rom mit einer Unterschriftensammlung begonnen. Ziel der Aktion: Berlusconi soll den Friedensnobelpreis 2010 erhalten.
Ein Scherz? Im Gegenteil: Es sei Berlusconi gelungen, „in einem historischen Moment die reale Gefahr eines Dritten Weltkriegs zu bannen“, betont der Präsident des Unterstützungskomitees, Emanuele Verghini. Die Rettung der Welt vor dem nuklearen Holocaust erfolgte im vergangenen Sommer während des Krieges zwischen Russland und Georgien. Die Friedensverhandlungen führte zwar Frankreichs Staatspräsident Sarkozy, aber hinter den Kulissen spann zum Glück Silvio Berlusconi, der seine alte Freundschaft mit Wladimir Putin in die Waagschale warf, die entscheidenden Fäden. „Im Konflikt zwischen Russland und Georgien hat Silvio Berlusconi seine besten Gaben, die ihm im Ausland schon immer attestiert wurden, eingesetzt: seine Flexibilität, seine Fähigkeit, zuzuhören und zu vermitteln, seine Menschlichkeit“, heißt es in der Begründung der Nobel-Initianten.
Graue Eminenz des Unterstützungskomitees ist Berlusconis ergebener Staatssekretär Carlo Giovanardi. Aber natürlich ist der Gedanke, dass die Initiative vom Cavaliere selber inspiriert sein könnte, ganz und gar abwegig: Das Komitee handle „völlig autonom“, betont Verghini. Bereits über 130 000 Italiener hätten die Website des Komitees besucht, um die Initiative zu unterstützen.
Statt Häme und Kritik hätte Silvio also unser aller Dank verdient. Ehefrau Veronica soll es sich ruhig hinter die Ohren schreiben, und mit ihr die linken Medien: „Silvio Berlusconi war es, der Millionen Menschen vor dem sicheren Tod bewahrt hat“, betont Verghini. Angesichts dieses nicht ganz unbedeutenden Verdienstes könnte das kleinliche Genörgel wegen Noemi und den Damen auf den Wahllisten eigentlich allmählich wieder aufhören.
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giovedì, maggio 28, 2009
Giornalisti alla frutta

Non volevo crederci, ma evidentemente con l'età si rincoglionisce. Pansa è stato uno dei più grandi giornalisti italiani. Ha scritto buoni libri e qualche boiata. Adesso, per vezzo, o semplicemente per panico di invecchiare e sparire dalla circolazione, scrive incredibili stupidaggini. È bilioso è sembra voler approfittare della sponda del Riformista per offendere o ripetere sciocchezze. Dov'è l'errore nel ricordare chi siano Rossella e Belpietro? Sembra la spiacevole tendenza di difendersi fra giornalisti. Una casta. Un'altra.
Dario, il Trinariciuto Bianco
di Giampaolo Pansa
Fonte: il riformista
Visto a Ballarò. Il segretario si ripete con Belpietro: ha il vizio di dare del servo a tutti
Biografia di Dario Franceschini. Dappertutto si scrive che il leader del Pd è cresciuto in parrocchia e sin dall’infanzia ha avuto nel cuore lo Scudo crociato della Balena democristiana. In più, quando ha iniziato a fare politica è stato discepolo di Benigno Zaccagnini, diventato segretario della Dc nel 1975.
Nel mio lavoro di cronista, ho conosciuto bene “Zac”. Era un vero signore, dai modi cortesi e con una spiccata eleganza intellettuale. Anche per questo si distingueva dalla casta partitica del tempo. Affollata pure allora di tipacci volgari, capaci di una violenza verbale senza limiti. Pronti a gridare le peggio cose nei confronti degli avversari. Chi lavorava con Zaccagnini era altrettanto gentile. La scuola di “Zac” respingeva chi si mostrava rozzo, i burini, la gentuccia e la gentaglia.
Dove sta il falso storico nelle note biografiche di Franceschini? Sta nel fatto che, ogni giorno di più, il suo modo di fare contrasta con lo stile del presunto maestro. Come apre bocca, si lascia andare a qualche volgarità nei confronti di chi osa contrastarlo.
Lo si è visto anche durante il Ballarò dell’altro ieri. Nel tentativo di annullare quel che stava dicendo Maurizio Belpietro, direttore di Panorama, Franceschini si è rivolto ai telespettatori ringhiando: «Vi avverto che questo signore è un dipendente di Berlusconi!».
Franceschini deve godere molto nello sparare quella parola. L’aveva già tirata in faccia a Carlo Rossella durante un Ballarò di qualche settimana fa. Quando il mio vecchio amico Carlo, presidente della Medusa Film, iniziò a parlare, il leader del Pd si mise a urlacchiare, sempre rivolto al pubblico: «Attenzione, questo è un dipendente di Berlusconi!». Rossella gli replicò come meritava. E lo stesso ha fatto Belpietro, ricordandogli di essere il direttore di un settimanale della Mondadori e non un famiglio di Arcore.
A questo punto, è giusto chiedersi se Franceschini sia davvero cresciuto nella Democrazia cristiana di Zaccagnini e non in una delle scuole di partito del vecchio Partito comunista di Ferrara. Sappiamo com’erano fatti i maestroni comunisti, soprattutto in aree integralmente rosse. Erano compagni che non andavano per il sottile. Se gli conveniva aggredire, aggredivano. Se dovevano offendere, lo facevano senza risparmio. E il loro primo passo consisteva nel dire che l’avversario era un dipendente di qualcuno più grande e più nefando di lui. Insomma un servo.
Il Pci di Togliatti non aveva riguardi per nessuno. Si comportò così persino nei confronti di un big del comunismo mondiale: il maresciallo Tito. Nel primo dopoguerra veniva osannato come il capo della guerra partigiana jugoslava, un grande combattente per la libertà dei popoli. Poi nel giugno 1948 Tito ruppe con Stalin e divenne subito uno sporco fascista, un servo degli Stati Uniti, al soldo dei banchieri di Wall Street, un capitalista tra i più odiosi. Sette anni dopo, Tito fece la pace con l’Urss, guidata da Nikita Krusciov. E ritornò un compagno, un capo socialista, un eroe rosso.
Molto più in piccolo, ho fatto anch’io l’esperienza di passare per servo di qualcuno. Alla fine del 1960, quando entrai alla Stampa diretta da Giulio De Benedetti, mi resi subito conto di una seccatura spiacevole. Per il Pci torinese, i redattori del giornale erano tutti servi della Fiat. E come tali andavano trattati. Anche gli intellettuali della rossa Einaudi ci guatavano con disprezzo. Considerandoci dipendenti di Vittorio Valletta, il dittatore che aveva sconfitto la Cgil e metteva i comunisti fuori dalla fabbrica.
Quando andai al Giorno, diventai subito un servitore dell’Eni. Arrivato al Corriere della Sera, venni classificato come servo dei Crespi, poi dell’avvocato Agnelli, quindi di Angelo Rizzoli. Evitai per un soffio di finire al servizio della Loggia P2 perché me ne andai in tempo da via Solferino. E il giorno che Carlo De Benedetti diventò il proprietario del gruppo Espresso-Repubblica, eccomi con la livrea di servente dell’Ingegnere.
Tutti i politici strillano che la democrazia ha bisogno di un’informazione libera. Ma non hanno rispetto dell’autonomia dei giornalisti. Arrivando così a conclusioni paradossali. Seguendo la logica distorta del segretario del Partito democratico, anche Giovanni Floris, il conduttore di Ballarò, dovrebbe essere ritenuto un dipendente prima di Walter Veltroni e poi dello stesso Franceschini. In quanto proprietari di fatto della Rete3 che la spartizione della Rai in lotti gli ha assegnato.
Non so come finirà la battaglia elettorale del 7-8 giugno. Sappiamo che il centrodestra vive giorni d’angoscia per l’affare Noemi. E che il presidente del Consiglio si sente inseguito come non mai dall’incubo di una vittoria dimezzata, molto somigliante a una sconfitta. Ma Franceschini si è già condannato da solo. Meritandosi la medaglia di Trinariciuto Bianco. Un bel guaio per un ex ragazzo tutto casa, famiglia e “Zac”.
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Tutto relativo, anche lo sprezzo del ridicolo
Fonte:corrieredellasera
L’AMICO STORICO
Rossella: «Una minorenne? Se Silvio le ha telefonato non c’è niente di male»
L'ex direttore di Tg5 e Panorama: i costumi sono cambiati, comunque non risulta avessero una relazione
ROMA — «Tu mi stai chiedendo se ho voglia di parlar ne, giusto?».
Direttore, sei amico personale di Silvio Berlusconi, magari non...
«Non cosa? Scherzi? Parliamo pure di questa ragazzi na... ».
Anche ieri, Emilio Fede. Non vi ricordate mai il no me: Noemi.
«Sì, certo, Noemi... E anzi: non solo ne parliamo, ma che siano pure chiari i ruoli. Tu qui fai il tuo mestiere, che è quello del cronista; io, invece, faccio, farò l’amico del Cavaliere».
(Carlo Rossella, 66 anni, è un uomo leale. E sincero oltreché elegante, ma qui dovremmo aprire un capitolo troppo lungo e troppo controverso. A lungo inviato spe ciale, diventa in successione direttore di Stampa Sera, del Tg1, de La Stampa, di Panorama e quindi del Tg5; dal luglio del 2007 è presidente di Medusa Film, la socie tà di produzione e distribuzione cinematografica del gruppo Mediaset. Sul Foglio cura una rubrica molto let ta: Alta Società).
A voi amici cari del pre mier, Veronica Lario ha lanciato un appello: ha chiesto di stargli vicino...
«Preoccupazione inuti le. Io, che lo frequento, tro vo che Berlusconi sia in una forma strepitosa. Ma hai visto come ha affronta to l’emergenza del terremo to in Abruzzo?».
La preoccupazione del la signora Lario, forse, è però legata al fatto che il premier «frequenta ragaz ze minorenni»...
«Non mi risulta. E, co munque, non userei la parola 'minorenne' a vanvera...».
No? E perché?
«È un termine vecchio. Semmai, direi che la ragazza di cui si sparla aveva meno di 18 anni...».
E che cambia?
«Beh, i costumi non sono più quelli d’una volta...».
Scusa, direttore: ma da un punto di vista etico...
«Etico? Ma perché: Berlusconi ha avuto una relazione sentimentale con Noemi?».
A te non risulta.
«Esatto, a me non risulta proprio».
L’ex fidanzato di Noemi, Gino Flaminio, lascia inve ce intendere scenari diversi.
«Chissà quanti fidanzati verranno ancora fuori...».
Dai, direttore...
«Senti: ma cosa c’è di male se Berlusconi telefonava a Noemi per informarsi dei voti presi a scuola? È reato?».
L’ha pure invitata a Capodanno nel festone organiz zato a Villa Certosa, in Sardegna...
«E lei è andata, accompagnata da un’amica e autorizza ta, ne sono certo, dai genitori... che sono amici del pre mier ».
Il fidanzato dice che...
«Tutti i fidanzati che non passano il capodanno con la fidanzata si sentono scavalcati e nutrono, immagino, ran core... ».
Sei veramente molto amico di Berlusconi.
«Sono soprattutto uno a cui non piace l’uso politico del gossip. Siccome il Pd vede crescere il consenso nei confronti del Cavaliere, lo attaccano in modo sporco. Io, alle dieci domande che gli ha rivolto Repubblica, avrei risposto: fatti miei, fatti miei, fatti miei...».
Fabrizio Roncone
Aggiungo però che mi sembra un po' sgradevole questa specie di soffione del giornalista. Cosa c'entra nel contesto il fatto che Rossella sia uomo leale e molto elegante? Questa dovrebbe essere un'intervista. Alta società è poi una rubrica molto letta? Andiamo su, il Foglio ha una tiratura risicata, è pieno di debiti e le due righe di Rossella sarebbero una delle cose più lette? Roncone un po' di schiena diritta, su.
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La folle Gelmini

Non era mai capitato che un ministro dell'Istruzione dicesse queste cose. Detto poi da una persona che ha un passato professionalmente chiacchierato fa quantomeno sorridere. Ma non succederà nulla e a pagarla per l'incompetenza di questo ministro saranno le prossime generazioni.
Gelmini attacca i presidi ribelli. "Chi non sa dirigere se ne vada". La replica di Maria Coscia (Pd): "E' fuori di senno, se ne vada lei"
di ANNA MARIA LIGUORI
Fonte: la Repubblica
ROMA - "Chi non sa dirigere cambi mestiere". Il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, ha commentato così la vicenda dei presidi del Lazio che hanno denunciato, in una lettera inviata alle famiglie, la carenza di fondi degli istituti scolastici. Sono state oltre 41.739 le lettere spedite da circa 300 presidi del Lazio aderenti all'Asal (Associazione scuole autonome del Lazio) per dare le cifre della scuola al collasso a causa dei tagli inferti dal governo: non ci sono i soldi per i supplenti (fondi ridotti del 40 %) né per le visite fiscali obbligatorie; da settembre non saranno più garantiti i servizi previsti per legge, come la copertura dell'ora alternativa alla religione. Ma la sortita del ministro non è piaciuta all'opposizione: "Che sia la Gelmini a cambiare lavoro".
Il ministro però è stato chiaro: "A un dirigente scolastico - ha affermato la Gelmini - è richiesto di dirigere una scuola e io credo che debba assumersi oneri e onori. Deve finire l'abitudine a fare politica, a fare comunicazione, a scaricare sul ministero le responsabilità. Chi non sa dirigere, cambi mestiere. Chi lo sa fare vada avanti e risolva i problemi. Molte volte apprendiamo dai giornali i problemi che non ci vengono neppure segnalati. Io sono per la collaborazione ma anche per la corresponsabilità".
Parole che hanno subito sollevato pesanti repliche. Primo fra tutti il capogruppo del Pd in Commissione Istruzione, Antonio Rusconi: "Oggi tocca ai presidi. Dal 1 settembre saranno i genitori a constatare le conseguenze dei tagli del duo Gelmini-Tremonti".
Più duro il commento della collega di partito Maria Coscia secondo la quale il ministro Gelmini "è completamente fuori di senno e propone fantasiosi codici di condotta civica per cui ai presidi, differentemente dagli altri cittadini, sarebbero preclusi i diritti costituzionali di "impicciarsi della cosa pubblica"". E continua: "Su una cosa però la Gelmini ha ragione, chi non sa dirigere dovrebbe andare a casa. E allora, visto il disastro in cui il ministro ha gettato la scuola pubblica italiana, non sarebbe il caso che proprio lei cominciasse ad andarsene?".
D'accordo con la Coscia i presidi aderenti alla Flc-Cgil: "Per la prima volta nella storia della Repubblica le scuole hanno dovuto fare i bilanci senza fondi per l'ordinario funzionamento; sono costrette a inviare visite fiscali anche quando non servono (su decisione del ministro Brunetta, ndr) e poi le devono pagare coi propri bilanci; vengono tagliate le risorse per i recuperi dei debiti scolastici; le istituzioni avanzano dal ministero più di 1 miliardo di euro per supplenze conferite e pagate con fondi diversi da quelli specificamente dedicati. Per non parlare del depauperamento di personale che la sua riforma sta provocando nel sistema scolastico. E il Ministro cosa fa? Non trova niente di meglio che attaccare i dirigenti scolastici perché denunciano questo stato di cose".
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La zia....

Voglio vedere che cosa s'inventeranno adesso Libero e i media vicini al premier. Magari riesce a trovare foto a seno scoperto di questa signora. O magari precedenti penali gravissimi come una multa per divieto di sosta. Definitivamente è sconcertante.
La zia di Noemi: "Così Berlusconi è entrato nella nostra famiglia". "Ho visto antiche amicizie nate dalla notte al giorno, eventi dolorosi usati per sostenere nuove versioni"
Fonte: la Repubblica
di CONCHITA SANNINO e GIUSEPPE D'AVANZO
NAPOLI - Signora Francesca D. F., che grado di parentela ha con i genitori di Noemi?
"Sono la zia, moglie del fratello di Anna Palumbo, la madre di Noemi".
Ha precedenti penali, signora? Sa, dobbiamo chiederglielo perché, per alcuni, il testimone non va valutato per quel che dice, ma per quel che è.
"Non ho precedenti penali".
Qualcuno nella sua famiglia ne ha?
"No".
Ha motivo di risentimento nei confronti di sua cognata o della sua famiglia, o della ragazza?
"Assolutamente no. Ho ottimi rapporti con Anna, con i genitori di Anna e con i suoi fratelli. Anzi, ho condiviso finora con altri membri della famiglia l'imbarazzo, il disagio e la sofferenza che questa situazione non del tutto limpida, sta provocando. Ci sono troppe bugie. Circostanze che contrastano con quello che abbiamo sentito e visto in famiglia".
Gino Flaminio fa parte delle bugie o della realtà vissuta in casa Letizia?
"Gino è stato il fidanzato di Noemi esattamente per il periodo da lui descritto al vostro giornale. Gino fa parte della realtà della famiglia Letizia e tutti noi lo abbiamo conosciuto e soprattutto apprezzato fino a quando i rapporti tra loro si sono deteriorati. È un bravo ragazzo. Amava davvero Noemi e Noemi gli era molto legata".
Vi incontravate anche con Gino?
"Certo, è accaduto più di una volta. Con l'andar del tempo, è nato un legame tra questo ragazzo e la nostra famiglia. Non mi pento di averlo avuto in casa".
Lei sa che il padre di Noemi ha minacciato querela per quello che Gino ha ricordato?
"Sì, purtroppo l'ho sentito ai tg, e ancora mi chiedo come sia stato possibile questo. Gino ha avuto parole di assoluto rispetto per tutti, per Noemi, per i suoi genitori, per noi. E anche per Berlusconi. Qual è la sua colpa? E perché accanirsi contro un ragazzo senza alcuna difesa?".
Lei sa che Gino nel 2005 è stato condannato per rapina?
"Quando lo abbiamo conosciuto era già un operaio. Ma sapevamo che c'era una macchia nel suo passato. E in ogni caso, il suo errore, quale che sia stato, non ha mai costituito un ostacolo al loro affetto, né all'amicizia che il ragazzo ha dimostrato ad Anna e ad Elio, peraltro venendone ricambiato".
Lei ha letto la testimonianza di Gino?
"Certo, e mi ha provocato una grande emozione. Perché ho visto per la prima volta, in questa storia di bugie, una persona dire le cose come stanno, con un coraggio che nessuno finora nella mia famiglia ha avuto".
E lei perché solo adesso ha deciso di offrire la sua testimonianza?
"E ancora avrei voluto tacere. Ma dopo aver visto la violenza della discussione a Ballarò, ho deciso di farmi viva. Ho visto troppe cose che non vanno. "Antiche amicizie" nate dalla notte al giorno. Fidanzati comparsi dal nulla. Dolorosi eventi che hanno afflitto la famiglia, utilizzati per sostenere nuove versioni dei fatti che hanno coinvolto mia nipote Noemi: come il riferimento a una lettera di cordoglio. E' con molto strazio che mi sono decisa ora a parlare. Mi sono tormentata in queste settimane".
Perché lo fa?
"Se devo dire la verità, lo faccio per i miei figli perché devono poter credere che esiste il vero e il falso, il buono e il cattivo. Voglio che sia chiaro che, per quanto mi riguarda, in questa storia non c'entra nulla la politica, nulla i complotti, ma solo la necessità di non vergognarsi quando ci si guarda allo specchio perché si è dovuto avallare una storia che, se non fosse così dolorosa, in famiglia sarebbe una barzelletta di cui ridere".
Lei, quando ha sentito per la prima volta di Berlusconi in famiglia?
"Alla fine del 2008, tra novembre e dicembre, ho visto per la prima volta durante un pranzo familiare Noemi alzarsi da tavolo allo squillo del suo cellulare, e l'ho ascoltata dire papi. Non avevo assolutamente idea, all'epoca, chi potesse essere. Ho pensato a un gioco tra ragazze. Notai soltanto che intorno a lei ci si dava da fare per evitare ogni curiosità".
Quando ha sentito per la prima volta indicare Berlusconi come una presenza familiare?
"Posso dirlo con certezza. L'11 gennaio 2009, il giorno del compleanno di mio figlio. Io organizzai una piccola festicciola. E seppi, quella sera, che si stavano preparando grandi festeggiamenti per i diciotto anni di Noemi. E che alla festa avrebbe partecipato, a meno di impegni improvvisi, anche Silvio Berlusconi".
Addirittura tre mesi prima, si contava sulle presenza a quel tavolo del presidente del Consiglio?
"A me fu detto che dovevamo "prepararci" per quello. La conferma della presenza del capo del governo sarebbe arrivata solo a Pasqua".
E poi?
"Mi fu detto che Berlusconi chiese espressamente a Noemi di essere invitato e pretese di ricevere dalle sue mani l'invito. Non so se poi Noemi lo abbia raggiunto a Roma e come siano andate le cose. In ogni caso, nella nostra riunione di famiglia al pranzo di Pasqua, ci fu confermato ancora di "prepararci" perché avremmo conosciuto il presidente il 26 aprile, alla festa organizzata nel ristorante di Casoria".
Che idea si è fatta della conoscenza tra Berlusconi e Noemi?
"So soltanto quel che mi ha raccontato Anna, mia cognata, la madre di Noemi. Anna sosteneva che il presidente del Consiglio aveva per mia nipote l'affetto di un padre. Ricordo l'espressione: "l'ha presa a cuore". Io non ne dubitai. Noemi è sempre stata una brava ragazza, dolce, buona. Con un grande sogno: fare la ballerina, l'attrice o la showgirl. Ricordo che in famiglia si diceva: "Magari così, Noemi entrerà dalla porta principale". Si intendeva dalla porta principale nel mondo dello spettacolo. E d'altronde la stessa Noemi - ho letto - lo ha già detto in un'intervista. Come peraltro Anna. Nelle primissime interviste, mia nipote e mia cognata sono state sincere e hanno raccontato in pubblico ciò che dicevano a noi in privato. E stato dopo che ho visto troppe cose confondersi".
Vuole darci la sua opinione su questa storia?
"Sono molto preoccupata per la mia famiglia. Se mi espongo così, lo faccio perché siamo una famiglia di gente semplice e per bene. Parlo dei fratelli di Anna, dei suoi genitori, degli altri cognati, dei nostri figli e nipoti, tutti ragazzi sani. Tutti trascinati, dalla mancanza di chiarezza e sincerità, in una situazione che ci imbarazza moltissimo".
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Il cucciolo Berlusconi

Dopo la frase di Franceschini, le ovvie difese della PdL e la rabbiosa reazione dei figli di primo letto del cavaliere, arriva la dichiarazione di questo ragazzino di soli 20 anni. Del padre ho spesso detto cosa penso, ma questo "pischello" che ogni volta che apre bocca o fa sempre con garbo, facendo arrivare il messaggio, bé diciamo che mi impressiona favorevolmente. Vien voglia di dire: "si vede chi lo ha educato"....
Fonte: la Repubblica
E successivamente è arrivata anche la replica di Luigi Berlusconi, l'ultimogenito del Cavaliere, nato dal matrimonio con Veronica Lario: «Sono contento e orgoglioso dell'educazione che ho ricevuto e dei valori che mi sono stati trasmessi dalla mia famiglia. Non vedo perchè la politica si permetta di giudicare Silvio Berlusconi come padre. Si tratta di piani diversi che non dovrebbero essere mai sovrapposti». Luigi, in tarda serata, ha anche rilasciato una dichiarazione congiunta con Barbara, Eleonora, le altre due figlie del premier e di Veronica Lario. «Non tutto - sottolinea la nota- si può sottoporre ad un sondaggio. Alla domanda se un padre sia capace ad educare un figlio gli unici in grado di rispondere sono i figli stessi. La politica non dovrebbe sconfinare in giudizi relativi al ruolo di padre, che con la politica nulla hanno a che vedere. Riteniamo di essere stati cresciuti ed educati in un ambiente famigliare equilibrato e ricco di valori».
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mercoledì, maggio 27, 2009
Call him daddy...

Source: the Independent
Could a teenage girl topple Berlusconi?
She calls him 'daddy'. He bought her a £6,000 necklace for her 18th. Silvio Berlusconi's relationship with Noemi Letizia has already seen his wife file for divorce. Now, could it cost him his grip on power?
By Peter Popham
Italians are always scornful about the obsession of the "Anglo-Saxon" media with the private lives of the rich and famous, but for the past month the Italian newspapers have been preoccupied with one subject and one subject only: the relationship between Prime Minister Silvio Berlusconi and a young woman from Naples called Noemi Letizia.
Mr Berlusconi has been caught out telling numerous lies about the relationship and refuses to explain them. And with important elections pending, his popularity, at an all-time high only six weeks ago, may be eroding.
The media cannot be accused of muck-raking on the issue because it was Mr Berlusconi himself who drew attention to the relationship in Tuesday when he took advantage of a trip to Naples to drop in on Noemi's 18th birthday party. There he posed for photographs and presented the pretty young blonde with a gold and diamond pendant worth €6,500 (£5,700). This unremarkable event was immortalised in a short news story the next day in La Repubblica.
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And there it would have ended, except that within four days it provided Mr Berlusconi's second wife, Veronica, with the casus belli for a divorce. Her husband, she said in a press release, was "consorting with minors"; he was "not well", she was worried about him, but in the meantime, after nearly 30 years together, she was in no doubt that the marriage was over.
Suddenly that innocuous-seeming social event assumed mysterious and sinister overtones. Noemi, it was learned, called Mr Berlusconi "papi", Italian for "daddy". He seemed on remarkably familiar terms with the girl. Pushed into a corner by Veronica, who opens her mouth about once every two years but with devastating effect, Berlusconi went on Porta-a-Porta, a late-night political chat show hosted by his most unctuous TV courtier and explained that Noemi's father Elio Letizia was an old political contact from his days when he was connected to Bettino Craxi and the Socialist party: Berlusconi needed to see him on urgent European election business. But soon afterwards Bobo Craxi, son of the late Bettino, popped up and said he had never heard of Noemi's father. Likewise Mr Berlusconi's unlikely claim about "election business" failed to pan out, and some weeks later was denied by Letizia himself.
The personal was personal no more: something about that birthday party, and Mr Berlusconi's presence at it, had tipped the long-suffering Veronica over the edge. One reason for her anger, as she explained in a bitter email to the Ansa news agency, was the fact that he had failed to turn up to the coming-of-age parties of any of the their own children, "even though he was invited". But that in itself could not be la goccia che ha fatto traboccare il vaso, (or as we would say, the straw that broke the camel's back). Could Berlusconi be the lover of Noemi, and thus perhaps guilty as Veronica suggested of "consorting with minors"? Or might she be his love child? Her plump cheeks and currant eyes, not that dissimilar to the Prime Minister's, allowed the world to guess at the latter possibility. But Mr Berlusconi flatly refused to shed any light on their relationship. He insisted that he had only met her "three or four times", and always in the company of her parents.
The irony is that never before has Berlusconi showed any coyness about exposing his colourful and chaotic private life to the public gaze. He fell in love with Veronica when she appeared topless in a play called The Magnificent Cuckold in Milan, and lived in sin with her for 10 years before marrying her in a civil ceremony; their children were born before the wedding. When he went into politics in 1994 his manifesto was a bowdlerised autobiography, Una Storia Italiana, depicting himself as the Italian everyman, the bank manager's son from nowhere who had grown immensely rich through hard work, a home-loving family man in touch with his common roots. Italians in their millions swallowed it, yet no-one doubted (you just had to look at his two wives) that he had an eye for the girls.
It was after his second and much more convincing election victory in 2001 that the rumours about Berlusconi's frenetic affairs began to circulate in earnest, with talk of a beautiful young intern being taken to his Sardinian villa for the summer as his "assistant" – and the rapid promotion of others who were similarly eye-catching through the ranks of his party, Forza Italia, by way of his commercial television channels. Berlusconi the ageing roué had found the perfect way to keep his libido engaged, despite the demands of politics. And this being Italy, nobody made a fuss. Veronica had been settled in a magnificent house a few kilometres from Berlusconi's main home, Villa Arcore, north of Milan. He was obviously a bad husband, but in Italy that was nobody's business but the family's.
Yet as the editor of La Repubblica, Ezio Mauro, pointed out yesterday: "Mr Berlusconi long ago destroyed the boundaries between the public and the private." He did it when he published his manifesto. And he continued to do it in a more chaotic, impulsive way when he allowed the paparazzi to snap him hanging out with busty showgirls 50 years his junior. It was the behaviour of a sultan, a monarch or a dictator, and the way Berlusconi was pushing the envelope was an indication of how he was steadily moving in that direction. His own newspapers and television channels would never cry foul. RAI, the national broadcaster, was increasingly under his thumb. Even the independent dailies were more and more reliant on his goodwill. Berlusconi's growing recklessness about his image became a barometer of his increasing sense of personal invulnerability.
But he was reckoning without Veronica. It was in January 2007 that she first told the world that he had gone too far, granting an interview to La Repubblica (one of the few really independent dailies), in which she demanded that he apologise for saying of Mara Carfagna, a glamour model turned MP (and now a cabinet minister), "I would marry her like a shot if I wasn't married already." Meekly Berlusconi consented. But he didn't reform. He carried on just as before, until Noemi's 18th birthday rolled around and it all went horribly wrong.
Today Italy is at an impasse: La Repubblica has insistently demanded that Berlusconi come clean about Noemi, for the last two weeks publishing a list of 10 questions it wants him to answer. Berlusconi has repeatedly refused. With European elections just 10 days away, there is a real risk that his silence will injure him in polls he was expected to win with ease – particularly now that respected figures in the Catholic church like the former Archbishop of Pisa Alessandor Plotti have begun to attack him. Berlusconi has said he may make a statement to parliament in response to what he calls the "vile reports" about his relationship with Noemi.
It is symptomatic of the trivialisation of Italian politics under Berlusconi that he is now being held to account, not for corruption, or mafia connections, but because of his relationship with a teenage girl. But the fight itself is not trivial. Living in Italy now is like being trapped in a field of lava slowly but irreversibly sliding down a mountainside. Far from leading to a revitalised "Second Republic", Italy's bribery scandals of the 1990s instead ushered in the Age of Silvio and the slow, steady degradation of the nation's democratic institutions. If the Prime Minister can get away with carrying on an adulterous, semi-public love affair with a teenage girl (and then lying so brazenly about it that any fool can see he is not telling the truth) and still he is not brought to account – then the nation is in danger.
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Communists everywhere. Even at the FT.

