domenica, agosto 31, 2008
Un grande articolo di Mattia Feltri

Non sarebbe giusto non riconoscere il valore di pezzi di qualcuno che non la pensa come te. Questo articolo del figlio di Feltri Vittorio è perfetto. Unico problema: quello che dice sarebbe normale se fossimo in Birmania, in Corea del nord. Siamo in un paese che ancora si sbrodola addosso raccontando di essere (non è vero) una delle otto migliori economie mondiali. Il paese è in ginocchio anche per cose così, obbrobri che, tanto per dire, in America mai sarebbero tollerati. Ma il fastidioso situazionismo all'amatriciana del nostro Paese (in cui ripeto, non vivo da tanto, ma che mi diverto a descrivere per gli stranieri) ci porterà a nn fare nulla anche stavolta. Al grido di "tengo famiglia".
Mattia Feltri per La Stampa
C’erano tre cose che Romano Prodi - da ex premier e da storico rivale di Silvio Berlusconi - doveva fare dopo la pubblicazione su Panorama dei colloqui telefonici in cui lo si sente indaffarato a intercedere per nipoti e consuoceri.
La prima era di mantenere un profilo istituzionale, e cioè di non gridare all’attentato contro la privacy violata sin nel cuore di Palazzo Chigi; la seconda di mantenere un profilo di dignità, e cioè di non denunciare d’attentato il presidente del consiglio, editore del settimanale autore dello scoop; la terza di agguantare un profilo di rigore, e ammettere che dalla poltrona dell’esecutivo non ci si dovrebbe occupare delle grane di famiglia. Due cose le ha fatte, l’ultima no.
Molti in Italia segnalano l’abuso delle intercettazioni nelle procure e sui giornali. Non lo ha mai sostenuto Prodi, e con coerenza non lo ha sostenuto stavolta; semmai, vorrebbe divulgarle tutte per dimostrare la sua innocenza. E siccome non è uno sprovveduto, il Professore si è guardato dal tirare in ballo il conflitto d’interessi di Berlusconi, perché era troppo facile e perché le sue telefonate dimostrano quanto è facile cascare negli abusi d’ufficio anche se non si posseggono tre reti televisive.
Prodi si è conservato la misura e la fierezza che - specialmente al tramonto del suo potere, quando irriducibile assistette in Parlamento alla sua esecuzione - gli hanno fatto guadagnare il rispetto, se non la simpatia, pure di chi mai lo votò. E agevolmente non è cascato nel giochetto di prestigio di Berlusconi, il quale ha offerto solidarietà all’offeso e invitato le Camere a mettere mano alla questione.
La grandezza di Berlusconi risiede anche nella sua capacità di sostenere qualsiasi tesi senza perdere di credibilità. Ma stavolta non gli è riuscito. Giudicare una mascalzonata quella di Panorama e appellarsi ai parlamentari perché vi pongano rimedio, è un’enormità insostenibile persino per uno estroso come lui, al quale basterebbe una telefonata, magari alla figlia Marina, gran capo della Mondadori, per suggerire soluzioni più rapide.
E allora, fin qui due a zero secco per Prodi. Peccato, però, che si sia risparmiato il filotto. Lui e tutti i suoi sodali del Partito democratico hanno impegnato gran parte della giornata per avvalorare l’inconsistenza penale del contenuto delle conversazioni. Questo lo valuteranno i magistrati e gli osservatori abituati a pesare il mondo in base alle prescrizioni e alle aggravanti.
Se Antonio Di Pietro acquista in saldo la Mercedes da un indagato, non violerà la legge ma si offre a un giudizio morale. Se Prodi, intanto che guida l’esecutivo, parla con i collaboratori e coinvolge i ministri per il vantaggio dei parenti, magari non intacca la fedina penale, ma intacca la reputazione.
Sarebbe stato sufficiente offrire la spiegazione più accettata dagli italiani: anche io tengo famiglia. E piuttosto numerosa. E afflitta da qualche pena, animata da qualche aspirazione, pure un pochino petulante. Sarebbe stato sufficiente dire ho ceduto, mi dispiace, chiedo scusa, ma garantisco di non aver sconfinato nell’illegalità. E nessun galantuomo avrebbe avuto più nulla da ridire.
POSTILLA DEL BLOGGER: in un paese come l'Italia il centrodestra avrebbe aggredito comunque l'odiato nemico (l'unico che ha sempre battuto Berlusconi che non ha mai riconosciuto la sconfitta gridando al broglio)
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sabato, agosto 30, 2008
My name is Palin. Sarah Palin!
La vice di Mccain: 44 anni Anti-abortista, quindi protettrice della vita, sposa con cinque figli, ex reginetta di bellezza, ma anche governatore dell'Alaska, orgoglioso membro dell'NRA (National Rifle Association - la lobby dei produttori d'armi che promulga il diritto di ogni cittadino a possedere un'arma, in caso attacchino gli indiani). È la presidente della Alaska Oil and Gas Conservation Commission. Suo marito Todd è un eschimese. Insomma, zero esperienza in politica estera, ma i neocon all'amatriciana sbavano perché "è una donna". Ugualmente insignificante come il vice di Obama, Jo Biden, ma questa è una virago.
Ecco una foto tratta da un suo sito ufficiale. Una persona con una consapevolezza ambientale come la sua,in un momento storico come questo, pensate che non debba essere vicepresidente? Ma allora siete prevenuti....
Ecco una foto tratta da un suo sito ufficiale. Una persona con una consapevolezza ambientale come la sua,in un momento storico come questo, pensate che non debba essere vicepresidente? Ma allora siete prevenuti....
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Happy birthday Jacko
E Repubblica scrive...
l fragile Michael, il re del pop, l'alieno, l'anima strana che il mondo ha rinnegato, oggi compie 50 anni. Ha perso il suo ranch, ha rinunciato ai diritti sulle edizioni dei Beatles (nel 1984 Michael comprò i diritti di 250 canzoni pagandoli quasi cinquanta milioni di dollari), ha avuto tre figli, uno l'ha appeso a testa in giù dal terrazzo di un albergo per farlo fotografare dai paparazzi....
La cosa non è andata proprio così. Jackson fece sporgere il bambino oltre la balaustra, ma non certo a testa in giù. Mannaggia alla voglia di fare scandalo..... non ce n'era bisogno.
Il bimbo "a testa in giù"

Ed ecco invece Jacko come sarebbe senza le tante operazioni chirurgiche oggi

e per finire un concerto di Jacko
l fragile Michael, il re del pop, l'alieno, l'anima strana che il mondo ha rinnegato, oggi compie 50 anni. Ha perso il suo ranch, ha rinunciato ai diritti sulle edizioni dei Beatles (nel 1984 Michael comprò i diritti di 250 canzoni pagandoli quasi cinquanta milioni di dollari), ha avuto tre figli, uno l'ha appeso a testa in giù dal terrazzo di un albergo per farlo fotografare dai paparazzi....
La cosa non è andata proprio così. Jackson fece sporgere il bambino oltre la balaustra, ma non certo a testa in giù. Mannaggia alla voglia di fare scandalo..... non ce n'era bisogno.
Il bimbo "a testa in giù"

Ed ecco invece Jacko come sarebbe senza le tante operazioni chirurgiche oggi

e per finire un concerto di Jacko
venerdì, agosto 29, 2008
Riotta dixit

Ho appena seguito l'editoriale del direttore del tg1 Gianni Riotta. Che cosa dire di un tizio che conclude con: "una splendida campagna elettorale!". Splendida? Cose del genere non si possono commentare....
Segue pezzo su di un truffatore che ha rovinato e spinto al suicidio una persona. Condannato ad appena sette anni dopo aver sottratto quasi 200 miliardi di lire. Pezzo improntato all'amicizia. Vergogna. Ma che schifo di Paese è?
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Il mitico Feltri
Il noto bollettino del Movimento Monarchico

Un grande articolo di Maurizio Belpietro.
Maurizio Belpietro per Panorama
Un paio di numeri fa mi sono occupato del finanziamento pubblico ai giornali di partito, che in 7 anni è costato alle casse dello Stato più di 1 miliardo di euro. Nell’articolo me la prendevo in particolare con quei quotidiani fantasma che vendono 1.000 copie ma incassano 2 milioni di euro. Un paio di righe dell’articolo erano dedicate anche alle testate che di partito non sono, ma che ricevono comunque fondi dallo Stato, e fra queste segnalavo Avvenire e Libero.
Pur essendo uno dei più forti percipienti (39 milioni in 7 anni, fonte: presidenza del Consiglio), al giornale di Vittorio Feltri non riservavo alcuna critica. Ma, evidentemente, anche la semplice citazione ha infastidito l’amico, il quale ha reagito piccato, dandomi del bugiardo. La mia colpa? Avrei omesso di dire che Panorama e la Mondadori per i loro abbonamenti godono di tariffe postali agevolate. Feltri si chiede retoricamente che differenza ci sia fra lui e noi. Lo spiego subito.
Il direttore di Libero gioca sulla scarsa conoscenza della legge sull’editoria. Da molti anni esiste una norma che riconosce ai giornali uno sconto sulle tariffe postali. È un provvedimento adottato da tutti i paesi europei e che mira a favorire la lettura e gli abbonamenti. Distribuire costa e gli editori tagliano le diffusioni concentrandosi sulle edicole dove si vende di più e dove arrivare costa di meno. Incentivando gli abbonamenti si consente a chiunque e con minor spesa di ricevere ciò che desidera. Allo sconto hanno diritto tutti i giornali, dunque anche Libero, se non fosse favorito da un privilegio di cui dirò in seguito.
Panorama beneficia della tariffa agevolata e per ognuna delle 220 mila copie che spedisce paga 0,36 centesimi, che sono pochi in meno rispetto a quelli versati nei paesi europei per analoghi servizi.
Panorama e la Mondadori non incassano 1 euro, semmai i soldi li prendono le Poste, sulla base di una trattativa che fanno con la presidenza del Consiglio. Si può discutere la tariffa agevolata, la si può criticare e perfino abolire, ma si tratta di un aiuto simile a quelli riservati a comparti giudicati utili, per esempio l’autotrasporto o l’agricoltura, cui lo Stato garantisce sgravi o crediti d’imposta, senza distinzioni d’impresa. È insomma un sistema pulito, che non altera la concorrenza, simile agli sconti per chi installa finestre a risparmio energetico o pannelli solari.
Ciò di cui godono i giornali di partito è invece ben diverso. Si tratta di un finanziamento basato sulle spese e che prevede un contributo a piè di lista dell’ordine del 60-70 per cento. In pratica questi quotidiani più spendono e più ricevono. Più copie tirano, anche se non le vendono, e più incassano. Possono perfino permettersi un supplemento, tanto paga Pantalone. Lo Stato è per loro un socio di maggioranza che non ha diritto di voto, ma cui tocca contribuire per due terzi alla spesa.
Un sistema chiuso, di cui pochi godono. Per ottenere i quattrini, il giornale deve infatti far capo a un gruppo parlamentare, a un movimento politico o a una cooperativa. Questo è il fondo da cui Libero attinge quasi 8 milioni di euro l’anno (dato riferito al 2006), chiaro?
A questo punto qualcuno si domanderà che cosa c’entri il quotidiano di Feltri con i giornali di partito. Niente. C’entra solo per via di un furbo espediente escogitato 8 anni fa, quando Libero fu fondato. Siccome nessun editore era disposto a metterci troppi soldi e Feltri non intendeva rischiare i suoi, qualcuno si ricordò che esisteva un bollettino mensile del Movimento monarchico italiano, Opinioni nuove, registrato fin dal 1964 presso il tribunale di Bolzano. Il periodico era l’organo di un gruppo di amici, quattro gatti, che usciva quando e come poteva, ma riceveva un contributo di 20 milioni di lire l’anno dallo Stato.
L’editore di Libero chiese ai monarchici di prendere in affitto la testata in cambio di 100 milioni di lire: un affare per i nostalgici del re, ma soprattutto per Feltri e i suoi, i quali s’inventarono una specie di supplemento quotidiano di Opinioni nuove. In grande si leggeva Libero, in piccolo, ma con la lente d’ingrandimento, la testata del Mmi, quella che aveva diritto ai contributi di Stato.
L’Espresso se ne accorse e chiese lumi a Feltri, il quale giurò che avrebbe rinunciato ai finanziamenti. Una promessa dimenticata in fretta, perché appena un anno dopo, compreso che la testata Opinioni nuove era una gallina dalle uova d’oro, Libero chiese ai monarchici di comprarla per 500 milioni di lire. Agli orfani di Casa Savoia parve di sognare: il loro giornalino si rivelava il miglior investimento mai fatto. Perciò si affrettarono a vendere e a investire il ricavato in alcuni negozi a Bolzano.
In realtà, il miglior investimento lo ha fatto Libero: chi di voi non pagherebbe 500 milioni di lire una tantum per poi incassare in 7 anni quasi 40 milioni di euro e chissà quanti altri nel futuro? Certo, bisogna riconoscere che, a differenza di altre imprese consimili, almeno quei soldi sono serviti a far nascere un giornale importante. A Feltri va dunque dato atto di aver fatto qualcosa di utile. Ma non deve arrabbiarsi se sorrido di fronte alla sua arrampicata sugli specchi per giustificare il finanziamento pubblico. È uno stile libero che non gli si addice.

Un grande articolo di Maurizio Belpietro.
Maurizio Belpietro per Panorama
Un paio di numeri fa mi sono occupato del finanziamento pubblico ai giornali di partito, che in 7 anni è costato alle casse dello Stato più di 1 miliardo di euro. Nell’articolo me la prendevo in particolare con quei quotidiani fantasma che vendono 1.000 copie ma incassano 2 milioni di euro. Un paio di righe dell’articolo erano dedicate anche alle testate che di partito non sono, ma che ricevono comunque fondi dallo Stato, e fra queste segnalavo Avvenire e Libero.
Pur essendo uno dei più forti percipienti (39 milioni in 7 anni, fonte: presidenza del Consiglio), al giornale di Vittorio Feltri non riservavo alcuna critica. Ma, evidentemente, anche la semplice citazione ha infastidito l’amico, il quale ha reagito piccato, dandomi del bugiardo. La mia colpa? Avrei omesso di dire che Panorama e la Mondadori per i loro abbonamenti godono di tariffe postali agevolate. Feltri si chiede retoricamente che differenza ci sia fra lui e noi. Lo spiego subito.
Il direttore di Libero gioca sulla scarsa conoscenza della legge sull’editoria. Da molti anni esiste una norma che riconosce ai giornali uno sconto sulle tariffe postali. È un provvedimento adottato da tutti i paesi europei e che mira a favorire la lettura e gli abbonamenti. Distribuire costa e gli editori tagliano le diffusioni concentrandosi sulle edicole dove si vende di più e dove arrivare costa di meno. Incentivando gli abbonamenti si consente a chiunque e con minor spesa di ricevere ciò che desidera. Allo sconto hanno diritto tutti i giornali, dunque anche Libero, se non fosse favorito da un privilegio di cui dirò in seguito.
Panorama beneficia della tariffa agevolata e per ognuna delle 220 mila copie che spedisce paga 0,36 centesimi, che sono pochi in meno rispetto a quelli versati nei paesi europei per analoghi servizi.
Panorama e la Mondadori non incassano 1 euro, semmai i soldi li prendono le Poste, sulla base di una trattativa che fanno con la presidenza del Consiglio. Si può discutere la tariffa agevolata, la si può criticare e perfino abolire, ma si tratta di un aiuto simile a quelli riservati a comparti giudicati utili, per esempio l’autotrasporto o l’agricoltura, cui lo Stato garantisce sgravi o crediti d’imposta, senza distinzioni d’impresa. È insomma un sistema pulito, che non altera la concorrenza, simile agli sconti per chi installa finestre a risparmio energetico o pannelli solari.
Ciò di cui godono i giornali di partito è invece ben diverso. Si tratta di un finanziamento basato sulle spese e che prevede un contributo a piè di lista dell’ordine del 60-70 per cento. In pratica questi quotidiani più spendono e più ricevono. Più copie tirano, anche se non le vendono, e più incassano. Possono perfino permettersi un supplemento, tanto paga Pantalone. Lo Stato è per loro un socio di maggioranza che non ha diritto di voto, ma cui tocca contribuire per due terzi alla spesa.
Un sistema chiuso, di cui pochi godono. Per ottenere i quattrini, il giornale deve infatti far capo a un gruppo parlamentare, a un movimento politico o a una cooperativa. Questo è il fondo da cui Libero attinge quasi 8 milioni di euro l’anno (dato riferito al 2006), chiaro?
A questo punto qualcuno si domanderà che cosa c’entri il quotidiano di Feltri con i giornali di partito. Niente. C’entra solo per via di un furbo espediente escogitato 8 anni fa, quando Libero fu fondato. Siccome nessun editore era disposto a metterci troppi soldi e Feltri non intendeva rischiare i suoi, qualcuno si ricordò che esisteva un bollettino mensile del Movimento monarchico italiano, Opinioni nuove, registrato fin dal 1964 presso il tribunale di Bolzano. Il periodico era l’organo di un gruppo di amici, quattro gatti, che usciva quando e come poteva, ma riceveva un contributo di 20 milioni di lire l’anno dallo Stato.
L’editore di Libero chiese ai monarchici di prendere in affitto la testata in cambio di 100 milioni di lire: un affare per i nostalgici del re, ma soprattutto per Feltri e i suoi, i quali s’inventarono una specie di supplemento quotidiano di Opinioni nuove. In grande si leggeva Libero, in piccolo, ma con la lente d’ingrandimento, la testata del Mmi, quella che aveva diritto ai contributi di Stato.
L’Espresso se ne accorse e chiese lumi a Feltri, il quale giurò che avrebbe rinunciato ai finanziamenti. Una promessa dimenticata in fretta, perché appena un anno dopo, compreso che la testata Opinioni nuove era una gallina dalle uova d’oro, Libero chiese ai monarchici di comprarla per 500 milioni di lire. Agli orfani di Casa Savoia parve di sognare: il loro giornalino si rivelava il miglior investimento mai fatto. Perciò si affrettarono a vendere e a investire il ricavato in alcuni negozi a Bolzano.
In realtà, il miglior investimento lo ha fatto Libero: chi di voi non pagherebbe 500 milioni di lire una tantum per poi incassare in 7 anni quasi 40 milioni di euro e chissà quanti altri nel futuro? Certo, bisogna riconoscere che, a differenza di altre imprese consimili, almeno quei soldi sono serviti a far nascere un giornale importante. A Feltri va dunque dato atto di aver fatto qualcosa di utile. Ma non deve arrabbiarsi se sorrido di fronte alla sua arrampicata sugli specchi per giustificare il finanziamento pubblico. È uno stile libero che non gli si addice.
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A quando un 25 aprile in Turchia?
I RADICALI CELEBRERANNO IL 20 SETTEMBRE. A LONDRA…
Dopo aver dato vita all'incontro su "Religiosità e laicità di fronte alla violenza fondamentalista", Marco Pannella recupera la linea dei radicali e progetta per il prossimo 20 settembre un grande appuntamento. La data è quella storica della breccia di Porta Pia, festeggiata dal 1870 dagli antipapalini con manifestazioni di ogni tipo. Stavolta Pannella ha deciso di promuovere "un 20 settembre londinese", con "il suo valore europeo e internazionale, politico, civile, religioso e laico, non solo per Roma, l'Italia e il suo risorgimento liberale".
Un momento per mettere insieme mazziniani e appassionati cultori di personaggi come Ernesto Nathan: tutto con il sostegno di Giuseppe Galasso, figura già nota per i suoi trascorsi nel Partito repubblicano. Tutto, dice Pannella, "mentre viviamo la drammatica, non priva di nobiltà, riproposizione dell'Europa del Concilio Vaticano I, del Sillabo e di anni e eventi di fondamentalismo confessionale e di manifesto tentativo di rivincita", con la certezza di porre l'ennesima spina nel fianco del Partito democratico e del segretario Walter Veltroni.
www.dagospia.it
Dopo aver dato vita all'incontro su "Religiosità e laicità di fronte alla violenza fondamentalista", Marco Pannella recupera la linea dei radicali e progetta per il prossimo 20 settembre un grande appuntamento. La data è quella storica della breccia di Porta Pia, festeggiata dal 1870 dagli antipapalini con manifestazioni di ogni tipo. Stavolta Pannella ha deciso di promuovere "un 20 settembre londinese", con "il suo valore europeo e internazionale, politico, civile, religioso e laico, non solo per Roma, l'Italia e il suo risorgimento liberale".
Un momento per mettere insieme mazziniani e appassionati cultori di personaggi come Ernesto Nathan: tutto con il sostegno di Giuseppe Galasso, figura già nota per i suoi trascorsi nel Partito repubblicano. Tutto, dice Pannella, "mentre viviamo la drammatica, non priva di nobiltà, riproposizione dell'Europa del Concilio Vaticano I, del Sillabo e di anni e eventi di fondamentalismo confessionale e di manifesto tentativo di rivincita", con la certezza di porre l'ennesima spina nel fianco del Partito democratico e del segretario Walter Veltroni.
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Intercettazioni, no di Prodi, alla solidarietà di Berlusconi

Poi si accerterà se ci sono ipotesi di reato, ma intanto la differenza di stile fra i due leader c'è tutta....
Sul settimanale le telefonate per chiedere favori. L'ex premier: Niente di rilevante
ROMA - Panorama pubblica le telefonate di Prodi; Berlusconi si dichiara solidale con l'ex premier chiedendo leggi per evitare "abusi che incidono sulle libertà fondamentali", ma il Professore si smarca e replica a chi volesse attrofittare del caso per chiedere "limiti ai poteri di indagine attribuiti ai magistrati": "Nno ho alcuna contrarietà a che tutte le mie telefonate siano rese pubbliche".
Berlusconi è solidale con Prodi intercettato. Il rivale da sempre mostra partecipazione umana e politica all'ex premier: "La pubblicazione di telefonate che riguardano Romano Prodi, a cui va la mia assoluta solidarietà, non è che l'ennesima ripetizione di un copione già visto", dice il presidente del Consiglio, di certo ricordando il proprio di disagio quando le sue telefonate private finirono sui quotidiani.
"E' grave che ciò accada - denuncia Berlusconi - e il Parlamento deve sollecitamente intervenire per evitare il perpetuarsi di tali abusi che tanto profondamente incidono sulla vita dei cittadini e sulle libertà fondamentali".
L'esternazione di Berlusconi non è casuale. Proprio oggi, nel numero in edicola di Panorama, il settimanale tira in ballo le telefonate di Alessandro Ovi, collaboratore da sempre di Prodi, intercettato dai magistrati di Bolzano che indagano sulla presunta tangente pagata dalla Siemens per ottenere l'acquisto dell'Italtel.
Ascoltando le telefonate del dirigente nel'ex azienda di Stato, i pm di Bolzano sono incappati in una serie di conversazioni in cui Ovi appare come uno dei tramiti per "raggiungere" l'allora presidente del Consiglio Romano Prodi.
In quelle telefonate, Prodi viene intercettato a parlare con Ovi mentre i due studiano il modo di aiutare il nipote Luca dell'allora premier, giovane azionista di minoranza di una società, per uscire da una empasse gestionale con altri soci. Ovi viene pure intercettato per "sbloccare finanziamenti pubblici richiesti dal consuocero di Prodi, Pier Maria Fornasari", primario dell'istituto ortopedico Rizzoli di Bologna.
"Fatti di nessuna rilevanza dal punto di vista sia giuridico sia penale", ha replicato Prodi. "Non vorrei che questa vicenda tornasse utile a quanti invocano impensabili giri di vite sulle intercettazioni telefoniche". Nel giugno scorso, il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al disegno di legge sulle intercettazioni che prevede l'autorizzazione solo per i reati fino a 10 anni di detenzione con l'unica deroga alla soglia di intercettabilità per i reati contro la pubblica amministrazione.
Le telefonate raccolte dalla procura di Bolzano sono state trasmesse alla procura di Roma che ha aperto un fascicolo privo di ipotesi di reato e di indagati.
Interviste fasulle?

Forse in America un giochino del genere sarebbe causa di licenziamento, ma non si può mai sapere...
da CineBazar.it - Il lavoro del giornalista stanca, soprattutto quando si devono inseguire divi hollywoodiani corteggiatissimi. Come condannare, quindi, il popolare Gigi Marzullo che ieri sera nella puntata speciale della sua celebre creatura, Il Cinematografo, ha spacciato l'intervista romana a George Clooney per un nuovissimo incontro veneziano?
Il giornalista televisivo ha anche commentato le frasi dell'attore non specificando che l'incontro era avvenuto l'aprile scorso.
Il comune spettatore non avrà certo fatto caso che dietro all'affascinante George capeggiava la locandina del film In Amore niente regole, ultima fatica registica dell'attore che ha voluto, personalmente, presentare a Roma il 9 aprile scorso.
Ma all'occhio attento degli addetti ai lavori non è sfuggito il reciclo, pratica ammessa e concessa ai nostri giorni, dell'incontro a tu per tu con il divo.
Marzullo ha fatto passare per attualissime le dichiarazioni di Clooney e si è anche gudagnato gli elogi dei critici ospiti della trasmissione.
Lo perdoniamo perchè ci ha riproposto, comunque, una simpatica performarce di un attore che adoriamo.
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Una cagata

È aperta da alcuni giorni e suscita già forti polemiche la nuova sede del Museo di Arte moderna di Bolzano. Il governatore Svp, Luis Durnwalder, ha proposto la rimozione di un'opera che raffigura un crocifisso con rana: «Si tratta - ha detto - di un'offesa». L'opera è di un artista tedesco, Martin Kippenberger. «Si tratta - ha detto Durnwalder - di un grande artista il cui vissuto è stato però caratterizzato da forti tensioni interiori e in questo caso sembra che egli abbia passato il segno».
...ma per per me l'è solo una gran cagata....
Gasparri...e basta

Non c'è che dire. Oggi di fronte ad altri Gasparri sembra un gigante. È inutile incazzarsi. Questi sono oggi i rappresentanti politici.
Filippo Ceccarelli per “la Repubblica”
Nell´universo del potere, al giorno d´oggi, la fatica di esistere si combatte sparandole grosse, o meglio: sempre più grosse. Su questa linea di sopravvivenza l´ex ministro Gasparri si connota senz´altro come una figura esemplare. E in un certo senso, le polemiche sorte dall´accostamento fra Amato e Brusca, così come quelle del mese scorso tra il Csm e una «cloca», gli danno sciaguratamente ragione.
Come altrimenti poteva finire sui giornali d´agosto, Gasparri? Quale miglior sistema dell´insulto iperbolico e grossolano per farsi notare? Da questo punto di vista, considerato anche l´esito limitato della vicenda, si ha qualche remora a scomodare le culture politiche del secolo scorso, insomma il fascismo, a proposito del modulo comunicativo dell´esponente di An, che in verità sembra ispirarsi piuttosto alle tecniche del marketing.
Certo il linguaggio è quello che è. Formigoni, per dire, a suo tempo fatto segno di un´aggressione, automaticamente richiamò le pretese radici: «Gasparri - disse - non è un ex fascista, ma un fascista che insulta chi non condivide le sue idee». Ma l´evocazione non è che sia servita a molto.
Accreditate biografie, d´altra parte, (Gian Antonio Stella, “Tribù spa”, Feltrinelli, 2005) raccontano che dopo le sue sparate il personaggio, assai più benevolo di quel che appare in pubblico, non di rado spedisca al destinatario dei suoi continui improperi un biglietto autografo, una sorta di tagliando o cedola di riappacificazione con su scritto: «Buono per un vaffanculo», con il che Gasparri s´impegna ad accogliere di buon grado l´ingiuria, da lui stesso peraltro prescelta.
Insolenza, fantasia e intimismo: c´è poco da fare gli schizzinosi per farsi notare, lui è così, un giorno chiama «sciampiste» le donne del Pd, un altro non esclude in futuro leader gay per il Pdl, un altro ancora confessa l´astinenza in campagna elettorale, tutto fa brodo mediatico. Che s´ha da fa, appunto, per strappare un titolo e guadagnarsi la sospirata «ripresina», prova di vita e di vitalità.
Come si vede, la realtà della comunicazione politica supera di gran lunga l´indimenticabile parodia che dell´ex ministro delle Comunicazioni faceva anni orsono l´attore Neri Marcorè. A tale imitazione, che pure molto insisteva sulle caratteristiche fisiche, Gasparri non ha mai reagito con asprezza, dichiarandosi semmai grato perché gli assegnava «popolarità», concetto massimamente ambiguo, eppure per la maggior parte dei politici agognatissimo. Meno riconoscente, c´è da dire, «Maurizietto» si è mostrato di recente con Beppe Grillo, cui spetta il record della crudeltà fisiognomica: «Se fissi a lungo Gasparri, ti viene la labirintite». Ma tant´è.
Sono tempi in cui le offese, le più colorite, si scaricano e si restituiscono con straordinaria naturalezza e facilità. Per quanto riguarda il primo gruppo l´antologia gasparriana è ricca e spazia fra vari generi espressivi, dal pulp all´insinuante; dall´invito rivolto all´ex ministro Bianco di «farsi trovare con la testa in una pozza di sangue e la pistola al fianco» fino alla ripetuta promessa pre e post-elettorale di indagare sugli «stili di vita» del coordinatore Pd Goffredo Bettini.
Si tratta comunque di semplificazioni di vario registro, ma ad alto impatto. Quando il presidente della Rai Zaccaria mostrava di non volersene andare, in una gustosissima piazzata televisiva a «Quelli che il calcio», con la Ventura e Gene Gnocchi che ci davano dentro, l´allora neo ministro ha anche minacciato un libro bianco sulle «fidanzate» - niente di meno - della Rai. E quando i ds hanno candidato due vedove, D´Antona e Calipari, sempre a lui si deve l´impietosa notazione che quel partito si stava trasformando in un´agenzia di pompe funebri.
E tuttavia, come accade sul mercato dell´ingiuria scambievole e ad effetto, un po´ viene da chiedersi se nel suo caso le forme non sovrastino i contenuti. Per dirla tutta: da rimarchevole «sparafucile», l´impressione è che con particolarissima attenzione Gasparri cura i tempi e seleziona i suoi bersagli fra i più amati dal pubblico, secondo una logica di antagonismo parassitario. Da questo punto di vista, una sommaria indagine dei contusi allinea i nomi di Ciampi, Biagi, Montanelli, ma poi anche Baudo, Parietti, la Ferillona, Santoro, Claudio Amendola, Camilleri e il calciatore Montella, che secondo l´ex ministro doveva tagliarsi l´ingaggio.
Alle Comunicazioni Gasparri finiva più facilmente sui giornali: a volte bastava un francobollo bislacco o una consulenza creativa. Lì ha pure dato il suo nome a una legge che favorisce Mediaset e anche per questo ha molto patito la perdita del ministero e di rimbalzo lo scavalcamento da parte degli altri colonnelli (Alemanno, La Russa), maggiori (Ronchi, Bocchino) e capitani (Meloni) di An. Non tutte le battute sono cattive, né tutte gli vengono male. Tempo fa Alemanno l´ha ricevuto, con Ronchi e La Russa, sul celebre balcone con vista sui fori. Nel silenzio commosso Gasparri ha additato le rovine: «Ammazza, Gianni, guarda in pochi giorni come hai ridotto Roma!».
giovedì, agosto 28, 2008
Il bluff

