giovedì, aprile 30, 2009

Piccole & grandi boiate

Fra 100 anni (tutti si muore, tranne Berlusconi) ci si ricorderà forse di Feltri nei libri di storia? Chissà. Intanto uno dei più entusiasti berlusconiani che esitano scrive un articolo per attaccare Veronica B che ha osato criticare l'imperatore. Lo stile è infinitamente diverso da quello che Mario Giordano, ma la sostanza cambia poco: non si disturba il manovratore e gli italiani sono tutti come lui, ergo può fare quello che gli pare. Fra 100 anni ci si ricorderà di Feltri nei libri di storia? Chissà. Io ho i miei dubbi. Ne approfitti adesso dunque, direttore.

Vittorio Feltri per "Libero"
È la seconda volta che Veronica Lario consegna i propri sfoghi di sposa insoddisfatta a mezzi di comunicazione; e sia nel primo caso sia nel secondo ci siamo domandati cosa l'abbia spinta a rivolgersi ai giornalisti anziché agli avvocati, sicuramente più idonei a dirimere contenziosi coniugali.

Non abbiamo saputo darci una risposta. Posso solo dire che nei panni della signora - e mi è difficile immaginarmi coi tacchi a spillo - avrei agito diversamente, anche solo per evitare il rischio di un ricovero coatto in struttura psichiatrica.

Anche a me sono capitati dei litigi in famiglia, come a tutti, ma non mi è mai venuto in mente di raccontarli a un qualche cronista. Veronica invece, quando a suo giudizio il marito si comporta male, non se ne lagna con lui ma va in piazza a gridare la propria rabbia.

Sarà una donna stravagante, forse eccentrica; sicuramente è pericolosa per Berlusconi, capo del più grande partito italiano, impegnato nella campagna elettorale europea, e presidente del Consiglio. Un uomo cioè chiamato a responsabilità da cui non può essere distratto dai capricci rumorosi della moglie.

Nella lettera inviata a FareFuturo (la Fondazione di Gianfranco Fini che ha sollevato la questione delle belle ragazze in attesa di essere inserite nelle liste PdL dei candidati a Strasburgo) la signora critica il consorte, definito con ironia Imperatore, per la sua intenzione di trasferire in politica alcune veline, attrici e similari. Usa toni sferzanti, polemici insinuando che Silvio sia indotto alla scelta delle aspiranti parlamentari da spirito ludico, per non dire da pensieri lubrici.

Veronica quindi, consapevolmente o no, non si limita a deplorare il coniuge, ma offende gravemente le fanciulle in questione raggruppandole nella categoria "ciarpame" cui probabilmente attribuisce un significato semanticamente scorretto. Il dizionario Devoto Oli, infatti, alla voce "ciarpame" recita: «congerie di roba vecchia e di nessun pregio»; mentre le fortunelle selezionate dal premier sono giovani e avvenenti, insomma carne fresca altro che stagionata.

Inoltre non si tratta soltanto di fisici attraenti, ma di persone culturalmente attrezzate (almeno in teoria), provviste di regolare laurea e, alcune di esse, con un curriculum non banale. L'unico loro difetto, agli occhi della signora Lario in Berlusconi, è che esse hanno avuto esperienze televisive, come se ciò bastasse a squalificarle.

Un pregiudizio che madame non dovrebbe avere perché lei stessa proviene dal mondo dello spettacolo, e memorabili sono le sue esibizioni a torace nudo sul palcoscenico del teatro Manzoni (Milano) dove Silvio la conobbe, innamorandosene.

Non è gentile disprezzare con tanta forza ex colleghe la cui buona reputazione non va messa in dubbio senza prove convincenti, dato che il valore di una donna non è sminuito, semmai accresciuto, dalla bella presenza.

Andiamo giù piatti. Veronica ha commesso errori gravi, imperdonabili anche a una moglie amareggiata causa eccessi di disinvoltura del marito, grazie al quale comunque vive da principessa, probabilmente con molto piacere non avendo mai manifestato il desiderio di divorziare, nonostante le periodiche scenatacce.

Non vogliamo fare della dietrologia applicata a corna presunte, però il sospetto che sia più facile sopportare tradimenti e atteggiamenti ambigui del coniuge piuttosto che lo scioglimento di un matrimonio vantaggioso è giustificato da mille segnali e dalla logica. Una donna esasperata da una situazione famigliare insostenibile non si reca in redazione ma in tribunale. E magari, per rispetto dei figli e di sé medesima, non suona la grancassa sollevando uno scandalo da copertina.

Se lo scopo di Veronica era quello di vendicarsi dello sposo, avendo scoperto che non è un frate trappista, lo ha di certo raggiunto. Con molto ritardo, e moltissima ingratitudine.

Il carrozzone europeo



Fonte Corriere.it

Pd: confermati i capilista Cofferati, Sassoli e Borsellino
Europee: tutte le candidature
Pdl: Berlusconi ovunque e tre candidate donna a sorpresa. Lega: Bossi n.1 anche al Centro

MILANO - Completate le liste delle candidature dei partiti per le prossime elezioni europee del 6-7 giugno.

PDL - Scontata la candidatura di Silvio Berlusconi, capolista del Pdl in tutte e cinque le circoscrizioni. Correrà anche Clemente Mastella nella circoscrizione sud. Nella circoscrizione Nord-Ovest, oltre al ministro della Difesa Ignazio la Russa, spiccano l'ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, la cantante Iva Zanicchi e due giovani donne volute dal premier: Lara Comi e Licia Ronzulli. A Nord-Est c'è invece l'ex presentatrice Elisabetta Gardini. Al Centro due neodeputate come Mariarosaria Rossi e Barbara Mannucci che dovranno quindi scegliere in caso di elezione se lasciare Roma per andare a Strasburgo. Nelle isole, dietro il premier c'è la deputata europea uscente Maddalena Calia, mentre al sud oltre al già citato Mastella si presenta l'ex valletta Barbara Matera. Qui però da segnalare anche Salvatore Tatarella al secondo posto dopo Silvio Berlusconi. Ma la guerra intestina a colpi di preferenze sarà tra gli ex dc Giuseppe Gargani (al quarto posto) e Mastella (al settimo). In lista anche Franco Malvano, ex questore di Napoli e oggi senatore.

PD - Confermati i capilista del Pd nelle circoscrizioni Nord-ovest (Valle d'Aosta, Piemonte, Lombardia e Liguria), Centro (Toscana, Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo) e Isole (Sicilia e Sardegna): sono Sergio Cofferati, David Sassoli e Rita Borsellino. A Nord-ovest la lista del Pd include i quattro europarlamentari uscenti (Patrizia Toia, Gianluca Susta, Antonio Panzeri e Francesco Ferrari), lo sfidante di Veltroni alle primarie, Ivan Scalfarotto, l'assessore al Bilancio del Comune di Genova, Francesca Balzani, l'ex presidente dell'Agenzia spaziale italiana, Giovanni Bignami, e il segretario regionale aostano del Pd Raimondo Donzel e il sindaco di None (To), Maria Luigia Simeone. Nelle Isole candidati inoltre il sindaco di Gela Rosario Crocetta, la giovane messinese Maria Flavia Timbro e il segretario siciliano della Cgil Italo Tripi. Al Centro insieme a Sassoli ci sono il sindaco di Firenze Leonardo Domenici, l'assessore del Lazio alla scuola Silvia Costa, il presidente del consiglio regionale del Lazio Guido Milana, il presidente della provincia di Pesaro-Urbino Palmiro Ucchielli e la campionessa olimpica di windsurf Alessandra Sensini.


Umberto Bossi (Imagoeconomica)
LEGA - La Lega presenta il leader Umberto Bossi a Nord-ovest (e al Centro) insieme all'astro nascente leghista Matteo Salvini e agli eurodeputati uscenti Mario Borghezio e Francesco Speroni.

IDV - Antonio Di Pietro è capolista in quattro circoscrizioni. Come già annunciato nelle scorse settimane, tra i candidati figurano anche l'ex pm Luigi De Magistris, il filosofo Gianni Vattimo e l'hostess Maruska Piredda. Nelle Isole capolista è Leoluca Orlando seguito da Di Pietro.

LISTA COMUNISTA E ANTICAPITALISTA - Riunisce Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Socialismo 2000 di Cesare Salvi e Consumatori uniti e avrà falce e martello nel simbolo. Capilista saranno il leader no-global Vittorio Agnoletto nel Nord-ovest e al Sud, il segretario Pdci Oliviero Diliberto al Centro, la femminista e antimilitarista Lidia Menapace nel Nord-est e l'astrofisica Margherita Hack nelle Isole. Non mancano esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo: lo scrittore di fantasy Valerio Evangelisti, l'attrice rom Dijana Pavolovic, il primario di cardiologia a Trieste Sergio Minutillo, il palestinese Bassam Saleh e la somala Suad Omar.

SINISTRA E LIBERTÀ -La lista di Nichi Vendola, Verdi e Ps avrà capolista a Nord-est l'eurodeputata uscente (eletta nel 2004 con l'Ulivo) e presidente dell'Internazionale socialista donne Pia Locatelli, candidato anche Mauro Palma, presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, direttore dell'Enciclopedia Treccani ed ex presidente dell'Associazione Antigone.

UDC - Emanuele Filiberto di Savoia sarà capolista nel Nord-ovest insieme al giornalista Magdi Cristiano Allam. L'Udc conferma Gianni Rivera al Centro insieme a Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita.

LISTA BONINO-PANNELLA - Emma Bonino, Marco Pannella, l'urbanista Aldo Loris Rossi, Marco Cappato e Mina Schett Welby guideranno le cinque circoscrizioni. In lista anche il segretario di Nessuno tocchi Caino Sergio D'Elia al Sud e Silvio Viale a Nord-ovest. Sempre a Nord-ovest i co-presidenti dell'associazione Coscioni Gilberto Corbellini e Maria Antonietta Farina Coscioni.

MPA - Il sindaco di Salemi (Trapani) Vittorio Sgarbi è invece candidato con il Movimento per l'autonomia di Raffaele Lombardo nella circoscrizione Sicilia e Sardegna.

Un intervento di Severgnini




Cittadini di un Paese ormai psichedelico

Torno dagli Stati Uniti e volevo raccontarvi di case invendute sotto il sole d'aprile, della crisi dell'auto, degli amici americani che hanno smesso di fare gli spiritosi quando parlano della nostra Fiat. Descrivere la Forgotten Coast, la "costa dimenticata" a nord-ovest della Florida, dove i rednecks della Georgia e dell'Alabama scendono al mare. Parli di "influenza suina" e ti guardano storto: hot dogs con la febbre?

Volevo raccontarvi di queste cose, ma lo farò la prossima volta. Mi sembra, rientrando in Italia, che le urgenze siano altre. Ad esempio: perché quella signorina lo chiama "papi"?

Siamo ormai un Paese psichedelico, guidato da un leader escatologico, con tratti bulimici. I fini ultimo del nostro primo ministro sono misteriosi, ma le sue trovate sono tali e tante da sconfiggere la presunta perfidia dalla stampa estera. "Divertimento dell'imperatore"? Signora Veronica, questa è pop art! Se un corrispondente straniero scrivesse che l'organizzatore del G8 cambia l'agenda per volare a Napoli e partecipare alla festa di una diciottenne in discoteca, in redazione non gli crederebbero.

Neanch'io volevo crederci, mentre scendevo sopra il Piemonte allagato, arrivando dalla notte atlantica. Confesso che non potevo immaginare la nomina di Mara Carfagna, ma poi è successo. Ero incredulo alla notizia che le gemelle De Vivo, fugaci apparizioni all'Isola dei Famosi, fossero ricevute per un'ora a Palazzo Grazioli (prima di un ricevimento a Villa Taverna dall'ambasciatore americano): ma è accaduto. Fatico ad ammettere che letteronze e troniste vengano candidate al Parlamento europeo: ma avverrà (e io non voto).

"Ciarpame senza pudore"? E perché, signora Veronica? Suo marito è l'autobiografia onirica della nazione: fa le cose che tanti sognano. Le proteste a sinistra sono sospette perché preconcette: da quelle parti contestano Berlusconi anche se si gratta il naso. Altre reazioni non ci sono. Nel Dna civile di noi italiani è iscritta la Signoria, come in quello dei russi c'è lo zar: il capo non si critica, al massimo s'invidia. "Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori, le cortesie": la psicologia del potere non è cambiata dai tempi dell'Ariosto. In poche ore si passa dal ricevimento per Lukashenko, l'ultimo dittatore d'Europa, al ciondolo d'oro con diamanti per la ragazzina partenopea. Indignarsi? Sentimento antico, stancante e velleitario. Vediamo di suggerire, invece, qualcosa capace di stupire ancora.

Che so, un Consiglio dei Ministri organizzato come il Grande Fratello, con tanto di televoto: sarà il pubblico a decidere quale ministro dovrà uscire dalla casa. Oppure un altro trasferimento del G8. Non a Roma, non in Sardegna, non in Abruzzo. In discoteca! I colloqui tra i leader avverranno sulla pista da ballo, mentre ministri e diplomatici si divincolano sui cubi, battendo le mani ("Rock the World, Baby!").

Sì, questa è una buona idea. Il mondo, visto quello che sta passando, ha bisogno d'allegria. Di questa materia prima, siamo i più grandi produttori mondiali. Vendiamola cara, al prezzo del petrolio.

(Dal Corriere della Sera, 30 aprile 2009)

Cifre da un matrimonio



Fonte: Corriere
LA FIRST LADY «SONO UNA DONNA ORAMAI ABITUATA ALLA SOLITUDINE»
Veronica, tormento e affondo
«Prima o poi penserò a me». Lo sfogo: lotto per i ragazzi. La «sorpresa» di Marina e Piersilvio

MILANO - È l’ora, in parti colare, ad aver stupito tutti: le 22 e 38. Chi la conosce bene, sa che i colpi di testa non appartengo no a Veronica Lario. E invece, quel comunicato inviato all’An sa a tarda sera, dimostrerebbe l’esatto contrario. Ecco perché molti si sono chiesti che cosa possa aver scate nato l’irritazione improvvisa del la moglie del presidente del Con siglio. Arrivati a questa fase del la vicenda, sono rimasti in pochi a credere al movente della gelo sia. Al di là delle foto ufficiali e dei servizi posati e concordati— come quello a Portofino con tut ta la famiglia allargata — per i Berlusconi il Mulino Bianco sem bra essere un’idea oramai sbiadi ta. D’altronde, da anni Veronica Lario coltiva con passione la sua immagine di donna forte, anti conformista e intellettualmente indipendente, anche rispetto al marito. Basta ricordare le sue di chiarazioni su alcune vicende pubbliche, come la fecondazio ne assistita o il caso Englaro. E per questo appare difficile imma ginare che possa ancora ingelo sirsi per le boutade o le iniziati ve folcloristiche di Silvio Berlu sconi. Lei stessa nella sua lettera pubblica del 31 gennaio 2007 scriveva: «Nel corso del rappor to con mio marito ho scelto di non lasciare spazio al conflitto coniugale, anche quando i suoi comportamenti ne hanno creato i presupposti».

Allora la lite fu composta con le pubbliche scu se del consorte, che misero a ta cere anche le insistenti voci di di vorzio. Poi arrivò la «trasforma zione » di Veronica: capelli mossi e non più lisci, abiti colorati neo-folk, l’adorato nipotino Ales sandro, il figlio di Barbara, esibi to con orgoglio. E spesso accan to, per un improvviso restyling familiare, Silvio Berlusconi. Tutto inutile. La tregua appa rente è stata rotta l’altro ieri da quel comunicato carico d’ira e d’indignazione. E nulla esclude che Veronica possa rendere an cora più esplicito il conflitto e abbandonare le convenienze. Sa rebbe nel suo stile. A infastidir la, stavolta, l’improvvisata di Berlusconi a Napoli, alla festa di 18 anni di Noemi Letizia. In un momento delicato in cui forse lei avrebbe preferito che il mari to rimanesse a casa, magari ac canto alla figlia Barbara, al setti mo mese di gravidanza, in atte sa del secondo bambino. Ma in tanto chi conosce bene i Berlu sconi sa che vivono da anni in case diverse: Veronica a Mache rio, Silvio ad Arcore. Difficili da credere, dunque, le frequenti battute del premier su episodi di quotidianità familiare.

Alle amiche più care, poche e selezionate, la riservatissima Ve ronica avrebbe più volte confida to la sua solitudine: «Abbiamo esistenze separate. Io sono una donna oramai abituata alla soli tudine. Ma per fortuna mi onora e mi rafforza il mio ruolo di mamma e di nonna. È per i miei figli che vivo. E combatto. A me? Ci penserò solo quando tutto sa rà a posto». Una frase sibillina. Che però, chi la conosce bene, interpreta nell’ottica della grande questio ne, tuttora irrisolta, della sparti­zione ereditaria. Aspetto che sa rebbe pesantemente dietro la sua esternazione di martedì se ra. Il futuro manageriale e patri moniale dei suoi tre figli — Bar bara, Eleonora e Luigi — sta par­ticolarmente a cuore a Veronica Lario. Che spesso avrebbe mani festato i suoi timori di vederli pe­nalizzati rispetto a Marina e Pier silvio, nati dal primo matrimo nio del Cavaliere con Carla Elvi ra Dall’Oglio. È la Fininvest, la «cassaforte» di famiglia, ad esse re al centro della contesa. C’è poi da definire l’eredità patrimonia le di Berlusconi. Nel 2006 è stato assegnato a ognuno dei tre figli avuti da Veronica Lario il 7,6 per cento di Fininvest. Ma c’è anco ra da fare. Sia per quanto riguar da il 63 per cento del gruppo an cora in mano al Cavaliere, sia per stabilire chi comanderà dav vero domani. Ciò nonostante, se condo indiscrezioni, Marina e Piersilvio ieri avrebbero accolto con sorpresa la dichiarazione al l’Ansa di Veronica.

Infine, un’altra questione di fondo riguarderebbe l’esito di un’eventuale separazione. Di qui quel «poi penserò a me», spesso ripetuto alle amiche. Si dice in fatti che la sua lettera pubblica del gennaio 2007 avrebbe dato il via a una sorta di «lodo» (smenti to dall’avvocato del premier, Nic colò Ghedini) che prevedereb be, in caso di separazione, una diversa e più cospicua sistema zione patrimoniale per Veronica Lario. Fin qui le ipotesi. Resta il ge sto di grande rottura scelto dalla signora Berlusconi. Rispetto al quale sono arrivati, naturalmen te, apprezzamenti da sinistra. Ad esempio quello di Giovanna Me landri. Ma il «popolo» azzurro ha gradito davvero poco. Ieri, in fatti, il sito del Pdl è stato bom bardato con email d’ira e di pro testa. Il bersaglio, si capisce, era lei, Veronica. Il capo d’imputazio ne: ha danneggiato l’immagine del premier. E così c’è chi, come Andrea, scrive: «Caro Presiden te, dica a sua moglie di compor tarsi da vera first lady e di accom­pagnarLa nei suoi viaggi istitu zionali come fanno le altre. Altro che comunicati indignati».

Angela Frenda

Ecco, mi avete fatto incazzare Papi!

Oddìo, quando non è truccata da professionisti la Noemi qualche pecca la mostra e come.


Quello che fa sorridere è che nell'italietta berlusconiana il "sogno" ha ormai preso il posto della realtà. Uno Stato allo sfascio, un'economia in rovina, nessuna possibilità di un lavoro degno per i giovani di almeno 5 delle più popolose regioni del paese (Puglia, Calabria, Campania, Sicilia e per ovvi motivi Abruzzo) e poi alla gente non solo non fa effetto che una sbarbina di 18 anni si permetta di dire "mi interessa anche la politica vedrà papi Silvio". È vero che la fanciulla ha "solo" 18 anni, ma se ha l'età per andare a sculettare malamente in tv allora può anche per stare attenta alle stupidaggini dette ai giornali. Se poi i genitori, veri morti di fama come direbbe D'Agostino sono tutti contenti. Béh, francamente, cazzi loro.
Eppure il popolo, ebete, gioisce, anche perché non esiste nulla dall'altra parte, nella sedicente opposizione, dove Franceschini ha appena lodato la Carfagna "che è preparata". Scusi Franceschini, ma cos'ha fatto il Ministro? Politicamente dico. Magari Lei crede che con queste affermazioni vuote si recuperano voti? Guardi i voti si recupereranno facendo lavoro sul territorio. Candidando gente giovane e preparata e non cariatidi. Ce ne sono anche in Italia, sa? Lo so che forse Le sfugge, ma incredibilmente è così.
Il popolo sarà anche bue, ma "cime" in quella che dovrebbe essere l'elite, non se ne vedono. E non è grave che Berlusconi ne approfitti, almeno lui è coerente. È grave che glielo lascino fare. Il giochino è sempre lo stesso: spararle grosse per vedere l'effetto che fa e poi eventualmente ritirarsi o negare. Sono 15 anni che va avanti così e i geni del centrosinistra non lo hanno ancora capito?

Fonte: Corriere.it
La mamma di Noemi irritata . «Squallore sulla mia bimba». La famiglia della teenager al centro del caso

«Voglio fare politica. Con papi cantiamo le canzone di Scugnizzi»
NAPOLI - Noemi non risponde più al cellulare. Se non riconosce il numero lascia squillare, o al massimo risponde una voce maschile che gentilmente dice: «Noemi non c'è», come se fosse credibile che una ragazzina di 18 anni si separi per ore dal suo cellulare e dai messaggini e tutto il resto, e pure dalla rubrica su cui è memorizzato il numero diretto di papi, come lei chiama Berlusconi.

Deserta pure la sua bacheca su Facebook, fino all'altro giorno piena di «botta e risposta» tra lei e suoi tantissimi amici. La stessa voce maschile ricompare implacabile pure al telefono di casa. Ma siccome quest'uomo pure avrà bisogno di allontanarsi un attimo, ecco che per una volta risponde la mamma di Noemi, la signora Anna. Che però ha perso la disponibilità del primo giorno, quando raccontava pure lei di papi e delle apparizioni televisive della figlia. E chiederle un commento alle parole di Veronica Lario è un modo sicuro per farla indispettire: «Ma perché dovete trasformare in un affare squallido una cosa che ha fatto tanto felice la mia bambina? Non lo so perché la signora Lario ha detto quelle cose. Mi dispiace che le abbia dette, ma non ho idea del perché l'abbia fatto. Se conosco anche lei come conosco Silvio? Arrivederci». Clic. Fine delle comunicazioni. Per tutto il resto della giornata risponde sempre il body guard telefonico, e di essere ricevuti a casa un'altra volta non se ne parla nemmeno.

Nessuno, quindi, che racconti come Berlusconi sia diventato amico della famiglia Letizia, mamma Anna, papà Benedetto e Noemi, che aveva un fratello morto sette anni fa in un incidente stradale. Benedetto ha commentato con qualche conoscente la visita del premier al compleanno di Noemi dicendo che lo ha fatto «per la nostra antica amicizia». Berlusconi dice che lui quell'uomo lo conosce da anni: «È un vecchio socialista, era l'autista di Craxi». Ma si sbaglia, assicura chi l'autista di Craxi lo conosceva bene. Come Bobo, il figlio: «L'autista di mio padre si chiamava Nicola, era veneto ed è morto». Pure due socialisti napoletani che furono in auge nell'era pre-tangentopoli, Giulio Di Donato e Silvano Masciari, escludono che Craxi, anche nelle sue visite a Napoli, abbia mai avuto un autista che si chiamava Benedetto Letizia. Quindi Berlusconi proprio si confonde. Benedetto Letizia fu effettivamente molto vicino al Psi, però non ha mai fatto l'autista ma sempre l'impiegato comunale. E lo faceva anche nel febbraio 1993, quando fu arrestato con l'accusa di peculato e concussione per una tangente da 35 milioni. Una vicenda giudiziaria ormai estinta, e lui, dopo tre sospensioni, nel 2007 è tornato definitivamente a lavorare al Comune di Napoli.

Fulvio Bufi

Reducing House

mercoledì, aprile 29, 2009

Quello che pensa Paolo Guzzanti.

Fonte: paologuzzanti.it

ESCLUSIVA: I PIANI SEGRETI DI BERLUSCONI Stroncare questa legislatura grazie al referendum o alle riforme elettorali e costituzionali, sostituire quasi tutti i suoi deputati con ragazzini clonati, essere eletto al Quirinale dalle nuove Camere e di lì guidare governi di suoi fidati come la Gelmini o Alfano, raggiungere il 51 per cento mettendo la Lega in un angolo e umiliare Fini stroncandone le aspettative. Quanto ai tempi, tutto dipende dall’erosione o dalla stabilità del consenso.
8 Aprile 2009
Le informazioni e le ipotesi che seguono sono frutto di una serie di colloqui con amici di Forza Italia con accesso diretto alle fonti. Queste informazioni invitano a concludere che l’attuale legislatura è destinata a morire in anticipo rispetto ai tempi, affinché i piani di Silvio Berlusconi possano realizzarsi.

Berlusconi ha vari problemi e una soluzione unica per tutti: elezioni anticipate stroncando l’attuale legislatura, malgrado la maggioranza bulgara di cui dispone.

Come è possibile? Basta guardare i fatti.

Primo: questo Parlamento non è quello che eleggerà il prossimo Presidente della Repubblica. Dunque se Berlusconi vuole diventare capo dello Stato, deve aspettare il prossimo Parlamento. Ma il prossimo Parlamento sarà eletto soltanto fra quattro anni e Berlusconi sa che quattro anni di crisi economica sono lunghi e corrosivi. Oggi è al massimo del consenso, ma nessuno può dire che cosa accadrà fra quattro anni. Anzi, secondo le previsioni più ragonevoli, un governo che affronti una dura crisi economica, secondo quanto insgna la storia europea, alla fine perde le elezioni, o comunque raccoglie meno consenso di quello che aveva avuto all’origine.

Altro problema: l’espansione della Lega Nord che in regioni come il Veneto marcia verso il 40 per cento.

E ancora: la concorrenza di Fini che ha preso seriamente le distanze da lui, candidandosi come futuro leader del centro destra. Berlusconi non vuole che, quando e se salirà al Quirinale, governi Fini. Vuole che governi uno dei suoi: presumibilmente Alfano o la Gelimini. Berlusconi pensa di usare il settennato al Quirinale per seguitare ad avere un ruolo di comando sulla politica e i governi, scegliendo un primo ministro proveniente dalla sua nidiata e che esegua i suoi ordini, creando così di fatto un sistema presidenzialista alla francese, con un Presidente con ampi poteri e un primo ministro più o meno sottomesso. Come fare? occorre stroncare questa legislatura.

Ma come si fa a stroncare una legislatura in cui ha già la maggioranza assoluta?

In due modi: facendo in modo che il referendum abbia successo e vinca, oppure - se il referendum fallisce - attuando riforme costituzionali che costringano il Capo dello Stato a prendere atto del fatto che sono state approvate nuove regole che delegittimano le vecchie e che richiedono dunque elezioni generali anticipate.

Al Congresso di unificazione le prime file sono state occupate da giovani che saranno i deputati della prossima Camera, tutti berluscones intorno ai 30 anni, tanti carfagnini e carfagnine d’allevamento, di bella presenza e cresciuti in batteria nel pollaio del berlusconismo più puro.

Questi giovani riempiranno il prossimo Parlamento e circa l’80 per cento degli attuali parlamentari saranno licenziati. Questa conclusione è stata valutata da tutti come il risultato anche scenografico della scelta di relegare alle terze e quarte file gli attuali politici, privilegiando una generazione clonata e pronta ad eseguire con gioiosa passività gli ordini del capo. Sono giovani che non hanno mai conosciuto la vera politica, la democrazia, i partiti, le idee e le ideologie. Sono ragazzi opachi e entusiasti che recitano il breviario berlusconiano come un catechismo e sono ambiziosi, carrieristi e animati da uno spirito di pura adorazione del leader.

Se il referendum dovesse funzionare, sarebbe facile per Berlusconi chiedere al capo dello Stato di concordare un calendario che conduca allo scioglimento di un Parlamento ormai delegittimato.

Berlusconi vuole anche sconfiggere la Lega Nord dando seguito all’annuncio fatto: lui vuole il 51 per cento, da solo e senza Lega.

Il che significa: Noi vogliamo governare con una maggioranza assoluta che non abbia bisogno di voi.Che poi Berlusconi abbia usato parole di delirante amore per la Lega non significa nulla. L’obiettivo è renderla non indispensabile.

Se il referendum fallisse non raggiungendo il 51 per cento, ci sono le riforme istituzionali e elettorali che possono rendere l’attuale Parlamento delegittimato da nuove regole. Berlusconi non ha fretta: segue i sondaggi e vede come va il trend: finché è stabile o in salita, condensa le cose da fare, aspettando la prova delle regionali del prossimo anno.

Ma se dovesse emergere una tendenza al ribasso che lasci prevedere un declino del PDL e una sua erosione veloce, Berlusconi è pronto a giocare il tutto per tutto: approvare leggi elettorali e istituzionali alla svelta e correre al Quirinale. Occorre naturalmente che Napolitano sia della partita, ma il Capo dello Stato non ha molte alternative.

Se il piano funzionerà, Berluscni di fatto governerà l’Italia non solo per quel che resta di questa legislatura, ma di fatto anche durante il settennato quirinalizio, guidando governi di gente sua e relegando le ambizioni di Fini alla soffitta dei sogni.

Non è una strada tutta in discesa: Berlusconi deve fare i conti con Lega e AN, è una partita dura e complessa, che prevede fra l’altro una tenuta flebile ma non rovinosa del PD di cui Berlusconi ha bisogno come elemento legittimatore. Questa è la ragione per cui PDL e PD d’accordo hanno voluto impedire che alle europee i piccoli partiti fossero rappresentati: grazie allo sbarramento al 4 per cento, il PD può fare il pieno dei voti di sinistra, senza mostrare per intero tutta la sua crisi e questo è un favore che Berlsusconi ha reso prima a Veltroni e poi a Franceschini.

Inutile dire che noi ci batteremo affinché tutto ciò non accada e che non si instauri una riforma costituzionale cesarista mascherata. Ma saranno anni di dura battaglia per la difesa della democrazia parlamentare

Papi il cazzaro

BOBO CRAXI, AUTISTA MIO PADRE? ERA UN ALTRO, NON PADRE NOEMI
(V. 'BERLUSCONI, FESTA DI NOEMI? SUO PADRE ERA...' DELLE 16.34)
Fonte (ANSA) - ROMA, 29 APR - "Cado dalle nuvole. L'autista di mio padre si chiamava Nicola, era veneto, ed è morto da qualche anno. Io questa Noemi e suo padre non li conosco davvero...".
Bobo Craxi, il figlio del leader socialista scomparso, commenta così la notizia secondo la quale il padre di Noemi Letizia, la giovane napoletana che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è andato a trovare per i suoi 18 anni, fosse la
figlia dell'autista di suo padre.
"E' comunque possibile che mio padre c'entri qualcosa - ironizza Bobo Craxi - perché in Italia ogni volta che c'é un mistero mio padre c'entra sempre...".(ANSA).

Io non c'ero e se c'ero guardavo altrove



Da notare la vigliaccheria del povero vigile:
"Lei è testimone".
"No, io non sono testimone di niente" (Come sarebbe, stai lì davanti a una telecamera e ti tiri indietro?)

Cavi Italiani!

Sua altezza il principe Emanuele, candidato, en passant, di un partito repubblicano



EMANUELE FILIBERTO CON UDC:CONOSCO METÀ DEI CAPI STATO UE...

Fonte (Apcom) -

"Parlo cinque lingue, conosco personalmente la metà dei capi di stato europei e dell'altra metà sono parente...". Si presenta così Emanuele Filiberto di Savoia, nella sua prima conferenza stampa a Montecitorio da candidato dell'Udc alle prossime elezioni europee.

"E' stata una scelta molto riflettuta - spiega il nipote dell'ultimo re d'Italia - ci siamo incontrati più volte con Casini e Cesa...". Ma poi, racconta, non ha avuto dubbi: "L'Udc è un partito di centro e moderato e come me difende la famiglia e i valori cristiani". Lo slogan che porterà in campagna elettorale sarà "I valori per l'Italia, per il futuro dell'Europa" e, promette il principe, girerà "nei caffè, nei mercati, nelle discoteche" ma anche "su facebook": "La mia sarà una campagna elettorale moderna".

Quanto al recente successo nella trasmissione televisiva 'Ballando con le stelle', Emanuele Filiberto afferma: "Non sono il primo, né sarà l'ultimo ad aver 'bucato' il video. La televisione è importante, ti porta davanti agli italiani.
Guardate Obama...". E sulle giovani attrici e soubrette candidate con il Pdl non si sbilancia: "Sono scelte di Berlusconi.
Sicuramente avrà un buon motivo per farle...".



PDL E EUROPEE: FUORI «LA ROSSA» SOZIO, DENTRO L'ATTRICE ED EX TRONISTA FERRANTI...