Source: FT
Baleful influence of Burlesque cronies
Published: May 26 2009 20:12
Fascism is not a likely future for Italy. That is worth saying, because it is being forecast. Many assume that the financial crisis plus Silvio Berlusconi equals a return to fascism. It did, after all, start there.
But that is an unlikely outcome now. Italy in the early 1920s, when Benito Mussolini rose to power, was reeling from a brutally Pyrrhic victory over the Austrians in 1918, the degradation of the political class and a rising threat from leftwing totalitarianism. Mr Berlusconi is clearly no Mussolini: he has squads of starlets, not of Blackshirts.
The real dangers lie elsewhere. Over the 15 years of his political career – always as prime minister, or as leader of the opposition – he has had a largely untrammelled opportunity to shift the national mood rightwards. This he has done not by crude propaganda but by a steady concentration on glitz, glitter and girls and a hyperbolic style of media-geared rhetoric that sees all opposition as communist and himself as a victim.
Now, as hard questions are posed on his relationship with a teenage would-be starlet – first raised by his wife – he has turned on the most obstinate questioner, the left-of-centre daily La Repubblica, issued a veiled threat through an associate and sought to render the questions invalid because politically tainted.
He has shown equal belligerence towards magistrates who judged he had bribed the British lawyer David Mills (to avoid corruption charges) – calling them “leftwing activists” – even though parliament has made him immune from prosecution.
Still dissatisfied even with such a useful parliament, he has called it “useless” and said it should be drastically reduced to 100 members, while his powers increase. He has sought to rouse the masses in his favour, by encouraging a “popular initiative” to collect the required 500,000 signatures for the measure.
But the danger of Berlusconi is of a different order to that of Mussolini. It is that of media sapping the serious content of politics, and replacing it with entertainment. It is of a ruthless demonisation of enemies and refusal to grant an independent basis to competing powers. It is to place a fortune at the service of the creation of a massive image, composed of assertions of endless success and popular support.
That he is so dominant is partly the fault of a faltering left; of weak and sometimes politicised institutions; of journalism which has too often accepted a subaltern status. Most of all it is the fault of a very wealthy, very powerful and increasingly ruthless man. No fascist, but a danger, in the first place to Italy, and a malign example to all.
Copyright The Financial Times Limited 2009
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martedì, maggio 26, 2009
lunedì, maggio 25, 2009
Le minacce di Letizia
Ormai è un rito. L'avvertimento mafioso viene continuamente ripetuto come si legge in Repubblica.
"Ovvio - conclude Letizia - che il signor Flaminio, nonché il quotidiano la Repubblica, dovranno rispondere di tutto in tribunale. Abbiamo già chiesto, infatti, ai nostri legali di redigere e sporgere querela. Naturalmente saranno chiamati a rispondere anche tutti coloro che dovessero riprendere in tutto o in parte questa incredibile narrazione".
La minaccia secondo questo tizio è ai blog, alla rete, a tutti coloro che hanno il sacrosanto diritto di riprendere articoli che esistono in rete citandone la fonte, come fa questo blog. Se il signor Flaminio ha mentito sia condannato, ma queste minacce fanno solo sorridere. Perché esistono regole, a livello comunitario, che sono valide persino in Italia. Il diritto di cronaca e quello di rassegna stampa sono due di questi. Il buon Letizia se ne faccia una ragione. E nell'intervista di Flaminio non c'era nulla di offensivo. L'italiano non è una opinione.
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domenica, maggio 24, 2009
All hail mister B!
All hail Berlusconi
He's the gaffe-plagued populist who thrives on controversy. A self-made plutocrat with a taste for La Dolce Vita, pancake make-up and the grandest of gestures. He's been called a clown and a buffoon; but he's Italy's richest and most influential public figure and is well on his way to becoming the country's longest-serving head of state since Mussolini. John Carlin profiles Silvio Berlusconi, a Roman emperor for the 21st century
John Carlin
The Observer, Sunday 18 January 2004
There's always a tingle of anticipation when Silvio Berlusconi enters the stage, a sense that something shockingly out of the ordinary will happen. Italy's accidental prime minister - the fabulously rich businessman turned astonishingly successful politician - has a knack for disrupting the earnest protocols of office. Kissing the bride at an Islamic wedding in Turkey; insinuating to the prime minister of Denmark that he should have sex with his (Berlusconi's) wife; calling a German parliamentarian a Nazi: it has all been part of the burlesque repertoire of the man that Italians have come to know - some in jest, some with admiration - as il Cavaliere, the knight.
A press conference in Rome last month with Russian president Vladimir Putin presented a further opportunity for outrage or - depending on your point of view - delight. The surprise was that for the first few minutes of the ceremony it seemed as if this was an opportunity he had resolved to pass up. Possibly out of respect for the man he likes to call his 'caro amico Vladimiro', he was on his best behaviour, nodding ponderously, lips pursed with almost comical solemnity, as Putin trotted out the pieties habitual on these occasions.
When the mood changed, when the dour Russian ventured a dull pleasantry, Berlusconi released a sunny smile - then held the smile on his copper-coloured face, dense with make-up, for a good half minute, before allowing it gently, sagely to recede. To the relief of Berlusconi's anxious aides, and to the disappointment of the large journalistic contingent, it was all going very smoothly indeed. Until a reporter from Le Monde thought to ask Putin a double-barrelled beast of a question about human rights in Chechnya and the political motivations behind a decision by the Russian judiciary to jail the country's richest tycoon. The former KGB man, unaccustomed to this sort of bolshiness from reporters, stiffened. Berlusconi adopted the guise of a man who had suffered a dreadful personal affront. 'What! Insult a guest in my house? How dare you?' his face seemed to say.
So he did what any good cavaliere would do in the circumstances. He leapt to Putin's defence, interposing himself between the Russian and his French assailant. Reaching out a hand and grabbing Putin by the arm, as if to say, 'Leave this to me, Vladimiro', he fixed his eyes defiantly on the rude interrogator and declared, 'I would like to say something first, if I may.' Introducing himself to the assembled company as Putin's 'defence lawyer, 'even if he has not asked me', Berlusconi proceeded to clear his bemused client on all counts. First, all these stories of Russian human rights abuses in Chechnya were 'legends' fabricated by the press. He knew all about this, he said, forced to endure, as he had been, the hostility of 85 per cent of the Italian press. As for the notion, similarly disseminated by the 'false' press, that Putin had anything at all to do with the decision to jail the oil billionaire, Mikhail Khodorkovsky, Berlusconi knew the Russian president well enough to offer 'a guarantee' that he respected the division between the executive power and the judiciary.
The gaffe was not Berlusconi's most ludicrous, but it was one of the most serious - because he was speaking in his capacity as president of the European Union's Council of Ministers and it is a well-known fact that the EU disapproves of what it considers to be brutal human rights abuses in Chechnya by the Russians, and that it has grave reservations about what many Kremlin observers have taken to be a Putin-inspired decision to go after Russia's richest man.
Foreign ministries up and down Europe immediately disowned Berlusconi's remarks, making it plain he was not speaking on their behalf. Such, indeed, was the outrage Berlusconi generated that his remarks have been taken by foreign ministries across the continent as a reason seriously to re-examine the validity of the principle of a rotating EU presidency. Berlusconi's six-month incumbency, which ended last month, failed in its central task of drawing up a new European constitution and has been roundly condemned as a fiasco in the European parliament. Graham Watson, leader of Britain's Liberal Democrat contingent in the parliament, told Berlusconi his presidency had been 'a personal failure'. 'In six short months the presidency... has shown contempt for the European Union's policy toward Russia and has offended Canada,' said Watson, referring to Berlusconi's unilateral decision to cancel an annual Canada-EU summit. 'You set your presidency a target of a constitution by Christmas and by your own standards you failed.'
Maybe. But in the Berlusconi universe interests - concrete things that you can see and hold - count for a lot more than vague notions of 'standards'. Il Cavaliere's perception of what lies in his, and maybe even Italy's, self-interest includes forging closer ties with Russia, which means - to hell with what the Liberal Democrats or the Canadians might think - being good friends with Putin. As one of his economic advisers admiringly explained, Berlusconi has had 'the vision' to see that a close strategic alliance with Russia is good for Italian business. And he has accordingly invested a good deal of time in cementing that alliance. He has met with Putin four times in the past year; once, in the summer, at his holiday residence in Sardinia, where he invited the Russian leader's wife and two daughters and filled nine of his own villas with the impressive Russian retinue. (He had to buy two new ones at the last minute in order to accommodate a larger than expected bodyguard contingent.)
Putin is a cold fish, but Berlusconi's opulence and personal warmth have charmed him. A KGB apparatchik most of his adult life, who would have sampled little in the way of la dolce vita during his years as a spy in East Germany, Putin is a sucker for Berlusconi's Mediterranean largesse. The Italian's gallant intervention on his behalf in the face of French journalistic perfidy was the consummation of a most unlikely marriage. As Berlusconi raved, Putin glowed. Why unlikely? Because Berlusconi is the very incarnation of the thing that, in his own country, Putin most detests. The view of most independent analysts of the Russian political scene is that the reason Khodorkovsky was jailed is because he and other Russian tycoons had made an unspoken deal with the Kremlin, whereby they would be allowed to set about their tax-dodging, filthy rich ways so long as they never, ever crossed the line into politics. Khodorkovsky did, funding political parties opposed to Putin, and that was the end of him.
To say that Berlusconi, who is the richest man in Italy (far richer than Khodorkovsky), has crossed the line between big business and politics would be a ludicrous understatement. Never in history - at least not in the history of western democracy - has anything like it ever been seen. It's as if Rupert Murdoch were president of the US, but in addition to owning Fox he also owned CBS and NBC. But Berlusconi, in the Italian context, is actually more than that. He is a mix of Murdoch and Bill Gates, laced with a generous measure of Mohamed Al Fayed. Berlusconi - or, in some cases, his wife and children - owns virtually all of Italy's commercial TV networks, the country's biggest advertising company, the biggest publishing house, the biggest film distribution business, two national newspapers, 50 magazines and internet service providers. He is a big player in the construction business and insurance, and he is president of Italy's most glamorous football club, current European champions AC Milan. On top of all that, as head of a political party that he - or rather his advertising company, Publitalia - created in two months in 1994, he has been elected prime minister of Italy twice. His current tenure has stretched to two and a half years, the second-longest run of a head of government since Mussolini. If he makes it through to Christmas 2004, and the betting is that he will, the record will be all his own.
There are two ways to respond to these breathtaking facts. The first, and most habitual in the Protestant cultures of the north, is moral outrage. Scandinavian - not to mention German - politicians are always getting terribly exercised over what quite obviously are his stupefying conflicts of interest. The Economist, joined with sporadic vehemence by the big American newspapers, has led the charge in the English-speaking media against what many unsurprisingly perceive to be the rampant manner in which he has traduced the tenets of capitalist democracy.
The second way to respond to Berlusconi (and it does not necessarily have to be at odds with the first - one may bury and praise him at the same time) is with plain admiration. 'L'tat c'est moi,' declared Louis XIV, and no doubt he was pretty pleased with himself when he said it. But it's one thing to be a hereditary Sun King 100 years before the French revolution; quite another to be Sun King (Berlusconi does, incidentally, describe himself as 'the anointed one' from time to time) at the beginning of the 21st century. And not, with respect, in Equatorial Guinea, but in Italy, the world's sixth largest economy. Though that's the least of it. We are talking about a quite magnificent country here, whose contribution to humanity, whose history, is awe-inspiring. The list of great Italians is, simply, unbeatable. Leonardo da Vinci, Galileo, Christopher Columbus, Dante, Puccini, Michelangelo, Vivaldi, Thomas Aquinas, Marconi, Virgil, Cicero, Julius Caesar. And now, following in the great tradition, Silvio Berlusconi. A buffoon, maybe, who is on record as describing himself as the greatest Italian of the 20th century; corrupt, quite possibly, as he has spent much of his life fending off sundry charges of bribery and illegal enrichment - charges which he says are politically motivated. But, say what you like about him, the one thing you cannot deny is that he is also a genius. He has to be, otherwise how could he have amassed and retained such an extraordinary concentration of wealth and power? Everything he touches turns to gold, even if, as one Italian journalist suggested, he then takes it.
The Roman emperors knew that the secret to exercising peaceful rule over the people was to provide them with bread and circus. Well, Berlusconi owns the circus, pretty much all of it - the TV, the football, the magazines, the books. And as a head of government, who also happens to own Italy's biggest supermarket chain, he also controls, in the widest sense of the word, the bread.
Just in case anyone entertained any doubts as to his all-pervasive ubiquity, he posted his personal biography, the magnificently bound An Italian Story, to every single family in Italy during the 2001 election campaign. Replete with glossy colour photographs of a relentlessly grinning Silvio, the 128-page book (12m copies were made) describes Berlusconi as 'the perfect personification of the Italian dream'. Rather more accurately, Italy being a country where people rarely imagine they will ever rise out of the social stratum into which they were born, he might be described as a perfect Italian imitation of the American Dream.
He was born in 1936 in Milan, to ordinary middle-class parents: his father, Luigi, was a bank employee; his mother, Rosella, was a secretary at a Pirelli factory. A bright lad at school, he displayed his entrepreneurial bent early on by charging his schoolmates for help with their Latin and Greek. He then paid his way through university working as a piano-playing crooner on cruise ships. Singing remains a passion to this day. Further evidence, if evidence were needed, of the man's genius is that - in between running his business empire, Italy and the European Union - he has found time to compose the lyrics for an album of love songs sung by a guitar-playing balladeer called Mariano Apicella. The album, released on CD the week before Putin's visit to Rome, is called Better a Song. Among the immortal lyrics the album contains, composed perhaps with the Russian president in mind, are these: 'With my heart in my mouth/ Because your love is everything to me/I know you may make me suffer/But I'll never let you go/Even if I have to fight/I will love you until the end'.
Italy's 21st-century Renaissance Man made his first serious bundle, and acquired his first private jet, in his mid-thirties, following the completion of his first construction project. A short man who thinks big, Berlusconi did not limit himself to your regular residential complex, or run-of-the-mill skyscraper. He built a town of 4,000 units on a swamp outside Milan, which, with characteristically brash immodesty, he christened Milano Due - Milan Two. He conceived the plan at the tender age of 27. He raised the money, well, no one quite seems to know where he raised the money, although inevitably in Italy there are unproved suspicions that the Mafia played an important part in kick-starting the Berlusconi business empire.
The profits from Milano Due went into starting his advertising agency, Publitalia, an entirely natural move for a man whose quintessential attribute, all observers agree, is that he is a brilliant salesman. Publitalia, the most successful selling machine in Italy, has remained from the beginning the beating heart of his sensationally successful commercial and political operations. Starting with television, and his company Mediaset, which today owns three of Italy's four terrestrial private TV channels; and ending with his political party, Forza Italia, whose image and message were created by Publitalia and subtly tailored to the requirements of each part of the country by the company's network of regional offices, located in every significantly sized town in Italy. Thanks to the miracle of advertising, Forza Italia was founded in January 1994 and by March the party was in power, with Berlusconi as prime minister - 50 of the Forza Italia deputies elected to parliament in that election were employees of Publitalia.
Renato Brunetta, one of Berlusconi's chief political strategists and economic advisers at Forza Italia, says that the way Berlusconi built his TV empire offers a large clue to the secret of his success. 'Berlusconi arrived in private TV after all the historically big entrepreneurs of Italy had tried to make a go of it and failed,' says Brunetta, speaking in his office at Forza Italia headquarters on Humility Street (Via dell'Umilta') in central Rome. Among the companies that had failed to cut it in the TV world were Fiat, whose late chairman Gianni Agnelli used to describe Berlusconi as 'the man with the pancake make-up'. Pancake or not, Brunetta continues, 'what Berlusconi did was what he always does. He cut to the core. He is not a "refinatto" analyser, not a man who turns things over in his head round and round. He goes straight to basic principles. So he asked himself the question, "What is the point of the TV business?" The point is, he said, to sell advertising at a national level.'
Berlusconi's problem was that at that time, in the Seventies, private TV was only allowed to operate in Italy at local level. 'So what he did next, having identified the core objective,' Brunetta says, 'was to invest all his energy and imagination in achieving it. His solution was to create a virtual national TV station.' What he did was broadcast the same programmes on local TV stations he owned all over the country at exactly the same times. 'The idea was pure genius. Through synchronising countless local stations nationwide he was able to compete in advertising revenue with the state broadcaster, RAI.'
In the Eighties, Berlusconi expanded into publishing. Again, he arrived late; again, his company, Mondadori, swiftly became the country's biggest publisher. So promiscuously extensive is the business that Mondadori actually publishes the majority of books critical of Berlusconi himself.
'It's not masochism, it's the market!' enthuses Brunetta, an economics academic whom Berlusconi defers to as 'professore' in their weekly meetings. 'Berlusconi is a pure businessman. For him, the free market is king.'
Just how pure is, of course, a moot point. Too pure, at one level, in the eyes of his most savage Italian critic, the magnificently named editor of the left-wing newspaper l'Unit, Furio Colombo. 'A normal person who goes into the television business does so with the dream of improving the content of the programming, but this was the very last thing in Berlusconi's mind,' says Colombo. 'For him, TV is exclusively a medium to make money, a large advertising mine to be tapped. Programmes are space to fill in between ads. We have maybe the worst TV in Europe. It is utterly vulgar. But no problem, because for Berlusconi it is a money-making formula.'
Berlusconi's TV channels very possibly are the worst in Europe, especially for a man of taste such as Colombo, a silver-haired sophisticate who spent a good part of his life as Gianni Agnelli's New York-based chief representative in the United States. Indeed, if diligently researched news documentaries or well-scripted costume dramas are what you are after, then don't waste your time channel-surfing Mediaset. What Mediaset did provide from the start were popular American soaps such as Dallas, which Italian viewers, raised on RAI's relentless stodge, gleefully embraced, as well as some spectacularly successful home-grown innovations such as quiz shows in which the attractive young female competitors who lost ended up on stage naked.
A well-known public figure in Italy who asked to remain anonymous says that while she was no friend of Berlusconi, one had to acknowledge that he had the popular touch, which she identifies as the key factor in his volcanic political rise. 'His vulgarity is the nation's vulgarity,' she says. 'The left rages against him, but in large measure out of frustration, because the terrible truth of which Berlusconi reminds them is that they have lost touch with the people, they have become elitist. Berlusconi knows much better than any left-wing intellectual what ordinary Italians want to see on television. He knows that what they really want to see is naked women.' In fact, Berlusconi spotted his second wife, Veronica in 1990, performing in a play described at the time by an Italian newspaper (perhaps one of Berlusconi's) as 'a topless classic'.
Others in the media world may be accused of dumbing down. Berlusconi does not need to dumb down. He does not patronise the masses; he does not talk down to them. He is, for better or for worse, one of them. As a pure-hearted journalist of the left lamented: 'When Berlusconi makes what many of us take to be disgusting, outrageous comments he is really giving voice to the views of the 20m Italians who voted for him. When he says - as he did after 11 September - that Muslims are an inferior culture; when he says Mussolini was not so bad; when he says Europe should be declared a Christian area; when he makes jokes comparing German politicians to Nazi prison-camp commanders - when he says all of these things he is simply expressing the ignorant, superficial, narrow, incurious about the outside world views of many, many Italians.'
And not just Italians, the journalist - a much-travelled man - might well have added. Berlusconi, unlike other politicians who paint pictures of the world as they would like it to be, relates to the world as it is. Specifically to his Italian world. 'He is a delinquent,' says the well-known public figure who does not want to be quoted by name. 'But then, so are the people who vote for him. They all cheat on their taxes, they all flout the rules and defraud the system in one way or another.'
The various charges brought against Berlusconi, courtesy of a chart published in The Economist, are these: illegal financing of political parties, tax fraud, false accounting, bribing financial police and bribing judges. One way or another, despite nine separate trials, he has managed to wriggle his way out of trouble. Either he has found succour in the statute of limitations or in amendments to laws that he himself, as prime minister, has championed. Only one case is pending. It concerns the alleged bribery of judges in a matter involving the sale of a state-owned biscuit company.
'Berlusconi is a man with a lot of skeletons in his cupboard,' says Giuliano Ferrara, a minister in Berlusconi's first government and, to this day, one of his closest confidants. 'But it is also true that the public prosecutors are very biased against him.' They were biased against him, or legitimately gunning for him (depending on your point of view) in part because of his close friendship with former Socialist Party prime minister Bettino Craxi, a man identified by a sort of moral revolution that swept the Italian judiciary in the early Nineties - Mani Pulite, or Clean Hands, they called it - as the epitome of the corruption at the heart of the Italian political system.
Craxi, who was godfather to one of Berlusconi's daughters, is credited with having whipped a decree through the Italian parliament in 1984 that allowed Berlusconi's Mediaset to go fully national. When Mani Pulite struck - indicting 900 politicians, civil servants and businessmen - Craxi, the judges' most treasured prize, fled to Tunisia, where he died in exile.
Craxi was Berlusconi's most valued political patron. Indeed, it was Craxi who bestowed on Berlusconi the honorific title of 'Cavaliere', Italy's republican equivalent of a knighthood. It was the least of the favours Craxi did him. No one would try to pretend that Craxi did not contribute significantly to building the Berlusconi fortune. Certainly not Ferrara, who meets with Berlusconi at least once a week and is today the editor of Il Foglio, a newspaper owned by the Berlusconi family. 'We all know we live in a country where fortunes can only be built on political grounds, on the back of alliances,' Ferrara says. 'Berlusconi, as a very successful TV businessman, was very well connected politically, and friends with Craxi. When Craxi was made the great scapegoat, Berlusconi felt he was next. And that is initially why he got into power. He had to do it to save himself.'
Until the legal waters started rising up to his neck, going into politics was the last thing on Berlusconi's mind. As Brunetta, Berlusconi's 'professore' at Forza Italia says, 'When I first met him in the early Nineties it was clear that he was a businessman through and through, with no interest in politics whatsoever.' It is, once again, a tribute to Berlusconi's talent that he identified the problem - 'I am in legal trouble because I have no more political patrons left' - then identified the solution - 'The only thing for it is for me to become my own political patron' - and then set about with extraordinary vigour and single-mindedness to found a political party, lead it and, in barely two months, become prime minister of Italy.
The coalition on which his first government was built fell apart after eight months, but while he had to wait until May 2001 to resume the prime ministership, his power as head of what remained during this time - Italy's biggest parliamentary party - remained considerable, allowing him, for example, to protect himself against attempts to encroach on his virtual monopoly of private TV. But his primary purpose in holding political power, as Ferrara points out, was to shield himself from the law. Whereupon he set about decriminalising several of the offences of which he was accused. Most spectacularly, last year his government passed a law that provided Berlusconi and five other high-ranking members of government with immunity against prosecution so long as they held office.
'Similar immunity laws are in place in France and Spain,' Ferrara shrugs. 'As for some of the other laws, they helped him, but they were valid for all.' The abolition of inheritance tax, one of his first measures on coming to office, was a case in point. It pleased all those who voted for him, but, Berlusconi being the richest man in Italy, it pleased his family best of all. He has passed laws that have given his companies huge tax write-offs. Last month, the Italian president, Carlo Azeglio Ciampi, shocked Berlusconi by refusing to sign a bill that would have further relaxed limits on media ownership as well as protect one of his family's TV stations, which under the present law is threatened by closure.
A setback, this, but not a disaster. A few days later Berlusconi's cabinet issued a decree providing Mediaset channel Rete 4 with the cover required to continue operating. As for the controversial bill, which would allow Berlusconi not only to consolidate his TV interests but expand his interests in print, the president will be obliged to sign it if the Italian parliament approves it a second time. Berlusconi's deputy prime minister, Gianfranco Fini, said he was convinced the bill would be returned to Ciampi for rubber stamping; whereupon - at least, this is the word in journalistic circles - Berlusconi will be free to pursue his ultimate aim, to acquire Italy's most respected and venerable newspaper, Corriere della Sera.
All of which suggests that if Italy were not already a member of the European Union it would struggle, so long as Berlusconi were in power, to meet the democratic criteria necessary to be admitted. Indeed, the European parliament, alarmed by Berlusconi's conflicts of interest, ordered an inquiry in October into freedom of expression in Italy. Furio Colombo has no doubt as to what the inquiry's findings should be. 'Berlusconi being prime minister represents an immense act of intimidation against all journalists, most of whom in Italy want eventually to go into television, because everybody knows that what you write and say may impact on your career.' Just in case anyone should have failed to get the message, Berlusconi has seen to it that examples are made of journalists who go beyond what he considers to be the boundaries of acceptable criticism.
The most celebrated case was that of Enzo Biagi, the most respected of Italian TV journalists. On the eve of the 2001 election, Biagi interviewed Roberto Benigni, the great Italian comic actor, star of the Oscar-winning film Life is Beautiful. As Colombo remembers it, Biagi asked Benigni what he thought of Berlusconi, whereupon Benigni started laughing, and laughing, and laughing in a manner so madly infectious that Biagi could not help but join in. Nor could Biagi restrain himself when Benigni set off on one of his trademark stream-of-consciousness monologues.
'Who is Berlusconi?' began Benigni. 'He is someone who always wants to be in on the act. He wants to be everywhere. He wants to be the star. There's a meeting, he talks. He goes to a wedding, he wants to be the bridegroom. He goes to a funeral, he wants to be the deceased.'
Biagi cracked up. The programme he was presenting, a five-minute interview and commentary programme called Il Fatto (The Event), had been broadcast since 1995. Despite Benigni's jokes, Berlusconi won the election, but he never forgave Biagi, claiming he had deliberately sought to turn voters against him. A year later, in April 2002, while on an official visit to Bulgaria, Berlusconi took his revenge. Publicly accusing Biagi and another RAI journalist of putting public television 'to criminal use', he urged RAI's management to take measures to prevent such abuses from happening again. Within two months Biagi and Il Fatto had been taken off the air, and were never to reappear on RAI again.
Even Berlusconi's best friends thought that this was too much. Ferrara wrote a column in his paper accusing him of abusing his power. Colombo goes a lot further. Claiming that RAI's subservience to Berlusconi effectively gives him control of 90 per cent of Italian TV, Colombo says Berlusconi exercises the most sinister influence over Italians' thought processes. 'He controls information so that people think what he wants them to think. Mussolini used tanks. Berlusconi uses his control of the media.'
You have to wonder, though. While there may be much truth in the contention that in the Italian media arena Berlusconi fills the role both of player and referee, is it also true to say that Italians are so easily manipulated, so gullible? After all, if there is one group of people in the world who were most definitely not born yesterday, it is the Italians. The really interesting thing, surely, is not that people vote for Berlusconi in such huge numbers because they have been reduced to sheep, but that they do so in the full possession of their faculties. It is not as if the opposition parties made some sort of a perverse pact to remain silent on Berlusconi's sins during the election campaign. On the contrary. 'He won the elections,' says Ferrara, 'despite the Italian public knowing everything about his conflicts of interest and his judicial problems.'
They know, as Benigni reminded them, and as Ferrara cheerfully admits, that Berlusconi is a 'megalomaniac' (though, as Ferrara maintains, a pleasingly self-deprecating one in private). They know he is - again, in Ferrara's term - a 'gaffeur'. They know, from his cheesy love songs, that he is something of a clown. They know he is corrupt, because they know you cannot make that much money in business in Italy without being corrupt. They know, to borrow John Dryden's description of a contemporary 17th-century politician, that 'in the course of one revolving moon, he was chymist [sic], fiddler, statesman and buffoon'. And yet 20m Italians have voted for him - twice. And may do so again. For all the belly-aching of the Italian left, and of The Economist, and of right-thinking politicians in Germany, Finland and Sweden, there is nothing resembling a national clamour for his removal from office. No riots, no street demonstrations. And while half of Italy may be against him, as half of America is against George Bush, there is no reason to believe he will not be elected again next time, should he still feel the legal pressure to stand.
So what is it all about? Could it be that Berlusconi has some redeeming features? Those who know him, like Brunetta, say that he is cheerfully egalitarian in his treatment of people, be they his chefs, secretaries or cabinet ministers. They say he works hard, that he exudes an all-American optimism in everything he does, that he is not the paranoid tycoon type, rather he is a team man who likes to make people around him rich, so long as they work for the furtherance of his glory. He is also, his advisers insist, a remarkably good listener, who takes notes as they talk. And, obviously, he is a mightily astute self-made man.
One of Berlusconi's greatest attributes, as far as the general public is concerned, may be his bare-faced honesty. As Ferrara says, no one will ever accuse him of being a natural-born politician, a man who chooses his words carefully, who knows how to be economical with the truth.
Tana de Zulueta, a senator of the Democratic Left party and one of Berlusconi's most vociferous critics, says that his gaffes in the Rome press conference with Putin provided further evidence of 'his diabolical mixture of ignorance - he does not read the dossiers because he is simply not interested in the business of government - and his slightly demented exhibitionist streak.' And, yes indeed, he may be a mildly bonkers egomaniac, he may be the single most corrupt politician in Europe, but he has never purported to be a whiter-than-white Tony Blair type. During the day of that famous session at the European parliament when he compared the German politician to a Nazi, he let slip a quite remarkable little nugget. Pressed by a critic who suggested that back home he was passing laws that served his own interests, Berlusconi indignantly replied that out of 350 laws his government had proposed, 'only three' had been 'in a certain sense' for his own benefit. Terribly shocking, this, to Protestant European sensibilities, of course, but is it really much worse than President Bush passing laws that cut taxes for his rich election campaign donors, that do favours to his old buddies in the oil industry?
Take another example, Berlusconi's response to the question why his government supported the war in Iraq. None of the convoluted arguments employed by Mr Blair; no sexing up of dossiers; no claims that Italy was under imminent threat of nuclear attack. As Brunetta says of him, he is a simplifier who cuts straight to the point. I supported the war in Iraq because that is what the Americans wanted me to do, is what he says. More specifically, this is what he told The Spectator in an interview in the summer: 'If a brother goes into a certain business and for three months I say, "I beg you not to do it", and when he does it - well, he is my brother, and I support him, even if not to the point of paying for all his losses! And I have done the same thing with the US. We are alive today because of the US and it was the US who liberated us from Nazism and Communism and supported our economic growth.'
In other words, Berlusconi is America's poodle. Unlike others, he does not pretend that he isn't. Whatever else you may say about him, he is not a hypocrite. He does mention the war; he says what he really thinks about Muslims and Christians (one wonders if Bush does). He is so sensationally uninhibited, in fact, that he makes no bones about repeating the widespread rumour that his topless actress wife, Veronica Lario, is having an affair with Massimo Cacciari, a Marxist philosopher and former mayor of Venice. Thus it was that a year ago he introduced the Danish prime minister, who was visiting Rome, as 'Anders Rasmussen, the best-looking prime minister in Europe', remarking that he and Veronica really ought to meet. Rasmussen, after all, was so much better looking than Cacciari.
If Italians vote for him it must be, in the end, because they like him. Because they see much of themselves in him. His disregard for the rules; the importance he attaches to cutting a bella figura; his unabashed cynicism (as per his relationship with the transparently amoral Putin); and a sense, detectable too from a distance that, like most Italians, he sucked in an understanding of life's comic futility with his mother's milk.
If every day on your way to work you drive - or in previous centuries, rode or walked - past the Colosseum, past that monumental ruin of an empire that once bestrode the known world, then it is impossible not to be possessed of a keen sense of irony; of an understanding that everything passes, nothing lasts and there is nothing new under the sun. A point Ferrara makes is that Italians have nothing remotely equivalent to the veneration Americans feel for the White House, the British (or at least a good number of them) for the monarchy, the Spanish for the hidalgo concept of nobility. Nothing beyond the inner circle of family and close friends is sacred.
Foreigners visiting Italy can sense it in the languid condescension with which they are regarded by the natives, the world-weary amusement. Which is hardly surprising if, never mind the rise and fall of the Roman empire, your country has been subjected to pillage, slaughter and rape for one generation after the next for 16 centuries. The inevitable outcome is that you attach no faith to your country's rulers. They have never protected you from the barbarian hordes. You try, in fact, to keep government as far removed from your life as possible, because insofar as they have been able to, they have pillaged you, too. 'Piove; governo ladro,' the Italians say. 'It rains; the government steals.' So what else is new? At least Berlusconi does not seriously try to make out that he is somehow different, that he is possessed of a superior virtue. To play the fool: that is OK. We all get the joke. And even if sometimes it is not very funny, if there is something a little operatically embarrassing about him, what does it matter, really?
Central government in Italy feels far away. If Berlusconi makes a fool of himself, it is his business; it is not as if anyone imagines he is the incarnation of the Italian people. People vote for him - insofar as they think about it very much, which most Italians do not - because they admire his success and because he is like many of them, only more so. He is not just Italian, he is Italianissimo. Some may think, as he does of the Muslims, that the Berlusconi phenomenon reveals Italy to be an inferior civilisation. Some will say the precise opposite. Either way, don't expect the man on the Colosseum omnibus to be particularly fussed.
He's the gaffe-plagued populist who thrives on controversy. A self-made plutocrat with a taste for La Dolce Vita, pancake make-up and the grandest of gestures. He's been called a clown and a buffoon; but he's Italy's richest and most influential public figure and is well on his way to becoming the country's longest-serving head of state since Mussolini. John Carlin profiles Silvio Berlusconi, a Roman emperor for the 21st century
John Carlin
The Observer, Sunday 18 January 2004
There's always a tingle of anticipation when Silvio Berlusconi enters the stage, a sense that something shockingly out of the ordinary will happen. Italy's accidental prime minister - the fabulously rich businessman turned astonishingly successful politician - has a knack for disrupting the earnest protocols of office. Kissing the bride at an Islamic wedding in Turkey; insinuating to the prime minister of Denmark that he should have sex with his (Berlusconi's) wife; calling a German parliamentarian a Nazi: it has all been part of the burlesque repertoire of the man that Italians have come to know - some in jest, some with admiration - as il Cavaliere, the knight.
A press conference in Rome last month with Russian president Vladimir Putin presented a further opportunity for outrage or - depending on your point of view - delight. The surprise was that for the first few minutes of the ceremony it seemed as if this was an opportunity he had resolved to pass up. Possibly out of respect for the man he likes to call his 'caro amico Vladimiro', he was on his best behaviour, nodding ponderously, lips pursed with almost comical solemnity, as Putin trotted out the pieties habitual on these occasions.
When the mood changed, when the dour Russian ventured a dull pleasantry, Berlusconi released a sunny smile - then held the smile on his copper-coloured face, dense with make-up, for a good half minute, before allowing it gently, sagely to recede. To the relief of Berlusconi's anxious aides, and to the disappointment of the large journalistic contingent, it was all going very smoothly indeed. Until a reporter from Le Monde thought to ask Putin a double-barrelled beast of a question about human rights in Chechnya and the political motivations behind a decision by the Russian judiciary to jail the country's richest tycoon. The former KGB man, unaccustomed to this sort of bolshiness from reporters, stiffened. Berlusconi adopted the guise of a man who had suffered a dreadful personal affront. 'What! Insult a guest in my house? How dare you?' his face seemed to say.
So he did what any good cavaliere would do in the circumstances. He leapt to Putin's defence, interposing himself between the Russian and his French assailant. Reaching out a hand and grabbing Putin by the arm, as if to say, 'Leave this to me, Vladimiro', he fixed his eyes defiantly on the rude interrogator and declared, 'I would like to say something first, if I may.' Introducing himself to the assembled company as Putin's 'defence lawyer, 'even if he has not asked me', Berlusconi proceeded to clear his bemused client on all counts. First, all these stories of Russian human rights abuses in Chechnya were 'legends' fabricated by the press. He knew all about this, he said, forced to endure, as he had been, the hostility of 85 per cent of the Italian press. As for the notion, similarly disseminated by the 'false' press, that Putin had anything at all to do with the decision to jail the oil billionaire, Mikhail Khodorkovsky, Berlusconi knew the Russian president well enough to offer 'a guarantee' that he respected the division between the executive power and the judiciary.
The gaffe was not Berlusconi's most ludicrous, but it was one of the most serious - because he was speaking in his capacity as president of the European Union's Council of Ministers and it is a well-known fact that the EU disapproves of what it considers to be brutal human rights abuses in Chechnya by the Russians, and that it has grave reservations about what many Kremlin observers have taken to be a Putin-inspired decision to go after Russia's richest man.
Foreign ministries up and down Europe immediately disowned Berlusconi's remarks, making it plain he was not speaking on their behalf. Such, indeed, was the outrage Berlusconi generated that his remarks have been taken by foreign ministries across the continent as a reason seriously to re-examine the validity of the principle of a rotating EU presidency. Berlusconi's six-month incumbency, which ended last month, failed in its central task of drawing up a new European constitution and has been roundly condemned as a fiasco in the European parliament. Graham Watson, leader of Britain's Liberal Democrat contingent in the parliament, told Berlusconi his presidency had been 'a personal failure'. 'In six short months the presidency... has shown contempt for the European Union's policy toward Russia and has offended Canada,' said Watson, referring to Berlusconi's unilateral decision to cancel an annual Canada-EU summit. 'You set your presidency a target of a constitution by Christmas and by your own standards you failed.'
Maybe. But in the Berlusconi universe interests - concrete things that you can see and hold - count for a lot more than vague notions of 'standards'. Il Cavaliere's perception of what lies in his, and maybe even Italy's, self-interest includes forging closer ties with Russia, which means - to hell with what the Liberal Democrats or the Canadians might think - being good friends with Putin. As one of his economic advisers admiringly explained, Berlusconi has had 'the vision' to see that a close strategic alliance with Russia is good for Italian business. And he has accordingly invested a good deal of time in cementing that alliance. He has met with Putin four times in the past year; once, in the summer, at his holiday residence in Sardinia, where he invited the Russian leader's wife and two daughters and filled nine of his own villas with the impressive Russian retinue. (He had to buy two new ones at the last minute in order to accommodate a larger than expected bodyguard contingent.)
Putin is a cold fish, but Berlusconi's opulence and personal warmth have charmed him. A KGB apparatchik most of his adult life, who would have sampled little in the way of la dolce vita during his years as a spy in East Germany, Putin is a sucker for Berlusconi's Mediterranean largesse. The Italian's gallant intervention on his behalf in the face of French journalistic perfidy was the consummation of a most unlikely marriage. As Berlusconi raved, Putin glowed. Why unlikely? Because Berlusconi is the very incarnation of the thing that, in his own country, Putin most detests. The view of most independent analysts of the Russian political scene is that the reason Khodorkovsky was jailed is because he and other Russian tycoons had made an unspoken deal with the Kremlin, whereby they would be allowed to set about their tax-dodging, filthy rich ways so long as they never, ever crossed the line into politics. Khodorkovsky did, funding political parties opposed to Putin, and that was the end of him.
To say that Berlusconi, who is the richest man in Italy (far richer than Khodorkovsky), has crossed the line between big business and politics would be a ludicrous understatement. Never in history - at least not in the history of western democracy - has anything like it ever been seen. It's as if Rupert Murdoch were president of the US, but in addition to owning Fox he also owned CBS and NBC. But Berlusconi, in the Italian context, is actually more than that. He is a mix of Murdoch and Bill Gates, laced with a generous measure of Mohamed Al Fayed. Berlusconi - or, in some cases, his wife and children - owns virtually all of Italy's commercial TV networks, the country's biggest advertising company, the biggest publishing house, the biggest film distribution business, two national newspapers, 50 magazines and internet service providers. He is a big player in the construction business and insurance, and he is president of Italy's most glamorous football club, current European champions AC Milan. On top of all that, as head of a political party that he - or rather his advertising company, Publitalia - created in two months in 1994, he has been elected prime minister of Italy twice. His current tenure has stretched to two and a half years, the second-longest run of a head of government since Mussolini. If he makes it through to Christmas 2004, and the betting is that he will, the record will be all his own.
There are two ways to respond to these breathtaking facts. The first, and most habitual in the Protestant cultures of the north, is moral outrage. Scandinavian - not to mention German - politicians are always getting terribly exercised over what quite obviously are his stupefying conflicts of interest. The Economist, joined with sporadic vehemence by the big American newspapers, has led the charge in the English-speaking media against what many unsurprisingly perceive to be the rampant manner in which he has traduced the tenets of capitalist democracy.
The second way to respond to Berlusconi (and it does not necessarily have to be at odds with the first - one may bury and praise him at the same time) is with plain admiration. 'L'tat c'est moi,' declared Louis XIV, and no doubt he was pretty pleased with himself when he said it. But it's one thing to be a hereditary Sun King 100 years before the French revolution; quite another to be Sun King (Berlusconi does, incidentally, describe himself as 'the anointed one' from time to time) at the beginning of the 21st century. And not, with respect, in Equatorial Guinea, but in Italy, the world's sixth largest economy. Though that's the least of it. We are talking about a quite magnificent country here, whose contribution to humanity, whose history, is awe-inspiring. The list of great Italians is, simply, unbeatable. Leonardo da Vinci, Galileo, Christopher Columbus, Dante, Puccini, Michelangelo, Vivaldi, Thomas Aquinas, Marconi, Virgil, Cicero, Julius Caesar. And now, following in the great tradition, Silvio Berlusconi. A buffoon, maybe, who is on record as describing himself as the greatest Italian of the 20th century; corrupt, quite possibly, as he has spent much of his life fending off sundry charges of bribery and illegal enrichment - charges which he says are politically motivated. But, say what you like about him, the one thing you cannot deny is that he is also a genius. He has to be, otherwise how could he have amassed and retained such an extraordinary concentration of wealth and power? Everything he touches turns to gold, even if, as one Italian journalist suggested, he then takes it.
The Roman emperors knew that the secret to exercising peaceful rule over the people was to provide them with bread and circus. Well, Berlusconi owns the circus, pretty much all of it - the TV, the football, the magazines, the books. And as a head of government, who also happens to own Italy's biggest supermarket chain, he also controls, in the widest sense of the word, the bread.
Just in case anyone entertained any doubts as to his all-pervasive ubiquity, he posted his personal biography, the magnificently bound An Italian Story, to every single family in Italy during the 2001 election campaign. Replete with glossy colour photographs of a relentlessly grinning Silvio, the 128-page book (12m copies were made) describes Berlusconi as 'the perfect personification of the Italian dream'. Rather more accurately, Italy being a country where people rarely imagine they will ever rise out of the social stratum into which they were born, he might be described as a perfect Italian imitation of the American Dream.
He was born in 1936 in Milan, to ordinary middle-class parents: his father, Luigi, was a bank employee; his mother, Rosella, was a secretary at a Pirelli factory. A bright lad at school, he displayed his entrepreneurial bent early on by charging his schoolmates for help with their Latin and Greek. He then paid his way through university working as a piano-playing crooner on cruise ships. Singing remains a passion to this day. Further evidence, if evidence were needed, of the man's genius is that - in between running his business empire, Italy and the European Union - he has found time to compose the lyrics for an album of love songs sung by a guitar-playing balladeer called Mariano Apicella. The album, released on CD the week before Putin's visit to Rome, is called Better a Song. Among the immortal lyrics the album contains, composed perhaps with the Russian president in mind, are these: 'With my heart in my mouth/ Because your love is everything to me/I know you may make me suffer/But I'll never let you go/Even if I have to fight/I will love you until the end'.
Italy's 21st-century Renaissance Man made his first serious bundle, and acquired his first private jet, in his mid-thirties, following the completion of his first construction project. A short man who thinks big, Berlusconi did not limit himself to your regular residential complex, or run-of-the-mill skyscraper. He built a town of 4,000 units on a swamp outside Milan, which, with characteristically brash immodesty, he christened Milano Due - Milan Two. He conceived the plan at the tender age of 27. He raised the money, well, no one quite seems to know where he raised the money, although inevitably in Italy there are unproved suspicions that the Mafia played an important part in kick-starting the Berlusconi business empire.
The profits from Milano Due went into starting his advertising agency, Publitalia, an entirely natural move for a man whose quintessential attribute, all observers agree, is that he is a brilliant salesman. Publitalia, the most successful selling machine in Italy, has remained from the beginning the beating heart of his sensationally successful commercial and political operations. Starting with television, and his company Mediaset, which today owns three of Italy's four terrestrial private TV channels; and ending with his political party, Forza Italia, whose image and message were created by Publitalia and subtly tailored to the requirements of each part of the country by the company's network of regional offices, located in every significantly sized town in Italy. Thanks to the miracle of advertising, Forza Italia was founded in January 1994 and by March the party was in power, with Berlusconi as prime minister - 50 of the Forza Italia deputies elected to parliament in that election were employees of Publitalia.
Renato Brunetta, one of Berlusconi's chief political strategists and economic advisers at Forza Italia, says that the way Berlusconi built his TV empire offers a large clue to the secret of his success. 'Berlusconi arrived in private TV after all the historically big entrepreneurs of Italy had tried to make a go of it and failed,' says Brunetta, speaking in his office at Forza Italia headquarters on Humility Street (Via dell'Umilta') in central Rome. Among the companies that had failed to cut it in the TV world were Fiat, whose late chairman Gianni Agnelli used to describe Berlusconi as 'the man with the pancake make-up'. Pancake or not, Brunetta continues, 'what Berlusconi did was what he always does. He cut to the core. He is not a "refinatto" analyser, not a man who turns things over in his head round and round. He goes straight to basic principles. So he asked himself the question, "What is the point of the TV business?" The point is, he said, to sell advertising at a national level.'
Berlusconi's problem was that at that time, in the Seventies, private TV was only allowed to operate in Italy at local level. 'So what he did next, having identified the core objective,' Brunetta says, 'was to invest all his energy and imagination in achieving it. His solution was to create a virtual national TV station.' What he did was broadcast the same programmes on local TV stations he owned all over the country at exactly the same times. 'The idea was pure genius. Through synchronising countless local stations nationwide he was able to compete in advertising revenue with the state broadcaster, RAI.'
In the Eighties, Berlusconi expanded into publishing. Again, he arrived late; again, his company, Mondadori, swiftly became the country's biggest publisher. So promiscuously extensive is the business that Mondadori actually publishes the majority of books critical of Berlusconi himself.
'It's not masochism, it's the market!' enthuses Brunetta, an economics academic whom Berlusconi defers to as 'professore' in their weekly meetings. 'Berlusconi is a pure businessman. For him, the free market is king.'
Just how pure is, of course, a moot point. Too pure, at one level, in the eyes of his most savage Italian critic, the magnificently named editor of the left-wing newspaper l'Unit, Furio Colombo. 'A normal person who goes into the television business does so with the dream of improving the content of the programming, but this was the very last thing in Berlusconi's mind,' says Colombo. 'For him, TV is exclusively a medium to make money, a large advertising mine to be tapped. Programmes are space to fill in between ads. We have maybe the worst TV in Europe. It is utterly vulgar. But no problem, because for Berlusconi it is a money-making formula.'
Berlusconi's TV channels very possibly are the worst in Europe, especially for a man of taste such as Colombo, a silver-haired sophisticate who spent a good part of his life as Gianni Agnelli's New York-based chief representative in the United States. Indeed, if diligently researched news documentaries or well-scripted costume dramas are what you are after, then don't waste your time channel-surfing Mediaset. What Mediaset did provide from the start were popular American soaps such as Dallas, which Italian viewers, raised on RAI's relentless stodge, gleefully embraced, as well as some spectacularly successful home-grown innovations such as quiz shows in which the attractive young female competitors who lost ended up on stage naked.
A well-known public figure in Italy who asked to remain anonymous says that while she was no friend of Berlusconi, one had to acknowledge that he had the popular touch, which she identifies as the key factor in his volcanic political rise. 'His vulgarity is the nation's vulgarity,' she says. 'The left rages against him, but in large measure out of frustration, because the terrible truth of which Berlusconi reminds them is that they have lost touch with the people, they have become elitist. Berlusconi knows much better than any left-wing intellectual what ordinary Italians want to see on television. He knows that what they really want to see is naked women.' In fact, Berlusconi spotted his second wife, Veronica in 1990, performing in a play described at the time by an Italian newspaper (perhaps one of Berlusconi's) as 'a topless classic'.
Others in the media world may be accused of dumbing down. Berlusconi does not need to dumb down. He does not patronise the masses; he does not talk down to them. He is, for better or for worse, one of them. As a pure-hearted journalist of the left lamented: 'When Berlusconi makes what many of us take to be disgusting, outrageous comments he is really giving voice to the views of the 20m Italians who voted for him. When he says - as he did after 11 September - that Muslims are an inferior culture; when he says Mussolini was not so bad; when he says Europe should be declared a Christian area; when he makes jokes comparing German politicians to Nazi prison-camp commanders - when he says all of these things he is simply expressing the ignorant, superficial, narrow, incurious about the outside world views of many, many Italians.'
And not just Italians, the journalist - a much-travelled man - might well have added. Berlusconi, unlike other politicians who paint pictures of the world as they would like it to be, relates to the world as it is. Specifically to his Italian world. 'He is a delinquent,' says the well-known public figure who does not want to be quoted by name. 'But then, so are the people who vote for him. They all cheat on their taxes, they all flout the rules and defraud the system in one way or another.'
The various charges brought against Berlusconi, courtesy of a chart published in The Economist, are these: illegal financing of political parties, tax fraud, false accounting, bribing financial police and bribing judges. One way or another, despite nine separate trials, he has managed to wriggle his way out of trouble. Either he has found succour in the statute of limitations or in amendments to laws that he himself, as prime minister, has championed. Only one case is pending. It concerns the alleged bribery of judges in a matter involving the sale of a state-owned biscuit company.
'Berlusconi is a man with a lot of skeletons in his cupboard,' says Giuliano Ferrara, a minister in Berlusconi's first government and, to this day, one of his closest confidants. 'But it is also true that the public prosecutors are very biased against him.' They were biased against him, or legitimately gunning for him (depending on your point of view) in part because of his close friendship with former Socialist Party prime minister Bettino Craxi, a man identified by a sort of moral revolution that swept the Italian judiciary in the early Nineties - Mani Pulite, or Clean Hands, they called it - as the epitome of the corruption at the heart of the Italian political system.
Craxi, who was godfather to one of Berlusconi's daughters, is credited with having whipped a decree through the Italian parliament in 1984 that allowed Berlusconi's Mediaset to go fully national. When Mani Pulite struck - indicting 900 politicians, civil servants and businessmen - Craxi, the judges' most treasured prize, fled to Tunisia, where he died in exile.
Craxi was Berlusconi's most valued political patron. Indeed, it was Craxi who bestowed on Berlusconi the honorific title of 'Cavaliere', Italy's republican equivalent of a knighthood. It was the least of the favours Craxi did him. No one would try to pretend that Craxi did not contribute significantly to building the Berlusconi fortune. Certainly not Ferrara, who meets with Berlusconi at least once a week and is today the editor of Il Foglio, a newspaper owned by the Berlusconi family. 'We all know we live in a country where fortunes can only be built on political grounds, on the back of alliances,' Ferrara says. 'Berlusconi, as a very successful TV businessman, was very well connected politically, and friends with Craxi. When Craxi was made the great scapegoat, Berlusconi felt he was next. And that is initially why he got into power. He had to do it to save himself.'
Until the legal waters started rising up to his neck, going into politics was the last thing on Berlusconi's mind. As Brunetta, Berlusconi's 'professore' at Forza Italia says, 'When I first met him in the early Nineties it was clear that he was a businessman through and through, with no interest in politics whatsoever.' It is, once again, a tribute to Berlusconi's talent that he identified the problem - 'I am in legal trouble because I have no more political patrons left' - then identified the solution - 'The only thing for it is for me to become my own political patron' - and then set about with extraordinary vigour and single-mindedness to found a political party, lead it and, in barely two months, become prime minister of Italy.
The coalition on which his first government was built fell apart after eight months, but while he had to wait until May 2001 to resume the prime ministership, his power as head of what remained during this time - Italy's biggest parliamentary party - remained considerable, allowing him, for example, to protect himself against attempts to encroach on his virtual monopoly of private TV. But his primary purpose in holding political power, as Ferrara points out, was to shield himself from the law. Whereupon he set about decriminalising several of the offences of which he was accused. Most spectacularly, last year his government passed a law that provided Berlusconi and five other high-ranking members of government with immunity against prosecution so long as they held office.
'Similar immunity laws are in place in France and Spain,' Ferrara shrugs. 'As for some of the other laws, they helped him, but they were valid for all.' The abolition of inheritance tax, one of his first measures on coming to office, was a case in point. It pleased all those who voted for him, but, Berlusconi being the richest man in Italy, it pleased his family best of all. He has passed laws that have given his companies huge tax write-offs. Last month, the Italian president, Carlo Azeglio Ciampi, shocked Berlusconi by refusing to sign a bill that would have further relaxed limits on media ownership as well as protect one of his family's TV stations, which under the present law is threatened by closure.
A setback, this, but not a disaster. A few days later Berlusconi's cabinet issued a decree providing Mediaset channel Rete 4 with the cover required to continue operating. As for the controversial bill, which would allow Berlusconi not only to consolidate his TV interests but expand his interests in print, the president will be obliged to sign it if the Italian parliament approves it a second time. Berlusconi's deputy prime minister, Gianfranco Fini, said he was convinced the bill would be returned to Ciampi for rubber stamping; whereupon - at least, this is the word in journalistic circles - Berlusconi will be free to pursue his ultimate aim, to acquire Italy's most respected and venerable newspaper, Corriere della Sera.
All of which suggests that if Italy were not already a member of the European Union it would struggle, so long as Berlusconi were in power, to meet the democratic criteria necessary to be admitted. Indeed, the European parliament, alarmed by Berlusconi's conflicts of interest, ordered an inquiry in October into freedom of expression in Italy. Furio Colombo has no doubt as to what the inquiry's findings should be. 'Berlusconi being prime minister represents an immense act of intimidation against all journalists, most of whom in Italy want eventually to go into television, because everybody knows that what you write and say may impact on your career.' Just in case anyone should have failed to get the message, Berlusconi has seen to it that examples are made of journalists who go beyond what he considers to be the boundaries of acceptable criticism.
The most celebrated case was that of Enzo Biagi, the most respected of Italian TV journalists. On the eve of the 2001 election, Biagi interviewed Roberto Benigni, the great Italian comic actor, star of the Oscar-winning film Life is Beautiful. As Colombo remembers it, Biagi asked Benigni what he thought of Berlusconi, whereupon Benigni started laughing, and laughing, and laughing in a manner so madly infectious that Biagi could not help but join in. Nor could Biagi restrain himself when Benigni set off on one of his trademark stream-of-consciousness monologues.
'Who is Berlusconi?' began Benigni. 'He is someone who always wants to be in on the act. He wants to be everywhere. He wants to be the star. There's a meeting, he talks. He goes to a wedding, he wants to be the bridegroom. He goes to a funeral, he wants to be the deceased.'
Biagi cracked up. The programme he was presenting, a five-minute interview and commentary programme called Il Fatto (The Event), had been broadcast since 1995. Despite Benigni's jokes, Berlusconi won the election, but he never forgave Biagi, claiming he had deliberately sought to turn voters against him. A year later, in April 2002, while on an official visit to Bulgaria, Berlusconi took his revenge. Publicly accusing Biagi and another RAI journalist of putting public television 'to criminal use', he urged RAI's management to take measures to prevent such abuses from happening again. Within two months Biagi and Il Fatto had been taken off the air, and were never to reappear on RAI again.
Even Berlusconi's best friends thought that this was too much. Ferrara wrote a column in his paper accusing him of abusing his power. Colombo goes a lot further. Claiming that RAI's subservience to Berlusconi effectively gives him control of 90 per cent of Italian TV, Colombo says Berlusconi exercises the most sinister influence over Italians' thought processes. 'He controls information so that people think what he wants them to think. Mussolini used tanks. Berlusconi uses his control of the media.'
You have to wonder, though. While there may be much truth in the contention that in the Italian media arena Berlusconi fills the role both of player and referee, is it also true to say that Italians are so easily manipulated, so gullible? After all, if there is one group of people in the world who were most definitely not born yesterday, it is the Italians. The really interesting thing, surely, is not that people vote for Berlusconi in such huge numbers because they have been reduced to sheep, but that they do so in the full possession of their faculties. It is not as if the opposition parties made some sort of a perverse pact to remain silent on Berlusconi's sins during the election campaign. On the contrary. 'He won the elections,' says Ferrara, 'despite the Italian public knowing everything about his conflicts of interest and his judicial problems.'
They know, as Benigni reminded them, and as Ferrara cheerfully admits, that Berlusconi is a 'megalomaniac' (though, as Ferrara maintains, a pleasingly self-deprecating one in private). They know he is - again, in Ferrara's term - a 'gaffeur'. They know, from his cheesy love songs, that he is something of a clown. They know he is corrupt, because they know you cannot make that much money in business in Italy without being corrupt. They know, to borrow John Dryden's description of a contemporary 17th-century politician, that 'in the course of one revolving moon, he was chymist [sic], fiddler, statesman and buffoon'. And yet 20m Italians have voted for him - twice. And may do so again. For all the belly-aching of the Italian left, and of The Economist, and of right-thinking politicians in Germany, Finland and Sweden, there is nothing resembling a national clamour for his removal from office. No riots, no street demonstrations. And while half of Italy may be against him, as half of America is against George Bush, there is no reason to believe he will not be elected again next time, should he still feel the legal pressure to stand.
So what is it all about? Could it be that Berlusconi has some redeeming features? Those who know him, like Brunetta, say that he is cheerfully egalitarian in his treatment of people, be they his chefs, secretaries or cabinet ministers. They say he works hard, that he exudes an all-American optimism in everything he does, that he is not the paranoid tycoon type, rather he is a team man who likes to make people around him rich, so long as they work for the furtherance of his glory. He is also, his advisers insist, a remarkably good listener, who takes notes as they talk. And, obviously, he is a mightily astute self-made man.
One of Berlusconi's greatest attributes, as far as the general public is concerned, may be his bare-faced honesty. As Ferrara says, no one will ever accuse him of being a natural-born politician, a man who chooses his words carefully, who knows how to be economical with the truth.
Tana de Zulueta, a senator of the Democratic Left party and one of Berlusconi's most vociferous critics, says that his gaffes in the Rome press conference with Putin provided further evidence of 'his diabolical mixture of ignorance - he does not read the dossiers because he is simply not interested in the business of government - and his slightly demented exhibitionist streak.' And, yes indeed, he may be a mildly bonkers egomaniac, he may be the single most corrupt politician in Europe, but he has never purported to be a whiter-than-white Tony Blair type. During the day of that famous session at the European parliament when he compared the German politician to a Nazi, he let slip a quite remarkable little nugget. Pressed by a critic who suggested that back home he was passing laws that served his own interests, Berlusconi indignantly replied that out of 350 laws his government had proposed, 'only three' had been 'in a certain sense' for his own benefit. Terribly shocking, this, to Protestant European sensibilities, of course, but is it really much worse than President Bush passing laws that cut taxes for his rich election campaign donors, that do favours to his old buddies in the oil industry?
Take another example, Berlusconi's response to the question why his government supported the war in Iraq. None of the convoluted arguments employed by Mr Blair; no sexing up of dossiers; no claims that Italy was under imminent threat of nuclear attack. As Brunetta says of him, he is a simplifier who cuts straight to the point. I supported the war in Iraq because that is what the Americans wanted me to do, is what he says. More specifically, this is what he told The Spectator in an interview in the summer: 'If a brother goes into a certain business and for three months I say, "I beg you not to do it", and when he does it - well, he is my brother, and I support him, even if not to the point of paying for all his losses! And I have done the same thing with the US. We are alive today because of the US and it was the US who liberated us from Nazism and Communism and supported our economic growth.'
In other words, Berlusconi is America's poodle. Unlike others, he does not pretend that he isn't. Whatever else you may say about him, he is not a hypocrite. He does mention the war; he says what he really thinks about Muslims and Christians (one wonders if Bush does). He is so sensationally uninhibited, in fact, that he makes no bones about repeating the widespread rumour that his topless actress wife, Veronica Lario, is having an affair with Massimo Cacciari, a Marxist philosopher and former mayor of Venice. Thus it was that a year ago he introduced the Danish prime minister, who was visiting Rome, as 'Anders Rasmussen, the best-looking prime minister in Europe', remarking that he and Veronica really ought to meet. Rasmussen, after all, was so much better looking than Cacciari.
If Italians vote for him it must be, in the end, because they like him. Because they see much of themselves in him. His disregard for the rules; the importance he attaches to cutting a bella figura; his unabashed cynicism (as per his relationship with the transparently amoral Putin); and a sense, detectable too from a distance that, like most Italians, he sucked in an understanding of life's comic futility with his mother's milk.
If every day on your way to work you drive - or in previous centuries, rode or walked - past the Colosseum, past that monumental ruin of an empire that once bestrode the known world, then it is impossible not to be possessed of a keen sense of irony; of an understanding that everything passes, nothing lasts and there is nothing new under the sun. A point Ferrara makes is that Italians have nothing remotely equivalent to the veneration Americans feel for the White House, the British (or at least a good number of them) for the monarchy, the Spanish for the hidalgo concept of nobility. Nothing beyond the inner circle of family and close friends is sacred.
Foreigners visiting Italy can sense it in the languid condescension with which they are regarded by the natives, the world-weary amusement. Which is hardly surprising if, never mind the rise and fall of the Roman empire, your country has been subjected to pillage, slaughter and rape for one generation after the next for 16 centuries. The inevitable outcome is that you attach no faith to your country's rulers. They have never protected you from the barbarian hordes. You try, in fact, to keep government as far removed from your life as possible, because insofar as they have been able to, they have pillaged you, too. 'Piove; governo ladro,' the Italians say. 'It rains; the government steals.' So what else is new? At least Berlusconi does not seriously try to make out that he is somehow different, that he is possessed of a superior virtue. To play the fool: that is OK. We all get the joke. And even if sometimes it is not very funny, if there is something a little operatically embarrassing about him, what does it matter, really?
Central government in Italy feels far away. If Berlusconi makes a fool of himself, it is his business; it is not as if anyone imagines he is the incarnation of the Italian people. People vote for him - insofar as they think about it very much, which most Italians do not - because they admire his success and because he is like many of them, only more so. He is not just Italian, he is Italianissimo. Some may think, as he does of the Muslims, that the Berlusconi phenomenon reveals Italy to be an inferior civilisation. Some will say the precise opposite. Either way, don't expect the man on the Colosseum omnibus to be particularly fussed.
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La querela di Elio
Querela. Preoccupante o semplicemente ridicola, la minaccia del buon padre di Noemi Letizia, Elio. Non esiste nessun punto dell'intervista in cui l'ex fidanzato offenda Noemi. Se l'Italia fosse un paese serio, con un minimo di certezza del diritto, i signor Elio Letizia verrebbe a trovarsi in seri guai, soprattutto economici, se perdesse la causa. Certo, un messo comunale che, secondo la stampa, aveva preso a mandare la figlia a scuola con l'autista è probabile abbia modo di arrotondare lo stipendio. Beato lui.
Resta solo una sensazione di disgusto, di quelle che procedono il vomito, per quello che l'Italietta di oggi è stata capace di diventare. Ancora un grazie ai valorosi uomini della sinistra che si sono voltati dall'altra parte quando tutto questo oteva ancora essere fermato. E non citate più Berlinguer, stronzi!
Lo stralcio di Repubblica.
E intanto Benedetto Elio Letizia, padre di Noemi, annuncia, in un comunicato dettato all'agenzia Ansa dal suo legale, l'avvocato Giulio Costanzo, la decisione di querelare Repubblica e Gino Flaminio. Secondo Letizia, "il racconto reso dal signor Flaminio, apparso oggi sul quotidiano la Repubblica e relativo a mia figlia Noemi, è gravemente diffamatorio, perché le attribuisce cose mai fatte nè dette nè pensate. Ciò che si legge è un nuovo momento di mera notorietà che il quotidiano la Repubblica, strumentalizzando, ha voluto concedere al signor Flaminio, a danno nuovamente dell'immagine di mia figlia Noemi".
"Ovvio - conclude Letizia - che il signor Flaminio, nonché il quotidiano la Repubblica, dovranno rispondere di tutto in tribunale. Abbiamo già chiesto, infatti, ai nostri legali di redigere e sporgere querela. Naturalmente saranno chiamati a rispondere anche tutti coloro che dovessero riprendere in tutto o in parte questa incredibile narrazione".
Resta solo una sensazione di disgusto, di quelle che procedono il vomito, per quello che l'Italietta di oggi è stata capace di diventare. Ancora un grazie ai valorosi uomini della sinistra che si sono voltati dall'altra parte quando tutto questo oteva ancora essere fermato. E non citate più Berlinguer, stronzi!
Lo stralcio di Repubblica.
E intanto Benedetto Elio Letizia, padre di Noemi, annuncia, in un comunicato dettato all'agenzia Ansa dal suo legale, l'avvocato Giulio Costanzo, la decisione di querelare Repubblica e Gino Flaminio. Secondo Letizia, "il racconto reso dal signor Flaminio, apparso oggi sul quotidiano la Repubblica e relativo a mia figlia Noemi, è gravemente diffamatorio, perché le attribuisce cose mai fatte nè dette nè pensate. Ciò che si legge è un nuovo momento di mera notorietà che il quotidiano la Repubblica, strumentalizzando, ha voluto concedere al signor Flaminio, a danno nuovamente dell'immagine di mia figlia Noemi".
"Ovvio - conclude Letizia - che il signor Flaminio, nonché il quotidiano la Repubblica, dovranno rispondere di tutto in tribunale. Abbiamo già chiesto, infatti, ai nostri legali di redigere e sporgere querela. Naturalmente saranno chiamati a rispondere anche tutti coloro che dovessero riprendere in tutto o in parte questa incredibile narrazione".
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Una brutta storia italiana

