venerdì, aprile 24, 2009

Il Giornale indomito

Visto che il Giornale ha svariate migliaia di lettori, aldilà di quelli che non vogliono essere informati perché hanno il loro credo politico e odiano chi lo metta in dubbio, altri magari ritengono che la testata faccia un'informazione corretta. Accade spesso, ma non sempre. Almeno non quando si tratta di attaccare Silvio Berlusconi. L'Articolo di Brambilla non risponde al vero. Se non avessi visto Annnozero m'incazzerei anch'io. Ma l'ho visto e da Lerner a Mieli, a chiunque abbia parlato (tranne ovviamente Belpietro) hanno confermato il comportamento di Berlusconi alla famosa riunione. Io posto la telefonata di Montanelli al raggio verde che è stata ritrasmessa pari pari da Santoro. Belpietro è arrivato a confutare persino le parole di Montanelli stesso.

Ecco com'è andata nel montaggio originale. In seguito rileggetevi l'articolo del giornale. Ah, Brambilla! Che brutta cosa la partigianeria...



Santoro "usa" Montanelli Ma il suo teorema fa flop
di Michele Brambilla

Fonte: Il Giornale

Poveretti (senza offesa, naturalmente) stavolta sono stati Santoro e i suoi: non gliene è andata bene una, ieri ad Annozero. Avevano organizzato una puntata che, partendo da Montanelli, doveva attaccare di nuovo il Giornale e dimostrare il seguente teorema: giornalisti come il compagno Indro non ce ne sono più, oggi sono tutti asserviti al potere, cioè a Berlusconi, cioè al nuovo fascismo. Siamo nel «paese dei manganelli», diceva il titolone che dominava la scena.

Dovevano dimostrare tutto questo ma nessuno degli ospiti ha tenuto bordone né a Santoro né a Travaglio. Non Belpietro. Ma Belpietro, va be’, è stato direttore del Giornale. Però neanche Mieli, il direttore dell’endorsement pro-Prodi. E neanche Mentana, che non è proprio un berlusconiano. Perfino Gad Lerner in collegamento da Lampedusa è stato fiacco fiacco. Tanto è vero che a un certo punto Michele Santoro era così sconsolato che si è girato verso Margherita Granbassi e le ha detto: sentiamo qualche giovane fra il pubblico, magari viene fuori qualcosa di un po’ diverso. Così han potuto dare la parola a un giovane giornalista di un sito web di provincia - un soggetto che pareva uscito da Bianco Rosso e Verdone - che a furia di «cioè, sono un sacco democratico» ha potuto denunciare la censura, il regime, e così via.

Non gliene è andata bene una davvero. Perfino l’attesa gag di Sabina Guzzanti (irriconoscibile, una volta era molto più brava) si è esaurita in un’interminabile imitazione non del Cavaliere ma di Anna Finocchiaro (Pd). Santoro la guardava preoccupato e non faceva neanche finta di ridere, alla fine è partito qualche applauso più di pietà che di circostanza.

Ma andiamo con ordine. La puntata sul «paese dei manganelli» è partita con un nuovo attacco al Giornale. Non è vero, ha detto Santoro, che ho dato dei poveretti ai lettori (e qui basta rivedere il filmato, per giudicare se tutto il tono del discorso di Santoro non era di presa per i fondelli). Ci accusa poi di aver invocato la chiusura della sua trasmissione denunciandone i costi, ed è una balla. Dopo di che, tutto il taglia e cuci su Montanelli ha un duplice obiettivo: attaccare ancora il Giornale e porre una domanda retorica: ci sono ancora giornalisti con gli attributi, in grado di garantire una libertà di informazione? Oppure il berlusconismo ha appiattito tutto?
Si è partiti con un filmato di Montanelli che paventava, appunto, il rischio di una destra da manganello: più per colpa degli italiani, che volentieri si sottomettono a un despota, che per colpa di Berlusconi, diceva Indro. E tutto questo è incontestabile. Le posizioni del Montanelli degli ultimi dieci anni della sua vita sono arcinote, ed erano quelle. È inutile perfino discutere su chi avesse ragione e chi avesse torto, fra i due, al momento del divorzio: Berlusconi aveva il diritto di scendere in politica, e Montanelli aveva quello di non fare un giornale che non voleva fare.