Fonte "Corriere.it" -

In casa Pdl è tutto un rincorrersi di voci, conferme e smentite sulle possibili candidature alle Europee di giugno e sui "volti noti" annunciati dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Le liste dovranno essere presentate entro mercoledì mattina e fino a quel momento i coordinatori Ignazio la Russa e Denis Verdini lavoreranno a ritmi serrati, nel loro ufficio di dell'Umiltà, per risolvere gli ultimi nodi.

I nomi dati quasi per certi sono quelli di Barbara Matera (ex annunciatrice Rai) e Camilla Ferranti (ex tronista di Uomini e donne e protagonista di Incantesimo). Non dovrebbero invece trovare spazio, a meno di sorprese dell'ultima ora, Eleonora Gaggioli (già attrice in Elisa di Rivombrosa) e Angela Sozio («la rossa» che partecipò all'edizione numero tre del Grande Fratello).

In pole position ci sarebbero poi altre tre o quattro giovani scelte tra quelle che hanno partecipato al corso di formazione che si è tenuto la scorsa settimana a via dell'Umiltà. Tra queste Cristina Ravot, giovane cantante sassarese, Rachele Restivo, giornalista tv, e Laura Comi. Gli apparati di partito cercano di non far escludere «gli uscenti»: dovrebbero essere «recuperati» i vari Bonsignore, Iva Zanicchi, Albertini, Gargani, Zappalà, Antoniozzi.

Alcune delle deputate "precettate" dal premier, inoltre, dovrebbero correre per l'Europarlamento, per poi rinunciare una volta elette. Fra loro Gabriella Giammanco e Laura Ravetto, mentre sono in forse Annagrazia Calabria e Beatrice Lorenzin. Per An ci saranno sicuramente in lista Roberta Angelilli e Cristiana Muscardini, mentre si rincorrono le voci del possibile inserimento della figlia di Guido Bertolaso.

DOPO LE EUROPEE IL MINI-RIMPASTO IN CASA PDL...

fonte Affaritaliani.it -
Ci siamo. Il mini-rimpasto di governo è ormai pronto. Secondo quanto Affaritaliani.it ha appreso da fonti parlamentari del Popolo della Libertà - salvo colpi di scena - dopo le elezioni europee e prima della pausa estiva ci sarà la promozione a ministro del Turismo di Michela Vittoria Brambilla e a ministro della Salute di Ferruccio Fazio. Entrambi in quota Forza Italia. Non solo. Promozione in vista anche per un altro azzurro. Paolo Romani diventerà viceministro con delega alle Comunicazioni, sempre all'interno del dicastero dello Sviluppo Economico. E le altre componenti della maggioranza? Per Alleanza Nazionale è in arrivo il ruolo di vice con la responsabilità del Commercio Estero per Adolfo Urso. Infine la Lega. Come più volte richiesto da Umberto Bossi, Roberto Castelli sarà viceministro alle Infrastrutture con una speciale delega per il Nord e l'Expo del 2015.

Papi chulo

Ma che scherzi? Una così dà una festa e tu non ci vai?




Fonte: corriere.it

Ecco la bella Noemi, la diciottenne
che chiama Berlusconi «papi»
«Per me Silvio è un secondo papà: mi telefona e lo raggiungo. Poi insieme cantiamo le canzoni di Scugnizzi»

Dal nostro inviato
PORTICI — Il suo motto è «Amali tutti, ma non sposar nessuno». Noemi Letizia è una statuaria ragazza, di scintillante bellezza, figlia di un dipendente comunale di Napoli del settore fognature e di una bella signora di Portici, ex miss Tirreno, titolare di un negozio di cosmetici a Secondigliano che le fa da assistente-ombra. È per i diciotto anni di Noemi che Silvio Berlusconi è atterrato in gran segreto a Capodichino domenica sera e ha raggiunto il locale sulla circumvallazione di Casoria dove la festeggiata aveva radunato un centinaio di invitati.



Nell’appartamento di via Libertà a Portici Noemi ci accoglie in cucina, benché si faccia trovare già pronta, in abito lungo e capelli sistemati a boccoli dal parrucchiere, per la trasmissione tv «Stelle emergenti», condotta da Francesca Rettondini, che tutti i martedì su TeleA la impegna come ballerina-valletta-showgirl. «È stata la sorpresa più bella, quella di papi Silvio».

Noemi, lei chiama ‘‘Papi’’ il presidente Berlusconi?
«Sì, per me è come se fosse un secondo padre. Mi ha allevata».

Ha mai conosciuto qualcuno dei figli del Cavaliere?
«No, mai. Anche se lui mi ripete che gli ricordo Barbara, sua figlia. Che ora studia in America».

Com’è nata la vostra amicizia?
«È un amico di famiglia. Dei miei genitori». «Diciamo», interviene mamma Anna, «che l’ha conosciuto mio marito ai tempi del partito socialista. Ma non possiamo dire di più».

Non capita a tutte le belle ragazze di ritrovarsi il presidente del Consiglio alla festa di compleanno?
«Infatti, io alla mia non l’aspettavo. È stata una vera sorpresa. Né ho mai raccontato in giro di questa amicizia così forte con Papi Silvio. Nessuno mi avrebbe creduta. Ora, invece, l’hanno visto tutti...»

Cosa le ha regalato?
«Una collana d’oro con un ciondolo».

Berlusconi è sempre stato presente alle sue feste di compleanno?
«No, ma non mi ha mai fatto mancare le sue attenzioni. Un anno, ricordo, mi ha regalato un diamantino. Un’altra volta, una collanina. Insomma, ogni volta mi riempie di attenzioni».

Suo padre non è geloso?
«Assolutamente no. È devotissimo di Papi Silvio».

E la mamma?
«Assolutamente no», risponde la signora Anna, «e poi gelosi di chi, di Silvio?». In cameretta, incorniciata, anche una foto con dedica del premier: "Ad Anna con gli auguri più affettuosi - 20 novembre 2008 - Silvio Berlusconi».

Noemi, lei frequenta il quarto anno della scuola per grafici pubblicitari?
«Sì, la Francesco Saverio Nitti di Portici e sono la prima della classe. La mia insegnante di italiano dice che ho inventato il ‘‘metodo letiziano’’: ho una grande capacità espressiva. Mi piace molto studiare».

Sa chi fu Nitti?
«Nitti...Nitti... Lo abbiamo anche studiato a scuola».

Fu un grande meridionalista e presidente del Consiglio.
«Ah, sì».

Cosa vorrà fare da grande?
«La showgirl. Ho studiato danza, ho iniziato a 6 anni. Ora sto seguendo un corso per guida turistica: al Maggio dei Monumenti sarò impegnata nel Duomo di Napoli. Mi interessa anche la politica. Sono pronta a cogliere qualunque opportunità, a trecentosessanta gradi. Ma non scenderò mai a compromessi».

Sa che ha provocato una fiammante polemica il fatto che Berlusconi vorrebbe candidare letterine e donne dello spettacolo alle europee?
«Fa bene, vuole ringiovanire. E poi se Papi pensa di fare così, stia certo che non sbaglia. Sceglie queste ragazze perché intelligenti e capaci. Non solo perché belle. Il mio motto in politica sarà: ‘‘Meno tasse, più controlli’’. Basta con i furbi che non rispettano le regole».

Lei vuole diventare showgirl e avviarsi all’attività politica. E lo studio?
«Papi Silvio mi ripete sempre che la prima cosa è studiare. Lo sa che ha fondato una università a Milano? L’anno prossimo vorrei frequentarla. Mi iscriverò a scienze politiche».

Noemi, lei ha girato anche un cortometraggio?
«Si chiama Scaccomatto. È stato presentato a Venezia a dicembre scorso. Io interpreto il ruolo della fidanzata di un politico. È tutta una storia di mafia, di intrighi, di caccia ad un diamante».

Insomma, una trama di grande attualità. Torniamo a Berlusconi?
«Lo adoro. Gli faccio compagnia. Lui mi chiama, mi dice che ha qualche momento libero e io lo raggiungo. Resto ad ascoltarlo. Ed è questo che lui desidera da me. Poi, cantiamo assieme».

Quali canzoni?
«Non ricordo il titolo della sua preferita: aspetti che vedo sui suoi cd. Li ho tutti. Ma come fa quella... ‘‘Mon amour, lalalala’’»

Lei quali canzoni preferisce?
«A me piace la musica italiana. Non le canzoni classiche. I miei cantanti preferiti sono Laura Pausini, Tiziano Ferro, Nek. E poi c’è la colonna sonora di Scugnizzi, che io canto spesso con Papi Silvio al pianoforte o al karaoke».

Mi racconta qual è la sua barzelletta preferita tra le tante che il premier le racconta?
«Vi sono due ministri del governo Prodi che vanno in Africa, su un’isola deserta, e vengono catturati da una tribù di indigeni. Il capo tribù interpella il primo ostaggio e gli propone: ‘‘Vuoi morire o bunga-bunga?’’. Il ministro sceglie: ‘‘bunga-bunga’’. E viene violentato. Il secondo prigioniero, anche lui messo dinanzi alla scelta, non indugia e risponde: ‘‘Voglio morire!’’. Ma il capo tribù: ‘‘Prima bunga-bunga e poi morire».

Nei momenti di relax, Berlusconi cosa le confida?
«Fa tanto per il popolo. È il politico numero uno. Non dorme mai. Io non riuscirei a fare la sua stessa vita. Quando vado da lui ha sempre la scrivania sommersa dalle carte. Dice che vorrebbe mettersi su una barca per dedicarsi alla lettura. Talvolta è deluso dal fatto che viene giudicato male. Io lo incoraggio, gli spiego che chi lo giudica male non guarda al di là del proprio naso. Nessuno può immaginare quanto Papi sia sensibile. Pensi che gli sono stata vicinissima quando è morta, di recente, la sorella Maria Antonietta. Gli dicevo che soltanto io potevo capire il suo dolore».

Perché?
«Ho perso un fratello, Yuri, sette anni fa. A causa di un incidente stradale. Ora è il mio angelo custode».

Noemi, per quale squadra tiene?
«Sono patriottica, tifo Napoli. Poi, la mia seconda squadra è il Milan».

Noemi, quando la vedremo in politica, alle prossime regionali?
«No, preferisco candidarmi alla Camera, al parlamento. Ci penserà Papi Silvio».

Angelo Agrippa

La festicciuola incriminata



Fonte:la Repubblica
Berlusconi, blitz sui rifiuti ma prima va alla festa di Noemi. La visita del premier: party a Casoria per il compleanno di una diciottenne
di Conchita Sannino

Mezzanotte in una villa kitsch di Casoria. Ricevimento per un centinaio di persone, quasi tutte under 25. Con sorpresa. Già, perché alla festa di compleanno di domenica sera a "Villa Santa Chiara" sulla Circumvallazione esterna, ecco spuntare, d´improvviso, Silvio Berlusconi. La festa era un omaggio a tale Noemi L. Frequentazione di passerelle campane, nel futuro aspirazioni artistiche, alle spalle un papà imprenditore evidentemente amico del premier.

È il retroscena, da tenere riservato, della quattordicesima visita del presidente del Consiglio a Napoli, sintetizzata poi in una riunione sul caso rifiuti di appena 40 minuti, ieri, in prefettura. A tal punto era consigliato il riserbo che, appena entrato nel palazzo di governo, alle 10, lo staff del presidente del Consiglio ha chiesto a funzionari e uffici stampa: «Non è mica uscito qualcosa sulla festa privata dov´è stato il presidente?».

Più che una visita, un blitz. Al vertice istituzionale c´erano il prefetto Alessandro Pansa, il sottosegretario Guido Bertolaso con il suo vicario, il generale Franco Giannini. Tra gli ospiti in attesa nei corridoi della prefettura anche il direttore del Mattino, Mario Orfeo. Un incontro di cui persino negli uffici istituzionali, fino alle 21 di domenica, si ignoravano obiettivo e urgenza. Sul tema rifiuti, d´altra parte, il Cavaliere, assorbito da più urgenti fronti, non aveva da consegnare annunci clamorosi. «Acerra funziona benissimo, l´inquinamento è vicino allo zero», ha ripetuto Berlusconi contestato tuttavia da poche persone in piazza.

Poco prima, il premier aveva animato un siparietto sarcastico anti magistratura, dopo alcuni scambi con Pansa e con il prefetto Franco Malvano (ex parlamentare Pdl, oggi responsabile sicurezza degli impianti). Quest´ultimo è stato citato nella recente requisitoria di un pm anticamorra, Paolo Itri, per una sua presunta presenza a un vertice tra alcuni boss, oltre vent´anni fa: un summit dopo il quale l´allora vicequestore si sarebbe limitato ad arrestare solo uno dei presenti. «Magistrati che cercano il protagonismo», avrebbe commentato il premier. Ma Malvano, interpellato, taglia corto: «Ma no, abbiamo solo parlato di rifiuti».

Berlusconi insiste: «La gestione del ciclo sta per essere completata secondo il piano Bertolaso». Tra un mese aprirà anche la discarica di Terzigno. Ma su questo, il presidente del parco nazionale del Vesuvio, Ugo Leone, annuncia un doppio ricorso: al Tar e all´Unione europea. L´idea dello sversatoio sul vulcano era stata già criticata da Bruxelles.

Che cosa resta dunque, della speciale sortita partenopea numero 14? La festa per Noemi, il premier applaudito dalle sue giovani amiche e dai genitori di lei. E poi il rientro, quasi all´una e mezza di notte all´hotel Vesuvio, dove Berlusconi incontra il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, tra abbracci e pacche sulle spalle. «Abbiamo vinto», gli fa festa il patron del Milan.

Tra gli invitati all´hotel, anche stavolta, la prediletta candidata di Fuorigrotta, Francesca Pascale, esile e bionda napoletana che corre nel collegio di Posillipo per le provinciali. Esclusi tanti altri, da Luigi Cesaro, candidato alla Provincia, al sottosegretario Nicola Cosentino. Parlamentari ed esponenti del Pdl campano tenuti fuori dalla breve sosta. Il sindaco di centrodestra di Casoria, Stefano Ferrara, pur rimasto fuori da Villa Santa Chiara, era così orgoglioso quando ha saputo che Berlusconi aveva trascorso una piacevole serata sul "suo" suolo. Casoria come Portofino, per una notte almeno.

martedì, aprile 28, 2009

La compagna Veronica



Fonte La Repubblica

La moglie del premier attacca dopo l'articolo su "Fare Futuro"
"Io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione"
Veronica Lario: "Le veline candidate?
"Ciarpame senza pudore per il potere". Difende il ruolo delle donne nella politica "da Nilde Jotti alla Prestigiacomo". "Ma qui emerge la sfrontatezza e la mancanza di pudore"

ROMA - "Ciarpame senza pudore". Il vaso si è colmato di nuovo e Veronica Lario esplode come già fece alla fine di gennaio di due anni fa con la famosa lettera a Repubblica. Questa volta, la moglie del premier attacca sull'uso delle candidature delle donne che a suo avviso si sta facendo per le elezioni europee.

Questa volta, Veronica Lario ha deciso di mettere per iscritto in una mail - in risposta ad alcune domande poste dall'Ansa sul dibattito aperto dall'articolo pubblicato ieri dalla Fondazione Farefuturo - il suo stato d'animo di fronte a ciò che hanno scritto oggi i giornali sulle possibili candidate del Pdl alle europee. "Voglio che sia chiaro - spiega - che io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione. Dobbiamo subirla e ci fa soffrire".

Alla domanda su cosa pensa del ruolo delle donne in politica, alla luce delle polemiche di queste ore, Veronica Lario risponde che "per fortuna è da tempo che c'è un futuro al femminile sia nell'imprenditoria che nella politica e questa è una realtà globale. C'è stata la Thatcher e oggi abbiamo la Merkel, giusto per citare alcune donne, per potere dire che esiste una carriera politica al femminile".

"In Italia - aggiunge la moglie del presidente del Consiglio - la storia va da Nilde Jotti e prosegue con la Prestigiacomo. Le donne oggi sono e possono essere più belle; e che ci siano belle donne anche nella politica non è un merito nè un demerito. Ma quello che emerge oggi attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, e che è ancora più grave, è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte e questo va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono state sempre in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti".

"Qualcuno - osserva Veronica Lario - ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell'imperatore. Condivido: quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere".

La signora Berlusconi prende anche l'iniziativa di parlare della notizia, pubblicata oggi da la Repubblica, secondo cui il premier sarebbe stato domenica notte in una discoteca di Napoli a una festa di compleanno d'una ragazza di 18 anni: "Che cosa ne penso? La cosa mi ha sorpreso molto, anche perchè non è mai venuto a nessun diciottesimo dei suoi figli pur essendo stato invitato".

Berlusconi: "Candidature inventate". LE proprio poche ore prima, lo stesso premier era intervenuto da Varsavia sul tema sollevato da "Fare Futuro". Berlusconi definisce "deludenti" le polemiche sulle "soubrette" nelle liste del Pdl: "Le candidature che ho letto sui giornali sono quasi tutte inventate. E' veramente assurdo - continua - che se una persona ha una o due lauree e conosce due o tre lingue, per il solo motivo che sia stato in tv o abbia fatto cose nell'informazione o nello spettacolo sia da considerarsi preclusa per quanto riguarda la politica".

Il premier si lamenta delle critiche: "Si dice sempre che si vuole il 50 per cento di donne. Poi quando vai a prendere candidate, che non ho scelto io, e che vengono a fare un corso, per il semplice motivo che hanno un aspetto gradevole si polemizza. È Una delusione totale. Escludo comunque che ci sia qualche candidata che non sia stata attiva in An o in Forza Italia". Berlusconi 'sponsorizza' però uno dei nomi usciti sulla stampa. "Sono supporter di Lara Comi, è bravissima".

Non sapeva ancora che Veronica Lario era pronta a lanciare il suo secondo grande attacco.

Disturbed?



Sempre la stessa storia: LEi non sa chi sono io... la Carlucci a un convegno e la risposta del giornalista Alessandro Gilioli sul suo blog piovono rane, sull'Espressonline

AIUTATE L'ONOREVOLE CARLUCCI

Come impressione a caldo sull’incontro che c’è stato oggi alla Camera sulla legislazione per la Rete posso solo dire che la Carlucci non sta affatto bene.

No, dico davvero: aggredisce, urla, s’incazza con chiunque, a un certo punto mi ha augurato che mio figlio venga adescato dai pedofili su Facebook (giuro). Poi ha raccontato che lei passa le sue giornate alla polizia postale cercando di rintracciare chi la insulta on line. Mamma mia, mi dispiace.

Lo so che bisogna ridurre i costi della politica, ma una distribuzione mirata di benzodiazepine alla Camera sarebbe molto opportuna. Io non ho capito com’è che la mandano in giro. No davvero, non è questione di destra o di sinistra, è questione di Tso. Va beh.

Quanto agli altri, giudicate voi, se avete voglia di sciropparvi il video. A me pare che Palmieri, Cassinelli e Melandri abbiano detto cose più o meno condivisibili, ma comunque sono ragionanti, e quindi in confronto a Carlucci hanno giganteggiato. Il radicale Perduca parlava d’altro. D’Alia è semplicemente uno che non sa una mazza di ciò su cui ha legiferato, ora si sta rendendo vagamente conto di aver fatto una cazzata mostruosa e cerca di uscirne limitando i danni.

Comunque il problema vero, in termini politici, è capire che cosa uscirà dalle cogitazioni in corso nel Pdl per sostituire l’emendamento D’Alia con un’altra legge. Palmieri non si è voluto sbottonare in merito, peccato.

Ecco, insomma, la vera legge su Internet - aldilà di D’Alia e Carlucci - la stanno ancora decidendo. Incrociamo le dita.

Le elezioni fantaeuropee

La bellissima Ravetto, un'altra candidata-civetta? Chissà...ma avremo delle sorprese.



Fonte: Corriere.it

Pdl e Europee: fuori «la rossa» Sozio, dentro l'attrice ed ex tronista Ferranti. Toto-candidature in vista del voto di giugno: in pole anche l'ex annunciatrice Matera

La ex annunciatrice Rai Barbara Matera è una delle più probabili candidate del Pdl alle Europee di giugno In casa Pdl è tutto un rincorrersi di voci, conferme e smentite sulle possibili candidature alle Europee di giugno e sui "volti noti" annunciati dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Le liste dovranno essere presentate entro mercoledì mattina e fino a quel momento i coordinatori Ignazio la Russa e Denis Verdini lavoreranno a ritmi serrati, nel loro ufficio di dell’Umiltà, per risolvere gli ultimi nodi. I nomi dati quasi per certi sono quelli di Barbara Matera (ex annunciatrice Rai) e Camilla Ferranti (ex tronista di Uomini e donne e protagonista di Incantesimo). Non dovrebbero invece trovare spazio, a meno di sorprese dell’ultima ora, Eleonora Gaggioli (già attrice in Elisa di Rivombrosa) e Angela Sozio («la rossa» che partecipò all'edizione numero tre del Grande Fratello).

LE ALTRE IN POLE E I «RECUPERATI» - In pole position ci sarebbero poi altre tre o quattro giovani scelte tra quelle che hanno partecipato al corso di formazione che si è tenuto la scorsa settimana a via dell’Umiltà. Tra queste Cristina Ravot, giovane cantante sassarese, Rachele Restivo, giornalista tv, e Laura Comi. Gli apparati di partito cercano di non far escludere «gli uscenti»: dovrebbero essere «recuperati» i vari Bonsignore, Iva Zanicchi, Albertini, Gargani, Zappalà, Antoniozzi. Alcune delle deputate "precettate" dal premier, inoltre, dovrebbero correre per l’Europarlamento, per poi rinunciare una volta elette. Fra loro Gabriella Giammanco e Laura Ravetto, mentre sono in forse Annagrazia Calabria e Beatrice Lorenzin. Per An ci saranno sicuramente in lista Roberta Angelilli e Cristiana Muscardini, mentre si rincorrono le voci del possibile inserimento della figlia di Guido Bertolaso.

LA CRITICA DI FAREFUTURO - La parole definitiva sulle liste del Pdl e sulle "new entry" spetterà a Silvio Berlusconi. Intanto c'è spazio per una piccola polemica: in un editoriale il quotidiano online di FareFuturo, la fondazione promossa da Gianfranco Fini, ha criticato il Pdl per le candidature alle Europee, soprattutto per le candidature femminili e ha puntato il dito contro le veline e il «velinismo». «Le donne non sono gingilli da utilizzare come specchietti per le allodole» si legge. «Il Web Magazine della Fondazione FareFuturo non ha certo necessità di concordare con me ogni suo quotidiano intervento - ha detto, intervenendo in merito, il presidente della Camera -. È una condizione di libertà e di fiducia che può però portare, come nel caso odierno sulle candidature femminili per le prossime elezioni Europee, a valutazioni comprensibili ma eccessive, e pertanto non totalmente condivisibili».

Fantastico....

Se avesse fatto la stessa cosa Prodi sarebbe stato crocifisso. Ma Lui può.

Quattro strappone contro lo zoo


Certo che la Peta a parte fare spogliare n paio di raggazzotte ogni 5 minuti non è che abbia molta fantasia nella sua campagna mediatica. ma evidentemente funziona. Qui siamo a Manila e manifestano contro lo zoo.

domenica, aprile 26, 2009

Nella migliore tradizione italiana

...tutti ladri nessun ladro e i repubblichini erano camerati che sbagliavano.

Fonte: La Repubblica
Berlusconi: "Il 25 aprile sia festa di libertà. Rispetto per tutti, ma non equidistanza"

ONNA - I tempi sono maturi perché la festa della liberazione "diventi festa di libertà". La resistenza è un valore "fondante della Costituzione" ma bisogna avere rispetto per tutti i combattenti, fossero essi partigiani o repubblichini, perché questo non vuol dire essere neutrali. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha scelto Onna per il suo 'battesimo' della liberazione, la sua prima celebrazione del 25 aprile. Scelta simbolica di una cittadina che oggi è stata ferita dal terremoto e che 64 anni fa lo fu dalla strage di civili fatta dalla Wermacht in ritirata.

Prima di volare in Abruzzo, il premier si è recato all'Altare della Patria per rendere omaggio insieme alle alte cariche dello Stato al milite ignoto. Arrivato ad Onna, ha pronunciato il suo discorso ufficiale, in cui ha trovato spazio anche il ricordo personale del padre costretto a stare lontano e della madre obbligata a badare da sola alla famiglia.

Il premier ha spiegato che dalla "parte sbagliata", quella dei repubblichini, c'erano delle persone in buona fede così come "dalla parte giusta", quella dei partigiani, ci fu chi "commise errori e colpe". "Ricordare con rispetto tutti i caduti, anche quelli che hanno combattuto dalla parte sbagliata sacrificando la propria vita ad una causa già perduta - ha affermato Berlusconi- non è neutralità nè indifferenza". Prima, da Roma, aveva fatto un'apertura all'equiparazione tra reduci di Salò e repubblichini, scatendo le critiche dell'opposizione e incassando l'altolà di Dario Franceschini. Che non condivide neppure l'ipotesi di cambiare nome alla festa della Liberazione: "Quel nome l'hanno deciso i nostri padri e non si tocca", ha tuonato il segretario del Pd, ammettendo però che il premier ha usato oggi parole importanti nel suo intervento.

Il presidente del Consiglio ha sottolineato poi che la "resistenza è un valore fondante" dell'Italia, ed ha accolto l'omaggio di un gruppo di partigiani della Brigata Maiella, da lui ricordata nel suo discorso, che gli hanno appeso al collo il foulard tricolore simbolo della formazione partigiana.

Ha lanciato poi un invito a riflettere non solo sul passato ma anche sul futuro: "64 anni dopo la liberazione e venti anni dopo la caduta del muro", esorta, si può "costruire finalmente un sentimento nazionale unitario" e "farlo tutti insieme, quale che sia l'appartenenza politica".

Il premier si dice quindi convinto che i tempi siano maturi "perché la festa della liberazione possa diventare festa di libertà" lasciando da parte contrapposizioni e polemiche. Anzi, "festa di tutti gli italiani che amano la libertà e che vogliono restare liberi". Poi suggella così la sua prima volta: "Viva questa festa, viva la festa della libertà riconquistata".

Scafroglia di domenica

sabato, aprile 25, 2009

Siccome è il 25 aprile...

Risky business



Very dangerous if two disturbed people (like these two fatty agents) are not able to behave. A taser is a weapon not a toy...

Nelson Mandela went to jail for over 30 yrs....




....for this?

The rise of Jacob Zuma; polygamist, ‘Zulu peasant’ and president in waiting
He is branded a ‘bumbling clown’ and faces the threat of a bribery trial, yet is set to lead South Africa. Meet the man behind the caricatures
It was May 10, 1994. The whole world had come to Pretoria to see the inauguration of Nelson Mandela as the first democratically elected South African president. The march past was led by the army, and nine air force Mirages flew overhead, dipping their wings in salute. Mandela spoke of “a rainbow nation at peace with itself and the world at large”.

The euphoria that day was completely overblown, of course, and the sense of anticlimax was correspondingly deep. The formal economy shrank. Crime soared. Begging at traffic lights - by all races - became a general phenomenon.

President Thabo Mbeki, Mandela’s successor, won notoriety as an Aids denier while deaths from the disease rose to 1,000 a day. Government ministers disregarded the basic rationale of democratic capitalism. Politics was haunted by scandal, corruption and cover-up. Many wealthier and better educated South Africans fled as fast as they could.

The economy bounced back but politics did not. This month, after years of turmoil, South Africa will hold an election that seems sure to give it a new president, Jacob Zuma, whose reputation is the opposite of Mandela’s 15 years ago. This earthy populist has been on trial for rape, has left wives and at least 18 children in his wake, is lampooned at home as a bumbling clown and has long been under investigation for alleged corruption. Tomorrow, barely two weeks before the election, prosecutors will announce whether or not they are dropping bribery charges against him.

Whatever their decision, Desmond Tutu, the former Archbishop of Cape Town, has declared Zuma “unfit to become president”. Mbeki has dismissed him as “a Zulu peasant” who would make South Africa “a neo-colonial basket case”.

Is this the end of the “rainbow” dream and the moment South Africa starts to become a greater Zimbabwe? Not necessarily. Although Zuma is portrayed as an ignorant sexist who has clawed his way to the top, there is more to him than the caricatures and calumnies suggest.

A couple of months ago the official spokesman of the African National Congress (ANC) denounced as “lies” reports that Zuma, the party president, was to marry a fifth wife. It turned out to be true, however - and there were soon reports that he was courting a sixth. While the ANC is embarrassed, Zuma is unusual in his frank acknowledgment of his own polygamy. In the eyes of many educated Africans, this is a shameful sign of his cultural backwardness, but among the less educated - Zuma’s natural followers - polygamy is more easily accepted.

Other ANC leaders are far less open about their own multiple wives and mistresses, ex-wives and unacknowledged and hidden children. Officially, Mandela has been serially monogamous with three consecutive wives. But it is no secret that when he was young he was a philanderer on a large scale and there are rumours of illegitimate children. Mbeki was also known to be a ladies’ man on an almost industrial scale.

The incident that has most damaged Zuma’s reputation was an accusation of rape three years ago. He was found not guilty at his trial, which appeared to be the result of a honeytrap set by political enemies, but he admitted having unprotected sex with the young woman while knowing she was HIV positive.

Feminists were outraged by Zuma’s excuse that the young woman had seemed keen to seduce him and was wearing a short skirt, as well as by his offhand assurance that he had showered after sex as an anti-Aids precaution.

Zuma’s sympathisers are not suggesting he is a paragon of virtue but that his sexual behaviour - and honesty about it - should be seen in context. The same applies to his politics and the corruption charges.

Widely portrayed as a leftist firebrand, Zuma is in fact a rather complex figure. He was born in 1942 in the deep Zulu countryside, the son of a policeman and a domestic servant. After his father died, he worked as a cattle herder and, unable to continue school through lack of money, followed his mother to Durban where he became a “kitchen boy”. He was an eager student at political classes laid on by the ANC and the Communist party.

Zuma joined the ANC’s armed wing, Umkhonto we Sizwe (MK), when it was formed in 1962 but was arrested trying to leave the country for military training and was brutally beaten by the police. He was jailed for 10 years for conspiring to overthrow the apartheid regime and was imprisoned with Mandela on Robben Island, where his political education was nurtured and his genial personality won friends.

Ebrahim Ebrahim, a former cell-mate, said: “He has always been a likeable person with a big laugh. He’s always cheerful. People always tended to be around him.”

On his release in 1974 he worked in the ANC underground before going into exile. He rose through the MK’s ranks after military training in the Soviet Union and led the ANC’s intelligence wing.

When he returned to South Africa in 1990 it was with a reputation as a fearless fighter and militant communist who had learnt to read and write English from Harry Gwala, his mentor and fellow Zulu.

Gwala was the ANC warlord of the KwaZulu-Natal midlands, where a bloody civil war had raged with the rival Inkatha movement for more than a decade. He was a ruthless killer who cut down not only the enemy but also rivals on his own side.

On the ANC’s instructions, Zuma edged out Gwala - surviving the old man’s attempts to kill him - and then showed himself to be moderate and conciliatory, ending the civil war and joining Chief Buthelezi of Inkatha to celebrate Shaka Day in loincloth and leopard skins.

During the early years after Mandela became president there was a great deal of distrust within the ANC as rivals jockeyed for power and wealth, some settling their differences violently. Mbeki was essentially running the country as vice-president and was preoccupied with clearing the way for his own succession to Mandela. Zuma was an Mbeki loyalist. In his eyes nothing, not even South Africa’s new constitution, was above the ANC.

When Winnie Mandela, the president’s disgraced but still influential former wife, made an unauthorised challenge for the party's vice-presidential nomination, Mbeki steered it Zuma’s way instead. Many greeted with virtual stupefaction the idea of Zuma - probably the least educated of the ANC elite - becoming the country’s No 2. He had been an administrative disaster as a provincial cabinet minister in KwaZulu-Natal.

Mandela himself cautioned Mbeki that Zuma was seen as so close to him that to choose him would simply reinforce Mbeki’s reputation for wanting only yes men. This advice was, of course, ignored. If no one could imagine Zuma as president, Mbeki thought he could safely pick him with no fear that he would become a rival. So how did Zuma become Mbeki’s nemesis and South Africa’s next president?

The answer lies in a scandal known in South Africa simply as “the arms deal”.

In its days in exile, the ANC’s membership had included principled heroes, Stalinist apparatchiks and plain thugs. Among those regarded as a thug was Joe Modise, the head of MK. When I interviewed operatives of the old apartheid security police years later, I found they universally agreed that he had also been an informer for the white regime.

Modise was determined to become the first ANC defence minister, a post he saw as a passport to great wealth. The greatest threat to his ambition was Chris Hani, his No 2 in MK, a charismatic and militant leftwinger. Hani was an obvious candidate for defence minister and was so popular with the ANC rank and file that he even seemed likely to overtake Mbeki in the race to be Mandela’s vice-president and eventual president.

In the infighting with Hani, Modise threw all his weight behind Mbeki. The alliance between them was the pivot on which ANC politics turned. Mbeki seemed oblivious to Modise’s unsavoury reputation and was happy to embrace him - and in future years would risk his name by continuing to stand up for him.