"Così papi Berlusconi entrò nella vita di Noemi"
di GIUSEPPE D'AVANZO e CONCHITA SANNINO
Fonte la Repubblica
NAPOLI - Il 14 maggio Repubblica ha rivolto al presidente del consiglio dieci domande che apparivano necessarie dinanzi alle incoerenze di un "caso politico". Veronica Lario, infatti, ha proposto all'opinione pubblica e alle élites dirigenti del Paese due affermazioni e una domanda che hanno rimosso dal discreto perimetro privato un "affare di famiglia" per farne "affare pubblico". Le due, allarmanti certezze della moglie del premier - lo ricordiamo - descrivono i comportamenti del presidente del Consiglio: "Mio marito frequenta minorenni"; "Mio marito non sta bene".
Al contrario, la domanda posta dalla signora Lario - se ne può convenire - è crudamente politica e mostra le pratiche del "potere" di Silvio Berlusconi, pericolosamente degradate quando a rappresentare la sovranità popolare vengono chiamate "veline" senza altro merito che un bell'aspetto e l'amicizia con il premier, legami nati non si sa quando, non si sa come. "Ciarpame politico" dice la moglie del premier.
Silvio Berlusconi non ha ritenuto di rispondere ad alcuna delle domande di Repubblica.
E, dopo dieci giorni, Repubblica prova qui a offrire qualche traccia e testimonianza per risolvere almeno alcuni dei quesiti proposti. Per farlo bisogna raggiungere Napoli, una piccola fabbrica di corso San Giovanni e poi un appartamento, allegramente affollato di amici, nel popolare quartiere del Vasto a ridosso dei grattacieli del Centro Direzionale. Sono i luoghi di vita e di lavoro di Gino Flaminio.
Gino, 22 anni, operaio, una passione per la kickboxing, è stato per sedici mesi (dal 28 agosto del 2007 al 10 gennaio del 2009) l'"amore" di Noemi Letizia, la minorenne di cui il premier ha voluto festeggiare il diciottesimo anno in un ristorante di Casoria, il 26 aprile. Gino e Noemi si sono divisi, per quel breve, intenso, felice periodo le ore, i sogni, il fiato, le promesse. "Quando non dormivo da lei a Portici - è capitato una ventina di volte - o quando lei non dormiva qui da me, il sabato che non lavoravo mi tiravo su alle sei del mattino per portarle la colazione a letto; poi l'accompagnavo a scuola e ci tornavo poi per riportarla indietro con la mia Yamaha. Lei qualche volta veniva a prendermi in fabbrica, la sera, quando poteva".
Gino Flaminio è in grado di dire quando e come Silvio Berlusconi è entrato nella vita di Noemi. Come quel "miracolo" (così Gino definisce l'inatteso irrompere del premier) ha cambiato - di Noemi - la vita, i desideri, le ambizioni e più tangibilmente anche il corpo, il volto, le labbra, gli zigomi; in una parola, dice Gino, "i valori". Il ragazzo può raccontare come quell'ospite inaspettato dal nome così importante che faceva paura anche soltanto a pronunciarlo nel piccolo mondo di gente che duramente si fatica la giornata e un piatto caldo, ha deviato anche la sua di vita. Quieto come chi si è ormai pacificato con quanto è avvenuto, Gino ricorda: "Mi è stato quasi subito chiaro che tra me e la mia memi non poteva andare avanti. Era come pretendere che Britney Spears stesse con il macellaio giù all'angolo...".
È utile ricordare, a questo punto, che il primo degli enigmi del "caso politico" è proprio questo: come Berlusconi ha conosciuto Noemi, la sua famiglia, il padre Benedetto "Elio" Letizia, la madre Anna Palumbo?
A Berlusconi è capitato di essere inequivocabile con la Stampa (4 maggio): "Io sono amico del padre, punto e basta. Lo giuro!". Con France2 (6 maggio), il capo del governo è stato ancora più definitivo. Ricordando l'antica amicizia di natura politica con il padre Elio, Berlusconi chiarisce: "Ho avuto l'occasione di conoscere [Noemi] tramite i suoi genitori. Questo è tutto".
Un affetto che il presidente del consiglio ha ripetuto ancor più recentemente quando ha presentato Noemi "in società", per così dire, durante la cena che il governo ha offerto alle "grandi firme" del made in Italy a Villa Madama, il 19 novembre 2008: "È la figlia di miei cari amici di Napoli, è qui a Roma per uno stage" (Repubblica, 21 maggio). All'antico vincolo politico, accenna anche la madre di Noemi, Anna: "[Berlusconi] ha conosciuto mio marito ai tempi del partito socialista".
Berlusconi, qualche giorno dopo (e prima di essere smentito da Bobo Craxi), conferma. "[Elio] lo conosco da anni, è un vecchio socialista ed era l'autista di Craxi". (Ansa, 29 aprile, ore 16,34). Più evasiva Noemi: "[Di come è nato il contatto familiare] non ricordo i particolari, queste cose ai miei genitori non le ho chieste". (Repubblica, 29 aprile). Decisamente inafferrabile e chiuso come un riccio, il padre Elio (ha rifiutato di prendere visione di quest'ultima ricostruzione di Repubblica). Chiedono a Letizia: ci spiega come ha conosciuto Berlusconi? "Non ho alcuna intenzione di farlo" (Oggi, 13 maggio).
Gino ascolta questa noiosa tiritera con un sorriso storto sulle labbra, che non si sa se definire avvilito o sardonico. C'è un attimo di silenzio nella stanza al Vasto, un silenzio lungo, pesante come d'ovatta, rispettato dagli amici che gli stanno accanto; dalla sorella Arianna; dal padre Antonio; dalla madre Anna. È un silenzio che si fa opprimente in quella cucina, fino a un attimo prima rumorosa di risate e grida. La madre, Anna, si incarica di spezzarlo: "Quando un giorno Gino tornò a casa e mi disse che Noemi aveva conosciuto Berlusconi, lo presi in giro, non volli chiedergli nemmeno perché e per come. Mi sembrava ridicolo. Berlusconi dalle nostre parti? E che ci faceva, Berlusconi qui? Ripetevo a Gino: Berlusconi, Berlusconi! (gonfia le guance con sarcasmo). Un po' ne ridevo, mi sembrava una buffonata di ragazzi".
Gino la guarda, l'ascolta paziente e finalmente si decide a raccontare:
"I genitori di Noemi non c'entrano niente. Il legame era proprio con lei. È nato tra Berlusconi e Noemi. Mai Noemi mi ha detto che lui, papi Silvio parlava di politica con suo padre, Elio. Non mi risulta proprio. Mai, assolutamente. Vi dico come è cominciata questa storia e dovete sapere che almeno per l'inizio - perché poi quattro, cinque volte ho ascoltato anch'io le telefonate - vi dirò quel che mi ha raccontato Noemi. Il rapporto tra Noemi e il presidente comincia più o meno intorno all'ottobre 2008. Noemi mi ha raccontato di aver fatto alcune foto per un "book" di moda. Lo aveva consegnato a un'agenzia romana, importante - no, il nome non me lo ricordo - di quelle che fanno lavorare le modelle, le ballerine, insomma le agenzie a cui si devono rivolgere le ragazze che vogliono fare spettacolo. Noemi mi dice che, in quell'agenzia di Roma, va Emilio Fede e si porta via questi "book", mica soltanto quello di Noemi. Non lo so, forse gli servono per i casting delle meteorine. Il fatto è - ripeto, è quello che mi dice Noemi - che, proprio quel giorno, Emilio Fede è a pranzo o a cena - non me lo ricordo - da Berlusconi. Finisce che Fede dimentica quelle foto sul tavolo del presidente. È così che Berlusconi chiama Noemi. Quattro, cinque mesi dopo che il "book" era nelle mani dell'agenzia, dice Noemi. È stato un miracolo, dico sempre. Dunque, dice Noemi che Berlusconi la chiama al telefono. Proprio lui, direttamente. Nessuna segretaria. Nessun centralino. Lui, direttamente. Era pomeriggio, le cinque o le sei del pomeriggio, Noemi stava studiando. Berlusconi le dice che ha visto le foto; le dice che è stato colpito dal suo "viso angelico", dalla sua "purezza"; le dice che deve conservarsi così com'è, "pura". Questa fu la prima telefonata, io non c'ero e vi sto dicendo quel che poi mi riferì Noemi, ma le credo. Le cose andarono così perché in altre occasioni io c'ero e Noemi, così per gioco o per convincermi che davvero parlava con Berlusconi, m'allungava il cellulare all'orecchio e anch'io sentii dalla sua voce quella cosa della "purezza", della "faccia d'angelo". E poi, una volta, ha aggiunto un'altra cosa del tipo: "Sei una ragazza divina". Berlusconi, all'inizio, non ha detto a Noemi chi era. In quella prima telefonata, le ha fatto tante domande: quanti anni hai, cosa ti piacerebbe fare, che cosa fanno tua madre e tuo padre? Studi? Che scuola fai? Una lunga telefonata. Ma normale, tranquilla. E poi, quando Noemi si è decisa a chiedergli: "Scusi, ma con tutte queste domande, lei chi è?", lui prima le ha risposto: "Se te lo dico, non ci credi". E poi: "Ma non si sente chi sono?". Quando Noemi me lo raccontò, vi dico la verità, io non ci credevo. Poi, quando ho sentito le altre telefonate e ho potuto ascoltare la sua voce, proprio la sua, di Berlusconi, come potevo non crederci? Noemi mi diceva che era sempre il presidente a chiamarla. Poi, non so se chiamava anche di suo, non me lo diceva e io non lo so. Lei al telefono lo chiamava papi tranquillamente. Anche davanti a me. Magari stavamo insieme, Noemi rispondeva, diceva papi e io capivo che si trattava del presidente. Quando ho assistito ad alcune telefonate tra Berlusconi e Noemi, ho pensato che fosse un rapporto come tra padre e figlia. Una sera, Emilio Fede e Berlusconi - insieme - hanno chiamato Noemi. Lo so perché ero accanto a lei, in auto. Ora non saprei dire perché il presidente le ha passato Emilio Fede, non lo so. Pensai che Fede dovesse preparare dei "provini" per le meteorine, quelle robe lì". (Ieri, a tarda sera, durante Studio Aperto, Fede ha affermato di aver conosciuto la nonna di Noemi. Repubblica ha chiesto a Gino se, in qualche occasione, Noemi avesse fatto cenno a questa circostanza. "Mai, assolutamente", è stata la risposta del ragazzo).
"Comunque, quella sera, sentii prima la voce del presidente e poi quella di Emilio Fede - continua Gino - Non voglio essere frainteso o creare confusione in questa tarantella, da cui voglio star lontano. Nelle telefonate che ho sentito io, Berlusconi aveva con Noemi un atteggiamento paterno. Le chiedeva come era andata a scuola, se studiava con impegno, questa roba qui. Io però ho cominciato a fuggire da questa situazione. Non mi piaceva. Non mi piaceva più tutto l'andazzo. Non vedevo più le cose alla luce del giorno, come piacevano a me. Mi sentivo il macellaio giù all'angolo che si era fidanzato con Britney Spears. Come potevo pensare di farcela? Gliel'ho detto a Noemi: questo mondo non mi piace, non credo che da quelle parti ci sia una grande pulizia o rispetto. Mi dispiaceva dirglielo perché io so che Noemi è una ragazza sana, ancora infantile che non si separa mai dal suo orsacchiotto, piccolo, blu, con una croce al collo, "il suo teddy". Una ragazza tranquilla, semplice, con dei valori. Con i miei stessi valori, almeno fino a un certo punto della nostra storia".
Intorno a Gino, questo racconto devono averlo già sentito più d'una volta perché ora che il ragazzo ha deciso di raccontare a degli estranei la storia, la tensione è caduta come se la famiglia, i vicini di casa, gli amici già l'avessero sentita in altre occasioni o magari a spizzichi e bocconi. C'è chi si distrae, chi parlotta d'altro, chi parla al telefono, chi si prepara a uscire per il venerdì notte. Gino sembra non accorgersene. Non perde il filo e a tratti pare ricordare, ancora una volta, a se stesso come sono andate le cose.
"Ho cominciato a distaccarmi da Noemi già a dicembre. Però la cosa che proprio non ho mandato giù è stata la lunga vacanza di Capodanno in Sardegna, nella villa di lui. Noemi me lo disse a dicembre che papi l'aveva invitata là. Mi disse: "Posso portare un'amica, un'amica qualunque, non gli importa. Ci saranno altre ragazze". E lei si è portata Roberta. E poi è rimasta con Roberta per tutto il periodo. Io le ho fatto capire che non mi faceva piacere, ma lei da quell'orecchio non ci sentiva. Così è partita verso il 26-27 dicembre ed è ritornata verso il 4-5 gennaio. Quando è tornata mi ha raccontato tante cose. Che Berlusconi l'aveva trattata bene, a lei e alle amiche. Hanno scherzato, hanno riso... C'erano tante ragazze. Tra trenta e quaranta. Le ragazze alloggiavano in questi bungalow che stavano nel parco. E nel bungalow di Noemi erano in quattro: oltre a lei e a Roberta, c'erano le "gemelline", ma voi sapete chi sono queste "gemelline"? Penso anche che lei mi abbia detto tante bugie. Lei dice che Berlusconi era stato con loro solo la notte di Capodanno. Vi dico la verità, io non ci credo. Sono successe cose troppo strane. Io chiamavo Noemi sul cellulare e non mi rispondeva mai. Provavo e riprovavo, poi alla fine mi arrendevo e chiamavo Roberta, la sua amica, e diventavo pazzo quando Roberta mi diceva: no, non te la posso passare, è di là - di là dove? - o sta mangiando: e allora?, dicevo io, ma non c'era risposta. Per quella vacanza di fine anno, i genitori accompagnarono Noemi a Roma. Noemi e Roberta si fermarono prima in una villa lì, come mi dissero poi, e fecero in tempo a vedere davanti a quella villa tanta gente - giornalisti, fotografi? - , poi le misero sull'aereo privato del presidente insieme alle altre ragazze, per quello che mi ha detto Noemi... Al ritorno, Noemi non è stata più la mia Noemi, la mia alicella (acciuga, ndr), la ragazza semplice che amavo, la ragazza che non si vergognava di venirmi a prendere alla sera al capannone. A gennaio ci siamo lasciati. Eravamo andati insieme, prima di Natale, a prenotare per la sua festa di compleanno il ristorante "Villa Santa Chiara" a Casoria, la "sala Miami" - lo avevo suggerito io - e già ci si aspettava una "sorpresa" di Berlusconi, ma nessuno credeva che la sorpresa fosse proprio lui, Berlusconi in carne e ossa. Ci siamo lasciati a gennaio e alla festa non ci sono andato. L'ho incontrata qualche altra volta, per riprendermi un oggetto di poco prezzo ma, per me, di gran valore che era rimasto nelle sue mani. Abbiamo avuto il tempo, un'altra volta, di avere un colloquio un po' brusco. Le ho restituito quasi tutte le lettere e le foto. Le ho restituito tutto - ho conservato poche cose, questa lettera che mi scrisse prima di Natale, qualche foto - perché non volevo che lei e la sua famiglia pensassero che, diventata Noemi Sophia Loren, io potessi sputtanarla. Oggi ho la mia vita, la mia Manuela, il mio lavoro, mille euro al mese e va bene così ché non mi manca niente. Certo, leggo di questo nuovo fidanzato di Noemi, come si chiama?, che non s'era mai visto da nessuna parte anche se dice di conoscerla da due anni e penso che Noemi stia dicendo un sacco di bugie. Quante bugie mi avrà detto sui viaggi. A me diceva che andava a Roma sempre con la madre. Per dire, per quella cena del 19 novembre 2008 a Villa Madama mi raccontò: "Siamo stati a cena con il presidente, io, papà e mamma allo stesso tavolo". Non c'erano i genitori seduti a quel tavolo? Allora mi ha detto un'altra balla. Quella sera le sono stati regalati una collana e un bracciale, ma non di grosso valore. E il presidente ha fatto un regalo anche a sua madre. Sento tante bugie, sì, e comunque sono fatti di Noemi, dei suoi genitori, di Berlusconi, io che c'entro?".
Le parole di Gino Flaminio appaiono genuine, confortate dalle foto, dalla memoria degli amici (che hanno le immagini di Noemi e Gino sui loro computer), da qualche lettera, dai ricordi dei vicini e dei genitori, ma soprattutto dall'ostinazione con cui il ragazzo per settimane si è nascosto diventando una presenza invisibile nella vita di Noemi. Repubblica lo ha rintracciato con fatica, molta pazienza e tanta fortuna nella fabbrica di corso San Giovanni dove tutti i suoi compagni di lavoro conoscono Noemi, la storia dell'amore perduto di Gino. Compagni di lavoro che - fino alla fine - hanno provato a proteggerlo: "Gino? E chi è 'sto Gino Flaminio?" e Gino se ne stava nascosto dietro un muro.
La testimonianza del ragazzo consente di liquidare almeno cinque domande dalla lista di dieci che abbiamo proposto al capo del governo. La ricostruzione di Gino permette di giungere a un primo esito: Silvio Berlusconi ha mentito all'opinione pubblica in ogni passaggio delle sue interviste. Nei giorni scorsi, come quando disse a France2 di aver "avuto l'occasione di conoscere [Noemi] tramite i suoi genitori". O ancora ieri a Radio Montecarlo dove ha sostenuto di essersi addirittura "divertito a dire alla famiglia, di cui sono amico da molti anni, che non desse risposte su quella che è stata la nostra frequentazione in questi anni". Come di cartapesta è la scena - del tutto artefatta - disegnata dalle testate (Chi) della berlusconiana Mondadori.
Il fatto è che Berlusconi non ha mai conosciuto Elio Letizia né negli "anni passati", né negli "ambienti socialisti". Mai Berlusconi ha discusso con Elio Letizia di politica e tantomeno delle candidature delle Europee (Porta a porta, 5 maggio). Berlusconi ha conosciuto Noemi. Le ha telefonato direttamente, dopo averne ammirato le foto e aver letto il numero di cellulare su un "book" lasciatogli da Emilio Fede. Poi, nel corso del tempo, l'ha invitata a Roma, in Sardegna, a Milano.
Le evidenti falsità, diffuse dal premier, gli sarebbero costate nel mondo anglosassone, se non una richiesta di impeachment, concrete difficoltà politiche e istituzionali. Nell'Italia assuefatta di oggi, quella menzogna gli vale un'altra domanda: perché è stato costretto a mentire? Che cosa lo costringe a negare ciò che è evidente? È vero, come sostiene Noemi, che Berlusconi ha promesso o le ha lasciato credere di poter favorire la sua carriera nello spettacolo o, in alternativa, l'accesso alla scena politica (Corriere del Mezzogiorno, 28 aprile)? Dieci giorni dopo, ci sono altre ragionevoli certezze. È confermato quel che Veronica Lario ha rivelato a Repubblica (3 maggio): il premier "frequenta minorenni". Noemi, nell'ottobre del 2008, quando riceve la prima, improvvisa telefonata di Berlusconi ha diciassette anni, come Roberta, l'amica che l'ha accompagnata a Villa Certosa. La circostanza rinnova l'ultima domanda: quali sono le condizioni di salute del presidente del Consiglio?
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sabato, maggio 23, 2009
Cacca politica