È sul confronto fra ieri e oggi che Annozero è rimasta sola, ieri sera. Travaglio ha ricordato una telefonata del 1983 di Craxi a Berlusconi. L’allora premier socialista si lamenta per i continui attacchi di Montanelli sul Giornale e chiede a Berlusconi un intervento drastico. Berlusconi, al telefono, assicura che l’intervento ci sarà. Ma poi non chiama neppure Montanelli. Chiama Federico Orlando (allora molto craxiano, anche se oggi i suoi amici se ne guardano bene dal ricordarlo) e riferisce delle lamentele. L’aneddoto doveva servire a dimostrare che Montanelli era così forte che Berlusconi non sarebbe mai riuscito ad addomesticarlo, mentre i direttori di oggi, dice Travaglio, sono degli «zerbini». A questo punto, via al giro di pareri per dar forza alla tesi.

Ma qualcosa non funziona. Belpietro, il primo a intervenire, dice quel che chiunque lavori nei giornali sa benissimo: e cioè tutti gli editori ricevono pressioni dai politici; ma fanno solo finta di acconsentire, poi lasciano correre, e così accadde anche in quel 1983, tanto che Montanelli continuò ad attaccare Craxi e Berlusconi se ne guardò bene dal licenziarlo.

Si passa a Mieli. L’insospettabile Mieli. Chi può accusarlo di berlusconismo? Eppure le sue risposte sgretolano il teorema: «Tutti i direttori dei grandi giornali di oggi - dice - si sono distinti per non essere certo inclini a Berlusconi: diciamo che sono tutti tra l’ostile e il neutrale». Santoro sbanda, incalza, prova a insistere. Ma è come sbattere contro un muro di gomma, contro Mieli si rimbalza: «Ma in quale Stato - dice l’ex direttore del Corriere - il premier non ha mai fatto telefonate come quelle che fece Craxi a Berlusconi? Io in Italia ricordo solo Amato, come eccezione positiva. Gli altri si lamentano tutti. E badate bene che quel tipo di risposta che diede Berlusconi a Craxi a volte la danno anche i direttori di giornali. Anch’io spesso ho detto di sì al politico di turno, giusto per levarmelo dalle scatole. “Sì, sì, prenderò provvedimenti”, dico in quei casi. E poi faccio quello che voglio, cioè non prendo alcun provvedimento». Santoro abbozza, e Mieli affonda: «Guarda Michele che anche voi della tv fate pressioni, io per esempio sono stato sommerso dagli insulti per gli articoli di Aldo Grasso, e sai che cosa rispondevo? “Sì, quel Grasso va licenziato”. E Grasso ha sempre continuato a scrivere quel che voleva».

Si prova con l’episodio di Domenica In, con la conduttrice che cerca di mettere un’inutile pezza a un’innocua battuta del mago Silvan su Berlusconi. Questo è regime, perdio, si cerca di far dire a Mentana. Che però risponde che è «un po’ troppo facile prendersela con Lorena Bianchetti», e che da che mondo è mondo alla Rai, quando sono in vista le nomine dei direttori, sono sempre tutti attentissimi a non urtare il padrone del vapore.

Travaglio insiste: oggi, dice, i direttori sono molto più «permeabili» che ai tempi di Indro perché gli editori sono più deboli. Ma Mieli fa presente che «la risposta è nei fatti: al Corriere hanno appena nominato Ferruccio de Bortoli, che non è certo uno yes man del premier».

Non resta che mostrare la tragedia dei clandestini di Lampedusa. Ecco un filmato, dice Baffone Ruotolo, che i tg non hanno mandato in onda. Censura! Censura! Ma è ancora Mieli: «Oggi nascondere un fatto è tecnicamente impossibile. I mezzi di comunicazione sono infiniti, non c’è nulla che non finisca subito su Internet. Il direttore che occultasse una notizia farebbe immediatamente una figuraccia».
È andata male, insomma, ieri a Santoro. Che però, per una volta - non sappiamo quanto volontariamente - ha mandato in onda una puntata equilibrata.

1 commento:

Anonimo ha detto...

ad Anno Zero, nessuno ha chiesto a Mieli spiegazioni sul caso di Carlo Vulpio, il giornalista del Corriere della Sera, che proprio ad Anno Zero aveva raccontato che Mieli lo aveva sollevato dall'occuparsi delle inchieste di cui era titolare De Magistris. Tanto che Vulpio è stato poi candidato da Di Pietro in quanto vittima della censura del Corriere