In April 1993, two weeks after he had threatened to expose Modise for stealing £2.5m from the ANC, Hani was assassinated. The killer was a Polish immigrant from the far right. But few thought he had acted alone.

It has since emerged that the National Intelligence Service, a key arm of the outgoing white regime, had advance warning. I also learnt there had been a plot within the ANC itself to kill Hani. The names of various ANC leaders were ascribed to the plot, including Modise’s.

On becoming defence minister in 1994, Modise was in no doubt that he had been handed the keys of the kingdom and proceeded to take advantage of this in a highly predictable way. In effect he was allowed to do as he liked.

Mbeki was head of the cabinet committee on the multi-billion-dollar arms deal that Modise signed. When there was a hue and cry over alleged corruption and demands for an independent inquiry, he used the full weight of the presidential office to force even allegedly independent bodies and institutions into line.

Modise died in 2001 but the arms deal - and its association with the Hani assassination - continue to overshadow political life.

In the 1980s and early 1990s many of the white elite who rubbed shoulders with Mbeki had come away impressed. After succeeding Mandela in 1999, however, he became arrogant and inaccessible. Even Mandela found that for months Mbeki would not take his calls.

By late 2000 the collapse in confidence in Mbeki was visible in the polls, particularly for his views on Aids. Already there was murmuring that perhaps even Zuma, the uneducated vice-president, would make a better president. The gossip ignited Mbeki’s paranoia. His recovery strategy consisted of preemptive attacks on anyone considered a possible threat or rival, including Zuma.

The National Prosecuting Authority (and the special police unit, the Scorpions, that fell under it) began a formal investigation of Zuma’s possible involvement in corruption linked to the arms deal. The case centres on accusations that he accepted bribes for protecting Thales, the French arms company.

This investigation, which involved an enormous commitment of the scarce time, money and man-power of an already overstretched police force, could not possibly have started - or continued - without strong presidential backing.

In 2005 Zuma was dismissed as vice-president after his financial adviser was convicted of corruption. But, with the backing of the left, he began a political fightback against the unpopular Mbeki. The war between them became more vicious.

On the eve of an ANC conference in 2007 - at which Zuma was preparing to challenge Mbeki for the party leadership - details of a suicide note left by one of his wives were sent to the media. She described “24 years of hell” while married to him.

Despite the smears and numerous attempts to prosecute, Zuma crushed Mbeki and seized the ANC leadership, thanks to strong backing from the leftist groups that still mourned Hani.

Within 10 days the Scorpions served Zuma an indictment to stand trial for racketeering, money laundering, corruption and fraud. Last September a judge threw out the charges on a procedural point and added that he believed political interference had played a role in the charges - a comment that enabled the ANC to force Mbeki to resign.

The judgment was later reversed - but not Mbeki’s resignation - and the drama continues to go up to the wire as the prosecuting authority keeps the nation waiting this weekend for its decision on whether or not to continue the case.

When they finally get to vote on April 22, South Africans will be able to choose between the ANC and a breakaway group, the Congress of the People, as well as more than 20 other parties. Nobody seems in much doubt, however, that the ANC will win and the new parliament will elect Zuma as president.

What kind of leader will he make? Whereas Mbeki is a man of ideas but often uncomfortable with people, Zuma is barely educated but has a warm, genial presence - a man who is happy in his own skin.

Talking about his long fight with Mbeki, he said: “There were times when I just wondered how on earth am I going to navigate my way through this? Every part of the state machine was out to get me.”

He added that while “I knew I was innocent, I also knew that wasn’t enough. Sometimes, when I realised there was year after year of this to come, I couldn’t even talk to friends about how high a wall I faced”.

It is no secret that Mandela finds Mbeki difficult but has a soft spot for Zuma and I can see why - Zuma talks the same language of reconciliation: “We have to make all South Africans, no matter what their race, feel they have a contribution to make, that they’re wanted here and that they’ll be protected here.”

Don't mess with UAE...

THIS IS A VIOLENT VIDEO, YOU ARE ADVISED

Il coraggio non s'inventa




Lo so che Gianni Alemanno ha detto che non andrà alle celebrazioni del 25 aprile per timore delle contestazioni, ma è un rischio quando si ha una storia come la sua. È un rischio da affrontare quando si fa il sindaco di una capitale. Poi non ci si può offendere perché un omologo, chessò, parigino, lo chiama fascista.

Ma ci sono anche donne che meritano




Fonte: Denise Pardo l'Espresso

Tanto per cominciare, è donna ed è potente. E questo, per la Rai, è un ossimoro, una contraddizione in termini per un'azienda perfino più macho del Vaticano. Che invece l'ha scelta, e da un pezzo, come suo punto di riferimento in quel coacervo irto di satanici peccati che è viale Mazzini e affini. I nemici di Lorenza Lei le possono rimproverare tutto ma non di aver peccato in vanità (caso mai in astuzia).

Mai una foto, mai una prima fila, mai la posa per una paparazzata. Fino a pochi giorni fa. Quando si è materializzata per un evento di beneficenza ed è stata intercettata da un incredulo Umberto Pizzi che non ha mollato la preda accecandola con i suoi flash, messi poco dopo trionfalmente in rete su Dagospia.

Così per anni, Lorenza Lei, bolognese, un figlio chef, direttore delle Risorse televisive, simpatico posticino dove con un malloppo annuale di circa trecentotrenta milioni di euro si trattano e si negoziano i contratti Rai, avendo a che fare con l'ego sconfinato dello showbiz, si è trincerata dietro la maschera di ferro dell'anonimato. E per una laureata in antropologia filosofica, sopravvissuta a tre direttori generali, che ha partecipato a 297 sedute del consiglio d'amministrazione Rai e che lavora nell'industria dell'apparire, questa scelta non può non avere un preciso significato.

Il potere dell'ombra più gratificante di quello esibito? L'intuizione del pericolo dell'esposizione per una donna perdippiù in un posto chiave? Orgoglio o pregiudizio, fatto sta che i suoi nemici le rimproverano i modi da 'generale' e l'ambizione sfrenata unita a una rigidità "prussiana". I suoi estimatori, invece, ne lodano il rigore e la dedizione totale al lavoro.

Candidata a succulente poltrone mai occupate prima da lombi femminili, come la vice direzione generale della Rai o la responsabilità della prima rete, all'arrivo del nuovo direttore generale Mauro Masi si è infilata la tuta da top gun e si è lanciata in un'esercitazione nello stile "Ti sono utile, ti sono leale".

Prima degli altri, ha capito che Masi, uomo affabilissimo, in realtà, è un genus da maneggiare con cura, con il quale è complicato entrare in rapporto. Ma intanto, lei ha già centrato un obiettivo considerevole. Quello di essersi adoperata molto, e con successo, per appianare, prima della nomina a direttore generale, le vecchie ruggini del Vaticano nei confronti della laicità di Masi.

Anche organizzando segreti incontri con porpore di altissimo livello. Nelle stanze sontuose e ambite che conosce bene, come quelle del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, quelle del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e successore di Camillo Ruini, molto venerato anche lui da Lei.

Nata da genitori comunisti ma (ci tiene a dire) non è di sinistra, presentata a Silvio Berlusconi solo di recente (pare), cattolica ma (ci tiene a dire anche questo) non dell'Udc come spesso è stata incasellata, Lorenza Lei arriva alla fede tardivamente. La folgorazione la colpisce solo tre giorni prima di partorire. Così, la pecorella smarrita viene accolta a braccia aperte alla corte di San Pietro che la scopre dopo aver apprezzato la mostra di icone russe messa su da lei, all'epoca, organizzatrice di eventi culturali. "Credo nella provvidenza. Ma talvolta, va aiutata", ha sottolineato una volta, non tanto estatica, più pragmatica.

E certo, lei non manca di farlo. In Rai, approda nel 1997 con un contratto a tempo determinato di consulente editoriale, nella scia della Rai International targata Renzo Arbore. Nella relazione al Parlamento del 2 marzo 1998, Roberto Zaccaria, presidente Rai in quota Ppi, riferendosi a Rai International, dichiara testualmente : "Questo gruppo si avvale dell'eccellente collaborazione di Lorenza Lei per la quale propongo l'assunzione...".

Tempo un anno, è fatta. E chi meglio di lei, tenuta in palmo di mano da Joaquin Navarro Valls e da tutta la nomenklatura pontificia, può diventare responsabile di Rai Giubileo? Da lì a Rai Uno, il passo è breve. Come capo struttura Pianificazione mezzi e risorse, prima lavora con il direttore della rete Maurizio Beretta, e poi con il suo successore, Agostino Saccà, l'uomo che le farà fare il vero salto professionale.

Gli sarà riconoscente. Quando quasi tutta la Rai volta le spalle a Saccà, caduto in disgrazia perché coinvolto nello scandalo delle telefonate con il premier (l'inchiesta è stata appena archiviata) e arriva la proposta di sostituirlo alla fiction, Lei, oltre all'avvallo del suo ex superiore, pone come condizione l'unanimità del cda (che non le viene assicurata).

Così, ringrazia e declina. Non ha dimenticato che nel 2002, appena conquistata la direzione generale, è Saccà a nominarla capo dello staff (sarà confermata sia da Flavio Cattaneo che da Alfredo Meocci). È una postazione nevralgica, da dove passa tutto e si sa tutto. E con misericordia, si possono aiutare tante persone meritevoli.

Estranea alle cordate di Gianfranco Comanducci, direttore Acquisti e servizi e di Guido Paglia, direttore delle Relazioni esterne, in compenso la Lei è nelle grazie dell'unica donna seduta al tavolo del cda Rai: l'ex deputata leghista Giovanna Bianchi Clerici. Una che la stima così tanto da proporla, nel 2006, per la poltrona di direttore generale insieme a Claudio Cappon e ad Antonello Perricone.

Anche i tubi di viale Mazzini sapevano che ce l'avrebbe fatta Cappon. Ma nello stupore generale, Lei perse per un solo voto. Bianchi Clerici, che parla, a dir poco, ogni morte di papa, stigmatizzò duramente: "Non una voce femminile si è levata per plaudere l'indicazione di un cda che ha saputo individuare una figura femminile di grande valore...". Cappon, però, non la confermò, promuovendola, invece, alla direzione Risorse Televisive, al posto di Alessio Gorla, fido del Cavaliere arrivato alla soglia della pensione, ora rientrato come consigliere Pdl, lato Forza Italia.

Plauso in Vaticano? Senza dubbio. Ma anche un entusiastico comunicato Codacons che inneggia a "questa nomina che soddisfa i consumatori". "Ha grande esperienza. Non ti regala niente, è tosta ma competente", commenta il potente produttore tv Bibi Ballandi. "E poi è cattolica come me: esserlo, è un privilegio, un dono di Dio".

"È preparata come poche, si merita il meglio", questa volta a parlare è Vittoria Cappelli dell'omonima società di programmi ed eventi televisivi. Ma c'è anche chi racconta di sadiche tecniche della regina dei contratti Rai: per esempio, artisti e press agent entrati con baldanzose pretese e scesi a più ragionevoli patti dopo attese snervanti in anticamere, guarda caso, senza aria condizionata d'estate o senza riscaldamento d'inverno.

Vicina a Guido Bertolaso conosciuto al tempo del Giubileo, nella fondazione Magna Charta a fianco di Gaetano Quagliariello, vice capogruppo Pdl al Senato, ovviamente seguita con benevolenza da Gianni Letta, sostenuta da Saccà che si è molto speso nei suoi confronti, Lorenza Lei sta giocando la partita decisiva del suo lungo campionato professionale in Rai. Confidando, come sempre, nell'aiuto di Dio e della provvidenza. Ma soprattutto in quello di Mauro Masi.

Fiche o fighe?



La politica secondo il Foglio

DA "IL FOGLIO"

1 - LA BARCA A VELINA DEL CAV.
Di tutte le soubrette attrici conduttrici letteronze troniste ed ex protagoniste del Grande fratello date per certe nelle liste del Pdl al Parlamento europeo, forse alla fine non più di tre o quattro saranno davvero candidate. E magari diventeranno vere secchione della politica: diligenti, sempre presenti e ingessate in tailleur pantalone d'ordinanza, come è successo a Mara Carfagna o a Michela Vittoria Brambilla e, prima ancora, a Gabriella Carlucci, per via di quel meccanismo che incita alla solerzia e alla severità chi vuole smentire a ogni costo la fama della miracolata per via del bel faccino.

Per ora, comunque, la reazione prevalente è: ecco il solito Berlusconi che fa concorrenza a Caligola, che trasforma il sistema di cooptazione della classe dirigente e governante nel casting di un reality, attento alle facce e al tasso di seduzione televisiva, invece che alla sostanza. I volti nuovi del Pdl sarebbero quindi soltanto volti, tutt'al più con abbinamento di curve in evidenza.

Ma, sempre per ora, nel Pdl minimizzano: alla scuola quadri per aspiranti europarlamentari - dedicata soltanto alle donne, perché la femminilizzazione del Pdl è una fissa del Cav., insieme con quella dello svecchiamento - tuttora in corso a via dell'Umiltà, su trenta ragazze, più di una ventina proverrebbero già da esperienze in consigli provinciali e comunali.


Le altre sono giornaliste e conduttrici televisive (Elisa Alloro, Rachele Restivo) e poi Barbara Matera, per ora l'unica sicuramente candidata, ex valletta, attrice, annunciatrice, laureata in Scienze dell'educazione; Camilla Ferranti, ballerina, ex tronista in "Uomini e donne" di Maria De Filippi, attrice nella serie "Incantesimo"; Eleonora Gaggioli, interprete e attrice televisiva in "Elisa di Rivombrosa" (allieva sveglia e informata, dice chi l'ha vista a lezione); Adriana Verdirosi, attrice, conduttrice e cantante di successo in Giappone; e infine Angela Sozio, che ha partecipato alla terza edizione del Grande fratello. Per lei già si era parlato di una candidatura alle politiche e agli sberleffi (anche del Foglio) ora come allora si oppone l'argomento di una sua lunga e attiva militanza in Forza Italia.


Di fronte a questi curricula, la scrittrice Lidia Ravera, sull'Unità, ha scritto di politica ridotta al gran varietà. Al Foglio, la Ravera dice di non pretendere "certo tre lauree da chi si candida a fare politica. Ma è evidente che queste ragazze sono state selezionate in quanto corpi, come belle decorazioni, come se il Parlamento europeo fosse un calendario. Un fatto grave, perché toglie spazio alle donne che fanno politica sul serio, anche a destra. A decidere così è un signore che si diverte a provocare, a dimostrare che fa quello che vuole, e lo fa passare pure per qualcosa di nuovo, mentre non lo è".

La giornalista Ritanna Armeni, sul Riformista, ha parlato invece di politica "col corpo delle donne", da distinguere, dice al Foglio, "dalla politica ‘sul' corpo delle donne (come quella, per capirsi, che reintroduce il diritto di stupro per i mariti in Afghanistan per conquistare il voto degli sciiti). Queste ragazze che dovrebbero essere candidate nel Pdl per volontà di Berlusconi non sono affatto obbligate a far politica: hanno però scelto di usare il loro corpo per fare politica, e Silvio Berlusconi sa bene che molti italiani hanno più confidenza con la faccia di Angela Sozio piuttosto che con quella di Anna Finocchiaro. Su quello che queste ragazze potrebbero diventare eventualmente dopo, se venissero elette, non saprei e non voglio pronunciarmi, anche perché, se penso al Parlamento, ci vedo molti velini. Ma certamente esiste un elemento di inganno nell'indicare la bellezza del corpo come qualità per governare e organizzare, che è poi la politica".


Martedì, al più tardi, si saprà se e quali belle figliole di belle speranze avranno conquistato un posto al pallido sole di Strasburgo e Bruxelles.

2 - MEGLIO LA SOZIO DI ZAGREBELSKY - A UNA DEMOCRAZIA SONO PIÙ ADATTE LE RAGAZZE DEL CAV. DELLE ÉLITE SACCENTI
L'Italia è una Repubblica democratica costruita dall'incontro di grandi forze popolari cattoliche e socialcomuniste. Nel sistema italiano, nella nostra Costituzione materiale, chiunque ha una funzione di rappresentanza sociale e di consenso (ieri i cafoni del sud promossi dal Pci oggi le ragazze e i ragazzi del sopra e sottomondo televisivo promossi da Berlusconi), ha un posto legittimo.

La Costituzione, che Napolitano difende con veemenza nelle riunioni un po' accademiche e parruccone della torinese, saccente, Biennale della democrazia, è la base di un sistema che non si può definire "liberale" e nemmeno "liberaldemocratico". Il liberalismo delle élite non è mai nato o se si preferisca è simbolicamente defunto con l'uno virgola qualcosa per cento del Partito d'Azione alla Costituente. In America la classe dirigente è selezionata dal denaro e dalla formazione nelle scuole di eccellenza. In Inghilterra governa un'aristocrazia della politica radicata nella storia e nella tradizione.

In Francia il repubblicanesimo ancorato nel programma dell'89 si esprime attraverso il dominio della formazione superiore. Da noi vale la legge del consenso, della simpatia e dell'affettività nel contatto con il pubblico attraverso il luogo deputato della comunicazione, la tv. Ieri c'erano i partiti a svolgere questa funzione, come filtro di qualità, ma gli stessi parrucconi che oggi sbraitano contro la democrazia del consenso li hanno eliminati come ospiti non grati della nostra storia attraverso l'attivismo mediatico-giudiziario.

Comunque, la cosa che colpisce non è la candidatura di Angela Sozio, ma l'incresciosa e bolsa lectio magistralis di un Gustavo Zagrebelsky, giusperito della democrazia che protesta moralisticamente contro la filosofia politica di Carl Schmitt, un Machiavelli del Novecento che analizzò la dialettica di amico-nemico nella crisi europea tra le due guerre. E protesta in nome di fatuità retoriche primitive e furbesche, come la funzione regale della parola nelle democrazie. Meglio Angela Sozio.

3 - SERRA DICE FICHE? SU REPUBBLICA? MA VAFFANGULO...
Cialtroni come noi, pazienza. Non siete tenuti a ricordarlo, voi, ma ricordiamo perfettamente, noi, di una volta che in codesta rubrica scrivemmo: "fiche". Ci venne, e giustamente, addosso il mondo. Venduti va bene, berlusconiani passi, cafoni si sa, ma "fiche", almeno "fiche" non si scrive. Chiedemmo scusa. Correggemmo in "fighe". Bon. Compriamo ieri Repubblica, guardiamo come buttano le solite Europee, passiamo a Serra, e ci leggiamo questo: "Il ricchissimo padrone ha trasformato la politica in un momento di svago per le sue maestranze". Che fin qui, niente da dire. Però continua: "Ex segretarie, signorine buonasera, interi cast televisivi, la popolosa filodrammatica di strada che popola i reality, un catalogo ammirevole di fiche di rappresentanza...". Come? Di fiche? Serra? Su Repubblica? Ma vaffangulo. (Andrea Marcenaro)

Il sagrestano



La foto del sacrestano pubblicata sul sito di L'informatore vigevanese

Nella parrocchia di San Francesco, accoglie i fedeli con una fascia col simbolo nazista. Rischia una denuncia per apologia. "Sono di estrema destra e fiero di esserlo"

Il sacrestano di Vigevano con la svastica al braccio

Fonte: la Repubblica

PAVIA - Accoglieva i fedeli della parrocchia di San Francesco a Vigevano, in provincia di Pavia, con una svastica al braccio. Protagonista, il sacrestano della chiesa, Angelo Idi, 51 anni, vigevanese, che ora rischia una denuncia per apologia del fascismo.

Idi è stato visto dai parrocchiani con il simbolo nazista legato al braccio sinistro martedì pomeriggio, proprio nella giornata in cui in Israele si ricordavano le vittime della Shoah. Un fotografo lo ha anche immortalato, mentre salutava i parrocchiani all'uscita dalla messa.

Lui, sacrista da 5 anni, non fa mistero delle sue preferenze politiche: "Sono di estrema destra e fiero di esserlo - spiega - sono un seguace della Repubblica di Salò". E sostiene che non esista alcuna contraddizione tra l'ideologia politica e il ruolo che ricopre. "Penso che non importi a nessuno delle mie idee politiche - dice - l'importante è che faccia bene il mio lavoro, come in effetti faccio. E poi, se vogliamo essere pignoli, allora andiamo a vedere quanti cattolici votano a sinistra oppure si sono espressi a favore dell'aborto".

Lo scorso anno - riferisce l'edizione online dell'Informatore vigevanese - prese a manganellate un ladro che aveva cercato di scassinare una cassetta delle elemosine. E al periodico La legione ha scritto una lettera con la quale si è "scusato", a nome dell'Italia, con la famiglia Mussolini.

Nessun commento dal vescovo della Diocesi di Vigevano, monsignor Claudio Baggini. Sul fronte politico locale è immediata la reazione di Rifondazione comunista: "E' un fatto gravissimo e intollerabile - commenta il leader del partito, Roberto Guarchi - ci auguriamo che il vescovo prenda gli opportuni provvedimenti".

venerdì, aprile 24, 2009

La locura de Pepep y Marcelo es un pobrecito




Il terrorismo conviene

Grande intervento di Loretta Napoleoni. Che bello se prendeste il tempo di ascoltarlo tutto...

Il Giornale indomito

Visto che il Giornale ha svariate migliaia di lettori, aldilà di quelli che non vogliono essere informati perché hanno il loro credo politico e odiano chi lo metta in dubbio, altri magari ritengono che la testata faccia un'informazione corretta. Accade spesso, ma non sempre. Almeno non quando si tratta di attaccare Silvio Berlusconi. L'Articolo di Brambilla non risponde al vero. Se non avessi visto Annnozero m'incazzerei anch'io. Ma l'ho visto e da Lerner a Mieli, a chiunque abbia parlato (tranne ovviamente Belpietro) hanno confermato il comportamento di Berlusconi alla famosa riunione. Io posto la telefonata di Montanelli al raggio verde che è stata ritrasmessa pari pari da Santoro. Belpietro è arrivato a confutare persino le parole di Montanelli stesso.

Ecco com'è andata nel montaggio originale. In seguito rileggetevi l'articolo del giornale. Ah, Brambilla! Che brutta cosa la partigianeria...



Santoro "usa" Montanelli Ma il suo teorema fa flop
di Michele Brambilla

Fonte: Il Giornale

Poveretti (senza offesa, naturalmente) stavolta sono stati Santoro e i suoi: non gliene è andata bene una, ieri ad Annozero. Avevano organizzato una puntata che, partendo da Montanelli, doveva attaccare di nuovo il Giornale e dimostrare il seguente teorema: giornalisti come il compagno Indro non ce ne sono più, oggi sono tutti asserviti al potere, cioè a Berlusconi, cioè al nuovo fascismo. Siamo nel «paese dei manganelli», diceva il titolone che dominava la scena.

Dovevano dimostrare tutto questo ma nessuno degli ospiti ha tenuto bordone né a Santoro né a Travaglio. Non Belpietro. Ma Belpietro, va be’, è stato direttore del Giornale. Però neanche Mieli, il direttore dell’endorsement pro-Prodi. E neanche Mentana, che non è proprio un berlusconiano. Perfino Gad Lerner in collegamento da Lampedusa è stato fiacco fiacco. Tanto è vero che a un certo punto Michele Santoro era così sconsolato che si è girato verso Margherita Granbassi e le ha detto: sentiamo qualche giovane fra il pubblico, magari viene fuori qualcosa di un po’ diverso. Così han potuto dare la parola a un giovane giornalista di un sito web di provincia - un soggetto che pareva uscito da Bianco Rosso e Verdone - che a furia di «cioè, sono un sacco democratico» ha potuto denunciare la censura, il regime, e così via.

Non gliene è andata bene una davvero. Perfino l’attesa gag di Sabina Guzzanti (irriconoscibile, una volta era molto più brava) si è esaurita in un’interminabile imitazione non del Cavaliere ma di Anna Finocchiaro (Pd). Santoro la guardava preoccupato e non faceva neanche finta di ridere, alla fine è partito qualche applauso più di pietà che di circostanza.

Ma andiamo con ordine. La puntata sul «paese dei manganelli» è partita con un nuovo attacco al Giornale. Non è vero, ha detto Santoro, che ho dato dei poveretti ai lettori (e qui basta rivedere il filmato, per giudicare se tutto il tono del discorso di Santoro non era di presa per i fondelli). Ci accusa poi di aver invocato la chiusura della sua trasmissione denunciandone i costi, ed è una balla. Dopo di che, tutto il taglia e cuci su Montanelli ha un duplice obiettivo: attaccare ancora il Giornale e porre una domanda retorica: ci sono ancora giornalisti con gli attributi, in grado di garantire una libertà di informazione? Oppure il berlusconismo ha appiattito tutto?
Si è partiti con un filmato di Montanelli che paventava, appunto, il rischio di una destra da manganello: più per colpa degli italiani, che volentieri si sottomettono a un despota, che per colpa di Berlusconi, diceva Indro. E tutto questo è incontestabile. Le posizioni del Montanelli degli ultimi dieci anni della sua vita sono arcinote, ed erano quelle. È inutile perfino discutere su chi avesse ragione e chi avesse torto, fra i due, al momento del divorzio: Berlusconi aveva il diritto di scendere in politica, e Montanelli aveva quello di non fare un giornale che non voleva fare.

È sul confronto fra ieri e oggi che Annozero è rimasta sola, ieri sera. Travaglio ha ricordato una telefonata del 1983 di Craxi a Berlusconi. L’allora premier socialista si lamenta per i continui attacchi di Montanelli sul Giornale e chiede a Berlusconi un intervento drastico. Berlusconi, al telefono, assicura che l’intervento ci sarà. Ma poi non chiama neppure Montanelli. Chiama Federico Orlando (allora molto craxiano, anche se oggi i suoi amici se ne guardano bene dal ricordarlo) e riferisce delle lamentele. L’aneddoto doveva servire a dimostrare che Montanelli era così forte che Berlusconi non sarebbe mai riuscito ad addomesticarlo, mentre i direttori di oggi, dice Travaglio, sono degli «zerbini». A questo punto, via al giro di pareri per dar forza alla tesi.

Ma qualcosa non funziona. Belpietro, il primo a intervenire, dice quel che chiunque lavori nei giornali sa benissimo: e cioè tutti gli editori ricevono pressioni dai politici; ma fanno solo finta di acconsentire, poi lasciano correre, e così accadde anche in quel 1983, tanto che Montanelli continuò ad attaccare Craxi e Berlusconi se ne guardò bene dal licenziarlo.

Si passa a Mieli. L’insospettabile Mieli. Chi può accusarlo di berlusconismo? Eppure le sue risposte sgretolano il teorema: «Tutti i direttori dei grandi giornali di oggi - dice - si sono distinti per non essere certo inclini a Berlusconi: diciamo che sono tutti tra l’ostile e il neutrale». Santoro sbanda, incalza, prova a insistere. Ma è come sbattere contro un muro di gomma, contro Mieli si rimbalza: «Ma in quale Stato - dice l’ex direttore del Corriere - il premier non ha mai fatto telefonate come quelle che fece Craxi a Berlusconi? Io in Italia ricordo solo Amato, come eccezione positiva. Gli altri si lamentano tutti. E badate bene che quel tipo di risposta che diede Berlusconi a Craxi a volte la danno anche i direttori di giornali. Anch’io spesso ho detto di sì al politico di turno, giusto per levarmelo dalle scatole. “Sì, sì, prenderò provvedimenti”, dico in quei casi. E poi faccio quello che voglio, cioè non prendo alcun provvedimento». Santoro abbozza, e Mieli affonda: «Guarda Michele che anche voi della tv fate pressioni, io per esempio sono stato sommerso dagli insulti per gli articoli di Aldo Grasso, e sai che cosa rispondevo? “Sì, quel Grasso va licenziato”. E Grasso ha sempre continuato a scrivere quel che voleva».

Si prova con l’episodio di Domenica In, con la conduttrice che cerca di mettere un’inutile pezza a un’innocua battuta del mago Silvan su Berlusconi. Questo è regime, perdio, si cerca di far dire a Mentana. Che però risponde che è «un po’ troppo facile prendersela con Lorena Bianchetti», e che da che mondo è mondo alla Rai, quando sono in vista le nomine dei direttori, sono sempre tutti attentissimi a non urtare il padrone del vapore.

Travaglio insiste: oggi, dice, i direttori sono molto più «permeabili» che ai tempi di Indro perché gli editori sono più deboli. Ma Mieli fa presente che «la risposta è nei fatti: al Corriere hanno appena nominato Ferruccio de Bortoli, che non è certo uno yes man del premier».

Non resta che mostrare la tragedia dei clandestini di Lampedusa. Ecco un filmato, dice Baffone Ruotolo, che i tg non hanno mandato in onda. Censura! Censura! Ma è ancora Mieli: «Oggi nascondere un fatto è tecnicamente impossibile. I mezzi di comunicazione sono infiniti, non c’è nulla che non finisca subito su Internet. Il direttore che occultasse una notizia farebbe immediatamente una figuraccia».
È andata male, insomma, ieri a Santoro. Che però, per una volta - non sappiamo quanto volontariamente - ha mandato in onda una puntata equilibrata.

E l'opposizione dov'era?

Scandalo, scandalo. Berlusconi cattivo che controlla la stampa e gli organi d'informazione? E i consiglieri d'opposizione di Vittorio Veneto in questo caso dov'erano? Che cosa hanno fatto? Ormai in Italia fare politica vuol solo dire avere un buon lavoro e cercare di fare i propri comodi/affari. Spirito di servizio ZERO. E questa opposizione non vincerà mai se non si muove un po'.

Un video estremamente esaustivo. Non c'entra che siano grillini, qui si contesta il diritto dei cittadini a poter essere informati e si configura da parte del vicepresidente dell'Assemblea, il reato di abuso d'ufficio. Peraltro non mi sembra che, in questo caso, un vigile urbano abbia l'autorità per un gesto del genere.

giovedì, aprile 23, 2009

La prode della Lega Nord?

Fonte:www.rsi.ch

Coca nel bagaglio: arrestata segretaria Lega Nord
Fermata all'aeroporto di Agno con otto kg. Bloccata anche un'altra persona

E`una dipendente del Parlamento italiano una delle due persone arrestate, lo scorso due aprile a Lugano, con otto chili di cocaina in valigia. Insolito sequestro, quello avvenuto il 2 Si tratta, infatti, della segretaria del gruppo parlamentare della Lega Nord a Roma. Insieme a lei, lo ricordiamo, è stato arrestato anche un uomo. Entrambi provenivano dal Brasile.

Le Guardie di confine hanno scovato lo stupefacente stipato in alcune vaschette di alimenti. Non è chiaro se la droga fosse destinata al mercato ticinese, oppure se dovesse rientrare in Italia passando per lo scalo luganese, dove forse la coppia – di 40 e 50anni – sperava in controlli meno severi. In ogni caso, i due non avrebbero mai avuto alcun legame col Ticino.

Santa, santa, santa...


Daniela Santanché, presente in studio ad Annozero ha detto di vergognarsi per il fatto che il vignettista "che prende mille euro a puntata, lo stipendio mensile di un operaio". Questo affermato da una persona che, quando eletta non mi sembra che soffrisse la fame. Vauro guadagna quindi 4000 euro al mese, uno stipendio dignitoso per un programma che fa svariati milioni di spettatori e che vive di sponsor. E... questi trucchetti squallidi...

Quando un fascista si arrabbia.



Che Alemanno (sposato con la figlia di Rauti) rinneghi il suo passato fascista è il colmo. In alcune parti del mondo questa ideologia è ancora considerata un male, quindi la pianti di piangere e dimostri un po' di coerenza. Non sono andati con una pistola a obbligarlo. Ci ha creduto (e credo che ci creda ancora). In Francia Delanoe non può stringere rapporti con un sindaco del genere. È logico. Adesso ci saranno gli attacchi della stampa amica che fino a ieri celebrava Delanoe, sindaco-gay, come un eroe (essere gay non è un merito politico, ma una scelta personale). C'è poco da fare: è sempre più un'italietta da barzelletta.

Fonte la Repubblica
Delanoe attacca Alemanno . Scontro tra Roma e Parigi. La durissima replica del primo cittadino capitolino: "Falso e offensivo
ho chiesto all'ambasciatore italiano in Francia di muovere passi diplomatici"

PARIGI - Scontro tra Delanoe, sindaco socialista di Parigi, e il sindaco di Roma Alemanno.

"Difficilmente - ha detto Delanoe parlando in un incontro con i giovani del Pd al teatro del'Odeon di Parigi alla presenza del segretario Dario Franceschini - potrò avere il rapporto che avevo con Rutelli e Veltroni con un sindaco che ha esordito in Campidoglio con il saluto fascista".

A stretto giro arriva la reazione, dirussima, del primo cittadino capitolino: "Quello che ha detto il sindaco di parigi su di me è falso, offensivo e intollerabile. Non si può, per dare soddisfazione ad una propaganda di parte, inventare fatti che non esistono nè tanto meno interrompere le relazioni istituzionali tra la città di Roma e la città di Parigi che sono sancite da un antico gemellaggio".