Fabio Martini per La Stampa
Sarà l’euforia per avercela quasi fatta. Sarà che è sempre buona regola ammorbidire gli incerti. Sta di fatto che nel suo felpatissimo giro di telefonate, ieri mattina Gianni Letta si è fatto cercare Pier Ferdinando Casini, uno dei leader dell’opposizione: «Visto Pier? Berlusconi ha sempre ragione!». Per un governo in luna di miele, la vicenda Alitalia sembra poter gonfiare ancor di più le vele di un Presidente del Consiglio che si sente sulla cresta dell’onda. Anche per la sua proverbiale capacità di confezionare messaggi semplici, come quello che in queste ore sta arrivando nelle case: Alitalia è viva, i protagonisti del salvataggio sono imprenditori italiani e quanto agli stranieri si possono aggiungere, ma non la faranno da padroni.
Certo, l’arte della comunicazione sta nello sfumare i lati oscuri, ma lo schieramento per il rilancio di Alitalia comprende molti degli imprenditori e dei banchieri di punta della “squadra” italiana. E per quanto sia difficile attribuire etichette politiche al mondo dell’economia, è pur vero che i sedici soci di Compagnia area italiana e una banca come Intesa Sanpaolo finiscono per comporre uno schieramento a suo modo bipartisan, visto che vi sono compresi capitani di impresa, top manager e banchieri un tempo vicini alla sinistra e a Prodi.
Sorride Giuliano Cazzola, parlamentare del Pdl, già editorialista del Sole 24 Ore: «Devo ammettere la sorpresa: pensavo che la soluzione migliore fosse quella messa in campo da Air France, ma invece bisogna riconoscere che Berlusconi ha fatto un’operazione molto abile: ha dato Alitalia ad un gruppo di imprenditori, alcuni di sinistra, altri non vicini a lui ma tutti italiani». Certo, sarebbe difficile inchiodare per tutta la vita Roberto Colaninno all’affare Telecom che - per l’imprenditore mantovano - si consumò felicemente quando a palazzo Chigi regnava D’Alema, ma è pur vero che il figlio Matteo ha scelto di aderire al Partito democratico. E successivamente di accettare un importante incarico nel governo-ombra, di cui è “ministro” allo Sviluppo economico.
In queste ore Matteo fatica un po’ a giudicare un’operazione che vede protagonista il padre Roberto, neo-presidente della nuova società: «Un po’ di imbarazzo ce l’ho - dice - commenterò nei prossimi giorni». Anche se ad aprile Matteo aveva detto: «Un’ipotetica cordata italiana? Sinora non si è manifestata, ma non avrebbe potuto risolvere i problemi industriali di Alitalia».
Ma chi non ha imbarazzo a contestare la “leggenda degli imprenditori coraggiosi” è un battitore libero come l’udc Bruno Tabacci, già presidente della Regione Lombardia: «Ora tenteranno di venderla come la salvatrice di Alitalia, ma la cordata “bipartisan” avrà un rischio pari a zero. Il gioco è tutto qui: gli imprenditori prendono il ramo sano (parte della flotta, i voli, un tot di personale), mentre tutto il resto - debiti pregressi e personale eccedente - è a carico dei contribuenti. Più avanti gli “italiani” faranno anche un accordo con una grossa compagnia straniera. Per loro meglio di così non potrebbe andare...».
Ma se il progetto decollerà, ognuno dei sedici dovrà mettere sul piatto decine di milioni di euro. Un uomo dalle parole calibrate come Enrico Morando, coordinatore del governo-ombra, scuote la testa: «Il Presidente del Consiglio li ha pregati, loro non rischiano nulla, perché dovrebbero dire di no? Gli imprenditori, magari con simpatie politiche diverse, così si ingraziano il capo del governo e questo gli tornerà utile. Ma presto si capirà: anche stavolta siamo all’eterna storia italiana, privatizzazione degli utili e pubblicizzazione dei debiti». Sostiene Massimo Calearo, il pragmatico imprenditore vicentino eletto nelle file del Pd: «Chapeau per gli imprenditori che ci mettono i soldi, ma i debiti li pagano gli italiani».
Mattatoio sociale

da il barbieredellasera
Concorso Rai. Ma non per tutti
Il bando per le Morning News delle sedi regionali Rai prevede nuove assunzioni. I giornalisti devono essere professionisti ma laureati con 110, devono avere meno di 30 anni e aver fatto la scuola di giornalismo. Articolo 21 lancia un appello
Non intervengo a titolo personale, ma a nome e per conto di tanti giornalisti professionisti. In Rai e nelle testate di tutta italia ci sono centinaia di giornalisti precari. In Rai ci sono centinaia e centinaia di giornalisti professionisti le cui professionalità vengono utilizzate in contratti anomali: consulenti, programmisti registi, autori. Ragazze e ragazzi, colleghi iscritti all'albo dei professionisti non più giovanissimi. Certamente meno giovani di chi è nato dopo il primo gennaio 1978.
Molti non hanno fatto le scuole di giornalismo, perchè quando le potevano fare si contavano sulle dita di una mano. Molti di loro hanno fatto la gavetta classica, quella nelle redazioni, magari in cronaca locale. L'hanno fatta prendendo due lire (allora c'erano le lire). Alcuni di loro non sono nemmeno laureati, perchè all'epoca la professione non lo richiedeva e così, magari a 18 anni, hanno cominciato a fare questa professione. Alcuni di loro finiscono addirittura sotto la mannaia della normativa approvata ieri dal Parlamento che prevede che anche chi fosse stato utilizzato impropriamente per più di 36 mesi non abbia più il diritto di un contratto vero ma del rimborso di massimo sei mensilità. Una mannaiache colpisce chi ha già in corso una vertenza con l'azienda che, fino all'altro ieri, prevedeva l'assunzione a tempo indeterminato.
Leggiamo stupefatti che la Rai bandisce un concorso per le Morning News delle sedi regionali, in accordo con l'UsigRai. (http://www.usigrai.it/articolo.php?id=888) Se da una parte apprezziamo che finalmente l'accesso passi attraverso concorsi pubblici e trasparenti, riteniamo ancor più stupefacente che con un colpo di spugna, prima ancora di aver determinato le nuove possibilità di accesso alla professione, si sia deciso di procedere all'inserimento di clausole che tagliano le gambe a giornalisti professionisti perchè sono nati prima del 1978, perchè non hanno un titolo di laurea e perchè non hanno fatto una scuola di giornalismo.
La normativa ammazza precari risulta incostituzionale perchè riconosce diritti diversi a seconda dei tempi di una vertenza.
Non possiamo affermare che tale bando di concorso presenti gli stessi vizi, perchè non è possibile. Ma il principio è lo stesso. Con questo concorso la Rai stabilisce che vi sono giornalisti professionisti che, a quanto pare, sono più professionisti di altri.
Pensiamo che questo non sia corretto e pensiamo opportuno chiedere pareri legali per comprendere se vi siano margini per contestare i titoli soggettivi con cui è possibile accedere al concorso.
Chiediamo ai giornalisti professionisti non laureati, non assunti a contratto e che non sono diventati professionisti attraverso le scuole di giornalismo di sottoscrivere questo appello.
Chiediamo a loro di chiedere alla Rai le ragioni che l'ha portata a realizzare questo bando che stabilisce differenze tra iscritti al medesimo albo che al contrario, invece, stabilisce diritti e doveri identici. A tal proposito chiediamo alla Rai e al Sindacato dei Giornalisti Rai di bloccare il concorso o di ridisegnare il bando permettendo l'accesso a tutti i giornalisti professionisti iscritti all'albo. Chiediamo alla Federazione Nazionale della Stampa e all'UsigRai, che ha già fatto il rilievo all'azienda, di esprimersi sui rilievi che abbiamo fatto al concorso chiedendo se, sindacalmente, non si evidenzi una discriminante nei confronti di alcuni colleghi professionisti. Chiediamo a tutti i colleghi professionisti, gia assunti nelle testate italiane e anche ai giornalisti che rientrano nei parametri fissati dal bando, di sottoscrivere questo appello.
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mercoledì, agosto 27, 2008
Se i mafiosi sono i politici
chi li vota che cosa é? È inutile che l'italiano pianga sulla casta quando poi non sa fare di meglio che rubare a sua volta.....
Sergio Rizzo per il “Corriere della Sera”
C'è un numero che da solo spiega perché il federalismo fiscale e la Regione siciliana non possono andare d'accordo. Si trova a pagina 57, riga 6, di un rapporto appena sfornato dalla Corte dei conti dove si denuncia che nel triennio 2005-2007 l'indennità di carica per i componenti della giunta regionale è aumentata del 114,77%. C'è scritto proprio così: +114,77%. Mentre nel Paese infuriava la bufera sui costi della politica, mentre a Roma si cercava di salvare la faccia proponendo sforbiciate qua e là, mentre Romano Prodi tagliava del 30% il suo stipendio e quello dei suoi colleghi, la spesa per l'indennità degli assessori siciliani magicamente più che raddoppiava.
Con il risultato che oggi un componente della giunta regionale guadagna più di un ministro. Chi è assessore e deputato regionale porta a casa più di 14 mila euro netti al mese. Gli assessori esterni se ne devono invece far bastare 11 mila o giù di lì. Il loro stipendio è infatti di 18.120,70 euro lordi al mese: 217.448 l'anno. Circa 15 mila più di un ministro non parlamentare. Va da sé che con la riforma federalista questo andazzo non potrà continuare. Ma i sacrifici a cui saranno chiamati gli assessori faranno ridere rispetto al resto dei problemi. Il personale, per esempio. La relazione della Corte rivela che nel triennio 2005-2007 la spesa per gli stipendi è aumentata del 18,1%, il triplo dell'inflazione.
Nel 2007 i dipendenti sono costati 714 milioni, il 37% più del 2001. All'esplosione ha contributo, spiegano i magistrati contabili, «il notevole ampliamento del numero di dipendenti a tempo determinato a seguito della decisione assunta dalla giunta regionale di procedere alla contrattualizzazione» di alcuni precari. Quanti erano? 3.496. Più o meno come tutti i dipendenti della Regione Lombardia e degli enti collegati, che secondo il conto annuale del Tesoro sono 3.961.
Per inciso, la Lombardia ha 9 milioni e mezzo di abitanti contro i 5 milioni della Sicilia. La mega infornata di precari risale alla fine del 2005, pochi mesi prima delle elezioni regionali che avrebbero confermato Salvatore «Totò» Cuffaro alla presidenza della Regione. Come se non bastasse, sottolinea il rapporto della Corte dei conti, l'amministrazione regionale ha poi provveduto a «stabilizzare» altri 130 precari l'anno successivo e ancora altri 197 nel 2007.
Non c'è perciò da stupirsi che la bulimica macchina regionale si sia gonfiata all'inverosimile: alla fine del 2006 si contavano 20.448 dipendenti, di cui 14.291 a tempo indeterminato, 5.455 ex precari stabilizzati e 702 lavoratori socialmente utili. I dirigenti sono ben oltre duemila, con un aumento inarrestabile della spesa per le retribuzioni «di posizione di risultato», determinato dal «notevole incremento del numero degli uffici di massima dimensione e delle strutture intermedie». Ma siccome è regola che non ci siano figli e figliastri, pure i dipendenti «a tempo» hanno avuto la loro parte.
E poco importa che l'aumento del «trattamento accessorio» per questo personale sia stato concesso, dice la Corte dei conti, «in violazione delle disposizioni normative e contrattuali». Perché il 6 febbraio scorso, una decina di giorni dopo le dimissioni di Cuffaro e un paio di mesi prima delle elezioni che avrebbero incoronato Raffaele Lombardo, la Regione ha approvato per legge una tanto scontata quanto provvidenziale sanatoria. Per non parlare dei consulenti.
Le norme fissano in tre il numero massimo per ogni assessorato più un consulente per il servizio «controllo strategico»? Ebbene, nel 2007 gli incarichi di consulenza affidati da 10 dei 12 assessori, più il presidente, erano 51, di cui 5 per il cosiddetto controllo strategico. E che dire della spesa per le pensioni? Nel 2007 è arrivata a 538 milioni, il 31,6% in più rispetto al 2001, con una crescita del 7,8% soltanto nell'ultimo anno. Il motivo? L'aumento del 51,6% dei dipendenti della Regione che se ne sono andati in pensione: 413 persone in dodici mesi.
Inevitabili, a fronte di questa situazione, gli interrogativi. Perché Lombardo è potente alleato di Silvio Berlusconi, che a lui deve la schiacciante e decisiva vittoria del centrodestra nei collegi elettorali dell'isola. Ma sa benissimo che la riforma, pure «a misura di Sicilia» come lui stesso ha chiesto, potrebbe rivelarsi un massacro se venissero tagliati massicciamente i trasferimenti alle Regioni meno virtuose. Anche perché i segnali di una svolta, in Sicilia, mancano del tutto. La Regione ha varato un piano di riorganizzazione che dovrebbe comportare un risparmio di circa 1,6 milioni di euro l'anno negli stipendi dei dirigenti dal 2008 al 2010.
A parte le considerazioni circa l'entità dell'economia prevista, considerando che il monte «salari» dei dirigenti, salito fra il 2001 e il 2005 di oltre il 45%, supera ormai i 160 milioni di euro, i magistrati contabili arrivano a mettere in discussione che il modestissimo risparmio possa essere conseguito, anche perché «emerge in maniera evidente che l'attuazione delle misure proposte non prevede una diminuzione delle strutture burocratiche». Se infatti il numero delle aree e dei servizi viene ridotto da 546 a 403, quelle delle unità operative aumenta da 1.184 a 1.329. Ma in discussione, sanità a parte, è anche l'intera struttura delle uscite regionali.
A una fortissima crescita della spesa per stipendi e pensioni ha fatto riscontro, negli ultimi tre anni, un calo dei trasferimenti alle famiglie (-9,8%) e alle imprese (-42,9%). E se la Regione, dice la Corte dei conti, spende troppo poco per le opere pubbliche e il turismo, sulla formazione professionale corrono fiumi di denaro. L'anno scorso, 432 milioni di euro. Ma senza che se ne vedano risultati, se è vero, come sottolinea il rapporto, che «la disoccupazione giovanile, alla quale dovrebbe prevalentemente rivolgersi la spesa per la formazione professionale, nel 2005 è stata del 40,6% per gli uomini e del 52,1% per le donne».
Sergio Rizzo per il “Corriere della Sera”
C'è un numero che da solo spiega perché il federalismo fiscale e la Regione siciliana non possono andare d'accordo. Si trova a pagina 57, riga 6, di un rapporto appena sfornato dalla Corte dei conti dove si denuncia che nel triennio 2005-2007 l'indennità di carica per i componenti della giunta regionale è aumentata del 114,77%. C'è scritto proprio così: +114,77%. Mentre nel Paese infuriava la bufera sui costi della politica, mentre a Roma si cercava di salvare la faccia proponendo sforbiciate qua e là, mentre Romano Prodi tagliava del 30% il suo stipendio e quello dei suoi colleghi, la spesa per l'indennità degli assessori siciliani magicamente più che raddoppiava.
Con il risultato che oggi un componente della giunta regionale guadagna più di un ministro. Chi è assessore e deputato regionale porta a casa più di 14 mila euro netti al mese. Gli assessori esterni se ne devono invece far bastare 11 mila o giù di lì. Il loro stipendio è infatti di 18.120,70 euro lordi al mese: 217.448 l'anno. Circa 15 mila più di un ministro non parlamentare. Va da sé che con la riforma federalista questo andazzo non potrà continuare. Ma i sacrifici a cui saranno chiamati gli assessori faranno ridere rispetto al resto dei problemi. Il personale, per esempio. La relazione della Corte rivela che nel triennio 2005-2007 la spesa per gli stipendi è aumentata del 18,1%, il triplo dell'inflazione.
Nel 2007 i dipendenti sono costati 714 milioni, il 37% più del 2001. All'esplosione ha contributo, spiegano i magistrati contabili, «il notevole ampliamento del numero di dipendenti a tempo determinato a seguito della decisione assunta dalla giunta regionale di procedere alla contrattualizzazione» di alcuni precari. Quanti erano? 3.496. Più o meno come tutti i dipendenti della Regione Lombardia e degli enti collegati, che secondo il conto annuale del Tesoro sono 3.961.
Per inciso, la Lombardia ha 9 milioni e mezzo di abitanti contro i 5 milioni della Sicilia. La mega infornata di precari risale alla fine del 2005, pochi mesi prima delle elezioni regionali che avrebbero confermato Salvatore «Totò» Cuffaro alla presidenza della Regione. Come se non bastasse, sottolinea il rapporto della Corte dei conti, l'amministrazione regionale ha poi provveduto a «stabilizzare» altri 130 precari l'anno successivo e ancora altri 197 nel 2007.
Non c'è perciò da stupirsi che la bulimica macchina regionale si sia gonfiata all'inverosimile: alla fine del 2006 si contavano 20.448 dipendenti, di cui 14.291 a tempo indeterminato, 5.455 ex precari stabilizzati e 702 lavoratori socialmente utili. I dirigenti sono ben oltre duemila, con un aumento inarrestabile della spesa per le retribuzioni «di posizione di risultato», determinato dal «notevole incremento del numero degli uffici di massima dimensione e delle strutture intermedie». Ma siccome è regola che non ci siano figli e figliastri, pure i dipendenti «a tempo» hanno avuto la loro parte.
E poco importa che l'aumento del «trattamento accessorio» per questo personale sia stato concesso, dice la Corte dei conti, «in violazione delle disposizioni normative e contrattuali». Perché il 6 febbraio scorso, una decina di giorni dopo le dimissioni di Cuffaro e un paio di mesi prima delle elezioni che avrebbero incoronato Raffaele Lombardo, la Regione ha approvato per legge una tanto scontata quanto provvidenziale sanatoria. Per non parlare dei consulenti.
Le norme fissano in tre il numero massimo per ogni assessorato più un consulente per il servizio «controllo strategico»? Ebbene, nel 2007 gli incarichi di consulenza affidati da 10 dei 12 assessori, più il presidente, erano 51, di cui 5 per il cosiddetto controllo strategico. E che dire della spesa per le pensioni? Nel 2007 è arrivata a 538 milioni, il 31,6% in più rispetto al 2001, con una crescita del 7,8% soltanto nell'ultimo anno. Il motivo? L'aumento del 51,6% dei dipendenti della Regione che se ne sono andati in pensione: 413 persone in dodici mesi.
Inevitabili, a fronte di questa situazione, gli interrogativi. Perché Lombardo è potente alleato di Silvio Berlusconi, che a lui deve la schiacciante e decisiva vittoria del centrodestra nei collegi elettorali dell'isola. Ma sa benissimo che la riforma, pure «a misura di Sicilia» come lui stesso ha chiesto, potrebbe rivelarsi un massacro se venissero tagliati massicciamente i trasferimenti alle Regioni meno virtuose. Anche perché i segnali di una svolta, in Sicilia, mancano del tutto. La Regione ha varato un piano di riorganizzazione che dovrebbe comportare un risparmio di circa 1,6 milioni di euro l'anno negli stipendi dei dirigenti dal 2008 al 2010.
A parte le considerazioni circa l'entità dell'economia prevista, considerando che il monte «salari» dei dirigenti, salito fra il 2001 e il 2005 di oltre il 45%, supera ormai i 160 milioni di euro, i magistrati contabili arrivano a mettere in discussione che il modestissimo risparmio possa essere conseguito, anche perché «emerge in maniera evidente che l'attuazione delle misure proposte non prevede una diminuzione delle strutture burocratiche». Se infatti il numero delle aree e dei servizi viene ridotto da 546 a 403, quelle delle unità operative aumenta da 1.184 a 1.329. Ma in discussione, sanità a parte, è anche l'intera struttura delle uscite regionali.
A una fortissima crescita della spesa per stipendi e pensioni ha fatto riscontro, negli ultimi tre anni, un calo dei trasferimenti alle famiglie (-9,8%) e alle imprese (-42,9%). E se la Regione, dice la Corte dei conti, spende troppo poco per le opere pubbliche e il turismo, sulla formazione professionale corrono fiumi di denaro. L'anno scorso, 432 milioni di euro. Ma senza che se ne vedano risultati, se è vero, come sottolinea il rapporto, che «la disoccupazione giovanile, alla quale dovrebbe prevalentemente rivolgersi la spesa per la formazione professionale, nel 2005 è stata del 40,6% per gli uomini e del 52,1% per le donne».
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Good people

a gallery of people waiting for extradiction...
Emmanuel Constant
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Emmanuel Constant (nicknamed "Toto", born on October 27, 1956) is the founder of FRAPH, a Haitian death squad organized in mid-1993 to terrorize supporters of exiled president Jean-Bertrand Aristide. After the 1994 U.S. and UN-led multinational occupation restored Aristide to power, Constant managed to escape to the U.S. He was later detained by INS officials in 1995 and prepared to be deported to Haïti to stand trial for involvement in the Raboteau Massacre. However, in a December 1995 interview with Ed Bradley on 60 Minutes, Constant threatened to divulge secrets about his relationship with the CIA during the early '90s. After this threat, as well as receiving intelligence that there was a plot to assassinate Constant should he return to Haïti, the Clinton administration ordered the INS to release Constant in May 1996.
On July 25, 2008, after hearing two weeks of testimony, a Brooklyn jury convicted Constant of several mortgage fraud felonies, including Scheme to Defraud and Grand Larceny. The convictions came within hours of a vigorous confrontation between Constant, who testified in his own defense, and Assistant Attorney General Thomas Schellhammer, who cross-examined him
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Libertà d'informazione??
Diffamazione a mezzo stampa
In occasione del 2° Convegno regionale “Giustizia e Informazione” - Bema (So), sabato 8 luglio 2006 - nella relazione di Francesco (“Franco”) Abruzzo - presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia - si legge:
"La «trappola» dell’articolo 2947 del Cc. Con la sentenza n. 5259/1984, la Corte di Cassazione ha stabilito che ogni cittadino può tutelare il proprio onore e la propria dignità in sede civile senza avviare l’azione penale. Ogni cittadino può agire in sede penale entro tre mesi dalla pubblicazione della notizia diffamatoria (art. 124 Cp). Il Parlamento non ha provveduto, dopo la sentenza, a coordinare il tempo per l’azione civile con quello previsto per l’azione penale. Così è rimasto in vigore l’articolo 2947 del Cc, in base al quale «il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito si prescrive in 5 anni dal giorno in cui il fatto si è verificato...In ogni caso, se il fatto è considerato dalla legge come reato e per il reato è stabilita una prescrizione più lunga, questa si applica anche all’azione civile». Questa norma espone giornalisti ed aziende al rischio di vedersi citare in giudizio, anche a distanza di 7-10 anni, per fatti remoti e sui quali il giornalista non ha conservato alcuna documentazione. L’azione di risarcimento dovrebbe essere ridotta a 180 giorni dalla diffusione della notizia ritenuta diffamatoria.
(...)
Tornare all’antico: escludere il decreto penale per i reati perseguibili a querela come il reato di diffamazione a mezzo stampa. L’articolo 459 Cpp (Casi di procedimento per decreto), riscritto dalla legge 16 dicembre 1999 n. 479 sul giudice unico, riserva una sorpresa sgradita. Dice questo nuovo articolo: «Nei procedimenti per reati perseguibili di ufficio ed in quelli perseguibili a querela (come la diffamazione, ndr) se questa è stata validamente presentata e se il querelante non ha nella stessa dichiarato di opporvisi, il pubblico ministero, quando ritiene che si debba applicare soltanto una pena pecuniaria, anche se inflitta in sostituzione di una pena detentiva, può presentare al giudice per le indagini preliminari, entro sei mesi dalla data in cui il nome della persona alla quale il reato è attribuito è iscritto nel registro delle notizie di reato e previa trasmissione del fascicolo, richiesta motivata di emissione del decreto penale di condanna, indicando la misura della pena». Il decreto penale, con la condanna a una pena pecuniaria, è inappellabile. C’è da sperare che il Gip non accolga la richiesta del Pm. In precedenza non era previsto il decreto penale per i reati perseguibili a querela. Bisogna tornare all’antico e in fretta, escludendo il decreto penale per i reati perseguibili a querela come il reato di diffamazione a mezzo stampa."
brani tratti da: http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=391
LA RIPARAZIONE PECUNIARIA PER IL REATO DI DIFFAMAZIONE E’ DOVUTA ANCHE DALL’EDITORE in base all’art. 11 della legge 8.2.1948 n. 47 (Cassazione Sezione Terza Civile n. 21366 del 10 novembre 2004, Pres. Fiduccia, Rel. Travaglino).
In base all’art. 12 della legge 8.2.1948 n. 47 nel caso di diffamazione a mezzo stampa la persona offesa può ottenere, oltre al risarcimento dei danni, una somma a titolo di riparazione. L’entità della riparazione pecuniaria è determinata in relazione alla gravità dell’offesa e alla diffusione dello stampato. Tale riparazione è dovuta non solo dal responsabile del reato, ma anche dall’editore, in quanto, a termini dell’art. 11 della legge 8.2.1948 n. 47, per i reati a mezzo stampa l’editore è civilmente responsabile in solido con gli autori del reato (Cassazione Sezione Terza Civile n. 21366 del 10 novembre 2004, Pres. Fiduccia, Rel. Travaglino).
In occasione del 2° Convegno regionale “Giustizia e Informazione” - Bema (So), sabato 8 luglio 2006 - nella relazione di Francesco (“Franco”) Abruzzo - presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia - si legge:
"La «trappola» dell’articolo 2947 del Cc. Con la sentenza n. 5259/1984, la Corte di Cassazione ha stabilito che ogni cittadino può tutelare il proprio onore e la propria dignità in sede civile senza avviare l’azione penale. Ogni cittadino può agire in sede penale entro tre mesi dalla pubblicazione della notizia diffamatoria (art. 124 Cp). Il Parlamento non ha provveduto, dopo la sentenza, a coordinare il tempo per l’azione civile con quello previsto per l’azione penale. Così è rimasto in vigore l’articolo 2947 del Cc, in base al quale «il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito si prescrive in 5 anni dal giorno in cui il fatto si è verificato...In ogni caso, se il fatto è considerato dalla legge come reato e per il reato è stabilita una prescrizione più lunga, questa si applica anche all’azione civile». Questa norma espone giornalisti ed aziende al rischio di vedersi citare in giudizio, anche a distanza di 7-10 anni, per fatti remoti e sui quali il giornalista non ha conservato alcuna documentazione. L’azione di risarcimento dovrebbe essere ridotta a 180 giorni dalla diffusione della notizia ritenuta diffamatoria.
(...)
Tornare all’antico: escludere il decreto penale per i reati perseguibili a querela come il reato di diffamazione a mezzo stampa. L’articolo 459 Cpp (Casi di procedimento per decreto), riscritto dalla legge 16 dicembre 1999 n. 479 sul giudice unico, riserva una sorpresa sgradita. Dice questo nuovo articolo: «Nei procedimenti per reati perseguibili di ufficio ed in quelli perseguibili a querela (come la diffamazione, ndr) se questa è stata validamente presentata e se il querelante non ha nella stessa dichiarato di opporvisi, il pubblico ministero, quando ritiene che si debba applicare soltanto una pena pecuniaria, anche se inflitta in sostituzione di una pena detentiva, può presentare al giudice per le indagini preliminari, entro sei mesi dalla data in cui il nome della persona alla quale il reato è attribuito è iscritto nel registro delle notizie di reato e previa trasmissione del fascicolo, richiesta motivata di emissione del decreto penale di condanna, indicando la misura della pena». Il decreto penale, con la condanna a una pena pecuniaria, è inappellabile. C’è da sperare che il Gip non accolga la richiesta del Pm. In precedenza non era previsto il decreto penale per i reati perseguibili a querela. Bisogna tornare all’antico e in fretta, escludendo il decreto penale per i reati perseguibili a querela come il reato di diffamazione a mezzo stampa."
brani tratti da: http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=391
LA RIPARAZIONE PECUNIARIA PER IL REATO DI DIFFAMAZIONE E’ DOVUTA ANCHE DALL’EDITORE in base all’art. 11 della legge 8.2.1948 n. 47 (Cassazione Sezione Terza Civile n. 21366 del 10 novembre 2004, Pres. Fiduccia, Rel. Travaglino).
In base all’art. 12 della legge 8.2.1948 n. 47 nel caso di diffamazione a mezzo stampa la persona offesa può ottenere, oltre al risarcimento dei danni, una somma a titolo di riparazione. L’entità della riparazione pecuniaria è determinata in relazione alla gravità dell’offesa e alla diffusione dello stampato. Tale riparazione è dovuta non solo dal responsabile del reato, ma anche dall’editore, in quanto, a termini dell’art. 11 della legge 8.2.1948 n. 47, per i reati a mezzo stampa l’editore è civilmente responsabile in solido con gli autori del reato (Cassazione Sezione Terza Civile n. 21366 del 10 novembre 2004, Pres. Fiduccia, Rel. Travaglino).
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martedì, agosto 26, 2008
Barigazzi c'è
Ritorno brevemente sul caso Barigazzi. L'articolo del Newsweek (uno fra centinaia che invece dicono l'esatto contrario) scritto da questo signore, un italiano con una perfetta conoscenza dell'inglese. Grazie al Corsera abbiamo scoperto che esiste. Fosse per i alcuni quotidiani sarebbe direttore del celebre settimanale. In realtà ha scritto un articolo sebza ubfamia e senza lode che però è piaciuto al PdL. In un paese serio sarebbe soltanto un altro articolo. Nel nostro giù fiumi d'inchiostro. Quello che non capisco è: perché non si può criticare Newsweek caro Letta? In luna di miele con chi caro Letta? Ecco le mie domande sono queste. E Barigazzi non c'entra.
Elsa Muschella per il Corriere della Sera
Barigazzi c'è. E sta persino per riprodursi, con buona pace dell'Unità. Il «corrispondente fantasma» di Newsweek nonché discendente dell'omonimo medico che nel '500 studiava le fratture dei crani — almeno secondo il giudizio e la ricostruzione genealogica di Furio Colombo — a gennaio diventa papà e pertanto è di ottimo umore. È solo che non ne può più di dietrologie e «fantasiose elucubrazioni» su quel miracolo dei 100 giorni berlusconiani pubblicato a sua firma dal settimanale americano.
Nessuna marcia indietro, s'intende. Però «chi ha letto davvero l'articolo sa che l'unico riconoscimento era a una situazione di fatto e a nient'altro: c'è un governo che ha una maggioranza solida e un'opposizione litigiosa che deve ancora riprendersi dalla batosta elettorale. Poi, se Berlusconi inizia a pulire Napoli, scriverlo mi sembra semplice giornalismo».
Jacopo Barigazzi ha portato i suoi 38 anni certificati da una carta d'identità del comune di Milano, presumibilmente non contraffatta, a «VeDrò», il pensatoio generazional-trasversale di quarantenni (e dintorni) promosso (tra gli altri) da Enrico Letta, Giulia Bongiorno e Anna Maria Artoni. Per questa quarta edizione — dedicata all'Italia del futuro e al confronto su temi che spaziano dal copyright al petrolio, dall'identità religiosa alla privacy, dalla democrazia rappresentativa al world wide web — è stato anche invitato a coordinare uno dei 10 gruppi di lavoro del think tank.
Accanto all'imprenditore Arturo Artom e agli altri relatori, discute dell'economia internazionale, di scenari prossimi venturi e di una qualità della vita che incorona l'Italia terra del benessere. Ulteriore dimostrazione della sua esistenza non può arrivare da suo padre Giuseppe, caporedattore a Famiglia Cristiana, scomparso 5 anni fa. Ma giungono garanzie da sua sorella Silvia (giornalista all'Apcom) e dalle redazioni nelle quali ha lavorato o ancora lavora (Radio popolare, Financial Times online, Cnbc, Reuters, Finanza e Mercati, Adnkronos e, naturalmente, Newsweek).
La prova definitiva la fornisce Enrico Letta, che l'ha ospitato sotto i gazebo nel verde dell'ex centrale elettrica di Fies e che a suo tempo ne aveva letto l'opera crocifissa: «L'articolo mi era sembrato più equilibrato di quanto poi si è detto. Del resto, siamo in piena luna di miele del governo ed è normale che tutto ciò finisca nei reportage internazionali: criticare Newsweek è come prendersela con il termometro se si ha la febbre. Non mi scandalizza che abbia affrontato luci e ombre dell'esecutivo, ma che un Paese dimostri ulteriori elementi di provincialismo occupandosi ancora della questione ».
Elsa Muschella per il Corriere della Sera
Barigazzi c'è. E sta persino per riprodursi, con buona pace dell'Unità. Il «corrispondente fantasma» di Newsweek nonché discendente dell'omonimo medico che nel '500 studiava le fratture dei crani — almeno secondo il giudizio e la ricostruzione genealogica di Furio Colombo — a gennaio diventa papà e pertanto è di ottimo umore. È solo che non ne può più di dietrologie e «fantasiose elucubrazioni» su quel miracolo dei 100 giorni berlusconiani pubblicato a sua firma dal settimanale americano.
Nessuna marcia indietro, s'intende. Però «chi ha letto davvero l'articolo sa che l'unico riconoscimento era a una situazione di fatto e a nient'altro: c'è un governo che ha una maggioranza solida e un'opposizione litigiosa che deve ancora riprendersi dalla batosta elettorale. Poi, se Berlusconi inizia a pulire Napoli, scriverlo mi sembra semplice giornalismo».
Jacopo Barigazzi ha portato i suoi 38 anni certificati da una carta d'identità del comune di Milano, presumibilmente non contraffatta, a «VeDrò», il pensatoio generazional-trasversale di quarantenni (e dintorni) promosso (tra gli altri) da Enrico Letta, Giulia Bongiorno e Anna Maria Artoni. Per questa quarta edizione — dedicata all'Italia del futuro e al confronto su temi che spaziano dal copyright al petrolio, dall'identità religiosa alla privacy, dalla democrazia rappresentativa al world wide web — è stato anche invitato a coordinare uno dei 10 gruppi di lavoro del think tank.
Accanto all'imprenditore Arturo Artom e agli altri relatori, discute dell'economia internazionale, di scenari prossimi venturi e di una qualità della vita che incorona l'Italia terra del benessere. Ulteriore dimostrazione della sua esistenza non può arrivare da suo padre Giuseppe, caporedattore a Famiglia Cristiana, scomparso 5 anni fa. Ma giungono garanzie da sua sorella Silvia (giornalista all'Apcom) e dalle redazioni nelle quali ha lavorato o ancora lavora (Radio popolare, Financial Times online, Cnbc, Reuters, Finanza e Mercati, Adnkronos e, naturalmente, Newsweek).
La prova definitiva la fornisce Enrico Letta, che l'ha ospitato sotto i gazebo nel verde dell'ex centrale elettrica di Fies e che a suo tempo ne aveva letto l'opera crocifissa: «L'articolo mi era sembrato più equilibrato di quanto poi si è detto. Del resto, siamo in piena luna di miele del governo ed è normale che tutto ciò finisca nei reportage internazionali: criticare Newsweek è come prendersela con il termometro se si ha la febbre. Non mi scandalizza che abbia affrontato luci e ombre dell'esecutivo, ma che un Paese dimostri ulteriori elementi di provincialismo occupandosi ancora della questione ».
lunedì, agosto 25, 2008
Un amarissimo Aldo Grasso sulla Rai

