lunedì, giugno 30, 2008

Torn... in a very special way



thanks to Selene.... as always

domenica, giugno 29, 2008

Magnaccia

Di Pietro: "Abbiamo un capo del governo che fa il magnaccia"
Replica di Bonaiuti: "Linguaggio da osteria". E Ghedini annucia querele

Antonio Di Pietro leader dell'Italia dei valoriROMA - Negli atti del processo napoletano ad Agostino Saccà ci sono 8.400 intercettazioni, i protagonisti sono non solo il premier ma anche altri politici e nomi che pesano e il contenuto è, si dice, ad alto contenuto erotico. Antonio Di Pietro attacca a testa bassa il premier. Tra una trebbiatura e l'altra in quel di Montenero di Bisaccia, ha fatto una conferenza stampa per dire, tra le altre cose: "Le intercettazioni che loro vogliono limitare ci fanno vedere un capo del governo che fa un lavoro più da magnaccia, impegnato a piazzare le veline che parlavano troppo". Replica di Paolo Bonaiuti: "Linguaggio da osteria". Mentre l'avvocato del Cavaliere, Nicolò Ghedini, annuncia querele. A breve giro la nuova risposta del leader dell'Italia dei Valori. "Non non ci lasciamo intimorire".

In serata arriva anche il commento di Bossi che non sembra dare una grossa mano al premier e contribuisce ad abbassare il tono della contesa: "Sono del parere che è meglio che uno si faccia le donne della sinistra che i culattoni - dice il Senatur incalzato dai giornalisti - Ma - aggiunge - bisogna stare attenti quando si hanno delle cariche".

L'uscita di Di Pietro fa pensare che l'ex pm sappia di più e meglio circa le indiscrezioni che girano a Montecitorio e dintorni sulle centinaia di telefonate a contenuto bollente. Di certo la questione preoccupa non poco "Libero", quotidiano notoriamente vicino al premier, che da due giorni titola su quello che ha ribattezzato "il caso gnocca" mettendo le mani avanti: questa roba deve stare lontana dalla politica e guai se sono usate per provocare cataclismi e crisi politiche.

Berlusconi questo lo sa e ingorgo parlamentare a parte - troppi decreti e provvedimenti già assegnati all'esame dell'aula prima della pausa estiva - farà di tutto per accellerare l'approvazione del ddl che limita il ricorso alle intercettazioni e ne vieta la pubblicazione. Lo sa bene Enrico La Loggia, n.2 del gruppo pdl alla Camera: "La pubblicazione indiscriminata di intercettazioni scandalistiche senza alcuna rilevanza penale che abbiamo tutti sotto gli occhi in questi giorni, dimostra che urge una legge che disciplini l'uso dell'intercettazione e che vieti tassativamente la loro pubblicazione. Qualunque ritardo nel disciplinare questa materia porta inevitabilmente ad un imbarbarimento della vita politica ed istituzionale del Paese". Se non ci sarà in fretta una legge chiara ed univoca - aggiunge La Loggia - "il pericolo è quello di cedere alla tentazione di certi giustizialisti di falsare il voto di aprile espresso liberamente dai cittadini".

La replica ufficiale del Cavaliere, invece, è affidata al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti: "Il linguaggio rozzo e volgare di Di Pietro - dichiara - è al di fuori della politica, riguarda soltanto l'osteria. Ma come può un partito democratico che si definisce la nuova sinistra accettare e seguire questa degenerazione?". Ecco invece le parole di Nicolò Ghedini: "Del tutto evidente la portata portata diffamatoria, che trascende di gran lunga ogni critica politica e per la quale saranno espedite tutte le azioni giudiziarie conseguenti".

Contro Di Pietro e la "casta giudiziaria" si scaglia anche il portavoce di Forza Italia Daniele Capezzone: "I magistrati, ormai perdenti sul piano del consenso dell'opinione pubblica, tentano un disperato e pericoloso colpo di coda finale". Per quello che riguarda poi le affermazioni dell'ex pm, Capezzone dichiara che "ha chiaramente passato il segno". Per il Dc Rotondi è "un insulto gratuito".

A breve giro arriva anche la controreplica del leader dell'Idv. "Come al solito Berlusconi", si legge in una nota, "o tenta di comprare gli avversari, come dimostrano le intercettazioni napoletane, o tenta di intimorirli, minacciandoli di chissà quale danno divino. Noi dell'Italia dei Valori non ci lasciamo intimorire e continuiamo a difendere la dignità del Parlamento in ogni sede".

Anche il Pd è abbastanza critico sulla nuova ondata di intercettazioni. Veltroni e Minniti ieri si sono affrettati a dire che i brani delle telefonate senza rilievo penale devono stare fuori e lontani dai giornali. Però, riflette il prodiano Marco Monaco, "siamo al punto che abbiamo scrupoli nel dire che il contenuto delle intercettazioni fa schifo e vergogna". Tutto ciò è "abbastanza ipocrita".

Il legislatore impazzito



da Internazionale.it

In Italia si è sempre pensato che i problemi si risolvessero a suon di leggi. Il risultato è che ce ne sono troppe, spesso inutili e contraddittorie, scrive Gerhard Mumelter.

La legislazione italiana somiglia alle highland scozzesi: è un luogo paludoso e nebbioso. Nessuno sa esattamente quante siano le leggi della repubblica: forse addirittura 50mila, come suggerisce il giurista Michele Ainis.

In Italia si è sempre pensato che i problemi si risolvessero a colpi di legge, varando norme spesso incomprensibili e inutili che introducono reati come la "dispersione delle ceneri non autorizzata".

Leggi riscritte, corrette o parzialmente modificate, che prevedono sanzioni "di cui al decreto legislativo 1 agosto 2003, n. 259, come modificato dall'articolo 2, comma 136, del decreto legge 3 ottobre 2006, n. 262, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286".

In Italia raramente le leggi vengono scritte per il bene comune. Non sono varate per prevenire, ma per porre rimedio ai problemi. Servono alla casta o ai gruppi di potere, e spesso sono pasticci nati da compromessi o da esigenze populiste. Molte esistono solo sulla carta.

Tra le cause principali di questa situazione c'è l'incompetenza dei legislatori: un dilettantismo viziato da ideologie, astuzie, interessi, meccanismi autoreferenziali e improvvisazioni. Molte leggi nascono nel clima emotivo provocato dalle tragedie.

Un rom ubriaco uccide quattro persone? Si approva subito una legge, per accorgersi – pochi giorni dopo – che non può funzionare. D'estate si moltiplicano gli incendi? Si risponde con una norma, per constatare poi che i comuni non inseriscono le aree bruciate nell'apposito catasto. Fatta la legge, si trova l'inganno: le pene fino a tre anni vengono ignorate; poi ci sono sconti, benefici, domiciliari, affidamento ai servizi sociali, semilibertà, prescrizione…

Per legiferare su problemi sensibili, il rituale prevede la creazione del nemico di turno: il tifoso violento, il rom stupratore, la maga ingannatrice, il musulmano sospetto. Una prova lampante è la legislazione sull'immigrazione. In assenza di una politica organica, per anni i governi di sinistra e di destra si sono affidati alla prassi del foglio di via e delle sanatorie.

Ora, con le prigioni piene e 1.200 posti nei cpt, s'inventa il reato di immigrazione illegale, applicabile a oltre un milione di extracomunitari. Chi li ha fatti entrare? La risposta viene dal capo della polizia, Antonio Manganelli: "In Italia c'è un indulto quotidiano".

Lo stesso stato che per anni ha chiuso un occhio sulla presenza di immigrati irregolari, ora si presenta come garante della sicurezza. E corre ai ripari con misure di facciata. Così si conferma una regola non scritta: non è la realtà che conta ma la sua "percezione".

È ovvio che regolarizzare le badanti aiuterebbe la legalità e l'economia, ma la parola sanatoria "non fa parte del vocabolario" del ministro Maroni. Come dire: sappiamo che esistono, ma facciamo finta di non vederle.

Un altro stratagemma sperimentato con successo è quello di far passare provvedimenti tutt'altro che improrogabili con leggi d'urgenza, come è accaduto con la clausola salva-premier infilata nel pacchetto sicurezza. Infine c'è la legge spettacolo: la manovra da 35 miliardi varata in nove minuti e mezzo, come ha sottolineato la stampa piena di ammirazione. Dimenticando un piccolo dettaglio: la metà di quelle norme era ancora da scrivere. Lex dubia non obligat.

GERHARD MUMELTER è il corrispondente dall'Italia del quotidiano austriaco Der Standard.

venerdì, giugno 27, 2008

Chi ha ragione?



COMMISSIONE UE: SCHEDATURE IMPRONTE ROM CONTRO DIRITTO COMUNITARIO…
(Adnkronos/Aki) - Gli Stati membri dell'Unione europea non possono prendere misure di schedatura o prelievo di informazioni biometriche come impronte digitali per singoli gruppi nazionali o etnici. Lo ha detto Pietro Petrucci, uno dei portavoce della Commissione europea. Petrucci si è rifiutato di commentare direttamente l'annuncio lanciato dal ministro dell'Interno Roberto Maroni di una banca dati con le impronte digitali dei rom. "Si tratta solo di un annuncio -ha detto- e noi non commentiamo annunci. Parliamo solo quando siamo di fronte a un fatto concreto, a un atto giuridico dello Stato membro".

Tuttavia, di fronte alla domanda dei giornalisti se sia in generale compatibile con le norme Ue contro la discriminazione e i pari diritti dei cittadini comunitari che uno Stato membro schedi le impronte dei soli rom, Petrucci ha risposto chiaramente: "no". Il portavoce ha spiegato inoltre che il governo italiano dovrà notificare la norma a Bruxelles una volta che il decreto, passati i due mesi di rito, sarà convertito in legge. Petrucci ha comunque aggiunto che "non è mai successo finora in uno Stato membro" che si schedino le impronte di un singolo gruppo.

2 - IMPRONTE AI BAMBINI IMMIGRATI PREVISTE DA REGOLAMENTO UE…
(Adnkronos) - La proposta del ministro dell'Interno Roberto Maroni di prendere le impronte digitali ai bambini dei campi nomadi, nell'ambito delle misure per la sicurezza, ha fatto piovere sul titolare del Viminale le critiche del Garante della Privacy, dell'Unicef, della Caritas, della Cgil, della sinistra e dell'Ue. Maroni ha respinto le critiche spiegando come la sua proposta si concretizzerebbe in un censimento e non in una schedatura. E soprattutto ha invitato quanti lo hanno criticato e continuano a farlo ad informarsi prima di attaccare a testa bassa. Ed a ragione, perche' proprio un recente regolamento dell'Unione europea in tema di immigrazione, il 380 del 18 aprile di quest'anno prevede espressamente il ricorso agli 'identificatori biometrici', le impronte digitali, appunto: "il rilevamento delle impronte digitali -si legge nella norma comunitaria- e' obbligatorio a partire dall'eta' di sei anni".

Secondo le nuove regole che modificano il regolamento n. 1030 del 2002 per l'istituzione di un modello uniforme per i permessi di soggiorno, gli elementi biometrici contenuti nei permessi di soggiorno possono essere usati al fine di verificare l'autenticita' del documento e l'identita' del titolare "attraverso elementi comparativi direttamente disponibili quando la legislazione nazionale richiede la presentazione del permesso di soggiorno".

Il modello uniforme per i permessi di soggiorno "comprende un supporto di memorizzazione contenente l'immagine del volto e le immagini delle due impronte digitali del titolare, entrambe in formato interoperativo. I dati sono protetti e il supporto di memorizzazione e' dotato di capacita' sufficiente per garantire l'integrita', l'autenticita' e la riservatezza dei dati". Secondo il nuovo regolamento Ue gli Stati membri rilevano identificatori biometrici comprendenti l'immagine del volto e due impronte digitali di cittadini di Paesi terzi. La procedura, recita il regolamento, "e' stabilita' conformemente alla prassi nazionale dello Stato membro interessato e nel rispetto delle norme di garanzia previste dalla convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle liberta' fondamentali e dalla convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo".

"Il rilevamento delle impronte digitali – prosegue l'articolo 4-ter del nuovo regolamento U e- e' obbligatorio a partire dall'eta' di sei anni". Ovviamente, le persone alle quali e' impossibile, per motivi fisici, prendere le impronte digitali sono esentate dall'obbligo di rilevamento.

Per adeguarsi alle norme sul rilevamento delle impronte digitali, i Paesi aderenti all'Ue hanno tre anni di tempo, mentre per quel che riguarda la fotografia come principale identificatore biometrico i tempi tecnici fissati dall'Ue per l'adeguamento alle nuove regole sono stati fissati in due anni. Naturalmente, l'attuazione del nuovo regolamento non inficia la validita' dei permessi di soggiorno gia' rilasciati, "salvo decisione contraria dello Stato membro interessato".

Il permesso di soggiorno comprendente gli identificatori biometrici, si legge tra l'altro nel regolamento Ue, sara' prodotto come documento separato (nel formato Id1 o Id 2) e utilizzera' le prescrizioni tecniche stabilite nei documenti Icao sui visti a lettura ottica o sui documenti di viaggio a lettura ottica (carte).

Come supporto di memorizzazione e' utilizzato un microprocessore. Gli Stati membri, viene rilevato nel regolamento Ue, possono memorizzare dai in questo microprocessore o inserire nel permesso di soggiorno un'interfaccia duale o un microprocessore a contatto separato inseriti sul retro della carta, che pero' "sono destinati ad usi nazionali e non devono in nessun modo interferire con il microprocessore".

L'inserimento di identificatori biometrici, si legge nelle considerazioni del Consiglio dell'Ue che precede il testo del nuovo regolamento, "costituisce una tappa importante verso l'utilizzazione di nuovi elementi che consentano di creare un legame piu' sicuro tra il permesso di soggiorno e il suo titolare, fornendo in tal modo un notevole contributo alla protezione del permesso di soggiorno contro l'uso fraudolento".

Quando un giornale non sa di cosa parla



Non si capisce a che titolo dare il Nobel per la pace alla Betancourt. L'Unità semplicemente non sa di cosa scrive. Forse dovrebbe rivedere la carriera politica della ex candidata presidenziale colombiana, sempre francamente di destra e abbastanza trasparente fino al rapimento compiuto per una sua incredibile leggerezza. Che sia liberata, ma Nobel proprio no. Informatevi ogni tanto.


L'Unità: Nobel per la pace a Ingrid Betancourt

Da sei anni e chissà quanti giorni alle 5 di ogni mattina la madre di Ingrid Betancourt parla per mezz’ora alla figlia attraverso una radio diversa da ogni altra: accoglie le voci di padri, mogli e dei prigionieri delle Farc. Raccontano piccole cose della vita normale. Gli amici che salutano. Come va la scuola. Notizie tristi quando non è possibile tacere, ma Ingrid non ha saputo dalla madre che il padre era morto poco dopo il sequestro. Yolanda Pulecio de Betancourt aveva supplicato le Farc di liberarla per il funerale. Silenzio. Qualche capo Farc deve averla informata chissà come, chissà quando.

Sono quattro giorni che Yolanda Pulecio de Betancourt racconta alla figlia la novità. «Un giornale italiano ti ha proposto per il Nobel. All’appello dell’Unità, giornale fondato da Antonio Gramsci, rispondono migliaia di persone. Non solo dall’Italia: Spagna, Europa perfino dall’Amazzonia. Forse la tua vita sta cambiando… ».

Per una giusta causa è nato un comitato promotore bipartisan alla Camera dei Deputati. Primo firmatario Fabio Evangelisti, Italia dei valori: «È il primo mattone e un progetto ambizioso, su cui vogliamo coinvolgere la politica, l'associazionismo e i cittadini». Molte decine le firme raccolte tra i parlamentari, in testa Pd e Idv, seguiti dai colleghi del Pdl, Udc e Lega.

Intanto la regione Toscana sta per annunciare un comitato di premi Nobel per concretizzare la proposta dell’Unità. Perché il Nobel per la Pace non è una medaglia alla vanità ma un viatico per liberare a chi non si arrende al tornaconto. Proposta che raccoglie la reazione di protagonisti consapevoli che la distrazione di tutti può spegnere le voci non distratte. Sarebbe viva senza il Nobel per la Pace Aung San Suu Ky, prigioniera nella sua casa in Birmania, anima della democrazia che non si è spenta e spaventa i militari consolando la speranza alla gente? E Rigoberta Menchu e Perez Esquivel? Ogni giorno centinaia di lettori e non lettori firmano l’appello. Potranno i carcerieri resistere alla pressione che si allarga? Lo sapremo. Qualcosa - strana coincidenza - improvvisamente comincia a muoversi.

giovedì, giugno 26, 2008

Sant'Apollinare e la tomba del bandito

mercoledì, giugno 25, 2008

Romanzo criminale

Enrico de Pedis


La banda della Magliana è uno dei casi più oscuri dell'Italia del dopoguerra. Un buco nero da cui potrebbero uscire molte risposte anche su quello che questa povera Italia è diventata.

Dalla Magliana ai salotti buoni romanzo criminale di una banda

GIANCARLO DE CATALDO per la Repubblica
BISOGNA sempre fare una robusta tara, quando si parla di Banda della Magliana: con l'andar del tempo, la dimensione di questo gruppo criminale ha assunto contorni di leggenda. Piccoli delinquentelli cani sciolti si appropriano con disinvoltura di quarti di nobiltà criminale millantando legami inesistenti con la Banda. E zelanti sbirri accrescono il prestigio di arresti periferici collegando arbitrariamente il ladro di turno alla ormai mitica Banda. La "voce" di rapporti fra De Pedis e il Vaticano riemersa prepotentemente in questi giorni, non è una novità in senso assoluto: anche se, almeno sino al maxiprocesso del 1996, niente di serio era mai trapelato. E' verosimile un così prolungato silenzio, anche da parte dei "pentiti"?

Non avevano forse accusato altre figure eccellenti (qualcuno ritrattando, qualcun altro, come Antonio Mancini, confermando senza mai smentirsi)? Se sapevano, perché hanno taciuto su Emanuela?

Il dato di partenza, se considerato come ipotesi "di contesto", appare comunque verosimile. A parte il dettaglio della sepoltura in terra consacrata di un uomo che, quando fu assassinato, chiamavano "Il Presidente" della malavita, che De Pedis e l'ala "testaccina" da lui capeggiata godessero di ottime entrature, è verità storicamente accertata. Non altrettanto certo è che si possa attribuire un'analoga capacità di manovra all'intera Banda della Magliana.

Anche qui vanno sfatati alcuni resistenti luoghi comuni. Come associazione criminale, la Banda della Magliana nacque per aggregazione di "batterie" di giovani delinquenti di periferia. Si strutturò come vera e propria banda reinvestendo nel traffico di eroina e di cocaina i proventi di un tragico sequestro di persona. Impose la propria egemonia sulla città di Roma grazie a un uso sapiente e chirurgico della violenza, e, da un certo punto in avanti, fu apertamente "aiutata" a progredire. Sottovalutazione della pericolosità, distrazione delle forze dell'ordine, impegnate nella spasmodica caccia ai terroristi, soprattutto "rossi", l'abilità manovriera di alcuni boss assicurarono alla Banda una rete di complicità che, sia pure per un breve periodo, equivalse a una patente di impunità.

Ma, attenzione: non tutti i componenti della Banda, e non sempre, poterono godere di uguale libertà di manovra. Secondo una consolidata legge della malavita - e il crimine organizzato non fa eccezione - da un certo momento in avanti si procedette ciascuno per sé. Invidie e rancori esplosero fra l'anima "proletaria" e borgatara e quella più compromessa con pericolosi compagni di strada come mafiosi, massoni deviati, terroristi, grand commis dalle oscure frequentazioni. D'altronde, era inevitabile che fra gente che sognava una villetta all'Infernetto e un negozio di parrucchiera per la sua compagna e uno come Renatino De Pedis che ostentava atteggiamenti e look da gran signore, si finisse ai ferri corti. Per intenderci: per cercare la prigione di Moro fu coinvolta l'intera banda, ma a sparare a Roberto Rosone, il vice di Calvi all'Ambrosiano, Danilo Abbruciati ci andò da solo, e senza informare gli altri. Proprio per questo, d'altronde, ipotizzare che la scomparsa di Emanuela Orlandi sia un affare "tout court" della Magliana è azzardato: perché, in quell'anno 1983, la storia personale di De Pedis aveva già preso un'altra strada.

Il suo coinvolgimento nella scomparsa di Emanuela potrebbe però trovare, stando ai si dice di questi giorni, una spiegazione in chiave di politica, interna o internazionale. Il ricatto al Vaticano, l'ombra di Marcinkus, i maledetti (viene da dire: diabolici) soldi dello Ior, l'esecuzione sotto il Ponte dei Frati Neri, i missili Exocet, il sicario turco che invoca la Madonna di Fatima... Un gioco enorme anche per gente pronta a tutto, che, negli anni a venire, avremmo imparato ad assimilare non alla genìa dei criminali, ma a quella degli imprenditori "abili e spregiudicati". Uno scenario tanto tragico quanto affascinante. Uno scenario che l'ostinato "riserbo" mantenuto in tutti questi anni dalle gerarchie ecclesiastiche ha decisamente complicato. Le ex spie dell'Est, però, smentiscono categoricamente. D'accordo, le smentite dei professionisti della menzogna lasciano il tempo che trovano. Ma è impossibile non tenerne conto, non foss'altro per smentire le smentite.