"In questo modo - continua Alemanno - non si offende solo il sottoscritto ma anche la città. Per questo motivo ho chiesto all'ambasciatore d'Italia a Parigi di muovere dei passi diplomatici per chiarire questa situazione e per evitare ulteriori offese".


Alcuni dei sostenitori di Alemanno. Quelle braccia alzate in quel modo che cosa significano? Forse stavano salutando qualcuno dall'altra parte della strada?

Ma pensa Libero

Uno dei titoli-finti del quotidiano Libero il cui direttore non ha mai accettato che "mortadella" Prodi al Berlusca lo abbia sconfitto tre volte (in altrettante elezioni). Ma nessuno sputtana come meriterebbe queste sciocchezze. E poi, ovviamente, i giornali si meravigliano di non vendere.




...una curiosa lettera da Dagospia. Chissà se sarà vera. Mi chiedo perché non dovrebbe esserlo.

Caro Dago, ora capisco perchè Feltri continua a sbandierare cifre di vendita sempre più alte per il suo quotidiano che per quanto mi riguarda è inguardabile. Ma proprio oggi (22 aprile) nella zona di Milano dove abito (suppongo anche nel resto della città ed anche in altre città) sono state distribuite gratuitamente in tutte le case copie del giornale "Libero". La cosa più buffa è stata soprattutto la scoperta che il giornale distribuito era vecchio di una settimana. Infatti era l'edizione di giovedì scorso. Capisco che il quotidiano si chiama Libero ma non libero di prenderci per il culo. Caro direttore Feltri invece di pontificare tutti i giorni dagli schermi televisivi cerchi di essere un pò più attento nei riguardi dei cittadini.

A p*****e il processo Telecom




Poi si accusano paesi come la Cina, i paesi arabi, d'accordo, non saranno liberi, ma nemmeno l'Italia. per questa schifosa legge che impone di distruggere le intercettazioni uno dei processi più importanti del secolo, dove la giustizia accusa la prima impresa di telefonia in Italia di aver creato una squadra che doveva spiare migliaia di cittadini inconsapevoli per intenderci, verrà annullato. Ancora una volta una legge che faceva piacere al Capo, e sappiamo di chi si tratta, non solo ha provocato sconquassi e casini nella già malmessa giustizia italiana, ma non è stata neppure adeguatamente contrastata dall'opposizione troppo occupata a prendere il treno.


PAOLO COLONNELLO PER "LA STAMPA"

Bye bye processo Telecom. Le migliaia di dossier illegali custoditi negli archivi riservati della Security dell'azienda telefonica e dell'investigatore privato fiorentino Emanuele Cipriani, scoperti tre anni fa con l'inchiesta sullo scandalo Telecom, potranno essere distrutti solo dopo che le parti ne avranno preso visione e dopo che, nel corso di un incidente probatorio, il giudice delle indagini preliminari ne avrà redatto un verbale. Il che potrebbe richiedere anni e anni di udienze.

Così ha deciso ieri la Corte Costituzionale accogliendo in parte l'eccezione di costituzionalità sollevata due anni fa dallo stesso gip, Giuseppe Gennari, che aveva sottolineato come la legge votata all'unanimità dal Parlamento sulla scorta delle notizie emerse dalle indagini sullo spionaggio illegale di Telecom, potesse ledere il diritto di difesa e di eventuali parti lese. Il gip sperava che la Consulta annullasse la legge che obbliga alla distruzione dei dossier.

In realtà la Suprema Corte ha preferito una soluzione all'italiana: un colpo al cerchio e uno alla botte. La legge è imperfetta (parzialmente illegittima) ma non va disattivata. E la decisione della Consulta inciderà ben più pesantemente, rischiando di diventare un ostacolo insormontabile per il processo ai 32 imputati e alla Pirelli e alla Telecom, che riprenderà oggi con l'apertura dell'udienza preliminare davanti al gup Mariolina Panasiti.

Per la Suprema Corte, l'attuale articolo 240 del codice di procedura penale deve prevedere le stesse garanzie di contraddittorio previste per gli incidenti probatori con la presenza perciò di rappresentanti di accusa e difesa e delle persone offese del reato. Senza ovviamente che possa essere divulgato il contenuto dei documenti «illegalmente formati o acquisiti».

Per capire davvero cosa significhi, basta fare due conti: i dossier illegali che dovranno essere aperti e trattati nel corso di specifici incidenti probatori, così come stabilito dalla Corte Costituzionale, sono contenuti in 83 faldoni cartacei e in quasi 20mila file elettronici. Lavorando a un ritmo forsennato, quante udienze sarebbero necessarie per aprirli tutti, discuterli, redigere un verbale e poi avviarli alla distruzione?

Diciamo, ottimisticamente, 5 mila (4 dossier a udienza)? Cinque mila udienze, ha fatto ieri un rapido calcolo il gip Gennari, richiederebbero almeno una decina di anni di lavoro e avrebbero costi incalcolabili. Ma soprattutto, per arrivare a una sentenza di primo grado, bisognerebbe aspettare la fine della disamina dei dossier e la loro relativa distruzione.

Perchè su ciascuno dei file analizzati, vi potrebbero essere obiezioni degli imputati oppure delle parti lese. Discussioni infinite sulla loro leicità e sulla loro formazione attraverso fonti aperte oppure riservate. E l'immane lavoro non interromperebbe i termini di prescrizione.
E' vero che per ora le parti lese costituite al processo sono solo un centinaio e dunque i dossier sicuramente da analizzare allo stato sono relativamente pochi.

Ma su tutti gli altri le difese potrebbero avere da eccepire e, a meno che non si arrivi a un «gentlemen agreement» con la Procura, il gip Gennari potrebbe essere obbligato ad aprirli tutti. In altre parole, con la decisione di ieri della Consulta, sul processo Telecom è stata messa un'ipoteca pesantissima. E dato che la nuova eccezione sollevata dallo stesso gip Gennari sabato scorso, ricalca gli stessi motivi di incostituzionalità è facile prevedere che la Consulta a questo punto la ritenga inammissibile.

Dunque, tranne colpi di scena dell'ultima ora, il processo sull'incredibile vicenda dello spionaggio parallelo messo in atto negli uffici della Security Telecom e che si è spinto fino alla formazione di dossier scottanti come quello dedicato a «Oak Fund» o alla guerra Brasil Telecom sembra essere destinato ad estinguersi senza nemmeno affrontare probabilmente torti e ragioni degli imputati principali, da Giuliano Tavaroli a Fabio Ghioni, da Emanuele Cipriani al dirigente Sismi Marco Mancini.

Il gup Panasiti ha comunque intenzione di proseguire almeno per concludere il ciclo delle udienze preliminari ma non è detto che venga incardinato un pubblico dibattimento.

mercoledì, aprile 22, 2009

Soldi veri, mica fichi...




"Gioca a soldi veri. Scopri il campione che è in te!"

Fantastico questo messaggio pubblicitario nel mezzo di una partita di calcio sulla tv pubblica (ore 22,15 raiuno, mercoledì, semifinale di coppa Italia). La Rai sempre sugli scudi quando si tratta di insegnare qualcosa agli italiani. Mi chiedo se qualche authority non abbia qualcosa da ridire a proposito.

martedì, aprile 21, 2009

Lo voglio Papa

Italia 7 è fuorilegge

Ma pensa, questa me l'ero persa....

Storia

lunedì, aprile 20, 2009

La querela di Pino Urbani





Finalmente qualcuno che querela Santoro. Mi aspetto che la magistratura faccia il suo corso e si dimostri, anche per tutti quelli che con Santoro lavorano, che in quelle due trasmissioni non è stato detto niente di trascendentale e/o abominevole.

Fonte: corriere.it

QUERELA - Intanto una querela contro Michele Santoro e Sandro Ruotolo ha annunciato per martedì, ai carabinieri, un volontario della protezione civile di Teramo, Pino Urbani, ex dipendente del servizio 118, intervenuto all'Aquila fin dalla mattina del 6 aprile. L'iniziativa nasce dalle trasmissioni Annozero degli ultimi due giovedì. Urbani si è detto offeso dai temi sviluppati nelle due puntate: «I due giornalisti - ha detto - hanno diffamato in maniera molto profonda la protezione civile e quanti sono intervenuti prontamente per aiutare gli aquilani colpiti dal terremoto. Il sottoscritto alle 7 era già all'Aquila per scavare sotto le macerie di un palazzo di via XX Settembre. Mentre noi salvavamo Francesca - ha aggiunto - Santoro e Ruotolo erano nelle loro case a prendere il caffellatte e la cosa più grave è che si è organizzata una trasmissione senza alcun vero contraddittorio».

18 fottutissimi anni




Scommettiamo che se vince di Cagno Abbrescia i permessi arriveranno immediatamente? Li conosciamo questi giochini.

Fonte: l'Espresso

Il teatrino chiamato Petruzzelli
di Alfonso Contrera

Il sindaco Emiliano pronto a tutto pur di riaprire dopo 18 anni. Bondi replica: non è ancora a prova di rogo

Bruciò tutto, la notte del 27 ottobre 1991. Il palcoscenico, la platea, i palchi, crollò persino la cupola, fu un falò di stucchi e di ricordi gloriosi. Si salvò soltanto il foyer, che praticamente rimase intatto. Sono passati quasi 18 anni e il teatro Petruzzelli di Bari è ancora fermo lì, al fuoco: non più, però, quello appiccato da malavitosi locali, come accadde nel 1991. Adesso è la volta di un fuoco di polemiche alimentate dalla burocrazia e soprattutto dalla politica. Dopo più di dieci anni e 70 milioni di euro di soldi pubblici utilizzati per la ricostruzione (nonostante il teatro sia ancora di proprietà privata), il Petruzzelli è stato interamente ricostruito.

I lavori sono terminati quattro mesi fa, il teatro è finito, bello, bellissimo, imponente nelle decorazioni e modernissimo nelle macchine sceniche. Ma è ancora chiuso. "Colpa dei gufi reali: i ministri Sandro Bondi e Raffaele Fitto stanno privando i baresi del loro teatro per ragioni meramente elettorali", attacca il sindaco di Bari, Michele Emiliano, che è arrivato al punto di proporre l'affitto della struttura da parte del Comune pur di ottenere una prima in tempi brevi. "Menzogne: non si apre per una ragione tecnica", risponde il ministro dei Beni culturali. Qual è il problema? Bondi ha dato ordine al commissario alla ricostruzione del Petruzzelli, Angelo Balducci, di non consegnare (come invece prevederebbe il contratto) le chiavi del teatro alla Fondazione lirico sinfonica, presieduta dal sindaco: "Non può entrare nessuno, perché potrebbe essere pericoloso".

L'ultima puntata nella saga di questo teatro che i tecnici chiamano 'Las Vegas' - perché tutto è identico all'originale ma nulla è originale - l'hanno scritta i vigili del fuoco, negando l'agibilità. Il problema, per loro, è l'unica parte autentica: il foyer. A strappare un sì dei vigili non è bastata nemmeno la perizia dalla Hughes associates Europe di Milano, emanazione del leader mondiale nella 'Fire Science', che testimoniava con una simulazione elettronica come il nuovo Petruzzelli fosse a prova di fiamme. "Una perizia lacunosa", hanno replicato i vigili. "E sono pronto a portare in tribunale chi dice che dietro la nostra decisione ci siano altre ragioni rispetto a quelle tecniche", ha aggiunto il comandante provinciale Giovanni Micunco, la cui moglie è una dirigente locale del centrodestra. Il sindaco Emiliano ha provato allora ad aprire in deroga, piazzando e pagando vigili per controllare il foyer durante la rappresentazioni: così si fa da anni al Piccinni, l'altro teatro comunale.

Ma per il Petruzzelli non si può. "L'intento politico è chiaro", spiega l'assessore regionale alla Cultura, Silvia Godelli membro della Fondazione. "Per questo secondo me bisogna battere altre strade". La Regione è capofila di una battaglia per l'esproprio. Oggi infatti il Petruzzelli è di proprietà della famiglia Messeni Nemagna: la Consulta ha annullato l'esproprio deciso nel 2006 dal governo Prodi. "Siamo in presenza di un bene privato costruito con fondi pubblici. È assurdo". commenta l'assessore della giunta Vendola.

Mentre in scena va questa commedia, la città assiste delusa, quasi rassegnata. E convinta che prima delle elezioni di giugno, quando il sindaco uscente Emiliano, segretario regionale del Pd, sfiderà l'ex primo cittadino Simeone Di Cagno Abbrescia, parlamentare Pdl, non accadrà nulla. Certo, se Emiliano fosse sconfitto nelle urne, già sono in molti a ipotizzare un'inaugurazione in pompa magna per fine settembre, con Silvio Berlusconi in persona a tagliare il nastro e un concerto solenne di Riccardo Muti. Intanto il portone del Petruzzelli resta sbarrato ma un cartello assicura invece che il bar è pronto ad aprire. Questione di giorni

Solidi istituti di credito




BARCLAYS, IL FISCO E LE BANCHE ITALIANE...
Walter Riolfi per "Il Sole 24 Ore"
Chi immaginava che il «Guardian» mettesse tutto online smascherando gli artifici di Barclays, ideati per eludere le tasse e per farle eludere alle controparti di mezzo mondo. A Londra è scoppiato il finimondo. Ma in pochi hanno fatto caso che uno dei sette dossier riservati coinvolgeva due banche italiane: UniCredit e Intesa. Si chiama progetto «Brontos». Eccolo, ed è tutto molto semplice.

Una controllata britannica di Barclays (BarSub) crea un società aresponsabilità limitata in Lussemburgo (LuxParent), che a sua volta ne crea un'altra (LuxSub). LuxParent e LuxSub sottoscrivono dei Ppi (Profit partecipating instruments, ossia i titoli oggetto dell'operazione). Intanto Barclays trasferisce 2 miliardi di lire turche alla propria filiale di Milano ( Milan Branch), che le investe nei Ppi emessi da LuxSub, che a sua volta crea un Bare Trust (trust nudo) in Uk, che investe le lire turche con i soldi di Barclays e LuxSub.

A questo punto la banca italiana si fa finanziare per un 1 mld € con la Milan Branch, sottoscrive un cross miliardo di currency swap e un repo (pronti contro termine). A questo punto LuxParent gira l'acquisto dei Ppi da Bar- Sub, che s'è fatta garantire da LuxSub, che ... . A questo punto ci fermiamo perché ci siamo persi.

Possibile? Sì, perché tutto questo artificio è stato costruito nel marzo 2007 in maniera così complicata, da confondere anche il miglior funzionario del Fisco inglese e italiano. Lo scopo è eludere le tasse e farle eludere alle proprie controparti. Il caso ha fatto clamore in Gran Bretagna ed ha avuto una risonanza negli Stati Uniti. E la sta per avere anche in Italia. Perché le due controparti nostrane indicate dal progetto Brontos (ossia brontosauro e non si capisce se riferito ai due istituti italiani o alla mostruosità descritta nelle 21 pagine del documento)sono UniCredit e Intesa Sanpaolo.

La prima sarebbe stata coinvolta per investimenti pari a 2,5 miliardi di € la seconda per un miliardo. Alla fine, l'operazione avrebbe dovuto generare poco più di 75 milioni di utili extra: tasse risparmiate da dividere tra le banche italiane e l'istituto inglese. E non solo.

Perché, come recita il «memo» di Barclays: «Le controparti otterranno un accresciuto ritorno prima delle tasse e riceveranno utili in buona parte fiscalmente esenti, mentre potranno pienamente dedurre i costi di finanziamento e le relative spese». Par di capire che a Barclays, il diavolo tentatore, andrebbe una significativa fetta dei vantaggi.

Si sono fatte tentare le due banche italiane? Intesa dice di no: «Non siamo entrati nell'operazione prospettata dal progetto Brontos», ha dichiarato un portavoce della banca. UniCredit, invece, ammette di aver fatto qualcosa, ma non quello raccontato sopra: «L'operazione non è comunque stata realizzata da UniCredit nei termini e nelle modalità descritte dal documento, ma con modalità assai diverse», riferisce una fonte ufficiale.

E aggiunge che non c'è stato alcun «fine di elusione/evasione fiscale »,che tutto è stato comunicato al «Fisco inglese», «esaminato anche dalla società di revisione italiana» e «tiene conto di interpretazioni ufficiali dell'Amministrazione finanziaria italiana .. nella sostanza e non nella mera forma».

Il caso Barclays è scoppiato il 16 marzo, quando il giornale inglese The Guardian ha pubblicato sul suo sito online sette documenti riservati della banca (Memo), inviati in precedenza da un'anonima «gola profonda» a Vince Cable, il liberal-democratico ministro ombra del Fisco inglese.

Gli avvocati di Barclays si mettono subito in moto e dopo qualche ora riescono a ottenere dal giudice la rimozione dei documenti «illegalmente acquisiti» dal delatore. Ma in altri siti è rimasta traccia e intanto lo stesso Cable li aveva passati a Her Majesty's Revenue & Customs, ossia all'ufficio delle imposte inglese.

«I documenti - ha dichiarato Cable -suggeriscono una profonda e radicata cultura di elusione fiscale. Il team di Barclays sembra un ragno al centro di una artificiosa tela di operazioni non trasparenti attraverso i paradisi fiscali».

Ovvio che lo scandalo sia montato in Inghilterra perché, indipendentemente dalla liceità formale delle varie operazioni proposte, è apparso ai sudditi di Sua Maestà moralmente improponibile, specie per una banca che lo scorso anno ha svalutato attività per 8 miliardi di sterline e potrebbe dover ricorrere ai soldi dei contribuenti.

Le reazioni si sono estese all'Italia, visto che il 31 marzo Antonio Borghesi, deputato dell'IdV, ha presentato un'interrogazione al ministro del Tesoro in cui si chiede se siano accettabili «ancorché legalmente ammissibili »operazioni come quelle descritte nel progetto Brontos.

Hanno voglia i vertici di Barclays ad affermare che la banca«non incoraggia e nè consente l'evasione fiscale», ma quelle 110 persone impiegate nello Structured Capital Market, il ramo di Barclays Capital creato per congegnare queste cervellotiche operazioni, sono lì, per dirlo con le parole di Cable, «con il solo proposito di strutturare operazioni fiscalmente aggressive allo scopo di evitare il pagamento delle tasse, non solo per Barclays ma anche per banche e società sparse nel mondo».

Dei sette "Memo" (tutti del 2007), quelli denominati Brontos e Valiha (con Credit Suisse come controparte) sembrano congegnati - ha affermato Lord Matthew Oakeshott, portavoce del Tesoro - per «stare un millimetro dentro la legge in ciascuno dei Paesi interessati».

Altri (progetto Knight) coinvolgono l'americana Branch Banking Trust Company, il progetto Faber è studiato per la tedesca Nordbank Ag, mentre quelli denominati Berry, Brazilian e Lux riguardano operazioni con controllate estere di Barclays e spesso fanno sponda su società lussemburghesi e delle Cayman.

La banca inglese non è la sola ad aver approfittato delle zone d'ombra dei vari sistemi fiscali. Con operazioni simili, cita il Sunday Times, Rbs avrebbe sottratto al Fisco inglese e statunitense entrate per 500 milioni di sterline in 5 anni. Anni fa, Julius Baer avrebbe proposto triangolazioni con appositi Trust delle Cayman per far "risparmiare" tasse a cittadini americani e irlandesi. E negli anni 90 Aig congegnò, attraverso controllate offshore, operazioni con un bel po' di grandi banche: tra cui Crédit Agricole, Bank of Ireland,Bank of America e l'italiana Comit.


Francesco Bonazzi per "l'espresso" (23 ottobre 2008)

«Tra di loro, gli gnomi della finanza londinese lo chiamano "trading fiscale", ovvero vendita di derivati con un solo scopo: permettere al cliente di risparmiare una montagna di soldi sulle tasse. Ma le banche italiane che negli ultimi anni si sono rimpinzate di questi contratti non userebbero mai una definizione così spiccia. Sarebbe come ammettere che hanno volontariamente sottratto al fisco centinaia di milioni, sfruttando i trattati bilaterali che vietano la doppia imposizione.

Un giochetto che, secondo quanto ci risulta [...], avrebbe permesso ad alcuni tra i maggiori istituti di credito di casa nostra risparmi fiscali per non meno di 3 miliardi e mezzo di euro negli ultimi cinque anni. Una cifra che forse meriterebbe una qualche riflessione in tempi nei quali lo Stato corre a garantire le banche con i soldi dei contribuenti.

Il marchingegno che sta alla base di questi profitti, se fosse stato sottoposto a un parere dell'Agenzia delle entrate, sarebbe stato probabilmente vietato. Come ha fatto quest'estate il fisco Usa, dopo che una commissione d'inchiesta del Senato ha svelato i segreti del trading fiscale.

Le autorità statunitensi su questi contratti hanno intimato lo stop ai loro banchieri, arrivando perfino a minacciare la galera. Saranno stati un po' brutali, gli sceriffi del fisco americano, ma non dovevano avere tutti i torti se poi un venditore seriale di questi bond "taglia-tasse" come Deutsche Bank ha improvvisamente smesso di proporli anche in Italia.

Ogni mercato, anche il più riservato, ha i suoi venditori e i suoi compratori. Quello "fiscale" non fa eccezione, se non per il fatto che su ogni singolo contratto ballano cifre che possono toccare 1,3 miliardi in pochi mesi. All'inizio degli anni duemila, alcuni banchieri con sede a Londra cominciano a bussare alla porta degli "investment manager" delle nostre banche.

Lavorano per grandi firme come Dresdner Kleinwort, Barclays Capital, Lehman Brothers, Deutsche Bank e Credit Suisse, e propongono dei ‘repo' (pronti contro termine) così strutturati. La banca italiana investe in titoli non quotati emessi da una società fiscalmente residente nel Regno Unito o in Lussemburgo e controllata dalla banca straniera che ha proposto l'affare. Alla scadenza del contratto, l'istituto estero s'impegna a ricomprare il bond a un prezzo prestabilito.

Nel frattempo, la banca italiana ha diritto a percepire gl'interessi sui titoli di debito e le eventuali cedole. I contratti durano da 2 a 11 mesi, in modo da non dover finire nei bilanci. Vista l'aria che tira, la prima domanda che ci si fa di fronte a questi contratti è se le banche italiane stiano rischiando i soldi dei loro clienti in strumenti pericolosi. La risposta è: assolutamente no. Stanno solo risparmiando sulle tasse. E anche parecchio.

AGENZIA ENTRATE
IL BELLO DEL CEDOLONE
La parte sugosa di queste operazioni è quella che nei contratti viene sbrigativamente accennata al punto "eventuali cedole", da concordare di volta in volta e magari solo al telefono. Come ci spiega un banchiere che ha venduto decine di questi prodotti, "la cedola in realtà non è mai eventuale, ma è una costante di questi pronti contro termine".

E soprattutto, spesso non è neppure una cedola del 10 per cento, come si legge in qualche brochure riservata, ma un dividendo che può oscillare tra il 35 e il 40 per cento. Insomma, come riassume un altro gnomo, "alla fine il repo può andare più o meno bene, ma il vero business è sul suo collaterale, ovvero la spartizione tra banca estera e banca italiana delle plusvalenze e delle cedole che ci si scambia nel corso del contratto".

Vediamo come funziona. Se una banca fa un miliardo di utili in Italia, deve girare al Fisco circa 310 milioni di euro. Ma se gli utili vengono realizzati in un paese che ha un trattato fiscale con Roma che vieta la doppia imposizione, come il Lussemburgo o il Regno Unito, allora il discorso cambia. La banca italiana può decidere di puntare il suo miliardo su un'obbligazione estera non quotata e incassare gli utili sul ‘collaterale', dopo di che basta che conservi la ricevuta della ritenuta d'acconto inglese, pari al 10 per cento, e gli obblighi fiscali sono terminati.

Rifacciamo i conti ed ecco la prima convenienza di tutto il marchingegno: sui frutti del ‘collaterale', che magari ammontano a 330-400 milioni, si risparmia il 20 per cento circa di tasse (35 meno 10) grazie al divieto di doppia imposizione. È questa differenza che ha creato oltre 3 miliardi e mezzo di minor gettito in cinque anni dalle banche al Fisco.

E come viene diviso questo 20 per cento di ‘utile fiscale'? Secondo quanto hanno spiegato fonti estere a "L'espresso", un terzo se lo tiene la banca straniera e due terzi vanno a quella italiana. Una spartizione singolare per istituzioni abituate a operare tra loro con commissioni percentuali approssimate alla virgola.


Le banche italiane che hanno stipulato questi contratti si sono limitate a depositare in qualche loro cassetto delle dotte "legal opinion" (le più gettonate sono quelle dell'avvocato Renato Paternollo, dello studio Freshfields), nel caso saltasse fuori qualcosa e l'Agenzia delle entrate sospettasse comportamenti elusivi o fraudolenti.

C'è però una considerazione svolta dai loro stessi consulenti che merita di essere qui riportata: "L'amministrazione finanziaria italiana non ha finora fornito chiarimenti sul credito d'imposta per i redditi prodotti all'estero e non si può escludere che l'amministrazione si attenga a una diversa interpretazione delle norme anti-elusione, nel caso in cui avesse occasione di analizzare tali operazioni nel corso di un accertamento".

Tradotto dal giuridichese: care banche italiane, fate pure questi contratti, ma se poi vi beccano potreste avere qualche grana (e noi consulenti fiscali ve l'avevamo detto). Abbiamo girato i contratti anche a uno dei massimi tributaristi italiani e la risposta è stata secca: "È un pratica elusiva, perché sono venduti apertamente come strumenti del dividend stripping".

Ovvero, sono delle specie di arbitraggi fiscali, con i quali le controparti si scambiano i diritti di usufrutto su un bond, vestendoli e rivestendoli ora da dividendo, ora da plusvalenza, ora da interessi, ma sempre a seconda delle reciproche convenienze tributarie.

BENEDETTE BROCHURE
Il punto è che le opinioni legali acquisite dalle banche erano a corredo dei contratti. Ma i contratti sono stati venduti in Italia consegnando ai clienti delle ‘brochure' ben più esplicite e che forse i consulenti fiscali non hanno visto. In una presentazione di un banca estera datata giugno 2007 e relativa a un investimento in Lussemburgo, ad esempio, si spiega che l'investitore godrà di una serie di benefici fiscali dei quali non godrebbe in Italia.

E non ci vuole uno scienziato del marketing per capire che quella pagina di ‘Tax considerations' che illustra l'operazione è il vero appeal di un investimento che non viene minimamente propagandato per il suo valore finanziario.

ECCO CHI LI HA COMPRATI
"L'espresso" ha ottenuto un documento confidenziale di una banca estera nel quale si fa il punto sul mercato italiano e sui concorrenti. Se ne ricava che contratti del tipo sopra spiegato sono stati sottoscritti da Abax-Credem, Antonveneta, Carige, Interbanca, Intesa San Paolo, Monte dei Paschi, Popolare di Milano, Popolare Verona e Popolare Vicentina.

In un contratto del marzo 2008, del valore nominale di 800 milioni di euro, lo schema è addirittura quadrangolare e vede in campo Unicredito come investitore, la sede londinese della sua controllata tedesca Hypo-Verein come custode dei titoli, la sede londinese della Dresdner Bank come proponente del contratto e una oscura società di Gibilterra di nome Patara Finance come emittente del bond (nel contratto c'è scritto che Patara "non è controllata di Dresdner, ma entra nel suo bilancio consolidato").

Sempre nel memorandum di mercato si legge che alcune banche hanno respinto l'offerta e per questo sono bollate come "estremamente prudenti" (è il caso di Mediobanca). Mentre altre hanno declinato perché non avevano "capacità fiscale", ovvero utili da abbattere. La discriminante della "capacità fiscale" tradisce così l'elemento chiave di questi contratti e spiega come si possano generare "cedoloni" del 40 per cento in pochi mesi.

Facciamo una pura ipotesi: in un certo anno, il gruppo italiano ‘XYZ' ha fatto a casa sua utili per un miliardo e dovrebbe pagarvi sopra oltre 300 milioni di tasse. Se però ne investe una bella fetta, diciamo 900 milioni, su un pronti contro termine che ‘purtroppo' dopo tre mesi perde metà del capitale investito, in questo modo abbatte l'imponibile di un bel po'.

I soldi però rientrano dalla finestra sul ‘collaterale' del bond andato male, dove invece si guadagna una maxi-cedola da 300 milioni e sulla quale, per giunta, si pagherà solo il 10 per cento d'imposta alle autorità inglesi. Per ora si tratta di una semplice ipotesi giornalistica, ma i contratti in mano a "L'espresso" potrebbero tranquillamente essere gestiti anche in questo modo.

Se fosse così, non saremmo più di fronte a una forma di elusione, ma a un modo fraudolento di far sparire gli utili montando operazioni fittizie. Volendo invece sperare che le cose non sia andate in questa maniera, resta il giallo di tutta quell'enfasi sulla "tax capability" del cliente italiano.

Perché se questi contratti non sono neppure ‘trading fiscale', davvero non se ne capisce il senso. E tutta questa attività delle banche straniere in Italia avrebbe la stessa ragionevolezza di un pressing della Pfizer sui pediatri perché prescrivano il Viagra.»

Politica all'italiana?




uè uè pizza marescià

Dal Gabbiano all'Italia dei Malori, tutti in corsa per un posto in Europa. Raffica di proposte del dottor Cirillo: Preservativi gratis
Donne insoddisfatte e Partito degli impotenti
di ANTONELLO CAPORALE
Fonte Repubblica

ROMA - E' sempre bellissima l'idea che chiunque voglia possa. Possa permettersi cioè di entrare al Viminale e depositare il suo simbolo, presentare il suo partito, chiamare il popolo al voto, e proprio per lui, senza chiedere a nessuno il permesso. E seppure sia un sogno di cartapesta, resta mirabile il disegno onirico del cittadino italiano dottor Cirillo, che ieri ha avanzato richiesta di partecipare con una sua lista alla competizione elettorale europea.

Nella giornata vissuta in altri momenti con presidi notturni e scontri verbali finiti a volte pure a spintoni per l'accaparramento del miglior posto sulla scheda (in alto a sinistra, in basso a destra) l'orizzonte si apre noiosamente su cinquantanove stemmi politici che, in teoria, dovrebbero affacciarsi al voto. Entro oggi infatti le quattro bacheche del corridoio al pianterreno del ministero dell'Interno si riempiranno tutte di colori e di segni. Tondini possibili e altri impossibili. La loro morte è annunciata, avverrà al momento in cui la commissione elettorale provvederà alla verifica delle firme necessarie per la presentazione. All'esame bisognerà vedere quante falci e martello ammettere tra quelle presentate (due per adesso), quanti partiti comunisti (ancora due), o partiti socialisti (ce ne sono già tre), e democrazie cristiane (le solite moltitudini). E' un giudizio al quale, spesso, seguono conflitti giudiziari.

Si pensi che il detentore, ora sembrerebbe già ex, del simbolo di una delle Dc in circolazione, il signor Pino Pizza, è sottosegretario di questo governo all'Università e alla Ricerca, proprio in ragione del compenso, chiamiamolo così, che Silvio Berlusconi gli ha riconosciuto per aver evitato di posizionare nella scheda la sua Dc, conquistata dopo liti interminabili in tribunali.

Si ritiene infatti che esistano quantità significative di voti espressi per pura confusione o raccolti grazie a una evidente alterazione della identità politica. In pratica molte migliaia di italiani, soprattutto i più anziani, votano o per sbaglio sul simbolo più conosciuto o anche per pura e solitaria affezione, associandolo a volte erroneamente a protagonisti che concorrono invece in altri schieramenti. Questo errore produce vantaggi enormi per chi detiene il solo marchio di fabbrica: ruba voti. E i voti contano e costano.

Proprio per evitare i furti di identità i funzionari del Partito democratico hanno presentato anche il vecchio simbolo della Margherita e della Quercia diessina. Depositandoli evitano atti di pirateria. Così come è stata tutelata Forza Italia, oggi Popolo della libertà.
La realtà e la finzione viaggiano appaiate. Qualche gabbiano, oltre quello di Antonio Di Pietro, un filosofico partito "Spirito del Tempo", lo zeitgeist, un'aquila, molte leghe (della Padania, della sola Lombardia, delle Venezie, del Meridione) e naturalmente parecchie Italie.

I soliti nomi tracciati nei simboli: di Berlusconi, Bossi, Casini, della coppia radicale Bonino-Pannella. E infine il citato dottor Cirillo. Salernitano 45enne ha esposto le sue idee sotto il suo nome in alcune varianti fantastiche: Italia dei Malori, la prima. Interrogativa la seconda: Italiani poca cosa?, poi il sesso naturalmente (vota la lista "Donne insoddisfatte e incomprese" o anche "Preservativi gratis"). Si è saputo che il titolare di questa fabbrica di marchi si è presentato altre quattro volte a consultazioni elettorali. L'anno scorso propose gli "Impotenti esistenziali" che divenne il titolo anche di un film in cui Tinto Brass non ha voluto far mancare un suo segno.