PERCHÉ LA RAI NON È AL PASSO CON I TEMPI
Aldo Grasso per il Corriere della Sera
«Ma ti sei reso conto di quello che hai fatto?». Ecco, in questa frase di rara inutilità (dopo 4 anni di duro allenamento, un atleta che vince una medaglia, possibile non si renda conto di quello che ha fatto?) si racchiude perfettamente il senso della spedizione Rai all'Olimpiade di Pechino. Nel dopo gara, Elisabetta Caporale si è avvicinata spesso al campione con l'aria del cronista che chiede a una persona che ha appena patito una tremenda disgrazia: «Cosa ha provato in quel momento?».
Purtroppo non è solo una questione di persone, di singoli (anche se...), di inviati o di commentatori sbagliati (anche se...); no, il problema è più generale e riguarda la Rai come servizio pubblico. Già l'esperienza degli Europei di calcio non è stata esaltante; come si fa, allora, a commettere gli stessi errori, mostrare la stessa inadeguatezza, farsi sbertucciare per tutta la durata di un evento così importante come l'Olimpiade?
Nonostante le ovvie difese d'ufficio del presidente Petruccioli, la situazione è complicata e rischia di aggravarsi. Quello che in maniera drammatica Pechino 2008 ha messo in luce è che la Rai non è più al passo coi tempi: le ragioni sono molteplici ed essenzialmente politiche (storicamente complicate da quella anomala situazione italiana che si chiama duopolio). Quindi non ci sentiamo di gettare la croce su nessuno e scriviamo queste note con profonda amarezza.
La carenza della Rai è prima di tutto una carenza tecnologica: non è più pensabile investire così tanto in diritti (era Antonio Marano il responsabile degli acquisti?) se non si hanno a disposizione diversi canali su cui spalmare un evento complesso e articolato come l'Olimpiade. Solo dopo le nostre critiche, la Rai ha cominciato a diversificare sensibilmente l'offerta tra il canale analogico e digitale, incorrendo inevitabilmente in alcuni errori di scelta, tipo la partita Argentina-Brasile.
La Rai deve finalmente prendere atto che esiste la concorrenza e che non opera più in regime di monopolio. Non si può mandare a Pechino un commentatore senza idee solo perché ti è stato «suggerito» da qualche politico e soprattutto molti inviati dovrebbero qualche volta perdere quell'arroganza o supponenza che deriva loro dall'imprinting del monopolio, quando, arrivato a occupare un posto, eri anche l'unico e nessuno ti metteva più in discussione.
In una situazione di concorrenza, un direttore agli ennesimi «risvolti umani» di un Carlo Paris o di un Claudio Icardi dice basta; all'ennesima battuta infelice o banalità mascherata di un prof. Dal Monte o di un Bartoletti dice basta. A rimetterci, sono i più bravi, i più scrupolosi che vedono rovinare il loro lavoro da un diffuso clima di provincialismo.
La cosa più fastidiosa delle telecronache Rai è l'insieme di tifo e contiguità che le rende obsolete e irritanti. Siamo tutti tifosi degli atleti italiani ma non per questo dobbiamo essere ciechi di fronte al resto del mondo; trasformare la telecronaca in incitamento (ahimè, succede anche su altre emittenti) è una scorciatoia sentimentale ma poco professionale. E poi, specie nei talk di approfondimento, viene fuori una vicinanza, una confidenza, quasi una dipendenza fra cronisti, atleti ed ex atleti davvero indisponente. Si cresce con il confronto, non con la complicità, non con la connivenza.
Il fatto triste è che se la Rai non cambia radicalmente e non ritrova la sua antica e apprezzata professionalità (lontano dalla politica), se non viene ridimensionata la Casta interna che la governa, si avvia inesorabilmente al declino. Come Alitalia.
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Incapaci al Tg2

Ancora una volta una perla del fantastico Tg2. Lancio del pezzo sul poveraccio malmenato dalla polizia municipale di Termoli mentre in video passano le immagini di Sean Connery. L'equivoco dura una ventina di secondi. In regia dormivano?
Poi il pezzo vero e proprio fatto da una voce che con la tv non c'entra niente e di cui tralascio il nome per carità di patria, ma che inizia il pezzo con un incredibile (ci avrà pensato tutta la notte) happy BirTdey che faceva rabbrividire. Poi i giornalisti Rai si offendono se li critichi. Ma andate a lavorare!
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Quando pensi di aver toccato il fondo....
... puoi cominciare a scavare

Ridateci l'alabarda
di Guido Quaranta
da riservato.it
Le curiose proposte di legge presentate in questa prima parte di legislatura: ridurre le multe a chi guida parlando al telefonino, reintrodurre le festività soppresse e consentire l'uso di spadoni e archibugi nelle rievocazioni storiche I deputatiCi risiamo: anche i nuovi deputati sembrano distinguersi, come molti dei loro predecessori, per l'improponibilità delle proposte di legge presentate
in Parlamento. Alcuni, per esempio, reclamano l'istituzione di nuove province (quando si spera, ormai, di ridurle o, addirittura, di sopprimerle). Altri suggeriscono la nascita di numerose case da gioco (non solo nelle grandi città, ma anche nei piccoli comuni). Altri ancora chiedono cospicue sovvenzioni statali per finanziare sagre paesane, istituire nuove lotterie o commemorare anniversari di personaggi locali. Ma i più bizzarri - e prolifici - sembrano gli altoatesini Karl Zeller e Siegfried Brugger.
Da quando, alla fine di aprile, la nuova Camera si è aperta, i due deputati hanno presentato decine di proposte di legge, a volte bislacche, dispendiose, inutili. Una di esse, per esempio, chiede che, durante le manifestazioni folkloristiche, o le rievocazioni storiche, sia consentito portare liberamente spade, spadoni, sciabole, stiletti, pugnali, archibugi, alabarde e balestre.
Un'altra propone che tutte le ricorrenze religiose opportunamente soppresse, anni fa, per favorire lo sviluppo economico (da San Giuseppe all'Ascensione, dal Corpus Domini a San Pietro e Paolo) siano di nuovo riconosciute festività agli effetti civili.
E, tra le proposte di legge del tutto superflue, ce n'è una che prevede di ridurre sensibilmente la sanzione comminata a chi guida l'auto usando il telefonino. Ma, andiamo, onorevoli, c'è forse qualche vigile urbano che, per la strada, bada ancora ai telefonini usati dagli automobilisti al volante?

Ridateci l'alabarda
di Guido Quaranta
da riservato.it
Le curiose proposte di legge presentate in questa prima parte di legislatura: ridurre le multe a chi guida parlando al telefonino, reintrodurre le festività soppresse e consentire l'uso di spadoni e archibugi nelle rievocazioni storiche I deputatiCi risiamo: anche i nuovi deputati sembrano distinguersi, come molti dei loro predecessori, per l'improponibilità delle proposte di legge presentate
in Parlamento. Alcuni, per esempio, reclamano l'istituzione di nuove province (quando si spera, ormai, di ridurle o, addirittura, di sopprimerle). Altri suggeriscono la nascita di numerose case da gioco (non solo nelle grandi città, ma anche nei piccoli comuni). Altri ancora chiedono cospicue sovvenzioni statali per finanziare sagre paesane, istituire nuove lotterie o commemorare anniversari di personaggi locali. Ma i più bizzarri - e prolifici - sembrano gli altoatesini Karl Zeller e Siegfried Brugger.
Da quando, alla fine di aprile, la nuova Camera si è aperta, i due deputati hanno presentato decine di proposte di legge, a volte bislacche, dispendiose, inutili. Una di esse, per esempio, chiede che, durante le manifestazioni folkloristiche, o le rievocazioni storiche, sia consentito portare liberamente spade, spadoni, sciabole, stiletti, pugnali, archibugi, alabarde e balestre.
Un'altra propone che tutte le ricorrenze religiose opportunamente soppresse, anni fa, per favorire lo sviluppo economico (da San Giuseppe all'Ascensione, dal Corpus Domini a San Pietro e Paolo) siano di nuovo riconosciute festività agli effetti civili.
E, tra le proposte di legge del tutto superflue, ce n'è una che prevede di ridurre sensibilmente la sanzione comminata a chi guida l'auto usando il telefonino. Ma, andiamo, onorevoli, c'è forse qualche vigile urbano che, per la strada, bada ancora ai telefonini usati dagli automobilisti al volante?
Agosto cazzeggione

Avendo vissuto sulla mia pelle questa vergogna (e non aggiungo altro per non apparire "contradditorio", come mi è stato detto) ecco il pezzo da www.spreconi.it
Canzonette in piazza, tra truffe e fondi buttati via
Il galà dello spreco è un classico d'agosto. Un moltiplicarsi di concerti, premi letterari per ogni gusto o improbabili spettacoli teatrali prolifera sulle piazze di tutta la penisola o riesce persino a infilarsi nel tardo palinsesto Rai. Ma dietro questi affanni artistici c'è un fiume di denaro pubblico che viene bruciato nel modo più effimero, alimentando fortune private e corti politiche. Adesso a Trieste una controversa inchiesta giudiziaria sta facendo affiorare molti dei meccanismi che mandano avanti questo show business dell'estate italiana. Indagine controversa, perché il manager arrestato con l'accusa di avere truffato 300 mila euro di denaro alle istituzioni è stato poi rimesso in libertà dal Tribunale del Riesame. Ma gli accertamenti della Guardia di Finanza ricostruiscono le rotte che permettono lo sperpero e i limiti del codice penale. Al centro c'è l'abuso di società no profit: società che godono di tasse agevolate perché fondamentali per fare beneficenza e attività socialmente rilevanti. L'impresario triestino - secondo l'accusa - avrebbe usato una società a guadagno zero presentandosi più volte a bussare cassa: lo stesso progetto veniva finanziato dal Comune, dalla Provincia, da privati così da no-profit diventava triplo-profit. E spesso le stesse fatture venivano fatte pagare due volte senza che municipio o provincia se ne accorgessero. Insomma, soldi due volte buttati via. Dalle carte dell'indagine si scopre il prezzo di questi show: 57 mila euro per una serata ispirata alla Dolce vita, cifre simili per un tributo a Lucio Battisti. E questo mentre tutte le amministrazioni piangono miseria.
L'inchiesta però avrebbe fatto emergere anche i limiti della legislazione attuale sulle società no profit. Nel caso in questione, per esempio, i soci fondatori della sigla di beneficienza erano ignari dell'uso "commerciale" che ne veniva fatto. Ma secondo la tesi della difesa, accolta dal Tribunale del Riesame, per situazioni come queste alle no-profit non si può contestare il reato di truffa. Al massimo, si può formulare un'accusa penale più lieve, che non prevede l'arresto. Insomma, una doppia beffa. Che rischia di danneggiare tutte le ditte che fanno seriamente attività no profit. E pensare che sono solo canzonette...
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Rocco Giacintucci regna

Chi è questo signore? Probabilmente una persona incapace di gestire il proprio ruolo, quello di responsabile della polizia municipale di Termoli. Dopo una storiaccia ripresa in foto da un sacco di passanti, questo signore (siamo in democrazia quindi penso di poterlo definire un po' incapace) se ne esce con dichiarazioni deliranti, proprie di uno che forse dovrebbe fare altro anziché lavorare in un posto pubblico. A meno che a Termoli non abbiano privatizzato anche la Polzia Municipale...Sempre più chi lavora per lo Stato o a un minimo di potere si comporta da capetto invece di cercare di smorzare i toni. Caro Giacintucci non è così che si fa rispettare la legalità.
La linea dura dei vigili,l'ambulante nel portabagagli
di GIUSEPPE CAPORALE
da Repubblica.it
TERMOLI - Un giovane ambulante extracomunitario aggredito, tenuto per il collo e trascinato sull'asfalto, lungo il corso della città. Da tre vigili urbani.
E' accaduto a Termoli, all'altezza del corso Nazionale, sabato scorso, verso sera. Testimoni dell'accaduto diversi cittadini che non solo hanno fotografato la scena con i telefonini, ma sono intervenuti in soccorso del giovane straniero, affrontando le forze dell'ordine.
La polizia municipale aveva fermato l'ambulante in quanto sprovvisto di licenza di vendita. Pare che l'extracomunitario, a quel punto, abbia opposto resistenza aggrappandosi alla merce che i vigili volevano sequestrare. Poi, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stato strattonato a terra e trascinato in mezzo alla strada fino all'auto dei vigili.
"Volevano caricarlo nel portabagagli" raccontano alcuni testimoni al sito internet Primonumero.it che per primo ha pubblicato le foto dei lettori indignati per l'accaduto.
"Ho assistito a una deplorevole scena di crudeltà gratuita - commenta un testimone - i vigili urbani hanno trascinato e strattonato un ragazzo di colore perché non era in possesso della licenza. Alcuni miei amici hanno scattato delle foto con il cellulare. I vigili urbani è inutile che cerchino giustificazioni poiché non è vero - come affermano - che l'ambulante ha avuto una reazione eccessiva e che li ha autorizzati ad usare violenza nei suoi confronti. Ero presente ai fatti e ho ancora nelle orecchie la voce e il pianto dell'extracomunitario che supplicava".
Il responsabile della polizia municipale Rocco Giacintucci, replica: "Non so nulla, ero in ferie. Sto apprendendo ora quanto è successo. Una cosa però è certa: se i vigili hanno agito in quel modo è perché evidentemente c'è stata una reazione spropositata del giovane. Le regole in qualche modo le dobbiamo fare rispettare. Capisco che certe scene possono apparire più o meno cruente, ma dipende dalla reazione del soggetto".
"Davvero il pericolo più grave e il rischio più grande per l'ordine pubblico per la mia città, sono i venditori abusivi?" si chiede Marcella Stampo, della cooperativa Baobab "e quand'anche fosse così, non c'è altro modo per arginare il pericolo che picchiare e portare via una persona come fosse una cosa vecchia o una carcassa di animale, chiuso in un portabagagli? Mi rallegra solo pensare che le persone presenti abbiano avvertito la stupida cattiveria dell'accaduto e abbiano protestato".
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venerdì, agosto 15, 2008
Andate in vacanza? Leggete!

Luigi Grassia per La Stampa
Vita vissuta. L’aereo sta per decollare, le hostess passano a chiudere le cappelliere, il comandante invita ad allacciare le cinture; ma dopo un paio di minuti la stessa voce annuncia: «Scusate, c’è un guasto, dobbiamo tornare agli hangar per le necessarie riparazioni». Stupore, scoramento fra i passeggeri. Dopo 5 snervanti ore di sosta, l’aereo è pronto a ripartire, ma sorpresa, quando si entra si scopre che la cabina è piena come un uovo. In realtà, lo si capisce a questo punto, non c’era nessun guasto, la compagnia ha accorpato due voli, e chi se ne frega se i passeggeri avevano pagato per un servizio diverso, cioè per decollare 5 ore fa: tanto, appunto, hanno già pagato.
«All’inferno i clienti» era il motto (informale) delle compagnie ferroviarie nell’America dell’Ottocento, quando i ponti sulle Montagne Rocciose crollavano perché costruiti in fretta e male. Pare che «all’inferno i clienti» sia anche l’ultima moda delle compagnie aeree adesso che il caro-petrolio mangia ogni margine economico se gli aerei non sono pieni. Alla Stampa sono arrivate molte segnalazioni soprattutto da voli low cost e charter, ma l’epidemia contagia persino i collegamenti di linea. Nell’estate del 2008 Federconsumatori segnala un incremento del fenomeno fra il 20 il 25% rispetto al dato, già in forte aumento, del 2007.
Questa pratica vergognosa si chiama «underbooking» (il contrario dell’altrettanto vergognoso overbooking, che consiste nel vendere di proposito più biglietti dei posti disponibili) e non ha la benché minima giustificazione economica e contrattuale nel rincaro del carburante, perché se le compagnie sono in grado di fornire il servizio per cui si fanno dare i soldi, bene, altrimenti chiudano. L’underbooking va sanzionato nel più rigoroso dei modi, esigendo nelle dovute forme il pagamento delle penali (fino a 600 euro) ogni volta che le regole lo prevedono.
Per la Federconsumatori parla il vicepresidente Mauro Zanini, responsabile del servizio Sos Vacanze: «Spieghiamo per prima che cosa succede in caso di overbooking. Il viaggiatore ha diritto a un indennizzo di 250 euro se non trova posto quando dovrebbe volare su una tratta fino a 1500 chilometri, di 400 euro per le altre tratte intercomunitarie e per quelle fra i 1500 e i 3500 km, e di 600 euro per le distanze più lunghe.
Oltre a questo gli spettano la sistemazione gratuita su un volo successivo, e due telefonate gratis, e i pasti e l’eventuale ospitalità gratuita in albergo a seconda di quanto si dovrà attendere per il nuovo volo. Se il biglietto, a causa del troppo tempo perso, è diventato inutile, il passeggero ha diritto al rimborso oltre all’indennizzo. In caso di cancellazione senza preavviso, spettano gli stessi rimborsi e gli stessi indennizzi da 250, 400 o 600 euro proporzionati alle distanze, a meno che la compagnia non possa provare che il problema è stato dovuto a circostanze eccezionali».
Un esempio di circostanza eccezionale? «Se l’aereo viene colpito da un fulmine. Ma se invece, per esempio, c’è un guasto, che sia vero o inventato, non si tratta di una circostanza eccezionale a cui la compagnia aerea possa appellarsi: è suo compito garantire la manutenzione, se l’aereo non va è colpa sua».
E in caso di semplice ritardo, senza cancellazione? «Allora il passeggero ha diritto all’assistenza (pasti eccetera) se il volo è ritardato di 2 o più ore per le tratte inferiori a 1500 km, di 3 o più ore per le tratte intracomunitarie superiori a 1500 km e per tutte le altre comprese tra 1500 e 3500 km, di 4 o più ore per tutte le altre tratte. E se il ritardo supera le 5 ore, a prescindere dalla tratta, il passeggero ha diritto al rimborso del biglietto».
Come far valere questi diritti? Zanini spiega che «bisogna comunicare per raccomandata l’accaduto e chiedere indennizzi e rimborsi entro 10 giorni dal rientro. Conservate le ricevute delle spese extra. Se si è acquistato un pacchetto turistico vanno spedite due raccomandate, all’agenzia di viaggi e al tour operator. La norma di tutela è il decreto legislativo numero 111 del 1995, ora inserito del Codice del consumo. Per i biglietti aerei sfusi c’è la copertura del regolamento Ue numero 261 del 2004. Mi raccomando di fare sempre richiesta scritta e non accontentarsi di promesse verbali in aeroporto, che non valgono nulla».
Ma le compagnie aeree pagano il dovuto senza fare storie o bisogna avviare un contenzioso? «Di solito, di fronte a fatti evidenti, pagano, in un mese o due. Soprattutto le compagnie di bandiera e i grandi operatori charter. Ma certi operatori fanno storie e allora bisogna rivolgersi alle associazioni dei consumatori».
Zanini avverte: «Le compagnie possono aggirare la norma sui ritardi. Se comunicano lo spostamento dell’orario 24 ore prima, si mettono a posto, e il cliente non può fare nulla. Attenzione alle richieste di denaro prima della partenza giustificate con l’aumento di prezzo del carburante: possono essere fatte con 20 giorni di anticipo, non oltre.Se invece vengono fatte all’ultimo momento non valgono: non dovete pagare, e se pagate, al rientro potete e dovete pretendere il rimborso».
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giovedì, agosto 14, 2008
La Guzzanti violenta....

Chiedo scusa agli amici stranieri del blog, ma questa è per insider.
La Guzzanti: "Outing civile". E attacca ancora la Carfagna
Sabina Guzzanti lancia dal suo blog una campagna di "outing civile", un movimento per spingere le persone a dire "le cose pane al pane", e a riprendere con una telecamera questi gesti.
E non manca, nel post dell'attrice, un riferimento al ministro Mara Carfagna, che, dopo il suo intervento dal palco di piazza Navona, aveva sporto querela nei suoi confronti: "Berlusconi dice: la crisi si fa sentire, è il momento di stringere i denti. Mara tu no", commenta velenosa la Guzzanti.
www.sabinaguzzanti.it
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Phelps contro la fame...
... la sua ...
Michael Phelps affamato chiede che gli venga portato un cinghiale fritto
Mangiar bene, per sentirsi in forma. Con l'oro conquistato nella 4x200 stile libero, Michael Phelps è entrato ieri nella storia vincendo l'undicesimo titolo olimpico e salendo per la quinta volta a Pechino sul gradino più alto del podio. Dopo l'ultimo trionfo, il nuotatore statunitense ha rivelato il segreto che gli consente di sostenere durissimi allenamenti, cinque ore per sei volte la settimana: un'incredibile dieta - si fa per dire - da 12mila calorie al giorno, sei volte la quantità standard di un adulto maschio. La colazione del campione capace di oscurare Mark Spitz prevede tre uova in padella con il pane, con l'aggiunta di alcuni selezionati ingredienti: formaggio, lattuga, pomodori, cipolle fritte e ovviamente maionese. Poi due tazze di caffè e una scodella di fiocchi d'avena, una "pappa" di cereali spezzettati. Ma non è ancora finita. Ci sono tre fette di pane tostato, con zucchero a velo per assicurarsi che non manchino calorie. Per finire, tre piccole frittelle di cioccolato. Terminata la prima colazione e con le fitte della fame per l'incombere del pranzo, Phelps non rinuncia a mezzo chilo di pasta condita e due grandi panini con prosciutto e formaggio, pieni di maionese. E senza dimenticare mille calorie di bevanda energetica. La cena è il pasto in cui il nuotatore fa la scorta di carboidrati per l'allenamento del giorno successivo. Ancora mezzo chilo di pasta, accompagnato però da una pizza e altre mille calorie di bevanda energetica. Poi a letto per il meritato riposo. "Mangiare, dormire e nuotare, è tutto quello che so fare", ha detto ieri Phelps all'emittente statunitense Nbc.
Fonte Apcom
Michael Phelps affamato chiede che gli venga portato un cinghiale fritto
Mangiar bene, per sentirsi in forma. Con l'oro conquistato nella 4x200 stile libero, Michael Phelps è entrato ieri nella storia vincendo l'undicesimo titolo olimpico e salendo per la quinta volta a Pechino sul gradino più alto del podio. Dopo l'ultimo trionfo, il nuotatore statunitense ha rivelato il segreto che gli consente di sostenere durissimi allenamenti, cinque ore per sei volte la settimana: un'incredibile dieta - si fa per dire - da 12mila calorie al giorno, sei volte la quantità standard di un adulto maschio. La colazione del campione capace di oscurare Mark Spitz prevede tre uova in padella con il pane, con l'aggiunta di alcuni selezionati ingredienti: formaggio, lattuga, pomodori, cipolle fritte e ovviamente maionese. Poi due tazze di caffè e una scodella di fiocchi d'avena, una "pappa" di cereali spezzettati. Ma non è ancora finita. Ci sono tre fette di pane tostato, con zucchero a velo per assicurarsi che non manchino calorie. Per finire, tre piccole frittelle di cioccolato. Terminata la prima colazione e con le fitte della fame per l'incombere del pranzo, Phelps non rinuncia a mezzo chilo di pasta condita e due grandi panini con prosciutto e formaggio, pieni di maionese. E senza dimenticare mille calorie di bevanda energetica. La cena è il pasto in cui il nuotatore fa la scorta di carboidrati per l'allenamento del giorno successivo. Ancora mezzo chilo di pasta, accompagnato però da una pizza e altre mille calorie di bevanda energetica. Poi a letto per il meritato riposo. "Mangiare, dormire e nuotare, è tutto quello che so fare", ha detto ieri Phelps all'emittente statunitense Nbc.
Fonte Apcom
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Comunisti a Famiglia Cristiana