Fonte:l'espressonline.com
Questi non li votiamo
di Peter Gomez
Condannati come Bonsignore e Sgarbi. Inquisiti come Mastella e Storace. I candidati nei guai con la giustizia spuntano nelle liste per le Europee di tutti i partiti
Silvio Berlusconi C'è chi è ancora sotto inchiesta oppure l'ha fatta franca grazie alla prescrizione o all'amnistia. C'è chi si è salvato per un cavillo. C'è chi è stato riconosciuto colpevole addirittura in Cassazione, ma è lì lo stesso. Da anni. E con tutta probabilità sarà lì di nuovo. C'è chi, invece, avrebbe dovuto star fuori dalla politica ab eterno, perché lo aveva garantito il suo partito vista la pessima prova di sé fornita al Paese e al mondo. Ma che, dopo una sentenza sfavorevole incassata in primo grado, è stato ripescato e riammesso al ballo.
Forse perché la pena, dice la Costituzione, è sempre tesa alla riabilitazione del condannato. Infine c'è lui, l'ineleggibile e l'improcessabile per eccellenza: Berlusconi Silvio da Milano, classe 1936, uno dei quattro mariti d'Italia - con il presidente della Repubblica e quelli di Camera e Senato - che oggi, in virtù del lodo Alfano, potrebbero persino scegliere non di divorziare, ma di strangolare la consorte, certi di non finire davanti ai giudici sino al termine del mandato. Sono cose che voi umani non avreste nemmenopotutoimmaginarequelle che emergono dalle liste elettorali depositate in vista delle europee del 7 e 8 giugno. Se il caso Berlusconi- Lario minorenni ha portato alla precipitosa esclusione di una dozzina di veline, evitando così che gli elettori del Pdl entrassero nelle urne con lo stesso spirito con cui si partecipa al televoto per la casa del 'Grande Fratello', molte delle altre candidature fanno adesso rimpiangere le stesse veline.
E per accorgersene basta analizzare i curricula, penali e politici, di una ventina di aspiranti euro-deputati. Popolo della libertà Berlusconi è capolista ovunque, ma non andràmai a Strasburgo. Se lo facesse, dovrebbe rinunciare alla poltrona da premiere soprattutto vedrebbe ricominciare due suoi processi: quello per i falsi in bilancio Mediaset e quello per la corruzione del testimone David Mills.
Così il Pdl è costretto a consolarsi con altri quattro cavalli di razza dati per vincenti nella corsa (con preferenze) per l'Europarlamento.
In pole position, secondo i bookmakers, c'è l'ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, indimenticato e indimenticabile autore di ben due ribaltoni: nel '98 passò dalla destra alla sinistra, nel 2008 dalla sinistra alla destra. In attesa di saperedove andrà tra dieci anni, Mastella morde il freno. Alle politiche il Cavaliere, per premiare il suo essenziale contributo alla caduta del governo Prodi, gli aveva garantito dieci senatori e 20 deputati.
Ma i sondaggi - impietosi - e le pressioni di Lega e An avevano fatto saltare l'accordo. Oggi però Mastella è di nuovo in pista, dopo un anno trascorso ai box facendo la comparsa a "Quelli che il calcio": ossia il tempo necessario per far dimenticare che l'indagine di Santa Maria Capua Vetere, per cui si era dimesso, non era affatto infondata. Parola della Corte di Cassazione, che ha descritto la moglie di Mastella, Sandra Lonardo, come impegnata in «una politica di occupazione e di spartizione clientelare nei posti di responsabilità».
E parola dei pm di Napoli, a cui l'inchiesta è passata per competenza, che da poco hanno depositato gli atti alle parti: una mossa che solitamente precede la richiesta di rinvio a giudizio. Tra gli indagati, oltre al consuocero di Mastella, Carlo Camilleri, c'è anche l'ex guardasigilli che deve giustificare duepresunte concussioni, una tentata concussione (ai danni del governatore Bassolino) e qualche abuso d'ufficio. Ma lui non si scompone.
A Strasburgo c'è posto per tutti, come dimostra la storia di un altro Fregoli della politica: l'europarlamentare uscente Vito Bonsignore, ex Dc, ex Ppi, ex Udc,oggipassatocon il Pdl. A lungo socio di MarcellinoGavio nell'autostrada Milano- Torino, Bonsignore si divide da sempre tra affari e politica. Nel '96 è stato condannato definitivamente a 2anni per tentata concussione nello scandalo per la costruzione del nuovo ospedale di Asti.
Un'altra indagine, nata dalle dichiarazioni del manager Italstat Mario Zamorani, che sosteneva di avergli versato una tangente da 250 milioni di lire nascosta in una scatola di cioccolatini, è invece finita nel nulla a Roma.
A Milano però si attende ancora l'esito dell'udienza preliminare per il caso della scalata Unipol a Bnl in cui l'eurodeputato è imputato di concorso in aggiotaggio. Bonsignore, insomma, aspetta. E con lui attende anche il molisano Aldo Patriciello, ex Dc, ex Ppi, ex Udeur, ex Udc, ex Forza Italia, ora Pdl. Pure Patriciello ha già la sua bella condanna: 4 mesi per un finanziamento illecito, e adesso fa i conti con una richiesta di rinvio a giudizio e un dibattimento ai nastri di partenza. A Isernia il gup deve decidere se processarlo per truffa e frode al termine di un'inchiesta, denominata Piedi d'argilla, sulle forniture di materialiscandentiall'Anas.
A Campobasso invece è appena stato rinviato a giudizio per lo scandalo di un centro di riabilitazione mai entrato in funzione. Le accuse vanno dal concorso in tentata truffa, all'abuso e alla malversazione.
img__Bazzecole, al confronto delle peripezie affrontate dal catanese Nino Strano, da poco condannato in primo grado a 2 anni e 2 mesi per abuso d'ufficio patrimoniale e falso. Nel 2005, tre giorni prima delle elezioni, Strano, assieme all'allora sindaco di Catania Umberto Scapagnini ed altri allegri componenti della giunta comunale, pensò bene di far trovare nelle buste paga di 4 mila dipendenti municipali una somma compresa tra i 300 e imille euro, per risarcirli dai danni causati da un'eruzione di cenere lavica.
Essendo un ottimo gestore della cosa pubblica, Strano nel 2006 era così stato nominato senatore, ma a Roma si era ritrovato a strafare. Tanto che, in occasione della caduta del governo Prodi, tutti i tg del mondo si erano accorti della sua esistenza.
Non solo perché aveva festeggiato l'accaduto mangiando volgarmente in aula fette di mortadella abbondantemente innaffiate di champagne, ma anche perché aveva urlato frasi del tipo «pezzo di merda», «checca squallida » e «venduto» a un senatore dell'Udeur che non aveva votato la sfiducia all'esecutivo.
Per questo il suo partito (An) assicurò che non sarebbe stato ricandidato. Ma oggi An non c'è più: c'è il Pdl e c'è anche Strano. Partito democratico Molti problemi (per usare un eufemismo) ce li ha pure il Pd al Sud.
In lista c'è finito, tra gli altri, Andrea Cozzolino, delfino di Bassolino e assessore regionale campano alle Attività produttive, perquisito e indagato due giorni dopo il suo sì alla euro-candidatura. La vicenda è brutta: si ipotizza un girodi tangenti legato alla costruzionedi centrali elettriche a biomasse.
Ventitré persone sono state già arrestate, mentre il segretario di Cozzolino è accusato di aver ricevuto 140 mila euro sotto forma di consulenze. Campano è anche il secondo indagato delle liste del Pd, l' ex demitiano AngeloMontemarano, sotto inchiesta a Napoli per corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio.
Mentre il terzo è un calabrese, l'assessore regionale Mario Pirillo. La Procura generale di Catanzaro, dopo aver avocato al pm Luigi De Magistris l'indagine Why Not, ha chiesto il suo rinvio a giudizio, e di un centinaio di suoi coindagati, per reatiche,asecondadei casi, vanno dall'abuso d'ufficio al peculato, per arrivare sino alla truffa aggravata. Pirillo, e altri assessori, avrebbero violato la legge affidando a una societàriconducibileal locale leader della Compagnia delle Opere, Antonio Saladino, il compito di combattere il virus della ? tristezza degli agrumi?. Un affare che avrebbe procurato a Saladino 1,6milioni di euro, frutto del «corrispettivo previsto nelle convenzioni illecitamente stipulate».
Lega Nord
Corre verso l'Europa, ma come Berlusconi, non arriverà mai anche il druido di Gemonio, Umberto Bossi, ministro della Repubblica italiana, nonostante un curriculumdegno di uno squatter: 8mesi definitivi di condanna per 200 milioni di lire di finanziamento illecito incassati da uno dei rivoli della maxi-tangente Enimont; un anno e 4 mesi (poi commutati in 3 mila euro di multa e interamente indultati) per vilipendio alla bandiera («Il tricolore lo uso per pulirmi il culo»);un anno di reclusione per istigazione a delinquere comminato dopo un comizio in cui il Senatur aveva invitato gli astanti «aindividuare i fascisti per cacciarli dal Nord anche con la violenza ».
Resta poi aperta a Verona l'inchiesta, ormai in udienza preliminare, sulle gesta delle Guardie padane, in cui Bossi è tra l'altro accusato di aver creato una struttura paramilitare. Niente di preoccupante. Intanto in Europa potrebbe arrivare anche uno degli storici avvocati del leader del Carroccio, il messinese Matteo Brigandì, oggi parlamentare italiano (legali è sempre meglio averli a portata di mano).
Nel 2003 Brigandì era stato arrestato a Torino e condannato in primo grado a due anni per truffa aggravata ai danni della Regione per una storia di contributi pubblici, assegnati a un amico. In appello però è arrivata l'assoluzione. Ora il caso è in Cassazione.
Definitiva è invece la condanna di Mario Borghezio a 2 mesi e 20 giorni per l'incendio aggravato da «finalità di discriminazione» delle baracche di alcuni immigrati, da parte delle ronde da lui capitanate. Unione di centro Il volto nuovo di Ciriaco De Mita è al suo esordio nel partito di Casini e porta con sé i suoi molti voti e suoi molti procedimenti penali, dai quali è però sempre uscito indenne.
Nonostante le parole dell'ex segretario amministrativo della Dc, Severino Citaristi, secondo il quale De Mita era perfettamente al corrente delle modalità( illecite)concui si finanziava il partito. Ma sono storie vecchie e tutto è stato coperto da sono prescritte, nel 1999, anche le accuse di corruzione mosse a De Mita per le tangenti legate alla costruzione della centrale elettrica di Gioia Tauro.
Ma se lui l'ha fatta franca (alla prescrizione e all'amnistia si può sempre rinunciare), nell'Udc almeno un condannato definitivo c'è: è il tesoriere del partito Giuseppe Naro, celebre per aver speso a Messina 800 milioni di lire di soldi pubblici per acquistare 462 ingrandimenti fotografici e peraver strappato le sue belle prescrizioni nelle indagini sulla tangentopoli dello Stretto.
Niente al confronto del miracolo che ha salvato Angelo Maria Sanza, parlamentare ininterrottamente dal 1972.
Nel '94 Sanza aveva avuto il privilegio di essere il primo onorevole indagato della seconda Repubblica. Tutta colpa di 200milioni di lire ricevuti dal finanziere Florio Fiorini, tramite una società svizzera. Il gip, accogliendo le tesi del difensore, però lo prosciolse sostenendo che i finanziamenti prevenienti dall'estero possono pure non essere dichiarati.
Chiude, infine, il parterre de roi delle liste centriste, Ferdinando Pinto, condannato in sede civile a risarcire 57 miliardi di lire per non aver assicurato il teatro Petruzzelli di Bari, di cui era presidente. Secondo i pm il teatro fu distrutto da un incendio doloso richiesto alla malavita locale dallo stesso Pinto.
L'obiettivo sarebbe stato quello di lucrare sulla ricostruzione, visto che Pinto era indebitato con un usuraio. In primo e secondo grado l'ex big boss del Petruzzelli era stato riconosciuto colpevole, ma poi la Cassazione ha annullato il processo e sono arrivate le assoluzioni.
Pinto ha però modo di rifarsi: contro di lui pende una richiesta di rinvio a giudizio per concorso in falso materiale e ideologico, contraffazione di pubblici sigilli, calunnia, falso giuramento della parte, falsa testimonianza, violenza privata e violenza per costringere qualcuno a commettere reati, con l'aggravante di aver voluto favorire i boss del clan Capriati depistandole indagini.
Vicino ai clan, secondo l'accusa, è poi anche Francesco Saverio Romano, indagato dalla procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa.
Altre liste
L'esponente più celebre è Vittorio Sgarbi, noto alle cronache giudiziarie a causa di una condanna definitiva a 6 mesi e 10 giorni di reclusione, per truffa aggravata e continuata e falso ai danni dello Stato. Nei primi anni '90 , quando era un dipendente della soprintendenza di Venezia, Sgarbi per tre anni non si era quasi mai presentato al lavoro. E al processo era arrivato a giustificare le assenze con scuse fantasiose e malattie improbabili (parlò di cimurro, singhiozzò, persino di «allergia al matrimonio»).
Se arriverà a Strasburgo, non ci saranno però per lui conseguenze di sorta. Lì il cartellino non si timbra. E poi non è stato proprio il suo capolista, il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo, a dire in una celebre intervista su Garibaldi, che bisogna «rivalutare i briganti»? Parole da soppesare con cura, visto che Lombardo (due volte in carcere, due volte assolto) ora ha di nuovo a che fare con i giudici.
Sia la Corte dei Conti che la Procura lo hanno messo sotto inchiesta assieme al suo predecessore, Toto Cuffaro, per aver assunto nell'ufficio stampa della Regione ben 23 giornalistitutticonlacaricadicapo- redattore. Ildanno erariale è stimato in 4 milioni di euro. Lui comunque è serafico.
In lista, in fondo, c'è chi sta peggio. Per esempio l'ex presidente del Lazio, Francesco Storace, oggi imputato per accesso abusivo ai sistemi informatici. Secondo l'accusa, nel 2005 uomini dello staffdi Storace e alcuni investigatori privati andavano a caccia di notizie riservate per screditare gli avversari politici alle elezioni regionali e trafficavano con i computer dell'anagrafe. Roba da Repubblica delle banane.
Come, a ben vedere, sono da Repubblica delle banane pure le candidature nelle fila dell'Idv, dell'ex pm De Magistris e del giornalista Carlo Vulpio, che seguiva le sue inchieste. Non però perché i due siano indagati, in virtù di denunce già in parte risultate infondate. Ma perché il Csm, prima, e il quotidiano per cui Vulpio scriveva, poi, invece che difenderli, li hanno sollevati dagli incarichi.
Sovvenzioni
fonte:l'espressonline.com
Il tesoro della Casta
di Gianni Del Vecchio e Stefano Pitrelli
Leciti ma segreti: la nuova legge permette di tenere nascosto il 27 per cento dei contributi elargiti dai privati. Così 15 milioni l'anno restano coperti
Pier Ferdinando Casini Trasparenza addio, sulle sovvenzioni di privati e aziende ai partiti cala di nuovo l'ombra. Ai tempi di Tangentopoli il reato di illecito finanziamento travolse la prima Repubblica? Bene, adesso il finanziamento è diventato lecito ma invisibile, praticamente occulto: sotto i 50 mila euro resta nascosto a norma di legge. È l'arma segreta di un esercito di uomini con la ventiquattr'ore che cinge d'assedio i palazzi del potere: si chiamano lobbisti, e bussano alle porte dei politici, ungendo ingranaggi dove più gli conviene. Quanto pesi veramente la loro opera di "seduzione" sulle decisioni del Parlamento è cosa ardua da capire.
Le liste tenute dalle Camere non sono soltanto difficili da consultare, ma nascondono la reale entità del fenomeno. Spulciando i bilanci 2007 delle formazioni politiche rappresentate in Parlamento, infatti, "L'espresso" ha individuato una "zona grigia", formata dai fondi dei quali i tesorieri di partito non sono tenuti a render nota la provenienza. Qui si scopre che ben il 27 per cento dei contributi privati ai principali partiti italiani è perlopiù di origine ignota. Un limbo da 15 milioni di euro, insomma. Appena due, invece, i milioni di euro in finanziamenti "trasparenti" nello stesso anno. Se poi pensi che nel 2008 (che è stata annata di campagne elettorali) le cifre "alla luce del sole" sono quadruplicate, vien da chiedersi quanto sia cresciuta in proporzione la zona d'ombra.
Come funzioni il lobbismo sommerso ce lo spiega Franco Bonato, ex tesoriere di Rifondazione: "L'intento di celare la provenienza dei fondi diviene evidente quando si constata la facilità con cui il limite fissato per legge può essere aggirato. Se io, imprenditore, decido di dare 50 mila euro a un partito, ma preferisco che il mio contributo resti segreto, mi basterà versarne 49.999. Se ho intenzione di versarne più di 50 mila, e voglio sempre restare anonimo, mi basterà ripartire la somma fra i componenti della mia famiglia. Così io ne verserò una quota, mia moglie un'altra, mio figlio un'altra ancora e così via. Sono stratagemmi di uso comune per chi non vuole farsi notare", conclude.
Tutto grazie allo scorso governo Berlusconi. Agli inizi del 2006, poche righe inserite di soppiatto nel famoso Milleproroghe, a mo' di sandwich fra una disposizione sull'8 per mille e un contributo a "Genova capitale europea della cultura 2004", sono andate a innalzare la soglia di trasparenza dei fondi privati, al di sotto della quale è impossibile sapere chi-dà-quanto-a-chi. La cifra è schizzata dai circa 6.600 euro fissati nel lontano 1981 ai 50 mila di oggi. Venti volte tanto. Pure fra i banchi dell'opposizione se n'erano accorti in pochi: fra questi Pierluigi Castagnetti, allora deputato della Margherita, ora Pd. "Permettere che si elargiscano anonimamente cento milioni di vecchie lire", ribadisce oggi, "vuol dire che qui non si parla più di "finanziamento", ma di semplice corruzione politica ". Per i partiti come per i singoli parlamentari. Lo stesso accadeva nel medesimo periodo per il finanziamento privato a deputati e senatori, con una modifica voluta dai parlamentari della Casa delle libertà, e infilata con altrettanta destrezza in un testo di legge sul voto domiciliare. In questo caso la soglia è salita dai 6.500 euro a 20 mila e con una differenza non da poco: mentre la zona grigia dei partiti è calcolabile a partire dai loro bilanci, quella dei parlamentari no.
Il grigio, da noi, non è fatto solo di soldi che vanno da privati e lobbisti a partiti o singoli parlamentari. Fioccano i versamenti che per varie ragioni viaggiano da partito a partito (vedi box) o da politico a partito. Le liste della Camera sono piene di rappresentanti che finanziano la propria formazione. Come gli oltre 4 milioni di euro arrivati ai Ds dai propri deputati e senatori nel 2007, i circa 713 mila euro dei leghisti o i 281 mila euro dell'Idv, ma succede anche con An e Margherita, ed era tradizione consolidata fra quelli di Rifondazione. Se l'autofinanziamento attraverso i propri politici può avere un senso, però, qualche perplessità la suscitano i casi in cui è il gruppo parlamentare a rimpinguare le casse del suo partito coi finanziamenti pubblici che riceve da Camera e Senato. Soldi che in teoria servirebbero esclusivamente alle spese di gestione degli uffici, ma che si traducono in un ulteriore finanziamento pubblico indiretto. Vedi i 97 mila euro del gruppo alla Camera di An, ma vedi anche il mezzo milione di euro che nel 2007 i gruppi leghisti hanno girato a via Bellerio. Se a tutto ciò aggiungi il fatto che, grazie a un vecchio cavillo tornato "utile" ai tempi di Internet, le liste dei finanziamenti privati non possono essere pubblicate on line, è evidente che in Italia lobbisti e lobbizzati godono di una comoda cortina di fumo. Che fa diventare sempre più opachi i rapporti fra il potere economico e quello politico.
Prendiamo Forza Italia. Il confronto fra i contributi sopra i 50 mila euro ricevuti negli ultimi due anni fa riflettere: nel 2007, quando era all'opposizione, è stata corteggiata dai lobbisti con 310 mila euro. Che però un anno dopo, conquistato palazzo Chigi, sono lievitati a quasi 2 milioni e mezzo. Tanti soldi, tanti favori da ricambiare? Una delle più folte pattuglie di sostenitori del Cavaliere sono i costruttori. A scendere in campo addirittura l'Associazione nazionale costruttori edili, con 50 mila euro che certo non staranno rendendo la vita più difficile al Piano Casa di Berlusconi. Insieme all'Ance i grandi costruttori privati, quelli che sugli appalti pubblici fanno la loro fortuna, a cominciare dall'Astaldi, passando per la Pizzarotti di Parma, per finire con il gruppo Gavio.
Proprio Marcellino Gavio è il maggior finanziatore forzista, con 650 mila euro in 13 assegni da 50 mila l'uno. Gavio è azionista dell'Impregilo, società capofila per la costruzione del ponte sullo Stretto: è notizia di qualche settimana fa che, dopo lo stop imposto da Prodi, la grande opera ripartirà presto. Ma l'imprenditore alessandrino è anche uno dei signori delle autostrade italiane, visto che gestisce chilometri e chilometri di asfalto, soprattutto al Nord (una su tutte la Torino-Milano). Non gli dispiacerà se dal primo maggio il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, ha aumentato i pedaggi. Non solo cemento. Il partito berlusconiano si nutre anche di acciaio, coi 300 mila euro dell'imprenditore cremonese Giovanni Arvedi. E un occhio di riguardo va alla salute: 200 mila vengono dalle cliniche, La Nuova Sanità srl di Bari, e Multimedica Holding spa di Milano. Che per un partito andare al potere sia come un battesimo, con tanto di regali degli invitati, lo ha capito bene Raffaele Lombardo, padre-padrone dell'Mpa, che da quando è diventato governatore della Sicilia e alleato di governo della destra ha fatto l'en plein. Nel 2007 nessun contributo di peso, un anno dopo 665 mila euro. Primo fan del medico siciliano è Maurizio Zamparini, presidente del Palermo calcio, con due versamenti da 100 mila euro l'uno. E si capisce: i suoi interessi nell'isola sono molteplici, visto che nel capoluogo sta per costruire un grosso centro commerciale, e in più vorrebbe gestire il progetto di un nuovo stadio.
Va di magra, invece, a chi esce dalla stanza dei bottoni. È successo a Lamberto Dini, che quando risultava decisivo per le sorti del governo Prodi aveva ricevuto dall'imprenditore Davide Cincotti 295 mila euro. E ora che è intruppato nel Pdl gli tocca accontentarsi delle briciole (appena 100 mila). Idem per i Ds senesi. Quando il centrosinistra guidava il Paese, Giuseppe Mussari (capo del Monte Paschi) donava loro 162.500 euro, cifra che poi nel 2008 si è ridotta a meno della metà.
Antonio Di Pietro A volte lobbista e politico sono anime gemelle, altre una strana coppia. Come l'antiberlusconiano ante litteram, Antonio Di Pietro, che ha intascato 50 mila euro da Sei Tv, una società televisiva milanese. Dalla visura camerale salta fuori che la proprietaria è tale Tiziana Grilli, moglie di Raimondo Lagostena Bassi, reuccio delle tv locali grazie al circuito Odeon. Lagostena però è uomo che fa affari col Cavaliere (visto che mandava in onda la defunta Tv delle libertà della Brambilla), ed è anche editore di Telepadania (non a caso ha foraggiato anche la Lega con 60 mila euro). Allora con Di Pietro che c'azzecca?
Curioso pure il finanziamento di 60 mila euro alla campagna elettorale di Gianni Alemanno da parte della Snai, società di scommesse. Anche se in fondo al sindaco di Roma l'azzardo non dispiace, visto che da tempo preme per un casinò nella capitale. Ancora, c'è lo strano caso dell'onorevole Sergio De Gregorio, che invece di finanziare la propria televisione (Italiani nel mondo reti televisive", società che gestisce una tv satellitare e web) riceve dalla stessa quasi 75 mila euro.
Infine c'è il finanziamento al partito che diventa "lessico famigliare". Stiamo parlando dell'Udc di Pier Ferdinando Casini, che lo scorso anno ha potuto contare su 2.210.000 euro (seconda sola a Forza Italia), l'80 per cento dei quali proviene da un'unica fonte: l'immobiliarista Francesco Gaetano Caltagirone. Un bel po' di soldi, ma spezzettati in 18 tranche da 100 mila, perché così il suocero ci ha anche risparmiato su. Esiste infatti una norma studiata ad hoc perché i partiti calamitino soldi dai privati: chi dona fino a 103 mila euro può scaricare dalle tasse il 19 per cento dell'importo, molto di più rispetto a un'associazione qualsiasi.
Il tesoro della Casta
di Gianni Del Vecchio e Stefano Pitrelli
Leciti ma segreti: la nuova legge permette di tenere nascosto il 27 per cento dei contributi elargiti dai privati. Così 15 milioni l'anno restano coperti
Pier Ferdinando Casini Trasparenza addio, sulle sovvenzioni di privati e aziende ai partiti cala di nuovo l'ombra. Ai tempi di Tangentopoli il reato di illecito finanziamento travolse la prima Repubblica? Bene, adesso il finanziamento è diventato lecito ma invisibile, praticamente occulto: sotto i 50 mila euro resta nascosto a norma di legge. È l'arma segreta di un esercito di uomini con la ventiquattr'ore che cinge d'assedio i palazzi del potere: si chiamano lobbisti, e bussano alle porte dei politici, ungendo ingranaggi dove più gli conviene. Quanto pesi veramente la loro opera di "seduzione" sulle decisioni del Parlamento è cosa ardua da capire.
Le liste tenute dalle Camere non sono soltanto difficili da consultare, ma nascondono la reale entità del fenomeno. Spulciando i bilanci 2007 delle formazioni politiche rappresentate in Parlamento, infatti, "L'espresso" ha individuato una "zona grigia", formata dai fondi dei quali i tesorieri di partito non sono tenuti a render nota la provenienza. Qui si scopre che ben il 27 per cento dei contributi privati ai principali partiti italiani è perlopiù di origine ignota. Un limbo da 15 milioni di euro, insomma. Appena due, invece, i milioni di euro in finanziamenti "trasparenti" nello stesso anno. Se poi pensi che nel 2008 (che è stata annata di campagne elettorali) le cifre "alla luce del sole" sono quadruplicate, vien da chiedersi quanto sia cresciuta in proporzione la zona d'ombra.
Come funzioni il lobbismo sommerso ce lo spiega Franco Bonato, ex tesoriere di Rifondazione: "L'intento di celare la provenienza dei fondi diviene evidente quando si constata la facilità con cui il limite fissato per legge può essere aggirato. Se io, imprenditore, decido di dare 50 mila euro a un partito, ma preferisco che il mio contributo resti segreto, mi basterà versarne 49.999. Se ho intenzione di versarne più di 50 mila, e voglio sempre restare anonimo, mi basterà ripartire la somma fra i componenti della mia famiglia. Così io ne verserò una quota, mia moglie un'altra, mio figlio un'altra ancora e così via. Sono stratagemmi di uso comune per chi non vuole farsi notare", conclude.
Tutto grazie allo scorso governo Berlusconi. Agli inizi del 2006, poche righe inserite di soppiatto nel famoso Milleproroghe, a mo' di sandwich fra una disposizione sull'8 per mille e un contributo a "Genova capitale europea della cultura 2004", sono andate a innalzare la soglia di trasparenza dei fondi privati, al di sotto della quale è impossibile sapere chi-dà-quanto-a-chi. La cifra è schizzata dai circa 6.600 euro fissati nel lontano 1981 ai 50 mila di oggi. Venti volte tanto. Pure fra i banchi dell'opposizione se n'erano accorti in pochi: fra questi Pierluigi Castagnetti, allora deputato della Margherita, ora Pd. "Permettere che si elargiscano anonimamente cento milioni di vecchie lire", ribadisce oggi, "vuol dire che qui non si parla più di "finanziamento", ma di semplice corruzione politica ". Per i partiti come per i singoli parlamentari. Lo stesso accadeva nel medesimo periodo per il finanziamento privato a deputati e senatori, con una modifica voluta dai parlamentari della Casa delle libertà, e infilata con altrettanta destrezza in un testo di legge sul voto domiciliare. In questo caso la soglia è salita dai 6.500 euro a 20 mila e con una differenza non da poco: mentre la zona grigia dei partiti è calcolabile a partire dai loro bilanci, quella dei parlamentari no.
Il grigio, da noi, non è fatto solo di soldi che vanno da privati e lobbisti a partiti o singoli parlamentari. Fioccano i versamenti che per varie ragioni viaggiano da partito a partito (vedi box) o da politico a partito. Le liste della Camera sono piene di rappresentanti che finanziano la propria formazione. Come gli oltre 4 milioni di euro arrivati ai Ds dai propri deputati e senatori nel 2007, i circa 713 mila euro dei leghisti o i 281 mila euro dell'Idv, ma succede anche con An e Margherita, ed era tradizione consolidata fra quelli di Rifondazione. Se l'autofinanziamento attraverso i propri politici può avere un senso, però, qualche perplessità la suscitano i casi in cui è il gruppo parlamentare a rimpinguare le casse del suo partito coi finanziamenti pubblici che riceve da Camera e Senato. Soldi che in teoria servirebbero esclusivamente alle spese di gestione degli uffici, ma che si traducono in un ulteriore finanziamento pubblico indiretto. Vedi i 97 mila euro del gruppo alla Camera di An, ma vedi anche il mezzo milione di euro che nel 2007 i gruppi leghisti hanno girato a via Bellerio. Se a tutto ciò aggiungi il fatto che, grazie a un vecchio cavillo tornato "utile" ai tempi di Internet, le liste dei finanziamenti privati non possono essere pubblicate on line, è evidente che in Italia lobbisti e lobbizzati godono di una comoda cortina di fumo. Che fa diventare sempre più opachi i rapporti fra il potere economico e quello politico.
Prendiamo Forza Italia. Il confronto fra i contributi sopra i 50 mila euro ricevuti negli ultimi due anni fa riflettere: nel 2007, quando era all'opposizione, è stata corteggiata dai lobbisti con 310 mila euro. Che però un anno dopo, conquistato palazzo Chigi, sono lievitati a quasi 2 milioni e mezzo. Tanti soldi, tanti favori da ricambiare? Una delle più folte pattuglie di sostenitori del Cavaliere sono i costruttori. A scendere in campo addirittura l'Associazione nazionale costruttori edili, con 50 mila euro che certo non staranno rendendo la vita più difficile al Piano Casa di Berlusconi. Insieme all'Ance i grandi costruttori privati, quelli che sugli appalti pubblici fanno la loro fortuna, a cominciare dall'Astaldi, passando per la Pizzarotti di Parma, per finire con il gruppo Gavio.
Proprio Marcellino Gavio è il maggior finanziatore forzista, con 650 mila euro in 13 assegni da 50 mila l'uno. Gavio è azionista dell'Impregilo, società capofila per la costruzione del ponte sullo Stretto: è notizia di qualche settimana fa che, dopo lo stop imposto da Prodi, la grande opera ripartirà presto. Ma l'imprenditore alessandrino è anche uno dei signori delle autostrade italiane, visto che gestisce chilometri e chilometri di asfalto, soprattutto al Nord (una su tutte la Torino-Milano). Non gli dispiacerà se dal primo maggio il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, ha aumentato i pedaggi. Non solo cemento. Il partito berlusconiano si nutre anche di acciaio, coi 300 mila euro dell'imprenditore cremonese Giovanni Arvedi. E un occhio di riguardo va alla salute: 200 mila vengono dalle cliniche, La Nuova Sanità srl di Bari, e Multimedica Holding spa di Milano. Che per un partito andare al potere sia come un battesimo, con tanto di regali degli invitati, lo ha capito bene Raffaele Lombardo, padre-padrone dell'Mpa, che da quando è diventato governatore della Sicilia e alleato di governo della destra ha fatto l'en plein. Nel 2007 nessun contributo di peso, un anno dopo 665 mila euro. Primo fan del medico siciliano è Maurizio Zamparini, presidente del Palermo calcio, con due versamenti da 100 mila euro l'uno. E si capisce: i suoi interessi nell'isola sono molteplici, visto che nel capoluogo sta per costruire un grosso centro commerciale, e in più vorrebbe gestire il progetto di un nuovo stadio.
Va di magra, invece, a chi esce dalla stanza dei bottoni. È successo a Lamberto Dini, che quando risultava decisivo per le sorti del governo Prodi aveva ricevuto dall'imprenditore Davide Cincotti 295 mila euro. E ora che è intruppato nel Pdl gli tocca accontentarsi delle briciole (appena 100 mila). Idem per i Ds senesi. Quando il centrosinistra guidava il Paese, Giuseppe Mussari (capo del Monte Paschi) donava loro 162.500 euro, cifra che poi nel 2008 si è ridotta a meno della metà.
Antonio Di Pietro A volte lobbista e politico sono anime gemelle, altre una strana coppia. Come l'antiberlusconiano ante litteram, Antonio Di Pietro, che ha intascato 50 mila euro da Sei Tv, una società televisiva milanese. Dalla visura camerale salta fuori che la proprietaria è tale Tiziana Grilli, moglie di Raimondo Lagostena Bassi, reuccio delle tv locali grazie al circuito Odeon. Lagostena però è uomo che fa affari col Cavaliere (visto che mandava in onda la defunta Tv delle libertà della Brambilla), ed è anche editore di Telepadania (non a caso ha foraggiato anche la Lega con 60 mila euro). Allora con Di Pietro che c'azzecca?
Curioso pure il finanziamento di 60 mila euro alla campagna elettorale di Gianni Alemanno da parte della Snai, società di scommesse. Anche se in fondo al sindaco di Roma l'azzardo non dispiace, visto che da tempo preme per un casinò nella capitale. Ancora, c'è lo strano caso dell'onorevole Sergio De Gregorio, che invece di finanziare la propria televisione (Italiani nel mondo reti televisive", società che gestisce una tv satellitare e web) riceve dalla stessa quasi 75 mila euro.
Infine c'è il finanziamento al partito che diventa "lessico famigliare". Stiamo parlando dell'Udc di Pier Ferdinando Casini, che lo scorso anno ha potuto contare su 2.210.000 euro (seconda sola a Forza Italia), l'80 per cento dei quali proviene da un'unica fonte: l'immobiliarista Francesco Gaetano Caltagirone. Un bel po' di soldi, ma spezzettati in 18 tranche da 100 mila, perché così il suocero ci ha anche risparmiato su. Esiste infatti una norma studiata ad hoc perché i partiti calamitino soldi dai privati: chi dona fino a 103 mila euro può scaricare dalle tasse il 19 per cento dell'importo, molto di più rispetto a un'associazione qualsiasi.
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giovedì, maggio 21, 2009
Il fascismo secondo Pasolini
Il fascismo secondo Pasolini
“Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.
L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?
No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari - umiliati - cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di “studente”. Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell’adeguarsi al modello “televisivo” - che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale - diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre”.
Pier Paolo Pasolini
“Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.
L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?
No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari - umiliati - cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di “studente”. Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell’adeguarsi al modello “televisivo” - che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale - diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre”.
Pier Paolo Pasolini
venerdì, maggio 15, 2009
Feltri è Feltri
Sempre allineato, coperto e fine il fogliaccio del Feltri ama spacciarsi per una pubblicazione di "vero giornalismo d'inchiesta". "Se riconoscete quest uomo riconoscete una notizia", berciava la pubblicità sul sito di Libero di fianco al santino del direttorino.
Poi però quando si parla del Silvio, Feltri torna quasi paterno. A me fa vomitare, ma è una opinione.

...il dramma è che queste follìe in molti le leggono...
Scrive il noto (in Italia) giornalista Vittorio Feltri...
Siamo esterrefatti dall’incapacità degli avversari di Berlusconi a comprendere che un uomo come lui non lo si combatte sul suo terreno dove è imbattibile. Prenderlo in giro perché ama contornarsi di fanciulle avvenenti, cerca di apparire più alto di quanto non sia, nasconde la pelata, si trucca il volto per nascondere le rughe, sceglie le foto da immettere nel circuito mediatico, monopolizza il microfono nei programmi televisivi cui raramente partecipa, racconta barzellette, si abbandona a battutacce e a gesti irridenti, scherza durante gli incontri internazionali eccetera; prenderlo in giro per queste cose, dicevo, significa fargli un favore. Per non parlare delle sue gaffe vere o presunte: commentarle con accenti sfottitori o peggio, indignati, serve solo ad accrescere la sua popolarità e la sua simpatia. Ciò che di lui irrita i burocrati del potere, e i sedicenti intellettuali con la puzza sotto il naso, piace assai alla gente comune e alla borghesia, da quella piccola piccola a quella alta alta, anche se magari non lo ammette nel timore di non apparire abbastanza sofisticata. (...) (...) Gente che si identifica nel Cavaliere e a cui non importa avere il suo reddito: le basta aspirare ad averlo. Gente che detesta i suoi detrattori dei quali avverte come fastidiosa ogni critica e ogni stonatura. Da anni il giornalismo chic e gli intelligentoni che lo supportano sono impegnati nel patetico tentativo di screditare l’uomo di Arcore con le armi del disprezzo, e da anni la sinistra perde. Perde voti e credibilità. Perde la trebisonda, la sinderesi e il residuale patrimonio di ideali. Ora è nullatenente. Pensare che non ci vorrebbe molto ad attaccare il premier non tanto su quello che fa bensì su quello che (continua se volete buttare dei soldi compratevi Libero)...
Poi però quando si parla del Silvio, Feltri torna quasi paterno. A me fa vomitare, ma è una opinione.

...il dramma è che queste follìe in molti le leggono...
Scrive il noto (in Italia) giornalista Vittorio Feltri...
Siamo esterrefatti dall’incapacità degli avversari di Berlusconi a comprendere che un uomo come lui non lo si combatte sul suo terreno dove è imbattibile. Prenderlo in giro perché ama contornarsi di fanciulle avvenenti, cerca di apparire più alto di quanto non sia, nasconde la pelata, si trucca il volto per nascondere le rughe, sceglie le foto da immettere nel circuito mediatico, monopolizza il microfono nei programmi televisivi cui raramente partecipa, racconta barzellette, si abbandona a battutacce e a gesti irridenti, scherza durante gli incontri internazionali eccetera; prenderlo in giro per queste cose, dicevo, significa fargli un favore. Per non parlare delle sue gaffe vere o presunte: commentarle con accenti sfottitori o peggio, indignati, serve solo ad accrescere la sua popolarità e la sua simpatia. Ciò che di lui irrita i burocrati del potere, e i sedicenti intellettuali con la puzza sotto il naso, piace assai alla gente comune e alla borghesia, da quella piccola piccola a quella alta alta, anche se magari non lo ammette nel timore di non apparire abbastanza sofisticata. (...) (...) Gente che si identifica nel Cavaliere e a cui non importa avere il suo reddito: le basta aspirare ad averlo. Gente che detesta i suoi detrattori dei quali avverte come fastidiosa ogni critica e ogni stonatura. Da anni il giornalismo chic e gli intelligentoni che lo supportano sono impegnati nel patetico tentativo di screditare l’uomo di Arcore con le armi del disprezzo, e da anni la sinistra perde. Perde voti e credibilità. Perde la trebisonda, la sinderesi e il residuale patrimonio di ideali. Ora è nullatenente. Pensare che non ci vorrebbe molto ad attaccare il premier non tanto su quello che fa bensì su quello che (continua se volete buttare dei soldi compratevi Libero)...
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Que ridiculos...
EA dice que la destitución de Julián Reyes es "una muestra más de la paranoia del nacionalismo español excluyente"
Copa.-EA dice que el cese en TVE es consecuencia de la "paranoia del nacionalismo español excluyente" (14/05/2009)
Fútbol/Copa.- El PP pedirá la comparecencia en el Congreso del presidente de RTVE (14/05/2009)
El PP pedirá la comparecencia en el Congreso del presidente de RTVE (14/05/2009)
Copa.- Sáenz de Santamaría censura la falta de respeto de "una minoría" que "no entiende ni de fútbol ni de política" (14/05/2009)
Fútbol.- Sáenz de Santamaría censura la falta de respeto de "una minoría" que "no entiende ni de fútbol ni de política" (14/05/2009)
BILBAO, 14 May. (EUROPA PRESS) -
El secretario de Comunicación de Eusko Alkartasuna, Mikel Irujo, manifestó hoy que la destitución del director de deportes de TVE, Julián Reyes, por no emitir en directo en la transmisión de la final de la Copa, el himno de España "ante una fuerte pitada de la afición vasca y catalana, es una muestra más de la paranoia que rodea al nacionalismo español excluyente".
En un comunicado, Irujo indicó que "no tiene sentido que se empeñaran en entonar el himno del Estado ante la afición de dos nacionalidades históricas que no se sienten identificadas con España". "Ahora bien, al PSOE le ha faltado tiempo para destituir al director de TVE por no emitirlo en directo, ya que según ellos, es un error gravísimo", agregó.
Por ello, destacó que "cuando otros socialistas propugnan cambios de estilo y recurren en ilegalidades y a los militares, sus compañeros de Madrid se indignan y ponen el grito en el cielo porque los teleespectadores no pueden escuchar el himno ante la afición de dos naciones que no lo identifican como suyo y lo rechazan abiertamente".
Copa.-EA dice que el cese en TVE es consecuencia de la "paranoia del nacionalismo español excluyente" (14/05/2009)
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Fútbol.- Sáenz de Santamaría censura la falta de respeto de "una minoría" que "no entiende ni de fútbol ni de política" (14/05/2009)
BILBAO, 14 May. (EUROPA PRESS) -
El secretario de Comunicación de Eusko Alkartasuna, Mikel Irujo, manifestó hoy que la destitución del director de deportes de TVE, Julián Reyes, por no emitir en directo en la transmisión de la final de la Copa, el himno de España "ante una fuerte pitada de la afición vasca y catalana, es una muestra más de la paranoia que rodea al nacionalismo español excluyente".
En un comunicado, Irujo indicó que "no tiene sentido que se empeñaran en entonar el himno del Estado ante la afición de dos nacionalidades históricas que no se sienten identificadas con España". "Ahora bien, al PSOE le ha faltado tiempo para destituir al director de TVE por no emitirlo en directo, ya que según ellos, es un error gravísimo", agregó.
Por ello, destacó que "cuando otros socialistas propugnan cambios de estilo y recurren en ilegalidades y a los militares, sus compañeros de Madrid se indignan y ponen el grito en el cielo porque los teleespectadores no pueden escuchar el himno ante la afición de dos naciones que no lo identifican como suyo y lo rechazan abiertamente".
giovedì, maggio 14, 2009
Ah la finesse dei giovani