Alle otto di ieri il portone del Viminale si è chiuso. Si riprende oggi, e alle quattro del pomeriggio, orario di chiusura, la parete del ministero sarà tappezzata di centinaia di segni in gara in questa Canzonissima della politica.

Popolo bue




Se i sondaggi sono veri, e non vedo motivo perché non lo siano, è la dimostrazione che il bombardamento mediatico paga. Ma Berlusconi funziona perché piace. È inutile scandalizzarsi anche se i suoi atteggiamenti sono tipici del leader di un paese non particolarmente maturo democraticamente, lui piace. Evidentemente ormai la maggior parte degli elettori è convinta della sciocchezza dei "comunisti che remano contro". È desolante, almeno per chi lo guarda da fuori, ma è così. Berlusconi piace agli italiani perché ormai gli italiani in lui s'identificano. E allora, dopo ponderata analisi, la risposta può essere solo una: tenetevelo. Maroni: come spesso ricordo, l'ex secessionista Maroni (anche se certe cose su Roma ladrona continua a dirle) non mi sembra abbia fatto abbassare la criminalità. L'emergenza rifiuti è sparita dai notiziari, non dalla realtà (basta andarci in Campania), ma sembra che tutto vada bene. Questo comportamento lo pagheranno e carissimo le generazioni future. La prima in ordine di tempo sarà la gioventù abruzzese. Poi via via verranno le altre. Ho già vissuto questo "voler ciecamente credere a un sogno gratis", senza rimboccarsi le maniche, negli anni '80 con i socialisti al potere. Poi si è scoperto che non c'erano soldi in cassa e che si erano fatti buffi a spese di chi sarebbe venuto dopo, ma non è importato. Con l'aggravante che all'epoca un opposizione c'era, che i sindacati non erano così screditati come oggi. Stavolta temo che sarà peggio, ma posso sempre sbagliarmi.

Berlusconi nell'emergenza Abruzzo ritrova il rapporto con il Paese
di ANGELO MELONE
fonte Repubblica

Il terremoto, l'emergenza umanitaria in Abruzzo e la strategia con cui il presidente del Consiglio ha risposto sembrano aver giovato al rapporto tra il governo e il Paese. In particolare a Silvio Berlusconi che recupera ben il 4% di consensi rispetto al mese di marzo, arriva a un gradimento del 56% e inverte una tendenza negativa che aveva eroso il suo "bagaglio" di fiducia mese dopo mese a partire dallo scorso ottobre con le prime dure avvisaglie della crisi economica.

Riguadagna consensi, dunque, anche il governo nel suo complesso (+2%) anche se all'interno della coalizione viene penalizzata la Lega (-4%) mentre gli elettori sembrano premiare il neonato Pdl con un +2%. Cambia, e di molto rispetto ai mesi precedenti, il quadro dell'opposizione. Fiducia nell'azione di Franceschini (+2% per il Pd), fatica per l'Italia dei Valori malgrado il costante impegno mediatico di Antonio Di Pietro: per il suo partito in un mese un -4% di consensi.

Il premier e il governo. Recupero per Silvio Berlusconi, dicevamo, rispetto ai mesi precendenti. In un mese la sua fiducia aumenta del 4%, e a "quota 56" torna ai livelli del gennaio scorso. Con il premier, recuopera anche il governo: un +2% che inverte, anche in questo caso, un calo che durava da ben cinque mesi e si attesta al 46% della fiducia.

I ministri. Appare ormai inossidabile, tra i ministri, la "leadership" di Roberto Maroni. Il titolare degli Interni è in continua crescita nella fiducia dei cittadini ormai da un anno senza quasi interruzioni. Anche ad aprile guadagna un altro 3% sul mese precedente, restando in testa con il 63% dei consensi. Ad una incollatura - 62% - i responsabili della Giustizia Angelino Alfano (+3) e del Welfare Maurizio Sacconi, al centro di molte polemiche ma che guadagna ben 5 punti in un mese. Sostanzialmente stabili gli altri ministri, tranne Umberto Bossi che cala del 2%.

I partiti. E il calo di Bossi corrisponde a quello della Lega, decisamente in controtendenza rispetto sia al governo che al Pdl. Il partito lumbard perde ben il 4% dei consensi in un mese e arriva al 29% (il minimo da un anno), mentre il Pdl guadagna due punti, probabilemnte sull'onda del congresso di unificazione, attestandosi esattamente al 50%.
Sorprese nel campo dell'opposizione. Gli elettori sembrano confermare la loro fiducia in Franceschini: il Pd, già cresciuto il mese scorso, guadagna un altro 2% e arriva a quota 31. Diverso il discorso per l'Italia dei Valori che perde ben il 4% dei consensi e accentua una erosione che dura ormai da 4 mesi. Crescono, e consistentemente, i consensi dell'Udc: con il 3% prosegue una scalata che dura da un anno e porta al partito di Casini un 33% di fiducia.

domenica, aprile 19, 2009

Un documental que me gustó

Me l'ero persa...

Quello che mi fa incazzare non è tanto l'ennesima uscita di una persona così. Che gli vuoi dire a uno così? Ma le risatine di quelli che io dovrei considerare miei colleghi....

sabato, aprile 18, 2009

Dunno. Is it true?

Serietà prima di tutto

Pasquale

E quanti ce ne sono di Pasquale in Italia?

venerdì, aprile 17, 2009

Cosa è stato detto

Per i bugiardelli distratti




Torno a dire: il tizio può non piacere, ma sa fare tv. Però una considerazione s'impone. A meno che non facciano fuori con una tassazione particolare o con altre furbate, ormai Sky sta prendendo sempre più piede. Ci sono ancora anche al tg24 cagate inenarrabili, ma è un'informazione comunque fatta meglio di Raiset. Quindi magari Annozero lo chiuderanno, ma mi sembra ormai una battaglia fuori dal mondo. Persino quelli che si considerano "conservatori" nelle nuove generazioni si stanno rendendo conto che questo sistema italiano ha fatto il suo tempo. E il crollo delle vendite e degli ascolti di Raiset mi sembra che lo dimostri. Poi se uno davvero vuol credere all'Auditel....


Santoro al Giornale: "Poveretti". Vauro non c'è, ma le vignette sì, In studio i disegni su "La via crucis del precario". L'Udc: "Indecenza vergognosa"

Sabina Guzzanti indossa la toga: "Non è il momento di ridere. E non lo sarà più"
di ALESSANDRA VITALI
Fonte Repubblica

Michele Santoro
ROMA - "Comunque la pensiate, benvenuti". Michele Santoro saluta gli spettatori, ringrazia la redazione del Tg2 per la solidarietà, attacca Il Giornale ("poveretti i lettori, ogni giorno quattro pagine su di me") per ricordare "le battaglie memorabili" del quotidiano "in nome della libertà di satira, come per le vignette su Maometto", mentre "ora se la prende con Vauro e Annozero, ma su Vauro sbagliate - dice - come sbaglia Aldo Grasso (il critico tv del Corriere della sera, ndr) che parla di televisione come Bruno Vespa parla di cavalli. Fate come Fede, ha capito che se non ci fosse Annozero Berlusconi non vincerebbe. Noi siamo un Tg4 fatto bene. Lasciateci lavorare: Vauro tornerà, Berlusconi vincerà e tutti saremo contenti". Vauro però è già tornato. Le vignette le porta Francesca, finta disegnatrice. "La via crucis del precario", quattordici tavole, un co.co.co. che porta la croce. Si infuria l'Udc: "Blasfemo e indecente". Intanto se la prende anche il direttore del Giornale, Mario Giordano. Parla di "sfida, attacco e rilancio". Domani, annuncia, dedicherà a Santoro la prima pagina e altre quattro del quotidiano.

Parte pochi minuti dopo le 21 la puntata "riparatrice" di Annozero. Quella fortemente voluta dai vertici Rai dopo le polemiche seguìte alla precedente, sul terremoto, giudicata tanto faziosa da chiedere al giornalista "il necessario riequilibrio dell'informazione", e da far sospendere Vauro per quelle sue vignette "offensive per vittime e congiunti". Santoro si toglie subito qualche sassolino dalla scarpa. Col sarcasmo e l'ironia, senza Bella ciao o altri colpi di teatro. C'è Vauro, sotto forma di disegni, coraggiosi visto il tema (a quattro giorni dalla Pasqua), la "Passione del precario", battute feroci sul lavoro che è una croce. E' una sfida al dg Rai Mauro Masi. Che Vauro l'ha sospeso. E che invece, uscito dalla porta, gli è rientrato dalla finestra.

Si infuria Luca Volontè (Udc): "Non potendosela prendere, per ragioni di stipendio, con Berlusconi, Santoro con le vignette blafeme di Vauro se la prende con Gesù e la sua Passione. Un'indecenza vergognosa". Chiede al cda "le decisioni del caso" perché "Santoro e compagnia non rispettano né il servizio pubblico né la religione cristiana". Perfino Ghedini, poco prima, aveva preso le difese del vignettista e le distanze da Masi: "Non condivido quel tipo di satira ma Vauro non doveva essere sospeso", aveva detto. Una curiosità: dopo Annozero, Vauro "si sposta" a Parla con me, su RaiTre. Nel programma condotto da Serena Dandini è Dario Vergassola a mostrare alcune vignette (ironicamente firmate Dauro) del disegnatore.

La puntata, per il resto, ha la la cifra consueta. Prologo di Marco Travaglio, che ricorda gli attacchi di Giornale e opposizione contro i provvedimenti di Romano Prodi presidente del Consiglio ai tempi del sisma di Umbria e Marche, 1997, e i commenti lusinghieri dei giornalisti all'operato del premier. Sandro Ruotolo in collegamento dall'Aquila, in studio Niccolò Ghedini (Pdl), Antonio Di Pietro (Idv), Mariano Maugeri (Sole24Ore) e Titti Postiglione, capo della Sala Italia della Protezione civile. Preceduta da una lettera che Guido Bertolaso ha pubblicato sul sito del Dipartimento per ringraziare Annozero dell'invito.

Scaramucce fra Ghedini e di Pietro. L'inchiesta, gli ospiti in studio, i collegamenti, le testimonianze. Come e perché le case sono venute giù. Qualche "vizio" nei materiali di costruzione, la tenuta delle strutture. Le verifiche. I parenti delle vittime che chiedono chiarezza. I genitori dei ragazzi morti nella Casa dello studente. "A me risulta che è stato il custode a verificare le crepe al quarto piano - racconta il padre di Luca - e ha detto che non c'era pericolo".

A Sabina Guzzanti è affidata la chiusura della puntata, lo spazio di solito occupato da Vauro. Una toga indosso, un magistrato dal marcato accento meridionale che fa un processo al vignettista, "colpevole di turbativa della commozione" ("te la prendi con chi ha costruito quelle case o con chi si mette a fare quei disegni? Te la prendi con Vauro") ma, più in generale, ai malcostumi dell'Italia e al governo. Massima conclusiva: "Se la tv di Stato ha imparato gli italiani a parlare, le tv di Berlusconi hanno imparato gli italiani a stare zitti".

Le scorrettezze del Giornale




Eh non c'è da stupirsi. Il direttore del Giornale, come dicono a Roma "nun ce vo sta" e quindi giù paginate contro il vile Santoro. L'attacco fatto apposta per chi la trasmissione non l'ha vista. "La trasmissione ha offeso i lettori del Giornale!", strillano le pagine del nostro. Astratta dal contesto l'informazione farebbe incazzare pure me che sono di altra parrocchia. Ma tanto chi può contraddirlo? Giordano si fida del fatto che uno che compra il Giornale (o la Repubblica, o il Manifesto) magari non va a leggere anche altri resoconti. E così la cattiva informazione continua, ma da "Lucignolo" non è che si possa cambiare. Memorabile la chiusa del Brambilla: giù le mani da Santoro, comunque! Vogliamo scommettere? Cà nisciuno è fesso Brambì.

Annozero, la riparazione di Santoro: no all'autocritica, ma insulti al Giornale
di Michele Brambilla

Milano - À la guerre comme à la guerre, ha pensato Santoro. Altro che puntata riparatrice. Annozero di ieri è stata una sfida alla Rai, con le vignette di Vauro mostrate alla faccia della sospensione, e con un nuovo carico da novanta contro la Protezione civile, il governo, i giornali servi di Berlusconi, che siamo noi naturalmente, ma anche il Corriere della Sera e La Stampa. E giù insulti a tutti.

Intanto insulti a voi che leggete. Siete dei «poveretti», cari lettori. Così vi ha definiti Santoro in apertura di trasmissione: poveretti. «Vorrei soprattutto», ha detto, «salutare i lettori del Giornale. Poveretti. Vi adoro perché faccio grandissimi sforzi per capirvi. Ma come. Il Giornale ha fatto grandissime battaglie per la libertà di pubblicare le vignette che offendono l’islam (non è vero, naturalmente: ma Santoro lo dice lo stesso, ndr) e adesso se la prende con Vauro».

Il Giornale, il Giornale... Giornalisti prezzolati da Berlusconi, e lettori «poveretti», minus habens secondo Santoro. Sarebbe facile liquidarla così. Però guarda che strano, a definire «indecente» la puntata della scorsa settimana di Annozero era stato anche Gianfranco Fini, tanto stimato a sinistra negli ultimi tempi. E anche Franceschini aveva criticato duramente, e Franceschini è il segretario del Pd, non del Pdl. E anche Follini ha detto che non vuole avere nulla a che fare con il giornalismo «estremista e fazioso» di Santoro, e Follini è il responsabile della comunicazione del Pd, non del Pdl.

Ma sì: Santoro e la sua band contro tutti, unici eroi puri e duri in un mondo asservito al potere. Santoro sfotte Aldo Grasso del Corriere della Sera, il quale aveva definito la scorsa puntata di Annozero un «abuso della libertà»: «È uno che parla di tv come Vespa parla di cavalli», dice il giornalista «sempre corretto» (definizione sua) Santoro. Altri insulti, perché non poteva mancare Emilio Fede: «Noi siamo un tg4 fatto bene», dice il giornalista sempre corretto. Poi parla Travaglio. E tiriamo un altro sospiro di sollievo perché accusa non solo noi ma anche il Corriere e La Stampa, legge un articolo di Minzolini e ironizza, chiude con un discorso di Mussolini che è così tanto simile a quelli di Berlusconi.

Insomma l’Italia è così, fa intendere Annozero: un premier che si prepara a silenziare l’opposizione, la stampa intera che è complice, Santoro e i suoi fedelissimi gli unici resistenti. I casi sono due: o è così, o qualcuno è paranoico.

Partono, dopo le invettive alla stampa allineata, i filmati «riparatori», quelli che in teoria avrebbero dovuto riequilibrare. Sempre in teoria, gli inviati di Annozero avrebbero dovuto trasmettere le interviste anche a quei quattro gatti che sono stati davvero soccorsi dalla Protezione civile. Invece viene intervistata solo gente che grida che qualcuno avrebbe dovuto provvedere: ed è vero, ma come e dove e quando? Non c’entra niente con le accuse di ritardo nei soccorsi lanciate la scorsa settimana.

E qui sta la truffa di Annozero di ieri. Santoro mente senza vergogna quando dice «noi non abbiamo mai messo in dubbio l’efficienza e la velocità dei soccorsi, ma abbiamo voluto parlare della prevenzione». È una truffa perché la puntata «riparatrice» mette sotto accusa le case costruite male e i controlli non fatti, e sono accuse che ci stanno, riflessioni legittime. Ma la scorsa settimana Santoro e i suoi se ne sono guardati bene dal parlare delle case costruite male e dei controlli non fatti per il semplice motivo che quelle case sono state costruite e non-controllate nell’arco di cinquant’anni e dare la colpa all’attuale governo sarebbe stata un po’ dura. La scorsa settimana, Annozero ha puntato l’indice accusatore contro i ritardi nei soccorsi, sono state intervistate persone che dicevano che i volontari si facevano «i cazzi loro» e si è istruito un processo per una bottiglietta di acqua arrivata in ritardo. Sandro Ruotolo, l’inviato di Annozero che ha raccolto quelle denunce, in un’intervista ha implorato di dirgli dove ha sbagliato nella puntata della scorsa settimana. Glielo diciamo subito: ha cercato, o quantomeno trasmesso, solo le interviste che servivano a supportare la tesi che si voleva sostenere, e cioè che i soccorsi erano stati tardivi e inefficienti. E questo non è giornalismo, è un mezzuccio di cui sono sempre servite le propagande di tutta la storia.

Molto meglio, allora, far credere ai telespettatori che la puntata della scorsa settimana abbia parlato non dei soccorsi ma della prevenzione, e allora giù accuse al piano casa che il governo Berlusconi varerà (ma che cosa c’entra con il terremoto dell’Abruzzo?), e giù con Di Pietro che urla come al mercato delle vacche.

È l’Italia dei valori, l’Italia degli onesti, il giornalismo dei puri, dei coraggiosi, dei resistenti. Ma anche di quelli che hanno la possibilità, in questa dittatura, di fare la trasmissione più faziosa della storia della Rai; di avere la prima serata assicurata per sentenza; di fregarsene delle direttive della direzione generale per poter prepararsi, un giorno, a cantare di nuovo «Bella ciao», e magari di farsi rieleggere per poi dimettersi prendendo per i fondelli gli elettori. Quello cominciato ieri sera è un film già visto.

Giù le mani da Santoro, comunque. Un po’ perché le epurazioni non ci piacciono. E poi perché si cadrebbe in un tranello. Santoro, come ha scritto Facci, sta cercando il martirio. Continui pure con il suo Obiettivitàzero: ma la smetta di atteggiarsi a paladino della libertà. Cà nisciuno è fesso, Michè.

Chicche



Se vi sembra normale questo. Un altro piccolissimo conflitto d'interesse, immagino una nomina in cui il Cavaliere non c'entra nulla.

Dai film di Mediaset a Raifiction. Rossella "telecomanda" la prima serata. Centinaia di milioni di budget. E un dilemma: fare o no vera concorrenza al Biscione?
di ANTONIO DIPOLLINA

da Repubblica

Il capo della società di produzione e distribuzione film di Mediaset passa a guidare la società Rai che amministra le fiction. L'indiscrezione circola con insistenza. E delinea certo una bella capriola, ma in fondo anche robetta per uno con la vocazione equanime di Carlo Rossella, che è stato direttore del Tg1 (il primo dell'epoca berlusconiana) e del Tg5 quando si trattò di sostituire Enrico Mentana. Messa così, sembra il passaggio definitivo di Rossella al ruolo di detentore di posti un po' impervi, soprattutto se c'è da gestire e tenere botta su più fronti, la tenuta politica e l'immagine, uso a troncare e sopire con la giusta dose di charme nonché a dettare la linea ("La cravatta non usa più", "A Hollywood non si beve più alcol").

Ma questo è folclore, il punto è che Raifiction dall'agosto scorso è affidata a interim al direttore (uscente) di Raiuno Fabrizio Del Noce e pur in presenza di moltitudini (produttori esterni, maestranze, protagonisti etc.) che in questi mesi chiedevano piani e strategie per il futuro è stata lasciata a bagnomaria confidando in una sorta di potenza di slancio antico, una macchina mostruosa che nel 2007 investiva 280 milioni nel prodotto e l'anno successivo esibiva in video poco meno di duecento tra fiction di breve e media durata, miniserie e così via.

Lo slancio era quello prodotto negli anni da Agostino Saccà, padre padrone della situazione. Quel giorno di agosto 2008 vengono rese pubbliche - nel senso di poterle anche ascoltare - le più che imbarazzanti telefonate tra Saccà e Silvio Berlusconi, in persona e tutto ansie di raccomandazione per giovani attrici, più varie ed eventuali. Per Saccà è una botta micidiale, la sospensione dall'azienda è inevitabile, partono cause e controcause: soprattutto si affloscia un lavorìo durato anni per formare a immagine e somiglianza delle sue convinzioni, teorie e abitudini il comparto più importante della Rai: con analisi continue sugli share, le zone di maggiore audience (nascono le fiction "ad regionem", e non solo per l'amatissima Calabria natìa). Un tonfo sordo e inimmaginabile fino a poche ore prima, quelle intercettazioni, dove la questione del conflitto di interessi che ci allieta da anni compie un balzo prodigioso.

Rossella ancora ieri declamava indignazione contro la pirateria internettiana in un convegno, coltivando l'interesse primario del colosso cinematografico Medusa, di cui è presidente dal luglio 2007. Spostandosi a Raifiction, il problema della pirateria gli sembrerà meno assillante, visto che non si ricorda qualcuno che abbia scaricato di nascosto una puntata del commissario Rex. Ma è anche l'uomo super-affidabile a cui il premier nel tempo ha riservato compiti più che istituzionali: quando prende senza esitare il posto di Mentana al Tg5 ci pensa la moglie di Mentana a sibilargli epiteti irriferibili, in carriera si toglie tutti gli sfizi possibili, al Tg1 nel lontano '94 si inventa la rubrica di gossip, il giorno in cui da direttore di Panorama si ritrova in copertina una foto di Berlusconi di nuca gli aggiunge una selva oscura di capelli con il fotoritocco.

Rimane che la fiction Rai è comunque uno dei momenti principali dell'intrattenimento in questo paese e abbisognerebbe di nuovi slanci dopo la buriana, premiando le forze migliori che annovera e magari cercando di svecchiare, magari parecchio, qui e là. Oppure Raifiction va avanti comunque da sola, con schemi un po' vecchiotti ma solidi, e serve solo che non vengano mai più fuori disastri come quella volta o voglie inconsulte di sbaragliare la concorrenza: e allora Rossella è pressoché perfetto per l'occasione.

giovedì, aprile 16, 2009

The world is wrong

by Gerald Warner
Source: Telegraph
Not a Silvio Berlusconi gaffe, but proof Italy is a free country - unlike the UK
Posted By: Gerald Warner at Apr 15, 2009 at 18:08:41 [General]

It was a moment imminently expected. The hacks and hackettes instantly caressed their laptops to call up the 100-gigabyte file named 'Berlusconi Gaffes'. Five minutes and they would have the story up and running. It was not an epic episode, but it was true to form. Silvio Berlusconi, the gaffe-prone Italian prime minister, had just encountered a glamorous woman doctor working among earthquake victims in the tented villages around L'Aquila and said to her flirtatiously: "I wouldn't mind being resuscitated by you."

Gotcha! Sexual harassment! Inappropriate conduct! Politically incorrect speech crime! In this country, some heavily moustachioed harpie from a feminist quango would have hauled Silvio up in front of more tribunals than an MP has houses, before you could say "Harriet Harridan." His diary would have been so full of appointments at compulsory diversity training workshops he would not have had time for any ministerial engagements.

But this happened in Italy, so the scenario did not conform to British PC rules. On the contrary, Dr Fabiola Carrieri took the remark as a compliment. Being Italian, she did not react like a brainwashed Anglo-Saxon femino-fascist, but accepted the fact that the Prime Minister of Italy, still a country of rococo interplay between the sexes, was making it clear, though not in too crude a way, that he found her attractive. She described his remark as "gallant".

As an intensive care specialist toiling among the earthquake survivors, she apparently found it refreshing to be reminded, for a moment, that she was an attractive woman as well as a dedicated doctor. Time was, even in this more reticent, non-Latin country, some similar exchange could have taken place. The ordeal of the Blitz was leavened by flirtatious banter between strangers. Berlusconi's remark - hardly belonging to the eat-your-heart-out-Oscar Wilde category of wit - was the kind of schoolboy compliment redolent of Carry On films that used to be commonplace in Britain.

No more. The PC terror has contaminated all natural intercourse between the sexes. Women have been bribed into rejecting compliments in exchange for financial compensation. A cheery wink-wink, nudge-nudge remark now sets the pocket calculators running to estimate how much money might be awarded for the supposed upset, gender discrimination, loss of self-esteem, zzzzzz...

Silvio Berlusconi is a buffoon. As even this remark shows, his chat-up lines are not the most original or sophisticated. What it also shows, however, is that Italy is still a free country, a grown-up country, where adults decide for themselves on what terms they are going to conduct relations with the opposite sex. Cancel the 'gaffe' story. Does anybody know the Italian for Vive la différence?

Piccole squallidità di Facebook?




Facebook e l’appello “sparito” di Di Girolamo
Il 23 aprile, a Milano, si riuniscono 300 “sviluppatori” di applicazioni Facebook. Cortesissime persone che si occupano di marketing mi hanno chiesto di andarci, visto che in due ore i posti disponibili sono andati esauriti e quindi si pensa che sia un evento importante, di quelli che potrebbero interessare un giornalista che si occupa di questi argomenti.

Visto che c’eravamo, e che l’interlocutore era gentile, gli ho domandato: “Ma c’è qualcuno cui chiedere se risulta che Giacomo Di Girolamo abbia eliminato di sua volontà da Facebook il testo del suo appello o se è intervenuta l’azienda?” “E più in generale, c’è un rappresentante italiano di facebook che non si occupi di convention e vermuttini, ma di cose un po’ più serie? Insomma quello che nelle altre azienda si chiamano “relazioni istituzionali” o banalmente, un ufficio stampa.

Non c’è. E non ci sarà a breve. Non c’è ancora, visto che già un po’ di tempo fa si era posto il problema. Si pone ogni giorno. E si ripropone per Giacomo Di Girolamo, scrittore siciliano, che aveva proposto l’iniziativa, su Facebook, “Io per il terremoto non dò un euro”. L’aveva commentata ieri Adriano Sofri su Repubblica Senza condannarla ma prendendola per quella provocazione civile che è.

Ora circola per l’appunto la notizia che Giacomo Di Girolamo abbai cancellato quel testo, o che qualcun lo abbia fatto per lui. Io non sono “amico” Facebook dell’autore, quindi non posso verificare (le paginesu quella piattaforma le leggono solo quelli accettati come amici dal titolare). E per la verità è molto più probabile che sia stato l’autore ad eliminare il testo - l’altra strada, che lo abbia fatto l’azienda senza consultarlo, è una tale enormità censoria che, fino a che non ce ne saranno indizi più solidi, è meglio non ipotizzare.

Una cosa però è certa: il testo su Facebook c’è ancora. C’è perché la gente lo ha disseminato nelle caselle di posta e sulle sue pagine. C’è perché è girato. C’è perché la pagina fondata da Hermes Agostini, dove quella provocazione è ospitata, è aperta e raggiungibile. E io ritengo giusto e utile farla circolare. Non perché necessairamente la convidiva, ma perché è materia di dibattito civile, cosa che non sembrano aver capito i pochi zelanti che hanno creato su Fb il gruppo “Contro la pericolosa iniziativa di Giacomo Di Girolamo“. 56 aderenti, e vai con la popolarità.

Resta da chiedersi se sia ancora sopportabile che un’azienda, che rifiuta finanziamenti che si fondano su una stima di 4 miliardi di dollari delle sue attività, pensando di valere molto di più e quindi di meritare credito più ampio… resta da capire se sia sopportabile - dicevo - che questa azienda non abbia uno straccio di numero di telefono italiano che possa esser chiamato. Mica solo dai giornalisti. Ma dalla gente normale che si sente offesa da qualcosa. Da un’azienda cui usurpano il marchio. E magari sì’, pure da chi vuole verificare un’informazione a beneficio dei suoi lettori.

In ogni caso, semmai fosse era sparito (ma come abbiamo visto non lo è), ecco il testo di Giacomo Di Girolamo…

***************************************************************** “MA IO PER IL TERREMOTO NON DO NEMMENO UN EURO…”

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.

Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.

Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.

C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?

Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme - da generazioni - gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.

Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.

Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.

Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.

Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.

Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.

Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.

Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.

Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.

E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

Giacomo Di Girolamo

Prevenzione zero




Da "IL SOLE 24 ORE" di martedì 14 aprile 2009

Emergenza terremoto I DA N N I A una settimana dal sisma Freddo e pioggia accrescono i disagi peri 33mila sfollati In allarme. All`Aquila registrate due nuove scosse verso le 21 di ieri ma niente danni Abruzzo a prevenzione zero Bilancio assorbito dalla spesa sanitaria, protezione civile a secco Mariano Maugeri PESCARA. Dal nostro inviato «I fondi della Protezione civile regionale? Sono quelli affidati alla divina provvidenza». Michele Fina, giovanissimo assessore alla Protezione civile della Provincia dell`Aquila, non si arrampica sugli specchi. Zona rossa o zona verde non fa differenza.

in una situazione drammatica come quella del bilancio regionale abruzzese, prosciugato dalla spesa sanitaria, non c`è spazio neppure formale per quella parolina misconosciuta dalla cultura italica: prevenzione.

Ovunque si chieda che genere di piano della protezione civile possedesse la città dell`Aquila, tutti scuotono la testa. Gliuomini di Guido Bertolaso sono muti come mummie. Ma basta scavare tra i sismologi dell`Istituto nazionale di geofisica evulcanologia per scoprire che le prime colonne attrezzate entrate in una città martirizzata alle prime luci ddell`alba, se la sono vista veramente brutta. «È come se i pompieri non sapessero dove attaccare gli idranti per spegnere l`incendio», dicono i sismologi in perenne contatto con la zona di guerra.

Nulla, all`Aquila, era attrezzato per coordinare le centinaia di mezzi e le migliaia di uomini che si sono riversati in città. Il consiglio comunale, lemme lemme, aveva approvato il piano cittadi no della Protezione civile giusto un mese fa. Peggio di peggio, uno dei quattro slarghi indicati dal Comune come aree di raccolta, quello di piazza Palazzo, sede del Comune, eraoccupato dallebancarelle per la tradizionale fiera di Pasqua. Ne rimanevano altre tre;

piazza Duomo, larga sì ma circondata da straordinarie chiese sei e settecentesche che si sono sfarinate in sequenza. E poi il Castello e piazza d`Armi, due luoghi idonei ma a quel punto, causa macerie, difficilissimi da raggiungere.

A proposito di aree libere, molti si chiedono come mai l`enorme spazio antistante il tribunale dei minori, in via Acquasanta, sia rimasto desolatamente vuoto.

L`ingegner Pierluigi Caputi, il responsabile della Protezione civile regionale che due giorni prima del sisma ha ceduto il co- mando a Carlo Visca, ex capo del genio civile di Pescara si addentra nella sequenza dei numeri zero dei conti regionali: «Il bilancio di previsione 2009 annotauna serieinfmita di trattini anche alla voce Protezione civile:

le casse abruzzesi sono a secco.

1100 milioni degli interventi di prima emergenza post sisma sono in capo al bilancio dello Stato e alla Protezione civile nazionale».

E così, presumibilmente, pure quelli dì seconda, terza e quarta emergenza. Ormai l`Abruzzo è una dépendance di Palazzo Chigi, tutti dipendenti statali, un atto dettato dalla perentorietà dei numeri più che uno slancio di generosità. L`assessore Finane ricava una massima politica:

«In una situazione economica come questa è naturale che un politico dia la precedenza alla costruzione di una stradapiuttosto che a scelte di prevenzione praticamente invisibili».

Delle priorità abruzzesi si è reso conto Gianni Burba, una delle menti di quel sofisticato meccanismo che risponde al nome di Protezione civile del Friuli Venezia-Giulia, quartier generale in quel di Palmanova. Lui, occhialini tondi e aria mite, si è presentato all`Aquila conun elicottero per i rilievi aerofotogrammetrici e relativo laser scanner senza le risultanze del quale dalle sue parti non spiccicano neppure una parola. Il velivolo invia immagini a un pc che Burba osserva come i greci l`oracolo di Delfi. Inutile chiedergli dell`organizzazione dei nativi:

«Poco fa cercavo notizie del Comune di Gagliano Aterno, ma i colleghi abruzzesi sono caduti dalle nuvole. Sul mio cellulare ho i numeri dei 219 sindaci della regione, e poi conosco vita, morte e miracoli dei 38 comuni della Carnia dei quali rispondo personalmente:

da noi il prefetto non conta nulla, tutto il potere è nelle mani dei sindaci».

Come all`Aquila, dove il primo cittadino Massimo Cialente, ex deputato del Pci, infischiandosene di sciami sismici e allarmi apocalittici ha dirottato quei pochi fondi alla voceprevenzione verso altri lidi. Meglio di lui ha fatto solo la Regione, che sempre per la trita questione dei risparmi legati al deficit sanitario ha scorporato la Protezione civile dall`assessorato Lavori pubblici aggregandola all`Ambiente. Piccolo dettaglio:

Il primo ha sede all`Aquila, l`altro a Pescara. Con il paradosso che nelle ore immediatamente seguenti il terremoto, il Bertolaso abruzzese rimuginava sul da farsi ammirando la spuma del Mar Adriatico.

mariano.maugeri@ilsole24ore.com

Se uno stronzo...

...ti ruba il parcheggio, lo mandi a cagare. Se ti assale non lo accoltelli.