Ancora troppo incazzato da quella barzelletta di articolo che uno sconosciuto tizio è riuscito a farsi pubblicare su Newsweek (che sta venendo criticato negli USA per queste stupidaggini, ma questo in Italia non si dice) a proposito dei successi dell'esecutivo Berlusconi, posto la reazione isterica del PdL alle critiche di Famiglia Cristiana che, incredibilmente, si sta dimostrando l'unico media scritto, teoricamente moderato, che critica le misure velleitarie e caotiche messe in piedi dal governo, con la colpevole compiacenza del centrosinistra che invece di girarsi i pollici potrebbe fare qualcosa sul territorio. Che sò... un po' di politica coi cittadini? Quanto al centro-destra-destra-destra che dire? Tutti a inginocchiarsi davanti alla Cei o al Papa quando si tratta di temi non importanti (per la PdL) quando però, con indubbia linearità, i media cattolici ricordano cosa voglia dire essere cristiani, ecco che le truppe del cavaliere, con in testa Libero e il Giornale, si scagliano a testa bassa contro questi non-cristiani di Famiglia Cristiana. Signori, decidetevi.
enjoy
da Repubblica.it
Famiglia Cristiana rilancia
"Speriamo non rinasca il fascismo". Il centrodestra insorge: "Di fascista in Italia ci sono solo i loro toni"
Replica del direttore: "Le critiche al governo normali in un paese libero"
ROMA - Il settimanale Famiglia Cristiana torna all'attacco sulla politica del governo in materia di sicurezza, augurandosi che "non sia vero il sospetto" che in Italia stia rinascendo il fascismo "sotto altre forme". La rivista dei Paolini, che lunedì scorso aveva attaccato l'esecutivo per la "finta emergenza sicurezza", replica anche alle dure critiche che gli sono arrivate dopo quell'articolo dagli esponenti della maggioranza: "Non siamo cattocomunisti". Ma il centrodestra insorge: "I toni fascisti sono quelli del settimanale". E il direttore della rivista rilancia: "In un paese normale le critiche sono libere".
La difesa. "Siamo e saremo sempre in prima linea su tutti i temi eticamente irrinunciabili", scrive Beppe Del Colle, che ricorda: "Divorzio, aborto, procreazione assistita, eutanasia, 'dico', diritti della famiglia, abbiamo condannato l'inserimento dei radicali nelle liste del Pd". Poi passa in rassegna la storia del settimanale:, e avverte: "Non siamo mai cambiati nel modo di affrontare le realtà del mondo con spirito di cristiani".
Le critiche a Maroni. La rivista cattolica torna anche a parlare della norma sulle impronte ai rom, che definisce "una trovata sciocca e inutile". "Abbiamo definito 'indecente' la proposta del ministro Maroni sui bambini rom - si legge - perché da un lato basta censirli, aiutarli a integrarsi con la società civile in cui vivono marginalizzati, ma dall'altro bisogna evitargli la vergogna di vedersi marcati per tutta la vita come membri di un gruppo etnico considerato in potenza tutto esposto alla criminalità".
Le discriminazioni ai rom. Proprio la questione delle impronte porta Del Colle a ricordare le persecuzioni a danno delle minoranze: "Quella foto del bimbo ebreo nel ghetto di Varsavia con le mani alzate davanti alle Ss è venuta alla memoria come un simbolo. Per questo il Parlamento di Strasburgo e il Consiglio europeo hanno protestato". Poi cita la rivista francese Esprit, che ha scritto che "gli italiani sono incredibilmente duri contro i romeni e gli zingari", e dice: "Speriamo che non si riveli mai vero il suo sospetto che stia rinascendo da noi sotto altre forme il fascismo".
La risposta a Giovanardi. Famiglia Cristiana risponde poi direttamente alle critiche del sottosegretario Giovanardi, che li aveva definiti "cattocomunisti": "Secondo Giovanardi - scrive - non rappresentiamo la 'vera dottrina della chiesa'. Nessuna autorità religiosa ci ha rimproverato nulla del genere, e lui non ha nessun titolo per giudicarci dal punto di vista teologico-dottrinale".
Le reazioni del centrodestra. Ancora Giovanardi: "Di fascista oggi in Italia ci sono soltanto i toni da manganellatore che Famiglia Cristiana consente di usare a Beppe Del Colle". Il capogruppo leghista alla Camera, Non sono gli editoriali a cambiare la realtà. Il mondo cattolico condivide le misure sulla sicurezza adottate dal governo e approvate dal Parlamento" . Ignazio La Russa: "Famiglia Cristiana riporti in avanti l'orologio, non esiste nessuna limitazione a dire sciocchezze".
La replica del direttore. "Sono sorpreso di queste reazioni perchè ogni cittadino dovrebbe poter valutare l'operato del governo": così il direttore di Famiglia Cristiana Antonio Sciortino. "In un paese normale - aggiunge - questo fa parte di un libero dibattito, di un libero confronto".
E da il Giornale.it dell'impareggiabile direttore e inventore di Lucignolo, il maraviglioso Mario Giordano:
Se errare è umano e perseverare è diabolico, per Famiglia Cristiana ci vuole l’esorcista. (...) l direttore del settimanale, che una volta veniva letto come se fosse la voce del vangelo e adesso invece, al massimo, come se fosse la voce di Pecoraro Scanio, ha detto che sono un po’ in crisi con le vendite e che per questo stanno facendo molti tagli. Si sa, sono tempi duri per tutti. Ma se non si decidono a ripristinare l’aria condizionata in redazione sono guai seri: ad agosto il caldo fa sragionare. (...) i sconsigliamo di comprare il papiro, ma vi riassumiamo il pezzo forte debitamente anticipato alle agenzie. Un articolo di Beppe Del Colle che, per rispondere al vespaio di polemiche suscitate dal primo violento ukaze, accusa i politici di fare dichiarazioni «superficiali e irresponsabili». E, per restare in tema, parla di «rischio fascismo» in Italia e, di fianco, pubblica la storica foto del bimbo ebreo di Varsavia, simbolo della persecuzione nazista, dicendo che è venuta in mente a tutti (proprio a tutti?) quando Maroni ha presentato il pacchetto sicurezza e le norme sui rom. C’è altro da aggiungere? Evidentemente non sono solo i politici a fare dichiarazioni «superficiali e irresponsabili». Anche i giornalisti si difendono bene.(...)
e chi vuole leggere il resto di questa schifezza se la cerchi in google.....
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mercoledì, agosto 13, 2008
Newsweek's delirium

The famous Jacopo Barigazzi (who?) writes an article about mister B and media own by the first minister quote this masterpiece. This is an evidence: you can find bad journalism also in America. Mister Barigazzi should go to Naples, but not to the city centre. The garbage is still there. Maybe he shouldn't copy Ansa wires. Ah. Barigazzi!
NEWSWEEK
Published Aug 9, 2008
In his first 100 days in office, Silvio Berlusconi may have done the impossible: to a degree unprecedented in modern Italian history, he asserted control over this seemingly ungovernable nation. The opposition parties are mired in squabbling, and Berlusconi, now prime minister for the third time since 1994, has an approval rating of 55 percent—higher than Britain's Gordon Brown, France's Nicolas Sarkozy or Spain's José Luis Rodríguez Zapatero.
That anyone in Italy has managed to be so successful is surprising. More than most Western European countries, Italy has long been bedeviled by corruption and a system that gives disproportionate political weight to small parties. Berlusconi's predecessor, Romano Prodi, was stymied by his center-left party's tiny Senate majority and the government's fractious nine-party coalition. But Berlusconi, the 72-year-old media mogul, cannily exploited a 2005 electoral law that wiped out these small parties to win a surprise landslide victory from which the opposition is still trying to recover.
His center-right party now has 174 seats in the Senate (versus the left's 132) and while he enjoys something of a honeymoon period with the electorate, he has also wasted little time in consolidating his authority. One of his first acts: pushing through a bill that gives the top four national officeholders, including the prime minister himself, immunity from prosecution while in office. The bill passed overwhelmingly last month, and put an end to outstanding criminal proceedings against Berlusconi (which he and supporters say were politically driven).
That this new law was a possible conflict of interest did not go by unnoticed, but Italians are feeling too poor to pay it much attention. After 10 years of near-zero economic growth—Bank of America predicts 0.5 percent growth this year—they are demanding security, financial and otherwise. And Berlusconi is delivering, with an iron-fist-in-velvet-glove competence. Emblematic has been his ability to clean up Naples, buried for months under trash in part because the surrounding communities simply did not trust the government to manage the landfills. Ever the showman, Berlusconi held cabinet meetings in Naples—fulfilling a campaign promise to do so until the trash was cleared—and appointed a "garbage czar" to fix the problem. In July, Parliament approved Berlusconi's plan to open new landfills and incinerators, and permit soldiers to protect temporary landfills from angry residents. Days later Berlusconi said 50,000 tons of trash had been removed.
With a similar resolve he tackled the perception that violent crime is on the rise (despite data showing otherwise), and that foreigners are to blame for it. In July, the government declared a state of emergency to fight illegal immigration and proposed a law mandating fingerprinting for all Roma living in camps in Italy. Berlusconi softened the plan in the face of opposition from human-rights groups and the European Union. But in early August, he deployed thousands of troops throughout Italy in a bid to crack down on immigration and petty crime.
Such tough tactics could give Berlusconi the cover to tackle some of Italy's deeper issues. Italians now pay some of the highest taxes in Western Europe, at 43 percent, and have some of the lowest salaries—leading to widespread tax evasion. Public debt remains at more than 100 percent of GDP; servicing it costs Italy 5 percent to 6 percent of GDP annually, says Bank of America's Gilles Moec. Berlusconi has pledged to reduce spending (in contrast to his first term), but doing so will make it harder to fulfill a pledge to cut taxes or to stimulate growth. Yet Berlusconi must figure out a way. Italians like him now, but what they really want is economic stability. Cleaning up trash and harassing immigrants won't be enough.
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Un grande Ministro degli Esteri
Ho raramente incontrato uno così pavone come Franco Frattini. Preoccupato più del colore delle cravatte che dei motivi per cui è stato votato (e che forse ignora persino lui)

Franco Frattini, ex socialista di craxiana memoria, è uno dei personaggi più impresentabili mandati a Bruxelles dall'italietta bipartisan e rissosa di questi anni. Rientrato lo hanno fatto Ministro degli Esteri grazie a questa legge-truffa con prerefernze bloccate e decise dai Partiti (precedentemente era stato trombato nel 2001). Un gran Ministro degli Esteri a leggere il pezzo che segue...
FRATTINI & FRATTAGLIE
Massimo Gramellini per La Stampa
Franco Frattini non parteciperà al vertice europeo dei ministri degli Esteri sulla guerra del Caucaso perché impegnato in una vacanza alle Maldive. Ignoriamo il contenuto, ovviamente segreto, della delicata missione che il ministro sta svolgendo in quel lontano arcipelago, dietro lo schermo ufficiale del viaggio di piacere.
Ma che si tratti di far rientrare la ribellione armata (di stuzzicadenti) del contingente di gitanti bergamaschi innervositi dalla cattiva qualità delle olive negli hotel di Fua Mulaku, oppure di fungere da arbitro nella disputa territoriale fra due vicini di bungalow dell’atollo di Bathala circa l’uso dello stendino per i costumi, non vi è dubbio alcuno che la nostra diplomazia saprà essere all’altezza della situazione, essendo appunto le vacanze e i luoghi a esse collegati il contesto ideale per dispiegare i nostri talenti migliori.
Non finiremo mai di lodare la saggezza di Frattini e il suo pragmatismo: ci pensino quei boriosi dei francesi a far finta di dipanare l’ingarbugliato gomitolo caucasico. Noi presidiamo i bungalow e l'oliva, senza escludere un vertice sugli sci d’acqua con il democratico americano Barack Obama, in ferie di lavoro alle Hawaii. Però disertare la riunione europea di Bruxelles sarebbe stato maleducato. Così, al posto del ministro con le pinne il fucile e gli occhiali, a rappresentare l’Italia sarà una giovane promessa della politica: il sottosegretario Vincenzo Scotti, omonimo del notabile democristiano risalente al periodo mesozoico della Repubblica. Ma talmente omonimo che è proprio lui.
La Stampa - Signori non più giovanissimi, vi eravate dimenticati della sua esistenza? E voi, ragazzi, nemmeno sapete chi sia? Enzo-Vincenzo Scotti, 75 anni, napoletano, è invece ancora dei nostri. Democristiano eletto per la prima volta alla Camera nel ‘68, ministro a ripetizione (anche all’Interno e alla Farnesina), in governi retti da premier che portavano il nome di Giulio Andreotti e Bettino Craxi, e poi inguaiato da Mani pulite, è ora sottosegretario agli Esteri. Oggi è il suo gran giorno: al posto di Franco Frattini, a Bruxelles, per discutere coi grandi d’Europa ci sarà lui. L’ultima volta che ci andò, la Georgia nemmeno esisteva..
Per chi non avesse chiaro chi è Frattini 1:
intervistato da Reuters ha dichiarato la sua intenzione di indagare possibilità tecniche per mettere in atto il monitoraggio e la censura di “parole pericolose” come “bombe”, “uccidere”, “genocidio” e “terrorismo” ed è attesa una proposta agli stati membri nel Novembre 2007
Per chi non avesse chiaro chi è Frattini 2:
2007
Frattini è stato censurato dall'Europarlamento per le sue esternazioni contro la libertà di movimento delle persone nella UE. Nell'intervista riliasciata e pubblicata il 2 novembre Frattini sottolineava che per rispondere al problema sicurezza
« ...quello che si deve fare è semplice: si va in un campo nomadi a Roma, ad esempio sulla Cristoforo Colombo, e a chi sta lì si chiede "tu di che vivi?". Se quello risponde "non lo so", lo si prende e lo si rimanda in Romania. Così funziona la direttiva europea: semplice e senza scampo. » (fonte wikipedia e agenzie)

Franco Frattini, ex socialista di craxiana memoria, è uno dei personaggi più impresentabili mandati a Bruxelles dall'italietta bipartisan e rissosa di questi anni. Rientrato lo hanno fatto Ministro degli Esteri grazie a questa legge-truffa con prerefernze bloccate e decise dai Partiti (precedentemente era stato trombato nel 2001). Un gran Ministro degli Esteri a leggere il pezzo che segue...
FRATTINI & FRATTAGLIE
Massimo Gramellini per La Stampa
Franco Frattini non parteciperà al vertice europeo dei ministri degli Esteri sulla guerra del Caucaso perché impegnato in una vacanza alle Maldive. Ignoriamo il contenuto, ovviamente segreto, della delicata missione che il ministro sta svolgendo in quel lontano arcipelago, dietro lo schermo ufficiale del viaggio di piacere.
Ma che si tratti di far rientrare la ribellione armata (di stuzzicadenti) del contingente di gitanti bergamaschi innervositi dalla cattiva qualità delle olive negli hotel di Fua Mulaku, oppure di fungere da arbitro nella disputa territoriale fra due vicini di bungalow dell’atollo di Bathala circa l’uso dello stendino per i costumi, non vi è dubbio alcuno che la nostra diplomazia saprà essere all’altezza della situazione, essendo appunto le vacanze e i luoghi a esse collegati il contesto ideale per dispiegare i nostri talenti migliori.
Non finiremo mai di lodare la saggezza di Frattini e il suo pragmatismo: ci pensino quei boriosi dei francesi a far finta di dipanare l’ingarbugliato gomitolo caucasico. Noi presidiamo i bungalow e l'oliva, senza escludere un vertice sugli sci d’acqua con il democratico americano Barack Obama, in ferie di lavoro alle Hawaii. Però disertare la riunione europea di Bruxelles sarebbe stato maleducato. Così, al posto del ministro con le pinne il fucile e gli occhiali, a rappresentare l’Italia sarà una giovane promessa della politica: il sottosegretario Vincenzo Scotti, omonimo del notabile democristiano risalente al periodo mesozoico della Repubblica. Ma talmente omonimo che è proprio lui.
La Stampa - Signori non più giovanissimi, vi eravate dimenticati della sua esistenza? E voi, ragazzi, nemmeno sapete chi sia? Enzo-Vincenzo Scotti, 75 anni, napoletano, è invece ancora dei nostri. Democristiano eletto per la prima volta alla Camera nel ‘68, ministro a ripetizione (anche all’Interno e alla Farnesina), in governi retti da premier che portavano il nome di Giulio Andreotti e Bettino Craxi, e poi inguaiato da Mani pulite, è ora sottosegretario agli Esteri. Oggi è il suo gran giorno: al posto di Franco Frattini, a Bruxelles, per discutere coi grandi d’Europa ci sarà lui. L’ultima volta che ci andò, la Georgia nemmeno esisteva..
Per chi non avesse chiaro chi è Frattini 1:
intervistato da Reuters ha dichiarato la sua intenzione di indagare possibilità tecniche per mettere in atto il monitoraggio e la censura di “parole pericolose” come “bombe”, “uccidere”, “genocidio” e “terrorismo” ed è attesa una proposta agli stati membri nel Novembre 2007
Per chi non avesse chiaro chi è Frattini 2:
2007
Frattini è stato censurato dall'Europarlamento per le sue esternazioni contro la libertà di movimento delle persone nella UE. Nell'intervista riliasciata e pubblicata il 2 novembre Frattini sottolineava che per rispondere al problema sicurezza
« ...quello che si deve fare è semplice: si va in un campo nomadi a Roma, ad esempio sulla Cristoforo Colombo, e a chi sta lì si chiede "tu di che vivi?". Se quello risponde "non lo so", lo si prende e lo si rimanda in Romania. Così funziona la direttiva europea: semplice e senza scampo. » (fonte wikipedia e agenzie)
I nostri "biscotti"
Posto la foto di un'altra storica combine italiana. Trattasi di Italia-Camerun el mondiale 1982 (stando almeno a quanto dice Oliviero Beha)

Vi ricordate gli Europei quando i giornalisti Rai e i loro accompagnatori berciavano di un presunto biscotto (combine) degli olandesi per fare fuori dalla fase successiva una squadretta che aveva segnato cl contagocce e non meritava di andare avanti (dimenticate la vittoria con la Francia che i transalpini erano così cotti che si sarebbero fatti battere dal San Marino)? Ricordate le nostre squallide vestali a minacciare, inveire contro l'avverso destino. Guai, guai agli olandesi se non dovessero battere la Romania. Poi arrivano le Olimpiadi e l'Italia non batte il Camerun (che si farà massacrare dal Brasile) e persino i giornali cinesi parlano di combine. Non c'è nulla da dire. O meglio, ci sarebbe, ma poi fioccherebbero le querele.
da Repubblica.it
Italia-Camerun, pari e fischi. Blatter e Abete attaccano
Il pari va bene a tutti. I dirigenti: "Brutto spettacolo"
Gli azzurri chiudono al primo posto ed evitano il Brasile ai quartidal nostro inviato MARCO MENSURATI
TIANIJN - Iniziata come una partita vera, la sfida tra Camerun e Italia - in palio un buono per evitare di incrociare il Brasile nella prossima partita - finisce in un mezzo biscotto. Uno spettacolo talmente avvilente e noioso che addirittura i cinesi, popolo paziente per eccellenza, finiscono per fischiare e reclamare la restituzione dei soldi del biglietto. Il boato di delusione che esplode al 90' dovrebbe far riflettere un po' tutti: forse i tifosi e le Olimpiadi in generale meritavano un po' più di rispetto.
Inevitabile alla fine la polemica. Blatter, presidente della Fifa: "Meglio non commentare quello che ho visto". Abete, che di solito non si sbilancia mai: "Un brutto spettacolo". Casiraghi difende la prestazione della squadra: "L'harakiri esiste in Giappone, non in Cina. Abbiamo giocato tre partite in sei giorni, c'era un caldio bestiale".
Eppure, all'inizio, nonostante un pareggio andasse bene a entrambe le squadre, nonostante il terreno, -una "spiaggia dipinta di verde" l'hanno ribattezzato i brasiliani che qui ci hanno giocato le prime due partite - nonostante il caldo soffocante e, soprattutto, nonostante l'arbitro pasticcione, Italia e Camerun almeno ci hanno provato. Soprattutto in avvio, quando la squadra che aveva più da perdere, il Camerun, ha cercato di metterla subito sul piano a lei più congeniale, quello agonistico e atletico.
L'impatto dei camerunensi con il match è stato piuttosto duro. Tanto duro che, già al 13', hanno rischiato di portarsi in vantaggio. Su calcio di rigore. In area ci erano arrivati quasi per caso. Ma una volta lì hanno pescato il colpo di spalla di Bocchetti scambiato dall'assistente dell'arbitro Vasquez per un tocco col braccio. Per fortuna degli azzurri, sulla realizzazione, Emiliano Viviano portiere del Brescia, classe '85, trova il guizzo giusto, legge la traiettoria e salva il risultato.
Il Camerun però insiste. Non ha la minima intenzione di accontentarsi del suo punto e qualificarsi ai quarti. E quindi spinge sul versante agonistico del match, forse ancora più di prima. E' qui che l'arbitro dà il peggio di sé permettendo nella fase centrale del primo tempo agli "indomabili" entrate troppo violente e scomposte - seppure quasi mai cattive. Ed è proprio in conseguenza di una di queste entrate che finisce la partita. Subito dopo un rigore reclamato dagli azzurri (aggancio in area di Giovinco e uscita spericolata ma, probabilmente, regolare del portiere avversario) in un incrocio con Nocerino a centrocampo, il colossale Mandjeck entra in maniera sconsiderata prendendo in pieno il piede dell'avversario. Rosso diretto.
A quel punto, con un uomo in meno e un po' di acido lattico nelle gambe, il Camerun - che perdendo avrebbe rimesso in gioco la Corea - decide di accontentarsi. E si ferma. Nel senso letterale del termine. Ne viene fuori una palude immobile di passaggetti e mezzi tocchi che spazientisce persino il pubblico cinese, che mai si sarebbe sognato di dover fischiare a uno dei molti avvenimenti delle sue attesissime olimpiadi.
L'Italia dal canto suo sta al gioco. Non tanto per paura di qualcosa di particolare quanto perché il caldo e l'umidità stringono il water drop, lo stadio da 80 milioni di dollari costruito per l'evento, in una morsa micidiale. E perché il torneo è ancora lungo.

Vi ricordate gli Europei quando i giornalisti Rai e i loro accompagnatori berciavano di un presunto biscotto (combine) degli olandesi per fare fuori dalla fase successiva una squadretta che aveva segnato cl contagocce e non meritava di andare avanti (dimenticate la vittoria con la Francia che i transalpini erano così cotti che si sarebbero fatti battere dal San Marino)? Ricordate le nostre squallide vestali a minacciare, inveire contro l'avverso destino. Guai, guai agli olandesi se non dovessero battere la Romania. Poi arrivano le Olimpiadi e l'Italia non batte il Camerun (che si farà massacrare dal Brasile) e persino i giornali cinesi parlano di combine. Non c'è nulla da dire. O meglio, ci sarebbe, ma poi fioccherebbero le querele.
da Repubblica.it
Italia-Camerun, pari e fischi. Blatter e Abete attaccano
Il pari va bene a tutti. I dirigenti: "Brutto spettacolo"
Gli azzurri chiudono al primo posto ed evitano il Brasile ai quartidal nostro inviato MARCO MENSURATI
TIANIJN - Iniziata come una partita vera, la sfida tra Camerun e Italia - in palio un buono per evitare di incrociare il Brasile nella prossima partita - finisce in un mezzo biscotto. Uno spettacolo talmente avvilente e noioso che addirittura i cinesi, popolo paziente per eccellenza, finiscono per fischiare e reclamare la restituzione dei soldi del biglietto. Il boato di delusione che esplode al 90' dovrebbe far riflettere un po' tutti: forse i tifosi e le Olimpiadi in generale meritavano un po' più di rispetto.
Inevitabile alla fine la polemica. Blatter, presidente della Fifa: "Meglio non commentare quello che ho visto". Abete, che di solito non si sbilancia mai: "Un brutto spettacolo". Casiraghi difende la prestazione della squadra: "L'harakiri esiste in Giappone, non in Cina. Abbiamo giocato tre partite in sei giorni, c'era un caldio bestiale".
Eppure, all'inizio, nonostante un pareggio andasse bene a entrambe le squadre, nonostante il terreno, -una "spiaggia dipinta di verde" l'hanno ribattezzato i brasiliani che qui ci hanno giocato le prime due partite - nonostante il caldo soffocante e, soprattutto, nonostante l'arbitro pasticcione, Italia e Camerun almeno ci hanno provato. Soprattutto in avvio, quando la squadra che aveva più da perdere, il Camerun, ha cercato di metterla subito sul piano a lei più congeniale, quello agonistico e atletico.
L'impatto dei camerunensi con il match è stato piuttosto duro. Tanto duro che, già al 13', hanno rischiato di portarsi in vantaggio. Su calcio di rigore. In area ci erano arrivati quasi per caso. Ma una volta lì hanno pescato il colpo di spalla di Bocchetti scambiato dall'assistente dell'arbitro Vasquez per un tocco col braccio. Per fortuna degli azzurri, sulla realizzazione, Emiliano Viviano portiere del Brescia, classe '85, trova il guizzo giusto, legge la traiettoria e salva il risultato.
Il Camerun però insiste. Non ha la minima intenzione di accontentarsi del suo punto e qualificarsi ai quarti. E quindi spinge sul versante agonistico del match, forse ancora più di prima. E' qui che l'arbitro dà il peggio di sé permettendo nella fase centrale del primo tempo agli "indomabili" entrate troppo violente e scomposte - seppure quasi mai cattive. Ed è proprio in conseguenza di una di queste entrate che finisce la partita. Subito dopo un rigore reclamato dagli azzurri (aggancio in area di Giovinco e uscita spericolata ma, probabilmente, regolare del portiere avversario) in un incrocio con Nocerino a centrocampo, il colossale Mandjeck entra in maniera sconsiderata prendendo in pieno il piede dell'avversario. Rosso diretto.
A quel punto, con un uomo in meno e un po' di acido lattico nelle gambe, il Camerun - che perdendo avrebbe rimesso in gioco la Corea - decide di accontentarsi. E si ferma. Nel senso letterale del termine. Ne viene fuori una palude immobile di passaggetti e mezzi tocchi che spazientisce persino il pubblico cinese, che mai si sarebbe sognato di dover fischiare a uno dei molti avvenimenti delle sue attesissime olimpiadi.
L'Italia dal canto suo sta al gioco. Non tanto per paura di qualcosa di particolare quanto perché il caldo e l'umidità stringono il water drop, lo stadio da 80 milioni di dollari costruito per l'evento, in una morsa micidiale. E perché il torneo è ancora lungo.
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Russia contro Georgia lite anche nel beach volley
La nazionale georgiana composte da brasiliani "naturalizzati". Protestano i russi: "Abbiamo giocato contro il Brasile, questi non conoscono nemmeno il nome del presidente giorgiano"
EMILIO MARRESE per la Repubblica
PECHINO - Dopo l'abbraccio da libro Cuore sul podio, che aveva commosso e fatto scrivere pagine, tra la russa Paderina e la georgiana Salukvadze, argento e bronzo nella pistola dieci metri, oggi al beach volley è finita ben diversamente: la tregua olimpica s'è insabbiata. Le atlete russe, eliminate dalle georgiane, hanno fatto notare di essere state buttate fuori, in realtà, da due brasiliane naturalizzate a suon di dollari. E il presidente della federazione georgiana ha risposto a brutto muso: zitte voi che ci state invadendo. "Abbiamo giocato contro il Brasile, non la Georgia" , ha detto la russa Alexandra Shiryaeva dopo l'incontro, perso per 1-2: "Queste non conoscono nemmeno il nome del presidente georgiano". Non ha tutti i torti, la ragazza: Christine Santanna e Andreeza Chagas hanno ottenuto la cittadinanza della Georgia senza nemmeno vivere in questo Paese. I loro nomi sono stati cambiati in Saka e Rtvelo, che sono poi le due parti del nome Georgia in lingua locale. Stesso discorso, e ancor più comico, per la coppia del beach volley maschile georgiano: altri due brasiliani ingaggiati dietro lauto compenso che si chiamano Renato Gomes e Jorge Terceiro, ma per esibirsi nel loro sport, non solo ai Giochi, si sono fatti ribattezzare Geor e Gia.
Il presidente della Federazione volley georgiana, Levan Akhvlediani, ha replicato alle accuse delle russe schiacciando duro, pure troppo: "Qui è solo sport e le guerre è meglio vincerle sui campi di gara: sono notti che non dormo per l'invasione russa del mio paese. Con le loro proteste le russe si sono dimostrate cattive perdenti. Ora che sono state sconfitte si lamentano di essere state battute dal Brasile, se avessero vinto, avrebbero detto di aver battuto la Georgia. Dopo lo scoppio della guerra molti dei nostri atleti volevano andarsene da Pechino, ma siamo rimasti su ordine del presidente Saakashvili e abbiamo continuato a gareggiare nel rispetto dello spirito olimpico, nonostante la preoccupazione, senza avere praticamente notizie delle nostre famiglie. Ma ora a casa sono sicuro che tutti sono molto contenti".
Geor e Gia invece avevano perso tre giorni fa contro il Brasile vero, campione olimpionico in carica (Ricardo ed Emanuel), col quale dividono allenatori e centro tecnico di preparazione: "In Georgia non è che ci stiamo molto: per il beach volley il Brasile è molto meglio". Solo per quello, naturalmente.
Attenzione agli Iphone con killer switch

http://massimorusso.blog.kataweb.it
Apple ha la possibilità di controllare a distanza tutti gli iPhone e disabilitare, qualora lo ritenga opportuno, applicazioni e software installati sui terminali degli utenti. Dopo una settimana di indiscrezioni in proposito, è stato lo stesso amministratore delegato Steve Jobs ad ammetterlo a margine di un colloquio con il Wall Street Journal sull’andamento lusinghiero delle vendite delle applicazioni per il gadget tecnologico più desiderato del momento.
La possibilità per Apple di rimuovere software in remoto dai propri telefoni esiste, ha affermato Jobs, giustificandola come un estremo rimedio all’eventuale distribuzione di un programma dannoso attraverso l’Apple App store, il negozio online al quale è necessario ricorrere per scaricare e installare programmi sul telefono: “Speriamo di non aver mai bisogno di tirare quella leva”, ha aggiunto, “ma sarebbe irresponsabile non avere una maniglia come quella da tirare in caso di necessità”.
La discussione sull’esistenza del “kill switch”, l’interruttore killer, era iniziata da una settimana sui forum degli appassionati in rete e nei siti specializzati in software e telefonia. Ad accenderla era stato Jonathan Zdziarski, uno sviluppatore di codice indipendente che, esaminando i file all’interno del telefono, si era reso conto che l’apparecchio di tanto in tanto scarica dalla casa madre un file di “applicazioni non autorizzate” inserite in una lista nera, che potrebbero poi essere eliminate in automatico dalla memoria del terminale. Il fatto, precisava lo stesso Zdziarski, non significa che Apple abbia la capacità di spiare i telefoni per sapere cosa contengano, ma vuol dire che potrebbe invece cancellare dai terminali - se presente - software inserito in una lista nera e ritenuto indesiderato.
L’esistenza di una tale facoltà solleva comunque una serie di dubbi sulla possibile violazione di diritti dei consumatori. Innanzitutto per la mancata trasparenza, considerato che si tratta di una informazione che un acquirente potrebbe voler conoscere prima di acquistare il telefono. In secondo luogo per la possibile falla alla sicurezza: che accadrebbe se qualcuno utilizzasse tale funzionalità per danneggiare i terminali degli utenti? Infine, e soprattutto, per la discrezionalità lasciata ad Apple: chi decide quali sono le applicazioni potenzialmente dannose? Mentre la cosa è ovvia per un software che ad esempio ruba i dati personali degli utenti, la questione non è altrettanto chiara per programmi ritenuti da Apple illegittimi per ragioni commerciali o di politica industriale. E’ facile immaginare, ad esempio, il fuoco di indignazione che sarebbe divampato se una cosa analoga l’avesse fatta Bill Gates su tutti i pc equipaggiati con il sistema operativo Microsoft.
Più in generale, si aprono quesiti su quali siano i limiti ai diritti dei fabbricanti su quel che acquistiamo. Comprereste, ad esempio, un’automobile alla quale la casa madre inibisse la possibilità di percorrere alcune strade perché dichiarate “potenzialmente pericolose?”
Aggiornamento delle 19:15 - L’Adoc chiede controlli e chiarimenti. L’associazione di tutela dei consumatori Adoc, sulla vicenda del controllo in remoto dell’iPhone da parte di Apple, chiederà controlli all’autorità italiana per la garanzia dei dati personali e alla stessa polizia postale. Obiettivo, verificare se non siano state violate leggi italiane. Secondo Carlo Pileri, presidente dell’associazione, “è necessario che le autorità italiane facciano chiarezza sul fatto che siano state rispettate le leggi italiane sulla privacy nella commercializzazione del telefonino, altrimenti chiederemo il sequestro di tutti gli apparecchi non ancora venduti e la sostituzione di quelli già venduti se gli acquirenti lo richiederanno, affinchè venga disattivato il sistema di controllo installato dalla Apple”.
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Proteggici tu

Su indicazione di Guzzanti ho scoperto che la Madonna del Manganello esiste davvero. Pensavo fosse un'invenzione. Sulla scorta di quello che si vede oggi in Italia credo che possa essere eretta a protettrice nazionale.
Siccome questo vuole essere anche un sito che fa un minimo di informazione eccovi una breve spiegazione:
La Madonna del manganello è una rappresentazione iconografica della figura cristiana della Madonna, diffusa a Vibo Valentia durante il ventennio fascista e caduta in disuso con la deposizione del regime.
Pur non avendo mai avuto un riconoscimento ecclesiastico ufficiale, la Madonna del manganello rientrò in un insieme di rappresentazioni diffuse, principalmente in forma di statue e santini, negli anni trenta del XX secolo nell'ottica dello spirito clerico-fascista voluto dalla Chiesa e dal regime stesso. Nell'ambito di questa corrente, si arrivò ad alcune aberrazioni quali san Francesco proclamato "precursore del Duce" nel 1926, o l'icona di santa Chiara in trionfo sui fasci littori.
E adesso tutti assieme (e nemmeno questa è una invenzione, ma una preghiera che esisteva)
« O tu santo Manganello
tu patrono saggio e austero,
più che bomba e che coltello
coi nemici sei severo.
O tu santo Manganello
Di nodosa quercia figlio
ver miracolo opri ognor,
se nell'ora del periglio
batti i vivi e gli impostor.
Manganello, Manganello,
che rischiari ogni cervello,
sempre tu sarai sol quello
che il fascista adorerà. »
martedì, agosto 12, 2008
Il fascismo rosso nei minimi particolari
Lin, il piccolo pesce messo a muovere la bocca in diretta planetaria

Lin, volto e voce dei. Giochi: ma è un bluff
da Repubblica.it
La piccola ha stregato un'intera nazione durante la cerimonia di apertura cantando la canzone patriottica, ma la voce non era sua bensì quella di una bambina più giovane, non mandata in video perché non abbastanza telegenica per sedurre la platea mondiale
Ha soltanto mimato le parole della sua canzone patriottica la bimba cinese che, fasciata in un elegante abitino rosso, durante la cerimonia d'inaugurazione dei Giochi Olimpici di Pechino, ha stregato i novantamila spettatori dello stadio olimpico. Non solo si trattava di un mero play-back, ma non era nemmeno dovuto a lei: l'angelica vocina risuonata nel maestoso impianto non apparteneva infatti a Lin Miaoke, 9 anni, ma a un'altra bambina. Lo ha dichiarato alla televisione di stato il direttore musicale della cerimonia, Chen Qigang.
La piccola era stata selezionata per apparire in pubblico e si è esibita in un momento-chiave dello spettacolo durato oltre tre ore, diventando subito una mini-star internazionale. Peccato che la voce appartenesse invece a Yang Peiyi, più giovane di due anni, faccino paffuto ma dentatura irregolare: non abbastanza telegenica per sedurre la platea mondiale. "Abbiamo fatto la scelta giusta per la nazione", ha detto Chen. "L'immagine nell'obiettivo doveva essere impeccabile, espressiva e in linea con il sentimento nazionale. Lin Miaoke aveva queste caratteristiche, ma in termini di voce era Yang Peiyi a essere perfetta".
Ecco invece la vera cantante dell'inno patriottico della grande Cina. Anche questo è terribile e odioso fascismo orwelliano.