Noemi, sedere tarocco?
Il fidanzato svela a Novella 2000 un inconfessabile segreto: il lato B e le labbra della giovane Letizia sono ritoccati al computer. E di "papi" Berlusconi dice: «E' il mio mito». Lei intanto si dà al cinema impegnato con una ex pupa
foto
«Sono il meglio pr della discoteca Baia Imperiale di Riccione. Mi conoscono tutti, quando passo mi fanno la ola»: il fenomeno in questione è Domenico Cozzolino, il mezzo tronista fidanzato con Noemi Letizia. Napoletano di Boscotrecase, un paesino alle pendici del Vesuvio, ogni week end parte alla volta della cittadina romagnola per promuovere il suo locale. Ma quanto a mettere in buona luce la sua ragazza, Domenico deve ancora applicarsi. Intervistato da Novella2000, il 21enne ne descrive la furiosa gelosia: «Mamma mia, se un'altra ragazza mi guarda, o se mi scappa l'occhio, quella prima strepita e poi mi mette il muso».
Inconvenienti che capitano a un bel tipo come lui - «Alle ragazze piaccio» - ma che si sopportano per una ragazza dal fisico di Noemi, soprattutto in fatto di labbra e lato B: «Ma che lato B mozzafiato, magari... - commenta elegantemente Cozzolino - Il sedere a mandolino pubblicato sui giornali è il risultato di Photoshop. L'ha vista Noemi in Tv? E' una cosarella». E come se non bastasse, aggiunge: «Anche le labbra: quelle si gonfiano, si sgonfiano...». La "promozione" di Noemi si conclude confermando che i due sono malati di shopping, anche se «Napoli è provinciale» e tanti capi fashion non si trovano, e che lui non intende sposarla sebbene lei ne parli spesso.
Ex corteggiatore di Paola Frizziero, Cozzolino pare comparso come per magia nella vita di Noemi. Infatti nonostante i due raccontino che il loro rapporto va avanti da tempo nessuno lo conosceva, rivela l'Espresso, neppure le più care amiche della ragazza. Tutt'ora non compare nella lista degli amici su Facebook di nessuna di loro. E non figura neppure in nessuno degli scatti dell'arcinota festa di compleanno.
Per adesso Domenico pensa a Silvio («Lui è il mio mito»), al proprio regalo per Noemi (una collana d'oro con un ciondolo: suona familiare?) e alle vacanze estive a Riccione in una casa con l'amata (ma niente sesso, «siamo ragazzi all'antica»). Lei invece è un po' più pratica e approfitta del momento: oltre al film sui terremotati già noto, girerà anche Gomorra live show, un'indagine sulla mala campana nata sulla scia del successo di Saviano e Garrone e girata per motivi di sicurezza a Chioggia. E pensare che sull'ultimo numero di Chi Noemi ha detto di aver rinunciato a leggere Gomorra dopo aver visto il film: «Ha raccontato solo una piccola parte di Napoli. La nostra immagine ne è uscita a pezzi». Ma questa pellicola deve essere diversa: nel cast, oltre a Ciro Petrone, c'è Rosy Dilettuso, che ha dichiarato di essere stata talmente presa dal copione da averne divorato le oltre 300 pagine in una notte. Insomma, se perfino una ex pupa diventa secchiona, Noemi può star tranquilla, il progetto è valido. E, anche se parla della figlia di un politico corrotto e pedofilo, "papi" Silvio sarà contento. (Libero News)
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Il maleducato Giordano
... e questo lo hanno fatto direttore.....
Ambasciata del Giappone
Roma
Roma, 7 maggio 2009
Egregio Direttore,
ci riferiamo all'articolo apparso sul Vostro giornale il 30 aprile a p. 16, intitolato "Lambertow premiato dai giapponesi". Nel medesimo si legge "Lambertow fa incetta di consensi tra i musi gialli giapponesi".
E’ ben accetta l'attenzione prestata alla notizia del conferimento dell'onorificenza al Senatore Dini da parte del Giappone. Tuttavia, riteniamo che l'espressione utilizzata per identificarci, ossia "musi gialli", abbia una connotazione dispregiativa e molto negativa. Segnaliamo che l'espressione non sarebbe neppure necessaria nel contesto, quindi il suo utilizzo è totalmente gratuito. Inoltre, tale espressione così grossolana non ci sembra consona né all'altezza di un giornale come il Vostro, a tiratura nazionale e con una sua tradizione nel giornalismo italiano.
Pertanto, richiediamo quanto prima una spiegazione a scopo di rettifica sull'espressione "musi gialli giapponesi" come apparsa sul Vostro giornale.
Attendendo una Sua risposta in merito, Le porgiamo distinti saluti.
Shinsuke Shimizu
Ministro e Vice Capo Missione
P.S.- Anticipiamo, inoltre, che la presente lettera sarà pubblicata in ogni caso sul sito della nostra Ambasciata al fine di informare i Vostri numerosi lettori.
_______________________
Gent.mo
Dott. Mario GIORDANO
Direttore Responsabile
Il Giornale
Via Gaetano Negri, 4
20123 MILANO
martedì, maggio 12, 2009
Chi è Roberto Maroni

Secondo le indagini della procura della Repubblica....
Certo si dirà che sia una polpetta avvelenata di Berlusconi per mettere al suo posto la Lega Nord. È indubbio però che sia quantomeno bizzarro (aggettivo utilizzato per non incorrere in querele) che il titolare del Viminale sia uno che sino a qualche anno fa andava sbraitando di secessionismo. Continuo a trovare immondo che sia stato nominato titolare del ministero degli Interni. Ma in Italia sembra normale. Ma quando accidenti questo Paese avrà un sussulto d'orgoglio anche da parte degli elettori leghisti traditi?
Ecco la lettera del sedicente "governo padano". Dio Po! Verrebbe da dire
http://download.repubblica.it/pdf/2009/gov-provvisorio.pdf
Ecco il ricorso del GUP
http://download.repubblica.it/pdf/2009/conflitto-att-poteri.pdf
Fonte: la Repubblica
aroni, la passione delle ronde
Nel '96 reclutava le Guardie padane
In una lettera come membro del "Governo provvisorio" invitava gli iscritti
a presentare le domande di adesione. "Esercitiamoci al tiro a segno"
di ALBERTO CUSTODERO
Il ministro degli Interni, Roberto Maroni
ROMA - Da reclutatore della ronde della Repubblica Federale della Padania a regolarizzatore delle ronde della Repubblica Italiana. Dalle carte, in parte inedite, dell'indagine svolta nel '96 dall'allora procuratore di Verona Guido Papalia sulla secessione leghista è possibile ricostruire nei dettagli l'iperbole politica di Roberto Maroni passato da "portavoce" del comitato provvisorio di liberazione della Padania, nel 1996. A ministro dell'Interno in carica del terzo Governo Berlusconi.
LA LETTERA DEL RECLUTATORE - IL RICORSO DEL GUP
L'indagine del procuratore Papalia contro tutto lo stato maggiore della Lega Nord aveva per oggetto la secessione ("la loro intenzione di disciogliere l'unità dello stato"), e le ronde padane (la Guardia nazionale padana e le "camicie verdi, aventi all'evidenza caratteristiche paramilitari"). E' tutt'ora pendente
presso il gip veronese in attesa che la Consulta si pronunci su un conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato (vedi allegato, ndr) per l'uso che la procura veronese ha fatto delle intercettazioni telefoniche di alcuni parlamentari leghisti. In questa inchiesta sulla "costituzione, il 14 settembre del '97, a Venezia, di un governo della Padania" (da allora mai disciolto) il cui presidente del consiglio risultava Maroni, sono attualmente ancora indagati tre ministri leghisti del governo Berlusconi: lo stesso Maroni, il
ministro per le Riforme e leader leghista Umberto Bossi, e il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli.
Da quei documenti giudiziari che portano il timbro della procura di Verona, emergono dal passato dettagli e particolari che acquistano oggi nuovi significati soprattutto se riletti alla luce del dibattito di in corso sul ddl sicurezza. E sulla determinazione della Lega Nord a porre oggi la fiducia sul pacchetto di norme fra cui spicca, non a caso, la regolarizzazione su tutto il territorio nazionale delle ronde.
Le carte della procura di Verona testimoniano che Maroni, tredici anni fa, era il "portavoce" del "Comitato di liberazione della Padania" il cui statuto prevedeva "la non collaborazione, la resistenza fiscale e la disobbedienza civile" come "forma di lotta democratica per garantire il diritto di autodeterminazione dei
popoli". E che si avvaleva delle "camicie verdi" per garantire il "servizio d'ordine organizzato nell'ambito dei territorio della Padania".
Oggi Maroni è il ministro dell'Interno della "tolleranza zero" che - contro il parere di tutti i sindacati dei poliziotti che lo accusano, come dice Enzo Letiza del'Anfp, di "togliere il monopolio dell'ordine pubblico alla Polizia e di stornare fondi dalle forze dell'ordine ai volontari della sicurezza" - vuole legittimare tutte le ronde d'Italia. Comprese forse anche quelle di cui nel '96 era reclutatore e responsabile: la "Federazione della Guardia nazionale padana" e le "camicie verdi" (tutt'ora esistenti e operanti nelle realtà del Nord nell'ambito della Protezione civile, seppure con la faccia più presentabile di onlus).
Secondo l'atto costitutivo in origine di questa Federazione - presente fra le migliaia di carte processuali - sottoscritto da Maroni, Gnutti e Bossi, uno degli scopi della Gnp era "proporre l'esercizio del tiro a segno come momento di pacifico riferimento storico, come attività sportiva, di svago e motivo di aggregazione sociale". Non a caso, nei moduli di iscrizione alla Gnp era prevista la domanda sul possesso di porto d'armi da parte dell'aspirante. Tiro a segno e porto d'armi, tuttavia, non si spiegano di fronte al dettato dell'art. 2 comma "d" che mette tra i princìpi ispiratori delle Guardie padane: "... il rifiuto di ogni attività che implichi anche indirettamente il ricorso all'uso delle armi o della violenza".
In sostanza, il Maroni ministro dell'Interno potrebbe legittimare, oggi - fra le tante ronde sparse un po' ovunque per il Paese - anche l'ex servizio d'ordine del governo provvisorio della Padania di cui era membro e portavoce, oggi onlus.
Che fosse proprio lui il reclutatore della Gnp, del resto, emerge con inoppugnabile chiarezza da una pagina spuntata dai trenta faldoni stipati nell'ufficio del gip di Verona.
Si tratta di una lettera del 7 ottobre del '96, firmata a mano "affettuosi saluti padani, Roberto Maroni", nella quale l'attuale ministro dell'Interno annunciava che per la costituzione della Gnp erano arrivate talmente tante domande, "che il governo Provvisorio della Repubblica Padana ha proceduto nel giro di pochi giorni alla costituzione di 19 Compagnie provinciali".
"Per consentire tale reclutamento - si legge ancora in quella lettera di Maroni - il Governo padano ha approvato una campagna di reclutamento di volontari in tutte le provincie". "Attenzione - ammoniva poi - La domanda di adesione alla Gnp deve essere trasmessa al goverrno via fax e nessuna scheda dovrà essere conservata all'interno della sezione della Lega Nord. La Gnp riveste carattere strategico per il futuro della Padania". Che cosa fosse in realtà quel carattere strategico della Gnp lo chiarirà, il 22 settembre del '96, Irene Pivetti, ex presidente della Camera leghista, al procuratore Papalia che la interrogò come teste.
"Bossi mi spiegò - verbalizzò la Pivetti - cosa significasse per lui la Guardia nazionale Padana: "quando un popolo si sveglia, mi disse, ha bisogno del suo esercito". La regolarizzazione delle ronde che la Lega farà passare ponendo oggi la fiducia alla Camera è questione antica. Ci aveva già provato nel '96 con la
Repubblica Padana. In un documento acquisito il 13 gennaio del '98 dalla Questura di Pavia c'è infatti una "proposta di legge d'iniziativa del governo della Padania" rivolta al suo Parlamento. E intitolata "norme per la costituzione della Guardia nazionale Padana e per il riconoscimento delle associazioni volontarie di prevenzione e controllo della sicurezza dei cittadini e del territorio denominato Guardia nazionale Padana".
Ciò che a Maroni non riuscì nel '97 quando era portavoce del Governo Provvisorio della Repubblica Padana, gli potrebbe riuscire in questi giorni, dieci anni dopo, come ministro dell'Interno della Repubblica italiana.
MIA PERSONALE AGGIUNTA: Troverete in Youtube le dichiarazioni di Sean Penn che, parlando del gabinetto Bush, diceva che i suoi membri avrebbero dovuto essere "in a fucking jail", e lo ha affermato in televisione senza che gli accadesse nulla. Ora, magari non si pretende la stessa cosa in Italia, ma questa mafiosa par condicio che impedisce di accusare "con prove" in televisione è ridicola. Ormai la tv in chiaro è totalmente squalificata.
lunedì, maggio 11, 2009
domenica, maggio 10, 2009
Intervista a un povero vecchio

... che fu grande regista...
Salvatore Dama per Libero
«La prima volta che l'ho vista, mi sono incazzato. Poi un po' mi è passata. Adesso ne ho anche fatto incidere una copia». E così il nastro di Anno Zero, la puntata dell'altra sera su Veronica Lario, riposa nella videoteca di Franco Zeffirelli, accanto alle pellicole dei suoi capolavori. «La tengo per le serate no», confessa il più conosciuto e premiato regista italiano, «così la guardo e rido».
Ride per non piangere, Zeffirelli. Siede in poltrona, nel patio dal gusto liberty della sua villa sull'Appia antica. Beve acqua gelata e si tormenta le tempie stringendole tra le mani con un ritmo costante: «Chiamare la Guerritore come vestale di virtù? Sono scemi?», si indigna. Per le mani ha i bozzetti del Centro internazionale delle arti e dello spettacolo di Firenze. Dove il regista metterà a disposizione il suo archivio artistico. Molla tutto, però, quando si tratta di parlare del divorzio dell'anno. Conosce tutti i personaggi del dramma di Arcore. Parlarne lo intriga.
L'attrice Guerritore ha dato voce alle parole della signora Lario. Che male c'è?
«Ma lei è famosa per averne fatte di cotte e di crude. Non ha mai avuto problemi a esibire quelle chiappe che aveva (devo dire molto carine)».
Nessun titolo per dare giudizi morali?
«Ha avuto la spudoratezza di venire lì, con la sua faccia da attrice drammatica di un dramma scandinavo e ha declamato il testamento spirituale della signora Berlusconi. Adoprando parole che mi sono girate dentro. C'è Hedda Gabler di mezzo (dramma dello scrittore Henrik Ibsen, ndr) che lei ha conosciuto bene quando lavorava con Strehler».
Cos'è che non andava?
«Che intorno a questa donna pettinata, triste, dolorosa e alle sue parole grondanti amarezza, c'erano gli ingrandimenti delle bistecche della signora Berlusconi».
Bistecche?
«Le labbra carnose di Veronica. Su, andiamo: intorno alla presentazione del dolore della povera donna tradita ci voleva un'atmosfera più grave».
Errore di Santoro?
«Io ho vissuto con il meglio che il secolo scorso ha dato. Non posso trovarmi mischiato in un mondo di gente come questa. La televisione non è solo una vetrina. È una cattedra. E vi ritroviamo questa vecchia signora, un dì bella, della Guerritore. Poi c'è quel Travaglio...»
Marco Travaglio.
«Durante la Rivoluzione francese sarebbe stato il primo personaggio a essere ghigliottinato. Ha anche quello stile, la gestualità delle mani, parla forbito: è il cattivo del Settecento».
Veronica Lario ha le sue ragioni.
«La signora Berlusconi ha fatto una polemica di bassa lega. Mi aspettavo altro da lei».
Tipo?
«Cappello con cappuccio e via: all'Aquila col marito. Come una vera prima lady».
S'è sentita umiliata.
«Ma lasciamo perdere tutto questo troiaio. Chi se ne frega se Silvio c'ha provato con una ragazza. Tutti abbiamo debolezze. Non per questo si deve sfasciare una famiglia».
Anche se la ragazza è minorenne?
«Chiariamo: se io fossi il genitore di Noemi non avrei mai permesso che mandasse in giro la propria immagine a 15 anni. Così bellina e suscitatrice di desideri negli adulti, buttata sul mercato...».
Però?
«Gli italiani hanno altri problemi. Il momento è delicato e Berlusconi sta facendo cose positive. E avrei voluto vedere Veronica affianco a suo marito. Non contro».
Amarcord: la prima volta con Berlusconi?
«Primi anni Ottanta. Conobbi questo ometto molto simpatico che, da giovane imprenditore televisivo, voleva affacciarsi anche nel mondo della cultura».
Che fece?
«Comprò il teatro di via Manzoni e lo inaugurò con un grande spettacolo, la Maria Stuarda di Schiller. Ne ero il regista. Accanto c'era la compagnia di Enrico Maria Salerno con una commedia bella e forte, "Le cocu magnifique" di Crommelynck, dove c'era una donna».
Veronica Lario.
«Impressionante. Giovane, bella, forte, precisa, crudele. Una attrice di calibro. Una donna sensazionale. Con un seno così. Salerno aveva perso la testa per lei».
E Franco Zeffirelli?
«Quel tipo di donna non mi stuzzica. In effetti, neanche le altre. Magari preferisco un giovanotto: fatti miei».
Silvio, invece?
«Bellino e piccolino, gli piacevano tutte. A Veronica disse: ti voglio, ti voglio, ti prendo».
Quando iniziano i problemi?
«Quando ad Arcore entra in scena un chirurgo plastico. In pochi anni ha sterminato questa famiglia. Anche Silvio».
Spieghi meglio.
«Se vediamo il nostro primo ministro conciato male con quella parrucca tinta (o quello che è) lo dobbiamo a quel chirurgo. Ma Berlusconi lo perdono: il governo sta facendo delle cose straordinarie».
Ma trascura la famiglia.
«Veronica odia suo marito. Altrimenti non scriverebbe quelle cose lì».
Qual è il vizio di Berlusconi?
«È malato di giovanilismo. Questa voglia di gioventù lo porta a fare errori veniali. Come tingersi i capelli o - come dicono - a pensare di toccare il culo alle biondine. Ma, a 73 anni, al massimo si parla di un pizzicotto, qualche bacino, un regalino».
Assolto con formula piena?
«Più fanno per distruggerlo, più lo esaltano. Scommetto: Berlusconi arriverà all'82% di popolarità. Con questa presunta storia delle corna alla moglie, nel segreto dell'urna, gli uomini non lo abbandonano».
E le donne?
«Stanno con lui. Veronica è antipatica».
Desolanti idiozie

Persino in campagna elettorale queste cose non si dovrebbero dire.
"Quello per Di Pietro è un voto inutile". E su Franceschini si scatena l'ira Idv
Fonte: la Repubblica
ROMA - "E' evidente che il giorno dopo le Europee si misurerà la distanza tra Pdl e Pd e su quella distanza si capirà se Berlusconi ha stravinto o se l'Italia avrà ancora un equilibrio di forze". E' netto il segretario del Pd Franceschini nel chiede un voto esclusivo per il suo partito, e scoppia ancor più violenta la lite preelettorale tra la forze del centrosinistra. Durissima la risposta dell'Italia dei Valori: "Franceschini è disperato, non votate per i democratici", dice il capogruppo alla Camera Donadi.
Il segretario dei Democratici lancia la sua sfida con l'occhio rivolto soprattutto agli elettori delusi: "Quella del 6 e 7 giugno è una partita che determinerà la qualità della democrazia italiana nei prossimi anni" dice, sottolienando che "le democrazie sono basate su un rapporto di forza che, naturalmente, è tra le forze più grandi". Poi l'affondo: "Se la delusione nei confronti del pd si tradurrà in astensionismo o in voto di protesta, perché il voto a Di Pietro è protesta, è chiaro che non è un progetto politico", la cosa "avrà un impatto enorme sugli equilibri di forze", ammonisce il leader democratico. E a quel punto "rischieremmo di svegliarci in un paese con un padrone assoluto".
E arriva, durissima, la risposta dell'alleato Idv, tramite il capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi: "Le parole di Franceschini sono desolanti e rendono palese la disperazione di un partito nato con vocazione maggioritaria e che un anno dopo è ridotto ad attaccare gli alleati per rubare quattro voti, per rendere meno imbarazzante un tracollo elettorale cui il gruppo dirigente si è già rassegnato. Il voto che gli italiani faranno proprio bene a non dare è al Pd"
This is a President
Don't take me wrong. I know, I am aware of. He will work for his country's interests, but he seems to be a great President.
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A futura memoria

Confidando in madre natura (e grattandomi ripetutamente i santissimi) credo che morirò dopo re Silvio. Dal punto di vista giornalistico mi interesserà davvero vedere che cosa s'inventeranno i suoi eredi, e quali essi saranno. Tuttavia questo commento del vecchio Scalfari, lo posto come ricordo. Lo leggerò fra una decina d'anni e anche allora non sarò in Italia, nella speranza che il Paese si risvegli da un incubo in cui si è calato tanti anni fa e che vede Berlusconi non certo come unico protagonista a destra come a sinistra (per quanto possano valere queste definizioni in uno stato ruffiano come l'Italia di oggi).
Credo che lo si debba alle giovani generazioni. Non si può sempre fottersene di quelli che verranno dopo.
Il pezzo che segue si chiude con l'ennesima, immonda (ma da alcuni pervicacemente definita sagace) battuta di Cossiga. È da persone come lui che abbiamo ereditato quello che c'è oggi. Non ce lo dimentichiamo.
Le trame e i segreti della corte imperiale
di EUGENIO SCALFARI
Fonte: la Repubblica
E' PASSATA poco più d'una settimana da quando la signora Veronica Lario in Berlusconi ha rotto il velo del "Mulino bianco" collocato tra le ville di Arcore e Macherio, scatenando una "tempesta perfetta" registrata con ampiezza dai giornali e dalle televisioni di tutto il mondo. Viene in mente il "Truman Show", quel libro e quel film di grande successo che raccontarono qualche anno fa di un giovane scelto fin dalla nascita da una grande catena televisiva, protagonista a sua insaputa di un "reality" seguito da un immenso pubblico fino a quando la barriera che chiudeva lo spazio del "set" venne varcata e il giovane acquistò coscienza ed entrò finalmente nel mondo reale.
Qui è accaduto e sta accadendo qualche cosa di analogo con la differenza, certo non di poco conto, che il "reality" non è immaginario ma reale, è reale il protagonista che è il capo del governo ed è reale lo spazio in cui l'azione si svolge, i comprimari che lo circondano, i cortigiani, i ministri, il popolo. Tutto è tremendamente reale, eppure è nello stesso tempo immaginario, mediatico, politico. In Italia va dunque in scena un "Truman Show" e tutti noi ne siamo gli attori. Non so se riderne o disperarsene. Scegliete voi cari lettori.
Attorno a questa situazione a dir poco anomala si sono accese molte discussioni e sono emersi molti temi distinti uno dall'altro e tuttavia interdipendenti. Uno di questi riguarda il modo d'essere e per conseguenza il modo di vivere di Silvio Berlusconi.
Non è certo la prima volta che questo tema sale al centro dell'attenzione pubblica ma mai come in questo caso che ha mescolato la politica e il "corpo del re" al gossip più pruriginoso che coinvolge i rapporti tra il pubblico e il privato.
Il secondo tema riguarda il corpo delle donne, il rispetto che gli si deve e le offese che gli si recano nonché i modi con i quali lo si usa. "Mode d'emploi".
Il terzo tema riguarda la sensibilità (o l'insensibilità) dei cattolici, dei loro pastori, della Chiesa su questo complesso di questioni etiche e al tempo stesso politiche.
C'è poi il tema concernente gli effetti o i mancati effetti di queste vicende sulla pubblica opinione e sulle intenzioni di voto che ne derivano. Questa discussione mette anche in causa il ruolo dei "media", la loro oggettività e la loro faziosità.
I vari temi sono da tempo sotto esame da parte dei giornali e delle televisioni ma è nell'ultima settimana che la temperatura è salita e la tensione ha raggiunto il massimo.
Il pubblico è abbastanza frastornato e le posizioni si vanno rapidamente radicalizzando. Ma è anche vero che per la prima volta si è aperta una crepa nel muro fin qui compatto del consenso berlusconiano. La crepa è visibile ma è ancora presto per stabilirne la profondità. Se riguarda soltanto l'intonaco non avrà conseguenze sulla solidità dell'edificio. Oppure si estenderà intaccando le fondamenta, i muri maestri e il tetto. I sondaggi già effettuati a ridosso dei fatti non hanno ancora l'attendibilità necessaria per far capire la natura delle lesioni che quell'edificio ha subìto.
Comincio con un'osservazione che riguarda i rapporti tra la sfera pubblica e quella privata. Sulla "Stampa" di mercoledì Barbara Spinelli ha approfondito questo tema ed ha scritto: "Sarebbe bello se gli uomini politici appendessero all'attaccapanni tutte le loro questioni private prima di entrare nell'agorà della politica" ed ha aggiunto: "Si vorrebbe non saper nulla dell'uomo politico se non quel che riguarda il bene comune, nulla delle sue notti o delle sue vacanze, nulla delle sue barche, delle sue tribù parentali, nulla neanche del suo credere o non credere in Dio. La cosa pubblica sarebbe bello che fosse un piccolo lembo di terra dove l'umanità fa politica".
Cara Barbara, sarebbe bello? Una volta tanto non concordo con te, se non altro perché non è mai accaduto, neppure nella polis di Pericle, di Socrate, di Alcibiade. Non è mai accaduto nella storia antica e tanto meno in quella moderna. Soprattutto non è mai accaduto quando il potere raggiunge livelli di spinto autoritarismo o addirittura diventa potere assoluto.
In tempi di democrazia una sottile distanza tra pubblico e privato può sussistere, ma in regimi autoritari o assoluti quella tenda divisoria cade del tutto.
L'esempio più eloquente si ha guardando alla Francia del re Sole che dette il tono per 150 anni a tutte le corti d'Europa. Lo Stato era il re, proprietà e patrimonio del re, e così l'esercizio della giustizia e dell'amministrazione, la pace e la guerra. Nulla era privato nella vita del re, ogni suo gesto, ogni sua frequentazione, ogni suo attimo si svolgeva al cospetto del pubblico, a cominciare dal suo risveglio, delle sue funzioni corporali, del suo più intimo "nettoyage" cui era adibito un ciambellano di nobile famiglia che aveva il privilegio di "pulire il re".
Le amanti del re abitavano a corte e apparivano al braccio del sovrano senza alcuna mistificazione.
In tempi moderni qualche ipocrisia in più ha attenuato queste esibizioni ma non molto. Mussolini si esibiva a dorso nudo tra i contadini e i muratori, ma nascondeva Claretta nonostante si vivesse in tempi di potere assoluto. Voglio qui ricordare la battuta recente di Alessandra sua nipote: a chi gli domandava quali fossero le differenze tra suo nonno e Berlusconi in tema di frequentazioni femminili, ha risposto: "Mio nonno non ha mai fatto ministro la Petacci". In effetti la differenza è notevole, anzi è una delle materie del contendere e la si trova esplicitamente indicata nella dichiarazione all'agenzia Ansa di Veronica Lario.
Nella trasmissione di Bruno Vespa dedicata a Berlusconi e alla sua rottura con la moglie il titolo che campeggiava sul telone di fondo era: "Oggi parlo io". Infatti così è stato per oltre due ore, ha parlato soltanto lui anche se, oltre al conduttore come sempre abilissimo, c'erano tre "figuranti" nelle persone del direttore del "Corriere della Sera", del direttore del "Messaggero" e dell'estroso Sansonetti, già direttore di "Liberazione".
Sono amico di Ferruccio De Bortoli e ho stima di lui sicché uso con disagio la parola "figurante" ma non ne trovo altre più appropriate. La loquela berlusconiana ha letteralmente sommerso i tre colleghi. Il direttore del "Corriere" ha avuto soltanto la possibilità di raccomandare al premier maggior sobrietà nell'esercizio delle sue pubbliche funzioni, ma si è preso un rimbrotto immediato perché il Protagonista ha rivendicato il suo modo d'essere come un irrinunciabile esempio di democrazia popolare. Lui è fatto così e va preso così, dicono i suoi amici e ricordano la canzone da lui preferita nel suo repertorio canoro: "Je suis comme je suis" di Juliette Gréco, che lui canta spesso con molta grazia.
Per il resto i tre colleghi hanno ascoltato silenti il suo lunghissimo monologo. Forse sarebbe stato meglio se avessero rinunciato ad una presenza alquanto umiliante.
E' andato così in scena un processo in contumacia contro la moglie Veronica di fronte a quattro milioni di spettatori. Lui ha negato tutti gli addebiti come a suo tempo fece Bill Clinton, fino a quando dovette smentirsi platealmente per evitare l'"impeachment".
Clinton aveva cominciato col negare qualsiasi rapporto sessuale con la stagista della Casa Bianca e continuò imperterrito a ripetere questa sua verità pur di fronte all'immenso clamore dei "media" di tutto il mondo. Il tambureggiamento dei giornali e delle televisioni durò a lungo; Clinton dovette ripetere le sue affermazioni di innocenza davanti ad un Grand Jury fino a quando Monica Lewinsky confidò la sua verità ad un'amica che vuotò il sacco con la stampa. A quel punto l'ipotesi d'un impeachment per aver mentito al congresso diventò incombente e Clinton confessò per evitare un giudizio che si sarebbe probabilmente risolto con la sua infamante rimozione dalla carica.
Confrontare le normative italiane in proposito con quelle americane sarebbe umiliante. Aggiungo soltanto che nella sua lettera all'Ansa la signora Berlusconi-Lario denuncia il clima di omertà che circonda e protegge le malefatte dell'"imperatore". Ne abbiamo avuto una prova eloquente durante la trasmissione di Santoro con la prestazione dell'avvocato e deputato Niccolò Ghedini. Non avevo mai visto un avvocato difensore comportarsi non come un professionista libero anche se impegnato a proteggere gli interessi del suo cliente, ma come un servitore addestrato a picchiare mettendosi sotto i piedi la logica oltre che la verità.
Il vero spettacolo di quella trasmissione è stato lui, Niccolò Ghedini; nella sua doppia qualifica di avvocato di un solo cliente e di rappresentante del popolo e legislatore molto si è detto e scritto ma non abbastanza. E' perfino peggio di Previti che nelle sue malefatte ostentava almeno una sua grandezza. Il suo più giovane collega sembra piuttosto un pretoriano, perfettamente appropriato all'aria di basso impero che circola con tutte le sue flatulenze nei palazzi del potere.
Un'altra osservazione che bisogna fare riguarda la ricattabilità: Berlusconi è una persona ricattabile perché nega alcune circostanze che sembrano evidenti e che sono a conoscenza diretta di altre persone. Queste persone sono state e saranno colmate di benefici, ma dei loro servizi egli non può disfarsi quand'anche lo volesse poiché sono al corrente di segreti piccoli o grandi che potrebbero offuscare o addirittura interrompere i suoi successi e il suo potere.
Spesso è accaduto che tra queste persone si verificassero contrasti e che la loro riservatezza fosse dunque a rischio. Finora il leader è riuscito a mediare, a conciliare, a tacitare, ma il rischio è ricorrente e spiega anche alcune vicende altrimenti incomprensibili.
Una di esse, la più recente, è l'amicizia tra il premier e Elio Letizia, padre di Noemi. Non si sa come sia nata quell'amicizia né quando, una spessa coltre di reticenza ne copre l'origine e la natura alla stregua di un vero e proprio segreto di Stato. Basta leggere o ascoltare le interviste del signor Letizia - personaggio con non lievi trascorsi penali - per rendersi conto di reticenze a dir poco inquietanti.
La stampa ha tra gli altri suoi compiti quello di controllare il potere e cercare la verità bucando il velo della reticenza. E' dunque comprensibile anche se abominevole che la stampa sia una delle principali preoccupazioni di chi detiene il potere. Preoccupazioni "pelose" che si esercitano sulle proprietà dei giornali, sui direttori, sui giornalisti con compiti di rilievo. Gli editti di persecuzione contro giornalisti scomodi servono a metterli fuorigioco, i premi servono invece a favorirne la conversione.
Sarebbe impietoso farne l'elenco ed anche non necessario: basta infatti seguirne i percorsi e le carriere determinate dal Palazzo e gli effetti "deontologici" che ne derivano per averne contezza.
Questa fitta rete di premi, benefici, ricatti potenziali, lotte di potere, è stata messa in crisi da una donna, da una moglie, dalla sua denuncia pubblica, dall'assunzione di un rischio altissimo e personale.
La denuncia riguarda vizi pubblici e vizi privati che tuttavia costituiscono, come già detto, un contesto unico e non scindibile. Tutta la discussione sulle cosiddette veline assume, nelle parole di Veronica Lario, un significato preciso: la selezione distorta della classe dirigente, ormai interamente rimessa alle scelte capricciose dell'"imperatore".
Lo scandalo non proviene dal reclutamento privilegiato nel mondo dello spettacolo né dall'età né dal sesso delle prescelte, ma dalla preparazione politica sulla quale purtroppo circolano idee improprie.
La politica come tutti la vorremmo ha come premessa una adeguata formazione culturale coltivata in famiglia, a scuola e con letture che contribuiscano a svegliare la fantasia e a far crescere coscienza, carattere e senso di responsabilità.
I giovani che acquisiscono questa preparazione culturale sentono talvolta dentro di loro una vocazione politica, il desiderio di occuparsi del bene comune e di rappresentare interessi legittimi e valori congeniali al loro modo di essere e di pensare. Il seguito è affidato alla capacità individuale, agli incontri, ai punti di riferimento che la società esprime e alla competitività individuale.
Questo è il solo modo adatto a selezionare i talenti politici. Va detto purtroppo che è caduto in disuso in un'epoca di portaborse e di "yes-men".
Resta da parlare dei cattolici, della Chiesa e delle reazioni che questa vicenda ha suscitato. Se fosse ancora tra noi Pietro Scoppola intervenire su questo tema gli spetterebbe di diritto: si tratta di etica, un valore che coinvolge in modi diversi ma egualmente intensi sia il pensiero laico sia il mondo cattolico, con in più per quest'ultimo che l'etica è strettamente intrecciata al sentimento religioso e quindi impedisce il cinismo dell'indifferenza o almeno così dovrebbe.
Per quel che emerge da alcuni segnali il mondo cattolico, o per esser più precisi il laicato cattolico, vive con molto disagio il paganesimo berlusconiano abbinato ad una "devozione" di natura commerciale agli interessi della Chiesa. Proprio perché questo disagio è forte ed esercita una pressione intensa nelle Comunità e negli Oratori, la Conferenza episcopale l'ha assunto come proprio e il suo giornale, l'"Avvenire", ne ha dato conto.
Le reazioni della Santa Sede, manifestate tre giorni fa dal Segretario di Stato vaticano al plenipotenziario berlusconiano Gianni Letta, sono state invece di ben diversa natura. Si è raccomandata prudenza, maggior riserbo, abbassamento dei toni, offrendo in contropartita il silenzio della Santa Sede su quanto è accaduto. Il tema del possibile divorzio riguarderebbe un matrimonio civile e quindi non interessa la Chiesa. Semmai e paradossalmente quel divorzio sanerebbe lo strappo del primo divorzio, invalido per il diritto canonico poiché scioglieva un matrimonio celebrato religiosamente.
Un paradosso che riduce l'etica cattolica ad una ripugnante casistica, spiegata e condivisa da Francesco Cossiga che si era recato a solidarizzare col premier e poi, interrogato dai giornalisti, ha così risposto: "Alla Chiesa importa molto dei comportamenti privati, ma tra un devoto monogamo che contesta certe sue direttive ed uno sciupafemmine che le dà invece una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupafemmine. Sant'Ambrogio disse non a caso "Ecclesia casta et meretrix"".
Se è per questo, Dante disse assai di peggio. Era ghibellino e non si faceva certo intimidire.
Il presidente-operaio

Fonte: Italia Oggi
In cassa avevano già qualcosa in più di 1 miliardo e 200 milioni di euro di liquidità tenuta da parte negli anni precedenti. Ma nell'ultimo mese Silvio Berlusconi e i suoi cinque figli possono contare su 775 milioni di euro in più da dividersi comunque vadano le vicende familiari.
A consegnarli nelle loro mani è stata piazza Affari, che ha visto lievitare, con una performance decisamente superiore all'indice generale, i tre titoli quotati cui sono interessati gli azionisti del gruppo Fininvest. Mediaset, Mondadori e Mediolanum.
Il primo vale per loro 377 milioni in più, il secondo 113 milioni in più e il terzo 285 milioni in più del 7 aprile, all'indomani del terremoto in Abruzzo, circa un mese prima del terremoto familiare. Del miliardo e 228 milioni di euro liquidi accantonati nelle holding che controllano Fininvest sotto forma di dividendi e riserve starordinarie, la gran parte spetta al presidente del Consiglio nonchè fondatore del gruppo imprenditoriale: in tutto 719.007.355,74 euro.
Marina Berlusconi può invece contare su 54,5 milioni di euro fra quota di patrimonio netto distribuibile e liquidità in cassa. Piersilvio grazie alla sua holding quinta in tutto su 154,4 milioni di euro.
I tre fratelli di secondo letto, concepiti con Veronica Lario (il cui vero nome è Miriam Bartolini), e cioè Barbara Eleonora e Luigi hanno nella loro holding quattordicesima a disposizione 330,7 milioni di euro.
Questo patrimonio è già ampiamente diviso fra il padre e i cinque figli, e la proporzione dovrebbe restare simile anche con la valorizzazione delle partecipazioni quotate grazie al recupero dei titoli della scuderia sui mercati azionari. Ma c'è un segnale chiaro registrato in questo ultimo mese: i titoli stanno seguendo il percorso professionale del presidente del Consiglio.
Boom oltre le attese proprio nel momento in cui Berlusconi (in seguito al comportamento post terremoto in Abruzzo) stava raggiungendo le vette della popolarità e salendo gli indici di gradimento. Il parallelo non è automatico, naturalmente, ma non è un caso se molti analisti (anche l'ultimo report sul titolo Mediaset, che consigliava di attendere i risultati delle elezioni europee) ritengono strettamente legate le fortune politiche del maggiore azionista e i corsi azionari dei titoli di famiglia.
L'incognita viene dunque proprio dall'ultimo terremoto familiare: ieri per la prima volta si è bruscamente interrotta la corsa rialzista di tutti e tre. Forse meno clamore può fare bene anche alla tasche dei litiganti...
Franco Bechis
Interessanti imbecillità prese da Dago