Roma, uomo ucciso per un parcheggio l'assassino si costituisce in Procura

Fonte la Repubblica

ROMA - E' stato arrestato l'assassino di Aldo Murgia, ucciso ieri sera a Roma dopo una lite per un parcheggio. L'uomo, 32 anni, si è costituito in Procura. Poco prima i carabinieri del nucleo investigativo erano arrivati a casa dell'uomo ma avevano trovato solo la moglie. L'uomo abita poco distante dalla via, nei pressi della Fiera di Roma, dove ha aggredito Murgia. L'accoltellamento mortale è arrivato al termine di una lite per il parcheggio e si è consumato davanti alle moglie e ai figli sia della vittima che dell'aggressore.

Al magistrato, che dopo l'interrogatorio lo ha mandato al carcere di Regina Coeli in attesa che il gip lo sottoponga all'interrogatorio di convalida, l'uomo ha detto di aver maturato la decisione di costituirsi dopo aver appreso stamane che Murgia era morto.

Il difensore ha detto che il suo assistito ha reagito quando si è visto sopraffatto dall'avversario, e che non è stato lui a dar vita allo scontro. Secondo il legale difensore nella vicenda può al massimo configurarsi un'accusa di omicidio preterintenzionale.

Simpatici guitti

Italien Kaputt

In un paese ormai alla canna del gas ci sarà, forse, un referendum. Quando. Non si sa.

Non è questo il tema del dirimere. I quesiti sono tre:

1) PREMIO DI MAGGIORANZA ALLA LISTA PIÙ VOTATA CAMERA DEI DEPUTATI

2) PREMIO MAGGIORANZA ALLA LISTA PIÙ VOTATA AL SENATO

3) ABROGAZIONE DELLE CANDIDATURE MULTIPLE.

Adesso si capisce perché la Lega voglia farlo fallire. Somparirebbe assorbita nel PdL. Ma nemmeno questo è il punto.

Per mancanza di spazio posto soltanto il primo quesito nella sua forma totale. Non si capisce nulla. Com'è tipico di una dittatura. E in una dittatura quelli di QUESTA Lega ci sguazzano. E non è un paese ridicolo?

Volete voi che sia abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, titolato “Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei Deputati”, limitatamente alle seguenti parti:

art. 14-bis, comma 1: “I partiti o i gruppi politici organizzati possono effettuare il collegamento in una coalizione delle liste da essi rispettivamente presentate. Le dichiarazioni di collegamento debbono essere reciproche.”;
art. 14-bis, comma 2: “La dichiarazione di collegamento è effettuata contestualmente al deposito del contrassegno di cui all’articolo 14. Le dichiarazioni di collegamento hanno effetto per tutte le liste aventi lo stesso contrassegno.”;
art. 14-bis, comma 3, limitatamente alle parole: “I partiti o i gruppi politici organizzati tra loro collegati in coalizione che si candidano a governare depositano un unico programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come unico capo della coalizione.”;
art. 14-bis, comma 4, limitatamente alle parole “1, 2 e”;
art. 14-bis, comma 5, limitatamente alle parole: “dei collegamenti ammessi”;
art. 18-bis, comma 2, limitatamente alle parole: “Nessuna sottoscrizione è altresì richiesta per i partiti o gruppi politici che abbiano effettuato le dichiarazioni di collegamento ai sensi dell’art. 14-bis, comma 1, con almeno due partiti o gruppi politici di cui al primo periodo e abbiano conseguito almeno un seggio in occasione delle ultime elezioni per il Parlamento europeo, con contrassegno identico a quello depositato ai sensi dell’art. 14.”;
art. 24, numero 2), limitatamente alle parole: “alle coalizioni e”;
art. 24, numero 2), limitatamente alle parole: “non collegate”;
art. 24, numero 2), limitatamente alle parole: “, nonché per ciascuna coalizione, l’ordine dei contrassegni delle liste della coalizione”;
art. 31, comma 2, limitatamente alle parole: “delle liste collegate appartenenti alla stessa coalizione”;
art. 31, comma 2, limitatamente alle parole: “di seguito, in linea orizzontale, uno accanto all’altro, su un’unica riga”;
art. 31, comma 2, limitatamente alle parole: “delle coalizioni e”;
art. 31, comma 2, limitatamente alle parole: “non collegate”;
art. 31, comma 2, limitatamente alle parole: “di ciascuna coalizione”;
art. 83, comma 1, numero 2): “2) determina poi la cifra elettorale nazionale di ciascuna coalizione di liste collegate, data dalla somma delle cifre elettorali nazionali di tutte le liste che compongono la coalizione stessa, nonché la cifra elettorale nazionale delle liste non collegate ed individua quindi la coalizione di liste o la lista non collegata che ha ottenuto il maggior numero di voti validi espressi;”;
art. 83, comma 1, numero 3), lettera a): “a) le coalizioni di liste che abbiano conseguito sul piano nazionale almeno il 10 per cento dei voti validi espressi e che contengano almeno una lista collegata che abbia conseguito sul piano nazionale almeno il 2 per cento dei voti validi espressi ovvero una lista collegata rappresentativa di minoranze linguistiche riconosciute, presentata esclusivamente in una delle circoscrizioni comprese in regioni il cui statuto speciale prevede una particolare tutela di tali minoranze linguistiche, che abbia conseguito almeno il 20 per cento dei voti validi espressi nella circoscrizione;”;
art. 83, comma 1, numero 3), lettera b), limitatamente alle parole, ovunque ricorrono: “non collegate”;
art. 83, comma 1, numero 3), lettera b), limitatamente alle parole: “, nonché le liste delle coalizioni che non hanno superato la percentuale di cui alla lettera a) ma che abbiano conseguito sul piano nazionale almeno il 4 per cento dei voti validi espressi ovvero che siano rappresentative di minoranze linguistiche riconosciute, presentate esclusivamente in una delle circoscrizioni comprese in regioni il cui statuto speciale prevede una particolare tutela di tali minoranze linguistiche, che abbiano conseguito almeno il 20 per cento dei voti validi espressi nella circoscrizione”;
art. 83, comma 1, numero 4), limitatamente alle parole: “le coalizioni di liste di cui al numero 3), lettera a), e”;
art. 83, comma 1, numero 4), limitatamente alle parole, ovunque ricorrono: “coalizione di liste o”;
art. 83, comma 1, numero 4), limitatamente alle parole: “coalizioni di liste o”;
art. 83, comma 1, numero 5), limitatamente alle parole: “la coalizione di liste o”;
art. 83, comma l, numero 6): “6) individua quindi, nell’àmbito di ciascuna coalizione di liste collegate di cui al numero 3), lettera a), le liste che abbiano conseguito sul piano nazionale almeno il 2 per cento dei voti validi espressi e le liste rappresentative di minoranze linguistiche riconosciute, presentate esclusivamente in una delle circoscrizioni comprese in regioni il cui statuto speciale prevede una particolare tutela di tali minoranze linguistiche, che abbiano conseguito almeno il 20 per cento dei voti validi espressi nella circoscrizione, nonché la lista che abbia ottenuto la maggiore cifra elettorale nazionale tra quelle che non hanno conseguito sul piano nazionale almeno il 2 per cento dei voti validi espressi;”;
art. 83, comma 1, numero 7): “7) qualora la verifica di cui al numero 5) abbia dato esito positivo, procede, per ciascuna coalizione di liste, al riparto dei seggi in base alla cifra elettorale nazionale di ciascuna lista di cui al numero 6). A tale fine, per ciascuna coalizione di liste, divide la somma delle cifre elettorali nazionali delle liste ammesse al riparto di cui al numero 6) per il numero di seggi già individuato ai sensi del numero 4). Nell’effettuare tale divisione non tiene conto dell’eventuale parte frazionaria del quoziente così ottenuto. Divide poi la cifra elettorale nazionale di ciascuna lista ammessa al riparto per tale quoziente. La parte intera del quoziente così ottenuta rappresenta il numero dei seggi da assegnare a ciascuna lista. I seggi che rimangono ancora da attribuire sono rispettivamente assegnati alle liste per le quali queste ultime divisioni hanno dato i maggiori resti e, in caso di parità di resti, alle liste che abbiano conseguito la maggiore cifra elettorale nazionale; a parità di quest’ultima si procede a sorteggio. A ciascuna lista di cui al numero 3), lettera b), sono attribuiti i seggi già determinati ai sensi del numero 4);”;
art. 83, comma 1, numero 8), limitatamente alle parole: “varie coalizioni di liste o”;
art. 83, comma 1, numero 8), limitatamente alle parole: “per ciascuna coalizione di liste, divide il totale delle cifre elettorali circoscrizionali di tutte le liste che la compongono per il quoziente elettorale nazionale di cui al numero 4), ottenendo così l’indice relativo ai seggi da attribuire nella circoscrizione alle liste della coalizione medesima. Analogamente,”;
art. 83, comma 1, numero 8), limitatamente alle parole, ovunque ricorrono: “coalizione di liste o”;
art. 83, comma 1, numero 8), limitatamente alle parole, ovunque ricorrono: “coalizioni di liste o”;
art. 83, comma 1, numero 8), limitatamente alle parole: “coalizioni o”;
art. 83, comma 1, numero 9): “9) salvo quanto disposto dal comma 2, l’Ufficio procede quindi all’attribuzione nelle singole circoscrizioni dei seggi spettanti alle liste di ciascuna coalizione. A tale fine, determina il quoziente circoscrizionale di ciascuna coalizione di liste dividendo il totale delle cifre elettorali circoscrizionali delle liste di cui al numero 6) per il numero di seggi assegnati alla coalizione nella circoscrizione ai sensi del numero 8). Nell’effettuare tale divisione non tiene conto dell’eventuale parte frazionaria del quoziente. Divide quindi la cifra elettorale circoscrizionale di ciascuna lista della coalizione per tale quoziente circoscrizionale. La parte intera del quoziente così ottenuta rappresenta il numero dei seggi da assegnare a ciascuna lista. I seggi che rimangono ancora da attribuire sono assegnati alle liste seguendo la graduatoria decrescente delle parti decimali dei quozienti così ottenuti; in caso di parità, sono attribuiti alle liste con la maggiore cifra elettorale circoscrizionale; a parità di quest’ultima, si procede a sorteggio. Successivamente l’Ufficio accerta se il numero dei seggi assegnati in tutte le circoscrizioni a ciascuna lista corrisponda al numero dei seggi ad essa attribuito ai sensi del numero 7). In caso negativo, procede alle seguenti operazioni, iniziando dalla lista che abbia il maggior numero di seggi eccedenti, e, in caso di parità di seggi eccedenti da parte di più liste, da quella che abbia ottenuto la maggiore cifra elettorale nazionale, proseguendo poi con le altre liste, in ordine decrescente di seggi eccedenti: sottrae i seggi eccedenti alla lista in quelle circoscrizioni nelle quali essa li ha ottenuti con le parti decimali dei quozienti, secondo il loro ordine crescente e nelle quali inoltre le liste, che non abbiano ottenuto il numero di seggi spettanti, abbiano parti decimali dei quozienti non utilizzate. Conseguentemente, assegna i seggi a tali liste. Qualora nella medesima circoscrizione due o più liste abbiano le parti decimali dei quozienti non utilizzate, il seggio è attribuito alla lista con la più alta parte decimale del quoziente non utilizzata. Nel caso in cui non sia possibile fare riferimento alla medesima circoscrizione ai fini del completamento delle operazioni precedenti, fino a concorrenza dei seggi ancora da cedere, alla lista eccedentaria vengono sottratti i seggi in quelle circoscrizioni nelle quali li ha ottenuti con le minori parti decimali del quoziente di attribuzione e alle liste deficitarie sono conseguentemente attribuiti seggi in quelle altre circoscrizioni nelle quali abbiano le maggiori parti decimali del quoziente di attribuzione non utilizzate.”;
art. 83, comma 2, limitatamente alle parole: “la coalizione di liste o”;
art. 83, comma 2, limitatamente alle parole: “coalizione di liste o”;
art. 83, comma 2, limitatamente alle parole: “di tutte le liste della coalizione o”;
art. 83, comma 3, limitatamente alle parole: “coalizioni di liste e”;
art. 83, comma 3, limitatamente alle parole, ovunque ricorrono: “coalizione di liste o”;
art. 83, comma 3, limitatamente alle parole: “coalizioni di liste o”;
art. 83, comma 4: “L’Ufficio procede poi, per ciascuna coalizione di liste, al riparto dei seggi ad essa spettanti tra le relative liste ammesse al riparto. A tale fine procede ai sensi del comma 1, numero 7), periodi secondo, terzo, quarto, quinto, sesto e settimo.”;
art. 83, comma 5, limitatamente alle parole: “numero 6),”;
art. 83, comma 5, limitatamente alle parole: “e 9)”;
art. 83, comma 5, limitatamente alle parole: “coalizione di liste o”;
art. 83, comma 5, limitatamente alle parole: “coalizioni di liste o”;
art. 84, comma 3: “Qualora al termine delle operazioni di cui al comma 2, residuino ancora seggi da assegnare alla lista in una circoscrizione, questi sono attribuiti, nell’àmbito della circoscrizione originaria, alla lista facente parte della medesima coalizione della lista deficitaria che abbia la maggiore parte decimale del quoziente non utilizzata, procedendo secondo un ordine decrescente. Qualora al termine di detta operazione residuino ancora seggi da assegnare alla lista, questi sono attribuiti, nelle altre circoscrizioni, alla lista facente parte della medesima coalizione della lista deficitaria che abbia la maggiore parte decimale del quoziente già utilizzata, procedendo secondo un ordine decrescente.”;
art. 84, comma 4, limitatamente alle parole: “e 3”;
art. 86, comma 2, limitatamente alle parole: “, 3”?».

Schiavi degli omini verdi



Quindi l'Italia non è più "schiava di Roma", ma di un manipolo di buzzurri in camicia verde.

Referendum elettorale, Berlusconi rivela. "La Lega avrebbe fatto cadere il governo"
Critiche le opposizioni. Finocchiaro: "Confermato il ricatto"
Ma il Carroccio smentisce il presidente del Consiglio: "Mai detto niente del genere"

ROMA - "La Lega avrebbe fatto cadere il governo". Il presidente del Consiglio, in visita sui luoghi del terremoto, rivela il retroscena della decisione presa ieri di non accorpare referendum sulla legge elettorale e elezioni europee, indicando la data del 21 giugno per la consultazione referendaria. Decisione che ha sollevato dure critiche da parte del presidente della Camera Gianfranco Fini e dell'opposizione.

"Mi spiace che altri interpretano come una debolezza del presidente del Consiglio e del Pdl quella di avere ceduto a una precisa richiesta di un partito della maggioranza che, ove non fosse stata accolta, avrebbe fatto cadere il governo in un momento come questo: bisogna sapere scegliere, o una cosa o l'altra", ha detto Berlusconi. Decisione che, spiega, verrà confermata stasera dall'ufficio politico del Pdl.

Berlusconi osserva inoltre, mentre è in visita in Abruzzo, che in un momento di crisi globale e mentre deve essere ricostruita un'intera provincia, "queste polemiche sono fuori luogo" e "non si poteva andare ad inseguire, facendo cadere la maggioranza", il progetto del bipartitismo che, comunque, ricorda, è nel programma politico.

E contesta, infine, le stime sui risparmi derivanti dall'Election day: "Siamo lontanissimi dalle cifre di cui si era parlato, che comprendevano anche i costi dell'andare e tornare dal voto, quelli dell'eventuale assenza dal lavoro per chi avesse deciso di andare a votare il lunedì".

Un modesto risparmio si avrà comunque, conclude il premier, perché comunque "probabilmente decideremo nella prossima riunione di governo che il referendum sia abbinato ai ballottaggi". E sull'election day, ha infine ricordato il premier, "dal punto di vista costituzionale c'erano diverse perplessità". Una seconda perplessità, secondo Berlusconi, sarebbe dovuta anche al fatto che gli elettori in certe grandi città avrebbero avuto davanti "sette schede, tutti sistemi di voto diversi uno dall'altro. Qualcuno che avesse la mia età si sarebbe trovato in difficoltà".

Ma l'opposizione non arretra sulla questione: "Quello che ha detto oggi Berlusconi conferma quello che noi andiamo dicendo da settimane. La Lega sul referendum ha ricattato il governo", ha detto Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato.

"Hanno detto - continua la Finocchiaro- che c'erano problemi di incostituzionalità, che gli italiani non avrebbero capito e tante altre stupidaggini. La verità è una sola: che per motivazioni puramente politiche e per mantenere il patto con la Lega, Berlusconi e il suo governo sprecano centinaia di milioni che avrebbero fatto davvero comodo per rispondere all'emergenza del terremoto. Forse è il caso che il premier smetta di fare continue passerelle in Abruzzo: ai cittadini abruzzesi servono di più quei soldi che si potevano risparmiare che la sua presenza".

"Il governo ha il dovere di riferire in aula su quanto accaduto dopo le affermazioni di Berlusconi, che ha reso esplicito il ricatto della Lega denunciato dall'Italia dei Valori e delle opposizioni. E' intollerabile che, in un periodo di grave crisi economica e con l'emergenza terremoto in corso, si sprechino 400 milioni di euro solo per un ricatto politico. La maggioranza è spaccata ed a questo punto è necessaria una verifica parlamentare", ha ribadito il capogruppo dell'Italia dei Valori alla Camera, Massimo Donadi.

E del resto la Lega rifiuta la posizione di capro espiatorio per i maggiori costi delle doppie elezioni: "Abbiamo soltanto parlato dell'opportunità della data per il referendum e basta", ha detto il presidente federale del Carroccio, Angelo Alessandri. E il rischio crisi di cui ha parlato il premier Verlusconi? E' "la prima volta che sento una cosa del genere, non l'ha mai detta nessuno - ha replicato Alessandri -, forse Berlusconi vuole, politicamente, interpretare così la vicenda".

L'Italie et la demoKratie



Miroir, mon beau miroir..., par Philippe Ridet
Source:Le Monde

Depuis un mois, le Palazzo Chigi, siège de la présidence du conseil, rectifie toutes les informations qu'il croit offensantes pour l'Italie et les Italiens dans les journaux étrangers. Le Times, qui avait ironisé sur les propos de Silvio Berlusconi conseillant aux réfugiés du tremblement de terre de L'Aquila (Abruzzes) de "passer le week-end de Pâques à la mer", s'est vu immédiatement recadré par un communiqué officiel, mercredi 8 avril : "Si l'envoyé spécial britannique avait été sur place, il aurait pu vérifier la réaction positive des réfugiés aux paroles de réconfort (...), dites sur un ton plaisant, pour convaincre les familles de laisser les tentes pour se rendre dans un des hôtels de la côte qui sont mis à leur disposition."

n autre quotidien britannique, The Guardian, a lui aussi eu droit à des remontrances officielles pour avoir écrit que la fusion entre les partis Alliance nationale et Forza Italia allait donner naissance à une formation "postfasciste". Le quotidien espagnol El Pais et l'hebdomadaire allemand Der Spiegel ont reçu une lettre de reproches des ambassadeurs d'Italie en Espagne et en Allemagne. Le premier pour avoir écrit que M. Berlusconi était un des leaders "les plus sinistres", le second pour avoir affiché à sa "une" un titre jugé méprisant pour l'Italie : "La Botte puante".

Susceptible, Silvio Berlusconi ? Oui, mais pas plus que les Italiens, qui refusent de se reconnaître dans le miroir que leur tend la presse étrangère. Pourtant, ils ne sont pas avares de critiques pour eux-mêmes. Ils ont même inventé un mot pour cela, l'autolesionismo (l'automutilation), pour évoquer leur penchant à se voir comme les derniers de la classe, les mal-aimés de l'Europe. Mais que quelqu'un d'autre le fasse à leur place, et aussitôt les mêmes qui se décrivaient comme "habitants d'un pays où rien ne marche" enfourchent le cheval de l'orgueil national. L'attitude pleine de dignité offensée de Silvio Berlusconi refusant l'aide internationale après le drame de L'Aquila en est une illustration.

Cette question de l'identité de l'Italie telle qu'elle est perçue à l'étranger a même fait l'objet d'une intervention lors d'un séminaire destiné aux ambassadeurs au mois de mars. Invités par la Farnesina (le ministère des affaires étrangères italien), le correspondant du Wall Street Journal et celui du Monde ont été priés d'expliquer comment ils voyaient l'Italie et de quelle manière ils en rendaient compte. Les deux journalistes sont tombés d'accord pour dire, en termes aussi diplomatiques que ceux employés par l'auditoire, que quatre obstacles au moins les empêchaient de faire l'éloge quotidien de la Péninsule : la Mafia (et ses déclinaisons locales), l'inefficacité de l'administration et de l'Etat en général, la politique xénophobe prônée - et parfois conduite - par la Ligue du Nord, et les mauvaises blagues de Silvio Berlusconi.

"Nous serons toujours les Italiens d'autrefois, s'est lamenté il y a quelques jours le quotidien Il Giornale (propriété du frère de Silvio Berlusconi) après la parution d'articles dans la presse étrangère concernant les violences envers des étrangers. Les victimes des préjugés. Le pays de la pizza et de la mandoline est devenu le pays des racistes."

L'institut Ipsos a présenté à Sienne (Toscane), en décembre 2008, lors d'un colloque organisé par la fondation Intercultura, un sondage qualitatif portant sur la perception de la Péninsule par une dizaine de titres étrangers, dont Le Monde, réalisé entre les mois de juin et de septembre 2008. Selon cette étude, seuls les sujets traitant de culture et de patrimoine conduisent à des éloges. Pour le reste, l'évocation de la "dolce vita" provoque l'"ironie". La crise financière et économique conduit à des jugements "souvent négatifs" ; l'action du gouvernement est expertisée avec "une approche critique et sévère". Les plus indulgentes ? Les presses russe et indienne. Les plus critiques : les journaux français et argentins. En conclusion, Ipsos expliquait : "Comment réussir à faire parler des choses belles et positives ? Tel est le défi pour le futur des Italiens et de l'Italie."

Pour la presse, qui préfère les trains qui arrivent en retard à ceux qui arrivent à l'heure, l'Italie est un paradis. Les journaux de la Péninsule, qui sont aussi une des sources d'information des correspondants étrangers, regorgent d'histoires de malversation, d'incurie, de corruption, de crimes mafieux. Silvio Berlusconi, qui possède plus de 80 % de l'audiovisuel italien en tant que président de Mediaset et du conseil, tient également les journaux à l'oeil. Il leur reproche de ne pas voir l'Italie en rose et se plaint d'être maltraité, mal aimé, mal jugé : "Je suis tenté par des mesures dures" vis-à-vis de la presse, a-t-il récemment déclaré.

Le tremblement de terre de L'Aquila va-t-il lui venir en aide ? Les quotidiens italiens commencent à louer l'énergie qu'il a déployée pour rassurer les victimes et superviser l'organisation sans faille des sauvetages. Même El Pais lui a consacré un éditorial louangeur. La nouvelle a bien sûr été communiquée. Pour qu'elle nous inspire ?

Courriel : ridet@lemonde.fr.
Philippe Ridet

Professore, professore

Una persona intelligente come Aldo Grasso fa un parziale passo indietro o comunque si spiega. Però l'impressione che anche lui abbia detto una sciocchezza, resta. Quando avrebbe dovuto denunciare Santoro il fatto che non c'erano tende? Avrebbe dovuto attendere una settimana? Ma stiamo scherzando? Giornalisticamente quella era la storia del giorno. Che cosa significa che "per sensibilità non si doveva trattare"? Perché è questo il senso della critica, mi pare. Resta comunque il fatto che anche i migliori possono sbagliare.

Il calcio e le bocce


I conti alla serie A
Lo scudetto dell'Inter?
700mila euro a punto
Mercato e valori delle rose a confronto con classifica e traguardi. Bologna: un milione a punto per rischiare la B. Del Milan il gruppo più ricco (320 milioni): ma non ha vinto nulla. Cagliari alla grande: 70mila euro a punto. Napoli e Roma bocciate. Ma la star è il Palermo: ha venduto ed è settimo
di FABRIZIO BOCCA

Fonte: la Repubblica

ROMA - Quanto costa vincere uno scudetto? Più di 700.000 euro a punto: per adesso. Posto che l'Inter arrivi davvero a 88, ottenendo i quindici punti ancora che vuole Mourinho, il costo per punto scenderebbe a 594 mila euro. Sempre parecchi, ma tanto Moratti non è uno che bada a spese. Chi ha speso peggio i suoi soldi? Il Bologna: oltre un milione a punto per rischiare di finire in serie B. Chi ha la rosa più ricca di questa stagione? L'Inter? No, è il Milan. Che con un superteam che sfiora i 320 milioni di euro quest'anno resta all'asciutto: niente Champions League da fare, fuori dalla Coppa Uefa, fuori dalla Coppa Italia, terzo posto in campionato, aspirante secondo al massimo. Si punta tutto sul prossimo anno.

Arrivati alla stretta finale, tutti fuori dalle Coppe, a 7 giornate dalla fine del campionato, ma a giochi ormai quasi fatti, abbiamo cominciato a fare i conti in tasca a tutti. Il calcio è un'azienda ma deve fare i calcoli soprattutto con la classifica del campionato. E quindi abbiamo messo in relazione i valori delle rose di ogni squadra con i punti conquistati e lo stesso per le cifre investite sul mercato. Per trovare una fonte neutra di valutazione delle rose e dei giocatori siamo ricorsi a un sito tedesco di calcio-mercato (Transfermarkt) molto autorevole. E da lì siamo partiti.

Bilancio mercato: Napoli spende e non rende

La squadra che ha investito di più nell'ultimo mercato è stata l'Inter, circa 52 milioni tra acquisti (Quaresma, Mancini etc) e cessioni (Solari, Suazo etc). Diviso i 73 punti attuali scopriamo che l'Inter ha speso finora 716 mila euro a punto. Ma la squadra che ha speso ottenendo il miglior risultato è stata il Cagliari: con 3,3 milioni investiti è arrivata a conquistarsi o quasi un posto in Coppa Uefa: 74.000 euro a punto (praticamente un decimo dell'Inter). Cifre destinate a scendere andando avanti, ovviamente. Pensiamo solo al portiere Marchetti, arrivato con la formula del prestito con diritto di riscatto dall'Albinoleffe e ora tra i migliori numeri 1 in circolazione. Un gran lavoro di Cellino e Allegri: nessuna squadra è arrivata a ottenere risultati simili.

Del Bologna abbiamo detto, 26 milioni spesi per un terzultimo posto. Anche il Napoli è una grossa delusione: 23 milioni investiti per arrivare appena a 39 punti. Significa 600mila euro a punto per De Laurentiis. La Juve per restare 10 punti sotto l'Inter ha speso 272 mila euro a punto, il Milan 312 per non essere mai in corsa per lo scudetto. Alla fine l'Inter potrà aver fatto male i calcoli per l'Europa, ma in campionato ha speso per essere sicura di vincere.

In linea di massima Bologna (Mudingayi, Osvaldo etc), Napoli (Denis, Maggio etc), Torino (Bianchi, Amoruso etc), Lecce (Cacia etc), Lazio (Carrizo, Radu e Zarate ancora da riscattare), Roma (Baptsita, Menez etc) hanno un rapporto negativo tra spese effettuate, punti ottenuti e traguardi nel mirino: 200-300 mila euro a punto e anche molto di più per restare bassi rispetto ai propri obbiettivi. Anche la Samp ha speso parecchio (18 milioni di euro tra acquisti e cessioni), ma solo nel ritorno è riuscita a dare la sterzata e a risalire. Anche la Fiorentina ha investito tantissimo (bilancio di mercato da 30 milioni di euro, 38 spesi solo per Gilardino, Vargas e Felipe Melo) ma sta lottando per la Champions. Per tutte vale il discorso che il qualificarsi per la Champions vale da solo una trentina di milioni di euro: investire tanto e rimanerne fuori è un bruttissimo colpo ai bilanci.

Il mercato in attivo: Palermo boom

Ma veniamo alla regina di questa classifica. Il Palermo cedendo Amauri alla Juve e almeno un'altra decina di altri giocatori dall'ultimo mercato ha ricavato quasi 23 milioni di euro. Squadra che integra bene giocatori d'esperienza (Miccoli e Liverani) con tanti giovani (Morganella, Mchelidze, Kjaer) la squadra rosanero non solo ha fatto cassetta ma sta arrivando anche a ridosso delle grandi: un lavoro eccezionale per Zamparini, Ballardini & C.

Su 20 squadre solo 5 hanno fatto una campagna acquisti in attivo. 1. Palermo 22.950.000 euro; 2. Udinese 18.700.000; 3. Catania 6.200.000;4. Atalanta 2.750.000; 5. Reggina 1.000.000. Di queste soltanto la Reggina ha evidentemente sbagliato la programmazione, in quanto ha ormai un piede in B. E anche l'Udinese tutto sommato dopo una partenza fiammante è scesa vorticosamente, ma ha comunque una rosa di valore (pensiamo a Di Natale, Quagliarella e Pepe nel giro azzurro) e ha saputo almeno fare i suoi conti. Se si muoverà bene la prossima stagione promette.

Il valore della rosa: il crac della Roma

Detto questo la spesa dell'ultimo mercato è solo una cifra parziale, le squadre sono state costruite negli anni, i giocatori hanno acquisito o perso valore col passare delle stagioni. Possiamo quindi fare dei ragionamenti anche in relazione alla stima di mercato della rosa. Se osserviamo bene la classifica delle valutazioni nella tabella a parte vediamo immediatamente che le prime tre del campionato (Inter, Juve e Milan) sono anche le tre con le rose più ricche (nell'ordine Milan, Inter, Juve). Le due milanesi in particolare sono le uniche ad avere rose oltre i 300 milioni di valore. Il tutto a testimonianza quindi che nel lungo periodo i soldi fanno anche classifica, eccome. Mentre le società che hanno boom forse solo temporanei sono destinate poi a cedere i migliori.

Evidente il fallimento della Roma che in questa particolare classifica ha la quarta posizione (una rosa da 258 milioni di euro, valutazione del tutto simile a quella della Juve che però è seconda in campionato) ma è solo sesta in classifica e ormai quasi fuori dalla Champions. La Reggina ultima nella classifica delle stime è anche ultima nella classifica reale; il Napoli che ha l'ottava rosa come valore è dodicesimo in serie A.

Il risultato migliore? Il Genoa ovviamente, una rosa che sul mercato (Milito, Thiago Motta, il portiere Rubinho, Palladino, Sculli, Jankovic etc) vale un quarto di quella dell'Inter (82 milioni di euro: è undicesima della classifica dei valori) ma che è quarta in classifica e sta già sognando la grande Europa. Un successone.

Abbasso i negri!


Adesso, che uno sia scemo è un dramma, un difetto che magari non si può curare. Che qualcuno con responsabilità lavori con scemi è un po' più grave. Guardate cosa fanno a Bologna.

Fonte: la Repubblica Bologna

Comune nella bufera, manifesto fascista per un convegno sulla violenza contro le donne
Il Comune di Bologna promuove via email un convegno sulla violenza alle donne e per farlo usa una immagine d'epoca che risale al periodo del Fascismo. Proteste ai centralini di Palazzo d'Accursio. L'assessore Milli Virgilio si scusa: "E' stato un equivoco"

di Carlo Gulotta

Sulla locandina che accompagna un seminario organizzato dal Comune e dalla Casa delle Donne, sul tema «Femminicidi, ginocidi e violenze sulle donne», c'è un'immagine forte. E' un manifesto che risale al Ventennio fascista e che raffigura un uomo dalla pelle scura che aggredisce una donna con la scritta «Difendila, potrebbe essere tua moglie, tua sorella, tua figlia». E in città scoppia la bufera: intasata dalle proteste la posta elettronica del vicesindaco Giuseppe Paruolo e l'associazione Orlando, che gestisce il Centro delle Donne, dice che «se il messaggio è stato frainteso, vuol dire che è un messaggio sbagliato e bisogna ritirarlo». Critiche anche in seno al Pd: per i due consiglieri comunali Emilio Lonardo e Leonardo Barcelò quella «è una locandina razzista, il Comune tolga il patrocinio», e lancia accuse persino l'Ordine dei Giornalisti. L'assessore alla Scuola e alle Politiche delle Differenze Milli Virgilio, che quel manifesto l'ha scelto per illustrare il seminario di domani alle 16,30 in Santa Cristina, è costretta a una mezza marcia indietro.
«Un errore? Non dico questo, ma se dovessi rifare daccapo, credo che ci ripenserei. Ma l'ho fatto in buona fede, per dimostrare che in sessant'anni purtroppo niente è cambiato: tutte le novità legislative sono intitolate alla sicurezza pubblica, ma in sostanza sono riservate ai migranti e alle restrizioni nei loro confronti». L'invito con la locandina "razzista" è stato spedito a centinaia di soggetti, istituzioni, associazioni e singoli. Virgilio parla di un «equivoco», e oggi scriverà una mail al Centro delle donne e a tutti quelli che hanno protestato per spiegare le sue ragioni. Anche all'ex presidente della Consulta degli immigrati. «Quel manifesto — sta scritto nel messaggio del Centro delle donne — è edito dal Nucleo Propaganda fascista del 1944 e quel che fa riflettere è che purtroppo questo "reperto storico" è tornato oggi tremendamente attuale. Per realizzare l'obiettivo di tutelare le "nostre" donne è stato scelto l'approccio contro il migrante, cioè contro il "differente", costruito come "il nemico". Bisogna rimediare ad un errore di comunicazione». Paruolo, sulla richiesta di negare il patrocinio del Comune, è prudente. «Aspettiamo, prima di trarre delle conclusioni. Ma confermo che mi è arrivata la mail di un rappresentante della Consulta degli immigrati. Non era affatto contento».

mercoledì, aprile 15, 2009

La Norma

Ho già detto più volte quanto poca mi piaccia il Manifesto, ma questo articolo è da sottoscrivere parola per parola.