Nel corso degli anni, altre "piste" si sono accavallate. Qualcuno era innamorato follemente di Emanuela e se l'è portata via. Qualcun altro è intervenuto impiantando un ricatto politico su una vicenda di tutt'altro genere. La Banda della Magliana, o chi diceva di agire a suo nome, o semplicemente sfruttava la propria autorevolezza criminale, si è prestato al gioco. Sta di fatto che qualunque ipotesi rimanda, drammaticamente, al Vaticano e ai suoi silenzi. I verbali che circolano, ha osservato il giudice Lupacchini, che di questa storia ne sa forse più di chiunque altro, conterrebbero almeno una grave imprecisione temporale. Staremo a vedere. Può sembrare una frase fatta, ma è così che funzionano - o dovrebbero funzionare - le cose nell'ambito della giustizia. Soltanto il tempo potrà fornire le risposte. Il tempo dell'inchiesta giudiziaria: che è lento, meditato, scandito da regole che da un lato impongono verifiche puntuali, addirittura ossessive, della credibilità di testimoni e imputati, dall'altro assoggettano ogni dichiarazione alle strettoie del regime processuale. In vicende di questo genere ci si rende acutamente conto di come il tempo della giustizia e quello, convulso e frenetico, dell'informazione, corrano a due velocità inconciliabili.

Tutti gli addetti ai lavori, in questi giorni, sono benissimo a conoscenza di alcune verità elementari. Non è affatto garantito che tutti i verbali diventino "prova" in un dibattimento. Non è nemmeno certo che, alla fine, un processo debba necessariamente essere celebrato. E chiunque faccia questo mestiere, d'altronde, sa quanto sottile sia il discrimine fra verità e calunnia, e quanto sia arduo, a volte, individuarlo: solo pochi anni fa un "superteste" annunciò bombe e stragi e sui giornali si parlò di golpe imminente. Poi si venne a sapere che il superteste era screditato, e gli stessi giornali definirono il golpe "una bufala". Era il marzo 1992. E non era una bufala. Di lì a poco avrebbero ucciso Lima, Falcone, Borsellino, e fatto saltare in aria gli Uffizi e San Giorgio al Velabro, oscurato i centralini del Viminale, cercato di coinvolgere il Presidente della Repubblica in uno scandalo finanziario.

I nuovi sviluppi del caso Orlandi ci costringono, una volta di più, a riaprire la partita con la storia criminale d'Italia. Una storia segnata da una continuità impressionante di rapporti fra settori deviati delle istituzioni e criminalità organizzata, fra servitori infedeli dello Stato e terroristi, fra uomini in grigio e coppole e lupare. Una lunga catena di agevolazioni, depistaggi, affari gestiti in comune. Con costanti pressoché obbligate: lo scambio di favori, l'occultamento delle prove, il patto per tacere segreti inconfessabili. Da qui, anche da qui, l'esito deludente di processi che si annunciavano clamorosi e che si sono trasformati in altrettante débacle per la giustizia: anche dietro l'omicidio Pecorelli c'era la Magliana. Tutti assolti. Andreotti baciò Riina. Tutti assolti (o prescritti). Calvi fu "assistito" a Londra dagli usurai di Campo dei Fiori. Tutti assolti.

Speriamo che anche questa volta non finisca allo stesso modo.

Un "cazzaro" in galera



Questa è la storia di un truffatore come ce ne sono tanti che è stato beccato negli Stati Uniti. Si farà del carcere, non come sarebbe accaduto se lo avessero preso in quella repubblica delle banane che è l'Italia di Berlusconi.

Mario Calabresi per la Repubblica

Dopo cinque anni di lussi, feste, aerei privati, panfili, amicizie potenti e un amore hollywoodiano, la favola americana di Raffaello Follieri, nato 29 anni fa a San Giovanni Rotondo - il paese dove è sepolto Padre Pio - si è conclusa ieri quando l´Fbi lo ha portato in manette nel Tribunale federale di Manhattan.
Incriminato per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, trasferimento illecito di denaro e riciclaggio, il ragazzo italiano che aveva fatto credere a New York e ai Clinton di essere il direttore finanziario del Vaticano ora rischia 225 anni di prigione. Per la libertà condizionata, il giudica ha fissato una cauzione di 21 milioni di dollari.

È una storia che ha tutti le caratteristiche classiche e che ricorda i film in cui Totò cercava di vendere agli americani la Fontana di Trevi: in questo caso però non si trattava di beni antichi ma delle proprietà della Chiesa cattolica negli Stati Uniti di cui Follieri millantava di essere il rappresentante. E non stupisce che il primo ad avere sospetti sia stato proprio un italoamericano: Andrew Cuomo, procuratore generale di New York, che da mesi lo aveva messo nel mirino.

Da cinque anni il jet set di Manhattan si era abituato alla presenza di questo ragazzo belloccio, fidanzato con l´attrice Anne Hathaway - 24 anni, famosa per essere stata la protagonista del film «Il diavolo veste Prada» - che faceva una vita da nababbo. Appartamento alla Trump Tower sulla Quinta Strada, 37mila dollari d´affitto al mese; ufficio su Park Avenue; vacanze e viaggi con l´aereo privato; un uomo di scorta sempre alle sue spalle; uno yacht di 40 metri ai Caraibi; un appartamento di 750 metri quadrati, che si sviluppava tra il 46esimo e 47esimo piano, comprato all´Olympic Tower, il palazzo costruito da Onassis accanto alla cattedrale di St. Patrick e con vista su Central Park; un tenore di vita incredibile, perfino il lusso delle visite a domicilio di un dottore londinese le cui trasferte a New York costavano ben 30 mila dollari l´una.

A costruire questa favola Follieri ci era riuscito sostenendo di essere in America per incarico del cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato della Santa Sede dal 1991 al 2006, e facendosi accompagnare dal giovane nipote dell´alto prelato, l´ingegnere Andrea Sodano. Millantando il legame con il Vaticano, Follieri sosteneva di essere in grado di acquistare, ad un prezzo di favore, gli immobili che alcune diocesi Usa erano state costrette a mettere in vendita per pagare gli indennizzi dovuti allo scandalo dei preti pedofili.

Chi entrava nel suo ufficio restava colpito prima di tutto dalla foto di Raffaello e della fidanzata con Papa Giovanni Paolo II, l´Fbi invece è stata più impressionata dal fatto che avesse negli armadi molti abiti talari, vesti cardinalizie, che servivano a far fare il salto di qualità a due monsignori da lui stipendiati che si portava dietro ogni volta che doveva trattare un affare. Nelle carte dell´Fbi si racconta anche che aveva pagato un impiegato amministrativo del Vaticano per avere informazioni, contatti, numeri telefonici di alti esponenti delle gerarchie ecclesiatiche e per poter organizzare visite private nei giardini e ai musei vaticani per i suoi ospiti, così da impressionarli del suo potere.

Grazie a questa messa in scena aveva stretto un rapporto con Douglas Band, un collaboratore di Bill Clinton, e con il suo aiuto aveva avvicinato molti dei facoltosi amici dell´ex presidente, a partire dal miliardario californiano Ronald Burkle. È a lui che avrebbe proposto l´acquisto di proprietà della Chiesa a prezzo stracciato, ottenendo un investimento di 55 milioni di dollari, finiti però nelle tasche di Follieri, per finanziare la sua vita principesca. Ai Clinton aveva promesso grandi donazioni - mai arrivate - alla fondazione di Bill e il voto di molti cattolici per Hillary.

Per un lungo tempo raccontò che grazie ai suoi contatti vaticani era in grado di comprare proprietà immobiliari della Chiesa in disuso per lanciarle sul mercato, ma quando si cominciò a capire che non era vero cambiò cavallo e prima disse che stava per comprare una rete televisiva cattolica, poi di aver avuto il mandato da una delle organizzazioni finanziarie della Chiesa di vendere l´oro, infine si presentava come direttore finanziario del Vaticano.

Ora il castello di menzogne è crollato. Nel documento dell´Fbi si racconta che un giornalista «di una ben nota testata italiana» ha aiutato Follieri a «organizzare incontri con personalità a Roma» e che sarebbe stato suo ospite nell´appartamento newyorkese. Del reporter non si conosce il nome, così come sono ancora senza volto i due «monsignori». Per lungo tempo Follieri sembrava godere di legami ad altissimo livello, tanto che lo scorso anno ebbe ospite a cena l´allora ministro degli Esteri Massimo D´Alema.

La prima a rendersi conto che la favola era finita è stata, con incredibile tempismo, la fidanzata. Due settimane fa erano ancora insieme alle sfilate a New York, ma Anne Hathaway lo ha lasciato nel weekend tra il 14 e il 15 giugno, alla vigilia della serata di lancio del suo ultimo film, «Get smart», e prima di diventare la testimonial del nuovo profumo di Lancome. Lei aveva capito che l´aria era davvero cambiata quando si era accorta che lui aveva smesso di pagare l´affitto alla Trump Tower.

Molti lo ricordano due anni fa al gala della Niaf (National Italian American Foundation) dove venne premiato per motivi umanitari - grazie alla sua fondazione che prometteva di vaccinare bambini latinoamericani - seduto al tavolo insieme al padre, alla madre, alla fidanzata e a due cardinali, di cui nessuno però ricorda i nomi.

Una vita violenta

Sabrina Minardi e l'ex marito Bruno Giordano



IL BOSS E LA BELLA TRA AEREI PRIVATI E REVOLVERATE, FESTE E COCAINA
Valentina Errante e Cristiana Mangani per “Il Messaggero”
Sabrina Minardi ed Enrico De Pedis, storia di amore e di coltelli. Si conoscono e lei ne diventa l’amante per qualche anno. Sono anni di delitti, di violenze, ma anche di conoscenze altolocate, di benessere e denaro a fiumi. Sabrina si è appena separata dal “bomber” della Lazio, Bruno Giordano, dal quale ha avuto una figlia, con una vita sfortunata quanto la sua. Proprio un paio di mesi fa la ragazza, Valentina, è in auto con Stefano Lucidi, il giovane che ha travolto e ucciso due sue coetanei in motorino sulla Nomentana, Alessio Giuliani e la sua fidanzata Flaminia Giordani. Stava litigando con lei perché voleva lasciarlo. Sabrina ha parlato spesso della figlia, forse ha fatto anche intuire che vorrebbe cercare il modo per aiutarla.

Ma sono i due anni con De Pedis il momento di gloria. «Roberto Calvi (il banchiere dell’Ambrosiano, il cui cadavere venne rinvenuto sotto il ponte dei Frati Neri a Londra) mi metteva a disposizione un aereo privato per viaggiare», ha raccontato la donna lasciando intravedere i rapporti dell’alta finanza con la banda della Magliana. Gli stessi rapporti dei quali ha parlato anche il figlio del banchiere ucciso.

È proprio il legame con la Minardi, però, che costa caro a De Pedis, perché, nel dicembre 1984, viene catturato grazie al pedinamento della donna. Le manette ai polsi di “Renatino” scattano nell'appartamento di Via Vittorini 63 dove lei viveva. Negli anni successivi Minardi attraversa periodi segnati dalla cocaina. E oggi si trova in una comunità di recupero.
De Pedis è il boss, uno dei capi del sodalizio criminale più famoso e misterioso degli anni ’80. Viene ucciso a colpi di pistola in un agguato a Roma, vicino Campo de’ Fiori. Un regolamento di conti tra compari, viene definito.
Però, al contrario degli altri suoi complici, a De Pedis venne riconosciuto uno spirito imprenditoriale fuori del comune. Mentre gli altri sperperavano il bottino nei vizi, “Renatino” investiva in attività legali, imprese edili, ristoranti, boutique. Al punto che è arrivato il giorno in cui non ha più voluto dividere “la stecca”: uno smacco da far pagare caro. Così, nell’89, quando esce dal carcere Edoardo Toscano detto “Operaietto” il suo obiettivo è cercare De Pedis per ammazzarlo. Ma “Renatino” gioca d’anticipo e lo fa uccidere dai suoi killer personali (Ciletto e Rufetto), dopo averlo fatto cadere in una imboscata. È il 2 febbraio del ’90 quando gli assassini, assoldati per l’occasione, lo raggiungono fuori da una bottega di via del Pellegrino e lo freddano.

Criminale in vita, un’autorità da morto: al boss della Magliana va il riconoscimento di essere seppellito nella Basilica di Sant’Apollinare tra le alte sfere del clero e la nobiltà patrizia. «Ha fatto tante offerte - giustifica la decisione il rettore - L’ha deciso il cardinal Poletti». E su quelle spoglie nessuna indagine potrà mai essere fatta, perché la Basilica è territorio del Vaticano.

martedì, giugno 24, 2008

Un uomo (un po' sfigato) al comando



Continuano le sfighe di Donadoni: ieri si è iscritto al Partito Democratico.

da "Il Rompipallone", di Gene Gnocchi sulla Gazzetta dello Sport

Titanic



da repubblica.it

ROMA - Via libera del Senato al decreto sicurezza. L'Aula di Palazzo Madama approva il testo che stabilisce l'uso dell'esercito nelle città e contiene la contestata norma "salva-premier" (166 voti favorevoli, 123 contrari e 1 astrenuto). Quell'emendamento che prevede il blocco dei processi per i reati che non creano allarme sociale commessi fino al giugno 2002, tra cui quello Mills in cui è imputato il premier Silvio Berlusconi, per dare priorità a quelli per fatti gravi e gravissimi e in violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro. L'Udc, l'Idv e Pd hanno votato contro. "Siamo contrari all'aggravante di clandestinità e alla norma che sospende i processi. Ritiratela da questo decreto. Non è questione di antiberlusconismo, il dialogo deve avere principi e regole condivisi" dice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo dei Democratici. L'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che non ha partecipato al voto, attacca "quelle lobby politico-eversive che sono l'Associazione nazionale magistrati e il Consiglio superiore della magistratura". Rivendica l'approvazione del decreto Maurizio Gasparri: "Votiamo con orgoglio un provvedimento che dà più sicurezza gli italiani e più trasparenza alla giustizia" dice il capogruppo del Pdl. Di tutt'altro avviso il partito di Antonio Di Pietro i cui senatori parlano di un ritorno della P2, alzano cartelli con su scritto "E' tornato il caimano". Il testo passa ora passa all'esame della Camera.

Castelli: "Sì alla tregua". "Rinunciare all'emendamento blocca-processi per avere una tregua subito". L'ex ministro della Giustizia, Roberto Castelli accoglie così la proposta dell'Anm che mira a stoppare il duro scontro con il governo sull'emendamento "salva-premier" ("no alle sospensioni, sì all'immunità" dice il presidente Cascini a Repubblica). Un'apertura che resta isolata. E così, dopo il voto, Castelli getta la spugna: "La mia era solo una proposta di buon senso, mi sembrava che potesse essere utile per svelenire il clima. Ma mi pare che non sia andata". E la stessa Anm precisa: "Espressioni come offerta di tregua al governo o ad altri ordini dello stato non appartengono al lessico della associazione che non si pone in contrapposizione a nessuna altra istituzione".

Alfano. Dal suo canto il ministro della Giustizia Angelino Alfano, annuncia che sarà portato al prossimo cdm l'annunciato disegno di legge sulla "sospensione dei processi per le più alte cariche dello Stato. "Le legittime polemiche non blocchino il processo riformatore, che in questa legislatura ha concrete chances di realizzazione" dice il Guardasigilli.

Csm: E' possibile che giovedì dal Csm arrivi la prima risposta alle accuse che Berlusconi, ha rivolto ai giudici milanesi del processo Mills. Per quel giorno infatti la prima commissione potrebbe votare il testo della risoluzione 'a tutela' delle toghe. "E' possibile ma non sicuro", si limita a dire il presidente Antonio Patrono, togato di Magistratura Indipendente. E anche la Commissione internazione dei giuristi si fa sentire, chiedendo al governo "di mettere fine alle interferenze nei confronti dell'indipendenza della magistratura".

La crisi di Al Quaeda




Un bellissimo articolo di Carlo Bonini

Carlo Bonini “la Repubblica”

Lorda del sangue dei suoi nemici, ma soprattutto di quello dei suoi fratelli, Al Qaeda sta perdendo la battaglia delle idee e della fede. Il suo autunno è cominciato. La crepa aperta dalle prime dissociazioni dei suoi chierici può farsi voragine, modificando per sempre la natura dell´organizzazione così come abbiamo imparato a conoscerla, la sua stessa capacità di penetrazione e contagio nelle madrasse d´Oriente, nelle enclave musulmane d´Occidente: Inghilterra, Spagna, Italia, Francia. Le cose stanno davvero così?

Iniziata ai primi di giugno come un soffio, come l´affilata intuizione di Peter Bergen e Paul Cruickshank, eccellenti ricercatori del «Center for Law and Security» della New York University, il cui lavoro ha trovato spazio sulla copertina del settimanale The Nation, l´affermazione si è fatta tempesta in sole tre settimane. Conquistando la stampa inglese (Economist, The Indipendent), e mettendo a rumore i circoli dell´intelligence americana ed europea.

Nel suo ufficio alla «New America Foundation», think-tank di Washington, Bergen usa l´indicativo: «È così. Al Qaeda sta perdendo la sua base di consenso popolare, perché ha cominciato a perdere la sua battaglia religiosa. Le dissociazioni di Noman Benotman, ex leader del Gruppo Islamico combattente libico, e, soprattutto, di Sayed Imam Al-Sharif, alias "dottor Fadl", sono più di un indizio. Sono la parte emersa dello scollamento di quella base religiosa che, nel tempo, ha dato agli occhi dell´Islam legittimità alla dottrina jihadista declinata da Osama Bin Laden e Ayman Al-Zawahiri. Sono il segnale di un´implosione in atto che spiega altrimenti quanto certa propaganda occidentale vorrebbe, al contrario, attribuire ai successi della politica della Casa Bianca in Medio Oriente».

È storia degli ultimi mesi. Dal chiuso di una prigione egiziana in cui è rinchiuso, Sayed Imam Al-Sharif, mentore di Al Zawahiri negli anni della sua formazione, amico personale di Osama Bin Laden dal tempo del suo esilio in Sudan (1993), ma soprattutto custode delle ragioni del radicalismo islamico e levatore di quel grumo di violenza religiosa che prenderà solo più tardi il nome e la forma di Al Qaeda, licenzia un libro, «Razionalizzazione della Jihad», che viene pubblicato a puntate da un quotidiano del Cairo. A sollecitare il suo lavoro - scrive lui stesso - sono «le gravi violazioni della legge della Sharia avvenute negli ultimi anni per mano di chi, nel nome della Jihad, ha ucciso a centinaia musulmani e non, compresi donne e bambini».

La Sharia - argomenta il chierico - è stata tradita dall´apostasia della dottrina del Takfir, la legge che muove gli assassini di Al Qaeda, in nome di una interpretazione che si pretende esclusiva del Corano. La stessa che attribuisce al Profeta ciò che il Profeta mai ha detto, come giustificare il mezzo con il fine, dunque anche la morte dell´infedele attraverso quella del fratello musulmano. «Al-Zawahiri e il suo emiro Bin Laden sono immorali», conclude il "dottore" nel novembre dello scorso anno, in un´intervista al quotidiano Al-Hayat.

La profondità della ferita aperta da Sayed Imam Al-Sharif è nella reazione furibonda e al tempo stesso preoccupata di Al-Zawahiri. L´ex discepolo, in un messaggio registrato del dicembre scorso, liquida il suo ex maestro come traditore e ventriloquo del regime di Hosni Mubarak, gli dedica nel marzo scorso un libro - «L´Esonero» - che ne dovrebbe confutare le tesi, liquidandole come «il tentativo disperato di chi prova a contrapporsi alla marea montante del risveglio della Jihad». La verità è che le parole di Al-Sharif hanno lavorato e lavorano in profondità nell´epicentro così come ai margini di quella struttura nuova e allargata di Al-Qaeda che, all´indomani dell´invasione dell´Afghanistan, aveva scommesso proprio sullo spontaneismo jihadista e sull´attribuzione in franchising del suo marchio quali fattori di successo della strategia del Terrore.

Del resto, l´esempio di Al-Sharif non resta il solo. Noman Benotman, ex leader del Gruppo Islamico combattente libico, rompe con Al Qaeda e, nel 2007, convince ciò che resta della sua organizzazione a chiudere accordi di pace con il regime del colonnello Gheddafi. E questo mentre i pochi sensori demoscopici ciclicamente utilizzati per misurare la febbre del radicalismo nei paesi musulmani (quelli del prestigioso centro americano Pew Global Attitudes project) fanno registrare significativi smottamenti nel sostegno dichiarato ad Al Qaeda: dal 73 al 39 per cento della popolazione in Libano, dal 27 al 15 in Indonesia, dal 40 al 13 in Marocco.

Peter Bergen si fa serio. «Tutto questo, evidentemente, non autorizza a pensare o anche soltanto immaginare che la minaccia di Al Qaeda sia attenuata. Anzi, se proprio vogliamo immaginare a breve un esito di questo processo, che è e resta di medio-lungo periodo, dobbiamo sapere che un´organizzazione che sta perdendo la battaglia, come diremmo in Occidente, per vincere i cuori e le menti del suo popolo, è un´organizzazione capace di qualunque atrocità. O, comunque, spinta alla ricerca di un prossimo obiettivo privilegiato in grado di ricompattare i suoi militanti. E a pensare a Israele non credo si sbagli».

Ma che scherziamo che non ce le metto?

