giovedì, giugno 18, 2009

Debborah



Fonte Repubblica

Mi sembra esaustiva questa lettera di una delle persone più vicine al cavaliere. Mi permetto di postare la lettera della Bergamini al Corsera e un breve riassunto di chi sia questa signora o almeno di cosa sia stata accusata in passato prima di essere portata in Parlamento. Altro che Catilina e con buona pace di quei buffoni della Lega Nord.

Il Cavaliere, moderno Catilina e le persecuzioni dei riformatori

Caro direttore,

Salvare Catilina, salvare la Repubblica. Roma, I secolo A. C.: Lucio Sergio Catilina è un patrizio romano, uomo coraggioso e di parola. In breve tempo percorre con inaspettato successo tutta la carriera politica, coltivando idee di giustizia sociale e libertà. Per tre volte tenta di raggiungere la carica di console, massima autorità repubblicana, spinto da un consenso popolare straordinario frutto di posizioni anticonformiste, progetti di riforma e profondo senso della Patria.

Per tre volte i poteri forti del tempo utilizzano tutti i mezzi, leciti ed illeciti, per combatterlo e sconfiggerlo. Nella Roma del 50 a.C. esisteva una norma molto lontana dall'attuale concezione del diritto, che alcune moderne marionette del giustizialismo italico vorrebbero applicare anche alla nostra democrazia: ai cittadini romani anche solo inquisiti veniva impedito l'accesso ad ogni carica pubblica. Ed è sulla base di questa norma che Lucio Sergio Catilina viene per due volte accusato di nefandezze a pochi giorni dalle elezioni, interdetto e poi assolto dopo il voto. Ma a chi vede in Catilina e nel suo partito un pericolo troppo grande per i propri interessi, l'esclusione anche solo temporanea del «rivoluzionario conservatore» non può bastare: occorre distruggerne il consenso per intero. Il compito viene affidato al più famoso e abile avvocato del tempo, Marco Tullio Cicerone, alla sua spregiudicatezza e alla sua straordinaria capacità di falsificare i fatti. Cicerone trasforma Catilina in un hostis, un nemico della Patria, servendosi dei più efficaci strumenti dell'epoca: dalle accuse basate su lettere anonime, ai brogli elettorali, ai discorsi retorici tesi a costruire l'immagine più degenerata del suo avversario, fino alle palesi violazioni della legge romana. Tra le accuse più infamanti, Cicerone imputa a Catilina di aver corrotto una giovane vestale, vergine e consacrata alla dea del focolare.

Ci spostiamo di oltre 2000 anni. Al famoso avvocato pensano di sostituirsi procure politicizzate e redazioni di giornali. Al posto delle orazioni di Cicerone, si ascoltano i teoremi mediatici e giudiziari, si assiste all'uso spesso indecente di foto, video e intercettazioni. La tentazione è sempre la stessa: demonizzare il «rivoluzionario conservatore» di oggi. Gli optimates di ieri che armarono le azioni di Cicerone erano i rappresentanti di una classe senatoriale gelosa custode di privilegi politici ed economici; gli optimates che violentano le regole di oggi sono potentati senza patria, politici mediocri e polverosi intellettuali. Il potere non accetta gli imprevisti e spesso i grandi riformatori, gli uomini in grado di cambiare la storia, si presentano all'appuntamento senza bussare. Questo li rende inaccettabili.

Ma la storia maledice il suo ritorno. Il suo tragico fugge davanti alla farsa in cui si trasforma. E così accade che oggi, per distruggere l'uomo che sta cambiando l'Italia, si è persino disposti a distruggere l'Italia stessa. Minando la fiducia nelle istituzioni che quell'uomo rappresenta, il valore di una democrazia fondata sul consenso popolare, l'immagine di una nazione all'estero e la percezione che il Paese ha di se stesso. Si è disposti a far precipitare la dignità nazionale dentro il buco di una serratura. Un'opera di demolizione che non dovrebbe giovare a nessuno. O forse sì. Quando l'avversario politico viene trasformato per forza in un nemico della patria, quando diviene normale distruggerne il nome, la famiglia, gli amici, i collaboratori, la vita stessa, quando trionfano coloro che accusano per mestiere, con illazioni e teoremi, dietro il velo di un'informazione che è spesso solo fango, allora il diritto scompare, le Repubbliche cadono, le libertà civili si spezzano e i Cesari, quelli veri, arrivano di lì a poco.
Deborah Bergamini

Ecco un vecchio articolo del Corsera:
La Rai sospende Deborah Bergamini. E' direttore del marketing strategico di Viale Mazzini.
La Lega: adesso sospendere tutti

ROMA - Non si placa la bufera dopo la pubblicazione delle intercettazioni che avrebbero rivelato un presunto accordo tra Rai e Mediaset. La Rai ha temporaneamente sospeso dal suo incarico Deborah Bergamini, la dirigente coinvolta nello scandalo.
LA VICENDA - Dalle intercettazioni sono emerse telefonate tra la Bergamini, ex assistente personale di Silvio Berlusconi, e Niccolò Querci, anche lui ex assistente del leader di Forza Italia e all'epoca dei fatti numero tre delle televisioni Mediaset. Secondo numerose intercettazioni - allegate all'inchiesta sul fallimento della "Hdc" e pubblicate da Repubblica - negli anni del governo Berlusconi Rai e Mediaset si sarebbero scambiate informazioni sui palinsesti e avrebbero concordato le strategie informative nel caso dei grandi eventi di cronaca e orchestrato i resoconti della politica.

LE REAZIONI - Bergamini - che nei giorni scorsi ha detto in una nota di non essere sorpresa di quanto sta accadendo - è stata difesa da Berlusconi. Il direttore generale della Rai Claudio Cappon la settimana scorsa aveva promesso che l'azienda sarebbe stata determinata nel caso fossero emerse responsabilità di singoli all'interno dell'azienda.. La lettera dell'azienda è giá stata consegnata all'attuale direttore del Marketing Strategico di Viale Mazzini.

«SOSPENDERE TUTTI» - Dura e ironica la presa di posizione della Lega, che attraverso il suo capogruppo nella commissione parlamentare di Vigilanza ha esortato la Rai a «completare il lavoro» e a sospendere «tutti i giornalisti che sono stati assunti senza rispondere ad un annuncio sul Corriere della Sera. Poi passi a sospendere tutti gli alti dirigenti, per i quali valga la stessa cosa». Amara la conclusione: «E poi, finalmente, chiuda del tutto l’ente pubblico televisivo che a quel punto sara’ rimasto senza personale».

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