Fonte: Il Manifesto

Le verità alla sbarra
di Norma Rangeri
...Chiunque abbia visto la trasmissione incriminata sa che la critica di Santoro alla Protezione Civile è stata circostanziata e testimoniata. Che la struttura di Bertolaso non avesse predisposto un piano di emergenza nella regione colpita, è evidente. Nessuna esercitazione, nessuno in Prefettura pronto a intervenire. Alle 6 del mattino del giorno successivo alla grande scossa non c`erano ambulanze disponibili e otto ore dopo la tragedia, alle 11.30, i medici dell`ospedale non avevano ricevuto aiuto. Sono i fatti testimoniati dai primari intervistati dagli inviati di Annozero. Peccato che nessun telegiornale li avesse notati, e che solo i cronisti di alcuni giornali li avessero denunciati. Sensatamente, Emma Bonino, che non figura tra i filosantoriani, si chiede «Che cosa si contesta, visto che la libertà di espressione ha un solo limite: la falsità. E per questo c`è la magistratura». La patente strumentalità delle accuse si lega alla necessità di prevenire, come insegna la strategia dell`editto bulgaro, qualunque forma di dissenso e di critica all`operato del governo da parte degli organi di informazione controllati dal premier. È un avvertimento per tutti i giornalisti Rai, è un preambolo al prossimo organigramma, alle nuove nomine con cui si sta mettendo a punto la task-force che gestirà la comunicazione del servizio pubblico. Colpire Santoro per educare tutti gli altri. Il consenso è una merce delicata, va prodotta, distribuita e difesa senza fare prigionieri. In questa replica dell`editto berlusconiano, a differenza di sette anni fa, il clima politico del paese è cambiato, D centrodestra è diventato un partito unico che marcia compatto a difesa del monopolio dell`informazione. Il presidente della Camera si stringe al fianco del presidente del Consiglio, e i caporali (da Cicchitto a Gasparri) seguono. Tutti uniti contro l`anomalia della libertà di espressione e di informazione, consapevoli che incrinare la sfera del potere mediatico potrebbe riverberare su quel che resta dell`opinione pubblica. Con il rischio remoto di svegliare dal letargo il Pd, immediatamente disinnescato dall`abbraccio nazionale attorno ai morti. A dir la verità, la voce del democratico Merlo, vicepresidente della commissione di vigilanza, si è levata, ma per attaccare Santoro («incredibile trasmissione») e chiedere ai vertici Rai di riportarlo in riga. Più cauto e attento il presidente Zavoli. All`unisono i capi di viale Mazzini, il presidente Garimberti e il direttore generale Masi, hanno promesso di aprire un`inchiesta. Del resto la prateria italiana in cui Berlusconi galoppa è un paesaggio spianato dall`assenza di leader e di partiti capaci di ostacolarne l`egemonia culturale e la presa proprietaria stabilmente incardinata sul conflitto d`interessi. Che ancora possano alzare la voce giornalisti, giornali, forze sociali e sindacali è un`eccezione alla regola.

Biùtiful Cauntri parte finale

Biùtiful Cauntri (2/2)

A biùtiful cauntri

Shooting Silvio

Onestamente da quel poco che ho visto non mi sembra un gran film, ma l'attacco concentrico a Sky da parte del PdL per aver trasmesso questo film mi sembra talmente esagerato. È sembrata una gara a chi volesse mostrare più devozione al Cavaliere. La pellicola mi sembra ben girata. Gli attori invece un po' troppo sopra le righe, ma, ripeto, parlo SOLO per quello che ho visto in rete. E non è molto.

Uomini coerenti

martedì, aprile 14, 2009

Pochi pannelli caduti, vé?




Vermi. Non ci sono altri termini per descrivere questi manigoldi. Ai colleghi di Sky: non fate dire a qualcuno come il presidente dei costruttori d'Abruzzo che sono caduti solo "alcuni pannelli" e che l'ospedale è agibile al 90%.

"L'ospedale a L'Aquila? Sconosciuto al catasto"
di GIUSEPPE CAPORALE e MEO PONTE

Fonte: la Repubblica

L'AQUILA - Per il procuratore Alfredo Rossini l'indagine sul terremoto abruzzese sarà "la madre di tutte le inchieste". "Sono oltre ventimila gli edifici da controllare ma procederemo spediti", assicura. E nel giorno in cui periti e carabinieri analizzano i primi mille immobili - stimando solo il 30 per cento ancora agibile - si scopre che l'ospedale San Salvatore (quello dove si erano rivolti oltre mille feriti il giorno del terremoto e poche ore dopo evacuato a causa di cedimenti strutturali) è abusivo. Non poteva essere aperto. Non dispone del certificato di agibilità (l'atto che attesta la sicurezza, l'igiene e la salubrità dell'edificio).

Non l'ha mai avuto. Non solo, l'ospedale - inaugurato nove anni fa - non risulta nemmeno nelle mappe catastali. L'immobile per lo Stato, dunque, non esiste. E' tutto scritto in una relazione che il direttore generale della Asl aquilana, Roberto Marzetti, ha inviato alla Regione e al ministero della Salute. Una relazione nella quale Marzetti ricostruisce la storia del nosocomio, dal 1972 (quando partì il cantiere) ad oggi. Una costruzione travagliata al centro di dibattiti parlamentari, esposti e polemiche.

Fino al giorno di una delle ultime inaugurazioni (ce ne furono cinque, una per ogni lotto) quando, nel 2000, l'allora direttore generale Paolo Menduni decise di aprire lo stesso. Il progetto dell'ospedale porta la data 1967. Spesa inizialmente prevista 11.395 milioni di lire. Alla fine è costata duecento miliardi. I finanziamenti? Cassa del Mezzogiorno, Regione Abruzzo, Ministero della Salute, ministero dell'Università e della Ricerca.

La parte che, con il terremoto, è crollata (reparti di degenza, laboratori e sale operatorie) fu la prima ad essere inaugurata. E proprio Menduni - il manager pubblico che aprì l'ospedale senza richiedere l'agibilità - venti giorni fa è stato nominato dal presidente della Regione Gianni Chiodi (eletto a dicembre con la vittoria del centrodestra) come consulente per l'Agenzia Regionale Sanitaria.

Ma non è tutto. La Procura dell'Aquila, da diversi mesi, ha avviato indagini sull'ospedale, riguardo alcuni affidamenti diretti per lavori di manutenzione (con una spesa di sedici milioni di euro di fondi pubblici). Lavori affidati senza gara per "l'urgenza di dover procedere alla messa in sicurezza della struttura". Urgenza che non termina mai, specie se non arriva il certificato di agibilità.

L'ospedale è proprio uno dei primi edifici su cui la Procura intende indagare. E per oggi è previsto un vertice tra il procuratore Rossini e i magistrati del suo ufficio. E' probabile che venga costituito un pool per l'attività inquirente. Intanto, quaranta consulenti tra geologi, sismologi, geometri, chimici ed esperti di costruzioni sono già al lavoro da giorni con carabinieri e squadra mobile per verificare le strutture e sequestrare atti utili all'inchiesta. "Le responsabilità - assicura il procuratore Rossini - saranno verificate in modo rigoroso dal materiale a tutta la filiera, dall'appalto all'acquisto di materiale, alla progettazione, al collaudo".

Diario dell'orrore




"Io, medico ferito e sfollato dico: l'allarme alla città andava dato"
di MASSIMO GALLUCCI*

fonte: la Repubblica


"Da gennaio, quasi settimanalmente si faceva sentire. Ma, un po' come nel film X-men 2, il verme divoratore era sotto controllo. Così ci era stato detto più e più volte dalla stampa e dalle televisioni locali. E così parcheggio, senza particolari precauzioni, nel piazzale alberato a 100 metri da casa.

Casa: una palazzina cielo-terra di 3 piani e piccolo attico, di stesura settecentesca, manipolata più volte in seguito, e da noi restaurata 12 anni fa. Per strada, davanti il mio ingresso, gli studenti che alloggiano in affitto negli appartamenti di fronte in cemento armato. Sono una decina, in strada. Una ragazza piange: "non ne posso più, ho paura voglio andare via". Un ragazzo l'abbraccia protettivo. Stai tranquilla. Sono scosse di assestamento. Ormai ci siamo abituati.

Così ci prepariamo, come ogni sera quasi tranquilli. A letto. Io, mia moglie e mia figlia. Un letto d'epoca, veneziano, con una spalliera piuttosto alta, che avrà un ruolo in questa storia. Stranamente essenziale e per questo bellissimo. Lascio la luce dell'abat-jour accesa.

All'una circa sono svegliato da un'altra scossa. O l'ho sognata? Resto sveglio. Dopo un po' ne arriva un'altra.

Alle 3 e mezzo il letto salta, si muove. Non c'è più luce elettrica, polvere dovunque, si fa fatica a respirare tra la polvere e l'odore acre, inconfondibile del gas di città, e il ballo continua, accelera, è forsennato, sale il rumore, quel borborigmo che diventa un ululato rotto dagli allarmi delle auto e da grida, grida, grida attorno. Virginia chiama. Mi butto su di lei per ripararla dalla pioggia di calcinacci e urlo: "Non preoccuparti, è finito, è finito!"

Ripeto istericamente quella frase per 22 secondi.

E' finito! Grido finalmente per l'ultima volta e "ordino" a mia moglie e mia figlia di seguirmi, di scappare via, subito. Scendo dal letto. Macerie sul pavimento. Polvere e odore di gas. Urla da fuori. Non si vede nulla. Cerco a tentoni la porta, ma non riconosco la camera da letto: la stanza è cambiata. O almeno il letto è in un'altra posizione. La trovo. Si apre. A tentoni raggiungo la rampa delle scale con la sensazione di non trovare le pareti al posto giusto. La rampa non c'è: è un cumulo di macerie.

A piedi nudi su quei sassi, poi sui vetri e i resti dei quadri dell'ingresso. Voglio vedere se si apre la porta. Sembra di no, poi qualche spallata e ci riesco e un po' di luce delle stelle penetra la nebbia e lenisce l'angoscia. Grazie a Dio non siamo prigionieri. Corro di nuovo su. Prendo Virginia e chiamo Lucilla. E approccio di nuovo la discesa. Ma stavolta perdo l'equilibrio e cado di schiena, assieme a Virginia, violentemente sul pavimento dell'ingresso. Un bel volo, forse di un metro e mezzo - due? Per un paio di secondi ho fosfeni. "Virginia, Lucilla, uscite! Uscite, sto bene!"

Intanto verifico che muovo le gambe e le mani. Ho un dolore terribile nell'intero tratto lombare. Sicuramente mi sono fratturato. Mi faccio forza ed esco quasi carponi, poi mi metto in piedi e vedo l'orrore che mai avrei creduto o pensato. Il palazzo di fronte: 5 piani di cemento armato accartocciati, stratificati come carte da gioco. Non sarà più alto di 3-4 metri, ora. Non viene una voce da lì dentro. Un silenzio feroce. Mani nei capelli, piango, Daniela amica cara e i bimbi Davide e Matteo; Maria Pia e i figli e quell'anomalo pitbull buono, l'avvocato Fioravanti e la moglie, così dolci e pacati. Che gentiluomo, con la sua piccola collezione di auto d'epoca e il sorriso nonostante la leucemia, e gli altri e gli studenti, quelli che piangevano e si consolavano.Travi di cemento armato di vari metri schiacciano i resti di quella casa. Senza una gru è impossibile fare qualunque cosa. A piedi nudi, sui sassi della città atterrati per terra, come tre zombi facciamo i 50 metri che ci separano da via XX Settembre dove altri zombi seminudi si aggirano senza meta, con gli occhi sbarrati, senza saper dire una parola, guardandosi attorno e piangendo, alcuni.

Attraversiamo il parco alberato nel cui piazzale ho parcheggiato e raggiungiamo la macchina. E' coperta di detriti e polvere, ma agibile. Con lucidità sia io che Lucilla avevamo preso le chiavi della macchina dal portaoggetti sul tavolo dell'ingresso fortunatamente in piedi. In auto passiamo qualche ora, mentre la folla aumenta nel piazzale, assieme al dolore lombare. Continuano le scosse.

Sento un ragazzo chiamare Maria, Mariaaaa da sopra le macerie: "c'è mia sorella lì sotto, Mariaaaa!" Alcuni hanno piccole torce elettriche e scavano con le mani. Il termometro della mia auto indica 3 gradi. Chiedo a mia figlia di avvolgermi una pezza da vetri attorno ai piedi congelati.

Passano amici e volti noti. Non vedo traccia di isteria. Uno stupore silenzioso e controllato. Tutti si chiedono tra le lacrime: ha bisogno di qualcosa? Sapendo di aver poco o nulla da offrire. Aspettiamo, come bombardati, le luci dell'alba. Per capire. Ma da capire c'è poco.

Mia moglie torna a casa. Entra per qualche secondo.

"Casa non c'è più. Abbiamo perso tutto. Sai a chi dobbiamo la vita? Alla spalliera del letto che ci ha riparato dai massi della casa a fianco, accasciata come un vecchio sulla nostra. I massi hanno forzato, curvato su di noi la spalliera spingendo il letto contro l'altra parete. Senza di essa, ci sarebbero venuti addosso, sulle teste". Deo gratias. Una serie di coincidenze ci ha salvato la vita. Il resto non conta. Il resto si rifarà. Sono indeciso ora. Andiamo in ospedale a L'Aquila, dove troverò certamente il caos dei feriti ammassati, o direttamente fuori. Ma chissà cosa ha combinato il terremoto da quelle parti? Chissà le strade? Pensieri contorti che trovano soluzione presto: "Portami in ospedale a L'Aquila. Sto per svenire dal dolore".

Sono quasi le otto. Passiamo per una circonvallazione fuori città evitando scientemente il centro con l'auto, e ai nostri occhi si offre anche qui lo scenario di guerra che immaginavamo. Arriviamo e troviamo un'apocalisse ben oltre le previsioni: l'accesso al pronto soccorso bloccato da un crollo e il magnifico costosissimo-ma-solido ospedale è provato, inginocchiato, macilento. Dico a mia moglie di andare direttamente nel mio reparto. Inutile intasare il Pronto Soccorso. E qui trovo gente che dalle 4 del mattino lavora indefessa e già sconvolta dai primi orrori. Riesco a essere studiato. Sento l'affetto di chi mi sta intorno. Sono su una barella, finalmente, con un toradol in vena, e il dolore si lenisce. Ho eseguito RM e TC mentre le scosse continuavano impetuose ed impietose. Ho una diagnosi di frattura vertebrale somatica di L2 e varie contusioni.

Non ho notizie di mia madre, mio fratello, mia sorella, i nipoti: non ho potuto prendere il cellulare, sepolto dentro casa. Quanto siamo stati viziati dalla tecnologia! Col mio cellulare ho perso la rubrica telefonica e quindi tutti i contatti col mondo.

In tarda mattinata l'ospedale è dichiarato inagibile ed evacuato. Mi cerco un ricovero altrove con la difficoltà di non conoscere più i numeri di telefono di nessuno e approdo in qualche ora al Policlinico Umberto I a Roma.

E' già tempo di leccarsi le ferite e proporre rapide soluzioni. E' vero. E' anche vero che se il dolore non deve alimentare né rendere faziosa la rabbia, non deve neanche occultare le legittime domande del caso. Non ho velleità polemiche, e la gratitudine a tutti coloro che si sono adoperati per la mia città è infinita. Non posso, nel nome di quei morti, tacere, però, in merito alla disorganizzazione preventiva e all'informazione fuorviante.

Da quasi 4 mesi erano state registrate quasi 200 scosse con epicentro a L'Aquila e dintorni. Non poteva essere un evento che rientra nei limiti del normale, come si è sentito dire. Nelle ultime settimane erano incrementate di numero ed intensità. Eppure le voci ufficiali erano rassicuranti. "Non creiamo allarmismi".

Ma perché essere preoccupati di dare un allarme consapevole? Noi medici siamo obbligati da anni al consenso informato. Quando io intervengo su un aneurisma cerebrale sono COSTRETTO giustamente a dire e quantificare il rischio percentuale di mortalità. E i Pazienti lo accettano. Non fanno gesti inconsulti.
Questo è il mio principale rammarico. Nessuno ha offerto istruzioni calme, rassicuranti, civili, informate. La mia piccola storia assieme alle centinaia di storie di amici, mi ha insegnato che se avessi avuto una torcia elettrica sul comodino non mi sarei fratturato la colonna vertebrale, se avessi avuto un cellulare a portata di mano avrei chiesto aiuto per me e per il palazzo accanto, se molti avessero parcheggiato almeno un'auto fuori dal garage ora l'avrebbero a disposizione, se in quell'auto avessero (e io avessi) messo una borsa con una tuta, uno spazzolino da denti e una bottiglia d'acqua, si sarebbero tollerati meglio i disagi. Se si fosse tenuta una bottiglia d'acqua sul comodino, se si fosse evitato di chiudere a chiave i portoni di casa, se si fosse detto di studiare una strategia di fuga.... Pensate a chi è rimasto incarcerato per ore senza poter comunicare con l'esterno perché aveva il cellulare in un'altra stanza, o perché non trovava al buio le chiavi di casa, come le ragazze di un palazzo a fianco a me già semi sventrato: 6 ore sotto un letto, con la terra che continuava a tremare, perché la porta era chiusa a chiave, senza una torcia elettrica e senza cellulare per chiedere aiuto!

E inoltre, se invece di una decina di vigili del fuoco in servizio ci fosse stata una maggiore disponibilità di forze con mezzi già sul posto, piuttosto che aspettarli da altrove, quegli eroi del quotidiano che sono i nostri vigili del fuoco e i volontari della Protezione Civile avrebbero potuto lavorare in condizioni migliori.

Piccole cose. A costo irrisorio.

Spero che i nostri figli possano fare affidamento su una società più civile".

* L'autore è professore e direttore Uoc di Neuroradiologia Università-Asl dell'Aquila

lunedì, aprile 13, 2009

Altra craxiana di Ferro




I vertici della Rai non aprono bocca sulla trasmissione degli sciacalli
di Maria Giovanna Maglie

Fonte: il Giornale

Presidente Zavoli, presidente Garimberti, signori componenti del Consiglio di amministrazione Rai, tutti belli freschi di nomina, ma anche portatori di grande esperienza, naturalmente lei, Antonio Marano, direttore di Raidue, che ha spesso avuto occasione di lodare il suo conducator, fatequalcosa. Riflettete sull’abuso di libertà, come lo ha ben definito Aldo Grasso sul Corriere, e intervenite.

Se vi ostinate a tacere, se prendete tempo o parlate d’altro, come Zavoli ieri sul Quotidiano Nazionale, potrebbero arrivarvi sotto lefinestredi viale Mazzini quelle belle masse da Terzo Stato che si stanno ammazzando di fatica e di dolore nelle macerie abruzzesi, e che sonostate insultate e calunniate. Non si agiterebbero scompostamente, non urlerebbero, si limiterebbero a guardarvi e a giudicarvi. La vostra reputazione di persone stimabili ne sarebbe irrimediabilmente compromessa.

Ogni volta che Michele Santoro fa il suo sporco lavoro, che nessuno sa fare come lui e i suoi compari, e che non corrisponde in alcun modo né forma al mestiere di giornalista, mi viene in mente quell’ingenua e del tutto condivisibile, sacrosanta si potrebbe dire, esternazione dall’estero di Silvio Berlusconi, subito definita dagli amici di Santoro editto bulgaro. Forse se il premier fosse miglior dissimulatore, del tribuno campano ci saremmo, si sarebbe la pubblica informazione, liberati sul serio e per tempo.

Non c’è dubbio alcuno infatti che Annozero sparga veleno, che speculi sulle disgrazie, che costruisca servizi e argomenti in modo capzioso, che sia un programma senza vergogna e senza rispetto. Inutile stupirsi e scandalizzarsi se lo fa anche dopo il terremoto che ci ha feriti al cuore, se lo fa tanto più, e con tanto più livore, perché in questi giorni sull’abitudine nazionale alla polemica e alla recriminazione hanno avuto la meglio la comunione d’intenti e lo scatto di reni. In questi giorni lo Stato si è visto, lo abbiamo visto tutti, e se non assolve nessuno dalle responsabilità che saranno accertate, ha respinto con risoluzione gli sciacalli del «piove, governo ladro». Lui lo ha fatto lo stesso. Non sa fare diversamente.

La sua storia di prepotenza gli ha dato finora ragione. Ricordiamoci che in Rai lo ha riportato un giudice del lavoro, e mentre lui lasciava volentieri il Parlamento europeo che riteneva senza vergognarsene un parcheggio a ore, e correva, parole sue, a riprendersi il suo microfono, la Rai si guardò bene dall’interporre un appello, dal mettere in atto una qualche resistenza a quel ritorno. No, ha accolto lui con i suoi prodi, che questa volta, assieme ai soliti noti di sempre, hanno compreso e valorizzato al meglio niente meno che Marco Travaglio e Vauro,due tipini fini specialisti in calunnia e distruzione di reputazione altrui, il primo grazie a brogliacci di tribunale e qualche dispaccio giallo, il secondo fingendo che sia satira quel che è volgare e insultante. Adesso alla squadretta si è aggiunto l'ex magistrato, De Magistris, tutti assieme adorano manco a dirlo Antonio Di Pietro.

Santoro ci spiega con sussiego che lui fa ascolto come nessun’altra trasmissione giornalistica di prima serata e che gli introiti pubblicitari sono così alti da emanciparlo dal costo del canone. Può sembrare delirio,e forse lo è, ma il nostro enuncia così la sua profonda convinzione di avere il diritto di fare come gli pare, libera Repubblica delle banane di don Michele, autofinanziata, e chi se ne frega delle regole della televisione pubblica.

Qualche tempo fa lo scandalo fu provocato da una trasmissione ignobile che insultava il popolo d’Israele in nome di una finta solidarietà con i bambini palestinesi di Gaza. In studio c’era Lucia Annunziata, capì che l’avevano messa in trappola, si alzò e se ne andò. Santoro si dichiarò martire e rivendicò la libera Repubblica. Finì in nulla, si disse che mancavano al vertice uomini freschi e autorevoli. Ora gli uomini ci sono, e l’offesa è stata fatta al popolo italiano e ai morti del terremoto.

Sarà la volta che a Santoro qualcuno chieda conto di quel che fa in televisione? Che qualcuno gli ricordi che regole ci sono e che valgono anche per lui e i suoi cari? In attesa delle solenni decisioni che non tarderanno, un sommesso suggerimento agli ospiti di Annozero. Non ci andate più, se le facciano da soli certe porcate.

1) Non ti piace Annozero? Non lo guardare.

2) Insultare il popolo d'Israele. Balle. Ci sono i filmati online. Basti dire una cosa Israele 4 morti Gaza 1500 morti

E siccome sono un giornalista posto un articolo del Corsera del 1993

Maria Giovanna Maglie si dimette " ma resto a lavorare a New York "
Note spese truccate. Maria Giovanna Maglie si e' dimessa ieri dalla RAI per la situazione determinatasi a seguito della vicenda

Maria Giovanna Maglie i dimette "Ma resto a lavorare a New York".

Colpo di scena nella tormentata inchiesta sulle note spese "truccate" della Rai. Maria Giovanna Maglie, corrispondente del Tg2 da New York, si e' dimessa ieri mattina dalla Rai. Ecco la dichiarazione che ha rilasciato alle agenzie di stampa e in cui risponde alle contestazioni che l' azienda le aveva mosso su alcune note spese: "Mi sono dimessa dalla Rai. L' azienda mi aveva mosso, un mese e mezzo fa, una sola contestazione relativa ai costi per l' acquisto di materiali filmati che ho utilizzato per realizzare 26 puntate di "Pegaso America". La contestazione . afferma la giornalista . si e' risolta in modo del tutto soddisfacente in quanto la Rai ha accettato i costi da me indicati e non mi ha mosso altro rilievo". E allora, perche' le dimissioni? Spiega la Maglie: "Tuttavia, la situazione che si e' determinata a seguito di questa vicenda, la fatica di una gestione amministrativa, che non e' competenza di un giornalista, i continui, ingiusti attacchi da parte di organi di stampa, attacchi dei quali risponderanno in tribunale, mi hanno fatto decidere di metter fine a un rapporto che non rispondeva piu' alle mie esigenze". E dove andra' ? Mistero. La nota si conclude con un misterioso "continuero' a fare il mio lavoro da New York". Nessun commento da parte della Rai, anche se nei corridoi si mormora di "esodo concordato". Secondo quanto si era appreso giorni fa da palazzo di Giustizia, la giornalista sarebbe in possesso di un dossier che conterrebbe "contestazioni" della Rai per 150 milioni: la spesa di "Pegaso America". Si era anche parlato di un avviso di garanzia. Sempre seccamente smentito. Resta comunque sul tavolo dei magistrati il "pacchetto New York". L' ufficio di corrispondenza avrebbe presentato in un anno e mezzo un conto di 10 miliardi di spese complessive.

Vai, Cicchitto, vai.....




CICCHITTO: «ANNOZERO VUOLE DESTABILIZZARE IL QUADRO POLITICO» - Ad attaccare AnnoZero è stato invece Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl: «'Annozero" è una trasmissione che ha obiettivi politici chiarissimi. Essa è collegata a un gruppo politico-giudiziario che ha come terminale giornalistico Travaglio e come punto di riferimento politico Di Pietro; in mezzo c'è una operosa componente giudiziaria che ha punti di riferimento in alcune procure, da quella di Palermo a quella di Potenza. L'obiettivo di questo network è quello di destabilizzare il quadro politico. Certamente di questo nucleo il dottor Santoro è la punta di diamante mediatica». Lo afferma Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl.

E Fede no, caro Cicchitto? E il Giornale? E Libero? Se la PdL, paradossalmente, malgrado sia proprietà di un tycoon della tivvù, non sa fare televisione (l'unico era, forse Ferrara) non è colpa di Santoro. tutto questo stracciarsi le vesti, lo sappiamo, è solo perché Santoro SA fare tv e certe cose in Italia si possono scrivere, ma non si debbono dire in televisione. Quello che mi fa ridere è che Cicchitto passa per moderato!

Per gli stranieri che capiscono l'italiano: Fabrizio Cicchitto era Socialista (con Craxi, non so se lo conoscete) poi illuminato sulla strada di Arcore non vede nulla di strano a stare in un partito che ha al suo interno ex Fascisti, gente che sputa sulla bandiera italiana (o ci si vorrebbe pulire il culo) e razzisti.

Casa mia

Difficilissime indagini?




Basterebbe mettere in galera i costruttori e probabilmente i finanziatori e chi ha dato i permessi. Vogliamo scommettere che in galera non ci andrà nessuno?

Il quartiere del cemento che balla sulla faglia
di ATTILIO BOLZONI e GIUSEPPE CAPORALE

Fonte: la Repubblica

L'AQUILA - Il quartiere più grande è quello di Pettino, ci abitano in venticinquemila. Hanno cominciato a fare case negli Anni 70, e fino al terremoto scavavano ancora fondamenta. Fino al terremoto alzavano muri, vendevano palazzi. È solo da questa parte che si è allargata la città. Dove tutti ballano su una faglia attiva, una frattura nella terra profonda dieci chilometri. L'ultima volta che si è "caricata" è stato tre secoli fa. Rase al suolo l'Aquila.

E' qui, proprio qui, che buttano cemento e cemento e ancora cemento. Qui, intorno alla faglia che si muove, che si sposta, che si apre e si chiude pensano solo e sempre a costruire. In questo Abruzzo che piange i suoi morti, in questi paesini e borghi dove da sei giorni e sei notti raccolgono cadaveri e portano via dalle macerie resti umani, c'è qualcosa di inspiegabile e insieme di spaventoso. "La scelta più imbecille che potevano fare era quella di progettare edifici là sopra, il sisma di una settimana fa è il gemello di quello del 1703", dice il geologo Antonio Moretti, docente della facoltà di Scienze Ambientali dell'Università dell'Aquila.

Inspiegabile e spaventoso. Ci siamo andati a Pettino ieri mattina, ci siamo andati verso mezzogiorno e sembrava uno scherzo quella nuova città che precipitava da una collina e si aggrappava all'altra, silenziosa e sinistra come un villaggio abbandonato, con le sue centinaia di case tutte allineate e quasi tutte lesionate, eleganti nel loro ordine ma sventrate dalla botta di una domenica fa, tutte deserte. Non ci vive più nessuno a Pettino. Quei 25mila uomini e donne e bambini sono andati via, fuggiti. A volte però tornano. A prendere un materasso. A recuperare gli ori lasciati l'altra notte. A vedere per l'ultima volta la loro casa che forse non sarà più la loro casa.

È davanti a noi "il più grande quartiere" dell'Aquila, la nuova città nata dal piano regolatore generale del 1975 e consegnata agli abruzzesi che avevano fame di appartamenti nuovi, trilocali, il terrazzo, il giardino. Edilizia popolare, cooperative, poi anche palazzine più signorili. I terreni erano di pochi, i soliti. Gli Scassa, i Vittorini, i Berti-De Marinis che in famiglia avevano in quegli anni anche un assessore comunale all'Urbanistica.

I geologi avvertirono del pericolo, l'avevano scritto nelle loro relazioni tecniche. Ma gli amministratori decisero comunque che erano a Pettino le "aree edificabili". Se ne sono fregati della faglia attiva e dell'antico terremoto. "Era una zona dalla quale tenersi ben lontani ma gli appetiti speculativi erano tanti e, contro ogni logica e ogni cautela, lo sono ancora", accusa Antonio Perrotti, l'ex direttore generale dell'Assessorato Ambiente e Territorio della Regione.

Qualcuno è d'accordo e qualcun altro no. "Nonostante quella faglia attiva, contrada Pettino era l'unico posto dove si poteva allargare la nostra città perché dall'altra parte ci sono solo montagne", spiega Pietro Di Stefano, funzionario del provveditorato delle Opere Pubbliche dell'Abruzzo.

È un'altra città. Con strade che scendono e salgono. Via Alessandro Manzoni, via Enrico Fermi, via Alfredo La Marmora, via Antica Arischia, via Francia, strade tutte uguali, blocchi di palazzi tutti uguali, numerati e con gli stessi colori e gli stessi mattoncini. Un blocco e la firma di un costruttore, di un'impresa, di un ingegnere. "Una casa di 120 metri quadri costa oggi circa 300 mila euro", racconta Giancarlo Chiamaparelli, mentre trasporta coperte e pentole dal suo appartamento al secondo piano del condominio Solaria numero 6 fino all'automobile già carica di sacchi, valigie, suppellettili. "Dentro è tutto sfasciato, prendo quello che posso prendere e me ne vado sul mare", dice.

C'è ancora qualche "vendesi" attaccato ai balconi crepati, ai pilastri senza più intonaco. "Io non lo sapevo che qua sotto passava la faglia", risponde Luca Brunale. Ha comprato casa un anno fa e adesso la guarda rassegnato: "Sono iscritto a Ingegneria, se non ho studiato male ci sono pilastri portanti che si sono spostati in questo palazzo dove abito". Luca non può nemmeno entrare nel suo appartamento. Come Marco Rapagnani. Racconta Marcella, sua moglie: "Due lunedì fa, sei giorni prima della grande scossa, ce n'era stata un'altra. Abbiamo visto una crepa nella parete e così abbiamo chiamato il padrone di casa che è anche amico del costruttore". Il costruttore è andato a Pettino per un sopralluogo. Ricorda lei: "Non è nulla, non è nulla, ci ha assicurato. questa è una costruzione antisismica".

Il costruttore è Filiberto Cicchetti, il presidente degli imprenditori edili della provincia dell'Aquila, quello che ieri l'altro ci aveva preannunciato: "Vedrete, fra due settimane, quando sarà passata la grande paura, dopo i sopralluoghi si accerterà che il novanta per cento delle costruzioni fuori dalle mura sono tutte agibili".

Agibili e spaccate in due, oblique o piegate, senza pareti o con le scale pericolanti. E tutte comunque appoggiate su quella faglia attiva che - lo insegna la storia dei terremoti - prima o poi come dicono i geologi "caricherà" un'altra volta. "Su una faglia non si costruisce mai, nemmeno su una faglia che non è attiva perché le faglie canalizzano le onde sismiche, in zone come quella dovrebbe essere solo proibito", spiega ancora il geologo Moretti. Ma a Pettino probabilmente costruiranno, costruiranno ancora. Seppelliti i suoi primi duecento morti, qualcuno all'Aquila comincia già a dimenticare.