Le pagelle di Vittorio Zucconi ai giocatori di Italia-Spagna

LE PAGELLE DEL TIFOSO RASSEGNATO

Buffon (30). Il voto in decimi, da elementari, non basta più per colui che ci ha portato fuori dal gorgo del primo girone e ci aveva anche rimesso in sesto il conto dei rigori. E se qualcuno osa dire che ha avuto sedere su quell'errore salvato dal palo, si ricordi che non si videro mai portieri professionisti o giocatori professionali di poker sfigati.

Grosso (7). Toni è riuscito a portargli via dai piedi il sogno di rifare il numero di Germania 2006. Continua a giocare come se la palla fosse una testata atomica innescata, della quale liberarsi appena si passa la metà del campo per sganciarla su qualche altro malcapitato, ma che cavolo volete da uno che è stato buttato via da Moratti come la centesima cicca fumata a San Siro?

Panucci (7). Ha fatto l'unico gol italiano facendo rotolare il pallone nella porta romena e non ha dato occasioni contro la Spagna all'arbitro per appioppargli un rigore. Lippi lo aveva sepolto due anni fa, ma il vecchio Lazzarone un giretto fuori dalla grotta se l'è fatto. Buon per lui. Ora torna Lippi e lui torna nella grotta.

Chiellini (10). Tu es Petrus e su questa pietra potremmo rifondare Santa Madre Difesa oggi a pezzi. Non sarà Bramante o Brunelleschi, ma i muri li sa innalzare. In mancanza dei grandi architetti, viva i muratori.

Zambrotta (5). Uno spettro si aggira sulla destra della difesa italiana. Perché Donadoni non ha convocato Zambrotta al suo posto?

De Rossi (6). Alla fine era "dead midfielder walking", un centrocampista che camminava morto, di fatica. Aveva due occhiaie che avrebbero indotto qualsiasi madre a sbattergli almeno tre uova imponendogli di andare subito a confessarsi e non frugare più in Internet.

Perrotta (s. r). Senza ruolo. Quando è così, è come un filo elettrico senza la corrente, che deve sempre essere qualche elettricista a passargli, altrimenti è una corda qualsiasi, un volenteroso senza grandi piedi e fantasia.

Aquilani (2+). Per incoraggiamento. A un certo punto, quello che alla Rai fa la parte di Ginger Rogers per il Fred Astaire telecronista e si sente in dovere di parlare anche quando non ha niente da dire, cioè quasi sempre, lo ho chiamato, per felix lapsus, "Aquiloni". L'unico giudizio inteligente della serata. Era leggero e malinconico proprio come una cometa di carta tirata da un bambino su un prato di periferia.

Cassano (m. p. c.). Ma per carità. Se deve giocare così, in questo modo irritante e sempre con la stessa mossetta che hanno capito anche al Roccadisotto FC, meglio che si ributti sulle orecchiette e la burrata. Almeno si diverte lui. Una lode ai telecronisti che almeno ci hanno risparmiato il refrain del "talento di Bari Vecchia".

Ambrosini (s. v.). Senza voto. Bocciarlo sarebbe ingiusto. Promuoverlo sarebbe troppo generoso. Anche lui, come Perrotta, è abituato a fare la parte del baritono alla Scala lasciando ai tenori le romanze strappa applausi. Ieri cantava nella corale "Amici della Lirica" di Valenza Po, mica si poteva pretendere che diventasse di colpo Pavarotti "all'alba vincerooooo".

Toni (-1). Introduciamo la novità algebrica dei numeri negativi, perché, oltre a non combinare una beata mazza, ha anche impedito a un altro (Grosso) di fare gol, dunque si becca un "meno uno", tentando una sgangherata bicicletta al volo che sarebbe forse riuscita a un giocatore agilissimo altro un metro e cinquanta. Non a un pinocchione che sembrava avere tutte le parti del corpo montate male da un papà che non ha letto le istruzioni del mobile comperato all'Ikea.

Di Natale (4). Speriamo nella Befana, perché questo Natale ha portato soltanto carbone, e non Doni, al suo ammiratore, che ora perderà pure il posto. Atroce il suo rigore.

Camoranesi (7). Ha fatto casino, ha rimescolato un po' la morta gora del centrocampo italiano, ha impegnato il portiere Casillas, ha addirittura - miracolo - saltato qualche difensore. Sembrava un giocatore professionista di calcio in mezzo alla nazionale dell'ufficio paghe e contributi.

Del Piero (10+). No, adesso, seriamente. Deponete i flabelli, i turiboli, le fruste e la cassetta di acqua minerale. Che senso ha portarsi dietro uno così per farlo giocare un tempo e dieci minuti? Giusto per arruffianarsi i trombons del cosidetto giornalismo sportivo quelli del "come si fa a lasciare a casa Del Piero"? O ci credi, e lo fai giocare, o lo lasci in pace a conversare con i canarini.

Donadoni (6). Vigliacchi a tutti coloro che ora oseranno infierire o dare i suoi riccioletti in pasto alla plebe per salvarsi la poltrona. Gli auguro di trovare un lavoro meno ingrato di quello che gli fu buttato adosso dai sepolcri imbiancati del pallone italiano quando volevano farci credere di essere tornati tutti vergini.

Arbitro (8). Gli arbitri italiani sbagliano come tutti gli altri, dalla Lapponia all'Uzbekhistan, ma una cosa dovrebbero imparare i nostri: mettere un tappo ai loro zufoletti e lasciar giocare di più. 'Scolta Collina. Non tutte le cadute sono falli e se si zufola per ogni spinta e ogni ruzzolone si incoraggiano soltanto i "casqueurs" di professione e si fa fare esercizio ai massaggiatori e ai barellieri. I giocatori sono come i cani, capiscono in fretta che cosa permette, e non permette, di fare il padrone e non è un caso se nelle Euro aree di rigore si sono viste molto meno scene da "ratto delle Sabine" di quelle che vediamo nei campionati italiani. I cagnolini avevano capito che sarebbe stato inutile.

Piero Pelù canta Jeeg



Ora, magari mi sarò bevuto il cervello, ma dopo essermi preso del matto perché avevo accettato la leggenda secondo cui l'ex leader dei Litfiba avesse cantato questa sigla (in realtà il cantante si chiamava Fogus), ecco che ho trovato questa cover. Pelù ha registrato una propria versione della sigla che trovate nella versione deluxe di "Tutti fenomeni", ultimo album del cantante fiorentino.

Annunciaziò annunciaziò


da Repubblica.it
Via alla rivoluzione dei nomi web. Bene tutte le parole, in ogni lingua
PARIGI - Un indirizzo internet che dopo il punto finisce con una qualsiasi parola. Qualcosa che ci piace, per esempio (.amoremio, .il miogatto, .lasagne e via di questo passo) e in qualsiasi lingua, anche in russo, arabo o in cinese. La liberalizzazione dei dominii e adesso potrebbe diventare realtà. Giovedì l'Icann, la società che assegna nomi e numeri identificativi sulla rete, potrebbe allentare le regole finora ferree che permettono solo domini legati ai nomi dei paesi (.it, .uk), al commercio (.com) o alle organizzazioni (.org,.net). L'annuncio è stato dato oggi nella capitale francese, nel corso della 32esima riunione dell'organizzazione.

Messa così, potrebbe trattarsi di una delle più grandi trasformazioni della rete negli ultimi anni. A partire dal 2009 - un incubo o un sogno a seconda dei punti di vista - 1,3 miliardi di internauti potrebbero essere liberi di dare il nome che più li aggrada all'estensione del loro sito. Le grandi città e i grandi gruppi economici avranno una loro sigla, ce ne sarà una per Roma, Milano, Londra o New York.

L'apertura dell'Icann ha sorpreso gli operatori del settore, vista la rigidità dell'organismo. Ma solo fino a un certo punto, visto che nelle casse dell'Icann, che incassa una percentuale su ogni registrazione, entreranno molti più soldi. Attualmente sono 162 milioni i nomi recensiti, di cui più della metà in .net e .com, per un totale di circa 250 estensioni. Limitazioni che qualcuno ha già aggirato: l'isola di Tuvalu, per esempio, ha affittato la denominazione .tv a molte televisioni.

"L'impatto sarà diverso da paese a paese, ma consentirà a comunità e soggetti commerciali di esprimere le proprie identità online", ha spiegato l'amministratore delegato della compagnia Paul Twomwey. Un passo che per alcuni permetterà la massima libertà di espressione, ma secondo altri rischia di dare vita a una grande confusione. Basti pensare ad esempio cosa può significare avere più dominii che indicano settori di servizi, ad esempio quello bancario, o la possibilità di taroccare i marchi online.

Si va verso una liberalizzazione anche per quanto riguarda le lingue e i caratteri. La diversificazione sarà attuata con l'entrata in vigore della nuova generazione di indirizzi (Ipv6), che permetterà un numero staordinariamente più grande di indirizzi. Lo stock attuale, che utilizza il protocollo Ipv4, dovrebbe esaurirsi tra il 2010 e il 2011.

Insomma, la rete che verrà sarà poliglotta e personalizzata fino all'inverosimile. I dettagli saranno resi noti solo domani. Molti si chiedono come farà la società a impedire un accapparamento di "false estensioni", come già era successo con il vecchio sistema. Di sicuro sarà un momento festeggiato dall'industria del porno, che attende da anni l'assegnazione dell'estensione .xxx.

Cristo morto in guerra




Un jet da guerra diventa la croce su cui è morto Cristo. Ed è subito scompiglio al Museo di Arte contemporanea di Sydney per l'opera di Leo Ferrari. L'artista argentino ha presentato alla biennale la sua "Civilizzazione occidentale di Cristo", una scultura di grandi dimensioni che replica in scala un Fh 107 Fighter jet dell'aeronautica militare statunitense a cui è appeso un Cristo morente

lunedì, giugno 23, 2008

Non è lo Zimbabwe di Mugabe

...ma ci assomiglia sempre di più.

Santa Rita, il Riesame sui decessi
"Interventi inutili, non mortali"

da Repubblica.it

MILANO - La procura di Milano non ha dimostrato alcun nesso di causalità tra gli interventi chirurgici e le cinque morti sospette contestate ai medici del Santa Rita. Lo affermano i giudici del Tribunale del Riesame del capoluogo lombardo che hanno confermato gli arresti in carcere per Pierpaolo Brega Massone, l'ex primario di chirurgia toracica della clinica milanese, (ma solo per i reati di lesioni gravissime e truffa ai danni del Servizio sanitario nazionale). Detenzione annullata, invece, per i cinque episodi contestati di omicidio volontario, aggravato dalla crudeltà.

Secondo i giudici del Tribunale della Libertà, le perizie fatte eseguire dall'accusa hanno stabilito che "al più, gli interventi eseguiti sono stati una causa probabile dell'accelerazione del definitivo deterioramento delle condizioni fisiche dei pazienti. Gli esperti consultati dalla procura - hanno poi sottolineato i giudici - hanno definito in termini astratti un possibile nesso di causalità per i cinque episodi di decesso contestati, nesso che però non risulta concretamente delineato".

Per il Tribunale, quindi, le perizie hanno valutato soprattutto il profilo dell'opportunità e dell'inutilità delle operazioni eseguite, ma non hanno stabilito se siano state queste a determinare la morte dei cinque pazienti, per di più, con modalità e con tempo completamente diversi uno dall'altro. I giudici non hanno invece modificato il capo di imputazione mosso dai pm Tiziana Siciliano e Grazia Pradella, quello relativo all'omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. Ai fini pratici, per l'ex chirurgo del Santa Rita, cambia comunque poco: il medico resterà in carcere perchè sono stati ritenuti tuttora esistenti i pericoli di inquinamento probatorio e di reiterazione del reato.

Il declino


Io non ce l'ho con l'Italia, mi piacerebbe solo che almeno le giovani generazioni comprendessero che il nostro declino parte da lontano e non è finito. In Italia non ci sono regole. Il 99% delle aziende non rispettano i tempi di pagamento ed essere freelance equivale ad essere poveri. Io sto riducendo progressivamente i miei clienti italiani semplicemente perché, oltre a pagare uno schifo, non rispettano le regole basilari. Ti fanno sentire un poveraccio perché chiedi i TUOI soldi e se li denunci semplicemente non lavori più. È una maniera di fare mafiosa che nel primo mondo NON esiste. Credetemi (lavoro su 5 paesi). Un articolo, un altro, sul declino italiano.

Da Repubblica.it

Pil pro capite, Italia terzultima. Si allarga la forbice con la Spagna. Al primo posto il Lussemburgo, che quasi triplica la media Ue 27 (276)

Seguono Irlanda, Paesi Bassi, Austri, Francia, Germania, Regno Unito

Il primo ministro Spagnolo José Louis Zapatero

ROMA - L'Italia arretra ancora nella classifica europea del Pil pro capite. E' nella media Ue-27 ma viene superata praticamente da tutti i Paesi dell'Unione Europea prima dell'allargamento, a eccezione di Grecia (98) e Portogallo (75). E si allarga la forbice con la Spagna: nel 2007, infatti, considerata pari a 100 la media Ue a 27, la Spagna arriva a 107 mentre l'Italia si ferma a 101.

Nel 2006 la classifica Eurostat aveva assegnato all'Italia un valore di 103 e di 105 alla Spagna, dando dato adito a una polemica sul sorpasso di Madrid che aveva portato l'ex premier Romano Prodi a ricalcolare da solo i dati sulla ricchezza per affermare che comunque il 'sorpasso' non c'era stato, perlomeno non in termini assoluti.

E tuttavia la distanza tra Italia e Spagna nel 2007 è passata da due a sei punti. La ragione principale - spiegano fonti della Commissione - è la crescita tumultuosa registrata nel Pil spagnolo negli ultimi anni, a fronte di "un incremento quasi nullo, o comunque molto ridotto" del Pil italiano.

Ma già nei prossimi mesi potrebbe verificarsi un'inversione di tendenza - spiegano gli esperti - soprattutto a causa della crisi che in Spagna sta colpendo il settore delle costruzioni, e che molto probabilmente causerà un rallentamento della crescita economica.

Secondo i dati di Eurostat il Lussemburgo si conferma come il Paese leader in Europa con un Pil pro capite che nel 2007 si è attestato a quota 276. A seguire ci sono l'Irlanda (146), i Paesi Bassi (131), l'Austria (128). Sopra a Spagna e Italia si attestano la Francia (111), la Germania (113) e il Regno Unito (116).

venerdì, giugno 20, 2008

I'm so excited

Le balle di Stefania Craxi


Rispettare il dolore di chi ha perso il padre (non una vittima, ma, secondo la magistratura italiana, un latitante inseguito da mandato di cattura a cui si è sottratto in un buen retiro ad Hammamet) è buona cosa. Far fare carriera a questa stessa persona, Stefania Craxi, che deve ancora dimostrare di poter vivere fuori dal cono d'ombra del padre, un'altra. Faccia il piacere, signora. Taccia.

Vedo sul Corriere di ieri, con grande rilievo e tanto di fotografia, un'intervista all'ex presidente Scalfaro, che ricordandosi di essere stato per qualche mese magistrato (salendo poi tutti i gradini della carriera senza aver mai più messo piede in un'aula di giustizia) si mostra sdegnato del desiderio di Berlusconi di non affrontare il processo Mills e lo consiglia di cimentarsi in «una serena sfida alla giustizia».

Ma da quale pulpito viene la predica! Il primo a non affrontare i giudici, in questi maledetti anni di giustizialismo, è stato proprio lui, Oscar Luigi Scalfaro. Chi non ricorda il suo «io non ci sto» propalato agli italiani a reti unificate? Ma dopo aver detto no alle chiacchiere su di lui che dalle Procure filtravano sui giornali, c'è stato, eccome, al gioco dei giustizialisti, assumendo il ruolo di primo protagonista della rivoluzione di Mani Pulite, anche contro il suo partito, la Democrazia Cristiana, «che tanto non mi ha mai amato».

Scalfaro ha recentemente smentito Giuliano Amato che gli aveva addossato la responsabilità di aver negato la firma al decreto Conso per la depenalizzazione del finanziamento illecito dei partiti dopo il pronunciamento dei magistrati di Milano. Amato non ha replicato, ma avrebbe potuto farlo benissimo perché Scalfaro conosceva perfettamente il decreto Conso. Fernanda Contri, missus di Amato, aveva fatto più di una volta la spola tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Poi il pronunciamento dei magistrati e la marcia indietro. No, non è da quel pulpito che può venire la predica a Silvio Berlusconi!

Gli statisti del centrosinistra


da l'espressonline.it
Edmondo Berselli
E adesso, pover'uomo? Dalle parti di Walter Veltroni e del Partito democratico comincia a farsi largo il sospetto tremendo: e cioè di essere caduti come gonzi nella supertrappola di Silvio Berlusconi. Altro che lo 'statista', tutto sorrisi e nuova dignità istituzionale. Piuttosto l'autore di un trappolone pazzesco, una supercazzola storica, e un amo ingoiato dal Pd con tutta la lenza fino alla canna. Un tranello magistrale che inizia con la strategia del sorriso, qualche mese prima delle elezioni, allorché il Cavaliere comincia ad attrarre Veltroni verso una partita uno contro uno, contando sull'orgoglio dei veltroniani, e sulla loro fiducia che la grande novità rappresentata dal Pd potesse modificare strutturalmente il contesto competitivo, far dimenticare l'abisso di consenso in cui era precipitato il governo Prodi e consentire al nuovo centrosinistra di sfondare al centro, grazie al modernismo della sua proposta politica.

Come in tutte le trame perfette, il trucco era lì sul tavolo, in piena evidenza, e aveva le corna vichinghe e le fattezze della Lega, accolta nell'alleanza elettorale della destra come un partito 'regionale', e quindi marginale rispetto allo schema del faccia a faccia epocale Berlusconi-Veltroni; e rivelatasi invece decisiva, con il quasi raddoppio dei suoi voti al Nord, nella contabilità dei rapporti di forza elettorali e nel quantificare nella sua pesantezza la sconfitta del Pd. Ma il piatto presentato da Berlusconi era effettivamente appetitoso: comunque fossero andate le elezioni, il testa a testa fra il vecchio capopopolo di Forza Italia e il nuovo segretario del Pd avrebbe finalmente legittimato e normalizzato la politica italiana, attribuendo ai due leader un'allure 'costituente' e lasciando il campo libero per l'edificazione della terza Repubblica.


È per questo che fino a pochi giorni fa l'atteggiamento di Veltroni è sembrato giustificare l'attacco spazientito di Arturo Parisi, che con una secca intervista a 'la Repubblica' ha dettato il primo compito: "Ammettere la sconfitta". Altrimenti il Pd si sarebbe ancora trastullato, come dicono negli ambienti vicini all'ex ministro della Difesa, con la confortante, per quanto strampalata, idea di avere vinto o quasi le elezioni e di essere al governo con Berlusconi.

Per uscire da questa rosea nuvola, era necessario che il Cavaliere rivelasse il suo vero volto, che poi è il suo volto solito, con i 44 denti spianati del Caimano, l'animosità interessata contro la giustizia delle toghe rosse, quelle che vorrebbero appiccicargli addosso sei anni di condanna in primo grado per l'affare Mills, ossia per una presunta colossale evasione fiscale, e che hanno indotto Berlusconi a modificare il decreto sulla sicurezza per introdurvi le sue solite e costituzionalmente micidiali leggine 'ad personam'.

Ma in realtà, che sotto la maschera dello statista ci fosse sempre il solito Berlusconi, il demagogo insofferente dei controlli legali e istituzionali, era molto più di un sospetto dei malevoli. La strategia berlusconiana nel cammino verso Palazzo Chigi si era dispiegata con tutte le accortezze del caso. Il malfido Pier Ferdinando Casini era stato tenuto fuori dai confini del Pdl e dell'alleanza. Sopravvissuto elettoralmente, si era ritrovato in una posizione scomodissima, schiacciato fra Pdl e Pd, ignorato dai media, praticamente ridotto al silenzio; mentre l'altro dei dioscuri, Gianfranco Fini, che qualche mese fa aveva osato aprire una rissa a suon di insulti con il Cavaliere, era stato fatto accomodare sullo strapuntino della presidenza della Camera, terza carica dello Stato (in teoria), ma convogliato di fatto in un binario morto.

Ma il vero capolavoro di Berlusconi era stato fatto con la formazione del governo. Con Palazzo Chigi sotto la flautata regia di Gianni Letta, punto di incontro e di gestione di relazioni politiche, civili, militari e clericali, Berlusconi ha messo i suoi tasselli nelle posizioni critiche del governo. Accanto al disarmante Angelino Alfano, come vero ministro ombra della Giustizia ha piazzato il suo penalista Niccolò Ghedini, l'Azzeccagarbugli di cui sono note le sottigliezze giuridiche

Con un gioco di pesi e contrappesi ha messo un ex fascista, Ignazio La Russa, alla Difesa e un secessionista, Roberto Maroni, agli Interni.

E il capolavoro autentico è riuscito nell'assemblaggio del pacchetto di mischia del governo, in cui spiccano gli ultimi eredi del Psi e del craxismo (Renato Brunetta, Giulio Tremonti, Maurizio Sacconi, Franco Frattini, per non citare Stefania Craxi). Ora, vecchi e giovani craxiani, come Berlusconi sapeva bene, una dote ce l'hanno: sono capaci di fare politica. Hanno, storicamente, pochi tabù. Come cultura, sono eclettici.