Lettera alla redazione di Dagospia
Caro Dago,ad "Annozero", ieri, prima di dare la parola alla requisitoria di Travaglio, alla stizzosa vetero-femminista pannelliana Bonino, alla moglie di Rutelli, Barbara Palombelli, all'immancabile e ormai monotona Concita De Gregorio e a Veronica Lario - cui ha prestato la voce l'attempata attrice Guerritore, moglie di Zaccaria,ex presidente della RAI e oggi deputato del PD - Santoro ha premesso, con durezza, che non avrebbe mandato in onda un'eventuale telefonata del premier. Informazione normale della TV pubblica di un Paese normale ?
Il giudizio spetta ai lettori di "Dagospia". Ghedini, avvocato di Berlusconi e deputato padovano del PDL, si è battuto, con puntiglio, nello studio di Michele,ma era solo nella tana dello spietato "lupo rosso" di Salerno, mentre dal fazioso Floris(PD), vedovo inconsolabile di Prodi e Veltroni, Sandrone, Bondi, martedi' sera, avrebbe dovuto rispondere, in modo più incisivo, meno salmodiante preci all'Altissimo ed ecumenico, alla Concita De Gregorio(PD, tendenza Walter, l'Obama di Trastevere)), che ha bocciato in blocco tutti i candidati del centrodestra,deplorando, in particolare, la presenza nelle liste PDL di un certo Strano, finiano di Sicilia, e di altri presunti inquisiti. Il garantismo, come è noto, vale solo, se sotto inchiesta finiscono i compagni....
M.
Aldilà degli attivisti che da mesi ormai inondano di commenti i vari siti, questa storia vista dall'estero è pazzesca. Il mutamento antropologico è compiuto. La prosa di questo tizio ne è una prova. La stizzosa vetero-femminista Bonino? Appena appena uno dei personaggi dell'anno per il Times, all'epoca cooptata da Berlusconi perché eletta con una montagna di voti.
"L'attempata" Guerritore (perché una donna a 30 anni deve suicidarsi?) "Anomalo il rifiuto di ricevere telefonate" (perché negli altri paesi il presidente chiama quando una trasmissione non gli piace e in diretta s'intromette. B era stato invitato se non ci va sono fatti suoi). "Moglie di Zaccaria" (quindi se ha diritto di parola chessò Carlo Rossella che di B è stipendiato e parla a Ballarò, non ne ha un attrice moglie di un deputato PD?) Ghedini si batte con puntiglio. Certo i continui "va la, va laa, va laaaaa" sono un'ottima strategia per controbattere. Affermare "Berlusconi piace perché è come il popolo" è quantomeno un tantinello azzardato. Un uomo di oltre 70 ani che frequenta una ragazzina anche al popolo appare un poco strano. Le accuse alla De Gregorio? Noiosa. Nino Strano? Uno indegno di stare in Parlamento indipendentemente da come finiranno le inchieste a suo carico. Tutto normale. Non c'è nulla da fare. Solo quando comincerà a mancare il cibo nei negozi, forse, la gente del Belpaese comincerà ad aprire gli occhi.
Dài, fai anche tu del cinema!
Questo film sembra un porno. È una boiata pazzesca, ma la tecnica del chiagn' e fotte potrebbe funzionare. Visto chi c'è al Ministero della Cultura poi, forse il prossimo "muvi" del regista Carlo Fumo potrebbe davvero ricevere fondi pubblici. Fossi Scorsese comincerei a tremare.
NOEMI GIRERÀ IL SECONDO FILM - IL REGISTA: "È UN'ATTRICE NATA. HO VISTO ANNOZERO A CASA LETIZIA: CHE SOFFERENZA PER LA MADRE CHE VOLEVA TELEFONARE A SANTORO"
Angelo Agrippa FONTE: il Corriere del Mezzogiorno
È probabile che a settembre Noemi Letizia riceverà la sua prima vera scrittura per un film. Le riprese dovrebbero iniziare a dicembre. In queste ore con il papà Elio e la mamma Anna sta leggendo la sceneggiatura de ‘Il regista del mondo'. Un docu-film di 120 minuti che racconta le tragedie dell'umanità. La regia è del giovane salernitano Carlo Fumo che ha già diretto il corto ‘Scaccomatto', nel quale la giovane di Portici interpreta il ruolo della donna di un politico corrotto.
«Noemi», accenna Fumo, «avrà un ruolo da protagonista: la storia per la quale sarà impegnata rievoca il terremoto dell'80 e lei è una ragazza sorpresa dal sisma mentre in casa si festeggia il compleanno del fratello. Alla fine, morirà anche lei». Il film, come anche il corto ‘Scaccomatto', costato 30 mila euro, sarà finanziato dall'imprenditore Carmine Erra. «Ma a settembre», aggiunge Fumo, «il progetto sarà portato alla valutazione del ministero della cultura. Anche perché, stavolta, il budget dovrebbe toccare il milione di euro».
Ha pensato di chiedere una raccomandazione a Noemi?
«Non scherziamo su queste cose. Perché io non sono di quella pasta lì. Su internet me le hanno dette di tutti i colori: che ingaggio veline, amiche di Berlusconi. Insomma, uno stillicidio di accuse ingiuste contro di me».
Fumo, da quanto tempo non vede Noemi?
«Dall'altra sera. Sono stato a casa Letizia. Abbiamo mangiato un ottimo pollo e visto assieme la puntata di ‘Annozero', con Elio, Anna e lei. Ho consegnato a Noemi una copia del corto ‘Scaccomatto', giacché non era potuta venire a Milano per l'anteprima, a dicembre scorso. E la sceneggiatura del nuovo film».
Annozero a casa Letizia? Immagino i commenti.
«Macché. Solo Anna, la mamma, per qualche istante è stata sopraffatta dalla tentazione di prendere il telefono e chiamare Santoro in diretta. Elio, il papà, invece, avrebbe preferito spegnere il televisore per non innervosirsi. Alla fine, ci siamo seduti in cucina e, a voce alta, abbiamo guardato il programma. Noemi è uscita di casa con il ragazzo e il suo agente poco prima della fine della puntata. Li ho trovati abbastanza sereni. Solo un po' di amarezza per l'accanimento usato da certa stampa contro Noemi: pedinarla fin dentro la sua scuola non è stata una bella cosa. Anche io ero stato contattato dalla redazione di ‘Annozero': poi mi hanno detto che non c'era più spa¬zio, ma hanno mandato in onda il trailer di ‘Scaccomatto'».
E del padre Elio, cosa dice?
«Una persona che stimo tanto: pensi che quando Noemi venne a Salerno, circa un paio di anni fa, per il casting di ‘Scaccomatto', riuscii a convincerlo a sottoporsi a un provi¬no. Lui non voleva».
Anche Elio Letizia fa l'attore?
«No, fu uno scherzo. Elio è una persona ricca di esperienze: ha viaggiato tanto. È libero da ogni pregiudi¬zio. Come me, non ama la vita monotona. Mi ha raccontato tanti aneddoti della sua esistenza. Ma non mi chieda nulla, non parlo».
Le avrà raccontato come ha conosciuto Berlusconi?
«In verità, è rimasto sorpreso dal fatto che non glielo avessi ancora chiesto. Mi ha detto: ‘‘Sei l'unico che non mi ha ancora posto la domanda da 50 milioni di dollari: come ho conosciuto Berlusconi?''».
E lei?
«Gli ho risposto che non mi interessa. Penso che lui sia un amico di vecchia data del premier. Si è pure sfogato: ‘‘Ma come avrei potuto condizionare Berlusconi sulle candidature alle euro¬pee? Hanno scritto che avrei chiamato Silvio per sostenere alcuni candidati. Ho soltanto chiesto informazioni sulla li¬sta. Nulla di più''».
Quando ha conosciuto i Letizia?
«Un paio di anni fa. Mi contattarono per il casting. Prima mi chia¬marono, premurosi, per accertarsi di cosa si trattasse: al¬l'epoca Noemi era minorenne. Mi raggiunsero a Salerno. Noemi mi folgorò col suo talento naturale, la sua posa sicura, il piglio maturo per l'età che aveva. La scelsi tra duemila persone circa».
Come si presentò?
«Mi parlò della sua passione per la danza. Poi, ho letto che hanno scritto del suo book inviato a Mediaset. Ma tutte lo inviano. Che male c'è? Non è per questo, suppongo, che abbia stabilito un rapporto con Berlusconi. Il presidente è amico del papà chissà da quanto tempo».
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La class!

... se fosse vero, e se l'Italia fosse un Paese serio, qualcuno perderebbe il posto: o Marano o la Borromeo. Accadrà? No. Perché l'Italia NON è un Paese serio, non vuole essere nemmeno multietnico (anche se non credo che B sappia che cosa significhi)
Fonte Corsera
Beatrice Borromeo accusa: «Marano mi ha insultato». Dopo l'intervista a «L'Era Glaciale». «Urlava cose irripetibili del tipo: cretina ma chi ti paga a te»
MILANO - L’intervista all’Era Glaciale era appena finita. Vauro e Beatrice Borromeo sono usciti dallo studio. Ad aspettarli c’era il direttore di Raidue Antonio Marano: «Urlava cose irripetibili, insulti gravi — racconta la giornalista, sabato a Marsala al Festival di Giornalismo d’Inchiesta —. Era isterico. Ha detto che non dovevo permettermi di dire che Annozero subiva pressioni. Quindi urlando ha aggiunto che l’intervista non sarebbe mai andata in onda. Il tutto condito da insulti, del tipo: cretina ma chi ti paga a te».
LA REPLICA - Antonio Marano ribatte: «Hanno fatto polemica politica. La signorina si è permessa di dire che ad Annozero è stata censurata. Pensa te se me lo faccio dire dalla contessina o principessina, quello che è».
Ovviamente il personaggio Marano è almeno un minimo contradditorio. Leghista quando la Lega era anti-terroni (adesso è anti-universo). Ecco un inizio di biografia, giusto un assaggio per capire l'uomo. Poi ovviamente, si può anche sbagliare.
Antonio Marano è nato ad Ascoli Satriano, in provincia di Foggia, nel 1956, si trasferisce a Varese ed inizia ad occuparsi di televisione come direttore esecutivo di Rete 55, quindi diventa direttore commerciale dell'emittente del gruppo Peruzzo Rete A. Negli anni '90 è consulente della Cecchi Gori Communication e partecipa alla fondazione di Italia 9 Network, nel 1994 viene eletto deputato nelle fila della Lega Nord ed è nominato sottosegretario alle Telecomunicazioni, dopo essere stato consigliere delegato di Stream News, nel 2002 viene nominato direttore di Rai2 al posto di Carlo Freccero..... (il resto ve o cercate)
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Ancora una sciocchezza

e l'ovvia reazione...
Fonte: Corriere.it
Berlusconi e le chiese finlandesi
I giornali finnici: «Il premier italiano non è mai stato in visita ufficiale in Finlandia»
Le frasi dette mercoledì da Silvio Berlusconi in Campidoglio, per la presentazione di Roma Capitale, sono state oggetto di numerosi articoli apparsi sulla stampa finlandese. Tutti i giornali sottolineano le parole non certo simpatiche verso l'arte e la cultura della nazione dei Mille laghi. Nessuno in Finlandia si sognerebbe mai di comparare il patrimonio artistico italiano con quello finlandese, ciò nonostante il riferimento a una chiesa in legno da eliminare ha fatto arrabbiare i media finnici.
Silvio Berlusconi nel 2005 con il presidente finlandese Tarja HalonenLA GUERRA DEL PROSCIUTTO - In Finlandia tutti si ricordano della kinkkusota (la guerra del prosciutto) che scoppiò per l'assegnazione dell'Agenzia per la sicurezza alimentare della Ue. «È Parma che deve avere la sede, perché in Italia si mangia bene e la città emiliana è famosa per il suo prosciutto. Come si potrebbe dare la sede alla Finlandia, dove si mangia malissimo e solo renna marinata?», disse nel 2005 Berlusconi. E, per ottenere la sede, il premier disse che aveva messo in pratica le sue «arti di playboy» nei confronti di Tarja Halonen, presidentessa della Finlandia. I finlandesi, allora, si arrabbiarono, e di molto. Ugo Gabriele de Mohr, allora ambasciatore d'Italia a Helsinki, fu convocato dal ministero degli Esteri finlandesi. Le autorità diplomatiche gli chiesero spiegazioni riguardo alle frasi di Berlusconi nei confronti della signora Halonen.
CHIESA DI LEGNO - «Ricordo che in occasione di una mia visita in Finlandia mi vollero portare a vedere una cosa a cui tenevano molto e impiegammo, di mattina presto, tre ore per raggiungere una chiesa di legno del Settecento. Una cosa che qui da noi sarebbe cancellata». Queste frasi, scrivono i giornali finlandesi, intendono che il premier italiano era in visita ufficiale e che le autorità locali lo portarono nella - ormai famosa - chiesetta. Berlusconi, da quando è «sceso in campo», ovvero dal 1994, non è mai stato in visita ufficiale in Finlandia. Vi sono stati, invece, tre presidenti della Repubblica: Scalfaro, Ciampi e, pochi mesi fa, Napolitano. Vi sono stati Prodi (due volte) quando era premier, Fini e Frattini, in qualità di ministri degli Esteri. Berlusconi non è mai stato in visita ufficiale in Finlandia. Nel 1999 si recò nel Paese nordico per partecipare ad una riunione del Ppe. Due sono i partiti finlandesi che ne fanno parte: il Partito Democratico Cristiano (molto piccolo) e il Kansallinen Kokoomus (che potremmo tradurre in 'Alleanza nazionale'), attualmente al governo. Il portavoce di Alexander Stubb (leader del Kokoomus e attuale ministro degli Esteri) ha rilasciato una dichiarazione in cui si dice afferma che nel 1999 il Cavaliere non fu portato a visitare alcuna chiesa. Ovviamente, i commenti dei lettori finlandesi, in coda ai pezzi messi in rete, sono salaci. E c'è anche chi, come Ilta-Sanomat, secondo quotidiano per vendite, chiede ai forumisti di dire che cosa non funziona in Italia. Non è difficile immaginare le risposte.
HELSINKI - Come tutte le campagne elettorali finlandesi, anche quella per il Parlamento europeo del prossimo 7 giugno finora era stata condotta quasi in sordina. Si preannunciava qualche comizio, qualche dibattito in tv dove i vari candidati avrebbero risposto, una alla volta senza interrompersi uno con l'altro, alle domande del moderatore. Insomma, una campagna elettorale ben diversa dai canoni italiani.
MANIFESTO - A surriscaldare la temperatura elettorale è stato un manifesto del 'Keskusta' (Partito di centro), il partito del Premier Matti Vanhanen. Il titolo non poteva essere più esplicito: «Berlusconi è contro la Finlandia». Il testo fa riferimento alla fantomatica chiesetta in legno del '700 ed alla altrettanto fantomatica visita ufficiale del Presidente del consiglio italiano durante la quale andò ad ammirarla dopo tre ore di viaggio. Come dichiarato dal portavoce del ministro degli Esteri finlandese, Alexander Stubb, Berlusconi non è mai stato in visita ufficiale nel Paese nordico. Nel 1999 fu in Finlandia in visita privata, per partecipare ad una riunione del Partito Popolare Europeo al quale Forza Italia aveva aderito l'anno prima. In quella occasione, dice sempre il ministero degli esteri finlandese, Berlusconi non fu accompagnato dai dirigenti del 'Kansallinen Kokoomus' (Alleanza nazionale, in italiano), che fa parte del PPE, in nessuna chiesetta di legno.
POLEMICA POLITICA - Il testo del manifesto del Keskusta (fino al 1988 si chiamava 'Partito agrario' ed il suo leader era Urho Kekkonen, presidente della Finlandia dal 1956 al 1982) dice che bisogna impedire l'arrivo al Parlamento europeo di tipi usi a parlare a ruota libera, a dire sciocchezze e a raccontare frottole. Il Parlamento, invece, è un luogo in cui si prendono importanti decisioni che incidono sulla vita dei cittadini europei, sia quelli che vivono in villaggi con chiese di legno sia quelli della città dove c'è il Colosseo. Il Keskusta, insomma, accusa in modo indiretto il partito del Kokoomus di fare comunella, in Europa, con tipi come Silvio Berlusconi, il quale ha un indice di gradimento -in Scandinavia- non certo del 75% come in Italia. Anzi. C'è da prevedere, nei prossimi giorni, un aumento della lotta politica in Finlandia sulla base delle dichiarazioni di Berlusconi riguardo alle ragazze finlandesi, purché maggiorenni.
PROTAGONISTA - I tre partiti maggiori, Keskusta, Kokoomus, Partito socialdemocratico, hanno circa il 25% dei voti a testa. Ogni variazione anche minima può essere decisiva per essere il partito più votato e, dunque, quello incaricato di formare, quando verrà il momento, la coalizione governativa. E' sotto questa luce che la lotta per le elezioni europee oltre ai temi classici (crisi economica, ambiente, normative comunitarie) adesso ha un nuovo e strano - almeno per i finlandesi - protagonista: Silvio Berlusconi e le sue battute.
Paolo Torretta
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sabato, maggio 09, 2009
Infamità

Tutti ormai conoscono il comportamento libico con i migranti. Quella stessa Libia che il Governo italiano ha coperto di soldi. Le regole vanno rispettate, ma esiste anche l'umanità e delle due l'una: o Maroni (ministro i una formazione separatista da poco convertito a ministro di tutti gli italiani) è un ignorante, e allora non può svolgere quel ruolo, oppure è in malafede, e allora non può svolgere quel ruolo.
FONTE: la Repubblica
Parlano i militari delle motovedette italiane che hanno riportato in Libia i migranti. Solo un giovane del Mali è riuscito a nascondersi ed è sbarcato a Lampedusa: "Miracolato". "Ho eseguito gli ordini ma mi vergogno. Quei disperati ci chiedevano aiuto"
dal nostro inviato FRANCESCO VIVIANO
LAMPEDUSA - "È l'ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati", dice uno degli esecutori del "respingimento". "Dopo aver capito di essere stati riportati in Libia - aggiunge - ci urlavano: "Fratelli aiutateci". Ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e l'abbiamo fatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno".
Parlano i militari delle motovedette italiane - quella della Guardia di Finanza, la "Gf 106" e quella della Capitaneria di porto, la "Cpp 282" - appena rientrati dalla missione rimpatrio. Sono stati loro a riportare in Libia oltre 200 extracomunitari, tra i quali 40 donne (3 incinte) e 3 bambini, dopo averli soccorsi mercoledì scorso nel Canale di Sicilia. Un "successo", lo ha definito il ministro Maroni, che finanzieri e marinai delle due motovedette non condividono anche se hanno eseguito quegli ordini. Niente nomi naturalmente, i marinai delle due motovedette rischierebbero quanto meno una punizione se non peggio. Ma molti non nascondono il loro sdegno per quello che hanno vissuto e dovuto fare. "Eravamo impegnati in altre operazioni - dicono fiamme gialle e marinai della capitaneria - poi improvvisamente è arrivato l'ordine di andare a soccorrere quelle tre imbarcazioni, di trasbordarli sulle nostre motovedette e di riportarli in Libia".
Non è stato facile, a bordo di quelle carrette del mare c'erano donne incinte, tre bambini e tutti gli altri che avevano tentato di raggiungere Lampedusa. "Molti stavano male, alcuni avevano delle gravi ustioni, le donne incinte erano quelle che ci preoccupavano di più, ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli e li abbiamo eseguiti. Quando li abbiamo presi a bordo dai tre barconi ci hanno ringraziato per averli salvati. In quel momento, sapendo che dovevamo respingerli, il cuore mi è diventato piccolo piccolo. Non potevo dirgli che li stavamo portando di nuovo nell'inferno dal quale erano scappatati a rischio della vita".
A bordo hanno anche pregato Dio ed Allah che li aveva risparmiati dal deserto, dalle torture e dalla difficile navigazione verso Lampedusa. Ma si sbagliavano, Roma aveva deciso che dovevano essere rispediti in Libia. "Nessuno di loro lo aveva capito, ci chiedevano come mai impiegavamo tanto tempo per arrivare a Lampedusa, rispondevamo dicendo bugie, rassicurandoli".
La bugia non è durata molto, poco prima dell'alba qualcuno ha notato che le luci che vedevano da lontano non erano quelle di Lampedusa ma quelle di Tripoli. Alla fine i marinai italiani sono stati costretti a spiegare: "Non è stato facile dire a tutta quella gente che li avevamo riportati da dove erano partiti. Erano stanchi, avevano navigato con i barconi per cinque giorni, senza cibo e senza acqua. Non hanno avuto la forza di ribellarsi, piangevano, le donne si stringevano i loro figli al petto e dai loro occhi uscivano lacrime di disperazione".
Lo sbarco a Tripoli è avvenuto poco dopo le sette del mattino: "Vederli scendere ci ha ferito tantissimo. Ci gridavano: "Fratelli italiani aiutateci, non ci abbandonate"". Li hanno dovuti abbandonare, invece, li hanno lasciati al porto di Tripoli dove c'erano i militari libici che li aspettavano. Sulla banchina c'erano anche i volontari delle organizzazioni umanitarie del Cir e dell'Onu, ma non hanno potuto far nulla, si sono limitati a contare quei disperati che a fatica, scendevano dalla passerelle delle motovedette per tornare nell'inferno dal quale erano scappati. Le donne sono state separate dagli uomini e portati in "centri d'accoglienza" vicino Tripoli. Non si sa che fine faranno.
Solo uno è riuscito a sfuggire al rimpatrio. Un ventenne del Mali che aveva intuito cosa stava succedendo a bordo e si era nascosto sotto un telone. Ha messo la testa fuori solo quando la motovedetta della Finanza è attraccata a Lampedusa, ha aspettato che a bordo non ci fosse più nessuno e poi è sceso anche lui. È stato rintracciato mentre passeggiava nelle strade dell'isola ed ha subito confessato. Adesso si trova nel centro della base Loran di Lampedusa. Un miracolato.
Maddalena d'oro

Chi vuole saperne di più si vada a leggere il report di Fabrizio Gatti: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/maddalena-doro/2081472&ref=hpsp
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Il grande inganno del dopo terremoto

Lettera al Mesaggero
Mai nella storia dei terremoti italiani avevamo assistito ad una ingiustizia tanto grande e ad un tale cumulo di menzogne che ha ricoperto L’Aquila più di quanto non abbiano fatto le macerie, come è accaduto in occasione del devastante terremoto che l’ha colpita e nel quale, nel giro di una trentina di secondi, tanta gente ha perso tutto, affetti, amicizie, casa, e molti anche il lavoro, per non parlare dei monumenti che rendevano unica la città.
Mai in tutta la storia della nostra Repubblica è stato negato ai cittadini il risarcimento integrale dei guasti dei terremoti, per la prima casa. Ma questa regola sempre rispettata (come, ad esempio, nel Friuli e in Umbria), non vale per l’Abruzzo. Da un primo esame del Decreto legge n. 39 saltano agli occhi queste particolarità: all’art. 3 non si parla di una cifra specifica, ma nella relazione tecnica allegata si indica la somma di €150.000,00 quale tetto massimo spettante ai singoli cittadini per la prima casa. Orbene, la cifra che sarà poi effettivamente riconosciuta a ciascuno degli aventi diritto, per un terzo dovrà essere coperta con un mutuo a tasso agevolato a carico del cittadino, e per un altro terzo dovrà essere anticipata, sempre dal cittadino, che potrà recuperarlo nell’arco di 22 anni non pagando le imposte, mentre lo stato interviene con denaro liquido solo per l’ultimo terzo.
Sennonché la caratteristica dell’Aquila e degli altri comuni colpiti è quella di centri storici di particolare valore, costituiti da un grandissimo numero di edifici antichi e pregevoli, 320 dei quali, di proprietà privata, sono sottoposti a vincolo da parte della Soprintendenza. Ci sono poi altri 800 edifici pubblici, qualificati di interesse storico, archeologico e artistico. Ora, come è possibile che un privato possa farsi carico della ricostruzione o del restauro di un edificio vincolato o semplicemente di pregio, accollandosi il 66% della spesa? Si comprende allora come il Decreto legge n. 39, se resterà nelle sue linee essenziali così come è stato concepito, costituirà l’atto di morte di una città e di tutti gli altri centri terremotati, che resteranno nei decenni avvenire cumuli di macerie e di edifici spettrali, cadenti e abbandonati.
Ma nel decreto n. 39 c’è anche di peggio: all’art. 3, comma 1 , lettera c, si dispone che se un immobile, gravato da un mutuo, è andato distrutto, la Società Fintecna, a richiesta del privato cittadino. si accollerà il mutuo nei limiti del contributo che al predetto è stato riconosciuto, ma diverrà proprietaria di quel che resta dell’immobile. Se però il mutuo supera il contributo riconosciuto, la conseguenza parrebbe essere, dall’esame della norma, che il cittadino dovrà continuare a pagare la parte residua del mutuo: insomma non avrà più la casa ma continuerà a pagare il mutuo. Il rischio è che la città vada per gran parte nelle mani della Fintecna. Ma se, come è facile prevedere, il cittadino non riesce, col contributo e con il mutuo a tasso agevolato, a coprire l’intera spesa per il restauro o la ricostruzione (rispettando, si spera, le norme antisismiche), dovrà contrarre un ulteriore mutuo, a tasso di mercato, con la banche. Insomma quello delineato dal decreto n. 39 è un meccanismo infernale che consegnerà una città nelle mani di banche, finanziarie e usurai.
L’ultima perla del decreto: dopo aver dichiarato la città “zona franca”, lo Stato non rinuncia a pretendere da quegli sventurati cittadini che si faranno carico della ricostruzione, il pagamento dell’IVA al 20% ( art. 3, comma 1°, lettera d). Ecco cosa miravano a coprire le tante “passerelle” e sceneggiate e come fosse interessata l’esaltazione della dignità degli abruzzesi, “forti e gentili”.
Dott.ssa Rosella Graziani
cittadina di L’Aquila; attualmente ospite del padre, insieme alla sua famiglia, in Paglieta (CH)
(3 maggio 2009)
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Facce da culo
La sua scelta????????
DA "IL GIORNALE"
TERESA STINZIANI
1 - ALLA LEGA NON PIACE IL FIGLIO DELL'IMAM...
«Quest'islamico non s'ha da candidare». Più o meno così avrebbe protestato il segretario della Lega Nord Liguria, Francesco Bruzzone. E, di fatto, il 25enne Gabriele Piccardo, figlio dell'imam Hamza Piccardo (ex segretario nazionale Ucoi), che compariva in una lista civica in appoggio al Pdl ieri ha fatto un passo indietro: «Ritiro la mia candidatura alle prossime elezioni comunali. Una scelta in qualche modo dettata da una presa di posizione all'interno della coalizione, ma sicuramente sintomo di ignoranza e discriminazione religiosa».
Così è scoppiata la polemica. Bruzzone stesso ha ammesso: «Nulla di personale contro Piccardo, però una figura di spicco del movimento islamico non può essere al nostro fianco». Se ne rammarica il candidato sindaco Pdl, Paolo Strescino: «Dispiace, è un giovane serio e onesto. Rispettiamo però la sua scelta»
DA "IL GIORNALE"
TERESA STINZIANI
1 - ALLA LEGA NON PIACE IL FIGLIO DELL'IMAM...
«Quest'islamico non s'ha da candidare». Più o meno così avrebbe protestato il segretario della Lega Nord Liguria, Francesco Bruzzone. E, di fatto, il 25enne Gabriele Piccardo, figlio dell'imam Hamza Piccardo (ex segretario nazionale Ucoi), che compariva in una lista civica in appoggio al Pdl ieri ha fatto un passo indietro: «Ritiro la mia candidatura alle prossime elezioni comunali. Una scelta in qualche modo dettata da una presa di posizione all'interno della coalizione, ma sicuramente sintomo di ignoranza e discriminazione religiosa».
Così è scoppiata la polemica. Bruzzone stesso ha ammesso: «Nulla di personale contro Piccardo, però una figura di spicco del movimento islamico non può essere al nostro fianco». Se ne rammarica il candidato sindaco Pdl, Paolo Strescino: «Dispiace, è un giovane serio e onesto. Rispettiamo però la sua scelta»
Dal mio appartamento di Bogotà...

... dove Internet gira a 3 giga...
Uno dei motivi del forse irrecuperabile gap italiano
Fonte: Panorama
Portare l'Italia verso la leadership europea nella banda larga»; in breve, rapporto Caio. Ecco il documento che ha fatto tremare il vertice della Telecom e che svela alcune verità taciute sul reale stato della rete internet in Italia. Il documento è stato redatto da Francesco Caio (dal quale prende il nome), che è uno dei massimi esperti italiani di telecomunicazioni: ex amministratore delegato della Omnitel, poi imprenditore in proprio con la Netscalibur, infine capo della britannica Cable & Wireless.
A Caio già il governo britannico commissionò, nel 2008, uno studio per conoscere lo stato della rete e le strategie da adottare per fare compiere al Regno Unito il necessario salto verso l'innovazione tecnologica, a partire dalle telecomunicazioni.
Lo stesso incarico gli è stato affidato a fine 2008 dal governo italiano. Ma i risultati del rapporto (105 pagine fitte di numeri e tabelle) non sono mai stati resi pubblici, tranne alcune indicazioni generali. Panorama si è procurato una copia del rapporto: ecco che cosa contiene.
Lo studio si concentra sulle due tecnologie principali: l'internet ad alta velocità con la tecnologia adsl (che utilizza i cavi in rame) e quella con la fibra ottica (assai più innovativa e veloce).
Partiamo dall'adsl. La prima brutta sorpresa si trova a pagina 37: i dati riguardanti la copertura della rete in banda larga in tecnologia adsl sono decisamente sovrastimati. «Se calcolata sulla base della popolazione telefonica allacciata a centrali abilitate alla banda larga» scrive Caio «la copertura del servizio risulta superiore al 95 per cento» che dovrebbe salire al 97 alla fine del 2010.
Il problema è che in molte zone d'Italia la «banda larga» viaggia ad appena 1 megabyte, velocità troppo bassa per garantire l'internet veloce. Quindi Caio rifà i conti e afferma: «Eliminando le zone dove la copertura non è disponibile per problematiche tecniche o dove il servizio è solo marginale (banda minima inferiore a 1 Mb), la popolazione in digital divide (che non ha accesso a internet veloce, ndr) sale al 12 per cento, pari a 7,5 milioni di cittadini».
Come reagire a questa situazione? Come è già filtrato tempo fa, Caio suggerisce, in varie forme, lo scorporo della rete infrastrutturale della Telecom Italia guidata da Franco Bernabè. Riguardo agli investimenti Caio scrive che «i piani in essere non sembrano chiudere il gap tra la situazione attuale e un obiettivo di copertura universale in tempi ragionevolmente brevi». Quindi, «in questo contesto un intervento di finanza pubblica sembra indispensabile per estendere la rete in aree in cui la bassa densità non giustifica l'investimento dei gestori».
Nel dossier è stato calcolato che, volendo assicurare una velocità minima di 2 Mb per il 99 per cento della popolazione entro il 2011, l'investimento necessario sarebbe di 1,2-1,3 miliardi di euro (700 milioni per sviluppare la rete fissa, 600 per quella mobile) se i lavori iniziassero entro giugno di quest'anno. A questo punto nasce il problema su chi dovrebbe realizzare un'opera così importante.
Caio suggerisce di sceglierlo attraverso una gara. Ma una gara un po' particolare, ovvero attraverso la suddivisione del territorio in aree per ognuna delle quali mettere a gara la copertura stabilendo un tetto massimo di finanziamento pubblico. «Vince la gara l'operatore o il consorzio che richiede l'ammontare minore di finanziamento pubblico».
Non manca una felpata critica all'autorità di regolamentazione. Caio infatti suggerisce all'organismo guidato da Corrado Calabrò di «pubblicare trimestralmente la qualità del servizio erogato dai vari gestori e provider (banda, tempi di risposta, ecc..) anche per aiutare clienti e gestori a focalizzarsi non solo sul prezzo più basso ma anche sul rapporto prezzi/prestazioni».
I problemi crescono se si parla di copertura dell'Italia in fibra ottica: «La velocità di investimento osservata non appare sufficiente per assicurare al Paese una posizione di leadership internazionale»; «non sembrano esserci motivi perché i gestori accelerino i piani annunciati, e anzi la crisi economica rischia di rallentare domanda e investimenti »; «esiste il rischio di fare troppo affidamento sulla rete in rame i cui limiti strutturali verranno sicuramente testati nei prossimi anni».
Il risultato è che, per quanto riguarda la qualità dell'infrastruttura, «l'Italia è tra i paesi alla rincorsa, tra gli ultimi posti in Europa» ed «è difficile vedere come Telecom possa decidere di accelerare i suoi piani razionalmente ispirati alla logica economico-finanziaria della prudente gestione».
Anche perché da una parte i clienti non sembrano essere disposti a pagare di più per essere collegati con la fibra ottica, dall'altra la Telecom insegue «obiettivi di riduzione dell'indebitamento» ed è interessata «ad allungare la vita utile della rete in rame in presenza di una limitata concorrenza infrastrutturale tra gestori (recente accordo Fastweb-Telecom Italia per condividere l'infrastruttura di rete)» e, infine, «nessun altro gestore ha annunciato piani di investimento in fibra». Tanto è vero che, fa notare il dossier, «nel 2008 Telecom Italia ha annunciato piani di investimento per lo sviluppo di una rete in fibra anche se i piani sono stati rivisti in riduzione per gli anni 2009 e 2010». E non di poco.
Come si vede nella tabella pubblicata nella pagina precedente, nel 2010 si spenderanno 700 milioni meno di quelli previsti nel piano dell'anno scorso. Conclusione: se non si vara un imponente piano di investimenti, «la competitività del sistema paese si eroderà giorno per giorno e senza strappi percepibili», come è scritto nello studio Nemertes (novembre 2007) che Caio cita. Anche nel caso della fibra ottica occorre un poderoso piano di investimenti pubblici che «non sarebbe una contribuzione a fondo perduto ma l'investimento in una infrastruttura essenziale la cui vita è utile per decenni».
La somma necessaria complessivamente ammonterebbe, secondo uno studio della Alcatel-Lucent citato nel rapporto, a 10,4 miliardi: 2,2 per dotare di fibra i 5,5 milioni di cittadini che vivono nelle aree urbane e ancora non la hanno, 7,2 per i 14,3 che vivono in aree suburbane e 1 miliardo per chi vive in aree rurali. I vantaggi?
Molti: occupazione, competitività, ritorno degli investimenti pubblici, leadership europea nella fibra ottica. Caio abbassa leggermente questa previsione: si tratta di spendere 10 miliardi in 5 anni per collegare 10 milioni di famiglie. Oppure, se si scegliesse l'opzione meno ambiziosa, 5,4 miliardi per servire 4,3 milioni di famiglie. Ma che debbano essere soldi pubblici Francesco Caio non ha il minimo dubbio.
Marco Cobianchi
Ma chi è?

Guido Ruotolo fonte La Stampa
E adesso si è tagliato anche il codino. Forse si è immedesimato nel ruolo di «amico», di «confidente», di «suggeritore» del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. E, dunque, un look istituzionale è diventato d'obbligo. Benedetto Letizia, detto Elio, presidia la casa di Portici. Non c'è Noemi, l'oggetto dello scandalo, né Anna Palumbo, la moglie dalla quale anche formalmente voleva separarsi nel lontano 1997.
NOEMI PARTY, SILVIO CON LO STAFF DEL RISTORANTE
E' cordiale, risponde alle domande con cortesia. Anche se non dice nulla. E' bravo, «il devotissimo», per dirla con Noemi, di Silvio Berlusconi. E' uno di vecchio stampo, uno di quelli che non vede, non sente, non parla. Da una settimana sotto i riflettori, Elio non ha mai dato una briciola di notizia su di lui, sui suoi vecchi guai giudiziari, sulla sua amicizia con il presidente Berlusconi. Gioca di sponda, d'intesa con il presidente.
Noemi aveva otto anni, quando papi Elio presentò l'istanza di separazione. Adesso, sembra acqua passata. In questi giorni di passione e di polemiche, lui è un padre premuroso, un marito perfetto che difende la famiglia. Il vero mistero di questa storia è la tempra di papi Elio.
Nel frullatore dell'informazione si è posto l'accento sui suoi guai giudiziari. Lui non si è mai difeso. E' un mistero, questo. Fu arrestato, questo è sicuro, nel lontano 1993 per una storia di corruzione, di compravendita di licenze commerciali. In un Paese che sa tutto, non si riesce neppure a ricostruire la storia giudiziaria non di un Elio Letizia qualsiasi, ma dell'amico del presidente del Consiglio.
NOEMI PARTY
Finì in carcere con il suo superiore, Giovanni De Vecchi, direttore dell'Ufficio Annona del Comune di Napoli. «Era lui, Benedetto Letizia, il dominus di quell'organizzazione criminale che aveva il controllo del mercato delle compravendite di licenze commerciali». Chi all'epoca lavorava alla Procura di Napoli ricorda bene quel «fascicolo», quella retata che diede poi vita ad altri arresti, compreso l'assessore all'Annona dell'epoca, Arcangelo Martino, ma che con l'«organizzazione Letizia» non aveva rapporti. In questi giorni, anche nel Palazzo di Giustizia, leggendo le cronache rosa, qualcuno ha cercato di capire che fine avesse fatto quell'inchiesta, quel processo.
Mistero. Adesso nei corridoi della Procura di Napoli quando ne parlano lo chiamano il «processo sfortunato»: «Deve essere stato condannato almeno in primo grado. Ma poi, in appello, ci deve essere stato una dichiarazione di nullità del decreto che disponeva il giudizio. Le carte potrebbero stare incredibilmente ancora al gip». Era lui, Elio Benedetto Letizia, il «dominus» dell'organizzazione criminale.
RISTORANTE DI CASORIA, DEL PARTY DI NOEMI
Impiegato comunale, in questi anni ha subito tre sospensioni dal lavoro. Solo nel 2007 è stato riammesso a palazzo San Giacomo. Chi ha spulciato le sue dichiarazioni dei redditi, come «Italia Oggi», ha scoperto che nel 2005 Elio Letizia dichiarò 12.376 euro di reddito. E però si è scoperto che è socio di una profumeria-tabaccheria dal 1995, gli anni delle vicissitudini giudiziarie, e la moglie gestisce una edicola-cartoleria. Noemi, invece, ha già un appartamento intestato a lei. E che dire del Letizia politico navigato? Che addirittura dà indicazioni al premier Berlusconi di candidare alle Europee l'ex questore di Napoli, Franco Malvano, e Fulvio Martusciello, storico parlamentare e promotore di Forza Italia a Napoli (insieme al fratello Antonio).
Neppure Elio se l'è sentita di confermare la storiella di Silvio Berlusconi. Malvano ha fatto sapere di non averlo mai conosciuto; Martusciello ricorda di averlo conosciuto nella lontana campagna elettorale del 2000 nel quartiere di Secondigliano. Ma che poi ha perso le sue tracce. Del resto ha aspettato il comunicato di Palazzo Chigi per confermare che lui non è mai stato l'autista di Bettino Craxi, così come aveva raccontato subito Berlusconi.
Sul suo passato politico, dichiaratamente socialista, nessun napoletano della stagione che fu ne ha ricordi. Neppure in casa socialdemocratica. E adesso che addirittura avrebbe questo ruolo di «suggeritore» in Forza Italia-Partito delle libertà, i leader locali del partito del premier fanno spallucce. Sì, Elio Benedetto Letizia è proprio un signor «Nessuno».
Forse qualcuno lo conosce a Secondigliano, il quartiere di Napoli nel quale ha vissuto fino a due anni fa, quando poi la famiglia Letizia si è trasferita a Portici, comune alle porte di Napoli. E come su tutti i signor «Nessuno», non avendo un passato da ricordare, adesso girano storielle che non meritano neppure di essere raccontare. Ma la domanda rimane senza risposta: come e perché conobbe Berlusconi?
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Ma Vauro no