Lin, volto e voce dei. Giochi: ma è un bluff
da Repubblica.it
La piccola ha stregato un'intera nazione durante la cerimonia di apertura cantando la canzone patriottica, ma la voce non era sua bensì quella di una bambina più giovane, non mandata in video perché non abbastanza telegenica per sedurre la platea mondiale
Ha soltanto mimato le parole della sua canzone patriottica la bimba cinese che, fasciata in un elegante abitino rosso, durante la cerimonia d'inaugurazione dei Giochi Olimpici di Pechino, ha stregato i novantamila spettatori dello stadio olimpico. Non solo si trattava di un mero play-back, ma non era nemmeno dovuto a lei: l'angelica vocina risuonata nel maestoso impianto non apparteneva infatti a Lin Miaoke, 9 anni, ma a un'altra bambina. Lo ha dichiarato alla televisione di stato il direttore musicale della cerimonia, Chen Qigang.
La piccola era stata selezionata per apparire in pubblico e si è esibita in un momento-chiave dello spettacolo durato oltre tre ore, diventando subito una mini-star internazionale. Peccato che la voce appartenesse invece a Yang Peiyi, più giovane di due anni, faccino paffuto ma dentatura irregolare: non abbastanza telegenica per sedurre la platea mondiale. "Abbiamo fatto la scelta giusta per la nazione", ha detto Chen. "L'immagine nell'obiettivo doveva essere impeccabile, espressiva e in linea con il sentimento nazionale. Lin Miaoke aveva queste caratteristiche, ma in termini di voce era Yang Peiyi a essere perfetta".
Ecco invece la vera cantante dell'inno patriottico della grande Cina. Anche questo è terribile e odioso fascismo orwelliano.
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La gatta sull'aereo che scotta

L'Alitalia prima la volevano davvero quelli di Air France. Furono fatti scappare da sindacati incapaci e da una specifica parte politica, la PdL, mentre il centrosinistra non fece nulla per cercare di risolvere in tempi ragionevoli il problema. Poi si parlò della fantomatica cordata di imprenditori. Qualcuno disse che si trattava di una società che faceva capo al pianeta Ork27 della galassia di Gmuèrk. Anche loro non erano seri. Adesso, nei meandri dei giornali, si scoprono i giochini del consiglio di amministrazione. Perché un CDA ha poteri e può decidere. Se non lo fa gatta ci cova. Infatti.......
Gianni Dragoni per Sole 24 Ore
I consiglieri di amministrazione dell'Alitalia saranno indenni da responsabilità legali nel caso di tracollo o commissariamento dell'aviolinea. Secondo indiscrezioni, il presidente della compagnia, l'avvocato Aristide Police, ha ottenuto garanzie dal Governo che gli amministratori non potranno essere perseguiti per le prossime scelte, dolorose, da fare in parallelo con il varo del piano di ristrutturazione preparato da Intesa Sanpaolo.
Il ministero dell'Economia ha assicurato a Police e ai tre consiglieri (Nunzio Guglielmino, Tommaso Vincenzo Milanese, Luciano Vannozzi) una manleva, lo strumento legale che viene utilizzato dagli azionisti per scaricare da responsabilità gli amministratori. Una tecnica utilizzata soprattutto quando le cose vanno male. In questo l'Alitalia è maestra.
Con questa mossa, non confermata da fonti ufficiali, il ministero dell'Economia ha spianato la strada all'approvazione dei conti semestrali di Alitalia, da cui potrebbe emergere che il patrimonio è negativo. Un passaggio delicato che il cda ha rimandato al 29 agosto, a causa delle incertezze sulla continuità aziendale. Alla semestrale in profondo rosso potrebbe fare da corollario la nomina di un commissario.
In seguito alle voci sulla presentazione del piano Intesa, che prevede la divisione del gruppo in due parti, una nuova società senza debiti aperta all'ingresso di soci privati, con l'attuale Alitalia trasformata in società spazzatura con i debiti e gli esuberi, a fine luglio Police ha chiesto al Tesoro di chiarire se c'era la continuità aziendale. Su questo presupposto in maggio il cda aveva approvato il bilancio 2007, basandosi sulla relazione governativa al decreto che consente di utilizzare come patrimonio, a copertura perdite, i 300 milioni del prestito ponte statale. Nella relazione il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, assicurava «continuità » per almeno 12 mesi.
Ma con il piano Intesa l'Alitalia verrebbe invece commissariata o posta in liquidazione. E gli imprenditori che dovrebbero investire nella nuova società, da Benetton a Ligresti a Colaninno, non vogliono essere responsabili dei debiti del passato. Perché questo possa avvenire il Parlamento dovrebbe modificare la legge Marzano.
La risposta del Governo c'è stata con le garanzie concesse a Police, il quale potrebbe anche essere confermato alla guida della bad company. Viene così eliminato un ostacolo nel percorso verso l'approvazione del piano Intesa, rinviata a settembre. Intanto il «New York Times » ha rilevato che i «banchieri che lavorano al piano di salvataggio di Alitalia sono vicini a un progetto che manterrebbe la compagnia in mani italiane ma con una rete di voli molto ridimensionata in alleanza con una grande compagnia europea».
IN CASO D'INSOLVENZA
Police, possibile candidato per la «bad company», ha chiesto al Tesoro garanzie contro il rischio di azioni di responsabilità
lunedì, agosto 11, 2008
Dilettanti allo sbaraglio

Sono un giornalista (bravo o no lo dicano gli altri), e mi sento offeso dalla figura che spesso fanno fare alla categoria alcuni parvenus del mestiere o altri che non hanno più nulla da dire. Un breve bestiario pagato dagli italiani (io le tasse le pago in un altro Paese). Enjoy.
Antonio Dipollina per La Repubblica
Matteo Tagliariol non avrebbe dovuto permettersi di arrivare in semifinale. Se non avesse compiuto questa proditoria azione, l´Italia del calcio sarebbe stata trasmessa in diretta senza problemi e non avrebbe protestato nessuno. Invece il veneto voleva la medaglia d´oro ed è stato subito psicodramma: Italia-Corea è stata oscurata su Raidue, e ci può stare, e non è stata spostata su Raisport Più, e questo si capisce molto meno (ovvero si capisce benissimo, il relativo annuncio avrebbe tolto spettatori a Raidue).
La partita è andata per intero in diretta su internet, ma il mezzo è riservato ancora a pochi. Il punto è che oscurare la scherma sarebbe stato un delitto. Il punto/2 è che qualunque soluzione avrebbe provocato proteste. Il punto/3 è che un giorno chiunque potrà scegliere l´avvenimento che preferisce e questi saranno tutti a disposizione (oggi con internet succede già abbastanza). Il punto/4 è che a Londra 2012 questa opportunità la offrirà Sky. Basterà pagare.
- Non c´è niente di più inedito delle Olimpiadi in tv. Nel senso che la storia è già andata in onda identica quattro anni fa ad Atene. C´era il calcio in contemporanea con tutto il resto, provarono con le finestre affiancate e protestarono a migliaia, lo oscurarono e protestarono a milioni, lo mandarono e protestarono a valanga. Alla fine, e solo dopo una specie di petizione popolare, per la partita decisiva degli azzurri venne requisita Raiuno per le due orette necessarie. Rinunciando, pur con dolore, a un episodio di Rex. Invece di minacciare guerre sante, i responsabili farebbero bene a prenotare identico spazio per il quarto di finale.
- Olimpia Magazine, l´argentato Pellielo sta spiegando in un´intervista come la sua fortissima fede in Dio gli sia di conforto e aiuto sia nel tiro al piattello che nella vita. I toni sono in effetti un po´ enfatici. In uscita c´è Galeazzi inquadrato torvo, ne viene fuori un mezzo incidente: «Beh, le vie del Signore sono infinite e alcune si possono percorrere anche senza un fucile in mano».
- Perline pechinesi da Raisport: «Dopo venti secondi eravamo già dentro l´avversario. Cioè, dentro l´area avversaria» (Dossena). «Ad Atene nel canottaggio prendemmo tre bronzi e si disse che quella era una nazionale abbronzata» (Galeazzi). «La Coventry brucia le voglie della Coughlin». (Fioravanti). «E´ un portiere minimalista negli interventi» (Dossena). «Taaalligaorll!». (La speaker cinese annuncia l´oro di Tagliariol alla cerimonia di premiazione).
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Un cumulo di contraddizioni

Oriana Fallaci era una grande giornalista. Su questo non ci piove. Purtroppo è stata anche una persona estremamente contraddittoria. A mio parere sempre attirata dal più forte. Se fosse vero quello che va affermando la sorella sarebbe gravissimo, l'ennesima dimostrazione del carattere di una persona che chiedeva per gli altri regole che non rispettava. Leggere i primi libri della scrittrice e le ultime schifezze come "la Rabbia e l'Orgoglio" ne è la prova lampante. Da leggere e conservare.
Francesco Olivo per La Stampa
“Oriana è morta con l’eutanasia”. Ne è sicura Paola Fallaci, sorella della giornalista scomparsa due anni fa. Lo dice senza giri di parole in un’intervista a Sky Tg24 e lo conferma alla Stampa: «Tornò a Firenze trasportata con una barella, era uno scheletro. A New York aveva subito terapie tremende. Soffriva molto e ha chiesto un’iniezione di morfina, sapendo benissimo che non si sarebbe più risvegliata, lo sapevano anche alla clinica».
Paola Fallaci dice la sua anche su «Un cappello pieno di ciliege» il libro postumo, uscito per Rizzoli da pochi giorni: «Non doveva essere pubblicato, è incompleto manca la parte relativa al Novecento, quella alla quale lei teneva di più». L’accusa è diretta al figlio Edoardo Perazzi, nipote prediletto ed erede unico di Oriana, con il quale Paola è in rotta: «Quando i parenti di un grande artista hanno in mano il manoscritto non resistono alla tentazione di guadagnarci un sacco di soldi».
Tesi che viene smentita da Gianni Vallardi, l’uomo che seguì la Fallaci per la Rizzoli: «Oriana voleva che fosse pubblicato - spiega Vallardi, oggi manager della Mondadori - Prima di morire mi disse “del libro fate quello che volete”, capisco lo stato d’animo di Paola, ma sono sicuro di quello che dico».
Si commuove Paola Fallaci quando ricorda gli ultimi giorni della sorella: «In clinica le chiedemmo se avesse voluto un’iniezione per porre fine a quelle sofferenze, lei rispose con un filo di voce, “no! Voglio continuare guardare dalla finestra il campanile di Giotto”. Poi però il dolore si fece insopportabile, il campanile non riusciva più a vederlo, così ci implorò: “fate qualcosa, aiutatemi”». Quell’aiuto, secondo Paola, era la morfina, somministrata in dosi tali da mandarla in stato di incoscienza, «dite quello che volete ma per me questa pratica si chiama in un solo modo: eutanasia».
Eppure contro la «dolce morte» la Fallaci si era scagliata duramente. Parlando della Corte Suprema che aveva concesso l’interruzione dei trattamenti che tenevano in vita Terry Schiavo, aveva parlato di «giudici becchini». «E’ vero - spiega la sorella - era contraria, ma a differenza della ragazza americana, lei era lucida quando chiese di farla finita».
Il caso di Oriana non è il primo di questo tipo nella famiglia Fallaci: «Mia madre era malata terminale di cancro, fu proprio Oriana a chiedere di fare l’iniezione di morfina che la ridusse in stato di incoscienza. Lo stesso avvenne con il nostro babbo. Anche io ho il cancro, e quando sarà il momento farò la stessa scelta, la trovo una cosa giusta».
L’ultimo periodo della sorella continua a perseguitare Paola, «un giorno Oriana mi disse, “ho un tumore al cervello accompagnami a New York”. Io non me la sentii, intanto perché, anche se lei non lo sapeva, io stessa avevo il cancro, e poi perché temevo le sue sfuriate folli. Lei si offese tremendamente». Gli infermieri e i badanti che la seguirono nei giorni della malattia furono accolti con poco entusiasmo, «non li prese a calci solo perché era troppo debole. In effetti, stava malissimo, il console italiano andò a visitarla e la trovò a terra in fondo alle scale».
Le rivelazioni di Paola Fallaci sulla morte della sorella vengono smentite dalla direzione della casa di cura Santa Chiara di Firenze, dove la scrittrice fu ricoverata: «Un’assurdità. Certo che chiese di non soffrire più, ma non si è assolutamente fatto ricorso all’eutanasia - spiega Francesco Matera, amministratore delegato dell’istituto -, ricordo perfettamente quelle ore drammatiche, le abbiamo somministrato dei farmaci per alleviare il dolore, come la morfina o altri antidolorifici, nei casi dei malati terminali è una pratica normalissima».
(Ha collaborato Gianpiero Calapà)
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Le vere ragioni della guerra

Non avevo postato nulla sulla guerra in Georgia, ma mi sembra che questo articolo sia esaustivo.
IL GRANDE GIOCO DEL PETROLIO ALLE PORTE DELL’ASIA
Anna Zafesova per La Stampa
Le bombe russe che piovono sulla Georgia in queste ore minacciano di distruggere non solo il fragile equilibrio geopolitico sulle rovine dell’ex’Urss, ma di sconvolgere anche quel nuovo Grande Gioco energetico che ormai da anni viene condotto nel Caucaso e in Asia. Ieri i caccia bombardieri russi avrebbero colpito l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc), mancandolo.
La notizia è stata data ieri dal primo ministro georgiano Lado Gurgenidze, ma il condizionale per ora resta d’obbligo, considerata la scarsissima attendibilità delle contraddittorie informazioni che giungono dal Caucaso. Ma che si si fosse trattato di un attacco deliberato alle infrastrutture del Btc, di un bombardamento «casuale» o addirittura di un falso allarme, resta il fatto che a rischio, in queste ore, c’è anche la partita energetica globale, nella quale la Georgia non era solo una pedina.
Completamente sprovvista di risorse energetiche proprie, tanto da rimanere per anni al buio e al freddo a causa del razionamento, la repubblica caucasica però è in una posizione geografica che la rende strategica: un lembo di terra tra il mar Caspio e il mar Nero, l’unico transito possibile per il petrolio asiatico verso l’Europa che non passi dalla Russia, unica falla in quello che altrimenti Mosca - tra produzione propria e «gestione» logistica delle risorse altrui - potrebbe considerare un monopolio sulle risorse.
E proprio in questo «corridoio», nonostante l’opposizione della Russia, si è infilato il Btc, inaugurato dopo mille polemiche due anni fa, e gestito da un consorzio internazionale dove il socio leader e la British Petroleum, e tra gli altri ci sono la Total, la ConocoPhilips e l’Eni (con il 5%), ma nemmeno un russo. Lungo oltre 1.770 chilometri, ha capacità di un milione di barili al giorno, circa l’1% della produzione mondiale: un’arteria chiave per pompare petrolio azero verso la Turchia e il Mediterraneo.
E anche una via di fuga potenziale per gli altri partner di Mosca, come il Kazakhstan che oggi pompa il suo greggio attraverso le varie pipeline russe, più a nord, ma che non esclude di potersi affrancare dal monopolio del Cremlino, insieme ad altri protagonisti di un’area che contiene le maggiori riserve petrolifere dopo il Golfo Persico e la Russia.
Si capisce perché il Btc, ancora nella fase progettuale, apparve nel film di 007 «Il mondo non basta», nel quale una cattivissima e affascinante Sophie Marceau complottava per ottenere il potere assoluto attraverso il suo oleodotto. Le alternative russe, come il Baku-Novorossijsk che disgraziatamente passava in territorio ceceno - e a Mosca, negli anni ‘90 come adesso resta popolare la teoria che il separatismo di Grozny venne fomentato da «forze esterne» (leggi gli americani) che tifavano per il Btc - o l’oleodotto del Caspio (Ktk) che trasporta il greggio dalla kazaka Tenghiz attraverso i territori più a nord, che offrono una maggiore sicurezza essendo etnicamente russi, non hanno potuto battere la concorrenza.
L’oleodotto georgiano, infatti, ha il grande pregio di sfociare non nel mar Nero, bacino chiuso dal quale poi il petrolio deve uscire principalmente via nave, attraverso il Bosforo, ma nel porto turco di Ceyhan, sul Mediterraneo, a due passi dai consumatori finali europei. Non è un caso che il ministro georgiano per l’Economia, Ekaterina Sharashidze, ha voluto ieri attirare l’attenzione del mondo ricordando che con le sue bombe la Russia «ha preso di mira anche obiettivi di proprietà internazionale».
Un grande gioco al quale partecipano un po’ tutti, inclusi anche i separatisti curdi del Pkk che qualche giorni fa avevano già bloccato l’oleodotto Btc nella sua parte turca, facendolo esplodere. Considerato l’enorme rischio politico di quella regione incandescente, per la maggior parte del tragitto le tubature erano state interrate, anche a costo di aumentare le spese. Ma ora che sopra i 249 chilometri della pipeline - che in alcuni punti si avvicina al territorio dell’Ossezia del Sud di soli 55 km - volano caccia bombardieri, una bomba, caduta più o meno «per caso», potrebbe esplodere nelle borse petrolifere di mezzo mondo.
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domenica, agosto 10, 2008
Il boss sono io
Briatore non lo trovo male come tipo, ma quando si perde la testa e si crede di poter fare tutto quello che si vuole (cosa impensabile chessò, in UK dove Briatore vivrebbe), béh, ci si sottopone a rischi del genere.

E i bagnanti contestano Briatore: via dalla baia.
Gavettoni contro i gommoni diretti al nuovo «Billionaire Rubacuori». L'imprenditore infuriato: qui chiudo tutto
da Corriere.it
PORTO CERVO — Appena inaugurato il Billionaire Rubacuori, nuovo locale della catena di Flavio Briatore in Sardegna, è già bersaglio di contestazioni: un centinaio di persone sulla spiaggia di Capriccioli (una delle più belle della Costa Smeralda) ha protestato per lo sbarco di tre gommoni che portavano a terra Briatore, Elisabetta Gregoraci e alcune decine di vip.
Briatore sulla spiaggia a Porto Cervo (Emmevi)Il locale, un ristorante-bar, è vicinissimo alla spiaggia. I gommoni disturbavano i bagnanti, fra i quali molti bambini. Urla, improperi, battibecchi: «Andate via! Vergogna! Cafoni, tornate a casa!». Applausi ironici, da un gruppo è partita una salve di «gavettoni»: papà e mamme infuriati hanno riempito d'acqua i secchielli dei bambini e li hanno lanciati contro una pattuglia di vip che comprendeva alcuni americani e una vistosissima bellezza fasciata da un superaderente lamè d'argento, inzuppandoli. Sbarco e contestazioni ieri nel primissimo pomeriggio. Il Rubacuori è il gemello day del più famoso Billionaire night, che dalla collina di Pantoggia domina Porto Cervo e il golfo del Pevero. Fino alla scorsa estate a ridosso della spiaggia di Capriccioli c'era un piccolo bar, quasi un chiosco. Briatore lo ha rilevato e ne ha fatto un ritrovo per i proprietari (e i loro ospiti) dei grandi yacht all'ancora fra la spiaggia di Liscia Ruja e Cala di Volpe: ristorante circondato da tende bianche a mo' di vele, tettoie e «mura» di canne per proteggere la privacy, tappeti rossi, atmosfera esotica, ragazze col sorriso stampato e di giallo vestite. Ma la prima giornata non è andata bene.
L'universo secondo Briatore

Capriccioli è sempre stata una spiaggia per famiglie, ieri erano più di mille a fare il bagno. «Non possono venire fino a riva con i gommoni, è pericoloso», ha protestato una signora romana. Nel primo gommone c'erano Briatore e la Gregoraci, che si sono fatti largo protetti dagli uomini della scorta e le contestazioni si sono limitate a qualche mormorio. Poi è sbarcato Emilio Fede e sono partiti fischi e grida. I più decisi fra i turisti hanno cercato di impedire al terzo gommone di prendere terra. Più tardi è riapparso Briatore: «Ma come – ha obiettato – noi siamo così carini e poi veniamo ricompensati così. Qui chiudo tutto. Pago le tasse, è un mio diritto». Dal Billionaire nessun commento. Nicola Parente: «Ho altro da fare, c'è la festa di Fawaz Gruosi, abbiamo più di 300 very important».
Il ras del quartiere

Alberto Pinna
E i bagnanti contestano Briatore: via dalla baia.
Gavettoni contro i gommoni diretti al nuovo «Billionaire Rubacuori». L'imprenditore infuriato: qui chiudo tutto
da Corriere.it
PORTO CERVO — Appena inaugurato il Billionaire Rubacuori, nuovo locale della catena di Flavio Briatore in Sardegna, è già bersaglio di contestazioni: un centinaio di persone sulla spiaggia di Capriccioli (una delle più belle della Costa Smeralda) ha protestato per lo sbarco di tre gommoni che portavano a terra Briatore, Elisabetta Gregoraci e alcune decine di vip.
Briatore sulla spiaggia a Porto Cervo (Emmevi)Il locale, un ristorante-bar, è vicinissimo alla spiaggia. I gommoni disturbavano i bagnanti, fra i quali molti bambini. Urla, improperi, battibecchi: «Andate via! Vergogna! Cafoni, tornate a casa!». Applausi ironici, da un gruppo è partita una salve di «gavettoni»: papà e mamme infuriati hanno riempito d'acqua i secchielli dei bambini e li hanno lanciati contro una pattuglia di vip che comprendeva alcuni americani e una vistosissima bellezza fasciata da un superaderente lamè d'argento, inzuppandoli. Sbarco e contestazioni ieri nel primissimo pomeriggio. Il Rubacuori è il gemello day del più famoso Billionaire night, che dalla collina di Pantoggia domina Porto Cervo e il golfo del Pevero. Fino alla scorsa estate a ridosso della spiaggia di Capriccioli c'era un piccolo bar, quasi un chiosco. Briatore lo ha rilevato e ne ha fatto un ritrovo per i proprietari (e i loro ospiti) dei grandi yacht all'ancora fra la spiaggia di Liscia Ruja e Cala di Volpe: ristorante circondato da tende bianche a mo' di vele, tettoie e «mura» di canne per proteggere la privacy, tappeti rossi, atmosfera esotica, ragazze col sorriso stampato e di giallo vestite. Ma la prima giornata non è andata bene.
L'universo secondo Briatore
Capriccioli è sempre stata una spiaggia per famiglie, ieri erano più di mille a fare il bagno. «Non possono venire fino a riva con i gommoni, è pericoloso», ha protestato una signora romana. Nel primo gommone c'erano Briatore e la Gregoraci, che si sono fatti largo protetti dagli uomini della scorta e le contestazioni si sono limitate a qualche mormorio. Poi è sbarcato Emilio Fede e sono partiti fischi e grida. I più decisi fra i turisti hanno cercato di impedire al terzo gommone di prendere terra. Più tardi è riapparso Briatore: «Ma come – ha obiettato – noi siamo così carini e poi veniamo ricompensati così. Qui chiudo tutto. Pago le tasse, è un mio diritto». Dal Billionaire nessun commento. Nicola Parente: «Ho altro da fare, c'è la festa di Fawaz Gruosi, abbiamo più di 300 very important».
Il ras del quartiere
Alberto Pinna
Homer on the coins

E' un piccolo giallo sul quale stanno indagando in Spagna. In questa foto Jose Martinez mostra la moneta da 1 euro con la faccia del re Juan Carlos (a sinistra). Ma nella destra c'è un'altra moneta sempre da 1 euro con sul il simpatico faccione di Homer Simpson. Il signor Jose ha incassato l'euro salvo scoprire, in chiusura di cassa, la "strana" moneta
Ma metterselo dove non batte il sole?
Il povero Bossi, ormai solo "ombra" di quello che era un tempo, ridotto a fare la tigre di carta per rivendicare la propria esistenza all'interno del PdL. I suoi prendevano per il sedere AN prima di vedere la Lega Nord accucciata ai piedi di Berlusconi. Triste epilogo di un partito in cui persino io avevo creduto tanti anni fa. Avanti senatore. Con il pappagallo fino alla vittoria.

Pontida, Bossi torna sulle barricate. "Il dito medio ce l'abbiamo ancora"
Fonte: agenzie
PONTIDA (Bergamo) - Al congresso della Liga Veneta l'aveva alzato contro l'inno di Mameli. Stasera, alla festa del Carroccio a Pontida, nella terra che ospitò il giuramento della Lega, Umberto Bossi, ministro delle Riforme, è tornato a parlare del "dito medio": "Ce lo abbiamo ancora. Non sarà un'accusa che riuscirà a fermare la nostra lotta per la libertà", ha detto riferendosi al procedimento aperto nei suoi confronti per il gestaccio di Padova.