Una manifestazione della LegaE posti di fronte alla necessità di governare un paese in stagnazione economica, in cui sarà difficile rispondere alle aspettative suscitate fra i cittadini, soprattutto per ciò che concerne i redditi, specialmente Brunetta e Tremonti si sono detti che non era il caso di andare sul classico e sul prevedibile. Occorrevano invenzioni da "socialismo nazionale" (come disse Nino Andreatta nella polemica da 'comari' con Rino Formica: anche se va ricordato che spesso Andreatta pensava in inglese, e la formula 'national socialism', tradotta rigidamente in italiano, non suonava bene).

Brunetta ha attaccato sul fronte del pubblico impiego, aprendo il fronte della trasparenza e passando alle minacce contro i "fannulloni". Tremonti ha provato ad applicare sul campo i postulati del suo pamphlet 'La paura e la speranza', inventandosi la 'Robin Hood Tax', diventata rapidamente 'Robin Tax', in assonanza con la Tobin Tax dei no global acculturati, e che dovrebbe mettere le mani nelle tasche dei petrolieri e delle banche, tassando i profitti congiunturali. Ora, non ci vuole molto a capire che questa tassa è un taglieggiamento illiberale, e un'operazione di colossale demagogia (chi decide che i profitti sono eccessivi? Il ministro dell'Economia?). Altro che tassa "etica". Una gabella discrezionale, con verniciatura populista: un esercizio di cinismo politico a fini di consenso di stampo putiniano.

Eppure, in un ambiente culturale moralmente deprivato come quello italiano pochissime voci si sono sollevate contro il disegno neostatalista di Tremonti. Vecchi e giovani liberisti, che fino a mezz'ora fa tenevano lezioni ultraliberali con il ditino alzato e le labbra a culo di gallina, si sono adeguati senza battere ciglio ai diktat di Tremonti. Il povero ministro ombra Pier Luigi Bersani ha provato a spiegare che l'aggravio fiscale verrà immediatamente scaricato sui consumatori, "alla pompa", ma la sua voce, così come le tenui critiche della Confindustria, è stata soffocata dagli applausi delle platee osannanti.

Solo quando Berlusconi ha portato il colpo sulla giustizia qualcuno si è svegliato. E ha proceduto a un primo e provvisorio bilancio. Alla voce Alitalia, è probabile un mezzo disastro, dopo che il Cavaliere ha deliberatamente provocato il fallimento della trattativa con Air France; potrebbe risultarne uno spezzatino e una significativa perdita di posti di lavoro. Sui rifiuti a Napoli, il premier si è buttato a corpo morto, sempre sulla base dell'idea che i problemi si risolvono soltanto se lui si arrotola le maniche (ma ci vorranno tre anni, la militarizzazione delle discariche, e qualche prodigio nei tempi nella realizzazione dei termovalorizzatori).Il nucleare è stato rilanciato dall'esperto dell'uranio Scajola, senza nessuna discussione e senza nessun approfondimento, con l'annuncio che partirà nel 2013 ma ovviamente senza spiegare dove (dire quando si avvierà un programma nucleare è facile, dire i luoghi in cui si metteranno le centrali, invece, meno).

Sul piano interno, dopo avere costruito un clima demenziale verso immigrati e zingari, e combinato qualche casino con il reato o l'aggravante legati alla clandestinità, il governo ha lanciato la pazza iniziativa della militarizzazione delle città, un segnale deprimente che moltiplica l'allarme per la sicurezza. In politica estera Berlusconi e Frattini hanno già offerto a George W. Bush, sull'impegno in Afghanistan, più di ciò che il presidente americano poteva e voleva offrire in cambio. In Europa, il governo ha annunciato che terrà fede ai programmi prodiani sul rientro del deficit e, a parte qualche volgarità leghista sul referendum irlandese, per ora non sembra coltivare vere vocazioni euroscettiche. Il resto, sfoltimento delle province e tagli pesanti agli enti locali, appartiene al Dna del centrodestra. Abolizione dell'Ici e detassazione parziale degli straordinari erano due misure simboliche, poco utili e forse dannose.

Ma adesso che Berlusconi si è sentito obbligato a riaprire il cantiere del conflitto con la giustizia, che potrebbe avere riflessi distruttivi sul piano costituzionale (in particolare con il presidente della Repubblica), tutti gli infingimenti sono caduti. Per ciò che riguarda il Cavaliere, essendo lui naturalmente disinibito, si arrangerà: avanzerà o arretrerà in base ai suoi interessi, al timore delle condanne, alla prospettiva di farsi eleggere a maggioranza sul Colle più alto. L'attacco alla libertà d'informazione con il disegno di legge sulle intercettazioni prepara comunque un clima da 'demokratura', con gli intellettuali sedicenti liberali che plaudono alla stretta sui media.

In ogni caso, il problema riguarda soprattutto Veltroni: il Pd è diviso fra correnti, fondazioni, centri culturali, e l'intera sinistra appare talmente abbattuta (vedi i catastrofici risultati amministrativi in Sicilia) da rischiare l'evaporazione. Con ogni probabilità il disegno strutturale del leader del Pd, pacificazione politica e riforme, è abortito. Il risultato elettorale è stato fallimentare, il programma istituzionale sta per arenarsi di fronte alla protervia di Berlusconi. In questa situazione, non c'è congresso che possa rianimare il Pd. Ma se si tratta di inventare qualcosa per salvare il salvabile, per i 'democrat' è venuto il momento di pensare a qualcosa di eccezionale, di emergenziale: forse perfino di eroico, anche se sappiamo che è sfortunato quel partito che ha bisogno di eroi.

Cappella Sistina segreta



Maurizio Molinari per “La Stampa”
Cappella Sistina, il mantello di Dio è l’esatta sezione di un cervello umano
Nel 1975 il chirurgo dell’Indiana Frank Mershberger entra per la prima volta nella Cappella Sistina, guarda l’affresco sulla Creazione di Adamo e prova una sensazione di strana famigliarità. Poi rimane di stucco. Dio che tende la mano verso Adamo è raffigurato dentro un mantello che è l’esatta sezione di un cervello umano, quasi fosse stato copiato dal manuale di una scuola di medicina.

«Perché mai Michelangelo ha messo Dio dentro un cervello?» si chiese Mershberger. La risposta arriva dalle 320 pagine di «The Sistine Secrets» (I Segreti della Sistina) confezionate per i tipi di HarpersCollins da Roy Doliner, studioso dell’arte e docente nei Musei Vaticani, e Benjamin Blech, docente di Talmud alla Yeshiva University di New York e considerato fra i più autorevoli rabbini cabbalisti, arrivati alla conclusione che Michelangelo adoperò un «codice» per la realizzazione della Cappella Sistina, talmente segreto da far apparire banale quello attribuito a Leonardo da Dan Brown.


Giuditta e l'ancella come la lettera Chet di Chessed Pietà
DOVE PORTA LA KABBALAH - Il «codice di Michelangelo» è basato sui simboli della Kabbalah. Buonarroti disseminò la Volta e il Giudizio Universale di messaggi riconducibili alla mistica ebraica. A cominciare proprio dall’uomo creato dalla mente perché viene all’interpretazione cabbalistica che vuole l’essere umano frutto della conoscenza posizionata nell’emisfero destro del cervello, proprio il luogo dove Michelangelo raffigura Dio.

Il volume appena uscito nelle librerie d’America accompagna il lettore attraverso una miriade di simili esempi, in parte rielaborati da precedenti studi in parte trovati dagli autori, come nel caso del cerchio dorato sul mantello di Aminadab, ricomparso con i restauri del 1980-1999, che richiama il simbolo della vergogna che all’epoca di Michelangelo gli ebrei erano obbligati a portare sugli abiti.
In maniera analoga nel Circolo degli Eletti del Giudizio Universale si trovano, proprio sopra Gesù, due ebrei con in testa cappelli simili a quelli che l’Inquisizione obbligava loro di indossare per distinguersi dai cristiani: con le due punte che richiamavano il Diavolo o di color giallo.

UNA MIRIADE DI ESEMPI - Il profilo del Giudizio Universale ricorda quello delle Tavole della Legge così come le dimensioni della Cappella Sistina sono identiche, al millimetro, a quelle dell’«Eichal» del Tempio di Salomone, ma ciò che più colpisce è come Blech e Doliner siano riusciti a rintracciare nei Pendenti che si trovano ai quattro angoli della Volta lettere ebraiche formate con gli arti dei personaggi raffigurati richiamando concetti cabbalistici: la Ghimel di gvurà (orgoglio) nel pannello di David e Golia come la Chet di chessed (pietà) in quello di Giuditta e la sua ancella mentre gambe e dita di Giona formano una Hei che corrisponde al numero, quanti sono i libri del Vecchio Testamento.

Giona viene raffigurato in un grande pesce, come suggerisce il Midrash, e non nella tradizionale balena della cultura cristiana. Anche nel caso dell’Arca di Noè l’immagine evoca il Talmud perché si tratta di una grande scatola galleggiante.
Lo stesso vale per Eva, che nasce non dalla costola ma dal fianco di Adamo. E ancora: il frutto della tentazione sull’Albero della Conoscenza nell’Eden non è la mela della tradizione cristiana ma i fichi, come riportato dal Midrash.

IPOTESI SULLA MOTIVAZIONE - Sul perché Michelangelo abbia disseminato di simboli e messaggi cabbalistici il cuore della Chiesa cattolica, che era anche la sede dell’Inquisizione, l’opinione degli autori è che fu una conseguenza delle conoscenze apprese durante l’adolescenza da Giovanni Pico della Mirandola, il più importante cabbalista cristiano del Rinascimento, e da Marsilio Ficino, fondatore della Scuola di Atene, nella Firenze dei Medici dove Cosimo aveva scelto di accogliere e proteggere gli ebrei con il risultato di ospitare eminenti cabbalisti che riscuotevano grande interesse per le conoscenze tramandate dall’epoca del Vecchio Testamento.

Arrivati all’ultima pagina si ha la sensazione che Blech e Doliner identifichino la chiave del «codice di Michelangelo» nella scelta di costruire un ponte esoterico fra cristianesimo ed ebraismo che coincide poi con l’identità degli autori: un rabbino che nel 2005 ha benedetto in Vaticano Giovanni Paolo II e nel 2006 accompagnò l’attuale pontefice ad Auschwitz, e un appassionato d’arte che passa le sue giornate fra i «Sistine Secrets».

martedì, giugno 17, 2008

David Mills & Berlusconi

David Mills, l'uomo che in Inghilterra non si azzarderebbe MAI a comportarsi e dire quelo che dice in Italia. È sposato con Tessa Jowell, ministro del governo Blair e in Inghilterra per i fatti di cui è accusato in Italia avrebbe provocato le dimission della moglie e il suo arresto. Ma ha compiuto i suoi atti in Italia e per questo, in uno stentato italiano può berciare "complotto giudiziario"....


da Repubblica.it

Mills, Berlusconi ricusa il giudice. Scontro tra il Cavaliere e i magistrati
La reazione dell'Anm: "Chi governa non può denigrare le toghe"

ROMA - Torna lo scontro sulla giustizia. Tornano gli attacchi ai giudici "di sinistra" lanciati da Silvio Berlusconi. Torna la teoria del "complotto" contro il premier ad opera delle toghe. Tornano i magistrati che si vedono attaccati da "invettive tanto veementi quanto ingiustificate".

L'aveva annunciato nella lettera che ieri aveva spedito al presidente del Senato, Renato Schifani e oggi l'ha fatto. Berlusconi ha ricusato il giudice Nicoletta Gandus chiamata a decidere del processo in cui il Cavaliere e il legale inglese David Mills, sono accusati di concorso in corruzione in atti giudiziari. Una mossa, si legge nell'istanza presenta dai legali del premier, legata alla "reiterate manifestazioni di pensiero che appalesano una inimicizia grave" nei confronti di Berlusconi. E nell'istanza si sottolinea anche come il giudice Gandus "appaia tra i soggetti potenzialmente danneggiati nel processo collegato, da cui nasce il presente processo, avendo posseduto azioni Mediaset ed essendo quindi fra quei soggetti che potenzialmente avrebbero potuto costituirsi parte civile".

A ben vedere l'istanza è basata, fondamentalmente, su alcune prese di posizione del giudice su alcuni siti internet contro leggi varate dal precedente governo guidato da Berlusconi. In particolare la Gandus, insieme a uno dei due pm del processo, Sergio Spadaro, "è stata firmataria di un appello contro la decisione del governo Berlusconi di prorogare il procuratore nazionale antimafia".

Un attacco durissimo quello del premier, che non resta senza conseguenze. Per primo reagisce il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, Manlio Minale: "Respingo con forza queste illazioni, le indagini sono state condotte nel più assoluto rispetto delle garanzie della difesa e nell'esclusiva ottica dell'accertamento della verità". Poi è la volta dell'Anm che solo pochi giorni fa aveva salutato un "miglioramento" del clima dei rapporti tra politica e magistratura: "Chi governa il paese non può denigrare e delegittimare i giudici e l'istituzione giudiziaria quando è in discussione la sua posizione personale" dicono il presidente del sindacato delle toghe Luca Palamara e il segretario Giuseppe Cascini esprimono.

In attesa della prossima udienza prevista per venerdì prossimo, Minale taglia corto: "All'esito di un dibattimento iniziato in data 13 marzo 2007 e prossimo alla conclusione, il tribunale deciderà in ordine alla fondatezza o meno delle accuse". Fatti dunque e non illazioni.

...solo la natura potrà liberarci da questo signore che continua a infangare il ruolo che riveste.

Bastaaaaaaaaaaaaaaaa

Perché un ennesimo rinvio? Perché dev'essere la Confindustria tramite la Marcegaglia a dire che la legge sulla "class action" dev'essere riscritta? Buffoni!

Scajola conferma: "Class action slitta al primo gennaio 2009"
da Repubblica.it

MILANO - La legge sulla class action entrerà in vigore a partire dal primo gennaio dopo un "percorso di revisione con le parti interessate". Lo ha confermato il ministro per le Attività Produttive Claudio Scajola, a margine di un incontro a Palazzo Marino, aggiungendo che "il governo è favorevole al provvedimento". L'entrata in vigore della normativa era stata inizialmente fissata per il 29 giugno.

Scajola ha respinto tuttavia le accuse delle associazioni dei consumatori, che ieri sono insorte contro la decisione del governo: "Qualcuno - ha spiegato il ministro - ha interpretato il rinvio dell'entrata in vigore della legge come un disconoscimento della sua validità, ma non è così".

Secondo Scajola la normativa sulla class action è "di assoluta validità e importanza per i consumatori", però "per produrre effetti positivi ha necessità di essere ritoccata" perché "abbiamo il sospetto che così com'è porterebbe a vagoni di ricorsi senza giovare ai consumatori". L'obiettivo invece deve essere, secondo il ministro Scajola, "dare giustizia a chi si sente danneggiato".

Scajola ha poi annunciato la convocazione per domani del "Consiglio nazionale dei consumatori per discutere insieme alle parti coinvolte i ritocchi al progetto di legge".

Siccome in Italia sono dei leoni di carta ecco invece come la Parmalat è scesa a più miti consigli negli USA dove le leggi si rispettano:

Intesa con la class action americana, Parmalat chiude la partita Usa

NEW YORK - Parmalat ha raggiunto un accordo di transizione con la 'class action' americana che pende nel tribunale federale di New York. L'accordo prevede l'impegno della società italiana a far trasferire alla 'classe' 10,5 milioni di sue azioni "in onnicomprensiva soddisfazione - si legge in una nota - di qualsiasi pretesa fatta valere contro di essa dalla 'classe' in qualunque parte del mondo". L'accordo si riferisce alla class action autorizzata lo scorso anno dal giudice kaplan e predisposta dallo studio Grant & Eisenhofer, che intendeva avanzare una richiesta di risarcimento al gruppo di Collecchio di circa 8 miliardi di dollari.

Parmalat ha inoltre assunto l'impegno di contribuire fino a un milione di euro per spese di notifica ai membri della 'classe'. "Parmalat - prosegue la nota - ritiene che questa risoluzone della disputa sia nel miglior interesse degli azionisti, anche e specialmente perchè elimina il drenaggio di risorse e spese di difesa e toglie un'incertezza al valore del titolo".

L'annuncio ha fatto correre il titolo a piazza Affari: le azioni della società di Collecchio guadagnano il 2,48%.

Postilla per i furbi: il titolo, che perdeva punti da mesi ha recuperato quando si è visto uno spiraglio per uscire dal tunnel. Rispettare le regole a volte serve anche al mercato, quello vero. Quello che non esiste in Italia. Checché ne dicano i ..... (rischio querela)

lunedì, giugno 16, 2008

Boeing a Grottaglie

Fannulloni d'Italia


Chiunque viva all'estero come me avrà dovuto rivolgersi o ai vari consolati o, peggio ancora, agli istituti di cultura. A me, molto spesso cade la faccia per chi ci rappresenta. Bifolchi, ignoranti, incapaci coperti di denaro (pubblico) per non fare un cazzo. Spesso capaci solo di organizzare eventi gastronomici o riunioni culturali con gente amica di amici (e con soldi pubblici). Vedere quello che fa il Goethe Institut o l'Alliance Française al confronto ci fa impallidire. Un articolo dal Sole24ore.

Riccardo Chiaberge per “Il Sole 24 Ore”

Se rischiamo di essere estromessi dagli europei di calcio, come ci piazzeremo nelle Olimpiadi dell'arte e della creatività? L'equivalente della squadra azzurra, in questi campi, è la rete degli Istituti italiani di cultura. Sono ben 88 sparsi in altrettante città di tutti i continenti, da Tirana a Caracas.

Dovrebbero essere un punto di riferimento per i nostri connazionali all'estero e una piattaforma di lancio per scrittori, artisti, cantanti. Ma non fanno bene né l'uno né l'altro mestiere. I dieci istituti più importanti, come Londra, New York o Parigi, sono retti da direttori «di chiara fama» che restano in carica da due a quattro anni. Alcuni si mostrano all'altezza della loro fama, altri no. Ma procurano comunque un danno limitato. Il vero problema è il personale, gli «addetti culturali» e i «contrattisti» che lavorano (o dovrebbero lavorare) alle loro dipendenze.

Gli addetti culturali (due o quattro per ogni sede, di cui molti ex-professori d'inglese o tedesco delle scuole medie in soprannumero, presi in carico dalla Farnesina e spediti nel mondo), per lo più sanno poco della cultura del loro paese e meno ancora del paese in cui si trovano, ma vengono pagati come superesperti (otto-diecimila euro al mese) e si comportano da impiegati statali.

Il direttore di un importante istituto racconta di aver convocato una riunione un pomeriggio alle 16,30 con due suoi «addetti» e questi dopo 25 minuti si sono alzati, perché era finito il loro orario giornaliero: «Se no facciamo straordinari e poi ce li deve dare come recupero». Il contratto prevede 36 ore e 17 minuti la settimana di presenza.

Ogni minuto in più va a sommarsi al già cospicuo «monte ferie» (42 giorni se la sede è «disagiata», cioè extraeuropea: come se stare a Tokio o a New York comportasse disagi tremendi). Alcuni di questi signori girano il mondo da vent'anni, cinque anni a Londra, cinque a Buenos Aires, e magari non parlano nemmeno la lingua del posto.

Sono i Rom della cultura, un'emergenza per l'erario che il ministro Brunetta dovrebbe affrontare con la stessa «tolleranza zero» che si usa peri campi nomadi. Poi ci sono gli stanziali, legati indissolubilmente a una sede finché morte non li separi: chiamati «contrattisti», sono impiegati che guadagnano circa la metà degli «addetti».

Molti sposano indigeni o indigene e si fanno una famiglia in loco, perdendo ogni legame con la lingua e la cultura d'origine. Se gli nomini Ozpetek, Saviano o Cattelan, sgranano gli occhi: loro sono rimasti fermi ai tempi di Pavese e Sofia Loren. Molti non si prestano nemmeno più a fare gli interpreti, ruolo che cedono volentieri ai giovani locali, disposti a lavorare 10-12 ore al giorno per mille euro mensili.

Ci sono per fortuna le eccezioni, funzionari colti e volonterosi, che fanno onore al Paese. Ma devono remare controcorrente in un oceano di mediocrità e di fannullaggine. E i direttori non hanno nessun potere di promuoverli, come non ne hanno di licenziare gli ignoranti. Così, invece di esportare il made in Italy artistico e letterario, diffondiamo nel mondo due prodotti tipicamente nostrani: la burocrazia e l'incultura.

Porno-consulenze II

Roberto Giovannini per “La Stampa”

Torino finanzia uno studio per vedere se i campi di calcetto in sintetico fanno male. Milano, città seria e rigorosa, fa collaudare persino le sciarpe delle uniformi d’ordinanza dei «ghisa», ma finanzia corsi di «somatica dello spazio». La Bologna di Sergio Cofferati riscopre invece la sana tradizione comunista della assoluta no-glasnost: nelle tabelle mancano del tutto le descrizioni degli incarichi dei consulenti, e a volta diventa «bianca» pure la colonna con nomi e cognomi.

Roma, invece, riferisce proprio tutte le consulenze, compresi i gettoni di presenza (287,36 euro) per i membri della Commissione «barbieri e parrucchieri». Peccato che la compilazione dei tabulati sia stata affidata a impiegati un po’ intronati e a disagio con gli zeri: ed ecco che i 51.000 euro del progetto «il Presepe come gioco» diventano per 12 ore ben 51 milioni.

Se l’autobus non passa o gli operatori ecologici puliscono male sapete con chi prendervela: il 37% del totale delle consulenze e collaborazioni pagate nel 2006 dalle amministrazioni pubbliche (ovvero, 492 milioni su un miliardo 323 milioni) sono uscite dalle casse dei Comuni.