Fonte il Messaggero
MILANO (8 maggio) - Il direttore di Raidue, Antonio Marano, ha deciso che questa sera, nella puntata di L'Era Glaciale, il programma condotto da Daria Bignardi, non sarebbe andata in onda la parte che vedeva ospiti il vignettista Vauro e Beatrice Borromeo, in studio per presentare Italia Annozero, il libro scritto insieme a Marco Travaglio.
«Nonostante i ripetuti tentativi da parte della conduttrice Daria Bignardi di riportare il discorso sul libro, gli ospiti hanno affrontato questioni politiche in un periodo di par condicio in assenza di contraddittorio - ha detto Marano all'Ansa - Era una presentazione di un libro e non la continuazione della puntata di ieri di Annozero».
In onda dopo le elezioni. Marano ha precisato che l'intervista alla coppia Borromeo-Vauro andrà in onda dopo le elezioni «in maniera integrale, senza tagli». Nel corso del programma Vauro ha avuto pesanti apprezzamenti sulla condotta di Silvio Berlusconi, mentre la Borromeo ha bollato l'atteggiamento del premier come fonte di imbarazzo per l'Italia nei confronti degli altri Paesi.
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venerdì, maggio 08, 2009
Rubo dal sito di Annozero
Caro Santoro,
ho appena assistito alla puntata dedicata al centenario di Montanelli e posso testimoniare che quanto ha ricordato il collega Marco Travaglio corrisponde a verità, mentre il tentativo di distorcere i fatti da parte di Maurizio Belpietro è assolutamente tendenzioso.
In qualità di caporedattore della Terza Pagina ero presente a quella tempestosa riunione nel salone della Cronaca e ricordo perfettamente la metafora del fioretto e della spada ( mi sembra di ricordare che fosse una spada e non una sciabola, ma il senso non cambia) e non è vero che i redattori del "Giornale" fossero d'accordo con Berlusconi.
Anzi scendemmo indignati al terzo piano dove c'era la direzione e Montanelli, presente e non a spasso ai giardinetti come ha voluto far credere Belpietro, era furibondo e preparammo subito una lunga lista di firme contro l'intervento di Berlusconi da pubblicare l'indomani sul "Giornale".
Purtroppo ormai il tentativo di distorcere la realtà dei fatti è costume ricorrente. Complimenti per la trasmissione. Speriamo che la libertà di stampa non venga del tutto soffocata, ma bisogna stare attenti anche all'autocensura di certi colleghi troppo timorosi di mettersi contro i poteri forti.
Cordiali saluti
Sandra Artom
ho appena assistito alla puntata dedicata al centenario di Montanelli e posso testimoniare che quanto ha ricordato il collega Marco Travaglio corrisponde a verità, mentre il tentativo di distorcere i fatti da parte di Maurizio Belpietro è assolutamente tendenzioso.
In qualità di caporedattore della Terza Pagina ero presente a quella tempestosa riunione nel salone della Cronaca e ricordo perfettamente la metafora del fioretto e della spada ( mi sembra di ricordare che fosse una spada e non una sciabola, ma il senso non cambia) e non è vero che i redattori del "Giornale" fossero d'accordo con Berlusconi.
Anzi scendemmo indignati al terzo piano dove c'era la direzione e Montanelli, presente e non a spasso ai giardinetti come ha voluto far credere Belpietro, era furibondo e preparammo subito una lunga lista di firme contro l'intervento di Berlusconi da pubblicare l'indomani sul "Giornale".
Purtroppo ormai il tentativo di distorcere la realtà dei fatti è costume ricorrente. Complimenti per la trasmissione. Speriamo che la libertà di stampa non venga del tutto soffocata, ma bisogna stare attenti anche all'autocensura di certi colleghi troppo timorosi di mettersi contro i poteri forti.
Cordiali saluti
Sandra Artom
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mercoledì, maggio 06, 2009
Il primo che si permette
...di criticare la mia Colombia (paese mafioso, narcotrafficante etc etc) pensi anche che queste cose sono successe in Italia, a Roma, NON a Bogotà. E ci pensi bene quando andrà a votare.
Fonte Repubblica
Class action, un emendamento ne cancella la retroattività
ROMA - La retroattività scomparirà dalla normativa sulla class action. Ad annunciarlo è stato Antonio Paravia, relatore del disegno di legge sullo sviluppo all'esame del Senato in cui sono contenute le misure sull'azione risarcitoria collettiva. La retroattività sarà cancellata con "un emendamento a firma Alberto Balboni", ha spiegato, "contenuto in un nuovo fascicolo che arriverà in giornata". L'aula di palazzo Madama inizierà a votare gli emendamenti a partire dalle 16.30. La norma inserita nel testo del Ddl in commissione Industria stabiliva la retroattività per gli illeciti commessi a partire dal primo luglio 2008. Con l'emendamento della maggioranza si cancellerebbe anche questa breve retroattività.
2) Fiducia sul DDL Sicurezza
Il Consiglio dei ministri ha autorizzato la fiducia sul disegno di legge sicurezza, all'esame della Camera. "I tre emendamenti sono pronti e sono già al vaglio degli uffici della Camera e del Presidente per l'ammissibilità, ora nulla osta a che si ponga oggi la questione di fiducia e possa votare da domani pomeriggio" ha detto il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, al termine di un vertice di maggioranza sul ddl sicurezza. Ancora però non c'è nessuna decisione da parte della maggioranza per votare da domani. La decisione fa seguito alle pressioni del titolare del Viminale, che ieri aveva accettato di abolire la norma sulla scuola dell'obbligo vietata ai figli dei clandestini, contestata tra gli altri dal presidente della Camera Gianfranco Fini.
La decisione di mettere la fiducia è stata contestata da diversi esponenti dell'opposizione. Il segretario del Pd, Dario Franceschini, attacca duramente il governo: "Con le norme contenute nel ddl sicurezza la destra vuole tornare alle leggi razziali". Un riferimento diretto ad alcune norme del ddl, a partire dall'introduzione del reato di immigrazione clandestina. In particolare, il leader Pd ha messo in guardia dal rischio che le norme sui 'presidi-spia', "uscite dalla porta possono rientrare dalla finestra". E ricorda: "C'è già stato un tempo in Italia in cui i bambini venivano cacciati dalle scuole per la loro religione. E' immorale usare strumentalmente la legittima domanda di sicurezza per tornare 70 anni dopo alle leggi razziali nel nostro Paese".
Per il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, le fiducie sui disegni di legge su sicurezza e intercettazioni sono "un vergognoso tentativo di regime, per far passare leggi ignobili". Per l'ex magistrato i provvedimenti sono anche da bocciare nel merito perchè "non viene messo un euro per la sicurezza, mentre i poliziotti rincorrono i delinquenti mettendo la benzina coi propri risparmi".
Il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, ha replicato che "non c'è alcuna ferita alla Costituzione", e che "sono state recepite alcune richieste di modifica e il provvedimento è stato sistemato in tre filoni: immigrazione, sicurezza e criminalità", e pertanto si vuole procedere "ad una sollecita approvazione".
E lo stesso ministro Maroni ha spiegato così il voto di fiducia: "Si pone fine ad una vicenda contorta: c'è una ritrovata compattezza di governo e maggioranza. La fiducia è lo strumento migliore per evitare rischi". Così, ha spiegato, ci sarà l'approvazione del ddl "senza rischi e possibilità di modifiche attraverso imboscate".
Maggioranza va sotto. La maggioranza, votando a Montecitorio un emendamento del decreto sicurezza per la ratifica del trattato di Prum (che istituisce la banca dati del Dna), è andata sotto: 229 no, contro 224 sì. Dall'opposizione spiegano che la maggioranza contava su 222 deputati, quindi avrebbe avuto 7 franchi tiratori.
Fonte Repubblica
Class action, un emendamento ne cancella la retroattività
ROMA - La retroattività scomparirà dalla normativa sulla class action. Ad annunciarlo è stato Antonio Paravia, relatore del disegno di legge sullo sviluppo all'esame del Senato in cui sono contenute le misure sull'azione risarcitoria collettiva. La retroattività sarà cancellata con "un emendamento a firma Alberto Balboni", ha spiegato, "contenuto in un nuovo fascicolo che arriverà in giornata". L'aula di palazzo Madama inizierà a votare gli emendamenti a partire dalle 16.30. La norma inserita nel testo del Ddl in commissione Industria stabiliva la retroattività per gli illeciti commessi a partire dal primo luglio 2008. Con l'emendamento della maggioranza si cancellerebbe anche questa breve retroattività.
2) Fiducia sul DDL Sicurezza
Il Consiglio dei ministri ha autorizzato la fiducia sul disegno di legge sicurezza, all'esame della Camera. "I tre emendamenti sono pronti e sono già al vaglio degli uffici della Camera e del Presidente per l'ammissibilità, ora nulla osta a che si ponga oggi la questione di fiducia e possa votare da domani pomeriggio" ha detto il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, al termine di un vertice di maggioranza sul ddl sicurezza. Ancora però non c'è nessuna decisione da parte della maggioranza per votare da domani. La decisione fa seguito alle pressioni del titolare del Viminale, che ieri aveva accettato di abolire la norma sulla scuola dell'obbligo vietata ai figli dei clandestini, contestata tra gli altri dal presidente della Camera Gianfranco Fini.
La decisione di mettere la fiducia è stata contestata da diversi esponenti dell'opposizione. Il segretario del Pd, Dario Franceschini, attacca duramente il governo: "Con le norme contenute nel ddl sicurezza la destra vuole tornare alle leggi razziali". Un riferimento diretto ad alcune norme del ddl, a partire dall'introduzione del reato di immigrazione clandestina. In particolare, il leader Pd ha messo in guardia dal rischio che le norme sui 'presidi-spia', "uscite dalla porta possono rientrare dalla finestra". E ricorda: "C'è già stato un tempo in Italia in cui i bambini venivano cacciati dalle scuole per la loro religione. E' immorale usare strumentalmente la legittima domanda di sicurezza per tornare 70 anni dopo alle leggi razziali nel nostro Paese".
Per il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, le fiducie sui disegni di legge su sicurezza e intercettazioni sono "un vergognoso tentativo di regime, per far passare leggi ignobili". Per l'ex magistrato i provvedimenti sono anche da bocciare nel merito perchè "non viene messo un euro per la sicurezza, mentre i poliziotti rincorrono i delinquenti mettendo la benzina coi propri risparmi".
Il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, ha replicato che "non c'è alcuna ferita alla Costituzione", e che "sono state recepite alcune richieste di modifica e il provvedimento è stato sistemato in tre filoni: immigrazione, sicurezza e criminalità", e pertanto si vuole procedere "ad una sollecita approvazione".
E lo stesso ministro Maroni ha spiegato così il voto di fiducia: "Si pone fine ad una vicenda contorta: c'è una ritrovata compattezza di governo e maggioranza. La fiducia è lo strumento migliore per evitare rischi". Così, ha spiegato, ci sarà l'approvazione del ddl "senza rischi e possibilità di modifiche attraverso imboscate".
Maggioranza va sotto. La maggioranza, votando a Montecitorio un emendamento del decreto sicurezza per la ratifica del trattato di Prum (che istituisce la banca dati del Dna), è andata sotto: 229 no, contro 224 sì. Dall'opposizione spiegano che la maggioranza contava su 222 deputati, quindi avrebbe avuto 7 franchi tiratori.
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martedì, maggio 05, 2009
Facce di bronzo
Leggete cosa scrive Mario Giordano, l'inventore di lucignolo su Italia Uno.....chessadafà pe campà vero direttò?
AVANTI POPOLO GOSSIP TRIONFERÀ
di Mario Giordano
Silenzio? Ma a voi sembra che ci sia stato silenzio? Il divorzio più mediatico del mondo, annunciato a mezza stampa e confermato a mezzo Ansa, preceduto da liti rigorosamente a nove colonne, adesso subisce l’ultima paradossale accusa: sarebbe passato sotto silenzio. I corsivisti di Repubblica sono scatenati, Travaglio pure, i Tg vengono bacchettati per aver messo la notizia in sommario «solo» al terzo posto nella gerarchia degli eventi mondiali. L'Unità (quella in minigonna) dedica un’intera pagina al fatto che La Russa e Cicchitto non commentano il fatto (e che devono dire?), mentre il silenzio di Capezzone diventa addirittura un argomento da copertina. Chi l’avrebbe detto? Il silenzio di Capezzone notizia da copertina è roba da scuola di giornalismo malato, master in comunicazioni demenziali. È il premio Pulitzer della bestialità. E se per caso Capezzone diventasse afono, che cosa fanno? Un’edizione speciale?
Fa un certo effetto vedere la sinistra che fu austera riscoprirsi all’improvviso golosa di gossip più di una parrucchiera di Milano Marittima. Che spettacolo: solenni bacchettoni che passano dalle citazioni del dossettismo alla cupidigia da Eva Tremila, funerei moralisti che all’improvviso sostituiscono le disquisizioni sul keynesismo con le disquisizioni sul velinismo. Da avanti popolo a Stop. Rosy Bindi si scatena, la scrittrice Silvia Balestra si confessa («Come assidue tricoteuses sotto la ghigliottina vorremmo sapere tutto, vedere tutto, commentare tutto») e l'Unità per cercare di accontentare tanta curiosità spande il reality presidenziale su otto pagine (dicasi: 8). C’era una volta Gramsci, adesso c’è Concita 2000. Vista la piega, già si pensa al candidato ideale per la prossima direzione: Alfonso Signorini. O Platinette.
Franceschini dice che è «patetico» parlare di «complotto» e che è sbagliato pensare che la sinistra pensi a sfruttare una vicenda privata a fini politici. Viene da chiedersi: ma Franceschini sa leggere i giornali? O, per lo meno, sa leggere il giornale che il suo partito generosamente finanzia? A pagina 5 c’è un’intervista in cui Marcelle Padovani spiega candidamente: «Nel fantastico consenso di Berlusconi l’unica capace di colpirlo sulle ginocchia è sua moglie. Viene da dire: compagna Veronica. È quello che pensa la gente di sinistra». E uno dei membri della direzione nazionale del Pd, Mario Adinolfi, dice in una nota ufficiale: «Usciamo dall’ipocrisia e diciamolo chiaramente: il divorzio di Berlusconi è una questione politica ed è un’occasione per il Partito democratico». Proprio così: compagna Veronica, colpirlo sulle ginocchia, un’occasione per il Partito democratico. Allora, caro lampaDario, chi è il vero patetico?
«Tra moglie e marito...» aveva commentato Franceschini in prima battuta. Poveretto, forse non l’avevano ancora avvertito. Del resto non si può pretendere troppo dal segretario finito sul binario morto, che esulta come un pazzo per la micro-affermazione alle municipali di Trento, definendola «vittoria del Paese reale» (e tutto il resto d’Italia che cos’è? Il Paese irreale?). Forse a Franceschini non avevano ancora spiegato che l'ultimo treno della sinistra non è il suo, quello su cui sta attraversando l’Italia tra un ritardo e una gaffe: l’ultimo treno per la sinistra è Veronica. La compagna Veronica, come la chiama l’Unità. E chissà se, adesso, a lei quella definizione dà fastidio almeno un po’.
Quando a Franceschini hanno spiegato bene che cosa stava succedendo, allora anche lui ha capito. Ed è partito all’attacco. Lui e le truppe cammellate. Tutti in coro, a menare il torrone della teoria politica del divorzio, il fabriziocoronismo dello sdegno parlamentare, pettegolezzi da portinaia in salsa di Montecitorio. Compagni&comari. E così abbiamo scoperto che il divorzio non è più una questione privata (senatrice Pd Vittoria Franco), che il «degrado morale» è un caso politico (onorevole Castagnetti) e via autorevolmente gossippando fino ad arrivare a tal Antonio Borghesi, deputato Idv, che ha cercato i suoi cinque minuti di notorietà presentando un’interrogazione parlamentare sui rapporti del premier con le minorenni. Ci manca solo un piccolo sermoncino morale di Luxuria e poi il quadro è completo.
Che le contestazioni non stiano in piedi, ai nuovi cantori del gossip non importa nulla. Del resto, si sa, sui giornali scandalistici non conta il vero e nemmeno il verosimile. Degrado morale? Velinismo? Rapporti con le minorenni? Si può essere d’accordo o no con la candidatura di Barbara Matera, ma chi l’ha detto che un bella ragazza non può essere un buon europarlamentare? E se ha studiato e si è preparata, chissà, magari farà anche meglio di Iva Zanicchi o di Gianni Rivera (zero interventi in cinque anni a Bruxelles). E per quanto riguarda la festa di Napoli, beh, magari è discutibile che il premier si faccia chiamare papi, ma se davvero voleva fare qualche cosa di losco andava a un ritrovo di famiglia? Con mamma, papà, nonna e parenti tutti? Con otto auto della scorta al seguito? E con tanto di fotografi schierati? Dov’è il decadimento morale? Dov’è il degrado che diventa questione politica nazionale?
Diciamoci la verità: l’unica questione politica è che la sinistra era in braghe di tela. Non sapeva più a cosa attaccarsi. E s’è attaccata al divorzio. Patetico? No, peggio: squallido. La signora Veronica annunciando il suo malcontento a mezzo Ansa e il suo divorzio a mezzo stampa ha dato il via libera ai neofiti del gossip, ai guardoni con presunzione moralizzatrice, agli aspiranti alfonsosignorini rigonfi d’odio politico. Ne sta venendo fuori il solito gran chiasso. Bene. Anzi, male. Ma per lo meno, evitate di lamentarvi del silenzio. No, non c’è silenzio attorno a questa vicenda. Non ce n’è mai stato. La luce dei riflettori, purtroppo, illumina tutto. Illumina troppo. Fa vedere da ogni angolo la dolorosa vicenda privata dei coniugi Berlusconi. Ma, soprattutto, fa vedere da ogni angolo la dolorosa vicenda pubblica di una sinistra così sbandata da aggrapparsi a un divorzio come ultima ancora di salvezza. Che squallore. Dal Manifesto al Grand Hotel, dal Capitale a Confidenze. Il sole dell’avvenire si è spento dentro il buco della serratura.
E Giordano secondo Aldo Grasso sul Corsera faceva questo:
Aldo Grasso: "Lucignolo? Sciatto, grottesco, inguardabile"
Lucignolo è il programma più brutto e più pretenzioso della tv italiana". Ad Aldo Grasso, Lucignolo, il programma televisivo in onda in prima serata su di Italia 1, con inviata speciale la Diavolita Melita Toniolo, non piace.
Secondo il giornalista e critico televisivo del Corriere della Sera, i servizi che propone di volta in volta la rubrica diretta da Claudio Brachino sono "tristissimi". " Il servizio, ad esempio, sul ritorno di Lele Mora a Porto Cervo definito 'Mora event' - scrive Grasso su Corriere.it - (anche lo squallore ha una sua grandezza) con interventi di Nathalie Caldonazzo, Stefano Masciarelli, Marco Balestri e Filippo del Grande Fratello; uno sul Billionaire, con Flavio Briatore e Simona Ventura; uno sul Twiga, con Daniela Santanchè e Adriano Galliani (ma per questi servizi Publitalia fattura?), stordiscono e ci esiliano dalla ragionevolezza".
Parole dure, anzi durissime, il giornalista, le riserva anche al direttore Brachino, all'ideatore di Lucignolo, Mario Giordano, e ad nuova figura aggiunta quest'anno al programma, Roberto Mercandalli, concorrente del Grande Fratello 8, che ha il compito di maestro di seduzione: "E' insopportabile Roberto del Grande Fratello, il commenda, a farsi urlare stron.. stron.. sulla spiaggia di Mondello o intervistare alcuni politici sulla triste, ultima spiaggia di Capalbio".
Conclude così il giornalista: "Grande sfoggio di tette al vento e feroci pettegolezzi (Albano e la Lecciso tornano insieme?) all'insegna della parola più idiota di questi anni, trasgressione. L'aspetto più fastidioso di Lucignolo è la sua sciatteria: non si pone più lo scrupolo della decenza né la sconvenienza del grottesco".
AVANTI POPOLO GOSSIP TRIONFERÀ
di Mario Giordano
Silenzio? Ma a voi sembra che ci sia stato silenzio? Il divorzio più mediatico del mondo, annunciato a mezza stampa e confermato a mezzo Ansa, preceduto da liti rigorosamente a nove colonne, adesso subisce l’ultima paradossale accusa: sarebbe passato sotto silenzio. I corsivisti di Repubblica sono scatenati, Travaglio pure, i Tg vengono bacchettati per aver messo la notizia in sommario «solo» al terzo posto nella gerarchia degli eventi mondiali. L'Unità (quella in minigonna) dedica un’intera pagina al fatto che La Russa e Cicchitto non commentano il fatto (e che devono dire?), mentre il silenzio di Capezzone diventa addirittura un argomento da copertina. Chi l’avrebbe detto? Il silenzio di Capezzone notizia da copertina è roba da scuola di giornalismo malato, master in comunicazioni demenziali. È il premio Pulitzer della bestialità. E se per caso Capezzone diventasse afono, che cosa fanno? Un’edizione speciale?
Fa un certo effetto vedere la sinistra che fu austera riscoprirsi all’improvviso golosa di gossip più di una parrucchiera di Milano Marittima. Che spettacolo: solenni bacchettoni che passano dalle citazioni del dossettismo alla cupidigia da Eva Tremila, funerei moralisti che all’improvviso sostituiscono le disquisizioni sul keynesismo con le disquisizioni sul velinismo. Da avanti popolo a Stop. Rosy Bindi si scatena, la scrittrice Silvia Balestra si confessa («Come assidue tricoteuses sotto la ghigliottina vorremmo sapere tutto, vedere tutto, commentare tutto») e l'Unità per cercare di accontentare tanta curiosità spande il reality presidenziale su otto pagine (dicasi: 8). C’era una volta Gramsci, adesso c’è Concita 2000. Vista la piega, già si pensa al candidato ideale per la prossima direzione: Alfonso Signorini. O Platinette.
Franceschini dice che è «patetico» parlare di «complotto» e che è sbagliato pensare che la sinistra pensi a sfruttare una vicenda privata a fini politici. Viene da chiedersi: ma Franceschini sa leggere i giornali? O, per lo meno, sa leggere il giornale che il suo partito generosamente finanzia? A pagina 5 c’è un’intervista in cui Marcelle Padovani spiega candidamente: «Nel fantastico consenso di Berlusconi l’unica capace di colpirlo sulle ginocchia è sua moglie. Viene da dire: compagna Veronica. È quello che pensa la gente di sinistra». E uno dei membri della direzione nazionale del Pd, Mario Adinolfi, dice in una nota ufficiale: «Usciamo dall’ipocrisia e diciamolo chiaramente: il divorzio di Berlusconi è una questione politica ed è un’occasione per il Partito democratico». Proprio così: compagna Veronica, colpirlo sulle ginocchia, un’occasione per il Partito democratico. Allora, caro lampaDario, chi è il vero patetico?
«Tra moglie e marito...» aveva commentato Franceschini in prima battuta. Poveretto, forse non l’avevano ancora avvertito. Del resto non si può pretendere troppo dal segretario finito sul binario morto, che esulta come un pazzo per la micro-affermazione alle municipali di Trento, definendola «vittoria del Paese reale» (e tutto il resto d’Italia che cos’è? Il Paese irreale?). Forse a Franceschini non avevano ancora spiegato che l'ultimo treno della sinistra non è il suo, quello su cui sta attraversando l’Italia tra un ritardo e una gaffe: l’ultimo treno per la sinistra è Veronica. La compagna Veronica, come la chiama l’Unità. E chissà se, adesso, a lei quella definizione dà fastidio almeno un po’.
Quando a Franceschini hanno spiegato bene che cosa stava succedendo, allora anche lui ha capito. Ed è partito all’attacco. Lui e le truppe cammellate. Tutti in coro, a menare il torrone della teoria politica del divorzio, il fabriziocoronismo dello sdegno parlamentare, pettegolezzi da portinaia in salsa di Montecitorio. Compagni&comari. E così abbiamo scoperto che il divorzio non è più una questione privata (senatrice Pd Vittoria Franco), che il «degrado morale» è un caso politico (onorevole Castagnetti) e via autorevolmente gossippando fino ad arrivare a tal Antonio Borghesi, deputato Idv, che ha cercato i suoi cinque minuti di notorietà presentando un’interrogazione parlamentare sui rapporti del premier con le minorenni. Ci manca solo un piccolo sermoncino morale di Luxuria e poi il quadro è completo.
Che le contestazioni non stiano in piedi, ai nuovi cantori del gossip non importa nulla. Del resto, si sa, sui giornali scandalistici non conta il vero e nemmeno il verosimile. Degrado morale? Velinismo? Rapporti con le minorenni? Si può essere d’accordo o no con la candidatura di Barbara Matera, ma chi l’ha detto che un bella ragazza non può essere un buon europarlamentare? E se ha studiato e si è preparata, chissà, magari farà anche meglio di Iva Zanicchi o di Gianni Rivera (zero interventi in cinque anni a Bruxelles). E per quanto riguarda la festa di Napoli, beh, magari è discutibile che il premier si faccia chiamare papi, ma se davvero voleva fare qualche cosa di losco andava a un ritrovo di famiglia? Con mamma, papà, nonna e parenti tutti? Con otto auto della scorta al seguito? E con tanto di fotografi schierati? Dov’è il decadimento morale? Dov’è il degrado che diventa questione politica nazionale?
Diciamoci la verità: l’unica questione politica è che la sinistra era in braghe di tela. Non sapeva più a cosa attaccarsi. E s’è attaccata al divorzio. Patetico? No, peggio: squallido. La signora Veronica annunciando il suo malcontento a mezzo Ansa e il suo divorzio a mezzo stampa ha dato il via libera ai neofiti del gossip, ai guardoni con presunzione moralizzatrice, agli aspiranti alfonsosignorini rigonfi d’odio politico. Ne sta venendo fuori il solito gran chiasso. Bene. Anzi, male. Ma per lo meno, evitate di lamentarvi del silenzio. No, non c’è silenzio attorno a questa vicenda. Non ce n’è mai stato. La luce dei riflettori, purtroppo, illumina tutto. Illumina troppo. Fa vedere da ogni angolo la dolorosa vicenda privata dei coniugi Berlusconi. Ma, soprattutto, fa vedere da ogni angolo la dolorosa vicenda pubblica di una sinistra così sbandata da aggrapparsi a un divorzio come ultima ancora di salvezza. Che squallore. Dal Manifesto al Grand Hotel, dal Capitale a Confidenze. Il sole dell’avvenire si è spento dentro il buco della serratura.
E Giordano secondo Aldo Grasso sul Corsera faceva questo:
Aldo Grasso: "Lucignolo? Sciatto, grottesco, inguardabile"
Lucignolo è il programma più brutto e più pretenzioso della tv italiana". Ad Aldo Grasso, Lucignolo, il programma televisivo in onda in prima serata su di Italia 1, con inviata speciale la Diavolita Melita Toniolo, non piace.
Secondo il giornalista e critico televisivo del Corriere della Sera, i servizi che propone di volta in volta la rubrica diretta da Claudio Brachino sono "tristissimi". " Il servizio, ad esempio, sul ritorno di Lele Mora a Porto Cervo definito 'Mora event' - scrive Grasso su Corriere.it - (anche lo squallore ha una sua grandezza) con interventi di Nathalie Caldonazzo, Stefano Masciarelli, Marco Balestri e Filippo del Grande Fratello; uno sul Billionaire, con Flavio Briatore e Simona Ventura; uno sul Twiga, con Daniela Santanchè e Adriano Galliani (ma per questi servizi Publitalia fattura?), stordiscono e ci esiliano dalla ragionevolezza".
Parole dure, anzi durissime, il giornalista, le riserva anche al direttore Brachino, all'ideatore di Lucignolo, Mario Giordano, e ad nuova figura aggiunta quest'anno al programma, Roberto Mercandalli, concorrente del Grande Fratello 8, che ha il compito di maestro di seduzione: "E' insopportabile Roberto del Grande Fratello, il commenda, a farsi urlare stron.. stron.. sulla spiaggia di Mondello o intervistare alcuni politici sulla triste, ultima spiaggia di Capalbio".
Conclude così il giornalista: "Grande sfoggio di tette al vento e feroci pettegolezzi (Albano e la Lecciso tornano insieme?) all'insegna della parola più idiota di questi anni, trasgressione. L'aspetto più fastidioso di Lucignolo è la sua sciatteria: non si pone più lo scrupolo della decenza né la sconvenienza del grottesco".
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Scheda divorzio/rischi
Fonte: Reuters
MILANO (Reuters) - La notizia della possibile separazione tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e la seconda moglie Veronica Lario ha acceso i riflettori su qual è l'iter legale per arrivare al divorzio.
Di seguito le fasi principali:
La separazione -- che può essere chiesta da chi due coniugi senta di non poter più proseguire la convivenza -- può essere ordinaria o con richiesta di addebito.
SEPARAZIONE ORDINARIA
La separazione "ordinaria" può avvenire in modo consensuale o giudiziale. Se le parti si mettono d'accordo su tutto si definisce consensuale, altrimenti è giudiziale.
SEPARAZIONE CON RICHIESTA DI ADDEBITO
La separazione con richiesta di addebito si ha quando si manifesta una colpa da parte di uno dei due coniugi che induca l'altro a risolvere il rapporto matrimoniale. In questo caso si ritiene che esista l'attribuzione di una colpa all'altro coniuge che preveda un risarcimento dei danni.
ORDINARIA O CON ADDEBITO, COSA CAMBIA?
La separazione con addebito prevede che il coniuge al quale sia stata addebitata la separazione non abbia diritti successori, al contrario del coniuge che si è separato in modo ordinario
Nella separazione ordinaria, il tenore di vita deve rimanere lo stesso con, da una parte, il diritto di pretenderlo e, dall'altra, l'obbligo di mantenerlo. Nel caso di separazione con addebito invece la parte debole (ossia quella con reddito inferiore) -- nel caso in cui si veda addebitare la colpa -- ha diritto solo all'assegno per gli alimenti, mentre in caso contrario ha diritto all'assegno di mantenimento (che è superiore ai meri alimenti).
I FIGLI
Non riguarda il caso Lario-Berlusconi, che hanno tre figli tutti maggiorenni, ma l'attuale regime prevede l'affidamento condiviso per i minori, che devono risiedere con la parte che ne faccia richiesta e che sia in grado di poterli gestire. Anche per i figli è previsto un assegno di mantenimento erogato dalla parte più forte alla più debole se sono minorenni, ma l'assegno deve essere comunque mantenuto non solo fino al compimento del 18esimo anno di età ma fino a che non ci sia l'autosufficienza economica.
L'ITER DEL PROCEDIMENTO
Normalmente, una delle due parti deposita il ricorso e lo notifica all'altra che si costituisce nello stesso procedimento. Secondo una fonte legale, è probabile che nel caso Lario-Berlusconi verranno depositati due ricorsi separati e che entrambi possano richiedere l'addebito per colpa.
Ci sarà poi l'udienza presidenziale, in cui vengono letti i provvedimenti temporanei con cui si stabilisce un certo assegno per la parte debole e l'eventuale attribuzione della casa.
Si proseguirà poi con lo svolgimento della causa, al fine di dimostrare quale siano i rispettivi redditi, il tenore di vita e se ci sia il fatto dannoso che, reciprocamente o da una sola parte, venga attribuito per ottenere l'addebito.
Il tribunale sede del caso potrebbe essere quello di Monza perché Macherio e Arcore -- i comuni di residenza dei due coniugi illustri in questione -- rientrano sotto la sua giurisdizione.
Il divorzio può intervenire una volta scaduti i tre anni di separazione.
MILANO (Reuters) - La notizia della possibile separazione tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e la seconda moglie Veronica Lario ha acceso i riflettori su qual è l'iter legale per arrivare al divorzio.
Di seguito le fasi principali:
La separazione -- che può essere chiesta da chi due coniugi senta di non poter più proseguire la convivenza -- può essere ordinaria o con richiesta di addebito.
SEPARAZIONE ORDINARIA
La separazione "ordinaria" può avvenire in modo consensuale o giudiziale. Se le parti si mettono d'accordo su tutto si definisce consensuale, altrimenti è giudiziale.
SEPARAZIONE CON RICHIESTA DI ADDEBITO
La separazione con richiesta di addebito si ha quando si manifesta una colpa da parte di uno dei due coniugi che induca l'altro a risolvere il rapporto matrimoniale. In questo caso si ritiene che esista l'attribuzione di una colpa all'altro coniuge che preveda un risarcimento dei danni.
ORDINARIA O CON ADDEBITO, COSA CAMBIA?
La separazione con addebito prevede che il coniuge al quale sia stata addebitata la separazione non abbia diritti successori, al contrario del coniuge che si è separato in modo ordinario
Nella separazione ordinaria, il tenore di vita deve rimanere lo stesso con, da una parte, il diritto di pretenderlo e, dall'altra, l'obbligo di mantenerlo. Nel caso di separazione con addebito invece la parte debole (ossia quella con reddito inferiore) -- nel caso in cui si veda addebitare la colpa -- ha diritto solo all'assegno per gli alimenti, mentre in caso contrario ha diritto all'assegno di mantenimento (che è superiore ai meri alimenti).
I FIGLI
Non riguarda il caso Lario-Berlusconi, che hanno tre figli tutti maggiorenni, ma l'attuale regime prevede l'affidamento condiviso per i minori, che devono risiedere con la parte che ne faccia richiesta e che sia in grado di poterli gestire. Anche per i figli è previsto un assegno di mantenimento erogato dalla parte più forte alla più debole se sono minorenni, ma l'assegno deve essere comunque mantenuto non solo fino al compimento del 18esimo anno di età ma fino a che non ci sia l'autosufficienza economica.
L'ITER DEL PROCEDIMENTO
Normalmente, una delle due parti deposita il ricorso e lo notifica all'altra che si costituisce nello stesso procedimento. Secondo una fonte legale, è probabile che nel caso Lario-Berlusconi verranno depositati due ricorsi separati e che entrambi possano richiedere l'addebito per colpa.
Ci sarà poi l'udienza presidenziale, in cui vengono letti i provvedimenti temporanei con cui si stabilisce un certo assegno per la parte debole e l'eventuale attribuzione della casa.
Si proseguirà poi con lo svolgimento della causa, al fine di dimostrare quale siano i rispettivi redditi, il tenore di vita e se ci sia il fatto dannoso che, reciprocamente o da una sola parte, venga attribuito per ottenere l'addebito.
Il tribunale sede del caso potrebbe essere quello di Monza perché Macherio e Arcore -- i comuni di residenza dei due coniugi illustri in questione -- rientrano sotto la sua giurisdizione.
Il divorzio può intervenire una volta scaduti i tre anni di separazione.
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L'avvocato della Lario
Chi è Maria Cristina Morelli, l'avvocato scelto da Veronica Lario nella causa di divorzio con Berlusconi
pubblicato da Luca Landoni – orientamento politico:
Sarà Maria Cristina Morelli, avvocato di Soresina (Cremona), 48 anni, a rappresentare Veronica Lario nella causa di divorzio contro il marito Silvio Berlusconi. La “Signora”, come l’aveva poco elegantemente chiamata il Cavaliere nei giorni scorsi accusandola di essersi fatta ingannare dalla sinistra, aveva parlato di lei descrivendola come “una persona di cui finalmente mi posso fidare”, e va detto che ha probabilmente centrato l’obiettivo.
La Morelli avrà anche un passato lontano dai riflettori, ma è già assurta alle cronache per aver assistito Beppino Englaro nella prima fase della sua causa, suggerendogli tra l’altro di divenire tutore della figlia Eluana. Mossa che si sarebbe poi rivelata fondamentale per il successo della causa stessa.
Specializzata in bioetica e membro della Consulta di Bioetica stessa, la Morelli è nome noto tra gli appassionati del tema, come ben sapranno gli ascoltatori di Radio Radicale. Quello che può stupire semmai è che abbia accettato di occuparsi di tutt’altro; ma se è vero, come molto giornali riportano, che fu accanto a Veronica anche in occasione della famosa lettera al marito del 2007, è possibile che l’attuale azione fosse già stata pianificata al tempo.
Maria Cristina sa che dovrà affrontare uno scontro duro, che la vedrà probabilmente opposta allo studio dell’avvocato Ghidini, ma sembra il tipo giusto per la battaglia che l’attende. Appassionata di fantascienza, sempre in connessione coi temi del futuro dell’umanità (celebre la sua citazione di Ubik di Philip Dick - l’autore di Blade Runner - a margine di un articolo sui temi dell’eutanasia apparso su Bioetica nel 2001) la Morelli è da sempre schierata sulla linea di Veronesi in ossequio all’articolo 32 della Costituzione.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
Questo con attinenza al recente dibattito sul testamento biologico. Per quanto riguarda il presente, ovvero la causa Lario-Berlusconi, chiudiamo con una citazione che racchiude il pensiero etico di Maria Cristina Morelli. Un vero manifesto ideologico, inteso nel senso migliore e umanistico del termine, che ci aiuta a capire il carattere della persona.
Oggi che i continui progressi in ambito medico consentono, per molte patologie, scelte terapeutiche diversificate con esiti differenti rispetto alla qualità e quantità della vita, rimettere al centro, e per tutti, la corretta informazione del paziente, la libertà di scelta di accettare o rifiutare le terapie, nonché la dignità dell’uomo, anziché le fenomenologie scientifiche interessanti solo sul piano statistico, assume un significato fondamentale. E’ strutturale alla natura umana il senso del limite così come la continua tensione verso il suo superamento; tra i molti limiti che l’uomo incontra, nello svolgimento della propria vita, quello fondamentale è senz’altro rappresentato dalla durata della stessa. Allo stesso tempo l’uomo deve potere essere libero di autodeterminarsi e di scegliere tra la durata della vita e la propria dignità, strettamente connessa alla qualità della medesima. Non sarà certo per il prestigio di qualche scienziato che l’uomo dovrà superare il limite della propria dignità per vincere a oltranza quello della durata della vita. Tutti devono essere liberi di scegliere, scienza permettendo, tra l’una e l’altra e mi sembra che la Commissione Ministeriale, autrice del documento in esame, abbia voluto ribadire le possibilità offerte dall’ordinamento per la salvaguardia di questa libertà.
pubblicato da Luca Landoni – orientamento politico:
Sarà Maria Cristina Morelli, avvocato di Soresina (Cremona), 48 anni, a rappresentare Veronica Lario nella causa di divorzio contro il marito Silvio Berlusconi. La “Signora”, come l’aveva poco elegantemente chiamata il Cavaliere nei giorni scorsi accusandola di essersi fatta ingannare dalla sinistra, aveva parlato di lei descrivendola come “una persona di cui finalmente mi posso fidare”, e va detto che ha probabilmente centrato l’obiettivo.
La Morelli avrà anche un passato lontano dai riflettori, ma è già assurta alle cronache per aver assistito Beppino Englaro nella prima fase della sua causa, suggerendogli tra l’altro di divenire tutore della figlia Eluana. Mossa che si sarebbe poi rivelata fondamentale per il successo della causa stessa.
Specializzata in bioetica e membro della Consulta di Bioetica stessa, la Morelli è nome noto tra gli appassionati del tema, come ben sapranno gli ascoltatori di Radio Radicale. Quello che può stupire semmai è che abbia accettato di occuparsi di tutt’altro; ma se è vero, come molto giornali riportano, che fu accanto a Veronica anche in occasione della famosa lettera al marito del 2007, è possibile che l’attuale azione fosse già stata pianificata al tempo.
Maria Cristina sa che dovrà affrontare uno scontro duro, che la vedrà probabilmente opposta allo studio dell’avvocato Ghidini, ma sembra il tipo giusto per la battaglia che l’attende. Appassionata di fantascienza, sempre in connessione coi temi del futuro dell’umanità (celebre la sua citazione di Ubik di Philip Dick - l’autore di Blade Runner - a margine di un articolo sui temi dell’eutanasia apparso su Bioetica nel 2001) la Morelli è da sempre schierata sulla linea di Veronesi in ossequio all’articolo 32 della Costituzione.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
Questo con attinenza al recente dibattito sul testamento biologico. Per quanto riguarda il presente, ovvero la causa Lario-Berlusconi, chiudiamo con una citazione che racchiude il pensiero etico di Maria Cristina Morelli. Un vero manifesto ideologico, inteso nel senso migliore e umanistico del termine, che ci aiuta a capire il carattere della persona.
Oggi che i continui progressi in ambito medico consentono, per molte patologie, scelte terapeutiche diversificate con esiti differenti rispetto alla qualità e quantità della vita, rimettere al centro, e per tutti, la corretta informazione del paziente, la libertà di scelta di accettare o rifiutare le terapie, nonché la dignità dell’uomo, anziché le fenomenologie scientifiche interessanti solo sul piano statistico, assume un significato fondamentale. E’ strutturale alla natura umana il senso del limite così come la continua tensione verso il suo superamento; tra i molti limiti che l’uomo incontra, nello svolgimento della propria vita, quello fondamentale è senz’altro rappresentato dalla durata della stessa. Allo stesso tempo l’uomo deve potere essere libero di autodeterminarsi e di scegliere tra la durata della vita e la propria dignità, strettamente connessa alla qualità della medesima. Non sarà certo per il prestigio di qualche scienziato che l’uomo dovrà superare il limite della propria dignità per vincere a oltranza quello della durata della vita. Tutti devono essere liberi di scegliere, scienza permettendo, tra l’una e l’altra e mi sembra che la Commissione Ministeriale, autrice del documento in esame, abbia voluto ribadire le possibilità offerte dall’ordinamento per la salvaguardia di questa libertà.
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L'incubo del divorzio "per colpa"