Pontida, Bossi torna sulle barricate. "Il dito medio ce l'abbiamo ancora"
Fonte: agenzie
PONTIDA (Bergamo) - Al congresso della Liga Veneta l'aveva alzato contro l'inno di Mameli. Stasera, alla festa del Carroccio a Pontida, nella terra che ospitò il giuramento della Lega, Umberto Bossi, ministro delle Riforme, è tornato a parlare del "dito medio": "Ce lo abbiamo ancora. Non sarà un'accusa che riuscirà a fermare la nostra lotta per la libertà", ha detto riferendosi al procedimento aperto nei suoi confronti per il gestaccio di Padova.
sabato, agosto 09, 2008
L'Italia & le mignotte
Io considero l'Italia un paese in ginocchio perché mi sono stufato di vedere una Nazione gestita da incapaci assolutamente non in grado di confrontarsi, a livello istituzionale, con le sfide di questo secolo. Una fastidiosa bigotteria e una malcelata carità pelosa e fasulla hanno reso il paese ricettacolo di ogni tipo di delinquenti. Sono eccessivo? Un bell'articolo da repubblica.it
Tratta delle donne, la legge funziona. Ma manca un piano nazionale
di RANIERI SALVADORINI
ROMA - "Altro che multe, là dove associazioni e forze dell'ordine lavorano in sinergia, si sono fatti miracoli. Gli strumenti per combattere la tratta ci sono". Non ha dubbi Marco Bufo, coordinatore generale del progetto "Osservatorio Tratta", un'iniziativa che nasce su impulso europeo - Progetto Equal - e che tramite la onlus On the road rende operativo sul territorio italiano L'Osservatorio e Centro Risorse sul Traffico di Esseri Umani.
Il nuovo decreto sicurezza firmato da Maroni dà ai sindaci ampi poteri in tema di sicurezza pubblica urbana. Ha cominciato Verona, seguita a ruota da Padova e Vicenza, con pesanti multe ai clienti delle prostitute. Strategia diversa quella adottata dal questore di Rimini che, richiamando due sentenze della Cassazione del 1996 - che estendevano alle prostitute la legge del 1956 sui "soggetti pericolosi" - le ha allontanate con il foglio di via. In questo modo, secondo le legge, una volta ricevuta la diffida dal questore, anche per le straniere regolari scatta il foglio di via obbligatorio, se prese a "disobbedire" fuori del comune di residenza. E il provvedimento del questore di Rimini è stato subito emulato da Firenze. In un'intervista al Foglio il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna ha confermato la "linea dura": "La mia idea è che vada multato non solo chi la pratica, ma anche chi se ne avvale".
Al di là dei proclami entusiasti dei sindaci, la domanda è semplice: multare clienti e prostitute funziona? Repubblica.it ha sondato le realtà operative che si confrontano - in collaborazione con le forze dell'ordine e le istituzioni - con la prostituzione. Una problematica resa complessa per la "fisiologica" sovrapposizione del fenomeno con la rete della criminalità organizzata.
Perché, è bene specificarlo, quando si parla di prostituzione non si parla di quella "d'elitè", di quella minoranza di donne che dispone di strumenti culturali, informatici e giuridici. Ma si parla dei grandi numeri di schiave "importate" dai paesi poveri. Sono loro a fare il mercato. Un mercato gestito dal racket, che si fonda in primo luogo sulla violenza di genere e incide sul Pil dei paesi "d'importazione", come mostra la ricerca di Esohe Agathise, giurista nigeriana esperta di Diritto internazionale e consulente delle Nazioni Unite sulla tratta.
Il problema è che la legge è poco conosciuta - spiega Bufo - sia la 223 del 2003 sia, sopratutto, la legge 40 del 1998 (Turco/Napolitano), nota come "l'art.18 del Testo Unico sull'immigrazione". L'articolo 18 prevede il rilascio del permesso di soggiorno e l'accesso a un "percorso sociale" per le vittime di tratta. "La legge è fatta molto bene - sottolinea un'altra esperta, la responsabile del progetto sulla prostituzione del Gruppo Abele, Mirta Da Pra - perché una volta sotto protezione dello Stato le vittime sono uno strumento indispensabile per la lotta al racket". Quindi farla funzionare è interesse reciproco, sia delle donne sfruttate che della polizia. "Purtroppo - prosegue Da Pra - le vittime di tratta hanno una paura profonda degli agenti, perché nei loro paesi d'origine la polizia rappresenta ben altra cosa che senso di protezione".
Il vero problema è che, al momento, la legge è applicata a macchia di leopardo. "L'Italia dispone di uno strumento legislativo per molti versi più avanzato di altri paesi europei - spiega Bufo - ma non disponiamo di un piano nazionale antitratta". Un quadro abbastanza paradossale, che crea situazioni molto diverse.
Perché è così importante, come sottolineano gli esperti, centrare l'attenzione sulla formazione delle forze dell'ordine? "Supponiamo che la polizia faccia una retata - spiega Da Pra - data la complessità del fenomeno, se gli agenti non sono stati formati come fanno a distinguere una vittima di tratta?". "Se seguita e protetta, la vittima in un secondo momento è uno strumento importante per ricostruire la complessa rete dei movimenti della criminalità organizzata".
In sintesi, la formazione della polizia è essenziale, ma se non diventa qualcosa di sistematico e l'articolo 18 non è applicato in modo uniforme i "risultati eccezionali" sono lasciati alla sensibilità dei singoli, siano essi operatori o dirigenti delle forze dell'ordine.
"Le multe, uno strumento inutile se non dannoso". "In primo luogo siamo contrari al fatto in sé - afferma Bufo in relazione alle multe - non solo si tratta di un'operazione illegittima, ma lascia il racket del tutto indisturbato, spingendo il fenomeno verso il "sommerso", il chiuso". "Questo spostamento, paradossalmlente, aumenta il senso di insicurezza delle persone". "Ma il vero danno - prosegue l'esperto - è che costringe le vittime della tratta in un isolamento ancora maggiore: in questo modo si taglia qualsiasi ponte con le unità di strada e si complica il lavoro stesso delle forze dell'ordine".
Sulla stessa lunghezza d'onda Mirta Da Pra: "Parlare di prostituzione, nei grandi numeri, significa parlare di tratta e se si continuano a spostare le persone da un posto all'altro il risultato sarà solo di spostare il problema. Di questo passo l'esito fatale sarà di spostare il problema al chiuso". E lì la situazione si complica. "Avremo interi condomini acquistati dai criminali e a quel punto sarà veramente difficile aiutare le vittime della tratta, anche per la polizia". Non solo. A essere colpite di più dal "chiuso" saranno le minorenni. Già oggi, spiega Da Pra, i clienti sono intercettati dai criminali che gli chiedono "La vuoi la bambolina? seguimi...". E i clienti vengono portati nelle abitazioni dove le "bamboline", cioè le minorenni, sono ridotte in schiavitù. In luoghi chiusi e inaccessibili, appunto.
Dello stesso avviso un altro "esperto", Claudio Donadel, che segue il progetto di governance sulla prostituzione a Venezia e parla in qualità di "tecnico": "Lo spostamento al chiuso sarà di grave ostacolo alle attività di investigazione della polizia. Le stesse forze dell'ordine, consapevoli della complessità della situazione, sanno bene di quanto gli si complicherebbe la vita."
"Manca una riflessione sul vero problema: i clienti" E' forse il vero tabù quello indicato da Mirta Da Pra, che lo affronta di petto. "Ci troviamo di fronte a persone fragili, insicure, spesso incapaci di relazionarsi al sesso". "Quando fu dei clienti rintracciati grazie alle foto delle targhe, due di loro si suicidarono per la vergogna". "Proprio per questo - prosegue la responsabile del Gruppo Abele - "i grandi numeri della "domanda" dovrebbero spingerci a interrogarci sulla fragilità sessuale e affettiva degli italiani". "Insomma, senza moralismi, sarebbe l'ora di cominciare a parlare di sessualità e affettività nelle scuole".
"Multa? Pazienza, cercherò altrove..." Già, non c'è multa che tenga, a sentire gli esperti: "Il mercato del sesso risponderà in modo pronto - afferma Donadel - non c'è dubbio che stiamo andando incontro a una trasformazione delle modalità di esercizio della prostituzione, specie con l'ausilio delle nuove tecnologie". Dipinge uno scenario ancora peggiore Marco Bufo: "Il cliente spingerà la ricerca altrove, in luoghi sempre più chiusi, sempre più fuori controllo, sempre più nella notte e nelle periferie e l'effetto sarà il solito: il senso di insicurezza aumenterà."
"Ma la prostituzione disturba i cittadini?" E' innegabile che là dove c'è un concentrato del fenomeno ci sia sofferenza da parte delle persone, anche su questo gli esperti convergono. Sono le situazioni più delicate e vanno considerate con attenzione: "L'errore più grave è lasciare sole le municipalità che soffrono il fenomeno, hanno bisogno di vicinanza e formazione - spiega Da Pra - inoltre, la criminalità organizzata alla lunga tende a evitare gli Stati dove le prostitute sono protette". Insomma, se facessimo nostro il problema della tratta in modo articolato, in buona parte si scioglierebbe da sé.
Tratta delle donne, la legge funziona. Ma manca un piano nazionale
di RANIERI SALVADORINI
ROMA - "Altro che multe, là dove associazioni e forze dell'ordine lavorano in sinergia, si sono fatti miracoli. Gli strumenti per combattere la tratta ci sono". Non ha dubbi Marco Bufo, coordinatore generale del progetto "Osservatorio Tratta", un'iniziativa che nasce su impulso europeo - Progetto Equal - e che tramite la onlus On the road rende operativo sul territorio italiano L'Osservatorio e Centro Risorse sul Traffico di Esseri Umani.
Il nuovo decreto sicurezza firmato da Maroni dà ai sindaci ampi poteri in tema di sicurezza pubblica urbana. Ha cominciato Verona, seguita a ruota da Padova e Vicenza, con pesanti multe ai clienti delle prostitute. Strategia diversa quella adottata dal questore di Rimini che, richiamando due sentenze della Cassazione del 1996 - che estendevano alle prostitute la legge del 1956 sui "soggetti pericolosi" - le ha allontanate con il foglio di via. In questo modo, secondo le legge, una volta ricevuta la diffida dal questore, anche per le straniere regolari scatta il foglio di via obbligatorio, se prese a "disobbedire" fuori del comune di residenza. E il provvedimento del questore di Rimini è stato subito emulato da Firenze. In un'intervista al Foglio il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna ha confermato la "linea dura": "La mia idea è che vada multato non solo chi la pratica, ma anche chi se ne avvale".
Al di là dei proclami entusiasti dei sindaci, la domanda è semplice: multare clienti e prostitute funziona? Repubblica.it ha sondato le realtà operative che si confrontano - in collaborazione con le forze dell'ordine e le istituzioni - con la prostituzione. Una problematica resa complessa per la "fisiologica" sovrapposizione del fenomeno con la rete della criminalità organizzata.
Perché, è bene specificarlo, quando si parla di prostituzione non si parla di quella "d'elitè", di quella minoranza di donne che dispone di strumenti culturali, informatici e giuridici. Ma si parla dei grandi numeri di schiave "importate" dai paesi poveri. Sono loro a fare il mercato. Un mercato gestito dal racket, che si fonda in primo luogo sulla violenza di genere e incide sul Pil dei paesi "d'importazione", come mostra la ricerca di Esohe Agathise, giurista nigeriana esperta di Diritto internazionale e consulente delle Nazioni Unite sulla tratta.
Il problema è che la legge è poco conosciuta - spiega Bufo - sia la 223 del 2003 sia, sopratutto, la legge 40 del 1998 (Turco/Napolitano), nota come "l'art.18 del Testo Unico sull'immigrazione". L'articolo 18 prevede il rilascio del permesso di soggiorno e l'accesso a un "percorso sociale" per le vittime di tratta. "La legge è fatta molto bene - sottolinea un'altra esperta, la responsabile del progetto sulla prostituzione del Gruppo Abele, Mirta Da Pra - perché una volta sotto protezione dello Stato le vittime sono uno strumento indispensabile per la lotta al racket". Quindi farla funzionare è interesse reciproco, sia delle donne sfruttate che della polizia. "Purtroppo - prosegue Da Pra - le vittime di tratta hanno una paura profonda degli agenti, perché nei loro paesi d'origine la polizia rappresenta ben altra cosa che senso di protezione".
Il vero problema è che, al momento, la legge è applicata a macchia di leopardo. "L'Italia dispone di uno strumento legislativo per molti versi più avanzato di altri paesi europei - spiega Bufo - ma non disponiamo di un piano nazionale antitratta". Un quadro abbastanza paradossale, che crea situazioni molto diverse.
Perché è così importante, come sottolineano gli esperti, centrare l'attenzione sulla formazione delle forze dell'ordine? "Supponiamo che la polizia faccia una retata - spiega Da Pra - data la complessità del fenomeno, se gli agenti non sono stati formati come fanno a distinguere una vittima di tratta?". "Se seguita e protetta, la vittima in un secondo momento è uno strumento importante per ricostruire la complessa rete dei movimenti della criminalità organizzata".
In sintesi, la formazione della polizia è essenziale, ma se non diventa qualcosa di sistematico e l'articolo 18 non è applicato in modo uniforme i "risultati eccezionali" sono lasciati alla sensibilità dei singoli, siano essi operatori o dirigenti delle forze dell'ordine.
"Le multe, uno strumento inutile se non dannoso". "In primo luogo siamo contrari al fatto in sé - afferma Bufo in relazione alle multe - non solo si tratta di un'operazione illegittima, ma lascia il racket del tutto indisturbato, spingendo il fenomeno verso il "sommerso", il chiuso". "Questo spostamento, paradossalmlente, aumenta il senso di insicurezza delle persone". "Ma il vero danno - prosegue l'esperto - è che costringe le vittime della tratta in un isolamento ancora maggiore: in questo modo si taglia qualsiasi ponte con le unità di strada e si complica il lavoro stesso delle forze dell'ordine".
Sulla stessa lunghezza d'onda Mirta Da Pra: "Parlare di prostituzione, nei grandi numeri, significa parlare di tratta e se si continuano a spostare le persone da un posto all'altro il risultato sarà solo di spostare il problema. Di questo passo l'esito fatale sarà di spostare il problema al chiuso". E lì la situazione si complica. "Avremo interi condomini acquistati dai criminali e a quel punto sarà veramente difficile aiutare le vittime della tratta, anche per la polizia". Non solo. A essere colpite di più dal "chiuso" saranno le minorenni. Già oggi, spiega Da Pra, i clienti sono intercettati dai criminali che gli chiedono "La vuoi la bambolina? seguimi...". E i clienti vengono portati nelle abitazioni dove le "bamboline", cioè le minorenni, sono ridotte in schiavitù. In luoghi chiusi e inaccessibili, appunto.
Dello stesso avviso un altro "esperto", Claudio Donadel, che segue il progetto di governance sulla prostituzione a Venezia e parla in qualità di "tecnico": "Lo spostamento al chiuso sarà di grave ostacolo alle attività di investigazione della polizia. Le stesse forze dell'ordine, consapevoli della complessità della situazione, sanno bene di quanto gli si complicherebbe la vita."
"Manca una riflessione sul vero problema: i clienti" E' forse il vero tabù quello indicato da Mirta Da Pra, che lo affronta di petto. "Ci troviamo di fronte a persone fragili, insicure, spesso incapaci di relazionarsi al sesso". "Quando fu dei clienti rintracciati grazie alle foto delle targhe, due di loro si suicidarono per la vergogna". "Proprio per questo - prosegue la responsabile del Gruppo Abele - "i grandi numeri della "domanda" dovrebbero spingerci a interrogarci sulla fragilità sessuale e affettiva degli italiani". "Insomma, senza moralismi, sarebbe l'ora di cominciare a parlare di sessualità e affettività nelle scuole".
"Multa? Pazienza, cercherò altrove..." Già, non c'è multa che tenga, a sentire gli esperti: "Il mercato del sesso risponderà in modo pronto - afferma Donadel - non c'è dubbio che stiamo andando incontro a una trasformazione delle modalità di esercizio della prostituzione, specie con l'ausilio delle nuove tecnologie". Dipinge uno scenario ancora peggiore Marco Bufo: "Il cliente spingerà la ricerca altrove, in luoghi sempre più chiusi, sempre più fuori controllo, sempre più nella notte e nelle periferie e l'effetto sarà il solito: il senso di insicurezza aumenterà."
"Ma la prostituzione disturba i cittadini?" E' innegabile che là dove c'è un concentrato del fenomeno ci sia sofferenza da parte delle persone, anche su questo gli esperti convergono. Sono le situazioni più delicate e vanno considerate con attenzione: "L'errore più grave è lasciare sole le municipalità che soffrono il fenomeno, hanno bisogno di vicinanza e formazione - spiega Da Pra - inoltre, la criminalità organizzata alla lunga tende a evitare gli Stati dove le prostitute sono protette". Insomma, se facessimo nostro il problema della tratta in modo articolato, in buona parte si scioglierebbe da sé.
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Olimpiadi infami e bellissime

Bocog censura domanda "non sportiva" sulle due Coree
Agli atleti i giornalisti possono porre solo domande strettamente sportive. Appare questa la linea adottata dal Comitato organizzatore dei Giochi olimpici (Bocog), che oggi ha censurato la domanda posta da un cronista occidentale a due atleti di Corea del Sud e Corea del Nord finiti sullo stesso podio: "Vi siete complimentati fra di voi? Vi siete parlati?", ha chiesto il giornalista, "Non devono rispondere: è una domanda che non riguarda l'evento", ha chiuso il discorso un responsabile del Bocog.
E' successo al termine della gara di Pistola 10 metri, finita con l'oro del cinese Wei Pang, l'argento del sudcoreano Jin Jong-oh ed il bronzo del nordcoreano Kim Jong-su. L'intervento 'censorio' del Bocog ha scatenato una piccola protesta da parte dei giornalisti stranieri presenti, e più tardi qualcuno di loro è tornato a porre ai due coreani di nuovo la domanda 'incriminata', che gli atleti hanno liquidato con diplomazia: "E' bello che tre paesi asiatici abbiano conquistato il podio. Speriamo di vincere ancora", ha risposto Jin.
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venerdì, agosto 08, 2008
E se fosse l'Ikea?

Continuano le mirabolanti avventure del nostro megagalattico Presidente del Consiglio.
«Alitalia, trattiamo con azienda straniera». Berlusconi: «Contatti per un'alleanza, l'ipotesi opposta della svendita ad Air France che voleva il governo Prodi»
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When Nissan is funny
Saudi Arabia threatens Nissan boycott over this Israeli ad. This Arab goes mad because Nissan doesn't consume enough oil.... really funny.
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giovedì, agosto 07, 2008
Zaia, Zaia allallà
Scusate che c'entrano queste affermazioni da parte del Ministro dell'Agricoltura?

(ANSA) - PIAN DEL CANSIGLIO (BELLUNO), 7 AGO - "Io sarei
anche favorevole al fatto di mettere celle di sicurezza negli
stadi, figuriamoci se mi opporrei alle prigioni nei Comuni".
Così il ministro per l'agricoltura, Luca Zaia, ha commentato -
rispondendo ai giornalisti - la proposta del sindaco di Verona,
Tosi, di celle di sicurezza gestite dalla polizia municipale.
"Tutto quello che dà tranquillità ai cittadini e ci
permette di lasciare la chiave sulla porta di casa senza
proccupazioni - ha concluso - per me va nella direzione
giusta".
(ANSA) - PIAN DEL CANSIGLIO (BELLUNO), 7 AGO - "Io sarei
anche favorevole al fatto di mettere celle di sicurezza negli
stadi, figuriamoci se mi opporrei alle prigioni nei Comuni".
Così il ministro per l'agricoltura, Luca Zaia, ha commentato -
rispondendo ai giornalisti - la proposta del sindaco di Verona,
Tosi, di celle di sicurezza gestite dalla polizia municipale.
"Tutto quello che dà tranquillità ai cittadini e ci
permette di lasciare la chiave sulla porta di casa senza
proccupazioni - ha concluso - per me va nella direzione
giusta".
Datele un seggio, anche piccolino!
La snodabile, nonché integerrima Santanchè

SANTANCHE': STORACE SBAGLIA, IO PRONTA A RIENTRARE NEL PDL…
(Apcom) - Daniela Santanchè è stata candidata premier per la Destra, in alternativa a Silvio Berlusconi, e al Pdl non ha risparmiato le stoccate polemiche. Ma ora, conferma in una intervista al quotidiano Libero, è pronta a rientrare nel centrodestra: "Sono stati gli italiani - spiega - con il proprio voto, a scegliere il bipartitismo". E oggi, avverte "dobbiamo partecipare alla nascita del più grande partito italiano".
"Con la mia decisione - precisa - penso di interpretare il desiderio di quel milione di italiani che ha votato la Destra e che vuole vederla con e non contro Berlusconi". Quanto a Francesco Storace, leader del partito, contrario all'operazione rientro, "non si può fare politica - gli manda a dire Santanchè - lasciandosi dominare dai rancori personali".
Per ora, racconta l'ex candidata premier, "sono in contatto con il coordinatore di Forza Italia Denis Verdini. Siamo nella fase del dialogo. Berlusconi ha un grande progetto. E i nostri elettori vogliono essere coinvolti".

SANTANCHE': STORACE SBAGLIA, IO PRONTA A RIENTRARE NEL PDL…
(Apcom) - Daniela Santanchè è stata candidata premier per la Destra, in alternativa a Silvio Berlusconi, e al Pdl non ha risparmiato le stoccate polemiche. Ma ora, conferma in una intervista al quotidiano Libero, è pronta a rientrare nel centrodestra: "Sono stati gli italiani - spiega - con il proprio voto, a scegliere il bipartitismo". E oggi, avverte "dobbiamo partecipare alla nascita del più grande partito italiano".
"Con la mia decisione - precisa - penso di interpretare il desiderio di quel milione di italiani che ha votato la Destra e che vuole vederla con e non contro Berlusconi". Quanto a Francesco Storace, leader del partito, contrario all'operazione rientro, "non si può fare politica - gli manda a dire Santanchè - lasciandosi dominare dai rancori personali".
Per ora, racconta l'ex candidata premier, "sono in contatto con il coordinatore di Forza Italia Denis Verdini. Siamo nella fase del dialogo. Berlusconi ha un grande progetto. E i nostri elettori vogliono essere coinvolti".
mercoledì, agosto 06, 2008
Quel genio di Calderoli

Marco Travaglio per “l’Unità”
Dopo lunga e penosa attesa, abbiamo finalmente il giallo dell’ estate. E - Bruno Vespa si tranquillizzi - senza spargimento di sangue. Il merito è del ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli da Bergamo di Sopra, in arte «Pota», che ha deciso di contribuire anche lui alla grande riscossa culturale impressa dal nuovo governo Berlusconi, in aggiunta alla nomina di James Bondi a ministro del settore, alla battaglia della Gelmini per il ritorno dei grembiulini a scuola, alla guerra di Gasparri contro il commissario Montalbano (noto comunista) e all’asportazione delle tette alla «Verità» del Tiepolo per aggiungerle alla collezione privata di Al Pappone.
L’altroieri, rispondendo sul Corriere della sera a un editoriale impeccabile di Angelo Panebianco sull’allegra spensieratezza con cui stiamo scivolando verso uno Stato federale senza minimamente discutere dei pro, dei contro e soprattutto dei perché, l’insigne pensatore padano ha fatto sfoggio della sua leggendaria, enciclopedica cultura: «Una soluzione è rappresentata dai modelli a struttura federalista e questo non lo sostiene il sottoscritto, ma, tra gli altri, la Banca Mondiale o il premio Nobel per l’economia Wuhan», oltre a una fantomatica «analisi empirica». Visto che siamo in Italia e il giornalismo è quello che è, nessuno s’è preso la briga di verificare se il celeberrimo Nobel per l’Economia citato dal ministro abbia mai sostenuto il federalismo fiscale e con quali argomenti.
Purtroppo però l’ha fatto il professor Sandro Brusco, che insegna economia negli Stati Uniti: e ha scoperto che non esiste nessun premio Nobel per l’economia di nome Wuhan (controllare all’indirizzo http://nobelprize.org/nobel_prizes/economics/laureates/). Anzi, pare che non esista alcun economista di una qualche fama con quel nome. Cercando Wuhan su Internet, ha rintracciato soltanto una città cinese. In attesa che quel pozzo di scienza che siede al ministero della Semplificazione sveli l’arcano, azzardiamo alcune possibili soluzioni del giallo.
1) Wuhan è un fauno della letteratura minore celtica di cui Calderoli, sposato con rito nibelungico dinanzi al druido sorseggiando sidro e inneggiando a Odino, è un appassionato ammiratore. 2) Wuhan è uno dei cuccioli di lupo e di tigre che scorrazzano nel giardino di Villa Calderoli (forse quello che qualche anno fa azzannò un piede del popolare ministro, procurandogli danni cerebrali irreversibili) e che ispirano la politica riformatrice dello statista padano. 3) Wuhan esiste davvero, è un economista bravissimo, ma ancora sconosciuto, forse boicottato dalla comunità scientifica internazionale ¬ notoriamente asservita a Roma Ladrona - per le sue simpatie leghiste, e Calderoli si appresta a insignirlo al Premio Nobel della Padania, nell’ambito della prossima edizione di Miss Padania. 4) Come in tutte le farse che si rispettino, c’è stato uno scambio di persona.
Spiega quel rompiscatole del professor Brusco: «L’unico economista del gruppo (dei vincitori del Nobel, ndr) che ha scritto esplicitamente di federalismo (diciamo esplicitamente perché sia ‘mechanism design’ sia l’opera di Hayek offrono spunti al riguardo, ma pretendere che Calderoli se ne accorga sarebbe troppo) è James Buchanan, che vinse il premio Nobel nel 1986.
Un nome difficile, quasi impronunciabile. Che, nel passare di bocca in bocca da un portaborse a un altro si deve essere progressivamente trasformato in Vuchanan, Vuhnan, Vuhan, infine Wuhan, che siccome è un foresto ci deve volere la w, mica la v…”. Se le cose stessero così, dovremmo arguirne che il popolare Pota ha preso talmente sul serio il suo mandato ministeriale che s’è messo a semplificare non solo le leggi (incluse -si spera- le sue), ma anche i cognomi degli economisti.
Del resto, polemizzando quattro anni fa, sempre sul Corriere, con Giovanni Sartori, il noto intellettuale della Bergamasca aveva citato a sostegno del federalismo leghista, oltre alla solita «analisi empirica», proprio l’economista Buchanan. E aveva concluso la sua lezioncina con un’elegante stoccata all’insigne politologo toscano: «Come si trova scritto nelle università americane, ben note al Professor Sartori: se pensi che l’istruzione costi cara, pensa a quanto costa l’ignoranza». Ora sarebbe fin troppo facile ritorcere quella massima contro il ministro della Semplificazione. Anche perché, dalle sue parti, l’ignoranza non costa né tanto né poco: è gratis.
She's the devil
La Celentano era Satana nel filmone di Mel Gibson sulla Passione di Cristo