Sempre che le migliaia di pagine delle tabelle diffuse dal ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta siano davvero complete, cosa di cui è lecito dubitare. Molti esperti e addetti ai lavori sono pronti a giurare che la torta delle consulenze sia molto più grande, probabilmente doppia: due miliardi, forse due miliardi e mezzo di euro l’anno.

Un po’ per inefficienza, un po’ per errori materiali o «dimenticanze» più o meno interessate, appare evidente a chi consulta i dati resi pubblici sul sito del ministero (http://www.innovazionepa.gov.it) che qualcuno ci ha «marciato». Altrimenti non si spiegherebbe che la lista relativa al Comune di Roma sia lunga il triplo di quella di Milano (che non fa cenno alle docenze dei corsi di formazione, tanto per fare un esempio).

TORINO
Probabilmente si poteva sopravvivere senza i 54.000 e stanziati perché il Politecnico studiasse «l’applicazione di analisi a rischio sanitario-ambientale sui campi in erba sintetica». E perché si è chiesto al signor Tarditi di realizzare (per 3.040 euro) due «vademecum informativi dei prodotti ittici»? C’è da giurare che con i 100 euro pagati per un «progetto grafico» il signor Griffo non sia certo arricchito. Piazza Solferino e il suo sponsor village durante le Olimpiadi dev’essere stata davvero una meraviglia: per «studiare il layout», i decori e progettare manufatti e allestimento il sindaco Chiamparino ha speso bei 212.640 euro. E infine, chissà se il gruppo «gestione del conflitto» guidato dalla signora Da Milano per 1.530 euro avrà portato più pace in città.

BOLOGNA
La rossa Bologna a quanto pare ama il segreto. Le caselle con la descrizione degli incarichi sono tutte in bianco; e dunque non si saprà mai perché al signor Bortolotti sono state assegnate «consulenze» per 120 euro, mentre ce n’erano 243.266 per il signor Conti e quasi 250.000 per il signor Fiori. Per non parlare delle consulenze in cui l’unica cosa nota è lo stanziamento: 146.880, 79.050, ecc.

MILANO
Milano è una città europea, moderna: e giustamente paga consulenti perché le caldaie funzionino bene. E scrupolosa: ha pagato 492 euro al signor Ceriani per «collaudo fornitura sciarpe per la Polizia municipale» e «collaudo di tessuti in genere», 67 al signor Bayre per «collaudo di prodotti di pellame». Ma è anche una città eclettica ed «aperta»: finanzia corsi di riflessologia plantare (1.809 euro), naturopatia e iridologia (8.283), découpage (1.312,50), ballo normale e ballo liscio (2.777), training autogeno (936), corsi di misteriosa «somatica dello spazio» (1.512 euro). E pure il rebirthing, che è valso alla signora Caliandro una consulenza da 45.493 euro. Paolo Glisenti, coordinatore dei rapporti istituzionali del sindaco Moratti, invece, ha uno stanziamento da 165.000 euro.

ROMA
La Capitale ha stanziato quasi 1,5 milioni per un corso di formazione di informatica per 3.300 dipendenti. Speriamo che serva. Intanto si spendono 2.000 euro perché il signor Balocchi inventi il calendario della Polizia Municipale, e 1.300 perché il signor Corso collaudi il vestiario dei vigili. E il grande linguista Tullio De Mauro incassa 287,36 euro (come il suo collega della Commissione Barbieri) per far parte della Commissione Consultiva di toponomastica.

Perché non torno

Il nostro gagliardo ministro della Giustizia


Si può raccontare quello che si vuole, ma l'Italia non è più un paese democratico e rappresenta un vero problema a livello europeo. Non c'è però grande differenza fra destra e sinistra. Berlusconi ha distrutto la televisione italiana, ma gli eredi del PCI non sono stati da meno, con l'aggravante che molti sono entrati a Montecitorio con le pezze al culo e ne sono usciti in Mercedes. Il DDL sulle intercettazuioni rappresenta un fatto inaudito che nell'Italia di Raiset non viene raccontato nella sua gravita.

Questo pezzo di Travaglio spiega un po' la situazione. Travaglio non è il migliore giornalista del mondo, ma ci sono larghe parti del suo ragionamento assolutamente condivisibili. Questo schifo d'informazione (Sky a parte) che ammorba l'Italia non spiega nulla. Forse quest articolo schiarirà un po' le idee. Personalmente io me ne sono andato proprio per non lavorare a queste condizioni. Un esempio? Grottaglie dove il sindaco del paese di cui sono originario denuncia abbastanza facilmente i cronisti che si azzardano a criticarlo. una legge, quella italiana, che non tutela i giornalisti (categoria idi cui fanno parte molti cani, ma anche tante persone perbene).

Marco Travaglio per “l’Unità”

L’altro giorno, fingendo di avanzare un’«ipotesi di dottrina», Giovanni Sartori ha messo in guardia sulla Stampa dai «dittatori democratici» e ha spiegato: «Con Berlusconi il nostro resta un assetto costituzionale in ordine, la Carta della Prima Repubblica non è stata abolita. Perché non c’è più bisogno di rifarla: la si può svuotare dall’interno».
«Si impacchetta la Corte costituzionale, si paralizza la magistratura. si può lasciare tutto intatto, tutto il meccanismo di pesi e contrappesi. E di fatto impossessarsene, occuparne ogni spazio. Alla fine rimane un potere 'transitivo' che traversa tutto il sistema politico e comanda da solo».

Non poteva ancora sapere quel che sarebbe accaduto l'indomani: il governo non solo paralizza la magistratura, ma imbavaglia anche l'informazione abolendo quella giudiziaria. E, per chi non avesse ancora capito che si sta instaurando un regime, sguinzaglia pure l'esercito per le strade. Nei giorni scorsi abbiamo illustrato i danni che il ddl Berlusconi-Ghedini-Alfano sulle intercettazioni provocherà sulle indagini e i processi. Ora è il caso di occuparci di noi giornalisti e di voi cittadini, cioè dell'informazione. Che ne esce a pezzi, fino a scomparire, per quanto riguarda le inchieste della magistratura.
Il tutto nel silenzio spensierato e irresponsabile delle vestali del liberalismo e del garantismo un tanto al chilo. Che, anzi, non di rado plaudono alle nuove norme liberticide.

Non si potrà più raccontare nulla, ma proprio nulla, fino all'inizio dei processi. Cioè per anni e anni. Nemmeno le notizie «non più coperte da segreto», perché anche su quelle cala un tombale «divieto di pubblicazione» che riguarda non soltanto gli atti e le intercettazioni, ma anche il loro «contenuto». Non si potrà più riportarli né testualmente né «per riassunto».

Nemmeno se non sono più segreti perché notificati agli indagati e ai loro avvocati. Niente di niente. L'inchiesta sulla premiata macelleria Santa Rita, con la nuova legge, non si sarebbe mai potuta fare. Ma, anche se per assurdo si fosse fatta lo stesso, i giornali avrebbero dovuto limitarsi a comunicare che erano stati arrestati dei manager e dei medici: senza poter spiegare il perché, con quali accuse, con quali prove.

Anche l'Italia, come i regimi totalitari sudamericani, conoscerà il fenomeno dei desaparecidos: la gente finirà in galera, ma non si saprà il perché. Così, se le accuse sono vere, le vittime non ne sapranno nulla (i famigliari dei pazienti uccisi nella clinica milanese, che stanno preparando una class action contro i medici assassini, sarebbero ignari di tutto e lo resterebbero fino all'apertura del processo, campa cavallo). Se le accuse invece sono false (come nel caso di Rignano Flaminio, smontato dalla libera stampa), l'opinione pubblica non potrà più sapere che qualcuno è stato ingiustamente arrestato, né come si difende: insomma verrà meno il controllo democratico dei cittadini sulla Giustizia amministrata in nome del popolo italiano.

Chi scrive qualcosa è punito con l'arresto da 1 a 3 anni e con l'ammenda fino a 1.032 euro per ogni articolo pubblicato. Le due pene - detentiva e pecuniaria - non sono alternative, ma congiunte. Il che significa che il carcere è sempre previsto e, anche in un paese dov'è difficilissimo finire dentro (condizionale fino a 2 anni, pene alternative fino a 3), il giornalista ha ottime probabilità di finirci: alla seconda o alla terza condanna per violazione del divieto di pubblicazione (non meno di 9 mesi per volta), si superano i 2 anni e si perde la condizionale; alla quarta o alla quinta si perde anche l'accesso ai servizi sociali e non resta che la cella. Checchè ne dica l'ignorantissimo ministro ad personam Angelino Alfano.

E non basta, perché i giornalisti rischiano grosso anche sul fronte disciplinare: appena uno viene indagato per aver informato troppo i suoi lettori, la Procura deve avvertire l'Ordine dei giornalisti affinchè lo sospenda per 3 mesi dalla professione. Su due piedi, durante l'indagine, prim'ancora che venga eventualmente condannato. A ogni articolo che scrivi, smetti di lavorare per tre mesi. Se scrivi quattro articoli, non lavori per un anno, e così via.Così ti passa la voglia d'informare. Anche perché, oltre a pagare la multa, finire dentro e smettere di lavorare, rischi pure di essere licenziato.

D'ora in poi le aziende editoriali dovranno premunirsi contro eventuali pubblicazioni di materiale vietato, con appositi modelli organizzativi, perché il «nuovo» reato vien fatto rientrare nella legge 231 sulla responsabilità giuridica delle società. Significa che l'editore, per non vedere condannata anche la sua impresa, deve dimostrare di aver adottato tutte le precauzioni contro le violazioni della nuova legge. Come? Licenziando i cronisti che pubblicano troppo e i direttori che glielo consentono. Così usciranno solo le notizie che interessano agli editori:quelle che danneggiano i loro concorrenti o i loro nemici (nel qual caso l'editore si sobbarca volentieri la multa salatissima prevista dalla nuova legge, da 50 mila a 400 mila euro per ogni articolo, e accetta di buon grado il rischio di veder finire in tribunale la sua società).

La libertà d'informazione dipenderà dalle guerre per bande politico-affaristiche tra grandi gruppi. E tutte le notizie non segrete non pubblicate? Andranno ad alimentare un sottobosco di ricatti incrociati e di estorsioni legalizzate: o paghi bene, o ti sputtano. Ultima chicca: il sacrosanto diritto alla rettifica di chi si sente danneggiato o diffamato, già previsto dalla legge attuale, viene modificato nel senso che la rettifica dovrà uscire senza la replica del giornalista. Se Tizio, dalla cella di San Vittore, scrive al giornale che non è vero che è stato arrestato, il giornalista non può nemmeno rispondere che invece è vero, infatti scrive da San Vittore. A notizia vera si potrà opporre notizia falsa, senza che il lettore possa più distinguere l'una dall'altra. Tutto ciò, s'intende, se i giornalisti si lasceranno imbavagliare senza batter ciglio.

Personalmente, annuncio fin d'ora che continuerò a informare i lettori senza tacere nulla di quel che so. Continuerò a pubblicare, anche testualmente, per riassunto, nel contenuto o come mi gira, atti d'indagine e intercettazioni che riuscirò a procurarmi, come ritengo giusto e doveroso al servizio dei cittadini. Farò disobbedienza civile a questa legge illiberale e liberticida. A costo di finire in galera, di pagare multe, di essere licenziato. Al primo processo che subirò, chiederò al giudice di eccepire dinanzi alla Consulta e alla Corte europea la illegittimità della nuova legge rispetto all'articolo 21 della Costituzione e all'articolo 10 della Convenzione europea sui diritti dell'uomo e le libertà fondamentali («Ogni persona ha diritto alla libertà d'espressione.

Tale diritto include la libertà d'opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche», con possibili restrizioni solo in caso di notizie «riservate» o dannose per la sicurezza e la reputazione). Mi auguro che altri colleghi si autodenuncino preventivamente insieme a me e che la Federazione della Stampa, l'Unione Cronisti, l'associazione Articolo21, oltre ai lettori, ci sostengano in questa battaglia di libertà. Disobbedienti per informare. Arrestateci tutti.

Cronache da un paese di m...


E' stato ucciso nella notte tra sabato e domenica con otto coltellate Giuseppe Basile, consigliere comunale e provinciale dell'Italia dei Valori di Ugento. Gli inquirenti non escludono alcun movente

Sembra che qualcuno lo abbia aspettato sotto casa; che gli abbia lasciato il tempo di parcheggiare l'auto in cortile e che poi l'abbia chiamato al cancello. A quel punto si sarebbe consumata la tragedia. Un attentato in piena regola. Giuseppe Basile (da tutti conosciuto come Peppino), consigliere comunale e provinciale dell'Italia dei Valori di Ugento, è stato ferito a morte da otto coltellate nella notte tra sabato e domenica. I segni riportati sul suo corpo lasciano intendere che abbia lottato contro i suoi aggressori. I carabinieri del comando provinciale di Lecce, diretti dal pm Giovanni De Palma, non escludono alcuna ipotesi per il movente dell'omicidio; esso potrebbe essere di natura politica ma anche personale. Basile, ex imprenditore edile, era infatti separato dalla moglie, dalla quale non aveva avuto figli. L'arma, un coltello da cucina, attraverso la quale si sarebbe consumato il delitto non è ancora stata rinvenuta. Basile non è morto subito, ma avuto appena il tempo di chiamare aiuto; un vicino di casa, sentendo le grida, ha allertato il 118; ma all'arrivo del personale sanitario per il politico non c'era già niente da fare.


Giuseppe Basile era entrato nel consiglio provinciale di Lecce nel giugno 2005 e nel consiglio comunale di Ugento nel maggio dell'anno successivo. Le sue iniziative di consigliere di opposizione a Ugento spesso in paese suscitavano scalpore.
Durante la campagna elettorale che lo aveva portato all'elezione a consigliere provinciale e nel comune di Ugento, a consigliere comunale di opposizione (a Ugento c'è una giunta di centrodestra) Peppino Basile si era battuto perché ai cittadini venissero riconosciuti tutti i propri diritti. Aveva più volte denunciato ma solo verbalmente amministratori e politici in generale e per questo si era forse fatto qualche nemico. Vero è che un paio di mesi fa davanti all'ingresso della sua abitazione, una villetta dove ha trovato la morte, qualcuno gli aveva fatto trovare la testa mozzata di un maiale. Agli amici diceva: "Mi fermeranno solo le pallottole".

Non passo dall'altra parte...

...ma questo l'è un gran bell'articolo



alcuni dei furby che potrebbero benissimo lavorare come direttori di giornale nel belpaese

Luca Telese per “Il Giornale”

Chiamateli pure «Gli inaffondabili». Se è vero che siamo entrati nella Terza repubblica con una selezione darwiniana spietata che ha mandato a casa almeno un terzo della vecchia classe dirigente (ed è indubbiamente vero), è altrettanto sicuro che quelli che sono sopravvissuti sono più corazzati, più forti, più determinati di prima. E non c’è dubbio che quelli che resistono ai «cambi di stagione» malgrado abbiano un’identità politica opposta al nuovo potere, meriterebbero di essere studiati in laboratorio, per la loro capacità di scampare al cataclisma ed adattarsi al nuovo ecosistema politico.

Il primo caso di scuola? È indubbiamente quello di Gianni Riotta, l’inossidabile direttore del Tg1 che proprio al «cambio di stagione» aveva dedicato il suo primo libro di racconti. E che partito con una designazione prodiana di plateale trasparenza, è riuscito a restare – non è accaduto a molti. Anche nella manica del suo antico amico Walter Veltroni, che ha fatto della sua permanenza alla guida del primo telegiornale italiano un asse portante della strategia di «shadow opposition» del Pd. Veltroni è convinto che Riotta sia una baluardo dei delicatissimi equilibri di convivenza a viale Mazzini, al punto che ha sopportato il sacrificio delTg3 (espropriato del suo Primo Piano), ma ha fatto capire che per Gianni non transige.

Riotta moderò Veltroni alla Festa del’Unità, e quella sera esordì dicendo che si sentiva «a casa». Poi citava come una onorificenza da appuntare sul petto il suo carteggio con l’ex sindaco di Roma pubblicato a suo tempo dall’Unità, agli albori della rete. Lui era in America, dall’altra parte dell’oceano, e qui in italia, a chattare emozionato, ovviamente c’era Walter. I due avevano persino una lingua comune, un alfabeto culturale condiviso molto americanofilo, una passione per il buonismo e per le camicie botton down che ne faceva i due gemelli siamesi del centrosinistra.

Al Tg Riotta ha esordito in maniche di camicia, dopo il voto ha messo a punto un notiziario molto papa-boy (il Tg2 di Mazza al confronto è un house organ ghibellino) e sabato ha fatto bingo con una intervista esclusiva a George Bush che era una messa cantata per il Cavaliere. Un genio del cerchiobottismo, non c’è che dire. Un autentico mago del sugherismo galeggiante di lungo corso. I bookmakers sono convinti che ce la farà.

Ma se Gianni ha strambato divinamente, in corsa, Chicco ha scommesso ante-litteram. Chicco, ovviamente è Chicco Testa, ex deputato del Pci, ex amministratore dell’Enel nella prima era geologica ulivista, e soprattutto super-ambientalista forgiato nella fucina ecologista di Legambiente. Ebbene, ben prima del voto, Testa ha scritto un pamphlet per la Einaudi di Andrea Romano, un saggio pensato, sofferto e persino para-biografico, in cui spiegava di essersi sbagliato, di aver ceduto ad alcuni dogmi verdi, che adesso è necessario «tornare al nucleare». Insomma, il più noto supermanager ulivista, preparava il terreno alla più netta svolta di politica energetica del governo Berlusconi.

Scajola ha iniziato a ragionarci ora, lui ha spiazzato tutti pensandoci ben sei mesi fa. Una mossa strategica che lo sottrae a qualsiasi sospetto di improvvisazione gattopardesca, e lo inserisce nel novero di quei commis d’État che in Francia sono i pilastri dell’era Sarkozy, come il suo compagno di Partito Franco Bassanini, che collabora con il governo di centrodestra in Francia senza che nessuno si azzardi a criticarlo.

Sempre dal laboratorio romano, arriva un altro fenomeno interessante nel settore degli inaffondabili, quello di Gianni Borgna, presidente dell’Auditorium. Il suo amico di una vita, Goffredo Bettini, si mette a capo della Campagna di Veltroni, ma prova fino all’ultimo a sopravvivere anche nell’era Alemanno come presidente della Festa del cinema. Lui mette a disposizione il suo mandato, ma i primi a pregarlo di restare sono gli intellettuali della destra radicale più vicini al nuovo sindaco, a partire dall’ascoltatissimo Giano Accame. C’è chi sopravvive per eccesso di scaltrezza, Borgna resta in sella per eccesso di candore.

E che dire di Sandro Curzi? Lui è sempre lì, con la sua inseparabile pipa, una icona di riferimento di viale Mazzini, chi potrebbe mai sradicarlo? Lui, che era considerato il padre di Telekabul, lui, che in una passata legislatura riuscì persino a diventare il numero uno del Cda al punto che il centrodestra cercava un novantenne che potesse sopravanzarlo per anagrafe e sostituirlo (ovviamente senza riuscirci).

Proprio lui, che era spesso accusato di essere un uomo di partito, che ha iniziato diessino, che ha proseguito bertinottiano, si è riconvertito in un batter d’occhio nei panni sacrali del padre nobile aziendale, ha persino accusato i ribelli del Tg3 di aver lanciato «un messaggio inaccettabile», con il video di protesta per la soppressione del loro spazio di approfondimento di Primo Piano.
Un padre Crono che divora i suoi figli in nome della ragion di stato di viale Mazzini.

Sugherone è anche Paolo Mieli, che fu l’uomo dell’endorsement, ma che ha cambiato marcia anche lui in tempi non sospetti, al punto da potersi permettere un editoriale su Berlusconi, che concedeva la caratura di gesto epocale alla discesa in campo del leader di Forza Italia. E fantasticamente galleggiante, malgrado lo scenario in cui si agita,è Antonio Bassolino, che si è trovato ripudiato dal suo partito in campagna elettorale (al punto da non poter salire sul palco al fianco di Veltroni), e che subito dopo il voto - lui sì con un riflesso aquilino! – ha subito lanciato messaggi di pace al Cavaliere, con una intervista che aveva come epigrafe l’immaginifica dichiarazione di stima per il Cavaliere:«chapeau».

Ancora diverso il caso di Gianni Minoli, craxiano ai tempi di Craxi, prodiano in quelli dell’Ulivo, veltroniano al punto da segnalare la capolista del Pd nel Lazio, Marianna Madia (sua collaboratrice) e adesso agostiniano, non nel senso teologico, ma in omaggio ad Agostino Sacca. Qualcuno aveva considerato un reprobo l’ex direttore di Rai Fiction, lui lo ha sdoganato senza esitazioni:è un grande professionista. Ma lui si sente coerente, perché mentre il mondo gli girava intorno, lui è rimasto sempre indubitabilmente «minoliano». Segnatevi i loro nomi, per verificare che al prossimo cambio di stagione siano ancora in sella. Perché anche il permanere con dignità è un talento che richiede elementi di genio.