Mi arriva e posto

Oggi il democraticissimo governo ha votato un decreto urgentissimo che doveva varare le misure anticrisi, al solito PONENDO LA FIDUCIA, di cui molte sacrosante (ma in tutto noccioline in fatto di soldi), ma lo ha infarcito dei seguenti provvedimenti: il blocco del pagamento delle multe per quei pochi produttori di latte disonesti che se ne sono infischiati delle leggi e hanno danneggiato moltissimi colleghi onesti (un condono per i furbetti), poi il sig B ha creato un fondo di 9 miliardi(!!), da spendere a discrezione del Presidente del Consiglio, ovviamente senza dire per che cosa! Poi ha stravolto una precedente disposizione per finanziare lo sviluppo della piccola e media industria con vincolo dell'85% al sud e 15% al nord, cancellando queste percentuali. Poi ha scippato al fondo FAS altre miliardate per pagare i debiti CAI ! Ho sentito queste porcate in diretta dal Senato, alla radio

domenica, aprile 12, 2009

A tribute to the "air"

Il Grasso furioso




Adoro Aldo Grasso, ma stavolta ha scritto sciocchezze. Ovviamente è un'opinione personale. Dopo quanto visto in tutti questi anni di scandali in un paese che ormai non conta più nulla a livello internazionale. Zeppo di furbi. Bene è questo paese a dover dimostrare che abbiamo torto a considerarlo tale Non viceversa. Mi si dirà: "il paese siamo noi". Fino a un certo punto. Personalmente non ho mai costruito un ospedale con materiali scadenti e poi questo è crollato. Non sono mai stato inquisito o coinvolto in scandali legati a una qualche ricostruzione. E come me milioni di cittadini. Se i soldi di "questa" ennesima ricostruzione verranno utilizzati per ricostruire davvero. Se gli abruzzesi saranno tutti di nuovo nelle loro case prima del prossimo inverno. Se andranno in galera, non interdizione, in galera, i criminali che hanno costruito case d'argilla entro sei mesi, allora Santoro dovrà chiedere scusa. Prima no. Se la protezione civile, non i volontari, la protezione civile, che non si sa perché è anche responsabile dei grandi eventi, funzionerà a pieno regime bene organizzata e efficiente come quella di un paese del primo mondo anche fra qualche mese, allora e solo allora Santoro dovrà chiedere scusa. Prima no.

E un'altra cosa. Magari de Magistris si dimostrerà un politico incapace, ma mi sembra che un giudice abbia come chiunque diritto di fare carriera. Gli hanno tolto l'inchiesta why not? E perché questo tizio doveva dire: "obbedisco". Non lo fanno lavorare? Allora va dove c'è più visibilità (si spera con un minimo di spirito di servizio). Dov'è lo scandalo? Iva Zanicchi sì e lui no? Ma andiamo Grasso.

Aldo Grasso per il "Corriere della Sera"

Ancora una volta Santoro ha fatto il Santoro. Dietro il paravento della libertà d'informazione, di cui è rappresentante unico per l'Italia, isole comprese, ha allestito una trasmissione all'insegna del più frusto slogan politico «piove, governo ladro». Non di pioggia si trattava, ma di un terremoto che finora ha fatto 290 vittime e quarantamila sfollati, raso al suolo paesi, buttato giù case, seminato distruzione. Ma i morti non lo fermano, la commozione non lo trattiene. Se ha in mente una tesi, che tesi sia.


La tesi era che bisognava comunque attaccare la Protezione civile, specialmente Guido Bertolaso, i Vigili del Fuoco, la comunità scientifica che non ha dato ascolto agli avvertimenti di Giampaolo Giuliani, gli amministratori locali, il ponte sullo Stretto, Berlusconi, il governo. A dargli manforte in studio ha chiamato l'ex magistrato Luigi De Magistris, candidato alle Europee con l'Italia dei Valori (che acquisto per la politica!) e l'esponente di Sinistra e Libertà Claudio Fava.

Contro aveva, e hanno fatto un figurone, Guido Crosetto del Pdl e Mario Giordano. Il giornalismo di Santoro funziona così: con l'aiuto delle poderose inchieste di Sandro Ruotolo e Greta Mauro ha intervistato una signora che si lamentava di un ritardo di un paio d'ore dei soccorsi, un signore che diceva di aver freddo, di un altro ancora che cercava riparo in tende non ancora montate, una studentessa che preoccupata aveva lasciato l'Abruzzo per tempo, un medico che denunciava la mancanza di bottigliette d'acqua nel suo reparto. Ne è uscito così un quadro di devastazione organizzativa da aggiungersi alla devastazione reale.

Da un punto di vista simbolico, se un dottore chiede aiuto per la mancanza di qualcosa significa il fallimento dei soccorsi, l'impreparazione della Protezione civile, lo sfascio. Di fronte a una simile tragedia, ma soprattutto di fronte al meraviglioso e commovente impegno dei Vigili del fuoco, dei volontari, della Protezione civile, dei militari, di tutte le organizzazioni che hanno passato notti insonni per salvare il salvabile, Santoro si è sentito in dovere di metterci in guardia dalla speculazione incombente, di seminare zizzania con i morti ancora sotto le macerie, di descrivere l'Italia come il solito Paese di furbi, incapaci di rispettare ogni legge scritta e morale.

Santoro la chiama libertà d'informazione. Esistono gli abusi edilizi, ma forse anche gli abusi di libertà.

Per par condicio però metto anche un toccante e veritiero commento dello stesso Grasso (che a mio parere resta il miglior critico televisivo italiano) su Bruno Vespa
Vespa promosso per il terremoto

Bruno Vespa non è un santo del mio paradiso televisivo ma sarebbe disonesto non riconoscergli il lavoro profuso in questi giorni per documentare la tragedia che ha colpito la sua città. In particolare, è stato molto coinvolgente il reportage «Il calvario dell'Aquila», una speciale via crucis sui luoghi colpiti dal terremoto che ha ripercorso la passione e il dolore di molta gente del posto (Raiuno, venerdì, ore 20.30). L'Abruzzo è la sua terra e la commozione era palpabile, inquadratura dopo inquadratura, parola dopo parola. Mentre scorrevano le immagini mi sono più volte detto: se questo documentario fosse firmato, che so, da un Toni Capuozzo, gli elogi si sprecherebbero. Allora ho dimenticato le efferatezze dei plastici di Cogne e i teatrini della politica e mi sono lasciato trasportare dalle immagini.

Il momento più toccante è stato quando a Onna, il paesino completamente spazzato via dal sisma, ha incontrato il giornalista Giustino Parisse. Nel crollo della sua casa, Parisse ha perso i suoi due figli, Domenico di 18 anni e Maria Paola di 16, e il padre Domenico. Sua madre è in fin di vita all'ospedale. Parisse ha raccontato i drammatici istanti del crollo: «Papà, tanto moriamo tutti», ha fatto in tempo a dire la figlia prima che la trave più grande della casa la travolgesse inesorabilmente. Una trave costruita apposta per proteggere la casa dai terremoti. Il racconto ha assunto spesso i toni di una nuova Spoon River: Vespa indicava un luogo, evocava una persona, si soffermava sulla facciata di una chiesa e subito scaturivano i ricordi, le reminiscenze giovanili, i rimpianti. Nella polvere si intravedevano o si intuivano i profili di una casa, o di una cosa che ancora si muoveva: uno scenario d'inferno. Ma i tormenti non sarebbero tali, se non ci fosse la speranza tenue, ma pur sempre speranza, che essi possano un giorno venir meno.
Aldo Grasso

E chi paga?




Fonte: Corsera
Parlamentare e sindaco: ecco il popolo del doppio incarico
Hanno altre mansioni 68 tra deputati e senatori

ROMA - Era la sera dell’11 no vembre 2008. Il Senato era alle pre se con il decreto che avrebbe potu to salvare il dissestato Comune di Catania: per il sindaco Raffaele Stan canelli era questione di vita o di morte. Poteva allora il senatore Raf faele Stancanelli far mancare il pro prio voto favorevole a un finanzia mento di 140 milioni per la città et nea? Non poteva. Votò a favore e si congratulò con se stesso esprimen do «soddisfazione» per com’era an data a finire. Perché il sindaco di Ca tania e il senatore del Popolo della libertà sono la medesima persona. Domanda legittima: come fa Stanca nelli a conciliare l’incarico parla mentare con quello, ancora più gra voso, di amministrare quella città di 313.110 abitanti nello stato in cui si trova? Non è semplice, come dice chiaramente il suo curriculum par lamentare di un anno. Un solo inter vento in assemblea, il compito di re latore a un disegno di legge sulle pensioni dei militari, e nove dise gni di legge: ma li ha soltanto firma ti.

Eppure i due incarichi sarebbero incompatibili. Le norme attualmen te in vigore stabiliscono che chi oc cupa un seggio in Parlamento non possa fare il sindaco di una città con più di 20 mila abitanti, né il pre sidente di una giunta provinciale, né l’assessore, né il consigliere re gionale. Ma si tratta di norme che si prestano a varie interpretazioni, co sì è facilmente possibile aggirarle. Di fatto, l’unica incompatibilità ri spettata più o meno alla lettera è quella con gli incarichi nei consigli e nelle giunte regionali, grazie an che, al Senato, al limite tassativo di tre giorni per optare fra Parlamento e Regione che venne fissato dal pre sidente di palazzo Madama Renato Schifani e dal presidente della giun ta delle elezioni Marco Follini. Per il resto, tutti o quasi hanno fatto spal lucce. Anche di fronte al semplice buonsenso. Con il risultato che ora si contano 68 parlamentari che han no altri incarichi istituzionali. Una quarantina fra sindaci e vicesinda ci, e poi assessori, consiglieri comu­nali, consiglieri provinciali e perfi no due presidenti di giunte provin ciali: i deputati del Pdl Maria Teresa Armosino e Antonio Pepe, presiden ti delle Province di Asti e Foggia.

Di fronte a questa situazione sur reale, perché mai Stancanelli avreb be dovuto dimettersi? Tanto più se non l’hanno fatto nemmeno i suoi colleghi di Senato e di partito, Vin cenzo Nespoli a Antonio Azzollini, rispettivamente sindaci di Afragola e Molfetta, entrambe città con oltre 62 mila abitanti. Considerando pu re che Azzollini non è un senatore qualsiasi, ma addirittura il presiden te di una commissione permanente di palazzo Madama, la commissio ne Bilancio. In quella veste, a febbra io, ha sollecitato per iscritto il mini stro dell’Agricoltura, Luca Zaia, a mettere mano al portafoglio per da re sostegni al settore ittico. Per la gioia dei pescatori molfettesi.

Non che alla Camera non ci siano casi simili. Eletto contemporanea mente sindaco di Brescia (187.567 abitanti) e deputato, il 18 aprile del 2008 Adriano Paroli ha dichiarato: «Se sarà utile alla città, resterò sin daco e parlamentare». Così è stato. C’è da dire che anche come deputa­to del Pdl s’è dato piuttosto da fare. Ha presentato otto sue proposte di legge, fra cui una per istituire un ca sinò stagionale nei comuni di San Pellegrino Terme (Bergamo) e Gar done Riviera (Brescia). Il suo colle ga deputato Giulio Marini, invece, si è concentrato (legislativamente parlando) sul personale delle Came re di commercio dopo aver conqui stato insieme un seggio a Monteci torio e la poltrona di sindaco di Vi terbo (59.308 abitanti), sconfiggen do un altro parlamentare: il tesorie re diessino Ugo Sposetti.

I parlamentari che sono contem poraneamente sindaci di Comuni con oltre 20 mila abitanti sono cin que. Ma guidano un plotone di pri mi cittadini ben più numeroso, con siderando i centri più piccoli. Fra Camera e Senato se ne contano 36. Di ogni schieramento, ma moltissi mi della Lega Nord. Come per esem pio il sindaco di Pontida, il deputa to Pierguido Vanalli, e il primo citta­dino di Varallo, Gianluca Buonan no, che si è reso protagonista nel l’estate del 2007 di una stravagante iniziativa: l’istituzione dell’assesso rato alla dieta, con premi in denaro pubblico fino a 500 euro per i citta dini che avessero perso cinque (le donne) o sei chili (gli uomini). Sen za trascurare il centrosinistra. Il se natore Claudio Molinari, eletto nel 2005 sindaco di Riva del Garda (15.693 abitanti), è approdato nel 2006 e nel 2008 in Senato, conser vando sempre lo scranno da primo cittadino con l’affermazione, risolu ta, che non lascerà in anticipo ri spetto alla scadenza naturale del 2010. C’è addirittura un senatore che somma all’incarico di parlamen tare e primo cittadino anche quello di governo: il ministro delle Infra strutture Altero Matteoli, sindaco di Orbetello, città di 14.607 abitan ti. Ci sono poi quattro vicesindaci: quelli di Roma (il senatore del Pdl Mauro Cutrufo), Milano (il deputa to dello stesso partito Riccardo De Corato), Lecce (la senatrice Adriana Poli Bortone) e Caravaggio (il leghi sta Ettore Pirovano). A questi si sa rebbe dovuta aggiungere, fino a qualche settimana fa, la senatrice Angela Maraventano, vicesindaco di Lampedusa alla quale a gennaio 2009 il sindaco Bernardino De Ru beis ha revocato le deleghe.

Non mancano gli assessori comu nali. Ce ne sono tre. Uno di loro è Vittoria D’Incecco, deputata del Par tito democratico, che amministra la sanità nella città di Pescara (116.286 abitanti). Restando nei Co muni, si contano altri 17 consiglieri comunali, alcuni dei quali in grandi città. Gian Luca Galletti (Udc) a Bo logna, Alessandro Naccarato (Pd) a Padova, Gaetano Porcino (Idv) a To rino, Gabriele Toccafondi (Pdl) a Fi renze) e Matteo Salvini, capogrup po leghista a palazzo Marino, Mila no. Caso singolare, quello del consi glio comunale di Borgomanero, in Provincia di Novara, che ospita ben due parlamentari donne: la deputa ta leghista Maria Piera Pastore, pre sidente del consiglio, e la senatrice democratica Franca Biondelli. Non meno singolare la situazione in cui si trova il deputato Armando Valli, detto Mandell, senatore della Lega Nord e componente di ben quattro commissioni parlamentari, consi gliere comunale del suo paese d’ori gine, Lezzeno, e anche consigliere della Provincia di Como.

Si dirà che sono cariche non in compatibili e che comunque la pre senza degli amministratori locali in Parlamento assicura il necessario le game con il territorio. Ma la questio ne è sempre la stessa: anche ammet tendo che amministrare un comu ne di 19.999 abitanti e uno di 20.001 siano due mestieri diversi, dove trovano il tempo?

Sergio Rizzo

Ops, the SoB!




Prime Minister Gordon Brown with his special adviser Damian McBride at the Labour Party conference 2007, in Bournemouth. Photograph: Martin Argles/Guardian

Key Brown aide quits over Labour sex smear scandal

Adviser resigns over leaked emails, MPs targeted in 'gutter' allegations
Gaby Hinsliff, political Editor

Source: The Observer, Sunday 12 April 2009



Gordon Brown was engulfed in crisis last night after a key aide resigned and the Tories threatened legal action over explosive leaked emails discussing how to attack senior Conservatives, including David Cameron and his wife, Samantha, with smears about their private lives.

Damian McBride, one of the prime minister's closest advisers, quit over his exchange with the Labour blogger Derek Draper, in which the two discussed setting up a website to publish scurrilous allegations about opponents. The idea was still being actively discussed until a fortnight ago, the Observer has learned.

Tom Watson, the Cabinet Office minister, was also facing questions after it emerged that McBride referred in one of the emails to Watson "looking at other stories for LabourList", Draper's website. However, Downing Street sources insisted Watson had been discussing an entirely separate story about Labour party staffing to be posted on Draper's conventional website, rather than being involved in the secret gossip project known as RedRag.

Brown yesterday moved rapidly to distance himself from the affair, saying there was "no place in politics for the dissemination or publication of material of this kind". Downing Street insisted that neither the prime minister "nor anybody else in Downing Street" knew about the emails.

Senior Tories last night demanded a public apology and assurances that Watson was not involved in dirty tricks, while the shadow home secretary, Chris Grayling, accused Downing Street of descending "into the gutter". Charles Clarke, the former Labour cabinet minister, said McBride had brought "shame" on the party.

Stories proposed by the two men in their emails include false rumours that David Cameron had an embarrassing medical condition, suggestions that George Osborne took drugs with a prostitute - an old allegation in the public domain which Osborne has flatly denied - and a final allegation involving the Tory backbencher Nadine Dorries and a fellow MP which the Observer understands is without foundation. Another supposed story involved a Tory MP allegedly getting publicity for a firm run by his partner. There is no evidence that any of the claims are true.

Dorries said yesterday that she had consulted a lawyer and was prepared to sue. "I am incensed. I wonder how Gordon Brown would feel if a Conservative Central Office employee sent emails with slanderous 100% lies about Sarah Brown?" she said.

When the existence of the emails emerged on Friday, Downing Street dismissed them as "juvenile and inappropriate", the result of two friends messing around with a subsequently abandoned idea for a gossipy blog rivalling that of Guido Fawkes, the Westminster blogger whose real name is Paul Staines.

In a statement last night, McBride said he was "shocked and appalled" that Staines had obtained the emails and handed them to newspapers, insisting that he and Draper had already decided that "Derek should not take his online efforts down to the level of Guido Fawkes" and that their ideas would not be used. Draper said yesterday McBride had paid a "high price" for an idea that never happened.

But RedRag was registered and set up last November, and while the leaked emails date from January, the Observer understands the plan was only placed on ice this month. McBride's emails even set out the format in which the stories could be written up, suggesting pictures to accompany them.

Senior Tories are particularly furious that Samantha Cameron and Frances Osborne, wives of the leader and shadow chancellor respectively, are believed to have been targeted. McBride confessed in the emails that most of the stories were "gossipy and intended to destabilised the Tories", according to the News of World, and admitted using "a bit of poetic licence".

The plan is understood to have been discussed with at least two other people including Brown's former spin doctor Charlie Whelan.

Draper suggested last night that his computer may have been hacked to get the emails. No breach of security at Downing Street was found

Sisco tells you why...


The uplifting truth about Britain’s youth, Sisco went off the rails when his friend Damilola Taylor was killed. Now he mentors other children at risk.

Source: the Indipendent

By Nina Lakhani and Jack Sidders

Sisco Augusto, 15, a former gang member from London, counsels youngsters against becoming involved in crime

When Damilola Taylor was murdered by two young brothers in the stinking stairwell of a south London housing estate, there were many victims: "Sisco" Augusto was one of them.

Ten-year-old Damilola had befriended Francisco Augusto at primary school shortly after Sisco arrived in Camberwell from war-torn Angola. Damilola's death left Sisco, then aged seven, without a mentor. Alone and angry, he was seduced by the camaraderie of a local gang.

His violent behaviour escalated until a youth worker persuaded him he was heading towards prison, or an early death. Sisco, now 15, is studying for nine GCSEs while volunteering to advise children against being coaxed into gangs – one of scores of youngsters The Independent on Sunday has interviewed and whose inspiring stories challenge the assumption of Britain's teenagers as feckless, lazy and rude.

A celebration of our teenagers
Anthony Seldon: Feral? No! Our kids are better than ever
After a week in which two brothers, aged 11 and 10, were charged with the attempted murders of two young boys in Doncaster, adults might be forgiven for thinking young people are violent – and getting worse.

Only 9 per cent of adults believe young people make a positive contribution to their local communities, while nearly two-thirds believe young people are less prepared for the world of work than they were 10 years ago, according to research obtained by The Independent on Sunday. The survey, commissioned by the Prince's Trust, found widespread fear and dislike of young people among 2,488 adults across the UK. The majority had unfounded fears about levels of youth violence,crime and unemployment, fears that prompt one in 10 adults to cross the road to avoid young people.

The findings come just days after shadow Home Secretary, Chris Grayling, said it was "time to reclaim the streets" from gangs of youth, in a speech which marked the party's final break from David Cameron's hug-a-hoodie stance on youth crime.

But, writing in the IoS today, James Purnell, Secretary of State for Work and Pensions, accuses the Tories of exploiting the Doncaster tragedy. Research by the IoS has uncovered an army of young people, from all walks of life, who help others and who contribute the equivalent of tens of millions of pounds every year through voluntary work. Gordon Brown today announced that compulsory community service for young people would be included in Labour's next general election manifesto, with the aim of every teenager completing 50 hours by their 19th birthday.

The IoS' findings paint a different picture from that of another study last month which revealed more than half of all stories written about young people in newspapers are negative and focused on crime. Teenagers are frequently referred to as "yobs"; "feral"; "hoodies" and "scum". The best chance they have of receiving sympathetic coverage is to die, according to research commissioned by Women in Journalism.

According to experts, the media's vilification of all young people is unfounded, and has a damaging effect on young people and society more widely. A spokesperson for the Prince's Trust said: "Reading the great British press, it would be easy to think that all our teenagers are involved in gangs and wielding knives. There is a problem with youth crime in some parts of the UK, but the word 'youth' shouldn't be interchangeable with 'yob'. Teenagers are more likely to volunteer than any other age group, while nearly two-thirds of 10- to 15-year-olds have raised money for charity."

Many of them are like Sisco, whose story is an example of the potential in many young people. The teenager and his family came to England to escape civil war in Angola. Life was fine at first: his father found work as a security guard and Sisco found a friend in Damilola Taylor. "Damilola was a couple of years older than me but because he'd come from Nigeria, he knew what I was going through," he said. "He acted like my big brother in the playground; he became like a mentor."

Like Damilola's family, Sisco was left devastated by his gentle friend's death. Unlike the Taylor family, he wanted some kind of revenge. A few months later his parents separated and he moved to neighbouring Mitcham with his mother, elder brother and baby sister. Contact with his father has been erratic since. By the time Sisco started secondary school he was a member of a gang. "Nearly everyone on our street was in a gang so I didn't really have a choice. All my friends were into it and we'd go to Wandsworth looking for a fight. If we got really beaten up we'd go back and tell the 'elders'; then people would get badly hurt."

Sisco was excluded from secondary school in his first week of year seven after two fights with the same boy. Two years later he was excluded again after stabbing a boy with scissors. His behaviour deteriorated until Roger Jilal, a youth worker born and brought up on the same estates, noticed Sisco. The two started up a friendship.

"Jilal had been through similar things, and made me understand that if I kept with gang life, I was going to end up in prison or stabbed," said Sisco. "He really showed me a different perspective."

Slowly the teenager separated from his gang and now mentors at the Stuarts Road Adventure Playground in Stockwell with Community Service Volunteers. His work entails helping kids as young as eight who are being cajoled into carrying knives by older gang members.

"The media don't help the situation," he says. "Yes, there are plenty of young people doing bad things and that deserves to be reported, but when I see people who have been through much more than me and have picked themselves up and are helping others, it makes me think where is their credit; when will people write about them?"

sabato, aprile 11, 2009

È uno scherzo vé?


Fonte: la Stampa

Victoria Beckham sogna di vivere, nel Castello Sforzesco di Milano

Il Castello Sforzesco, il sogno di David e Victoria Beckham



La moglie del calciatore: «Per quel bellissimo monumento ci sarebbe un ritorno d’immagine planetario»
MILANO
«Basta alberghi, ormai mi sento milanese, voglio vivere qui!». Secondo alcune indiscrezioni raccolte dal periodico americano «Star Magazine», pare che finalmente Victoria Beckham abbia deciso di trasferirsi a Milano. Forse, dunque, il bel David sarebbe riuscito a convincere la reticente Posh, che già in passato aveva rivelato di amare la sua vita in Italia e di intravedere qui un futuro per lei e per la sua famiglia. Victoria, poi, non solo ha molti amici in Italia, ma sta anche pensando seriamente di lanciare la sua linea di abbigliamento DVB a Milano.

Sempre secondo il periodico "rosa", la nuova testimonial di Armani, da sempre icona di stile e modello di molte fashion victim, non si accontenterebbe certo di una mega villa o di un loft di elevato design nel Quadrilatero della Moda. La scelta, ancorchè di improbabile realizzazione, potrebbe cadere su un luogo da favola: il meneghino Castello Sforzesco. Pare che Victoria sia rimasta rapita dalla bellezza gotica del complesso architettonico medievale. La Posh, secondo i gossipari Usa, è consapevole della difficile realizzabilità del progetto, ma tentar non nuoce.

In alternativa, la coppia potrebbe optare sull’albergo di Armani - si parla di un intero piano - in costruzione in via Manzoni. Ma com’è nata la passione di Victoria per i castelli? Sicuramente hanno influito le frequentazioni della coppia glamour del calcio con la famiglia reale inglese, ma anche la moda che si è diffusa tra i vip internazionali di vivere in edifici storici.
Tanti sono gli esempi: da Sting a Nicolas Cage fino a Tom Cruise, che avrebbe intenzione di acquistare il Castello Odescalchi sul lago di Bracciano, già ambientazione da favola delle sue nozze. Scelta romantica per l’innamorato Tom, più trendy per la modaiola Victoria che, pur obbligata attualmente a una vita da pendolare per impegni di lavoro tra New York, Londra e Milano, viene descritta come molto determinata e disposta anche a passare più tempo nel capoluogo meneghino allo scopo di riuscire a mobilitare le autorità locali per ottenere tutti i permessi necessari all’usufrutto di un’ala del castello, pur sapendo che sarà molto difficile raggiungere l’obiettivo.

Assecondare Victoria non è di certo un?impresa da poco: basti pensare che, arrivata sul jet privato di Berlusconi, la signora Beckham ha alloggiato al Four Seasons col bel marito in una camera da ben 8 mila euro a notte, come rivela la versione russa del noto periodico Glamour.

«Nonostante io sia un tifoso milanista sfegatato, e ammiratore di un giocatore come David Beckham - dichiara Giovanni Terzi, Assessore al Commercio e alle attività produttive del Comune di Milano - devo anche prendere atto del fatto che la nostra città ospita beni inalienabili che devono essere mantenuti. Uno degli obiettivi dell’amministrazione è, infatti, quello di conservare la memoria storica di Milano attraverso i monumenti che l’hanno resa grande nei secoli. Per questo purtroppo non potremo esaudire la volontà di Victoria».

Posh non avrebbe ancora deciso bene in che ala del castello abitare, ma pare che abbia addirittura messo gli occhi sulla Sala degli Scaglioni, che ospita l’inestimabile testamento di Michelangelo, la Pietà Rondanini, per farne una sala da cocktail. Per interpretare la teoria del Feng Shui, che da poco appassiona Victoria, la camera da letto potrebbe essere collocata nella quadrata Torre Castellana, che al primo piano custodisce la Sala del Tesoro con affreschi del Bramantino; la torre pare la affascini proprio perchè deve la sua denominazione al fatto che al pianterreno, in età sforzesca, era conservato il tesoro ducale, mentre al piano superiore si trovava l’appartamento del Castellano. Le due sale erano collegate da un ingegnoso sistema antifurto che consentiva al Castellano di tenere sotto controllo il tesoro ducale, il che farebbe sentire la Spice più sicura. Secondo il periodico Usa, la Spice avrebbe confessato ad alcuni amici: «Se David e io potessimo andare a vivere nel Castello Sforzesco, per quel bellissimo monumento ci sarebbe un ritorno d’immagine planetario».

Il catasto di una cittadina gestita dalla mafia

Il Catasto col timbro antisisma. "E invece si è schiantato subito" è di proprietà privata. Una firma in Comune ne cambiò la destinazione d'uso
dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI
Fonte. Repubblica

L'edificio del catasto dell'Aquila prima del terremoto
Un tecnico: avrebbe dovuto resistere il 40% in più. L'edificio costruito come un hotel
L'AQUILA - È storto, messo di traverso su un dosso. Dietro è come scoppiato, le pareti sputate fuori, l'edificio tagliato a pezzi. Dicono che l'hanno costruito a norma antisismica, alla prima botta si è rotto. Finirà che l'abbatteranno. E tutti i suoi archivi, le cartine, tutte le sue mappe saranno custodite in una tendopoli.
Anche il Catasto, la memoria edilizia della città, ha chiuso per terremoto.

E meno male che aveva quel "marchio di qualità" il fabbricato sghembo e in bilico sulla collina di Villa Gioia, meno male che il palazzo dell'Agenzia del Territorio dell'Aquila l'avevano tirato su dopo il 1974 quando tutti - da quel momento - dovevano rispettare certe regole. L'"armatura" giusta, il calcestruzzo precompresso, le barre di acciaio o di carbonio "interconnesse fra loro". Meno male, se è andata davvero così. Altrimenti cosa sarebbe successo mai in mezzo a questo budello che sale dalla stazione ferroviaria abbandonata fino alla cima del poggio? Altrimenti cosa sarebbe rimasto oggi del Catasto dell'Aquila?

E' sempre più tortuoso il racconto di come hanno costruito questa città e di come hanno scelto certi luoghi per ospitare gli edifici pubblici, ci sono troppi piccoli segreti gelosamente protetti fino a quando il terremoto ha spazzato via tutto. Una storia somiglia all'altra e all'altra ancora, in un groviglio di nomi e di delibere e di "autorizzazioni" che si sono perdute nel tempo e nel silenzio. Questa del Catasto ricorda tanto quella della Casa dello studente dove sono morti sette ragazzi e altri quattro li stanno ancora cercando. Vi ricordate, cos'era inizialmente quel palazzo dove hanno portato gli universitari che vengono qui da ogni parte d'Italia? Era all'origine un deposito di medicinali. Poi, con qualche variante e con qualche firma negli uffici tecnici del Comune, è diventata la Casa dello studente.

Così è avvenuto anche per il Catasto, che una trentina di anni fa era dentro Palazzo Centi dove ora c'è la Presidenza della Regione lesionata. Qualcuno però ha voluto trasferirlo vicino alla stazione ferroviaria. Il fabbricato era già pronto. Cinque piani, un giardino davanti e un piccolo parcheggio alle spalle. Avevano costruito per farci un albergo, poi i fratelli Angelo e Giampiero Ricci, mobilieri dell'Aquila, hanno affittato allo Stato il loro immobile. Un'altra firmetta in Comune, il "cambio di destinazione d'uso" e l'hotel a cinque stelle si è trasformato nel Catasto.

Sono tante le mutazioni improvvise nella vicenda edilizia abruzzese, trasformazioni in corso d'opera che stanno affiorando sospette nei giorni del terremoto.

Un edificio privato non è come un edificio pubblico. A cominciare dalle norme antisismiche. "Quelli pubblici devono avere un coefficiente di protezione per i terremoti del 40% in più rispetto agli altri palazzi" racconta Pietro Di Stefano, funzionario del Provveditorato delle Opere pubbliche dell'Aquila.
E' stato costruito così anche il palazzo sgangherato del catasto? "E' fuori asse, tutto sconnesso, chissà", risponde Antonio Perrotti, dirigente generale dell'assessorato Territorio e Ambiente della Regione. E assicura dopo un'ispezione: "Staticamente, è andato".

Al Catasto non c'è anima viva dalla notte di domenica. Il tesoro che c'è lì dentro - planimetrie, tabelle su superfici di terreni, particelle, spessori di muri - bene che andrà finirà in una tenda. A meno che tutto crolli alla prossima scossa. Il palazzo è là, ondeggiante e pronto a scivolare.

Per farvi capire come è stata disegnata L'Aquila, come i suoi ingegneri e gli architetti e i suoi urbanisti hanno impostato l'"organizzazione della città", bisogna salire dalla stazione ferroviaria e vedere da vicino dove c'è il Catasto. E' dentro il budello che porta il nome di via Francesco Filomusi Guelfi e che si arrampica, a destra e a sinistra ci sono scuole medie e scuole d'arte, un istituto magistrale, l'Inps, uno degli ingressi del Tribunale, gli uffici finanziari e l'assessorato all'Ambiente della provincia. Si entra e si esce solo da quel budello, si passa per forza sotto un arco di pietra che fa parte delle mura medievali crollate e rotolate sull'asfalto. "E' una follia avere portato qui il Catasto e tutte quelle altre e quegli altri uffici", dice ancora Di Stefano, il funzionario del Provveditorato delle Opere Pubbliche.

Una delle follie edilizie dell'Aquila, una delle tante.
Sentite cosa fa sapere il presidente provinciale dell'Associazione costruttori Filiberto Cicchetti: "All'Aquila esistono due città. Un'antica costruita all'interno delle mura e che è crollata, l'altra fuori dalle cinta dove su 12 mila palazzi ne sono venuti giù soltanto due". E annuncia: "Fra due settimane, quando sarà passata la grande paura, dopo i sopralluoghi si accerterà che il novanta per cento delle costruzioni fuori dalle mura sono tutti agibili". E assicura: "In quelle abitazioni sono cadute solo alcuni ninnoli, soprammobli, intonaci". Ninnoli, soprammobili, intonaci. E duecentonovanta morti e quarantamila sfollati.