Una bellissima intervista a Rosalinda Celentano da "A" di Rizzoli.
Luciano Regolo per “A”
I più l’immaginano trasgressiva, audace o addirittura ribelle, Rosalinda Celentano. Ma lei, la terzogenita di Adriano e di Claudia Mori, una delle più inossidabili coppie dello showbitz, è semplicemente fuori dal comune. E dietro i suoi inimmaginabili segreti… “di rottura”, che rivela per la prima volta ad A, in questa intervista, c’è soprattutto un’incredibile dolcezza. Lei fa di tutto per mascherarla con chi non conosce, grazie al look aggressivo o alle battute dissacranti. Ma i suoi intensi occhi verdi e il sorriso, pronto ad aprirsi, la tradiscono prima delle parole. Le verità che ci racconta – da una vita senza sesso («è come se avessi una lapide sulla vagina, non riesco ad andare a letto con nessuno») ai rapporti conflittuali con i genitori, dalla fase autodistruttiva, segnata dai disordini alimentari e dall’alcol, agli amori solo di testa o «di cuore», come dice lei, con uomini e donne – sono un caleidoscopio di emozioni autentiche e coinvolgenti, di barriere erette negli anni da una sensibilità forte e disperata a un tempo.
In questi giorni Rosalinda è in Calabria, a Soverato, dove il giovane direttore artistico del Magna Grecia Film Festival, Gianvito Casadonte, l’ha fortemente voluta come madrina della rassegna, proprio per il suo “carisma controcorrente”. Anche se lei, 40 anni appena compiuti, dopo aver interpretato il demonio in The Passion di Mel Gibson e una gourmet in Tutte le donne della mia vita, diretta da Simona Izzo e Ricky Tognazzi, da un biennio rifiuta «proposte inaccettabili» e ora pensa persino di mollare il cinema: «Voglio andarmene via dall’Italia, in Spagna o a New York per studiare. Per fortuna ho la pittura, i miei quadri neo-impressionisti. Sto preparando un’altra mostra, dopo la prima personale a Brera di qualche mese fa…».
Perché dire addio al cinema?
«Perché mi sento un’attrice atipica. Io non ho la testa da attrice, è un complimento che mi ha fatto Mel Gibson. Non amo molto chi fa questo mestiere: gli attori sono troppo egocentrici, pensano solo allo specchio, ma dovrebbero averne più d’uno, dentro e fuori. Poi non riesco più ad amare l’Italia, un Paese senza più senso: senso del dovere, senso del rischio, senso del merito. Se non ti presti a una logica puramente commerciale, anche se hai un curriculum come il mio, cadi in una specie di dimenticatoio. Tutti ti dicono quanto sei brava, ma poi ti propongono solo lavori di basso profilo. Questo all’inizio mi ha fatto soffrire, ma adesso no. Io non negozio, non faccio compromessi con la mia anima, preferisco restare coerente con me stessa. Ed esprimo questo bisogno nella pittura, ma anche nella musica. L’arte per me è amore e l’amore mi è essenziale».
Non ha trovato amore nella sua famiglia?
«Di solito preferisco non parlare dei miei genitori. Ma a lei sento di poter dire in tutta franchezza che ho scelto di andar via di casa quando avevo appena 18 anni e quindi non li ho molto vissuti. Il fatto è che la famiglia forte che hanno costituito mia madre e mio padre è costituita da loro due e basta. Per certi versi questa loro unione esclusiva è una cosa bellissima, ma crea dei vuoti a un figlio. Anzi vorrei che lei scrivesse un consiglio che avrei voluto dare ai miei: quando le cose stanno così, o quando si è artisti, sarebbe meglio non avere bambini, perché loro hanno bisogno di attenzioni e di amore, di una presenza che non può essere sostituita dalle tate. Penso di essere grande abbastanza per tagliare il cordone ombelicale, anche se, nonostante gli anni di analisi, un legame così non lo sciogli mai. Però, col tempo, puoi considerare le cose in maniera diversa, comprendere meglio certe mancanze. Ma resta il fatto che conosco poco i miei genitori, così come loro conoscono poco me. E io mi sono dovuta allontanare per capire che cosa non sono. Che cosa sono ancora non lo so, ma almeno ho fatto un primo passo».
In che senso non conosce i suoi genitori? Che cosa avrebbe voluto da loro?
«Non è detto che per forza i genitori debbano amare i figli. Come non è detto il contrario. Ma non ci si sceglie, questo è un vincolo dovuto al caso. Quindi, forse, avrei voluto ciò che cerca ogni bambino: l’amore più semplice e genuino, non mediato dalle convenzioni, non manifestato attraverso le case, le auto e quant’altro. Non voglio e non ho mai voluto cose. Vorrei ricevere più carezze da loro e cercare di accarezzarli di più. Perché io mi prendo tutta la mia responsabilità di figlia e forse sono ancora in tempo».
Ha provato a dialogare con i suoi su questo?
«Sì, in passato».
E com’è andata?
«Così così, non particolarmente bene. Ma oggi, a 40 anni, li capisco di più, anche se capire non cancella il dolore, te lo porti dietro sin quando cammini su questa terra. Forse nutro ancora un po’ di rabbia nei loro confronti, ma mi auguro il meglio per mamma e papà, sempre».
Ma c’è uno dei due che ha sentito un po’ più vicino?
«Loro sono un cerchio, una sfera chiusa, ripeto una famiglia a due. Io rispetto questo loro modo di essere, senza condividerlo. Forse dovrei rispondere mamma, perché è lei che mi ha partorito. È stata una delle donne più belle al mondo, io la vedo molto come un mito alla Romy Schneider. Sicuramente mi è mancata più mia madre, però anche papà... Lui è un bambinone, un giocherellone. Io lo stimo moltissimo sul piano artistico. Ma i rapporti tra genitori e figli sono purtroppo spesso difficili e questo è ancora più vero per i figli d’arte. Perché chi ama troppo se stesso difficilmente riesce a esprimere amore agli altri».
Parlava della bellezza di sua madre: perché, secondo lei, con gli anni ha cominciato a trascurare il suo aspetto?
«La mia impressione è che, per un momento sia stata molto infelice. È stata bellissima, ma adesso è diventata qualcos’altro rispetto ai suoi 30 o 40 anni. E si è lasciata andare per occuparsi sempre più di papà, che è il suo vero figlio. Ha fatto un grande atto d’amore, ma a me piacerebbe vederla meglio, e non lo dico soltanto per i chili di troppo. Piuttosto mi preoccupa la sua salute, perché ai miei occhi sarà sempre bella».
Lei ha raccontato di aver vissuto un periodo autodistruttivo, in cui si faceva del male e aveva problemi con il cibo. Si è data un perchè?
«Ero molto ribelle e malinconica. Io vivo circondata da foto di Pierpaolo Pasolini, di Camille Claudel, di altri grandi che io chiamo “i miei amici dipartiti”. Anche se poi sono amata da persone reali, questo non basta, e non mi bastava specialmente in quel periodo. Quando manca l’amore materno e paterno, e non per cattiveria ma per problemi loro e forse pure per gioventù, perché mia madre a 23 anni aveva già 3 figli, accade comunque un disastro. Il mancato amore provoca disastri. Se lo si riceve si è più stabili, altrimenti spesso si cerca la distruzione. E io per un certo tempo ho toccato il fondo, anche se non con la droga. Ci sono molti altri modi per farsi del male. Io per esempio ho un rapporto molto intenso con le medicine, non è bello, ma è la mia copertina di Linus. Comunque, la mia unica droga è stata l’alcol, mi scolavo una bottiglia di vodka a sera, dovevo colmare un vuoto. Poi avevo problemi con il cibo. Questo è andato avanti per due anni, tra il 2001 e il 2003».
Era una fuga dal dolore?
«No, piuttosto era un modo per viverlo. Io non sono una che si innamora facilmente, al contrario sono ipersevera con me stessa e seria, anche se mostro un aspetto molto più ribelle. Non mi dispiace la solitudine, ma in quel periodo mi isolavo troppo e la solitudine era diventata un nemico. Continuavo a farmi del male. Poi ho toccato il fondo e ho dovuto scegliere: tra la morte e la vita ho scelto la vita. Avevo 35 anni e mi sono detta: ho bisogno di aiuto, ho bisogno di un medico, ho bisogno di conoscere meglio i miei e di frequentarli. E sento di essere stata molto brava per aver avuto questa umiltà, per essermi messa in gioco. E continuo a farlo, mi faccio 2 mila domande al giorno».
Chi è il medico, l’analista che la segue?
«È Vera Slepoj. Me la presentò 5 anni fa mia sorella Rosita. All’epoca ero convinta di essere lesbica, perché non riuscivo ad avere rapporti sessuali con gli uomini, ma neppure con le donne. Al nostro primo incontro, ci fu uno scambio quasi comico tra me e Vera. Lei mi disse che ero tutt’altro che lesbica, che in realtà ero tra le donne più femminili che lei avesse mai conosciuto. “Tu ti sei rasata i capelli perché vuoi fare capire al mondo di essere omosessuale, ma non lo sei”, insistette. Allora io le risposi: “No, la prego, mi dica che almeno un po’ sono lesbica, altrimenti mi sparo perché finora ho creduto di esserlo”. Vera, quindi, mi spiegò che io ho un problema molto più profondo. Ed è questo che mi ha impedito di vivere il sesso, sia con gli uomini, sia con le donne. Vera, come me, non crede nell’omosessualità ma nell’amore che non ha confini».
Ma lei ha avuto storie d’amore con uomini o con donne?
«Ho amato un uomo e ho amato una donna. Ma non nel senso comune. Io tendo a fare l’amore con esseri eterei, con Pasolini o con la Claudel perché mi spaventa il corpo, non l’anima e questo chiaramente non mi aiuta ad avere approcci né con l’uno né con l’altro sesso. A 23 anni mi sono trovata ad amare, un uomo, Pierluigi Galluzzi, che poi se n’è andato via, ucciso da una malattia orrenda. Lui era il direttore della Polygram e ci incontrammo a Sanremo, all’epoca avevo inciso un disco con Caterina Caselli, che partecipò al festival. Pierluigi era anche un pittore, un uomo di immensa sensibilità. E io fui praticamente adottata dalla sua famiglia, dalla sorella Gabriella e da suo marito. Poi arrivò quel maledetto cancro... Mi sono messa a cercare l’amore altrove, specialmente nei disegni, nell’arte. Avrei voluto nascere senza sesso, avrei voluto un mondo senza sesso. Mi viene in mente una frase di Leopardi che ho letto quando avevo 10 anni, forse troppo presto: “Gli amori e i dolori più grandi sono muti”».
Ma la sua storia con Pierluigi era piena anche sul piano fisico?
«No, certi tasti fisici non li ho mai toccati, però ci amavamo da morire. Non è che se non fai sesso non ami, certo è una parte che manca e per mille ragioni, che sto cercando di gestire con l’analisi. Il fatto è che io non mi fido dell’esterno. Come potrei, dato che ho avuto due genitori che non mi hanno trasmesso la fiducia? Ma vorrei smussare tutto questo, sono sempre pronta a mettermi in discussione».
Lei non ha rapporti con gli uomini, forse perché le piacciono le donne ma non vuole ammetterlo con se stessa?
«Era quello che pensavo, ma Vera mi ha aiutato a capire che sbagliavo e non è stato semplice accettarlo, mi creda. A me non piacciono le donne, le amo che è una cosa diversa. Ma amo anche gli uomini sensibili. Amo la figura femminile, di quella maschile ho più paura, solo perché la conosco di meno».
Ha mai avuto una storia con una donna?
«Ho amato una donna, sì, ma a mio modo. Lei, fra l’altro era molto bella, ma la bellezza fine a se stessa non mi dà nulla, un volto devi entrarmi dentro, nell’anima. Altrimenti non c’è amore».
Ci racconta un po’ di più di questo suo amore per una donna?
«È durata un paio di mesi, lei mi ha fatto provare una grande emozione. Tutte e due forse uscivamo da un momento drammatico. Mi sono portata dentro il suo ricordo per dieci anni, forse perché quando una figura ti viene sottratta, poi il suo peso si amplifica».
Vi siete più riviste?
«Sì, tre anni fa, ma c’è stata un’incomprensione. Mi piacerebbe rincontrarla, forse».
C’è mai stata una persona, uomo o donna, che le ha fatto superare questa barriera fisica?
«No, mai. Perché ancora non mi fido: amo le creature, però ne ho il terrore. Vorrei fare l’amore anche con il corpo, certo. Ma non è facile, visto l’uso che di solito si fa del sesso e visto come sono fatta io stessa. Ci sono un sacco di cose che devo imparare, in questo mi sento una bambina di 6-7 anni e quindi devo essere accompagnata. Non so se da una donna o da un uomo. Mi sono trovata di colpo grande in alcuni aspetti e in questo, sessuale, invece, molto piccina. Ne sono stata male, fino a volermi distruggere. Poi, ripeto, ho scelto la vita. E così, Vita, ho chiamato il barboncino che ho preso 4 anni fa, su consiglio di Vera e che ora è inseparabile da me.».
Anni fa era girata la voce di un suo legame con Domiziana Giordano: che cosa c’è stato tra voi?
«Ci siamo conosciute da piccole e siamo state molto legate. Adoro anche suo marito, perché Domiziana si è sposata. Non c’è stata una storia tra noi, ma un sentimento forte e burrascoso. Io ero piccola per capire certe cose, lei grande per capirne altre di me. Ho anche tentato di avere approcci con lei quando pensavo di essere omosessuale. Ma io avevo dei problemi, anche se lei non ne aveva alcuno. In ogni caso fra noi è rimasto e ci sarà sempre un grande affetto».
È vero che lei ha respinto le avances di un’attrice italiana bellissima, considerata un sex-symbol mondiale?
«Su questa domanda preferirei rispondere solo a me stessa, anche perché, in realtà, fui io a stuzzicarla con battute e poi a tirarmi indietro: avevo una fifa tremenda. Comunque ritengo che se due persone si amano realmente e profondamente, il sesso dovrebbe diventare una conseguenza naturale. Però, poi, si sa, l’amore, in un certo senso, è sempre più grande di noi. Come quando guardi un dipinto di un grande artista e ti senti una formica…».
L’ultimo amore che ha vissuto?
«Con Paolo, che è arrivato nella mia vita 3 anni fa. Abbiamo vissuto da marito e moglie per un triennio, ma con un piccolo particolare: che non andavo a letto con lui. Io gli dicevo: “Sfogati con le altre, e poi andiamo a cena noi due”. Paolo è un critico d’arte e un giornalista che scrive d’economia. E’ un uomo molto colto e sensibile. Sa praticamente tutto degli artisti compresi tra il Duecento e il Seicento, poi dipinge come me e mi ha aiutato a organizzare la mia prima personale. A un certo punto ci siamo persi, anche se non posso dire che è finita, perché forse non è mai cominciata. Però, quando capita che ci incontriamo ci sbaciucchiamo e ci amiamo molto».
Da un punto di vista fisico chi è la “creatura” che ora ama di più?
«Non prendetemi per pazza, ma se devo essere sincera dico che è il mio cagnolino, Vita. Con lei è come se avessi avuto una figlia e quindi non posso più concedermi il lusso di farmi del male. Molti mi dicono: sbagli a considerarla come il tuo bambino, ma non è così, io volevo proprio lei, non un figlio. Altrimenti l’avrei fatto, avrei vinto quelle barriere. Ci ho anche pensato, con Paolo. Il pensiero mi è durato per 7 mesi, ma avevo già Vita. Lei mi tiene con i piedi per terra, mi dà orari, mi protegge, pur essendo piccolissima. E’ come un bimbo che dà e riceve amore, e ti insegna le cose più grandi».
Che rapporto ha con i suoi fratelli, Rosita e Giacomo?
«Rosita e io siamo all’opposto in tutto, dai capelli alla mondanità, che lei adora e io no. Ma ci amiamo tantissimo. Io la amerei anche se non fosse mia sorella, questo è solo un di più. Ed è un amore che mi devasta. Rosita è molto materna nei miei confronti, ma da quando sono in analisi a volte la riprendo anche io. Putroppo ci vediamo poco. Con Giacomo, che si è sposato e ha avuto un figlio, Samuele, eravamo molto legati da bambini, oggi lo vedo appena una volta all’anno. Non abbiamo grandi rapporti. Rosita, in parte, e io, in maniera molto più netta, abbiamo anche un comune rammarico nei suoi confronti: essendo Giacomo l’unico maschio, e il figlio di mezzo, forse era il più debole ed è rimasto più schiacciato dalle figure dei nostri genitori. Noi sorelle avremmo dovuto fare di più per aiutarlo, questo è un mio rimpianto. Ma oramai siamo tutti e tre grandi, possiamo rimboccarci le maniche perché noi tutti, a una certa età, siamo soprattutto figli di noi stessi. Il segreto è continuare a pensare ai propri amori e affetti come fossero piccoli, vederli bambini. Io mi ripropongo di farlo sia con i miei fratelli, sia col mondo intero per veder crescere una terra migliore di questa, che è fatta solo di adulti con dentro troppo cibo».

Una bellissima intervista a Rosalinda Celentano da "A" di Rizzoli.
Luciano Regolo per “A”
I più l’immaginano trasgressiva, audace o addirittura ribelle, Rosalinda Celentano. Ma lei, la terzogenita di Adriano e di Claudia Mori, una delle più inossidabili coppie dello showbitz, è semplicemente fuori dal comune. E dietro i suoi inimmaginabili segreti… “di rottura”, che rivela per la prima volta ad A, in questa intervista, c’è soprattutto un’incredibile dolcezza. Lei fa di tutto per mascherarla con chi non conosce, grazie al look aggressivo o alle battute dissacranti. Ma i suoi intensi occhi verdi e il sorriso, pronto ad aprirsi, la tradiscono prima delle parole. Le verità che ci racconta – da una vita senza sesso («è come se avessi una lapide sulla vagina, non riesco ad andare a letto con nessuno») ai rapporti conflittuali con i genitori, dalla fase autodistruttiva, segnata dai disordini alimentari e dall’alcol, agli amori solo di testa o «di cuore», come dice lei, con uomini e donne – sono un caleidoscopio di emozioni autentiche e coinvolgenti, di barriere erette negli anni da una sensibilità forte e disperata a un tempo.
In questi giorni Rosalinda è in Calabria, a Soverato, dove il giovane direttore artistico del Magna Grecia Film Festival, Gianvito Casadonte, l’ha fortemente voluta come madrina della rassegna, proprio per il suo “carisma controcorrente”. Anche se lei, 40 anni appena compiuti, dopo aver interpretato il demonio in The Passion di Mel Gibson e una gourmet in Tutte le donne della mia vita, diretta da Simona Izzo e Ricky Tognazzi, da un biennio rifiuta «proposte inaccettabili» e ora pensa persino di mollare il cinema: «Voglio andarmene via dall’Italia, in Spagna o a New York per studiare. Per fortuna ho la pittura, i miei quadri neo-impressionisti. Sto preparando un’altra mostra, dopo la prima personale a Brera di qualche mese fa…».
Perché dire addio al cinema?
«Perché mi sento un’attrice atipica. Io non ho la testa da attrice, è un complimento che mi ha fatto Mel Gibson. Non amo molto chi fa questo mestiere: gli attori sono troppo egocentrici, pensano solo allo specchio, ma dovrebbero averne più d’uno, dentro e fuori. Poi non riesco più ad amare l’Italia, un Paese senza più senso: senso del dovere, senso del rischio, senso del merito. Se non ti presti a una logica puramente commerciale, anche se hai un curriculum come il mio, cadi in una specie di dimenticatoio. Tutti ti dicono quanto sei brava, ma poi ti propongono solo lavori di basso profilo. Questo all’inizio mi ha fatto soffrire, ma adesso no. Io non negozio, non faccio compromessi con la mia anima, preferisco restare coerente con me stessa. Ed esprimo questo bisogno nella pittura, ma anche nella musica. L’arte per me è amore e l’amore mi è essenziale».
Non ha trovato amore nella sua famiglia?
«Di solito preferisco non parlare dei miei genitori. Ma a lei sento di poter dire in tutta franchezza che ho scelto di andar via di casa quando avevo appena 18 anni e quindi non li ho molto vissuti. Il fatto è che la famiglia forte che hanno costituito mia madre e mio padre è costituita da loro due e basta. Per certi versi questa loro unione esclusiva è una cosa bellissima, ma crea dei vuoti a un figlio. Anzi vorrei che lei scrivesse un consiglio che avrei voluto dare ai miei: quando le cose stanno così, o quando si è artisti, sarebbe meglio non avere bambini, perché loro hanno bisogno di attenzioni e di amore, di una presenza che non può essere sostituita dalle tate. Penso di essere grande abbastanza per tagliare il cordone ombelicale, anche se, nonostante gli anni di analisi, un legame così non lo sciogli mai. Però, col tempo, puoi considerare le cose in maniera diversa, comprendere meglio certe mancanze. Ma resta il fatto che conosco poco i miei genitori, così come loro conoscono poco me. E io mi sono dovuta allontanare per capire che cosa non sono. Che cosa sono ancora non lo so, ma almeno ho fatto un primo passo».
In che senso non conosce i suoi genitori? Che cosa avrebbe voluto da loro?
«Non è detto che per forza i genitori debbano amare i figli. Come non è detto il contrario. Ma non ci si sceglie, questo è un vincolo dovuto al caso. Quindi, forse, avrei voluto ciò che cerca ogni bambino: l’amore più semplice e genuino, non mediato dalle convenzioni, non manifestato attraverso le case, le auto e quant’altro. Non voglio e non ho mai voluto cose. Vorrei ricevere più carezze da loro e cercare di accarezzarli di più. Perché io mi prendo tutta la mia responsabilità di figlia e forse sono ancora in tempo».
Ha provato a dialogare con i suoi su questo?
«Sì, in passato».
E com’è andata?
«Così così, non particolarmente bene. Ma oggi, a 40 anni, li capisco di più, anche se capire non cancella il dolore, te lo porti dietro sin quando cammini su questa terra. Forse nutro ancora un po’ di rabbia nei loro confronti, ma mi auguro il meglio per mamma e papà, sempre».
Ma c’è uno dei due che ha sentito un po’ più vicino?
«Loro sono un cerchio, una sfera chiusa, ripeto una famiglia a due. Io rispetto questo loro modo di essere, senza condividerlo. Forse dovrei rispondere mamma, perché è lei che mi ha partorito. È stata una delle donne più belle al mondo, io la vedo molto come un mito alla Romy Schneider. Sicuramente mi è mancata più mia madre, però anche papà... Lui è un bambinone, un giocherellone. Io lo stimo moltissimo sul piano artistico. Ma i rapporti tra genitori e figli sono purtroppo spesso difficili e questo è ancora più vero per i figli d’arte. Perché chi ama troppo se stesso difficilmente riesce a esprimere amore agli altri».
Parlava della bellezza di sua madre: perché, secondo lei, con gli anni ha cominciato a trascurare il suo aspetto?
«La mia impressione è che, per un momento sia stata molto infelice. È stata bellissima, ma adesso è diventata qualcos’altro rispetto ai suoi 30 o 40 anni. E si è lasciata andare per occuparsi sempre più di papà, che è il suo vero figlio. Ha fatto un grande atto d’amore, ma a me piacerebbe vederla meglio, e non lo dico soltanto per i chili di troppo. Piuttosto mi preoccupa la sua salute, perché ai miei occhi sarà sempre bella».
Lei ha raccontato di aver vissuto un periodo autodistruttivo, in cui si faceva del male e aveva problemi con il cibo. Si è data un perchè?
«Ero molto ribelle e malinconica. Io vivo circondata da foto di Pierpaolo Pasolini, di Camille Claudel, di altri grandi che io chiamo “i miei amici dipartiti”. Anche se poi sono amata da persone reali, questo non basta, e non mi bastava specialmente in quel periodo. Quando manca l’amore materno e paterno, e non per cattiveria ma per problemi loro e forse pure per gioventù, perché mia madre a 23 anni aveva già 3 figli, accade comunque un disastro. Il mancato amore provoca disastri. Se lo si riceve si è più stabili, altrimenti spesso si cerca la distruzione. E io per un certo tempo ho toccato il fondo, anche se non con la droga. Ci sono molti altri modi per farsi del male. Io per esempio ho un rapporto molto intenso con le medicine, non è bello, ma è la mia copertina di Linus. Comunque, la mia unica droga è stata l’alcol, mi scolavo una bottiglia di vodka a sera, dovevo colmare un vuoto. Poi avevo problemi con il cibo. Questo è andato avanti per due anni, tra il 2001 e il 2003».
Era una fuga dal dolore?
«No, piuttosto era un modo per viverlo. Io non sono una che si innamora facilmente, al contrario sono ipersevera con me stessa e seria, anche se mostro un aspetto molto più ribelle. Non mi dispiace la solitudine, ma in quel periodo mi isolavo troppo e la solitudine era diventata un nemico. Continuavo a farmi del male. Poi ho toccato il fondo e ho dovuto scegliere: tra la morte e la vita ho scelto la vita. Avevo 35 anni e mi sono detta: ho bisogno di aiuto, ho bisogno di un medico, ho bisogno di conoscere meglio i miei e di frequentarli. E sento di essere stata molto brava per aver avuto questa umiltà, per essermi messa in gioco. E continuo a farlo, mi faccio 2 mila domande al giorno».
Chi è il medico, l’analista che la segue?
«È Vera Slepoj. Me la presentò 5 anni fa mia sorella Rosita. All’epoca ero convinta di essere lesbica, perché non riuscivo ad avere rapporti sessuali con gli uomini, ma neppure con le donne. Al nostro primo incontro, ci fu uno scambio quasi comico tra me e Vera. Lei mi disse che ero tutt’altro che lesbica, che in realtà ero tra le donne più femminili che lei avesse mai conosciuto. “Tu ti sei rasata i capelli perché vuoi fare capire al mondo di essere omosessuale, ma non lo sei”, insistette. Allora io le risposi: “No, la prego, mi dica che almeno un po’ sono lesbica, altrimenti mi sparo perché finora ho creduto di esserlo”. Vera, quindi, mi spiegò che io ho un problema molto più profondo. Ed è questo che mi ha impedito di vivere il sesso, sia con gli uomini, sia con le donne. Vera, come me, non crede nell’omosessualità ma nell’amore che non ha confini».
Ma lei ha avuto storie d’amore con uomini o con donne?
«Ho amato un uomo e ho amato una donna. Ma non nel senso comune. Io tendo a fare l’amore con esseri eterei, con Pasolini o con la Claudel perché mi spaventa il corpo, non l’anima e questo chiaramente non mi aiuta ad avere approcci né con l’uno né con l’altro sesso. A 23 anni mi sono trovata ad amare, un uomo, Pierluigi Galluzzi, che poi se n’è andato via, ucciso da una malattia orrenda. Lui era il direttore della Polygram e ci incontrammo a Sanremo, all’epoca avevo inciso un disco con Caterina Caselli, che partecipò al festival. Pierluigi era anche un pittore, un uomo di immensa sensibilità. E io fui praticamente adottata dalla sua famiglia, dalla sorella Gabriella e da suo marito. Poi arrivò quel maledetto cancro... Mi sono messa a cercare l’amore altrove, specialmente nei disegni, nell’arte. Avrei voluto nascere senza sesso, avrei voluto un mondo senza sesso. Mi viene in mente una frase di Leopardi che ho letto quando avevo 10 anni, forse troppo presto: “Gli amori e i dolori più grandi sono muti”».
Ma la sua storia con Pierluigi era piena anche sul piano fisico?
«No, certi tasti fisici non li ho mai toccati, però ci amavamo da morire. Non è che se non fai sesso non ami, certo è una parte che manca e per mille ragioni, che sto cercando di gestire con l’analisi. Il fatto è che io non mi fido dell’esterno. Come potrei, dato che ho avuto due genitori che non mi hanno trasmesso la fiducia? Ma vorrei smussare tutto questo, sono sempre pronta a mettermi in discussione».
Lei non ha rapporti con gli uomini, forse perché le piacciono le donne ma non vuole ammetterlo con se stessa?
«Era quello che pensavo, ma Vera mi ha aiutato a capire che sbagliavo e non è stato semplice accettarlo, mi creda. A me non piacciono le donne, le amo che è una cosa diversa. Ma amo anche gli uomini sensibili. Amo la figura femminile, di quella maschile ho più paura, solo perché la conosco di meno».
Ha mai avuto una storia con una donna?
«Ho amato una donna, sì, ma a mio modo. Lei, fra l’altro era molto bella, ma la bellezza fine a se stessa non mi dà nulla, un volto devi entrarmi dentro, nell’anima. Altrimenti non c’è amore».
Ci racconta un po’ di più di questo suo amore per una donna?
«È durata un paio di mesi, lei mi ha fatto provare una grande emozione. Tutte e due forse uscivamo da un momento drammatico. Mi sono portata dentro il suo ricordo per dieci anni, forse perché quando una figura ti viene sottratta, poi il suo peso si amplifica».
Vi siete più riviste?
«Sì, tre anni fa, ma c’è stata un’incomprensione. Mi piacerebbe rincontrarla, forse».
C’è mai stata una persona, uomo o donna, che le ha fatto superare questa barriera fisica?
«No, mai. Perché ancora non mi fido: amo le creature, però ne ho il terrore. Vorrei fare l’amore anche con il corpo, certo. Ma non è facile, visto l’uso che di solito si fa del sesso e visto come sono fatta io stessa. Ci sono un sacco di cose che devo imparare, in questo mi sento una bambina di 6-7 anni e quindi devo essere accompagnata. Non so se da una donna o da un uomo. Mi sono trovata di colpo grande in alcuni aspetti e in questo, sessuale, invece, molto piccina. Ne sono stata male, fino a volermi distruggere. Poi, ripeto, ho scelto la vita. E così, Vita, ho chiamato il barboncino che ho preso 4 anni fa, su consiglio di Vera e che ora è inseparabile da me.».
Anni fa era girata la voce di un suo legame con Domiziana Giordano: che cosa c’è stato tra voi?
«Ci siamo conosciute da piccole e siamo state molto legate. Adoro anche suo marito, perché Domiziana si è sposata. Non c’è stata una storia tra noi, ma un sentimento forte e burrascoso. Io ero piccola per capire certe cose, lei grande per capirne altre di me. Ho anche tentato di avere approcci con lei quando pensavo di essere omosessuale. Ma io avevo dei problemi, anche se lei non ne aveva alcuno. In ogni caso fra noi è rimasto e ci sarà sempre un grande affetto».
È vero che lei ha respinto le avances di un’attrice italiana bellissima, considerata un sex-symbol mondiale?
«Su questa domanda preferirei rispondere solo a me stessa, anche perché, in realtà, fui io a stuzzicarla con battute e poi a tirarmi indietro: avevo una fifa tremenda. Comunque ritengo che se due persone si amano realmente e profondamente, il sesso dovrebbe diventare una conseguenza naturale. Però, poi, si sa, l’amore, in un certo senso, è sempre più grande di noi. Come quando guardi un dipinto di un grande artista e ti senti una formica…».
L’ultimo amore che ha vissuto?
«Con Paolo, che è arrivato nella mia vita 3 anni fa. Abbiamo vissuto da marito e moglie per un triennio, ma con un piccolo particolare: che non andavo a letto con lui. Io gli dicevo: “Sfogati con le altre, e poi andiamo a cena noi due”. Paolo è un critico d’arte e un giornalista che scrive d’economia. E’ un uomo molto colto e sensibile. Sa praticamente tutto degli artisti compresi tra il Duecento e il Seicento, poi dipinge come me e mi ha aiutato a organizzare la mia prima personale. A un certo punto ci siamo persi, anche se non posso dire che è finita, perché forse non è mai cominciata. Però, quando capita che ci incontriamo ci sbaciucchiamo e ci amiamo molto».
Da un punto di vista fisico chi è la “creatura” che ora ama di più?
«Non prendetemi per pazza, ma se devo essere sincera dico che è il mio cagnolino, Vita. Con lei è come se avessi avuto una figlia e quindi non posso più concedermi il lusso di farmi del male. Molti mi dicono: sbagli a considerarla come il tuo bambino, ma non è così, io volevo proprio lei, non un figlio. Altrimenti l’avrei fatto, avrei vinto quelle barriere. Ci ho anche pensato, con Paolo. Il pensiero mi è durato per 7 mesi, ma avevo già Vita. Lei mi tiene con i piedi per terra, mi dà orari, mi protegge, pur essendo piccolissima. E’ come un bimbo che dà e riceve amore, e ti insegna le cose più grandi».
Che rapporto ha con i suoi fratelli, Rosita e Giacomo?
«Rosita e io siamo all’opposto in tutto, dai capelli alla mondanità, che lei adora e io no. Ma ci amiamo tantissimo. Io la amerei anche se non fosse mia sorella, questo è solo un di più. Ed è un amore che mi devasta. Rosita è molto materna nei miei confronti, ma da quando sono in analisi a volte la riprendo anche io. Putroppo ci vediamo poco. Con Giacomo, che si è sposato e ha avuto un figlio, Samuele, eravamo molto legati da bambini, oggi lo vedo appena una volta all’anno. Non abbiamo grandi rapporti. Rosita, in parte, e io, in maniera molto più netta, abbiamo anche un comune rammarico nei suoi confronti: essendo Giacomo l’unico maschio, e il figlio di mezzo, forse era il più debole ed è rimasto più schiacciato dalle figure dei nostri genitori. Noi sorelle avremmo dovuto fare di più per aiutarlo, questo è un mio rimpianto. Ma oramai siamo tutti e tre grandi, possiamo rimboccarci le maniche perché noi tutti, a una certa età, siamo soprattutto figli di noi stessi. Il segreto è continuare a pensare ai propri amori e affetti come fossero piccoli, vederli bambini. Io mi ripropongo di farlo sia con i miei fratelli, sia col mondo intero per veder crescere una terra migliore di questa, che è fatta solo di adulti con dentro troppo cibo».
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Ora (un po' menos) pro nobis

Sua Eminenza Crescenzio Sepe è rimasto incastrato nel tunnel di Cortina, causa incidente: ne viene disincagliato grazie a diverse pattuglie della Stradale. Ma dal torpedone scendono soprattutto un esercito di pretini napoletani (“eravamo in ritiro spirituale da queste parti”), che si avventano sul buffet del PalaLexus, divorando tutto come locuste bibliche. Sulla questione della monnezza, Sepe ribadisce: “Dio ama i napoletani” (commento di molti dei presenti: chissà se li odiasse)
da Dagospia.com
martedì, agosto 05, 2008
Chiude la Tv delle libertà
Da “Corriere.it” - Fine delle trasmissioni per la Tv della Libertà. La rete di informazione e promozione dei Circoli di Michela Vittoria Brambilla ha chiuso il segnale il 31 luglio, dopo un solo anno di vita. E l'ex direttore Giorgio Medail, alla luce dei dati di ascolto pari a «6-7000mila spettatori al giorno», non trattiene il rammarico. «Nel caso della tv della libertà si è trattato di una bellissima esperienza: ricevevamo una quantità enorme di telefonate, c'era un continuo interscambio con la gente. Noi trasmettevamo su Sky ma anche su 40 emittenti private. Qualcosa come 6-7000mila ascoltatori al giorno», ha dichiarato Medail in un'intervista a Qn.
La televisione aveva cominciato a trasmettere sul satellite l’11 giugno 2007. Da allora è stata in onda 24 ore su 24, con 4 ore di diretta al giorno, sul canale 818 di Sky e sul sito internet www.tvdellaliberta.it. Le repliche potevano essere viste anche su 40 televisioni regionali del circuito Odeon. Il 22 maggio Forza Italia aveva rilevato il 100% della Vittoria Media Partners (Vmp), la società editoriale legata ai circoli della libertà. Michela Vittoria Brambilla, sottosegretario al turismo, e l' ex direttore della Fininvest, Salvatore Sciascia, hanno venduto rispettivamente il 70 e il 30% della Vmp.
Ri-posto uno dei capolavori di questa meravigliosa televisione. C'è davvero da chiedersi perché, con opere d'arte del genere possa chiudere questa specie di BBC in piccolo.
La televisione aveva cominciato a trasmettere sul satellite l’11 giugno 2007. Da allora è stata in onda 24 ore su 24, con 4 ore di diretta al giorno, sul canale 818 di Sky e sul sito internet www.tvdellaliberta.it. Le repliche potevano essere viste anche su 40 televisioni regionali del circuito Odeon. Il 22 maggio Forza Italia aveva rilevato il 100% della Vittoria Media Partners (Vmp), la società editoriale legata ai circoli della libertà. Michela Vittoria Brambilla, sottosegretario al turismo, e l' ex direttore della Fininvest, Salvatore Sciascia, hanno venduto rispettivamente il 70 e il 30% della Vmp.
Ri-posto uno dei capolavori di questa meravigliosa televisione. C'è davvero da chiedersi perché, con opere d'arte del genere possa chiudere questa specie di BBC in piccolo.
lunedì, agosto 04, 2008
Onorevole di Pietro ladro?