Dopo avere rischiato di ammazzarlo



Walter Ganapini è uno dei più autorevoli esperti in tema di rifiuti in Italia. Componente della Agenzia Ambientale Europea è stato da poco nominato Assessore all' Ambiente della Regione Campania.
I suoi passi, sono quelli giusti, più raccolta a monte dei rifuti, meno termovalorizzatori, trattamento a freddo dei rifuti, meno sprechi...Lunedì scorso, il Prof. Ganapini è stato vittima di uno strano tamponamento sulla A1. Alleghiamo qui sotto la cronaca dello strano incidente

PARMA, 9 GIUGNO

La polizia indaga su uno strano quanto pericoloso incidente automobilistico nel quale è rimasto coinvolto Walter Ganapini, reggiano, personalità di spicco dell'ambientalismo italiano e nuovo assessore regionale all'ambiente della Campania. L' episodio e' accaduto venerdi' scorso, ma si e' appresosoltanto oggi.Ganapini stava rientrando da Bologna verso Reggio Emilia alla guida di una ''Croma''. Poco prima delle 19.40 nei pressi del casello di Modena Nord della A1, in direzione Reggio, e' stato violentemente tamponato da un' auto.

Nell' urto l' assessore, che e' stato visitato in ospedale, ha riportato contusioni in diverse parti del corpo ma fortunatamente non ha riportato lesioni graviSemidistrutta, invece, la sua automobile.
Ganapini ha presentato denuncia alla polizia sull' accaduto fornendo elementi per l' identificazione dell' investitore.Ganapini è attualmente impegnato sul fronte dell'emergenza rifiuti: di recente gli è stata assegnata una scorta dopo aver ricevuto ripetute minacce, sembra a causa del suo lavoro sul fronte delle discariche nel Napoletano.

da ioballodasola.blogspot.com

domenica, giugno 15, 2008

Cosa ci fa Salvatore Bagni in tivvù?

Con tutti i giornalisti anche di sport, di valore, a spasso in Italia, Salvatore Bagni, ex centrocampista del Napoli, viene pagato con soldi pubblici per sparare queste idiozie. Non è incompetenza è squallida piaggeria perché della nazionale non si può parlare male. Non commento. Ascoltate e fatevi un'idea voi e poi ponetevi una domanda: uno così in un qualsiasi canale televisivo lo farebbero anche solo avvicinare ai tornelli d'ingresso? In Italia lo fanno commentatore!!!! E poi ci si chiede perché Sky continua ad aumentare gli abbonati.

Il Divo su Giulio Andreotti

Pork & beans



Everybody has watched it

sabato, giugno 14, 2008

The end of the honeymoon?




da corriere.it

Berlusconi e il Carroccio, torna la «sindrome dell’imbrigliato». Il caso di Napoli e «gli intralci al mio tentativo di governare»

Siccome raccontare è anche un modo di condividere il proprio stato d’animo, dagli ultimi racconti del premier emerge un senso di cupezza. È come se il Cavaliere si rendesse conto che il suo decisionismo si è impigliato.

Proprio così. Silvio Berlusconi sembra essersi impigliato nelle maglie della burocrazia, negli atti della magistratura, nelle manovre politiche degli alleati, in special modo della Lega. Perciò racconta, come a volersi sfogare. E non è un caso se ieri ha raccontato un episodio che - a suo avviso - è la testimonianza degli «intralci al mio tentativo di governare». Il problema dei rifiuti in Campania vuole risolverlo, anzi deve. «Bene, sono andato a Napoli. Ho tenuto la conferenza stampa, detto che verrà completato il termovalorizzatore di Acerra, annunciato il nome della società che porterà l’opera a compimento. E la mattina dopo cos’è accaduto? Che la procura è andata negli uffici di quell’azienda e ha sequestrato tutte le carte. Vi è chiaro? Hanno sequestrato tutto. L’amministratore delegato della società mi ha fatto sapere che volevano rinunciare. È dovuto intervenire Letta per farlo tornare sui suoi passi. Diglielo, Gianni». E «Gianni» ha ammesso di aver dovuto «faticare»: «La società voleva mollare, andarsene addirittura all’estero».

Ma il racconto legato all’«ennesimo episodio di intromissione della giustizia», serve a celare un’irritazione che si estende alle «direttive da applicare » da parte degli apparati dello Stato, e ai veti, agli scontri, alle faticose mediazioni che sono proprie della politica. Perché non c’è dubbio che «dopo una prima fase di gestione commissariale di Berlusconi, qualcosa è cambiato», lo ammette un fedelissimo del premier come il ministro Gianfranco Rotondi: «Ora Berlusconi deve fare i conti con le regole del gioco, che sono le stesse di sempre». Ed è la vischiosità che frena ogni sua decisione a far infuriare il Cavaliere, lui che durante la campagna elettorale aveva scaricato sull’Udc le colpe per gli errori e i ritardi del precedente governo, ed aveva motivato così la rottura dai centristi: «Non avverrà più».

«Ma in politica - spiega Rotondi - ci sarà sempre qualcuno che farà la parte di Pier Ferdinando Casini». Ed è nei leghisti che il premier rivede al momento le movenze dei centristi, è in quel suo «ne ho fin qui» che si riassume la fatica degli ultimi passaggi. Perché la legge sulle intercettazioni varata dal governo, non è la stessa che aveva in mente. L’avvocato-deputato Consolo del Pdl, l’ha pubblicamente sottolineato: «Berlusconi sette giorni fa aveva detto cose diverse. Forse avrà dovuto piegarsi alle richieste del Carroccio. Comunque si vede che il suo decisionismo va a corrente alternata».

Sarebbe però un errore voler sovrapporre l’immagine del Senatùr a quella di Casini, e lo stesso Francesco Cossiga spiega perché «è un errore»: «Tra Berlusconi e Bossi i rapporti sono eccellenti. Fosse per l’Umberto non sorgerebbero certi problemi. Sono invece i colonnelli leghisti a lavorare sotto traccia. Sanno di essere forti e usano la loro forza per centrare gli obiettivi che si sono prefissi. Ma non somigliano ai centristi, bensì a Rifondazione». È da verificare se l’ex capo dello Stato abbia davvero ragione, è certo però che l’intervista a Libero del titolare del Viminale, Roberto Maroni, non è piaciuta al Cavaliere, per il passaggio sul reato di clandestinità «che deve restare», e per quello sulle intercettazioni, dove «ha vinto il buonsenso». «Il gioco al ribasso su certi temi—secondo Cossiga—serve per ottenere di più su altri». Sarà. Certo Berlusconi è stufo di subire il lavorio ai fianchi, che va dalle questioni europee fino a quelle comunali. Ma un conto è la tradizionale posizione dei leghisti sull’Ue, altra cosa è che qualcuno tenti di sfruttare le difficoltà per destabilizzare il Pdl. Perché è stato abile il ministro dell’Interno alla conferenza Stato-Città, dove il sindaco di Milano ha fatto una sfuriata per i tagli: «Voglio capire. Togliete soldi a noi per darli a Roma? Io non sono disposta a pagar pedaggio per chi non è stato efficiente e virtuoso nella gestione». E Maroni: «Hai ragione, Letizia...».

Come non sapesse che il premier deve evitare il collasso del Campidoglio, che si è impegnato con Gianfranco Fini su questo. Come non sapesse che Giulio Tremonti cerca risorse, «altrimenti - spiegava giorni fa il ministro Altero Matteoli a un amico - senza finanziamenti per le infrastrutture e lo sviluppo, Silvio si può far benedire ogni giorno dal Papa...». E dire che «Silvio» aveva offerto del suo governo un’immagine diversa all’amico Bush: «È un mix di esperienza e gioventù. Ed è anche pieno di belle donne». Risposta del presidente americano: «Perché non le hai invitate qui a cena? ».

Francesco Verderami

In un paese non democratico



...dove alla maggioranza dei cittadini nulla sembra fare più effetto.....

venerdì, giugno 13, 2008

Porno-consulenze


Sergio Rizzo per il “Corriere della Sera”

Magari è soltanto colpa delle dimensioni. Forse la nave delle consulenze pubbliche era troppo grossa per invertire la rotta in pochi mesi. Forse. Ma dire che nei dati che ieri, a sorpresa, il ministro Renato Brunetta ha pubblicato sul sito Internet della Funzione pubblica si possa scorgere anche un timido segnale del cambiamento di direzione che era stato tante volte promesso, davvero non si può.
Sapete quanti incarichi esterni hanno pagato nel 2006 le amministrazioni pubbliche? Il loro numero è 251.921. Il 2% in più rispetto al 2005, con un costo di un miliardo 323 milioni 557.591 euro: quasi 95 milioni oltre il record del 2005. A conti fatti, due anni fa è stato assegnato un incarico esterno per ogni 12,8 dipendenti pubblici a tempo indeterminato. Peggio ancora negli enti locali, che hanno pagato un consulente ogni 5,8 dipendenti fissi. Questo non vuol dire che più di 251 mila di loro potevano starsene a casa.
Spesso le consulenze sono inevitabili, come quella che il ministero dell'Economia aveva affidato allo studio legale Chiomenti per la privatizzazione dell'Alitalia: 450 mila euro. Oppure l'incarico «relativo alle nuove azioni progettuali dell'Agenzia» (237.600 euro) che il capo delle Dogane Mario Andrea Guaiana aveva assegnato alla Bain & company Italia. Va comunque detto che nella lunghissima lista dei consulenti c'è di tutto: dai violinisti delle filarmoniche alle infermiere, e perfino agli «sportellisti», retribuiti con pochi euro.
Ma non è naturalmente a loro che la pubblicazione degli elenchi ha mandato ieri sera la cena di traverso. Precisazione doverosa, la pubblicazione delle consulenze su internet non è una novità, anche se il ministero ha parlato di una nuova «operazione trasparenza».


Consulenze pubbliche dal Corriere della Sera
Perché già il precedente governo di centrosinistra aveva imposto la pubblicità degli incarichi esterni. La novità è che ora sono tutti quanti consultabili insieme nello stesso luogo fisico. Intendiamoci: a quanto pare non sono tutte. L'universo dei consulenti pubblici è probabilmente molto più vasto. C'è chi dice addirittura grande il doppio, due miliardi, due miliardi e mezzo di euro, visto che non tutti gli enti e le amministrazioni mandano i loro dati al ministero. E c'è pure chi li spedisce largamente incompleti, contando sulla distrazione di chi sta a Roma. Ma basta entrarci dentro, a quel sito della Funzione pubblica, per capire come l'idea di rendere tutti gli incarichi accessibili da uno stesso punto non sia affatto un dettaglio.

Diamo un'occhiata all'elenco dei consulenti che nel 2006 sono stati pagati dalla presidenza del Consiglio dei ministri. Alla lettera B è inevitabile imbattersi in Brunetta Renato. Proprio lui, il ministro dell'operazione trasparenza, che prima dell'arrivo di Romano Prodi era consigliere economico di Berlusconi: 22.464 euro. E accanto al suo nome (messo lì per non dare l'idea che si tratti di una caccia alle streghe?) non mancano altri nomi noti. Per esempio, quello della consulente per l'immagine del Cavaliere, Matilde «Miti» Simonetto (17.056 euro) che aveva voce in capitolo su tutto. Dalle luci alle pettinature. Per esempio, quello dell'ex presidente dell'Enac Alfredo Roma (9.600 euro), o del segretario generale della presidenza con Prodi, Carlo Malinconico, che era però in una commissione d'appalto del Cnipa anche con il governo Berlusconi (15 mila euro). E per esempio, anche quello dello scrittore e giornalista Alain Elkann (7.580 euro).

Cifre modeste. Niente a che vedere con quelle spese da certi comuni. Alla Funzione pubblica ancora ci si domanda come sia stato possibile che il Campidoglio abbia messo nell'elenco due presunti «incarichi», che magari erano invece opere pubbliche, per la sbalorditiva cifra di 100 milioni di euro. Ma niente a che vedere nemmeno con le consulenze dei ministeri, come quella che la Farnesina ha assegnato nel 2006 alla società Apri Italia (2 milioni 930 mila euro). Oppure con l'incarico che il ministero delle Infrastrutture ha conferito, per un totale di 703.350 euro, al gruppo Clas srl, presieduto da quel Roberto Zucchetti che l'anno seguente sarebbe stato eletto sindaco di Rho per il centrodestra, scalzando il centrosinistra dalla cittadina della cintura milanese. O con la consulenza che la società Ecosfera, presieduta da Duilio Gruttadauria, ha svolto sempre per il ministero delle Infrastrutture (585 mila euro).

Senza dire delle performance dei singoli professionisti. Nella lista dei consulenti della Farnesina non poteva mancare Franco Verzaschi, già titolare nel 2004 di un incarico per lavori di manutenzione nonché «adeguamento sismico e funzionale dell'ambasciata di Algeri » (347 mila euro) e due anni più tardi destinatario di una consulenza di 98.463 ero per il supporto progettuale alla realizzazione delle nuova sede diplomatica di Kiev. Il professionista in questione è incidentalmente fratello dell'ex assessore ed ex sottosegretario Marco Verzaschi.

Ma c'è chi lo batte. «Analisi delle problematiche a seguito dell'approvazione del piano triennale del Ministero delle attività produttive»: ha questo titolo la consulenza del valore complessivo di 103.250 euro ottenuta da Ignazio Abrignani, già capo della segreteria politica dell'ex ministro (ovviamente delle Attività produttive, dove è ora rientrato), Claudio Scajola. Piccolo particolare: la consulenza è stata assegnata ad Abrignani, c'è scritto nell'elenco della Funzione pubblica, dal «Gabinetto del ministro». Ma lì dentro, almeno fino al maggio del 2006, non c'era anche lui? Poi Abrignani ha deciso di dare un'accelerata alla sua carriera politica, ed ora eccolo deputato del Popolo della libertà.

Non che sia l'unico politico a fare consulenze per la pubblica amministrazioni. In certe situazioni è addirittura inevitabile che accada. Prendete Arezzo. Il sindaco si chiama Giuseppe Fanfani e il suo non è un caso di omonimia. Perché Giuseppe altri non è che il nipote di Amintore Fanfani, il Cavallo di razza per antonomasia dello Scudo crociato. Già parlamentare della Margherita e ora esponente del Partito democratico, avvocato fra i più affermati della Regione, ha avuto nel 2006 dall'Ente irriguo Umbro-Toscano 71.521 euro di consulenze. Il doppio di quelle ottenute nello stesso anno da un certo Andrea Monorchio: nome identico a quello dell'ex Ragioniere generale dello Stato.

Decisamente più generoso si è rivelato l'Unire con Damiano Lipani, stimato professionista di cui il quotidiano genovese Secolo XIX ha parlato alla fine dello scorso anno a proposito del suo acquisto della quota di una società che apparteneva all'ex capo della segreteria del viceministro Vincenzo Visco, Giovanni Sernicola. L'ente che ha il compito di sovrintendere alle scommesse ippiche gli ha affidato un incarico da 201.108 euro. Ancora più prodigo, almeno a fare le somme, si sarebbe mostrato l'Ice, l'istituto per il commercio estero, con Achille Bonito Oliva per la mostra «Italy made in art, now». Nella lista della Funzione pubblica si trovano tre consulenze a lui intestate, ciascuna dell'importo di 110.600 euro, per un totale di 331.800 euro.

Perché anche l'arte vuole, perché no, la sua parte. Ecco quindi che il comune di Milano, sempre nel 2006, ha pagato 45 mila euro a Maria Grazia Toderi perché la stessa artista realizzasse un'opera «ad hoc» per «la mostra a lei dedicata». Sette volte di più di quanto abbia dato il consiglio regionale delle Marche ad Arnaldo Pomodoro perché il celebre sculture realizzasse il «Picchio 2006»: 5.500 euro. Ma per le consulenze gli enti locali sono davvero specializzati. Così il sindaco di Milano Letizia Moratti affida il «coordinamento dei rapporti istituzionali» nientemeno che a Paolo Glisenti (165 mila euro, di cui 53.439 erogati nel 2006).

Il suo ex collega di Roma, Walter Veltroni, aveva scelto invece Walter Verini (138.166 euro, di cui 38.379 erogati). Il presidente della Provincia di Firenze, Matteo Renzi, ha puntato su Bruno Cavini (269.500 euro, di cui 73.499 erogati). Il governatore della Regione Campania ha investito su Rachele Furfaro come consulente per la cultura (273.551 euro, di cui 14.399 erogati). Sempre la stessa Regione ha concesso consulenze per centinaia di migliaia di euro per l'assistenza ai progetti Feoga. Qualche nome? Luca Perozzi, segretario della camera di commercio di Avellino (329.499 euro, 93.457 erogati). Alberico Simioli, responsabile della riserva ittica di Punta Campanella (386.310 euro, 70.899 erogati) Michele Tolve, esperto agronomo (386.309 euro, 68.136 erogati nel 2006.
E via di questo passo, fino ai mille rivoli delle spese più piccole e stravaganti. Il comune di Milano, per esempio, ha impegnato 12 mila euro per un «corso di ginnastica dolce». Proprio così, «dolce». Affidato, però, al club «Body building».

Alcune domande, infine, non possono non tormentare chi avesse la fortuna di imbattersi nella consulenza che la Provincia di Ascoli ha voluto a tutti i costi chiamare «Progetto saggi paesaggi» (20 mila euro): chi ha inventato quel titolo? E a chi è venuto in mente di battezzare «Parole e dintorni» l'agenzia di comunicazione che per 15 mila euro ne segue l'ufficio stampa? Ma soprattutto, chi è il genio che ha ideato il marchio di un'altra agenzia di comunicazione alla quale è stata assegnato il compito (5 mila euro) di fare il progetto della campagna stampa, e che si chiama «Marchethink»?


UN GIALLO SUL COMUNE DI ROMA: 51 MILIONI PER IL GIOCO DEL PRESEPE
Dal “Corriere della Sera” - Sulle prime non si è potuto che pensare a un errore. Tre zeri in più, aggiunti in fondo alla cifra. Capita. Invece, a quanto pare, non c'era nessuno sbaglio. Perciò in testa all'elenco delle «consulenze» pubblicato dalla Funzione pubblica sono finiti due incarichi comunicati a palazzo Vidoni dal Comune di Roma. Il primo è la «Realizzazione del progetto il presepe come gioco», che risulta sia stato assegnato a una associazione culturale denominata Athena. Per un importo, tenetevi forte, di 51 milioni 330 mila euro. Il secondo è «l'affidamento di un incarico per l'organizzazione del concorso sul tema "piccoli condomini in gioco"» toccato a una seconda organizzazione senza scopo di lucro, il Museo dei bambini onlus. Per una cifra, e anche qui tenetevi forte, di 48 milioni di euro. Somme che certamente hanno bisogno di spiegazioni più dettagliate di quelle desumibili a tarda sera dalle informazioni necessariamente scarne fornite dal sito internet della Funzione pubblica. Ma che in ogni caso fanno apparire davvero ridicole certe voci che in un altro contesto sarebbero magari apparse sorprendenti. Sempre secondo la lista della Funzione pubblica, la realizzazione del progetto «Scuolabus a piedi», che il comune di Roma ha affidato all'Associazione «Perle dei Caraibi», ha un costo di 395 mila euro.

La scorrettissima Sharapova

Da Corriere.it


da Corriere.it

MONACO DI BAVIERA - Le sorelle Williams, Maria Sharapova e un tempo anche Monica Seles: sul campo sono le migliori - tuttavia, detengono anche il primato di urlatrici. A ogni colpo un gemito; per molte è un riflesso automatico, per altre serve a darsi la carica. Lo scettro di urlatrice spetta alla Sharapova. Mai nessuno, tra le donne, fa tanto chiasso in campo come la 21enne. Già, perché la russa raggiunge anche i 100 decibel, che corrisponde al rumore di un piccolo aeroplano in fase d'atterraggio.

NESSUN VANTAGGIO - Non c'è da stupirsi quindi, se questi toni possono in qualche modo irritare i più pudici. Come per esempio Boris Becker. Secondo l'ex numero uno del mondo andrebbero proibiti. «Quando vedo Maria Sharapova o Serena Williams non riesco a capirle - ha detto Becker -. C'è qualcosa di sessuale ed uno finisce per pensare che non è sano perché si rovinano le corde vocali. Tutto questo non può andare avanti così. Bisogna finirla, vietiamoli», sentenzia un turbato Becker in un'intervista al magazine tedesco "GQ Gentlemen's Quarterly". «Tutto ciò non porta a nessun reale vantaggio sportivo», spiega inoltre il tre volte vincitore di Wimbledon. Della stessa opinione, qualche anno fa, si è detto Alan Mills, mitico giudice arbitro di Wimbledon: «Oggigiorno nei campi di tennis si urla come mai prima».

Io aggiungo Non si tratta però di urletti senza motivo. La scorrettissima siberiana li fa anche per disturbare l'avversaria e non far sentire il momento dell'impatto della racchetta sulla palla. Andrebbero vietati, ma ormai è la Nike che decide nel tennis come in altri sport.

Pizza Berlusconi



Un cartello che pubblicizza la pizza 'Berlusconi': l'ha inventata la catena finlandese Koti Pizza. È a base di renna affumicata.

mercoledì, giugno 11, 2008

Boicottare infostrada




Non è la prima volta che Infostrada adotta metodi da denuncia. Vi invito a boicottarlo almeno fino a quando lo stupido che fa telefonate del genere non sia licenziato. È notorio lo scarso rispetto delle aziende italiane per i propri clienti, ma questa lettera dimostra che il limite è stato superato da tempo.