Berlusconi teme il processo mediatico. "Troppo lungo un divorzio per colpa"
di CLAUDIO TITO
ROMA - "Separazione con addebito". Adesso sono diventate queste le parole che fanno più paura a Silvio Berlusconi. La possibilità, cioè, che Veronica Lario chieda non la procedura consensuale per arrivare al divorzio, ma quella per "colpa". Un iter che renderebbe tutto più drammatico. Soprattutto trasformerebbe l'addio tra "Veronica e Silvio" in un grande processo pubblico.
Il Cavaliere ha passato tutta la giornata di ieri ad Arcore. Ha chiamato tutti i collaboratori più fidati, ha consultato l'avvocato Niccolò Ghedini e la sorella Ippolita, ha convocato l'amico di sempre Bruno Ermolli e ha chiesto ai figli maggiori, Marina e Piersilvio, di mettere sul tavolo la loro posizione e i loro suggerimenti. Ha insomma discusso come affrontare le tappe del secondo divorzio. Ha soppesato i rischi connessi agli assetti proprietari dell'impero aziendale ma anche quelli relativi alla prossima campagna elettorale. Lo staff berlusconiano dunque prepara la controffensiva. Gli annunci dell'ormai "ex consorte" hanno messo in allarme lo stato maggiore di Villa San Martino. Al punto che tra le varie opzioni, è stata valutata pure la reazione da organizzare nel caso in cui la Lario si rivolga al giudice per ottenere la "separazione per colpa". Una eventualità che innervosisce il capo del governo. Dopo l'approvazione del cosiddetto "Lodo Alfano", infatti, il capo del governo era convinto di non dover più frequentare le aule dei tribunali. In particolare quelle di Milano. Ma se la "signora" davvero imboccherà la strada dello "scontro", sarà inevitabile rimettere piede a corso di Porta Vittoria.
Secondo i legali del premier, infatti, le mosse della First lady fanno pensare ad una soluzione di questo tipo. A cominciare da quel richiamo alla "minorenne" Noemi. "Se sarà così - è il timore del premier - la vicenda potrebbe durare troppo". Una telenovela su cui saranno puntati gli obiettivi di tv e giornali. Sebbene l'avvocato della Lario, Maria Cristiana Morelli, abbia ieri spiegato che questa è una "materia che non va gestita sui giornali".
Gli uomini del presidente del consiglio, poi, hanno centrato la loro attenzione anche su altri rischi che potrebbero fare chiudere il divorzio in modo poco proficuo. Compresa la parte economica e aziendale. Non solo. C'è anche chi ha fatto notare che Tangentopoli è scoppiata nel 1992 proprio a causa di una lite coniugale. Il braccio di ferro sugli alimenti tra Mario Chiesa e l'allora consorte Laura Sala incuriosì il pool milanese di Mani Pulite. Un'osservazione, però, contestata da Berlusconi: "Io non ho nulla da nascondere".
Sta di fatto che l'idea di un addio lungo e travagliato non lascia tranquillo l'inquilino di Palazzo Chigi. Moglie e marito non si sono ancora chiariti a quattr'occhi. Per non parlare della scelta dei tre figli di "secondo letto" schieratisi al fianco della madre. Non è un caso che ieri pomeriggio ad Arcore ci fossero solo Marina e Piersilvio. Del resto, sul tavolo restano i nodi relativi ai ruoli che assumeranno Barbara, Eleonora e Luigi nei futuri assetti societari. Nessuno dei tre riveste cariche di primo piano in Mediaset e in Mondadori, ossia nel cuore del colosso imprenditoriale berlusconiano.
Per gli stessi motivi fino a domenica scorsa il "marito" non aveva escluso una riconciliazione in extremis con la moglie. Un'opzione che ieri ha perso terreno, sebbene ad Arcore non venga ancora considerata definitivamente tramontata.
A Palazzo Chigi nessuno sottovaluta le ripercussioni della vicenda sulla situazione politica. Soprattutto sulla prossima campagna elettorale e sui risultati delle europee. Prima dell'"affaire Veronica", il premier era deciso a giocare la consultazione di Strasburgo solo sulla sua persona. Un vero e proprio plebiscito, non tanto sul governo ma su "Silvio Berlusconi". "Voglio battere tutti i record di preferenze", aveva spiegato ai suoi fedelissimi. Voleva superare per numero di voti tutti i "campioni" della Prima Repubblica (l'esempio più citato è quello anni '80 di Giulio Andreotti nella circoscrizione Centro) e soprattutto voleva battere tutti i candidati europei. Per presentarsi così come l'uomo più "cliccato" del continente. Con questo obiettivo ha deciso di "correre" su tutto il territorio nazionale. Il "caso Lario", però, potrebbe costringerlo a cambiare i programmi.
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Un simpatico ritratto di Vittorio Feltri
Fonte:nuovasocietà.it
di Marco Bernardini
Non si è lasciato fuggire la grande occasione. Vittorio Feltri, direttore di Libero (mai definizione fu più paradossale per un quotidiano diretto in maniera oligarchica) ha dato il via al massacro della signora Lario con il titolo sparato a nove colonne, sopra la figura della ragazza la quale, sulla scena, mostrava il seno perchè il copione voleva così. “Veronica la velina ingrata” è stata a tal modo data in pasto all'opinione pubblica. Ma da chi? Vediamo facendo un poco di storia di questo elegante giornalista bergamasco. Feltri cita spesso Montanelli da quando, essendo morto, non può replicare. Ebbene Indro Montanelli fu cacciato nel 1994 da Silvio Berlusconi dalla direzione del Giornale perchè, disse, "non voglio ridurmi a trombetta di un editore in fregola di avventure politiche". Nel dicembre 1993 Feltri disse al Corriere: "Io al Giornale? Ma che cretinata. Berlusconi non mi ha offerto neppure un posto da correttore di bozze". Infatti un mese dopo Feltri diventa direttore del Giornale. Quando nel marzo 2001, durante la trasmissione televisiva "Il Raggio Verde" di Michele Santoro, Feltri dà del voltagabbana a Montanelli, questi, oramai 90enne e già malato , telefona in diretta per raccontare la verità, ricordando come Feltri si fosse messo al servizio di Berlusconi dopo che questi aveva cacciato il vecchio Indro con l'inganno e con l'aiuto della redazione alla quale aveva promesso aumenti di stipendio se si liberavano di lui. Feltri diventa paonazzo e tartaglia qualcosa mentre Indro gli dà del servo del padrone. A luglio 2006 Feltri dichiara: "Se Montanelli fosse vivo, lavorerebbe a Libero". La storia ha decretato che mai Montanelli ha scritto un solo rigo su un giornale diretto da Feltri (Europeo, Indipendente, Giorno, Borghese, Libero). Che cosa pensava di Feltri, Montanelli lo dichiarò al Corriere nel 1995: «Il suo Giornale confesso che non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere. Comunque, non è la formula ad avere successo, è la posizione: Feltri asseconda il peggio della borghesia italiana. Sfido che trova i clienti!». E difatti Montanelli, da sempre uomo di destra, nei suoi editoriali alla Voce così parlava di Berlusconi: "Ha l'allergia alla verità, una voluttuaria e voluttuosa propensione alla menzogna. Chiagne e fotte, dicono a Napoli dei tipi come lui". Tornando a Feltri, è noto che il direttore ha sempre voluto circondarsi di esperti in ogni campo. Per esempio Luciano Moggi accusato di essere il gran burattinaio di Calciopoli. L'avvocato Carlo Taormina, indagato dalla Procura di Torino per aver fabbricato prove false nel delitto di Cogne. Gianni De Michelis, pluripregiudicato per Tangentopoli, definito da Biagi "avanzo di balera" per la sua passione per le discoteche. Senza dimenticare Renato Farina (in arte agente Betulla), indagato per favoreggiamento in sequestro di persona, reo confesso, sul libro paga del Sismi. Scoperto, Farina ammette l'errore e chiede scusa. L'Ordine però lo caccia e allora anche Silvio Berlusconi lo difende con una lettera a Libero intitolata "Attaccano la libertà". Lui che aveva fatto cacciare Biagi, Santoro, De Bortoli, Massimo Fini, Oliviero Beha, i fratelli Guzzanti, Luttazzi. E per finire ecco le benemerenze passate di Feltri. Nel 1993 dalle pagine dell'Indipendente difendeva entusiasticamente Mani Pulite. Nel 1994, passato al Giornale, insinua che i giudici Davigo e Di Maggio sarebbero iscritti ad una cooperativa edilizia assieme al giudice corrotto Diego Curtò e a Salvatore Ligresti. Non è vero niente, e Feltri verrà condannato dal tribunale. Nel 2005 viene condannato per aver diffamato con un articolo su Libero del 2002 il magistrato di Potenza Woodcock. Nel febbraio 2006 condannato a Bologna a 18 mesi di reclusione per diffamazione del senatore Chiaromonte. A novembre 2006 Feltri se la prende col sindaco di Milano (titolo di Libero: Letizia Moratti, ma sei scema?) perché ha «snobbato nelle visite ai morti quelli della Repubblica sociale di Salò». Il che, agli occhi di Feltri, è veramente insopportabile e la Moratti viene chiamata a discolparsi per aver ignorato i repubblichini che, oltre a sparare su suo padre partigiano, mandavano gli ebrei nei lager e sognavano per l'Italia un radioso futuro da provincia del Reich. Del resto a lui piace sparare e ora tocca a Veronica Lario accusata di essere una “velina ingrata” da un “libero” velinaro del Potere.
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lunedì, maggio 04, 2009
Perché adesso la vittima è lui...
Fonte: lastampa.it
Berlusconi: "Con Veronica è impossibile andare avanti"
Silvio Berlusconi e Veronica Lario
Il premier: avevo tenuto insieme una situazione difficile per amore dei miei figli, ma ora non ne vedo più le condizioni
MARIO CALABRESI
Queste sono cose private, privatissime, che non dovrebbero finire sui giornali». Silvio Berlusconi è furioso, è l'una di domenica mattina ed è appena entrato in casa a Villa San Martino ad Arcore, la televisione è accesa ad alto volume e i telegiornali parlano della richiesta di divorzio avanzata da sua moglie Veronica Lario. Risponde al telefono ma il suo umore è cupo, fatica a nascondere il fastidio verso i quotidiani: «Avete dato tanto spazio ad una vicenda privata piena di falsità. Avete preso le parole della signora, le avete amplificate senza contraddittorio e a me neppure la possibilità di spiegarmi».
Ma la storia è vera, la signora Berlusconi si prepara a chiedere questa settimana la separazione dal marito e anche il presidente del Consiglio ammette di aver già mobilitato i suoi legali, questa volta nessuno dei due sembra più intenzionato a tentare di salvare il matrimonio. «Sono preoccupato e dispiaciuto - sottolinea Berlusconi -, avevo tenuto insieme una situazione difficile per amore dei figli, ma adesso è finita, non vedo più le condizioni per andare avanti. E' una storia che doveva rimanere in casa, non riesco a farmene una ragione che sia finita sui giornali». Soprattutto non riesce a farsi una ragione del fatto che la moglie e l'opinione pubblica abbiano potuto credere che volesse riempire le liste elettorali per le elezioni europee di «veline» e che si sia insinuato di suoi rapporti con una minorenne.
Parte a raccontare, per venti minuti parla senza quasi prendere fiato, e la sua rabbia gira tutta intorno alla vicenda di Noemi Letizia e della sua festa dei 18 anni a Casoria. La parola «minorenne», pronunciata dalla moglie, è quella che per Berlusconi rende impossibile qualunque riconciliazione: «Io frequenterei, come ha detto la signora, delle diciassettenni. E' una cosa che non posso sopportare. Io sono amico del padre: punto e basta. Lo giuro. La cosa mi sembrava talmente chiara e limpida che pensavo fosse impossibile che ci si potesse costruire sopra un tale castello di menzogne. Suo padre, che conoscevo da tempo, mi ha telefonato per chiedermi se lasciavo fuori Martusciello dalle liste per le Europee, io gli ho spiegato che avrei cercato di mettere sia l'ex questore Malvano sia Martusciello e che stavo arrivando a Napoli per dare una spinta ai contratti per i nuovi termovalorizzatori che sono frenati dalla burocrazia.
A quel punto lui mi ha interrotto e mi ha detto: "Stai venendo a Napoli? Io stasera festeggio il diciottesimo compleanno di Noemi, perché non vieni per un brindisi, lo facciamo in un locale che è poco distante dall'aeroporto. Ti prego vieni, sarebbe il più bel regalo della mia vita". Così ci sono andato e ho fatto foto con tutti: parenti, amici, cuochi, camerieri. Adesso ho chiesto che le si diffonda per dimostrare che non era una cosa nascosta e per intimi, ma una festa piena di gente e sotto gli occhi di tutti. C'era la polizia, il questore, se ci fosse stato sotto qualcosa di non chiaro o di poco pulito figuriamoci se ci sarei andato. Poi sono andato in albergo e ho fatto una passeggiata con il presidente del Napoli che quella sera aveva battuto l'Inter».
Al ricordo della sconfitta dell'Inter per un secondo ritrova il buon umore, ma poi ritorna al suo sfogo: «Questa storia della festa però è stata scritta in maniera distorta e allusiva e mia moglie è cascata nel tranello come un’ingenua. Ma non voglio dire nulla di male di lei, tutto quello che sta succedendo tra di noi fa parte di una vicenda privata e personale». Gli chiedo cosa prova di fronte alla fine del suo secondo matrimonio: «E' una cosa che mi addolora molto e che deve restare privata, non voglio aggiungere altre parole, non voglio causare dolore ai nostri figli». Resta un momento in silenzio, poi torna all'attacco: «La storia delle veline è un'altra macchinazione, una polemica costruita sul nulla che ci ha costretto a tirare fuori tre donne dalle liste».
Però anche all'interno del Popolo della Libertà si erano alzate voci contrarie a questa infornata di donne con una caratteristica comune: essere giovani e particolarmente appariscenti. «Tutti dicono che vogliono rinnovare la classe politica, fare spazio ai giovani e alle donne, poi se lo faccio io allora la cosa deve essere torbida. E se guardiamo alle donne che ho portato in politica troviamo persone come la Prestigiacomo, la Bertolini, la Carfagna, la Gelmini, che sono indiscutibilmente bravissime». E le tre messe nelle liste? «Una si chiama Licia Ronzulli, fa la manager in un ospedale di Milano, si occupa della gestione delle sale operatorie e fa anche attività di volontariato: due volte l'anno va in Bangladesh dove mettono in piedi delle strutture per operare bambini che hanno malformazioni.
Poi c'è Lara Comi che è stata capo del nostro movimento giovanile in Lombardia, è una ragazza bravissima e laureatissima. Lavora da quello dei giocattoli, da Preziosi, che anzi è dispiaciuto che gliela porto via. Non mi sembra proprio che siano "veline"». E Barbara Matera? «Me l'ha presentata Gianni Letta, dandomi le migliori garanzie. E' di una famiglia buonissima e secondo le accuse ha la colpa di aver fatto l'annunciatrice, come le "signorine buonasera di tanti anni fa", non ha mai sgambettato mezza nuda da nessuna parte, non è una "velina". Ma dove sono le veline? Dove le hanno viste?». Beh, quelle che avete tirato fuori dalle liste: «Sì, una ha lavorato cinque anni all'Onu e parla cinque lingue, la seconda era figlia di un tipografo di Avellino che ha sempre aiutato i nostri ed eravamo felici di darle un’occasione; la terza, Cristina Ravot, è una professoressa di musica e canta, è una che ha del talento ed era l'unica che avevamo per la Sardegna, era un candidato presentabile e mi dispiace proprio che alla fine sia rimasta fuori».
Provo a fargli un'altra domanda ma Berlusconi non riesce a smettere di parlare, la questione per un momento non è più privata ma diventa politica: «Io sono felice di candidare le donne, perché sono più serie: in Parlamento hanno il 98,8 per cento di presenze, al Parlamento europeo ci sono deputati che non vanno mai, che hanno meno del trenta per cento delle presenze. Nelle nostre liste ci sono fior di professori, manager e imprenditori, mentre nel Partito democratico il novanta per cento dei candidati sono funzionari di partito, molti ancora del vecchio Pci. La stessa cosa vale per le Europee: mettono in lista degli ottantenni, ma se li immagina che vanno avanti e indietro con Bruxelles e Strasburgo, dove non c'è neppure un volo di linea. E poi mi dicono che candido le veline e questo mi indigna».
Appena si è svegliato a Roma ha letto i giornali: «Sono andato fuori dai gangheri, indignato per la falsità delle veline e della minorenne, le insinuazioni su una mia frequentazione con una diciassettenne non si possono leggere. E poi come si può pensare che uno vada a casa di una famiglia se c'è qualcosa di sordido dietro, ma pensano che io sia pazzo?». E adesso cosa succederà? «Andrò per avvocati anch'io, ho già dato il mandato di prendere in mano la situazione. A dire la verità ci sarebbero persino gli estremi di una querela per diffamazione ma è meglio lasciar stare». E' preoccupato per i sondaggi e per le Europee? «No, i sondaggi non sembrano interessarsi di queste questioni private, sono preoccupato per i miei figli, per Barbara che aspetta un bambino, per quello che dovranno passare e per quello che hanno dovuto leggere e sentire in questi giorni. Era meglio tenerli fuori, fare una cosa pulita e silenziosa. Non riesco a farmene una ragione».
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Veronica
venerdì, maggio 01, 2009
Il Vasco

Grande performance del Vasco a san Giovanni. In "t'immagini" osa, più che criticare, addirittura sfottere il sovrano.....che non credo lo capirà....e poi c'è chi dice no....
Buon I Maggio

Ma perché non se lo prende nessuno? Chessò, la Siria....
FONTE: REPUBBLICA
Roma, lo sfogo di Berlusconi. "Fare il premier mi fa schifo"
ROMA - Si dice "disperato". E torna a ripetere quanto il lavoro del politico gli "faccia schifo". Serata di svago per Silvio Berlusconi al teatro Quirino di Roma. Ieri sera tra il primo e il secondo atto il premier si concede un bagno di folla. "Sono otto settimane che non faccio un giorno di riposo" scherza nel foyer con il pubblico. "Ma lei si diverte", lo punzecchia una signora. "No, a me non piace quello che faccio - replica il Cavaliere - lo faccio solo per senso di responsabilità. Mi fa schifo quello che faccio. Sono disperato...".
"Sono abituato a lavorare - riprende Berlusconi sorridendo - pensi che per 21 giorni non ho mai dormito due notti consecutive nello stesso letto". "E' stata una tournée", ribatte un signore. "No - risponde il Cavaliere - perché in tournée si recita sempre la stessa parte. Io ogni giorno devo invece cambiarla".
Non è la prima volta che Berlusconi tocca il tasto del "sacrificio" che gli costerebbe fare il lavoro del politico. Quello stesso che più volte ha sbeffeggiato pubblicamente, attaccando "i politici di professione", quelli "solo chiacchiere" e "niente fatti". Opponendoli a quelli come lui, gli uomini "del fare". Ricordando, con orgoglio, la sua ascesa imprenditoriale.
Sospirando quando, elenca le sue innumerevoli case al mare, dalla Sardegna ai Caraibi, che non si può "godere". Elencando minuziosamente i tempi sempre più stretti della sua giornata. "Dormo poche ore al giorno e il resto lavoro" ha ripetuto più volte. "Sono uno di voi" non perde occasione per dire ogni volta che si presenta davanti ad una platea di industriali. Uno di loro che però da 15 anni resta tenacemente attaccato a quel lavoro che, di tanto in tanto, dice di detestare. Ma di cui, evidentemente, non può fare a meno. "Ma solo per il bene degli altri". Ovviamente.
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Saverio Strati

La lettera
di SAVERIO STRATI
Io, Saverio Strati sono nato a Sant'Agata del Bianco il 16 agosto 1924.
Finite le scuole elementari, avrei voluto continuare gli studi ma era impossibile, perché la famiglia era povera. Mio padre, muratore, non aveva un lavoro fisso e per sopravvivere coltivava la quota presa in affitto. Io mi dovetti piegare a lavorare da contadino a seguire mio padre tutte le volte che aveva lavoro del suo mestiere. Piano piano imparai a lavorare da muratore. A 18 anni lavoravo da mastro muratore e percepivo quanto mio padre ma la passione di leggere e di sapere era forte. Nel 1945, a 21 anni, mi rivolsi a mio zio d' America, fratello di mia madre, per un aiuto. Mi mandò subito dei soldi e la promessa di un aiuto mensile. Potei così dare a Catanzaro a prepararmi da esterno, prendendo lezioni da bravi professori, alla maturità classica. Fui promosso nel 1949, dopo quattro anni di studio massacrante. Mi iscrissi all'università diMessina alla facoltà di Lettere e Filosofia. Leggere e scrivere era per me vivere. Nel ‘50-‘51 cominciai a scrivere come un impazzito. Ho avuto la fortuna di seguire le lezioni su Verga del grande critico letterario Giacomo De Benedetti. Dopo due anni circa di conoscenza, gli diedi da leggere, con poca speranza di un giudizio positivo, i racconti de “La Marchesina”. Con mia sorpresa e gioia il professore ne fu affascinato. Tanto che egli stesso portò il dattiloscritto ad Alberto Mondadori della cui Casa Editrice curava Il Saggiatore. Il libro “La Marchesina” ebbe il premio opera prima Villa San Giovanni. Alla “Marchesina” seguì il primo romanzo “La Teda”, 1957; alla “Teda” seguì il romanzo “Tibi e Tascia” che ricevette a Losanna il premio internazionale Vaillon, 1960. Ho sposato una ragazza svizzera e ho vissuto in quel paese per sei anni. Da questa esperienza è nato il romanzo “Noi lazzaroni” che affronta il grave tema dell'emigrazione. Il romanzo vinse il Premio Napoli. Nel 1972 tornato in Italia la voglia di scrivere è aumentata. Ho scritto “Il nodo”, ho messo in ordine racconti, apparsi col titolo “Gente in viaggio”con i quali vinsi il premio Sila. Negli anni 1975-76 scrissi “Il Selvaggio di Santa Venere” per il quale vinsi il Supercampiello, nel 1977. A questo libro assai complesso seguirono altri romanzi e altri premi. Il romanzo “I cari parenti” ricevette il premio Città di Enna; “La conca degli aranci” vinse il premio Cirò; “L'uomo in fondo al pozzo” ebbe il premio città di Catanzaro e il premio città di Caserta. Nel 1991 la Mondadori rifiutò, non so perché, di pubblicare “Melina” già in bozza e respinse l'ultimo mio romanzo “Tutta una vita” che è rimasto inedito. Con i premi di cui ho detto e la vendita dei libri avevo risparmiato del denaro che ho usato in questi anni di silenzio e di isolamento. Ora quel denaro è finito e io, insieme a mia moglie mi trovo in una grave situazione economica. Perciò chiedo che mi sia dato un aiuto tramite il Bacchelli, come è stato dato a tanti altri. Sono vecchio e stanco per il tanto lavoro.Sono sotto cura, per via della pressione alta. Esco raramente per via che le gambe a momenti danno segni di cedere. Nonostante questi guai porto
avanti il mio diario cominciato nel 1956. Ho inediti, fra racconti e diario, per circa 5000 pagine. La mia residenza è a Scandicci. Saverio Strati
Post scriptum
Devo aggiungere che avendo editore alle spalle e libri da pubblicare e da ristampare, non mi sono preoccupato a organizzarmi per avere una pensione, un'assistenza nella vecchiaia. Non ho, da anni, una collaborazione a giornali o a riviste. Perciò non ho nessun reddito e quindi è da tre anni che non faccio la dichiarazione dei redditi. Faccio inoltre presente che alcuni dei miei romanzi sono tradotti in francese, in inglese, in tedesco, in bulgaro, e in slovacco e inspagnolo (Argentina). Miei racconti sono apparsi in riviste cinesi e in antologie dedicata alla narrativa contemporanea italiana: in Germania, in Olanda, in Cecoslovacchia e in Cina.
Nonostante un pessimo titolo

Che nulla c'entra col pezzo. E nonostante io detesti Sofri, mi sembra un grande articolo.
Fonte: la Repubblica
Se Veronica diventa preda
di ADRIANO SOFRI
Gentile Silvio B., le dirò alcune cose sincere, da uomo a uomo. Noi uomini non siamo abituati a dirle, e tanto meno ad ascoltarle. Vale per quasi tutti noi, non solo per i bugiardi più spericolati come lei. Noi (con qualche rarissima eccezione: ci sono anche uomini davvero nobili d'animo, ma non ci riguarda) sappiamo bene di che porcherie si tratti, sia che le pratichiamo, come lei ostenta di fare, sia che ci rinunciamo, perché abbiamo imparato a vergognarcene, o semplicemente perché non abbiamo il fisico. Lo sa lei, lo so io.
Mi hanno raccomandato di non perdermi i giornali a lei vicini: non li ho persi. Ho scorso gli editoriali, ho guardato le fotografie. Sa che cosa ho pensato? No, non che mi trovavo di fronte a qualche colonna infame, questo era ovvio, l'ha pensato chiunque. Ho guardato le fotografie - una giovane donna, un'attrice, che si scopre il seno - e mi sono chiesto come sia stato possibile che una giovane donna così bella dedicasse la propria vita a uno come lei. E' successo anche a me, mi interrogo anch'io: come sia possibile che giovani donne così belle e intelligenti dedichino la propria vita a uomini come noi. Naturalmente, un po' lo sappiamo come succede. Che carte abbiamo in mano, per barare.
Siamo volgari abbastanza per riconoscere la reciproca volgarità. Semplicemente, ci teniamo a bada un po' di più di quanto faccia lei. Dicono tutti che gli italiani la invidiino. Sinceramente, nemmeno a questo credo. La guardo, dalla testa ai piedi, e non ci credo. Gli italiani hanno, come tanti maschi del mondo, un problema con la caduta dei capelli. Ma sanno bene che la sua non è la soluzione. Lei stesso lo sa, e non deve farsi troppe illusioni. Il cosiddetto populismo è traditore. Uno crede di aver sostituito ai cittadini un popolo, al popolo un pubblico, al pubblico una plebe: ed ecco, proprio mentre passa sotto l'arco di trionfo del suo impero di cartapesta e lancia gettoni d'oro, parte un solo fischio, e la plebe d'un tratto si rivolta e lo precipita nel fango.
L'Italia è il paese di Maramaldo, e io non voglio maramaldeggiare su lei: benché sia ora di rovesciare le parti di quel vecchio scurrile episodio, e avvertire, dal suolo su cui si giace, al prepotente che gl'incombe sopra che è un uomo morto. Noi c'intendiamo: abbiamo gli stessi trucchi, dimissionari o no, pentiti o no. Siamo capaci di molto. Di esibire le nostre liste alle europee, e vantarcene: "Dove sono le famigerate veline?" dopo aver fatto fare le ore piccole ai nostri esasperati luogotenenti a depennare capigliature bionde. Di dire: "La signora" (non so se lei ci metterebbe la maiuscola: fino a questa introspezione non arrivo), sapendo che la signora di noi sa tutto, e anche delle liste elettorali prima della purga. Magari la signora la lascerà, finalmente, e lei le scioglierà addosso la muta dei suoi cani. Diventerà la loro preda prediletta. Ma nel Parlamento Europeo (le maiuscole ce le metto io: un tocco di solennità non fa male) ci si ricorderà di Veronica. Capaci perfino di chiamare "maleodoranti e malvestite" le deputate dell'altro schieramento: ci ho pensato, e le dirò che almeno a questo non credo che avrei saputo spingermi. In fondo lei è fortunato: le circostanze le permetteranno fino alla fine di restare soprattutto un poveruomo desideroso di essere vezzeggiato e invidiato e lusingato da ammiccamenti e colpi di gomito dei suoi sudditi, a Palazzo Chigi o sul prossimo colle, mentre padri di famiglia minacciano di darsi fuoco perché la loro bellissima bambina non è stata candidata, e vanno via contenti con la sua camicia di ricambio. In altre circostanze avrebbero potuto succederle cose terribili.
Nel giro d'anni in cui lei e io nascevamo morirono chiusi in due distanti manicomii, perfettamente sani di mente, la signora Ida Dalser e suo figlio Benitino, che facevano ombra al capo del governo. Allora lo Stato era più efficiente di oggi, e misero mano a quella soluzione medici, infermieri, direttori di ospedali, questori, prefetti, commissari di polizia, segretari di fiducia. Altro che lo scherzo delle belle ragazze nelle liste elettorali. Dipende tutto dall'anagrafe.
Per ora molti italiani (e anche parecchie italiane: le è riuscito il gioco di far passare la cosa come una rivalità fra giovani e belle e attempate e risentite) ricantano ancora il vecchio ritornello: "Tra moglie e marito...". Di tutti i vizi nostri, quello è il peggiore. E' la incrollabile Protezione civile dei panni sporchi da tenere sporchi in famiglia, delle botte e delle violenze a mogli e bambini, delle malefatte di padri spirituali al segreto del confessionale, fino a esploderci nelle mani quando il delitto d'onore appena cancellato dal nostro codice si ripresenta nelle figlia ammazzata in nome di qualche sharia. Non mettere il dito: no, a condizione che non si sentano pianti troppo forti uscire dalle pareti domestiche. O, anche quando la casa è così ricca e i muri così spessi, non sia la moglie a far sapere che cosa pensa. Che né il denaro né il soffio della Storia (Dio ci perdoni) le basta a tacere il suo disgusto.
Invidiarla, gentile presidente? Mah. Ammetterò che, reietto come sono, una tentazione l'ho avuta. Non mi dispiacerebbe avere un ruolo importante nell'Italia pubblica di oggi, per le nuove opportunità che si offrono a chi sappia pensare in grande. E' da quando ero bambino che desidero fare cavallo uno dei miei senatori.
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La rabbia delle veline
Quest uomo non è un genio, ma ha avuto davanti a sé troppi nani e troppi servi negli ultimi 40 anni.

Chiara: "Me l'avevano chiesto loro". Giovanna: "Penalizzata dalle polemiche". Alcune avevano frequentato il corso di formazione organizzato dal Pdl. La rabbia delle veline escluse: "Avevo già firmato dal notaio"
di CARMELO LOPAPA
ROMA - Le più ambiziose, candidatura in tasca, avevano frequentato la quattro giorni di via dell'Umiltà, prof d'eccezione i ministri Frattini e Brunetta. Stile corso rapido di recupero, 4 mesi in quattro giorni. Di politica, s'intende. Le più scottate, nel day after del bianchetto cancella "veline", sono le sfortunate che dopo gli strali di Veronica Lario si sono ritrovate fuori dopo aver firmato davanti al notaio. Segno distintivo per tutte, neanche a dirlo, giovani, carine e alla prima (mancata) candidatura.
Ecco Chiara Sgarbossa, per esempio, 25 anni, veneta, ancora sta lì a chiedersi come le abbiano potuto "revocare" la firma apposta davanti al notaio: "Questa è una grande presa per i fondelli - protesta dalle colonne del "Mattino" di Venezia - Almeno fosse partita da me l'idea di candidarmi, mi è arrivata da loro. A Roma avanti e indietro, alberghi, aerei, treni, sempre a spese mie. Per ricevere le pacche sulle spalle da La Russa: "Signorina l'abbiamo appena candidata, mi lasci anche il numero di telefono, se ha bisogno per la campagna elettorale mi faccia uno squillo che io sono sempre disposto a dare consigli..." E la Matera, poi (unica sopravvissuta della categoria, ndr), al corso è stata sempre zitta, mentre io facevo le domande a Frattini. Ora risulterà solo che ero nel corso delle ex veline candidate da Berlusconi. Figura pessima".
Le altre, la squadra di attrici, comparse tv e protagoniste di fiction si sono chiuse nell'amaro riserbo. Da Angela Sozio, la rossa del Grande fratello, a Susanna Petrone, valletta Mediaset di Guida al campionato, da Eleonora Gaggioli, l'Elisa di Rivombrosa, a Camilla Ferranti, star di Incantesimo. Giovanna Del Giudice, avvenente ex "meteorina" di Retequattro, 25enne, da un anno anche assistente di tre senatori (Ghigo, Rizzotti e Picchetto), la sua delusione invece la confessa: "Non protesto, ma un po' ci resto male. Avevo anche firmato dal notaio. Diciamo che siamo state un po' penalizzate da queste polemiche. Ma io tra 2 mesi mi laureo, giurisprudenza".
Ad un'altra giovane napoletana, Emanuela Romano, non ha giovato neanche il gesto estremo del padre, che ha provato a darsi fuoco davanti Palazzo Grazioli. Tra Sardegna e Sicilia si parla ancora del caso legato alla giovane cantante sassarese Cristina Ravot. Proprio lei che aveva animato più di una festa nella villa sarda di Silvio Berlusconi, è saltata in extremis sotto la scure del "repulisti", per lasciare posto a Francesca Masci, 39enne madre di tre figli che ora glissa: "La Ravot? Il suo nome non è mai stato sulle liste, solo sui giornali". A Bari, da dove proviene Barbara Matera unica starlette a risplendere nella lista Sud, si può immaginare come l'abbia presa l'europarlamentare uscente Pdl Marcello Vernola che si è dovuto fare da parte.
Ma nell'improbabile classifica della delusione la palma l'ha conquistata Maria Elena Valanzano, 30 anni, forzista napoletana, tanto sicura di farcela da presentarsi sorridente alla conferenza stampa di presentazione delle liste mercoledì a Montecitorio. "Ero certa, mi hanno chiamato per firmare l'accettazione. Alla fine è stato penalizzato chi è meno protetto". È uscita dalla Sala del Mappamondo con gli occhi lucidi.

Chiara: "Me l'avevano chiesto loro". Giovanna: "Penalizzata dalle polemiche". Alcune avevano frequentato il corso di formazione organizzato dal Pdl. La rabbia delle veline escluse: "Avevo già firmato dal notaio"
di CARMELO LOPAPA
ROMA - Le più ambiziose, candidatura in tasca, avevano frequentato la quattro giorni di via dell'Umiltà, prof d'eccezione i ministri Frattini e Brunetta. Stile corso rapido di recupero, 4 mesi in quattro giorni. Di politica, s'intende. Le più scottate, nel day after del bianchetto cancella "veline", sono le sfortunate che dopo gli strali di Veronica Lario si sono ritrovate fuori dopo aver firmato davanti al notaio. Segno distintivo per tutte, neanche a dirlo, giovani, carine e alla prima (mancata) candidatura.
Ecco Chiara Sgarbossa, per esempio, 25 anni, veneta, ancora sta lì a chiedersi come le abbiano potuto "revocare" la firma apposta davanti al notaio: "Questa è una grande presa per i fondelli - protesta dalle colonne del "Mattino" di Venezia - Almeno fosse partita da me l'idea di candidarmi, mi è arrivata da loro. A Roma avanti e indietro, alberghi, aerei, treni, sempre a spese mie. Per ricevere le pacche sulle spalle da La Russa: "Signorina l'abbiamo appena candidata, mi lasci anche il numero di telefono, se ha bisogno per la campagna elettorale mi faccia uno squillo che io sono sempre disposto a dare consigli..." E la Matera, poi (unica sopravvissuta della categoria, ndr), al corso è stata sempre zitta, mentre io facevo le domande a Frattini. Ora risulterà solo che ero nel corso delle ex veline candidate da Berlusconi. Figura pessima".
Le altre, la squadra di attrici, comparse tv e protagoniste di fiction si sono chiuse nell'amaro riserbo. Da Angela Sozio, la rossa del Grande fratello, a Susanna Petrone, valletta Mediaset di Guida al campionato, da Eleonora Gaggioli, l'Elisa di Rivombrosa, a Camilla Ferranti, star di Incantesimo. Giovanna Del Giudice, avvenente ex "meteorina" di Retequattro, 25enne, da un anno anche assistente di tre senatori (Ghigo, Rizzotti e Picchetto), la sua delusione invece la confessa: "Non protesto, ma un po' ci resto male. Avevo anche firmato dal notaio. Diciamo che siamo state un po' penalizzate da queste polemiche. Ma io tra 2 mesi mi laureo, giurisprudenza".
Ad un'altra giovane napoletana, Emanuela Romano, non ha giovato neanche il gesto estremo del padre, che ha provato a darsi fuoco davanti Palazzo Grazioli. Tra Sardegna e Sicilia si parla ancora del caso legato alla giovane cantante sassarese Cristina Ravot. Proprio lei che aveva animato più di una festa nella villa sarda di Silvio Berlusconi, è saltata in extremis sotto la scure del "repulisti", per lasciare posto a Francesca Masci, 39enne madre di tre figli che ora glissa: "La Ravot? Il suo nome non è mai stato sulle liste, solo sui giornali". A Bari, da dove proviene Barbara Matera unica starlette a risplendere nella lista Sud, si può immaginare come l'abbia presa l'europarlamentare uscente Pdl Marcello Vernola che si è dovuto fare da parte.
Ma nell'improbabile classifica della delusione la palma l'ha conquistata Maria Elena Valanzano, 30 anni, forzista napoletana, tanto sicura di farcela da presentarsi sorridente alla conferenza stampa di presentazione delle liste mercoledì a Montecitorio. "Ero certa, mi hanno chiamato per firmare l'accettazione. Alla fine è stato penalizzato chi è meno protetto". È uscita dalla Sala del Mappamondo con gli occhi lucidi.
Circondati da geni

Un'ottima idea per buttare i soldi dei contribuenti. Dicono così se ne vanno solo persone affidabili. Ottimo. E restano i delinquenti magari?
Fonte: Corriere.it
Soldi ai rom per lasciare Pisa, via 4 famiglie. Cinquecento-mille euro per l’impegno a non tornare. «Niente furbi, scegliamo persone affidabili»
PISA — Il rimpatrio con buo nuscita è già stato accettato dai primi dodici rom, quattro fami glie in tutto. Tra qualche giorno saliranno su un pullman per raggiungere i luoghi di origine, in Romania. Viaggio spesato e bonus in denaro: dai cinquecen to ai mille euro a nucleo familia re da erogare solo a destinazio ne raggiunta. Soldi pubblici, messi a disposizione dalla So cietà della salute, un consorzio di nove comuni (tra i quali Pi sa, Cascina, San Giuliano Ter me, Vecchiano, Calci, Fauglia) dell’area pisana e l’Asl. L’accor do, con tanto di firme e contro firme, prevede il consenziente allontanamento dei rom, e in un imminente futuro sarà este so anche ai cittadini extracomu nitari, sempre che siano d’ac cordo. E che impegna, chi accet ta «a non rientrare in Italia al meno per un anno» e a rinun ciare ad «accamparsi o a erige re baracche in zona in luoghi pubblici o privati che non siano destinati allo scopo».
Clausole che però hanno provocato in città polemiche e ironia. I rom sono quasi tutti cittadini rome ni, dunque comunitari e come membri dell’Ue hanno il diritto di entrare in qualsiasi Paese membro senza restrizioni. An che se sono stati pagati con as segno per non tornare un anno intero. «Il rimpatrio consenziente è un’idea che ci è venuta durante un monitoraggio dei campi abusivi — spiega Maria Paola Cicco ne, assessore alle politiche so ciali del comune di Pisa e da lu nedì nuovo presidente della So cietà della salute —. Sono stati alcuni rom a chiederci di aiutar li a tornare a casa e dunque con i servizi sociali abbiamo deciso questa sperimentazione in col laborazione con la Regione To scana ». Sulla possibilità di «furbe rie », l’assessore ammette qual che rischio: «La nostra è una scommessa. Il servizio non è ri volto a tutti ma solo a quelle persone meritevoli di fiducia». In città il provvedimento sta creando polemiche e malumo re. Amanuel Sikera, vicepresi dente della Consulta provincia le degli stranieri, in una lettera aperta a Tirreno e Nazione, non ha lesinato critiche agli en ti locali. «Sono rimasto sconcer tato dalla ricetta proposta per il loro rimpatrio — ha scritto Sikera —. Attuare un siffatto provvedimento significa am mettere un totale fallimento delle politiche di integrazione».
Marco Gasperetti