Prosegue, a mio parere, l'opera di killeraggio della stampa della PdL contro Tonino di Pietro. Un lungo articolo, preciso, documentato, chiuso però con un sibillino "i conti non tornano". Tutto perfetto, ma ci sarebbe da dire perché quei conti non tornano. Se ci sono prove si denunci, altrimenti sarà fortissimo il sospetto in me e altri, che questi articoli siano scritti solo per instillare dubbi nei confronti di una persona, nella fattispecie del di Pietro. Non mi sembra che ci siano ipotesi di reato. I conti, direbbe il Chiocci, non tornano.
Gian Marco Chiocci per “Il Giornale”
Ma quante case ha l’onorevole Antonio Di Pietro? E con quali soldi le ha comprate? Prima di scoprirlo ci corre l’obbligo di ricordare come del suo conflitto di interessi in campo immobiliare si è già occupato, in parte, il gip di Roma che lo ha prosciolto nell’inchiesta sulla gestione allegra dei rimborsi elettorali. Restando in tema la procura capitolina ha però stigmatizzato l’operato di Tonino allorché vennero affrontate le accuse di un suo ex socio a proposito della società immobiliare Antocri (acronimo di Anna, Toto, Cristiano, i figli di Di Pietro) e delle presunte commistioni con i patrimoni dell’Italia dei Valori. Secondo l’ipotesi iniziale, Di Pietro avrebbe utilizzato i soldi del partito per acquistare appartamenti arrivandone ad affittare alcuni all’Idv, di cui era presidente. Un modo di fare penalmente irrilevante, secondo l’accusa.
CASA CON LO SCONTO
Quel conflitto d’interessi torna ora d’attualità per gli approfondimenti operati dal mensile «la Voce delle voci» in contemporanea al reportage del Giornale. Si scopre così che il 16 marzo 2006, in quel di Bergamo, il padre-padrone dell’Idv si aggiudica alle buste, in condizioni burrascose e rocambolesche, un signor appartamento a un prezzo scontatissimo dovuto alle cartolarizzazioni del patrimonio immobiliare dell’Inail. Roba da Svendopoli per vip. Lui non appare mai, fa tutto l’amministratore della sua società immobiliare Antocri (che però non agisce in questa veste), nonché compagno di Silvana Mura, deputata Idv, tesoriera del partito e socia dell’Associazione IdV.
Visti i precedenti, le confusioni di ruoli, le ambiguità fra «movimento» e «associazione», le locazioni degli immobili di proprietà di Di Pietro al partito dello stesso Di Pietro (gli appartamenti di cui parleremo dopo in via Casati a Milano e in via Principe Eugenio a Roma) non è stata una sorpresa scoprire che anche su quest’ultimo immobile qualcosa non quadra: l’ha comprato Di Pietro, attraverso il convivente della Mura, la quale ha intestate le utenze di casa che corrispondono perfettamente a quelle un tempo in uso all’ex sede della tesoreria nazionale di via Taramelli 28.
Posto che l’ex pm di Mani Pulite nega di aver mai usato un euro del partito per reinvestirlo nell’acquisto di un appartamento a suo nome, posto che la società An.to.cri è nata con un capitale sociale assai modesto (appena 50mila euro), posto ancora che nel 2005 Di Pietro ha dichiarato un imponibile di 175mila euro e nel 2006 di 189mila, l'interrogativo sulla provenienza dei capitali per l’acquisto degli appartamenti, è dovuto per una personalità pubblica del suo calibro. Specie se ci si sofferma a sbirciare nel patrimonio immobiliare di quest’uomo che anche quando indossava la toga, non sembrava contenersi nello shopping edilizio: una villa con giardino a Curno, e di lì a poco, nel 1994, una nuova villetta, attaccata alla precedente, di otto vani. L’anno appresso Di Pietro compra un'abitazione da 300 metri quadri a Busto Arsizio, che gira prontamente al partito dopo aver acceso un mutuo agevolato per l’80 per cento del totale.
Tempo qualche annetto e, una volta eletto al Parlamento europeo, fa il bis con un bilocale nel centro di Bruxelles: quanto l’abbia pagato non è noto. Arriviamo così al 2002 allorché l’ex ministro delle Infrastrutture si accasa in un elegante quarto piano in via Merulana, a Roma: altri otto vani, per un totale di 180 metri quadrati, pagato intorno ai 650mila euro grazie anche a un mutuo di 400mila euro acceso con la Bnl. L’anno dopo, nella natia Montenero di Bisaccia, Di Pietro cede al figlio Cristiano un attico di 173 metri quadrati: «Sei vani e mezzo poi ampliati a otto e a 186 metri quadrati (più 16 di garage) - analizza la Voce - grazie al condono edilizio del 2003. La spesa sostenuta è all'incirca di 300mila euro».
GLI ALLOGGI PER I FIGLI
Non passano due mesi e alla fine di marzo, l'ex pm compra a Bergamo un bel quarto piano, per i figli Anna e Toto: 190 metri quadri in un signorile palazzetto liberty in via dei Partigiani. Lo stesso giorno, con lo stesso notaio, la moglie di Tonino fa suo un appartamento di 48 metri quadrati, sempre al quarto piano, oltre a due cantine e a un garage: si parla di una cifra oscillante intorno agli 800mila euro, ma non c’è conferma nemmeno su chi abbia provveduto all’esborso e in quale misura.
Il 2004 è alle porte, e il nuovo appartamento di 190 metri quadri acquistato per 620mila euro in via Felice Casati a Milano - come da rogito stipulato in aprile - Di Pietro lo intesta alla Srl Antocri. Poi per un milione e 50mila euro la medesima società immobiliare fa suoi dieci vani (190 metri quadri) in via Principe Eugenio a Roma, dove - stando al bilancio 2005 dell’Idv - trasloca la sede nazionale di rappresentanza politica del partito, fino al giorno prima ubicata in via dei Prefetti 17». Per i due locali Tonino si rivolge alla Bnl e si carica due mutui sulle spalle: 276mila euro da saldare entro il 2015 per la casa milanese, 385mila per quella romana (scadenza 2019). Le pesanti rate Di Pietro inizialmente le ricaverà (salvo poi ripensarci quando scoppia lo scandalo) dal pagamento dei canoni d’affitto versati all'Antocri da un inquilino eccellente: la sua Italia dei Valori.
MATTONE A BERGAMO
Non è finita. Alla vigilia di Natale del 2005, Susanna Mazzoleni, moglie di Di Pietro e madre dei tre figli, compra un piccolo appartamento in via del Pradello a Bergamo. Poche ore dopo acquista anche un ufficio di quattro vani nella stessa palazzina. Spesa approssimativa? Tra i 400 e 500mila euro. L'anno successivo, come detto, Tonino compra all'asta con offerte segrete la casa di via Locatelli, sempre nella città orobica. Mentre l'anno dopo ancora, per una spesa-lavori consistente (decine, se non centinaia, di migliaia di euro) inizia a ristrutturare la masseria di famiglia in quella Montenero di Bisaccia dove l’ex ministro delle Infrastrutture, a dar retta al «catasto dei terreni» possiede 33 «frazionamenti» pari a 16 ettari di proprietà, in parte ereditati, in altra parte acquistati da parenti e familiari. Secondo la Voce (ma ancora non c’è traccia nelle visure camerali) Di Pietro avrebbe acquistato anche un altro appartamento per la figlia, 60 metri in piazza Dergano a Milano.
LA SOCIETÀ BULGARA
Di Pietro in aula ha spiegato d’essersi dato al mattone dopo aver venduto l'ufficio di Busto Arsizio (a 400mila euro, 100mila li ha dovuti restituire alla banca per il mutuo) e con il ricavato ha acquistato gli appartamenti affittati all’IdV: quello di via Felice Casati a Milano - acquistato dalla Iniziative Immobiliari di Gavirano, Gruppo Pirelli Re - e l’altro, in via Principe Eugenio a Roma (alienato nel 2007). Ha detto che se tornasse indietro non rifarebbe quello che ha fatto, anche se la sua passione per gli affari immobiliari ha travalicato i confini nazionali: Tonino possiede infatti il 50% della Suko, una srl bulgara con sede a Varna. A fronte di quattro milioni di euro spesi per comperare immobili fra il 2002 e il 2008, l’ex pm ha incassato dalle vendite all'incirca un milione di euro, scremati dalle rimanenze calcolate per i mutui. Niente di penalmente rilevante, come dicono gli ex colleghi di Tonino. Ma i conti non tornano.
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Mediaset & Rai sono speculari?

Simonetta Robiony per “La Stampa”
Sorpresa! I programmi d’autunno di Raiuno e di Canale 5 in prima serata sono complementari, come se li avesse fatti la stessa mano. Se uno fa fiction, l’altro fa intrattenimento e viceversa. La domenica e il lunedì, un’abitudine consolidata, Raiuno mette la sua fiction. Si va dalle nuovissime Coco Chanel, Paolo VI o Puccini alle classiche Montalbano, Provaci ancora Prof, Raccontami, mentre Canale 5 la domenica schiera Il ballo delle debuttanti, un’idea di Maria De Filippi, una produzione della famiglia Costanzo per la conduzione di Rita Della Chiesa e il lunedì l’ultrasperimentato Zelig. E così via, per tutta la settimana.
Martedì Tutti pazzi per la tv con la Clerici su Raiuno e su Canale 5 la fiction, che può essere la risorgimentale Il sangue e la rosa oppure Anna e i cinque con la Ferilli. Mercoledì, il ritorno di Raffaella Carrà con la lotteria da una parte, la serie sui misfatti dei medici di Crimini bianchi dall’altra. Giovedì, eccezione, potrebbe esserci uno scontro: perché se Raiuno mette la fiction (Suor Bakhita oppure Einstein della Cavani), Canale 5 con Distretto di polizia punta sugli eterni estiminatori di questo serial. Venerdì, I migliori anni del solito Carlo Conti su Raiuno cederà il posto, da fine novembre, al programma musicale Gigi e Anna con D’Alessio e la Tatangelo.
Dall’altra parte, c’è prima Fantasia, una gara di tabeaux vivants con il duo Barbara D’Urso e Luca Laurenti, poi Paperissima con Gerry Scotti e Michelle Hunziker. Il sabato su Canale5 c’è il potentissimo C’è posta per te di Maria De Filippi, difficile da sconfiggere, e su Raiuno il gioco Volami nel cuore condotto da Pupo e da un pupetto, sostituito, in novembre, da Pippo Baudo e la sua Serata d’onore. Per questa volta, dunque, lo spettatore non sarà costretto a dilemmi tra due fiction uguali o tra due show talmente simili da potersi confondere, tanto da far pensare che i due direttori di rete si siano messi d’accordo.
Possibile? Massimo Donelli di Canale 5 e Fabrizio Del Noce di Raiuno negano. «Io faccio il palinsesto puntando sulle mie pietre miliari - dice Donelli - che sono C’è posta per te, Striscia, Paperissima, Zelig e Distretto. Le novità non sono molte. Posso anticipare, comunque, che avrò anche un programma musicale da fine ottobre, dopo il Ballo delle debuttanti, ma è ancora allo studio con la Endemol. Nessun accordo con la Rai». Allora come mai il prossimo autunno i due palinsesti s’integrano con questa perfezione? «È capitato - risponde Del Noce -, ma concordarli non sarebbe utile alla concorrenza». Non ci sarà mica una spia in Rai, direttore? «Non credo proprio».
INTRATTENIMENTO À GOGO
Un’altra singolarità di quest’autunno è che Raiuno schiererà quattro varietà o consimili alla settimana, cosa mai avvenuta e che lascia sconcertati soprattutto perché, da tempo, il varietà è ritenuto in agonia. «Non potevo far altro - sostiene Del Noce -, la prima fase di Champion’s league dà ascolti troppo bassi. Il grande cinema arriva in tv spremuto dalla sala, dai dvd, da Sky e da quant’altro. Le novità le devo testare prima, quando i dati d’ascolto non vengono utilizzati per i contratti pubblicitari. E adesso non avevo pronta una quarta serata di fiction come l’anno scorso».
Produzione ridotta a causa dello scandalo che ha travolto il capo della fiction Rai, Agostino Saccà? «No, no. La produzione è andata avanti. Ma i generi sono sempre gli stessi. Non posso mettere in prima serata due gialli: annoio». E Donelli: «Noi lavoriamo di concerto con le altre reti Mediaset. Il grande cinema è di Retequattro che trasmette 1.400 film l’anno. A Canale 5 tocca produrre in proprio. Posso dire con orgoglio che nella nuova stagione siamo arrivati al 97% di cose prodotte da noi». Ma dove troverete tanti divi o teledivi, vip grandi e piccoli, per riempire otto varietà settimanali? I due si preoccupano.
Spiega Donelli: «Il problema esiste. Il parco dei nomi che fanno ascolto è ristretto. Ma non tutti i nostri show hanno bisogno di superospiti. Molti saranno solo messi a fare la ciliegina sulla torta». Meno ottimista Del Noce: «Ormai gli ospiti vengono contesi tra noi e la concorrenza a colpi di migliaia di euro. E anche se il parco s’è allargato, sono pochi quelli che fanno impennare l’Auditel». Nessun artista è più disposto ad apparire in prima serata senza essere pagato. «La parola gratis è morta da anni. Se i grandi nomi hanno un disco o un film in promozione vogliono parlare solo di quello e l’ascolto cala. Per un numero divertente si deve pagare».
L’INFORMAZIONE SENZA AUDIENCE
Né Raiuno né Canale 5 hanno pensato di dedicare una serata che sia una alla grande informazione. «La prima serata - confessa Del Noce - è una brutta bestia: avere il 20% di share è un’impresa. Abbiamo avuto fior di professionisti, Lerner, Santoro, Sassoli, ma non ce l’hanno fatta. E poi noi siamo una rete generalista che si rivolge a tutti. Invece oggi piace il giornalismo aggressivo, a tesi, polemico che noi di Raiuno lasciamo a Raidue e Raitre per rispettare l’equilibrio aziendale». E lei, Donelli, perché non fa informazione in prima serata? «Non è vero. Qualche volta la facciamo». Quando? «L’abbiamo fatta quando abbiamo avuto Veltroni e Berlusconi ospiti a Matrix». Ma stavamo andando a votare, direttore. «Certo, certo. Una volta, mi ricordo, abbiamo messo una docufiction sul delitto di Erba. L’informazione paga solo se è legata a un evento drammatico appena accaduto, altrimenti fa scendere l’ascolto».
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Il porno-Tiepolo

Bacchettone: agg. e sm. (f. -a) [sec. XVII; dal bacchetto, usato da devoti e penitenti per flagellarsi]. Persona particolarmente e ostentatamente zelante nelle pratiche religiose, senza autentico sentimento religioso; bigotto.
da Corriere.it
ROMA — Le donne, a Palazzo Chigi, preferiscono vederle vestite. E non importa se quella che esibisce un seno — piccolo, tondo, pallido — se ne sta su una copia del celebre dipinto di Giambattista Tiepolo (1696-1770): «La Verità svelata dal Tempo ». Il dipinto, che Silvio Berlusconi aveva scelto come nuovo sfondo per la sala delle conferenze stampa, viene ritoccato. È successo. La testimonianza fotografica è inequivocabile. Prima si scorge un capezzolo. Poi il capezzolo sparisce. Coperto, si suppone, con due colpetti di pennello. La notizia è battuta dall’agenzia Italia alle 17,22. Un’ora dopo, Vittorio Sgarbi, critico d’arte di antica osservanza berlusconiana, ha la voce che quasi gli trema. «Cos’hanno fatto? Ma davvero?». Un ritocchino, professore. «Pazzi, sono dei pazzi...».
Ci vuole un bel coraggio, in effetti, a mettere le mani su un Tiepolo, sia pure in crosta. «E allora cosa dovrebbero fare con tutte quelle statue di donna sparse in decine di musei italiani dove spesso si ammirano seni da far restare senza fiato pure Pamela Anderson? ». L’arte, evidentemente, spaventa. «Oh... io spero davvero che la decisione di questo assurdo, folle, patetico, comico, inutile ritocchino sia stata presa all’insaputa del Cavaliere. Tanto più che se volevano fargli un piacere, cercando di non far associare agli italiani una tetta alla sua immagine di uomo, come dire? incline al fascino femminile, sono riusciti invece nell’esatto contrario. Ma si sa, almeno, chi è il responsabile di questa cretinata?». Non s’è capito subito, in verità. Poi il sottosegretario alla Presidenza Paolo Bonaiuti ha fatto personalmente qualche telefonatina. «E allora, beh, direi che è andata molto semplicemente: diciamo che è stata un’iniziativa di coloro che, nello staff presidenziale, provvedono alla cura dell’immagine di Berlusconi ».
Bonaiuti, scusi: ma cosa li avrebbe turbati tanto? «Beh... sì, insomma: quel seno, quel capezzoluccio... Se ci fate caso, finisce esattamente dentro le inquadrature che i tg fanno in occasione delle conferenze stampa». E quindi? «E quindi hanno temuto che tale visione potesse urtare la suscettibilità di qualche telespettatore. Tutto qui». C’è da dire che in occasione delle prime inquadrature ormai risalenti alla conferenza stampa del 20 maggio scorso (con il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia perfettamente centrata sotto la femminile Verità ancora scoperta) al centralino di Palazzo Chigi non risultano essere giunte particolari proteste da parte della cittadinanza italiana. Nè preoccupazioni per eventuali turbamenti vennero comunque al Cavaliere e al suo architetto di fiducia, che lo aiutò nella scelta del celebre dipinto: Mario Catalano, forse non casualmente già scenografo del memorabile programma di spogliarello televisivo «Colpo Grosso», condotto da Umberto Smaila su Italia 7 dal 1987 al 1991, con le ragazze, chiamate «mascherine», che — appunto — si facevano volar via il reggiseno cantando «Cin cin/ fruttine prelibate/ cin cin...».
Fabrizio Roncone
domenica, agosto 03, 2008
Beduini?

Nell'indescrivibile e inguardabile Tg1 di domenica 3 agosto un pezzo inverosimile sul sultano dell'Oman di passaggio in Sicilia. C'è un fastidioso razzismo di fondo che sempre permea questi pezzi. La descrizione è sempre la stessa del ricco e scemo che spende e spande i suoi soldi gettandoli dalla finestra. In realtà, anche nella sua visita in Puglia avvenuta, due mesi fa, ovviamente il sultano, che è un Capo di Stato, è arrivato con gran seguito. Lui però è venuto a fare investimenti in Puglia ed è probabile che ne faccia anche in Sicilia. Prendere per il sedere investitori importanti in un posto dove solo un matto vorrebbe scommettere (a causa dei problemi legati, ad esempio alla criminalità organizzata che mi pare esista in Sicilia e non in Oman) non credo sia una cosa molto professionale.
Questo è un telegiornale scandaloso, pagato con i soldi di tutti gli italiani.
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sabato, agosto 02, 2008
Watch out your laptop!

Travelers' Laptops May Be Detained At Border. No Suspicion Required Under DHS Policies
By Ellen Nakashima
from Washington Post Staff Writer
Friday, August 1, 2008
Federal agents may take a traveler's laptop computer or other electronic device to an off-site location for an unspecified period of time without any suspicion of wrongdoing, as part of border search policies the Department of Homeland Security recently disclosed.
Also, officials may share copies of the laptop's contents with other agencies and private entities for language translation, data decryption or other reasons, according to the policies, dated July 16 and issued by two DHS agencies, U.S. Customs and Border Protection and U.S. Immigration and Customs Enforcement.
"The policies . . . are truly alarming," said Sen. Russell Feingold (D-Wis.), who is probing the government's border search practices. He said he intends to introduce legislation soon that would require reasonable suspicion for border searches, as well as prohibit profiling on race, religion or national origin.
DHS officials said the newly disclosed policies -- which apply to anyone entering the country, including U.S. citizens -- are reasonable and necessary to prevent terrorism. Officials said such procedures have long been in place but were disclosed last month because of public interest in the matter.
Civil liberties and business travel groups have pressed the government to disclose its procedures as an increasing number of international travelers have reported that their laptops, cellphones and other digital devices had been taken -- for months, in at least one case -- and their contents examined.
The policies state that officers may "detain" laptops "for a reasonable period of time" to "review and analyze information." This may take place "absent individualized suspicion."
The policies cover "any device capable of storing information in digital or analog form," including hard drives, flash drives, cellphones, iPods, pagers, beepers, and video and audio tapes. They also cover "all papers and other written documentation," including books, pamphlets and "written materials commonly referred to as 'pocket trash' or 'pocket litter.' "
Reasonable measures must be taken to protect business information and attorney-client privileged material, the policies say, but there is no specific mention of the handling of personal data such as medical and financial records.
When a review is completed and no probable cause exists to keep the information, any copies of the data must be destroyed. Copies sent to non-federal entities must be returned to DHS. But the documents specify that there is no limitation on authorities keeping written notes or reports about the materials.
"They're saying they can rifle through all the information in a traveler's laptop without having a smidgen of evidence that the traveler is breaking the law," said Greg Nojeim, senior counsel at the Center for Democracy and Technology. Notably, he said, the policies "don't establish any criteria for whose computer can be searched."
Customs Deputy Commissioner Jayson P. Ahern said the efforts "do not infringe on Americans' privacy." In a statement submitted to Feingold for a June hearing on the issue, he noted that the executive branch has long had "plenary authority to conduct routine searches and seizures at the border without probable cause or a warrant" to prevent drugs and other contraband from entering the country.
Homeland Security Secretary Michael Chertoff wrote in an opinion piece published last month in USA Today that "the most dangerous contraband is often contained in laptop computers or other electronic devices." Searches have uncovered "violent jihadist materials" as well as images of child pornography, he wrote.
With about 400 million travelers entering the country each year, "as a practical matter, travelers only go to secondary [for a more thorough examination] when there is some level of suspicion," Chertoff wrote. "Yet legislation locking in a particular standard for searches would have a dangerous, chilling effect as officers' often split-second assessments are second-guessed."
In April, the U.S. Court of Appeals for the 9th Circuit in San Francisco upheld the government's power to conduct searches of an international traveler's laptop without suspicion of wrongdoing. The Customs policy can be viewed at: http://www.cbp.gov/linkhandler/cgov/travel/admissability/search_authority.ctt/search_authority.pdf.
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Il lavoratore

Prima cliccate sulla foto e ingranditela
Ho trovato questa immagine sul sito del Corriere.it. Mi permetto di chiedere perché, fra gli impegni dichiarati "di lavoro" o "ufficiali" del Presidente del Consiglio Italiano, ci debbano essere Evelina Manna e Antonella Troise, peraltro coinvolte nella telefonata fra Berlusconi e Saccà. Saranno prossime ministre anche loro?
È stato lui a dichiarare che erano impegni. Capisco la famiglia, ma quelle due signore perché?
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A Mediaset fanno i furbi?

Ancora sulla querelle Mediaset vs Youtube. A volte dei commenti dicono più di 1000 articoli
Lettere trovate in rete
Lettera 1:
Il 30 luglio Mediaset ha fatto causa al sito di video sharing Youtube per ottenere un risarcimento da 500 milioni di Euro. Secondo i legali dell'azienda di Cologno Monzese sul sito controllato da Google sarebbero presenti 4.463 filmati di proprietà del gruppo corrispondenti a oltre 300mila giorni di visione complessiva.
Ma se clicco su una pagina a caso di TGcom di Mediaset, come questa: http://www.tgcom.mediaset.it/spettacolo/articoli/articolo385610.shtmlci sono almeno 8 link che portano a filmati Youtube. Come la mettiamo? Prima ne disponiamo a piacere e poi facciamo causa?
Arpia
Lettera 2:
Ma se domani fosse YouTube chiedere i danni per aver saccheggiato l'archivio per realizzare servizi per i programmi delle TV generaliste? E' cosi' campata in aria come ipotesi? Non credo, anche perché, per fare qualche esempio di programmi Mediaset, Le Iene non e' un contenitore informativo, cosi' come Striscia. E come la metteremmo con l'audience?
Mr Reset (http://misterreset.blogspot.com)
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venerdì, agosto 01, 2008
In Alitalia volano le bufale?
Gianluca Paolucci per “La Stampa”
Il gruppo Toto ci crede ancora, all’integrazione con Alitalia. Malgrado novecento milioni di euro di debiti del suo gruppo alla fine dell’anno scorso, cresciuti di circa 350 milioni nel corso del 2007 e saliti ulteriormente nei primi sei mesi dell’anno. E malgrado i rilievi del revisore Kpmg sui conti del business aereo del gruppo chietino.
La fotografia più aggiornata di Air One esce dal bilancio della Ap Holding - la capofila delle attività nel settore aeronautico del gruppo Toto - e da una serie di altri dati raccolti da La Stampa. Il bilancio di Ap Holding, approvato alla fine di giugno e non ancora disponibile, è anche il primo bilancio completo del gruppo, dopo il conferimento alla fine del 2006 di tutte le attività del settore aeronautico.
Mostra una perdita consolidata di 32 milioni di euro, effetto essenzialmente degli oneri finanziari per 33 milioni di euro. La controllata principale è Air One, che contribuisce con ricavi per 749 milioni di euro ai 785 complessivi del gruppo. La più importante società operativa vede aumentare i ricavi (del 22%), i dipendenti (1805, +16,6%), gli aerei (51 da 42). Aumentano anche passeggeri, quote di mercato e percentuale di occupazione dei mezzi. Cala invece il risultato operativo, a 30 milioni contro 36,6 dello scorso anno e resta stabile a 6,9 milioni l’utile netto.
I debiti non stanno però a Chieti, dove ha sede la società. Ma a Dublino, al 33/41 di Lower Mount street, dove hanno sede una serie di società veicolo che erano nove alla fine del 2007 e sono diventate sedici alla fine di giugno. La capofila di chiama Challey ltd, poi c’è la Subho e sotto ancora una serie di «scatole denominate Apc, Apc1 e così via fino a 13.
Stanno lì essenzialmente per ragioni fiscali e loro funzione è di comprare gli aerei e girarli a Air One o ad altre società operative del gruppo. Per farlo, vengono finanziate dalle banche, che ricevono in cambio il pegno sugli aerei e sulle quote societarie delle «scatole». Con il risultato che queste società sono praticamente tutte in pegno alle banche. Nell’ultimo anno e mezzo questa voce ha subito un’impennata e continua a crescere.
L’ultimo contratto è di giugno e a fornire i soldi è un piccolo istituto tedesco, la Hsh Nordbank. Così come sono tutti tedeschi gli ultimi finanziatori di Toto. C’è Bayerische, Dvb Bank, WestLb. Ma tra i finanziatori dell’espansione di Toto c’è anche Unicredit, che ha in pegno una delle società irlandesi dalla fine del 2007, e Morgan Stanley. Secondo quanto ricostruito, con le ultime operazioni effettuate nel corso del 2008 l’indebitamento sarebbe ulteriormente salito di circa 200 milioni per arrivare a 1,1 miliardi.
L’esposizione di Intesa Sanpaolo, consulente del gruppo nella prima fase della gara per Alitalia, sarebbe di circa 20 milioni di euro, spiegano alcune fonti. Per l’intero anno è previsto l’arrivo nella flotta di 14 A320 e due A330 e la riconsegna di 9 Boeing 737. Proprio gli ambiziosi programmi d'espansione e di sostituzione della flotta portano ad un via libera con «richiami d’informativa» da parte di Kpmg, che sottolinea proprio come «l’ impegno finanziario ed economico per l’acquisto degli aerei tramite società correlate e per la loro operatività risulta assicurato secondo gli amministratori dallo sviluppo del traffico e dell’attività dell’azienda».
Comunque, Toto ci crede. Anche Intesa ci crede: «punto centrale» del piano è proprio l’integrazione e non a caso, la quota di mercato interno del 65% indicata da Corrado Passera è praticamente pari alla somma semplice delle quote 2007 delle due compagnie. E all’assemblea che approva il bilancio viene ripetuto che sebbene «i tempi per conoscere e valutare le attività da espletare per concorrere alla suddetta acquisizione si dilazionerebbero notevolmente (...) occorre che si mantenga in essere tutto l’assetto che ha procurato gli studi e le stime (...) anche avendo considerazione delle evoluzioni del mercato». Ci crede al punto di iscrivere, nel bilancio civilistico di Ap Holding, (chiuso con 1,3 milioni di rosso) le somme spese in consulenze per l’operazione Alitalia, quasi 4 milioni di euro, tra le «immobilizzazioni in corso ed acconti».
La recuperabilità «è assicurata dall’amministratore sulla base delle prospettive di sviluppo del progetto di acquisizione e/o integrazione con il gruppo Alitalia». E beccandosi così un altro rilievo del revisore. I dipendenti di Ap Holding, almeno quelli, sono invece molti meno dei quasi 20 mila di Alitalia. Tremila, a fine anno. Che fine faranno in caso d’integrazione, nessuno lo ha ancora detto.
Quel genio di Benigni

Un genio! Un regista al livello di de Sica o Fellini! Ma quando mai? Roberto Benigni ha fatto dei film simpatici ed una buona pellicola "la vita è bella", che ha vinto l'Oscar soprattutto grazie al robusto intervento della Miramax negli USA. Da allora più niente, anzi, una serie di boiate immani, fino a "Pinocchio", che in Italia sono state vendute come successi. Lo stesso Vincenzo Cerami, co-sceneggiatore, aveva spergiurato che mai un uomo di 50 anni avrebbe potuto fare Pinocchio, la storia di un ragazzino. Invece, forse preso da delirio d'onnipotenza, Benigni quel film lo ha girato. Il film è stato un fiasco colossale e adesso, appena sei anni dopo, qualcuno comincia a dire che il re era nudo. È fantastica l'Italia che anziché riconoscere subito i propri errori preferisce perdere tempo e soldi.
BERNABEI (LUX VIDE): BENIGNI DOVEVA FARE GEPPETTO…
Da “La Stampa” - Roberto Benigni avrebbe sbagliato il suo Pinocchio. Dopo il produttore Weinstein, ora anche Matilde Bernabei, presidente della Lux Vide, bacchetta il premio Oscar: «Doveva interpretare Geppetto, non Pinocchio. Noi faremo un Pinocchio tutto diverso proprio dopo avere visto gli sbagli del film di Benigni».
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