Leggete: Lettera firmata a “la Repubblica”

Oggi, poco dopo le 15, ho ricevuto a casa la telefonata di una signora che ha esordito: «Devo farle una proposta della società Infostrada...». L'ho interrotta dicendo che era la quarta o quinta volta che ricevevo telefonate di questo tipo e ogni volta avevo invitato: a) a cancellare il mio nome dalle loro liste; b) ad inviarmi qualsiasi proposta commerciale per lettera. Da una pubblicità stampata ci si può difendere (stracciarla, non leggerla, non rispondere), da una telefonata no: può essere importante.
Ho detto che lo ritenevo un vero sopruso e che questa volta avrei reagito, che sono un giornalista e avrei protestato su un giornale.

Pochi minuti dopo mi ha telefonato un giovanotto, con un tono strafottente, che mi apostrofa: «Sono Umberto Eco. Parlo col giornalista?» «Che articolo sta scrivendo?». Prima mi è venuto da ridere (conosco Umberto Eco da 55 anni, e ho risposto che Umberto sarebbe contento di avere una voce da giovanotto, anche se stupida come la sua), poi l'ho mandato a quel paese dicendogli che io a casa a quest'ora ci sto per riposare, per fare ginnastica, per mangiare una cotoletta, per scrivere o leggere un libro (di Umberto Eco), e per mordermi le unghie, ma che tutte queste (e altre) cose desidero farle senza che Infostrada mi rompa le scatole. E inoltre che avrei pubblicamente avvertito Umberto Eco che Infostrada telefona a nome suo. Ecco, l'ho fatto.

Ps: "Repubblica" ha il mio nome, cognome e indirizzo. Se l'Autorità che tutela la Privacy ritiene utile la mia testimonianza sono a disposizione

PS PS (avviso del blogger) non sono residente in Italia e nemmno questo blog è stato aperto in Italia6. A buon intenditor....

Pillole di saggezza



Dopo la dichiarazione di Buffon: "Chiedo scusa agli italiani", è giunta in serata la risposta degli italiani. "Scusa un cazzo!"

da: "il rompipallone", di Gene Gnocchi sulla Gazzetta dello Sport

martedì, giugno 10, 2008

La bella ministra



Questa è Mara Carfagna. Ex soubrette diventata Ministro per le Pari Opportunità per non si sa quali meriti. Una che, con il suo passato sbarazzino di showgirl, adesso si profonde in giaculatorie sull'importanza della famiglia. Una che non dà l'appoggio al gay pride, che non vede nessuna discriminazione nei confronti dei gay, ma che poi propone le coop del sesso. Una persona, è il minimo che si possa dire, confusa. Non c'è nemmeno da inventare un testo. Basta leggere l'intervista di Repubblica. Una così in Italia è ministro. Non critico la voglia di fare di questa signora. Critico il fatto che proprio non è capace. Non aveva e non ha alcun titolo per rivestire il suo ruolo. Ma questo sembra essere l'ultimo dei problemi per Silvio Berlusconi.

da Repubblica.it
ROMA - Dice sì alla prostituzione libera e casalinga il ministro alle pari opportunità Mara Carfagna. Magari anche in cooperativa. Ma chiede allo stesso tempo guerra al mercato del sesso in strada, agli sfruttatori, alla tratta delle minorenni, liberando dalla schiavitù chi è costretto a vendersi tra minacce e ricatti.

Contraria a fogli di via ed espulsioni?
"Sì. Così si colpisce solo l'anello più debole e non si affronta il problema alle radici".

Qual è l'obiettivo? La Bongiorno propone di punire i clienti.
"Togliere la prostituzione dalla strada, con multe a lucciole, viados e clienti, ma soprattutto affrontare l'emergenza delle minorenni che aumentano in maniera impressionante e aiutare chi vuole togliersi dalla schiavitù. Stiamo lavorando ad una proposta più complessiva".

Maroni parla di eros center
"I quartieri a luci rosse non mi convincono, degradano zone della città. Ma non sono contraria a chi vuole prostituirsi per scelta purché in case isolate, in modo da non dare fastidio agli altri condomini. Comunque è tutto da verificare dal punto di vista legislativo. L'importante è che non ci sia sfruttamento e che le strade non siano un mercato del sesso a cielo aperto".

Sono nove milioni al mese i clienti, 80% sposati
"Un dato allarmante, dimostra lo sfaldamento dei nuclei familiari".

A proposito di famiglie, che ne pensa di unioni di fatto e matrimoni gay?
"Sono contraria"

Ma non è il ministro delle pari opportunità?
"Io non ho pregiudizi, ma non possono pretendere di essere famiglie".

Perché?
"L'idea di famiglia viene da una tradizione religiosa - e io ho fede anche se cerco di essere laica come ministro - viene dalla costituzione, dal diritto civile e naturale: è composta da un uomo e una donna che si uniscono per dare vita a figli per proseguire la specie".

E tutti gli altri, laici o atei, etero e omo?
"Trovo giusto rivendichino diritti civili, trovo giusto che chi è stato assieme una vita possa subentrare nell'affitto, andare a trovare il compagno in ospedale. La famiglia però è un'altra cosa".

Quindi niente leggi?
"Penso solo a contratti privati".

Le pari opportunità allora per chi sono?
"Le mie priorità sono: aiutare le famiglie a fare più figli, con sussidi, creazioni di asili sul modello francese. Aiutare le donne sul lavoro perché abbiano stipendi uguali ai colleghi, perché riescano a conciliare famiglia e carriera. Per le donne presenterò venerdì in consiglio la proposta di legge sullo stalking, perché le molestie insistenti sono spesso il passo che precede le aggressioni, mentre per i fondi tagliati contro la violenza sulle donne il mio ministero ha altre somme da destinargli".

E per i gay?
"La mia idea è di aggiungere il motivo di orientamento sessuale al decreto legge del '93 che prevede l'aggravante se la violenza è compiuta per motivi di razza o religione".

Scusi ma lei ha avuto pari opportunità?
"Gli uomini hanno un pregiudizio storico sull'ignoranza delle donne, se sei bella ancora di più, ma non mi piango addosso e vado avanti. Sono testarda, penso sempre di dover migliorare e quindi da quando sono ministro dormo male. Ho la consapevolezza delle aspettative".

Cosa vuole?
"Una famiglia mia, in una società ordinata che coccola madri e figli troppo spesso senza adeguata tutela".

Se sua figlia fosse omosessuale?
"Le insegnerei a vivere la sua situazione con naturalezza e sobrietà, perché le provocazioni non servono", dice forse pensando al corteo del Gay pride dove campeggiavano le foto di un suo vecchio calendario osé.

Ora chi si ispira politicamente?
"Vorrei essere Ronald Reagan. Anche lui è entrato in politica arrivando dal mondo dello spettacolo. Guardato con sospetto, diffidenza e sufficienza, si è poi dimostrato uno dei più grandi politici della storia americana".

lunedì, giugno 09, 2008

Citizen of the Planet

Il pavido Castelli


Come al solito quelli della Lega si dimostrano dei leoni di carta. Le affermazioni di Castelli proposito del vergognoso disegno di legge sulle intercettazioni la dice lunga sulla statura politica di questa gente.

da Corriere.it

ROMA - All'indomani dell'annuncio del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, di una futura stretta sulle intercettazioni, l'Associazione nazionale magistrati difende questo strumento «indispensabile» nella lotta al crimine. «Le intercettazioni sono uno strumento insostituibile per le indagini non solo contro la criminalità organizzata e il terrorismo, ma contro l'usura, la criminalità economica, il riciclaggio, gli omicidi, i sequestri, la pedofilia - ha detto il segretario del sindacato delle toghe, Giuseppe Cascini, intervistato da Sky Tg24 -. Senza le intercettazioni telefoniche, l'azione di contrasto nei confronti del crimine diventa più debole e più difficile». Una posizione condivisa dall'opposizione, con Veltroni («Così il governo impedisce ai magistrati di svolgere le indagini»), e dal sindacato dei giornalisti, che si dice pronto ad ogni azione per contrastare il progetto del governo in nome del diritto all'informazione.

ALFANO: CONTENERE SPESE - Accuse a cui risponde in serata il ministro della Giustizia Angelino Alfano: «Nessuno vuole comprimere le indagini, o togliere ai magistrati il potere di indagare - ha spiegato al Tg4 -. Vogliamo razionalizzare il sistema e contenere le spese, vi è un'invasività nella vita dei cittadini, a causa delle intercettazioni, giunta a livelli intollerabili».

«DIVIETO ASSOLUTO» - «Intendiamo introdurre il divieto assoluto di intercettazioni telefoniche, escludendo quelle che riguardano la criminalità organizzata e il terrorismo e nel prossimo Consiglio dei ministri porteremo un nuovo provvedimento» aveva annunciato sabato Berlusconi. Per i trasgressori la pena proposta è di cinque anni di carcere, e penalizzazioni finanziarie importanti sono previste per gli editori che dovessero pubblicarle.

CASTELLI - Un'urgenza condivisa da governo e maggioranza. Anche se non mancano voci fuori dal coro. Come quelle della Lega e in particolare di Roberto Castelli, sottosegretario alla Infrastrutture ed ex ministro della Giustizia, secondo cui le intercettazioni dovrebbero essere adoperate anche nelle inchieste che riguardano i reati di concussione e corruzione. Intervenendo al programma «In mezz'ora» di Lucia Annunziata, l'esponente della Lega si è augurato che il clima tra il premier e i magistrati possa migliorare. «Ai tempi del mio dicastero - ricorda - c'era uno scontro patologico. Ora speriamo che si torni a una vera divisione dei poteri». Una contrapposizione 'smontata' in serata dallo stesso senatore leghista: «Hanno voluto malignamente forzare il mio pensiero, inventando una contrapposizione tra la Lega e Berlusconi sul tema delle intercettazioni che non esiste. Ho premesso che esprimevo pareri personali che non impegnano la Lega Nord». Pavido.

domenica, giugno 08, 2008

E se fallisce che?

LONDRA - La British Airways e altre cinque compagnie aeree europee hanno scritto una lettera al commissario europeo ai Trasporti Antonio Tajani per protestare contro il supporto finanziario fornito dal governo italiano all'Alitalia «in violazione delle regole Ue sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato». Lo ha riferito il domenicale britannico Sunday Telegraph.

SENZA AIUTO BANCAROTTA - «Senza quell'aiuto Alitalia andrebbe sotto i necessari requisiti di capitale, dovrebbe dichiarare bancarotta in base alle leggi italiane e cessare quindi le operazioni», sottolinea la lettera firmata da British Airways, Virgin Atlantic, Finnair, Sas, Iberia e Tap. «Noi - afferma la missiva, inviata a Tajani giovedì scorso - ci opponiamo con forza anche perchè non è la prima volta che Alitalia riceve "sostegno vitale" dal governo italiano a dispetto delle regole europee sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato». A giudizio delle sei compagnie aeree, che chiedono a Tajani di procedere ad una «accurata indagine» sulla questione, Alitalia perde in apparenza 1,4 milioni di euro al giorno e gli aiuti di cui beneficia «distorcono il mercato».

Ma anche in Europa i geni pullulano


Questo è Lorenzo Bini Smaghi uno dei geni che lavorano alla BCE, la Banca Cntrale Europea guidata da un tizio che si chiama Trichet (tricher = barare in francese) . Ecco che cosa ha detto recentemente questo signore:

"Sappiamo che l'inflazione in Europa è importata dall'estero e quindi è fuori dal nostro controllo, ma ad essa si potrebbe aggiungere un'impennata della domanda interna europea. Per evitare questa prospettiva dobbiamo inasprire il costo del danaro".

Una follia, o una idiozia. Siamo sopravvalutati rispetto al dollaro e le merci europee restano ferme nei magazzini. E queste persone sono dipendenti pubblici.

sabato, giugno 07, 2008

In Italia fanno parlare proprio tutti

Le banalità della bellissima Afef in Tronchetti Provera... i panni sporchi si lavano in casa? In casa tua, forse.

Eminem on the net

If a rabbit attacks a snake

Ragazzi ce ne sarebbe bisogno

Mannaggia il "refresh"

La pagina di Repubblica all 9,44. Poi è stata cambiata, ma guardate l'impaginazione e la foto di fianco alla notizia di Berlusconi dal Papa

venerdì, giugno 06, 2008

Per amore solo per amore

C'è chi lo dedicherebbe a una donna. Io lo dedico a una città che ha dimenticato le sue radici.... a buon intenditor.....

Viva le italiane nude



Solo per dare una spiegazione questo video è stato realizzato dalla Tv della Libertà, direttore responsabile Giorgio Medail lo stesso che, ogni volta che ci sono elezioni, viene inviato per fare reportage sulla sicurezza e in chiave anti-sinistra o anti chiunque non sia berlusconiano. Uno che riesce a difendere il buongusto della tv italiana. uno che ritiene normale due pupattole che sculettano sul tavolo alle 8 di sera (Striscia) o le brutture dei nostri programmi del pomeriggio. Non ci sono parole.




Medail è il tipo nella foto al lato della Brambilla (vecchia collaboratrice)

Cavaliere show



Cavaliere show
di Edmondo Berselli
Toni moderati. Uno stile da statista. Una politica fatta di annunci. Fra soluzioni corporative. Operazioni di facciata. E un drappello di ex socialisti in prima linea. Così Berlusconi punta a prolungare la luna di miele con gli italiani


Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi È una vera mutazione genetica quella di Re Silvio? O invece la metamorfosi del Cavaliere nel monarca buono è l'ultimo miracolo all'italiana, il vecchio stellone, la fortuna che aiuta gli audaci, e anche i mediocri, in un clima di volemose bene e tenemose stretti? E che cosa rappresenta l'ultima incarnazione di Berlusconi, lo 'statista', con le sue parole moderate, l'ottimo rapporto con l'opposizione veltroniana e la concessione del governo ombra, la consapevolezza che evidentemente il momento è difficile e occorre remare insieme?

Fermi tutti. Prima di parlare di Berlusconi è opportuno mettere a fuoco l'atmosfera generale. Si è sentito un lungo sospiro di sollievo, dopo le elezioni del 13-14 aprile, come se si fosse liquidata un'anomalia storica: non tanto il conflitto d'interessi e quelle inezie lì, che ancora preoccupano quei provinciali di europei, con il malanimo dei loro pregiudizi che promana dai loro media, e neanche le misure contro l'immigrazione irregolare; ma piuttosto, guarda un po', l'anomalia vera, quella rappresentata dalla sinistra, dalla sua persistenza storica a dispetto della modernità. E dalla sua pretesa di competere per conquistare, chissà quando, il diritto al governo.

Fine. Amen. Liquidato Prodi, dimenticati Padoa-Schioppa e Visco. De mortuis nihil nisi bene. Il 33,1 per cento del Partito Democratico rappresenta il confine in cui vive una specie protetta, gli ultimi uomini rossi dell'Amazzonia, che se rinunciano a scagliare frecce e zagaglie contro gli aerei della civiltà, e del Popolo della libertà, verranno amabilmente tollerati dal nuovo ordine, in apposita riserva.

Già, dal 1996 in poi il centrosinistra era stato una spina nel fianco. Adesso, invece, a quel terzo di italiani che hanno votato per il Pd va riconosciuto lo speciale diritto all'opposizione: ma niente di più. Al massimo, se i 'democrat' coltivano ubbie politiche, gli si può concedere
la possibilità di cooperare, di collaborare, di concorrere, specialmente sul fronte delle riforme costituzionali: anche Umberto Bossi ha capito che è inutile rivoluzionare lo Stato, come era stato tentato con la devolution, se poi si rischia la bocciatura al referendum successivo.

E dunque eccolo qui il Berlusconi statista. Eccolo che si ravvia i capelli alla cerimonia del 2 giugno, eccolo che si precipita a Napoli promettendo soluzioni fulminee al problema dei rifiuti (fulminee si fa per dire: tre anni). Ed ecco intorno a lui un consenso liberatorio, come se il paese, e soprattutto l'establishment nazionale, non aspettasse altro che la vittoria totale del Cavaliere, come se Berlusconi fosse il destino, l'autobiografia della nazione, la sua identità più intima.


Papa Benedetto XVI Lui, perfetto Zelig, è entrato nella parte. All'assemblea della Confindustria guardava con suggestiva complicità la Marcegaglia fino a esclamare "Forza Emma!" senza cedere alla tentazione, visibilissima per un istante, di evocare un potentissimo 'Forza Italia!' (ce l'aveva lì sulla lingua, ma si è trattenuto). Si presenta come un uomo moderato e consapevole. Flirta con le deputate ma senza eccedere in smancerie e quindi senza rischiare gli strali di Veronica Lario. In una piovosissima serata di fine maggio nella bassa emiliana, sotto un tendone inondato d'acqua della nuova festa del Pd, ex Festa dell'Unità, dal pubblico chiedono a Enrico Letta: "Dove ci sta fregando, Berlusconi?". E il Letta giovane spiega invece che secondo lui il capo del governo è sincero: punta al Quirinale come gran finale di carriera, sa di avere bisogno di un consenso largo, e quindi si comporta di conseguenza.

Piuttosto, non si capiscono bene le ragioni del diffondersi della fiducia e del sollievo. Dal punto di vista politico, il 'new berlusconism'è una miscela particolare. Per certi aspetti ricorda l'andreottismo, con iniezioni di decisionismo, anche se una lettura sommaria del sistema politico, sociale, amministrativo del paese induce il nuovo governo a considerare raggiunti gli obiettivi subito dopo avere emanato qualche ordinanza. Il populismo del Pdl consiste proprio nel lanciare dall'alto provvedimenti "voluti dalla nostra gente", i cui risultati sono invece tutti da verificare nel tempo e nello spazio.

Il resto dell'articolo lo trovate qui: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Cavaliere-show/2028468&ref=hpsp

martedì, giugno 03, 2008

Ottimo articolo di Libero


...a dimostrazione che, Berlusconi a parte, non sono prevenuto....

Mauro Suttora per “Libero”


Il quinto dittatore più longevo del mondo è atterrato a Fiumicino tranquillo e felice domenica notte con la moglie Grace. Ha conquistato il potere nel 1980 e non lo ha più mollato. Soltanto Gheddafi e altri tre despoti (il sultano del Brunei, Omar Bongo in Gabon e Dos Santos in Angola) tiranneggiano i loro popoli da più tempo. Robert Mugabe ha 84 anni ed è ospitato a Roma nell'ambasciata del suo Zimbabwe, quartiere Prati. Mentre era in volo i suoi poliziotti in Africa hanno arrestato l'oppositore più prestigioso, il giovane scienziato Arthur Mutambara, assieme a decine di altri avversari politici.


Il leader Libico, Gheddafi
Lo Zimbabwe è l'ex Rhodesia del Sud. Era un Paese florido, uno dei granai d'Africa. Gli inglesi se ne sono andati 28 anni fa, e da allora le cose sono costantemente peggiorate. Oggi i tredici milioni di sudditi di Mugabe sono fra i più poveri del mondo, ridotti alla fame. L'inflazione è del 156.000 per cento. Non è un refuso: significa che ogni giorno i prezzi quadruplicano. Fino a una dozzina di anni fa almeno c'era la libertà. Ora neanche più quella. Da liberatore, Mugabe si è trasformato in tiranno.

Nel 2002 ha truccato le elezioni per farsi rieleggere. L'Unione europea ha reagito proibendogli di venire nel nostro continente. Ma lui si fa gioco di questo divieto. Con la scusa che a Roma c'è la Fao (Food and agriculture organization), la quale come tutte le agenzie dell'Onu gode di extraterritorialità, fa una capatina in Italia ogni volta che può. L’ultima volta, a un vertice Fao del 2005, paragonò Bush e Blair a Mussolini e Hitler. Chissà cosa dirà questa volta. Con la sua presenza a Roma, Mugabe sta facendo ombra perfino a un altro gentiluomo come l’iraniano Ahmadinejjad.

Il ministro degli Esteri australiano Smith ha definito «oscena» la sua presenza al vertice contro la fame nel mondo: «Mugabe è responsabile della fame di cui soffre il suo popolo, e ha usato gli aiuti alimentari a fini politici». Due mesi fa ha perso di nuovo le elezioni, ma grazie ai soliti brogli ha ottenuto un ballottaggio per il 27 giugno. E ora è venuto a farsi un po’ di propaganda in Italia.

I CONTI DEL BARACCONE
Il pretesto glielo offre uno dei tanti inutili vertici contro la fame di una delle tante inutili agenzie dell’Onu. La Fao, appunto. Il palazzo bianco della Fao sta vicino alle terme di Caracalla, un precursore di Mugabe. Fino al 2002 nel piazzale davanti alla Fao c’era l’obelisco di Axum. Poi l’Etiopia ha chiesto di riaverlo. L’Italia, chissà perché, ha acconsentito. Così l’obelisco è stato tolto e rispedito in Etiopia a nostre spese. Da allora giace abbandonato sotto una tettoia. Questo è il risultato dei complessi di colpa degli ex colonialisti. Un altro risultato è che continuiamo a finanziare baracconi come la Fao.


Ha quattromila funzionari. Duemila stanno «sul campo», nei posti dove si soffre la fame, e probabilmente qualcosa combinano. Gli altri duemila stanno a Roma, e si godono i loro stipendi da ottomila euro al mese esentasse. La Fao costa quasi 400 milioni di dollari l’anno. Poco, tutto sommato, se paragonati ai 300 milioni di euro che abbiamo appena deciso di buttare via per dare qualche altro mese di vita all’Alitalia. Ma tanto, se si scopre che gran parte del bilancio serve per pagare i dipendenti.

Come per l’Onu e l’Unesco, i tre quarti dei soldi vengono versati da undici Paesi (fra i quali non compaiono Cina e Russia, nonostante abbiano diritto di veto). Gli Usa pagano da soli il 25% delle spese, il Giappone il 20. Ma quando si decide come spendere, vale la regola della maggioranza. I membri della Fao sono 191. E il voto di San Marino vale quanto quello degli Usa.

LA CRISI ANNUNCIATA DEGLI ANNI NOVANTA
L’inefficienza della Fao è leggendaria. Già nel 1960, visti gli scarsi risultati, fu creato il Pam (Programma alimentare mondiale), agenzia operativa per le emergenze sempre con sede a Roma. Esiste tuttora e funziona abbastanza bene. Negli anni ’70 si continua con la moltiplicazione degli enti: nascono il Wfc (World food council) e l’Ifad (International fund for agricultural development). Vent’anni fa la Heritage Foundation, think tank Usa di destra, dimostra dati alla mano che l’inefficienza continua. E nel ’91 ai critici della Fao si aggiunge la rivista The Ecologist, bibbia degli ambientalisti, che decreta addirittura: «La Fao promuove la fame nel mondo, invece di combatterla».

Niente da fare. La burobaracca sopravvive organizzando vertici su vertici. Quello del 2002 viene considerato uno «spreco di tempo» perfino da molti dei partecipanti ufficiali. Nel maggio 2006 si dimette Louise Fresco, assistente direttore generale della Fao, che ammette: «La nostra organizzazione è incapace di adattarsi alla nuova era, i suoi capi non propongono soluzioni per superare la crisi».

LE CRITICHE DEGLI AFRICANI
Dopo il vertice del 2006 Oxfam, la più grande Ong (Organizzazione non governativa) privata contro la fame nel mondo, chiese di finirla con le «feste di parole». Un mese fa il presidente del Senegal ha ribadito: «Meglio chiudere la Fao». Invece ora ci risiamo. Per tre giorni i potenti della Terra, dittatori e affamatori compresi, banchettano a Roma alla faccia degli affamati. Quelli che fanno qualcosa di concreto (i missionari, i volontari delle Ong) sono rimasti in Africa, in Asia, in America Latina.

domenica, giugno 01, 2008

Post da Beppegrillo.it

Monnezzopoli/ Bokassa Bassolino
In Campania l'emergenza è stata voluta. Un segnale l’ho avuto il 23 febbraio 2008. 30.000 ragazzi e ragazze dei MeetUp sono scesi in piazza Dante a Napoli per far festa e insieme insegnare come ridurre e differenziare i rifiuti, fare la raccolta porta a porta, il compostaggio, il trattamento meccanico biologico. E pretendere centri di riciclo come quello di Vedelago che trasformano, senza bruciare, gli scarti in sabbie sintetiche per l'edilizia. Uno Stato serio avrebbe portato quei giovani su un palmo di mano come esempio per Napoli e la Campania. Uno Stato colluso li ha censurati. L'evento, raccontato dalle telecamere di BBC, CNN ed altri media stranieri, è stato oscurato da tg e giornali nazionali, tanto che David Willey, corrispondente dall'Italia della BBC commentò: "Aprire i giornali il giorno seguente e non trovare notizie è imbarazzante, ma è chiaro che in Italia manca una stampa libera e indipendente”.
L’emergenza è un film già scritto. Invece di fare la raccolta porta a porta a Napoli con un piano dettagliato, realizzato e pagato nel 2003, si va avanti con inceneritori e discariche. Nonostante 53 tra arresti e rinvii a giudizio, tra cui Bassolino e amministratori delegati di Fibe e dell’Impregilo.
260 Comuni sono partiti con la raccolta differenziata in Campania, tre mesi fa erano 146. Altri 98 si uniranno a breve. In televisione si parla solo di inceneritori e discariche invece di spiegare come ridurre i rifiuti e differenziarli. L'Unione Europea ha bocciato il piano Berlusconi ed i media ed i politici parlano solo di "dubbi" .
Nessuno parla delle priorità d'intervento secondo l'Europa. Solo discariche, inceneritori, discariche (CHI CI GUADAGNA?), per scoprire, come ha fatto Walter Ganapini, membro onorario del Comitato Scientifico dell' Agenzia Europea per l'Ambiente, che, dal 2003, esiste una discarica che avrebbe evitato l'emergenza rifiuti.

Chiedo l'intervento della Corte dei Conti e dell'Unione Europea sui piani per la differenziata porta a porta mai attuati. Sui miliardi di euro di finanziamento europeo scomparsi nel nulla. Cari europei, come vi ho già chiesto a novembre a Strasburgo, fermate ogni finanziamento pubblico a Bokassa Bassolino e ai suoi cannibali. L’Italia ve ne sarà grata.

Beppe Grillo disse....



"amici tedeschi, invadeteci"...

ROMA - «La privacy è il primo diritto. Quando alzano la cornetta del telefono, i cittadini hanno il diritto di non essere intercettati». Silvio Berlusconi annuncia una legge contro l'eccesso di intercettazioni telefoniche da parte della magistratura che prevede anche pesanti sanzioni ai giornali che le pubblicano.

SANZIONI - Il premier lo ha ribadito a Roberto Natale, segretario della Fnsi (Federazione nazionale della stampa) durante il ricevimento al Quirinale per la Festa della Repubblica. È stato Natale a sottoporre al capo del governo la necessità di tutelare il diritto della stampa di informare i cittadini dei reati emersi durante le intercettazioni. Ma Berlusconi ha risposto: «Capisco, ma la prima cosa è il diritto alla privacy. Comunque la legge dovrà andare in Parlamento e non si tratta di fare cose straordinarie: penso a multe per gli editori che pubblicano intercettazioni. In Europa le intercettazioni si fanno solo sulle organizzazioni criminali di tipo mafioso e per le organizzazioni terroristiche: noi ci dobbiamo adeguare».

Ancora una volta una legge liberticida sarâ approvata. Ancora una volta l'Europa ci condannerà. Ancora una volta l'Italia se ne fregherà.

Wojtyla fatto a pezzi

da l'espressonline
Andrzej Stasjuk

È iniziata la contesa sulla spartizione delle sue reliquie. Del resto l'idea di smembrare Giovanni Paolo II è partita dall'episcopato Giovanni Paolo II. Da noi non si parla molto dello scudo spaziale antimissilistico americano, di cui alcuni elementi dovrebbero venir installati nel mio Paese. Non è un tema bollente. La questione si ravviva di tanto in tanto, quando la Russia decide di prender la parola e dichiara che punterà i suoi missili contro di noi. Ma siamo abituati a quello che la Russia dice e fa, e in sostanza non ce ne importa un fico. Al massimo tentiamo di farla irritare ancor di più, perché far uscire la Russia dai gangheri è il nostro sport e passatempo nazionale. Il piccolo si diverte sempre quando il grande s'infuria. La politica non deve essere mortalmente seria.

Ma noi non viviamo di soli divertimenti. È vero, siamo frivoli slavi, ma di tanto in tanto ci occupiamo anche di questioni serie. Ed è quanto appunto avviene da un paio di giorni. Il mio Paese è coinvolto in una discussione drammatica e fondamentale: dividere in pezzi il nostro papa buonanima Giovanni Paolo II, ovvero non dividerlo? È difficile dire chi abbia dato inizio a questo tanto grave dibattito, in ogni caso esso è in corso. Al mondo moderno si addice la fretta e non è necessario attendere che Giovanni Paolo II sia fatto santo, perché potrebbe essere già troppo tardi e una chiesa oppure un'altra, una parrocchia o un'altra, potrebbero restare prive di qualsivoglia parte papale. Dunque, la discussione sulla divisione delle reliquie - benché di reliquie tuttora non si tratti - ferve.

Ovviamente si parla anzitutto del cuore. Esso dovrebbe viaggiare fino al Wawel e riposare accanto alle spoglie mortali dei re polacchi. Ma il Wawel è solo l'inizio. Rimangono gli altri centri della spiritualità e della religiosità polacche. Ci sono almeno Jasna Góra, o il nuovo santuario di Lichen - forse il più grande santuario dell'Europa moderna. Ma questa è solo la punta dell'iceberg del fabbisogno di santità. Ci sono ancora il luogo della sua nascita, i luoghi in cui ha abitato, quelli in cui ha trascorso del tempo, quelli in cui ha riposato, quelli che ha osservato.

Non sto affatto scherzando. Qualche decina di chilometri da casa nostra, in piena campagna, accanto ai binari ferroviari, si erge un solido busto papale in bronzo su un piedistallo di granito, a memoria del luogo in cui "atterrò l'elicottero papale". Qualche chilometro oltre si trova un più degno monumento che celebra il luogo in cui il papa disse messa. Dunque la questione è assai seria e di papa può semplicemente essercene troppo poco.

Qualche tempo fa poteva sembrare che avessimo abbastanza monumenti. Centinaia, migliaia di monumenti. Più piccoli, più grandi, in metallo, in gesso, in cemento. I miei modelli preferiti sono in resina epossodica e dipinti nei colori più realistici, incluso il sano rosato del volto. Si sistemano nei giardinetti di casa. D'altronde nello stesso modo vengono realizzati i nanetti destinati all'esportazione in Germania. Sarebbe anche potuto sembrare che ci saremmo accontentati delle migliaia di strade intestate a suo nome, dei "reni del papa" in viaggio lungo "i percorsi del papa", eccetera, eccetera. Invece, la vera fame della presenza del papa, la vera fame di santità devono ancora arrivare. Ovviamente il popolo è diviso. E d'altronde la stessa idea di smembrare il papa è partita dall'episcopato. Ma la maggior parte sembra essere contraria alla spezzettatura, con l'eccezione del cuore, a favore di cui si esprime la metà del popolo interrogato nei sondaggi. Appaiono anche voci moderate che ne richiedono la salma nella sua interezza, e che essa venga "conservata ed esposta in una bara di vetro, così che rimarrebbe con noi per sempre".

È difficile contrastare l'impressione che per molti polacchi il papa costituisca una sorta di dio, una specie di divinità tribale. E che ora, in maniera assolutamente meravigliosa, arcaica, antichissima, vogliano trattenere questo loro dio, smembrarlo e simbolicamente cibarsene. Ho sempre viva nella memoria questa scena: il papa aveva appena benedetto una croce monumentale nella cittadina di Dukla. Un attimo dopo alcuni seminaristi si avvicinarono alla croce. La tastarono con le mani e quindi, con un gesto assolutamente magico, spostarono quel contatto sacro alle proprie fronti, lo assorbirono, lo massaggiarono dentro di sé. In fondo mi lascia ammirato questa fedeltà polacca, slava, alla nostra tradizione pagana. Sia il cristianesimo importato che la modernità e la postmodernità, anch'esse venute da fuori, non sono riuscite a distruggere questo paganesimo. Che è veramente più forte dei razzi russi e degli scudi spaziali americani.


e un senza Dio ha risposto: "Quando finirà Striscia la Notizia mi prenoto per un pezzo del Gabibbo"

'O miracolo


Sergio Rizzo per il “Corriere della Sera”

Esiste un ente pubblico, in Italia, dove si può arrivare all'apice della carriera senza averci mai lavorato un giorno: l'Inps. Il miracolo si deve a Gian Piero Scanu, ora senatore del Pd, ex sottosegretario ed ex consigliere dell'ente. La sua avventura all'istituto di previdenza comincia nel 1999, quando il governo di Massimo D'Alema lo nomina nel consiglio. Titoli ne ha a bizzeffe. Ma oltre a una laurea in Scienze politiche sono soprattutto politici.

Prima di sedersi su quella poltrona è stato delegato della Cisl in un'azienda di Olbia, poi sindaco della città, quindi parlamentare del Ppi dal 1994 al 1996. Il governo di centrosinistra gli assegna uno dei due posti che nei consigli degli enti previdenziali sono destinati per legge a "esperti scelti tra i dirigenti della pubblica amministrazione", sulla base, evidentemente, dell'incarico che in quel momento Scanu ricopre nell'azienda autonoma di soggiorno di Olbia, dove è «inquadrato nella qualifica dirigenziale dei funzionari della Regione Sardegna».

Dura fino al novembre 2002, quando il ministro del centrodestra, Roberto Maroni, commissaria l'ente. Ma un anno e mezzo dopo Scanu, esponente di spicco della Margherita, viene ripescato nel nuovo consiglio. E qui viene il bello. Perché sei mesi più tardi, il 14 dicembre del 2004, il direttore generale dell'ente previdenziale Vittorio Crecco stabilisce il suo trasferimento «in mobilità» dai ranghi della Regione Sardegna a quelli dell'Inps, dove viene inquadrato come «dirigente di seconda fascia» fuori ruolo.

Per quale motivo Scanu debba passare all'Inps, è un mistero. In base alle norme vigenti l'operazione tuttavia non fa una grinza, anche se è quantomeno singolare che una persona possa venire assunta come dirigente dall'ente pubblico del quale è amministratore. Tanto più se si considera che Scanu nel consiglio dell'Inps è il titolare delle deleghe sul personale.



Passano appena quindici giorni e arriva una seconda sorpresa. Il Senato approva un ordine del giorno presentato dal senatore di An Riccardo Pedrizzi, che stabilisce il principio secondo il quale l'incarico di consigliere di Inps, Inail, Inpdap o Ipsema, ottenuto in qualità di «esperto scelto fra i dirigenti della pubblica amministrazione » equivale a quello di dirigente generale, cioè al massimo grado. Proprio il caso di Scanu e pochi altri, che in questo modo, terminato l'incarico da consigliere, potranno conservare stipendio, scrivania e segretaria: questa volta a tempo indeterminato. E non è poco.

Intanto si avvicinano le elezioni politiche e i sondaggi danno Berlusconi in picchiata e l'Unione in orbita. Scanu si candida con il centrosinistra ma non ce la fa: si consola con un posto da sottosegretario alla Funzione pubblica. Anche se l'Inps a quel punto sembra solo un lontano ricordo, la pratica va avanti. Per far diventare effettivo il principio sancito dal Senato servono ancora alcuni passaggi, l'ultimo dei quali è l'approvazione del consiglio di amministrazione dell'ente.

Per arrivarci sono tuttavia necessari un paio di semafori verdi dal ministero del Lavoro e dal Tesoro. Il primo si accende subito: il direttore generale della previdenza di quel dicastero, Maria Teresa Ferraro, dà il via libera alla tesi secondo cui chi è stato consigliere «esperto» dell'istituto può diventare «automaticamente » massimo dirigente dell'Inps. Il ragioniere dello Stato Mario Canzio sostiene invece che la cosa non sta né in cielo né in terra.

Inevitabile a quel punto, per il ministero del Lavoro, chiedere il parere di rito al Consiglio di Stato. Che alla fine, nel luglio 2007, dà ragione al Lavoro, con una piccola variante: chi è stato consigliere dell'Inps in qualità di «esperto» può essere sì nominato direttore generale dell'ente, ma il passaggio non è da considerarsi automatico. Bisogna che si liberi un posto, ma considerando l'età dei massimi dirigenti dell'Inps non è un problema. Il consiglio di amministrazione dell'Inps ratifica, pur con il parere decisamente negativo del presidente Gian Paolo Sassi.

Il cerchio si chiude così. Scanu va in Senato e probabilmente non diventerà mai dirigente generale dell'Inps. Almeno per i prossimi cinque anni. Quando terminerà il mandato parlamentare sarà prossimo ai 60 anni. Magari verrà rieletto, o avrà maturato i requisiti per la pensione. Ma il principio, quello resterà: preziosa eredità che il senatore Scanu lascia agli «esperti scelti fra i dirigenti pubblici» che avranno la fortuna di essere fra i lottizzati di un ente di previdenza.

Mina

Si ricomincia



Franco Bechis per “Italia Oggi”
È solo l'inizio, ma nel suo primo mese di vita il Parlamento si è già preso una discreta vacanza. I senatori hanno lavorato in tutto 29 ore e 13 minuti, meno della settimana corta francese. I deputati un po' di più: 68 ore in un mese, e la fatica deve averne già spaventati un bel po': ad ogni voto si registrano fra 100 e 200 assenteisti d'aula, e le commissioni per ora sonnecchiano. Sembra una vacanza anticipata. Pagata però profumatamente: fra 329 e 489 euro all'ora i senatori (dipende dall'assunzione o meno di portaborse per cui percepiscono comunque i soldi), che significa fra 5,4 e 8,15 euro al minuto lavorato. I deputati poco meno: 201 euro l'ora, pari a 3,35 euro al minuto. I numeri messi in fila così fanno certo impressione, anche perché quel poco tempo finora impiegato al lavoro da chi è stato eletto ormai un mese e mezzo fa è stato speso soprattutto per approvare l'occupazione di poltrone di prima e seconda fila.



Dovere istituzionale, certo, ma forse dopo mesi di polemiche sulla casta e una campagna elettorale tutta impostata sulle gravi emergenze economiche e di sicurezza, ci si sarebbe attesi l'abbandono di vecchie liturgie e almeno simbolicamente un rimboccarsi di maniche. Invece di logore liturgie non ne è stata risparmiata nemmeno una, compresa quella che ha fatto finire sotto la maggioranza in occasione del voto sul decreto comunitario. Pagati fra i 200 e i 400 euro all'ora di lavoro, i colpevoli si sono giustificati tutti spiegando di avere cose più importanti da fare (già, e per un parlamentare che altro c'è di più importante del voto in aula?) e che, insomma, mai si era visto un voto alle ore 15 del martedì. Infatti il lunedì e il venerdì a Roma non si trova un deputato o un senatore che non sia residente.

E se c'è, è lì per allungare la vacanza, magari con il ricongiungimento familiare. Nel palazzo non se ne trova uno. Si vedono arrivare alla spicciolata dopo l'ora di pranzo del martedì, con i loro trolley ridotti all'osso. Visto che si paga poco, giovedì sono ancora tutti al ristorante. Sotto il tavolo il trolley, pronti per il primo volo del pomeriggio. I grandi esponenti della società civile sono tornati al loro business o alle loro occupazioni più interessanti se non più redditizie. Il povero operaio della Thyssen si è messo in malattia (il certificato è vero, lo spiega il diretto interessato in un'intervista a Italia Oggi), gli altri pensano ai destini del paese altrove. Benvenuti alla solita Repubblica...

Vasco über alles


Michele Santoro può non piacere, ma spostarlo per fare spazio a uno speciale sul concerto di Vasco Rossi....


Michele Santoro e «Annozero» hanno dovuto cedere la loro prima serata del giovedì ad uno speciale sul concerto di Vasco Rossi all'Olimpico, dovendosi accontentare di recuperare la puntata con una diretta differita di 24 ore, il venerdì sera, ma in concomitanza con la partita amichevole dell'Italia contro il Belgio. Una mossa che non era piaciuta allo staff della trasmissione, conduttore in testa, che avevano accusato il vertice Rai di aver preso una decisione tanto importante per il palinsesto senza neppure consultare la redazione del programma.

«ASSEMBLAGGIO INSENSATO» - Un'opinione negativa, quella sullo spostamento, che viene di fatto rafforzata oggi con una lettera aperta che Santoro e i suoi scrivono allo stesso rocker emiliano, pubblicata sul sito internet di «Annozero». Una lettera a Vasco che di fatto suona come una critica al tipo di programma andato in onda, uno speciale che a detta del giornalista ha mostrato moltissime lacune. Un po' come dire: ci avete fatto spostare per mandare in onda questa roba?

Santoro non fa riferimento, nel messaggio a Vasco, alle polemiche dei giorni scorsi. Ma mettendosi nei panni del fan deluso che non ha potuto assistere dal vivo al concerto («siamo stati costretti a stare qui a lavorare e a seguirti in tv») fa notare che «purtroppo quello che abbiamo visto non è uno spettacolo capace di raccontare la forza che sprigioni, ma un assemblaggio insensato di clip, interrotto a tratti da un Gene Gnocchi in crisi dì identità».

SPOSTAMENTO CONTESTATO - Nel corso dello speciale su Vasco, Santoro era apparso più volte in uno spot che annunciava ai telespettatori lo spostamento di «Annozero». Una decisione che da più parti era stata valutata come una sorta di punizione politica nei confronti della trasmissione, che nella fattispecie aveva in scaletta un approfondimento su Andreotti, dopo la presentazione a Cannes del film «il Divo», che tolta dal suo spazio abituale e perdipiù messa in concorrenza con la Nazionale di Donadoni potrebbe avere ascolti inferiori al consueto. Peraltro lo stesso speciale su Vasco Rossi non ha brillato in quanto a audience.

«NON SIAMO ARRABBIATI CON TE» - In ogni caso, Santoro ribadisce di non avercela con il rocker: «Anche ieri sera è stato ripetuto che noi eravamo arrabbiati con te per la scelta di Rai Due di dedicare una serata al tuo concerto spostando Annozero - scrive il giornalista nella lettera aperta, pubblicata nella sezione «Vaf», ovvero valutazioni a freddo -. Si tratta di una bugia perchè, indipendentemente dai risultati di ascolto, noi abbiamo, fin dal primo momento, valutato che sarebbe stata una scelta di immagine positiva per la rete trasmettere la tua musica».

Tuttavia quello che è stato proposto agli spettatori come alternativa ad «Annozero» non è stato all'altezza delle aspettative: «Abbiamo dovuto leggere solo sui giornali di questa mattina - è il rilievo di Santoro - i momenti più forti del concerto che non sono stati riportati, con la giusta evidenza, durante la diretta di ieri sera. Ma Vasco Rossi è superiore a queste cose. E Annozero pure».